LA STORIA DI JOHN O’NEILL, L’UOMO
CHE SAPEVA
LA STORIA DI JOHN O’NEILL, 'L’UOMO CHE SAPEVA'
Di Michel Porcheron. Tratto da
www.rebelion.org.
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Tutti gli ingredienti di un intrigo poliziesco si riuniscono in questo
documentario televisivo di 42 minuti del regista statunitense Michael Kirt,
mostrato in Francia dal canale M6 con il titolo “L’uomo che sapeva”. Un ex
agente speciale dell’FBI, sullo stile di James Ellroy o Tom Clancy, con una
buona dialettica e sicuro di sé, la torre sud delle Twin Towers, il mostro di
Al-Quaeda, un ambasciatore nordamericano in Yemen, il primo attentato terrorista
su suolo statunitense, il fantasma di Bin Laden, il tutto in mezzo a lotte di
potere, centinaia di morti, tranelli, invidia ecc… |
![]() John O'Neill |
O’Neill si trovava nel suo ufficio al
trentaquattresimo piano. Fu l’unico a comprendere immediatamente ciò che era
accaduto e non ebbe più di qualche minuto per parlare con il suo cellulare con
suo figlio e con Valerie James, sua ultima compagna, per dirle: “È orribile, ci
sono corpi fatti a pezzi da tutte le parti. Devo aiutare la gente. Ti richiamo.”
Però non disse niente di quello che sapeva.
Quello che presagì O’Neill, che aveva investigato per anni sull’azione del
terrorismo islamico contro gli Stati Uniti in Pakistan, Africa e Yemen, l’aveva
ripetuto la vigilia della sua morte, il 10 settembre, durante una cena tra amici
in un ristorante chic, l’Elaine’s, nell’Upper East Side: “Succederà
qualcosa... qualcosa di enorme... Ci sarà un cambio... una grossa scossa.”
Chris Isham, di ABC News, gli aveva detto scherzando: “Adesso hai un lavoro
tranquillo nel WTC, lì non metteranno bombe un’altra volta.” Dopo aver
riflettuto O’Neill rispose: “Stanno ancora pensando di finire il lavoro. Lo
faranno di nuovo.” “Non dimenticherò mai quello che mi disse quel giorno.”
Erano anni che O’Neill aspettava il peggio. Però nessuno gli diede retta. Lo
accusarono di pazzia e lo licenziarono dall’FBI. Perchè?
O’Neill ha trascorso tutta la sua carriera nell’FBI dove lavora per 25 anni.
Comincia a lavorare sul terrorismo islamico quando ha luogo
il primo attentato contro il WTC nel 1993.
Scopre quindi la rete di Al-Qaeda e cerca di allertare le autorità nordamericane
del pericolo rappresentato dalla rete di Bin Laden. “Tutto invano” scrive Hugo
Cassavetti in Télérama, settimanale culturale sulla televisione francese,
“questo dandy non ha amici solamente nelle alte sfere dell’FBI, la quale avrebbe
potuto prevenire l’attacco se avesse tenuto conto delle informazioni raccolte da
O’Neill e se gli avesse permesso di continuare le sue ricerche invece di
screditarlo e obbligarlo a dimettersi.” “Ha sempre avuto fiuto e un’ostinazione
fuori dal comune. Fu il primo a pronunciare il nome di Al-Qaeda negli Stati
Uniti. Più che un cacciatore di terroristi, John O’Neill fu quello che meglio
qualificò il terrorismo negli Stati Uniti” secondo Regis Le Sommier,
corrispondente di Paris-Match a New York (vedi Paris-Match n. 2833 del 4
Settembre 2003).
Nel 1995 O’Neill ottiene l’arresto, in Pakistan, di Ramzi Ahmed Youssef, la
mente dell’attentato del 1993. Il nome di O’Neill appare anche quando si parla
delle indagini sugli attentati contro le ambasciate statunitensi a Dar-es-Salaam
e Nairobi nel 1998, anche se rimase nel suo ufficio di New York. Gli fu negata
la possibilità di indagare sul posto. Si cita anche il suo nome nello
smantellamento del progetto Bojinka che consisteva nella organizzazione di una
dozzina di attentati simultanei contro aerei civili. Quando O’Neill e i suoi 20
agenti sono sul punto di arrivare a informazioni cruciali dopo l’attentato del
17 Ottobre in Yemen contro la nave da guerra USS Cole, l’ambasciatrice
nordamericana Barbara K. Bodine ottiene che gli si tolga il caso. Ufficialmente
l’ambasciatrice Bodine teme per il futuro delle relazioni tra il suo paese e lo
Yemen. Pertanto si proibisce ad O’Neill di continuare a lavorare sul caso. Il
caso dell’USS Cole viene sotterrato. “Anche il nemico di Osama Bin Laden aveva
dei nemici” commenta Alexandre Dini nel Journal du Dimanche del 7 Settembre
2003.
