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Questo trifoglio è dedicato al deserto, ovvero all’inaridimento interiore (del singolo) ed esteriore (dell’ambiente, della società e della famiglia [interiore ed esteriore] del singolo) generato dallo strapotere di una plutocrazia meglio definibile, stante la natura ferale del regno di Plutone, come «tanatocrazia», che, con l’ossessiva ripetizione del mantra infernale DEMOCRAZIA-BENESSERE-LIBERTÀ-PROGRESSO, ha polverizzato tutto, sia letteralmente (carne che si fa polvere), sia metaforicamente (polvere che si fa sporco). Di queste due accezioni del termine trattano, rispettivamente, il foglio precedente e quello successivo di questo trifoglio.
Tuttavia il deserto può simboleggiare anche valori pertinenti solo alla fede, vuoi perché l’inaridimento del circostante agevola quel disprezzo delle cose mondane che è prerogativa del solo credente e vuoi perché solo al credente è dato paragonare l’uso del cemento armato ad un costruire sulla sabbia.

Sul rovesciamento dei simboli, in questo caso dell’edilizia (per la quale si rimanda alla sezione omonima e, in particolare, alla pagina Il mestiere), si raccomanda la lettura dell'articolo di L. Walt Un Piano inclinato? (con un opportuno link all’indirizzo http://www.cattolicesimo.com/padrepio/). Si può aggiungere che a) il muratore d’oggi, libero come tutti noi moderni, come tutti noi moderni non è mai stato così schiavo; b) il «libero muratore» (franc-maçon, free-mason) d’oggi non capirà mai che “Epitteto in catene | - ammicca il poeta - era la libertà assoluta” e c) il massone d’oggi, se in buona fede, si trova in una condizione etica peggiore di quella dell’ebreo [d’oggi, se in buona fede], perché quest’ultimo ha pur sempre la possibilità di dissociarsi dal sionista. A questo riguardo si vedano, qui di seguito, le dichiarazioni di A. Cohen (che si pongono a conclusione ideale della pagina Fratelli maggiori).

Il deserto, dimora
di chi è senza [fissa] dimora, avanza.
Voglia il Cielo che possano avanzare con lui
tutti (nessuno escluso) quelli la cui dimora
non è di questo mondo.

Sapersi di passaggio in hac lacrimarum valle
significa non metterci radici.
Ogni credente è un nomade, in fiduciosa attesa
di ritrovare radici mai perse,
se non di vista.


A questa lettura simbolica del deserto appartengono le citazioni, tratte dal sito omonimo (cfr. http://www.augustinus.it/latino/index.htm), di sant’Agostino, illustre figlio del deserto.


 

 


