VOLARE E SAPER RINUNCIARE

La colonna sonora è una fuga del grande Bach

 

 

Udine 15.09.2000

Cari Amici,

  domenica 7 agosto 2000 sono tornato a partecipare alla manifestazione di Musi. Avevo un
ricordo bellissimo della giornata trascorsa l’anno prima. Anche senza raggiungere le cime,
l’emozione che ho provato tra quelle rocce  è stata senz’altro paragonabile al magnifico
volo che ho fatto quest’anno a Campitello, tra le Dolomiti. Quella volta però ho
rinunciato a prendere parte alla gara di centro e, saggiamente, sono andato ad atterrare
nel campo più lungo che, grazie all’orientazione nord – sud, è ottimo anche per 
atterrare con il biposto. Quest’anno però l’orgoglio mi ha tradito. Ho pensato che se
tutti erano capaci di atterrare in quel praticello (quasi un orto in mezzo agli alberi!),
dove era stato disposto il bersaglio, anch’io non potevo essere da meno. La vanità mi
spronava a tentare il colpo grosso. Dai che oggi faccio centro, dicevo tra me, e così 
dimostro a tutti di essere un bravo pilota. Le cose però non sono andate come previsto.
Alla fine, con l’impatto al suolo, sono finito ben fuori bersaglio, e ho anche preso un
colpo sulla caviglia. Per la vergogna, non ho detto niente a nessuno, ho cercato di non 
zoppicare anche perché, appena toccata terra, ero riuscito ad alzare le gambe appoggiando
la schiena sull’air bag. La botta quindi non é stato troppo vistosa. Dopo due giorni, 
siccome non mi passavano i dolori, ho dovuto "confessare" l’accaduto a mia moglie, e
le ho chiesto di accompagnarmi al pronto soccorso per una radiografia di controllo.  Mentre 
aspettavo di fare la lastra, lei mi ha rimproverato affermando che, se la gamba fosse stata
rotta, avrei dovuto scegliere tra lo stare con lei ed il volo. Forse non parlava
seriamente, io però ho cominciato a sudare freddo. Ho capito che si sarebbe trattato
di una scelta che non avrei mai voluto fare, tra le due più grandi passioni della mia
vita. Per fortuna la gamba era a posto, la caviglia è guarita nel giro di una settimana
e la cosa è finita lì, ma mi ha fatto riflettere.

  Il primo istinto mi ha suggerito di scrivere una lettera di protesta al Comitato
Organizzatore della manifestazione. Gli argomenti non sarebbero mancati, ma poi ho capito
che non potevo prendermela con nessuno e la responsabilità era tutta mia. Non sono
stato il solo a "far numeri" in atterraggio e questo ha avuto senz’altro
l'apprezzamento del pubblico che spesso guarda questi spettacoli alla ricerca dell’evento
drammatico. Purtroppo mi accorgo che lo faccio anch’io quando, ad esempio, guardo in
televisione una gara di formula uno. 

  Quello che non sopporto, quando parlo con la gente del nostro sport, è sentire domande
- affermazioni del tipo: "Dove ti butti?" oppure "Quelli che si fanno male
con questo sport se la sono cercata!". Insomma mi dà fastidio il pregiudizio che
aleggia intorno al volo. Se vado a donare il sangue, mi obbligano a dichiarare per iscritto,
oltre al fatto che non sono gay e non frequento prostitute, anche che pratico questo "sport
pericoloso". Così possono raccomandarmi di non volare nei tre giorni successivi alla
donazione. Però a nessuno importa se, quando esco dall'ospedale, torno a casa in bicicletta.
E’ vero che, se la maggior parte della gente venisse a volare di domenica invece,che ne so, 
di frequentare lo stadio (attività assai più sicura?!), ci troveremmo con tutti
i decolli intasati e via dicendo. Ma io credo che volare sia qualcosa di immenso, un 
privilegio di cui l’umanità gode solo da pochi decenni, e vorrei che l’immagine
che noi piloti diamo al mondo intero sia il risultato dalla pratica di un’attività
sicura, per padri di famiglia, fatta da gente responsabile che non pensa minimamente a "
buttarsi".

  Rileggendo mi accorgo di averla messa troppo sul tecnico. Mi piacerebbe tentare di
descrivere quello che provo quando volo, ma non ci riesco. La ricchezza della tecnica,
della concentrazione mentale che richiede questa disciplina, la bellezza dell’ambiente
in cui la pratichiamo, sono argomenti difficili da trasmettere in un articolo. Mi pare
di riuscirci solo quando porto un amico a fare un biposto e lo faccio stare bene, sentire 
sicuro. Il massimo della soddisfazione lo provo quando, alla fine del volo mi dice che 
vuole rifarlo, anche se ha avuto paura. E allora dipende tutto da noi piloti. Il nostro
comportamento potrà in futuro diminuire o rinforzare nell’opinione pubblica i 
pregiudizi che ho citato.

  Per me la cosa più difficile del parapendio è controllare i rischi, 
addirittura saper anche rinunciare al volo quando le condizioni meteo sono incerte e 
qualche pilota più bravo, o più temerario decide di partire, oppure quando
sono stanco. Eppure è tutto lì: è noto che ben pochi siano gli incidenti
che avvengono se il pilota fa di tutto per evitarli. Sappiamo bene che quando si analizza
un incidente quasi sempre si trova una catena di eventi. Basta che uno solo di questi
venga a mancare e l’incidente non sarebbe accaduto. Non dobbiamo rassegnarci a sperare che
sia solo la fortuna a determinare l’evento critico. La fortuna possiamo aiutarla in tanti
modi.

  Per questo il prossimo anno a Musi andrò comunque ad atterrare nel campo sicuro 
e spero che i miei amici dell’Organizzazione dispongano là il bersaglio. Se il
pubblico vuole emozioni, siamo pronti a dargliele con tanti voli in biposto.

Se volete rispondermi, mandatemi una mail acellan@tin.it

  Buoni voli a tutti.
                    Francesco Cellante

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