La riforma agraria dei gracchi

La riforma agraria dei gracchi si proponeva di confiscare tutti i possedimenti abusivi di agro pubblico e limitare l'estensione di quelli legittimi a 500 iugeri (1000 per chi avesse uno o più figli). I terreni confiscati avrebbero dovuto essere distribuiti ai cittadini poveri e rimasti senza terra per la chiamata alle armi, che non avrebbero potuto venderli ad altri. La legge fu approvata con un atto di illegalità, avendo Tiberio Gracco fatto destituire il collega M. Ottavio che si era opposto alla sua promulgazione; ne nacquero tumulti e violenze in cui il tribuno venne ucciso (132 a.c.).

Frattanto era nata una grave agitazione fra gli alleati Italici, che non erano stati considerati nella legge (già prima dell'agraria chi non possedeva la cittadinanza romana non era compreso nelle ridistribuzioni delle terre), e il partito dei Gracchi chiese che fosse loro concessa la cittadinanza. Il fratello di Tiberio, Gaio Gracco, tribuno della plebe nel 123, rieletto nel 122, presentò un complesso di leggi riprendendo la politica del fratello e collegandola con la politica favorevole agli Italici. Di mente aperta e grande oratore, seppe elevarsi, da vero rivoluzionario, dal problema dell'agro pubblico a una totale riforma dello Stato romano in senso democratico, con la legge frumentaria, la riconferma della legge agraria, la creazione di colonie, l'assegnazione ai cavalieri di un numero preponderante nelle giurie che dovevano giudicare le cause di corruzione (de repetundis) contro i governatori delle province, la concessione della cittadinanza romana ai Latini e del diritto latino agli altri Italici. La reazione suscitata dalle sue proposte portò alla costituzione di bande armate e alla promulgazione da parte del Senato dello stato d'assedio: in uno scontro i Gracchi furono battuti e Caio si fece uccidere da uno schiavo, l'oligarchia senatoria, combattendo le leggi agrarie, aveva così preparato la trasformazione della Repubblica in Impero e la propria rovina.

La riforma agraria dei gracchi non va letta come un movimento rivoluzionario, bensì come un tentativo di risanare per mezzo della ridistribuzione della terra dello Stato ciò che era sempre stato la colonna portante dell'economia di Roma: la piccola proprietà terriera; la legge formalmente non avrebbe dovuto comportare alcun cambiamento in quanto l'ager publicus illegalmente era finito sotto il dominio dei grandi proprietari terrieri.

Questo però avrebbe danneggiato la classe senatoria, cioè i possessori effettivi di quelle terre teoricamente statali, quindi fecero uccidere i Gracchi e riuscirono così anche ad evitare che entrassero in Senato i Cavalieri, ceto a cui i Gracchi si appoggiarono in quanto arricchitisi con il denaro liquido del commercio e con la guerra (dunque non con le terre).

Ripristinando lo status quo il Senato sperava di poter applicare il vecchio sistema istituzionale in vigore fin dagli albori della repubblica ad un tessuto sociale ormai profondamente mutato; bastarono infatti 20 anni perchè l'inevitabile "deflagrazione" dell'antico sistema portasse alle rivolte civili (100 a.c. c.a.).