Onorevoli amici e colleghi, siamo qui riuniti per discutere e considerare da diversi punti di vista [...] l'argomento noto come «Olocausto». È noto che l'argomento si impernia attorno alle politiche adottate dalla Germania nazista contro il popolo ebraico. Questo naturalmente nel contesto delle loro, molto più ampie, contemporanee azioni assassine. Il mio intento è quello di fornirvi l'approccio degli ebrei ortodossi alla questione. [...] Io e i miei colleghi siamo conosciuti come «ebrei ortodossi», cioè ebrei che intendono vivere le loro vite interamente in accordo con l'antica religione ebraica e con il modo di vivere noto come ebraismo. Siamo qui in rappresentanza del gruppo Neturei Karta, che non è un movimento o un'organizzazione separata, ma un gruppo che diffonde la filosofia che esprime l'opposizione dell'ebraismo ortodosso all'ideologia nota come sionismo, ovvero il movimento secolare nazionalista che intende formare uno stato settario in Palestina. [...] L'ebraismo e il sionismo sono due concezioni totalmente e diametralmente opposte. L'ebraismo è un antico modo, che risale a migliaia di anni or sono, di vivere secondo la volontà di Dio, pieno di contenuto etico e religioso. Il sionismo è relativamente giovane (poco più di cent'anni) ed ha una concezione secolare e nazionalista, completamente priva di etica. Tuttavia, bisogna dire che ci sono gruppi religiosi, nel popolo ebraico, che, infettati dalla filosofia nazionalista sionista, hanno, scorrettamente e falsamente, aggiunto il sionismo all'ebraismo, andando contro gli insegnamenti ebraici tramandati da generazioni. [...] Dalla diaspora fino ai giorni nostri il popolo ebraico è, per decreto divino, in esilio, un esilio nel quale noi dobbiamo essere leali cittadini delle nazioni in cui ci troviamo ed un esilio dal quale ci è proibito, sotto giuramento, di tentare di uscire con le nostre forze. Ci è proibito sotto giuramento di tentare di formare un nostro stato in Palestina. Trasgredire questi divieti costituirebbe una ribellione contro i voleri dell'Onnipotente e siamo a conoscenza delle gravissime conseguenze di un tale tentativo. [...] Sarà dunque chiaro, da quanto detto finora, innanzitutto che i sionisti non rappresentano il popolo ebraico nel suo complesso; ed inoltre che l'anti-sionismo deve ricevere il nostro plauso e non essere confuso con l'antico pregiudizio dell'antisemitismo. Ciò rappresenta qualcosa che sappiamo essere ben apprezzata qui, nella repubblica islamica dell'Iran, dove la comunità ebraica vive pacificamente, con tutti i diritti civili, come accade da migliaia di anni.
Ora, uno dei pilastri che giustificano il sionismo è l'evento dell'Olocausto. I sionisti affermano che gli ebrei devono avere il loro stato per prevenire (come dicono) che l'Olocausto si ripeta ancora. MAI PIÙ è il loro slogan. Quindi vorrei esporre la visione dell'ebraismo ortodosso riguardo all'Olocausto. Per prima cosa, i fatti. Non c'è dubbio alcuno che durante la seconda guerra mondiale sono state sviluppate terribili e catastrofiche politiche di genocidio, perpetrate dalla Germania nazista contro il popolo ebraico, confermate da innumerevoli testimonianze oculari di sopravvissuti e ampiamente documentate più e più volte. Personalmente mi sono stati risparmiati gli effetti peggiori della guerra perché vivevo in Inghilterra, nazione che fortunatamente non venne occupata dalla Germania nazista. Comunque, io e molti molti altri abbiamo perduto innumerevoli amici e parenti, morti sotto il giogo nazista, uccisi intenzionalmente, vittime del genocidio. Tre milioni di ebrei in Polonia, più di mezzo milione in Ungheria, molte decine o centinaia di migliaia in Russia, Slovacchia, Francia, Belgio, Olanda e altre nazioni. Di solito si cita la stima di sei milioni. Si può mettere in discussione questa cifra effettiva, ma il crimine è stato terribile sia che i milioni (e sono stati milioni) di vittime siano stati sei, sia che siano stati cinque o quattro. I metodi di omicidio sono pure irrilevanti, che siano state camere a gas (e di ciò vi sono stati testimoni oculari), plotoni di esecuzione o qualunque altra cosa. Il male fu lo stesso. Sarebbe un affronto tremendo alla memoria di quelli che perirono attenuare la tragedia in qualunque modo. In ogni caso, gli insegnamenti e l'atteggiamento dell'ebraismo ortodosso vogliono che i colpevoli di un crimine, benché totalmente responsabili delle loro azioni, non sarebbero mai riusciti nella loro malvagia impresa se l'Onnipotente non lo avesse voluto. Quindi, da questo punto di vista, la vittima o le vittime devono ovviamente tentare di evitare il male; ma, se ciò risulta impossibile, allora devono accettare il volere dell'Onnipotente. Secondo il nostro insegnamento, una parte del decreto divino di esilio imposto su di noi stabilisce che non è compito del popolo ebraico portare i nostri persecutori di fronte alla giustizia. Questo è compito dell'Onnipotente. Nostro compito è solo accettare il volere dell'Onnipotente e di sforzarci di migliorare noi stessi, eliminando dal nostro comportamento le azioni che possono essere state la causa della nostra sofferenza.
Non possiamo avere in alcun modo l'audacia, come è avvenuto, di tentare di prevedere il volere dell'Onnipotente e presumere di essere capaci di prevenire l’eventualità che una tale cosa accada di nuovo. Questo rappresenterebbe un'eresia. I sionisti, con il loro superbo approccio secolare, si comportano in completa opposizione a questa filosofia e osano dire MAI PIÙ. Hanno l'ardire di pensare di poter impedire all'Onnipotente di ripetere l'Olocausto. Questa è eresia. [...] Devo aggiungere che l'uso dell'Olocausto da parte dei sionisti, per promuovere il loro stato settario, è il massimo dell'ipocrisia, quando si pensa che i sionisti hanno sfruttato a loro vantaggio ogni fase dell'oppressione nazista. Negli anni '30, quando la politica nazista mirava ad espellere gli ebrei dalla Germania, è ben documentato come i sionisti abbiano cooperato lavorando insieme (sì, insieme) alle autorità naziste per evacuare ebrei «adatti» (cioè giovani pionieri in buona salute) dalla Germania alla Palestina. Poi, durante la guerra, mentre gli omicidi erano in atto, è ancora una volta ben documentato quale fosse il loro atteggiamento di insensibilità, non impedendoli [tali omicidi], benché ne fossero in grado. Avevano bisogno della sofferenza e delle morti per poter premere per il loro stato, quando la guerra fosse finita. Finalmente, dopo la guerra hanno fatto diventare l'intera questione dell'Olocausto, con la pietà e la compassione che evocava, quasi un argomento di fede, per assicurarsi il più possibile l'acquisizione del loro stato, affermando che il sionismo era lì per prevenire un altro Olocausto; in realtà il sionismo ha sfruttato l'Olocausto per decenni. Poi hanno iniziato a giustificare le loro atrocità contro i palestinesi per promuovere la loro causa. [...]
Amici miei, voglio finire con una preghiera: che la causa profonda delle lotte e della carneficina nel medio oriente, cioè lo stato chiamato «Israele», venga totalmente e pacificamente dissolto. Che venga sostituito da un regime che risponda pienamente alle aspirazioni dei palestinesi. Allora gli arabi e gli ebrei potranno vivere insieme in pace, come è stato per secoli”.

