Ce l'ho, non la voglio e la cerco. Che cos'è?


La pulce, non necessariamente d'acqua. Quella pulce - commenta il poeta - vivente in sue dimensioni, che non sono le nostre, vivente una frazione di tempo (del nostro tempo) minuscola, vivente però un'esistenza la cui durata media, in proporzione, non dev'esser proprio da disprezzare. Quella pulce che, un cuore, ce l'ha pure lei e per la quale, insomma, come per noi, le due serie dei numeri, la crescente e la decrescente, decorrono dal giusto mezzo dell'uno, allontanandosi a perdita d'occhio in un senso e nell'altro.

... 5, 4, 3, 2

1/2, 1/3, 1/4, 1/5 ...

Tuttavia, lungo la scala calante, un occhio di pulce può spingersi assai più lontano del nostro, fino a scorgerne, chissà, il termine minimo, ammesso che esista il termine minimo (il termine ultimo, la fine, cioè) di una successione senza fine. Senza fine, come l'altra successione, specularmente inversa, ogni termine della quale ha in questa il suo corrispettivo (999 in quella e 1/999 in questa). Senza fine, perché anche ad un numero la cui trascrizione riempie migliaia di pagine si può sempre aggiungere un'unità. Eppure, come può non aver fine qualcosa che ha un inizio? Come può pensarsi immortale qualcosa che ha avuto una nascita?


 

Torniamo alla pulce, che certamente si rappresenta l'uno a sua immagine e somiglianza, cioè un po' più piccolo del nostro. Ogni uno di noi, infatti, spontaneamente eppur in modo coatto, si considera un'unità, un Giano bifronte dal quale si dipartono la serie numerica crescente (il più grande di noi) e quella calante, ovvero il più piccolo di noi.* Certo, un uno così modesto non merita grande attenzione, potremmo pensare, commettendo un marchiano errore di noncuranza. Noncuranza peccaminosa, perché il passaggio evangelico circa «quel che farete al più piccolo [di voi] l'avrete fatto a Me» non ammette scusanti.

* Il più piccolo di noi si può esemplificare nel nostro interno e nella sua folla di organi, ognuno dei quali si sente a sua volta un'unità alla cui sinistra, per attenerci al grafico iniziale (che si può peraltro invertire o addirittura ribaltare, verticalizzando destra e sinistra in sotto e sopra), si trova il corpo che lo contiene ed alla cui destra si susseguono le miriadi di cellule che lo compongono.

Anche la pulce, insomma, come Alice davanti allo specchio, sa che l'al di qua è l'esatto contrario dell'al di là, sa cioè che la gigantesca lente (il barzakh islamico) che divide questo mondo dall'altro ingrandisce in un senso e miniaturizza nell'altro, in parole povere sa che gli ultimi quaggiù saranno i primi lassù. E purtroppo viceversa, guarda un po' che fregatura, dopo tanti sacrifici per guadagnarsi un posto al sole, povera pulce.


 


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La betoniera del Tao ci ha macinato tante,
tante di quelle volte,
che la pulce e il dinosauro coincidono,
che il leone e l'agnello sono una carne sola,
che amare il tuo prossimo è amar te stesso.


 

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