Il documentario del regista Michael Kirk, che non arriva a trattare a fondo, in
40 minuti, diversi punti delle sue rivelazioni, abbozza varie spiegazioni: lotte
interne in seno all’FBI, invidie, diffidenza, cecità ecc… Discreditato dai suoi
stessi superiori O’Neill era sul punto di scoprire la verità nel giugno del
2001. L’arresto di un terrorista in Yemen, Fahad al-Quso, doveva portarlo sulla
pista di due uomini che sarebbero divenuti celebri come pilota e copilota del
volo 77 dell’American Airlines che si schiantò contro il Pentagono.
Convinto che il World Trade Center sarebbe stato attaccato di nuovo, O’Neill
accetta di incaricarsi della sua sicurezza. “Questo efficace documentario
raccoglie la storia di questo intrigo, conseguenza delle losche lotte di
potere”, aggiunge Hugo Casavetti.
Louis Freeh, direttore dell’FBI, Tom Pikard, vice direttore, e la signora
Bodine, si sono rifiutati di rispondere alle domande del regista. Però gli amici
di John O’Neill non hanno esitato a difenderne la memoria e a rendergli omaggio.
Comunque è curioso che il documentario di Kirk sorvoli sulla principale scoperta
di O’Neill: l’importante documento del finanziamento dell’Arabia Saudita alla
rete di Bin Laden. Un altro giornalista, Jean-Baptiste Naudet, menziona questo
aspetto in Le Nouvel Observateur, il settimanale politico a maggior tiratura in
Francia. Nel libro “Bin Laden la vérité interdite” (Bin Laden la verità
proibita), Jean-Charles Brisard, di 33 anni, investigatore privato specializzato
in accordi economici, che lavorò per il gruppo Vivendi ed elaborò nel 1997 un
rapporto sul contesto economico di Osama Bin Laden, destinato alla Direzione di
Vigilanza Territoriale (DST, organismo francese di controspionaggio), ed il suo
co-autore, Guillaume Dasquié, di 35 anni, redattore capo della pubblicazione
specializzata Intelligence Online, parlavano di questo sostegno dalla fine del
novembre 2001. Intervistato da Patricia Tourancheau, del giornale francese
Libération (vedi “Le FBI a bloqué l’enquète sur Al Qaida” del 14 novembre 2001),
J.C Brisard raccontava del suo incontro con John O’Neill. Alla domanda “Perchè
O’Neill, secondo uomo dell’FBI a New York ed ex coordinatore della lotta
antiterrorista, incaricato delle indagini su Al-Qaeda, lasciò l’FBI
quest’estate?”, Brisard rispose: “John O’Neill mi rivelò che i principali
ostacoli alle indagini nordamericane sulla rete di Bin Laden erano costituiti
dall’Arabia Saudita e dal petrolio. All’interno delle organizzazioni caritative
che finanziano Osama Bin Laden ci sono membri della famiglia reale. Le quattro o
cinque famiglie saudite che lo appoggiano rappresentano il 51% del PIL
nazionale. La somma che Bin Laden potrebbe aver ricevuto in dieci anni dai
sauditi e dalla sua stessa famiglia per mezzo di organizzazioni caritative
potrebbe essere compresa tra i 50 e i 100 milioni di dollari. Almeno sei membri
della sua famiglia hanno aiutato la sua rete. Il principale finanziatore di
Al-Qaeda, Khalid Ben Mafouz, è il banchiere più importante dell’Arabia Saudita e
anche cognato di Bin Laden.
Secondo John O’Neill, il dipartimento di Stato preferì preservare i suoi
interessi e la direzione dell’FBI bloccò la sua inchiesta. Di fronte ad
un’amministrazione sorda ai suoi argomenti riguardo l’importante documento sul
ruolo dell’Arabia Saudita nell’espansione della rete di Bin Laden, John O’Neill,
disilluso, presentò le sue dimissioni all’FBI.”
Quell’uomo che amava i puri e il buon whisky, soltanto Chivas Regal, che usava
spesso un vestito Burberry’s con un foulard bianco come ornamento, che
chiamavano per la sua eleganza “il principe delle tenebre”, si è portato nella
tomba quello che sapeva. Determinato, poco conformista, atipico, secondo il
documentario di Michael Kirk, audace, oggetto di diverse indagini interne,
considerato come indisciplinato, l’agente O’Neill sapeva molto. Troppo forse. In
ogni caso, sempre più isolato nella stessa FBI, nel giugno del 2001 O’Neill di
fatto vede il suo lavoro screditato. Nel preciso momento in cui la probabilità
di un attacco di Al-Qaeda in territorio nordamericano si fa più elevata.
Michel Porcheron.
(Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di VERONICA NATOLI)