 

Quanto precede è tratto da Un rabbino a Teheran (http://cronachedamileto.blogspot.com/). La trascrizione originale del discorso di Aharon Cohen è leggibile nella pagina http://www.nkusa.org/activities/Speeches/2006Iran-ACohen.cfm.
Possono vedersi anche le pagine http://it.wikipedia.org/wiki/Neturei_Karta e, per contro, http://www.masada2000.org/Neturei-Karta.html.


 

Riferendosi quasi esclusivamente al credente, il santo di Tagaste (l’odierna Suk Ahras; in arabo, ولاية سوق أهراس) mormora che “in questo deserto, come si soffre | in modi innumerevoli, | così si ha sete, | in modi innumerevoli" | d’una sola bevanda incorruttibile (Enarrationes in Psalmos, LXII, 6). Quasi esclusivamente al credente, perché solo il miscredente può far parte della pluto/tanatocrazia alla quale s’è accennato prima, combriccola di lestofanti conscia della drammaticità del distico per il quale “il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri | e avere il superfluo è avere l’altrui” (ivi, CXLVII, 12).* Conscia e strafottentesene, che glielo si ripeta in italiano o che glielo si dica in latino: “Superflua divitum, | necessaria sunt pauperum. | Res alienae possidentur, | cum superflua possidentur”.

* Sant’Agostino scrive in prosa, d’accordo. Ma la metrica, voluta o no, è ineccepibile; e spesso appare anche la rima, talvolta al mezzo. Solo prosa, e squallida prosa, è invece quella dei «lestofanti» suddetti, di quelli cioè “che hanno la parlantina sciolta”.

Conscia, strafottentesene, e suicida, perché “in modo inesplicabile, | chi ama se stesso non ama né Dio, né se stesso; | chi ama Dio, non amando se stesso, ama se stesso” (In Evangelium Ioannis tractatus, CXXIII, 5). Il deserto, insomma, vomitato dal miscredente, finirà con l’inghiottire il miscredente medesimo (e tutti noi, a nostra volta colpevoli). Non c’è scampo perché costui, che oggi è al potere, “secum se trahit quocumque fugerit” (ivi, XLI, 4), sia se stesso, cioè, che il deserto. Non c'è scampo, ma la divina ironia vuole che proprio lui, il polverizzatore, è quello che meno accetterà la nostra comune, ineluttabile, destinazione a polvere.

“La storia, in un certo senso, è nulla, perché parla del passato, di quello che non c'è più e che non potremo mai ricostruire. «Ohimé, dove sono i tesori dei grandi sovrani? Dove son finiti coloro per opera dei quali si sono manifestati i mondi nelle diverse ere cosmiche? E che fine han fatto i mondi stessi? Quelli d'un tempo sono svaniti. Molte nuove manifestazioni si sono verificate. Miriadi di divinità preposte a quelle manifestazioni si sono dissolte, e i re sono scomparsi come granelli di polvere» (Varaha Upanisad, III, 22-23 a). Al posto dei fatti ormai scomparsi abbiamo un elenco, di per sé privo di senso, delle evidenze rimaste di azioni dell'uomo e della natura: non abbiamo un faraone che comanda, ma le parole incise su una pietra che ci parlano di un faraone che comanda. Quando siamo di fronte alla storia più antica, le evidenze sono costituite da qualche frammento di vasellame o qualche riga di poesia. Quando siamo di fronte alla storia contemporanea, c'è un diluvio di miliardi di minuscole evidenze, e ogni singola evidenza è a sua volta un groviglio misterioso di interessi segreti, di falsi ricordi, di deliri e di vere e proprie menzogne, opere tutte del più perverso degli esseri animati, l'uomo. Eppure, su ciò che chiamiamo storia, costruiamo le frontiere, creiamo i precedenti che legittimano le nostre azioni, definiamo i buoni e i cattivi. Come nei disegni a puntini che si trovano sulla Settimana Enigmistica, gli esperti prendono le singole evidenze, o una piccola parte delle singole evidenze, e le collegano tra di loro, disegnando vari mostri più o meno fantastici, molto spesso inconciliabili tra di loro. Infatti, unendo i puntini in un certo modo, i puntini di una certa cultura ci rendono a piacere la figura di una prosperosa dea madre, o di un baffuto guerriero a cavallo, permettendoci di parlare di «matriarcato» o di «patriarcato»,* con relative conclusioni filosofiche sulla natura umana".

* "Marija Gimbutas, geniale - continua M. Martinez in Granelli di polvere, dal quale sono tratte anche le righe precedenti (cfr. http://kelebek.splinder.com/) - e onesta ricercatrice, ha ricostruito un'intera ‘Vecchia Europa’, agricola, pacifica e matriarcale, che sarebbe stata spazzata via dai «guerrieri della steppa». Poi arriva Timothy Taylor, ricercatore altrettanto geniale e onesto, che, con gli stessi dati, crea una nuova ‘Vecchia Europa’, dove la vita contadina impone rigorose divisioni dei sessi, contrapposta a una cultura delle steppe dove donne guerriere combattono, libere, accanto agli uomini”.
È vero. Il grande algerino sorriderebbe, citando il suo trattato In epistolam Ioannis ad parthos laddove (VII, 7), in previsione del moderno feticcio dei «fatti», verga questo perfetto endecasillabo: “diversa ergo intentio, diversa facta”. Ma la clamorosa fallacia di tante ricostruzioni storiche (in questo caso, peraltro, limitata ad una sempre improbabile «condizione femminile» che omogeneizza almeno il 50% dei componenti una società) non deve condurre al relativismo del «quot homines tot sententiae» tanto caro a chi, con ciò, intende solo inflazionare e svalutare, con le parole, la Parola. È questo il caso, per esempio, di certa «critica storica» a carico della quale R. Cantalamessa (in Inchieste moderne su Gesù di Nazareth, scaricabile dall’indirizzo http://www.elledici.org/catechesi/studi/studi.php?ID=12627), dopo aver deplorato “la cura posta nel raccogliere tutte le insinuazioni su presunti legami omosessuali esistenti tra i discepoli, come pure tra Cristo stesso e «il discepolo che egli amava» (ma non doveva essere innamorato della Maddalena?)”, osserva che, sebbene sia “sempre esistita la tendenza a rivestire Cristo dei panni della propria epoca o della propria ideologia, in passato si faceva ricorso a, per quanto discutibili, cause serie e di grande respiro (il Cristo idealista, socialista, rivoluzionario, ecc.), mentre la nostra epoca, ossessionata dal sesso, non riesce a pensarlo che alle prese con problemi sentimentali”.
Davvero, omnia immunda immundis (per quanto, più che dal sesso, la mentalità moderna sembri attratta dall'inferiore, dal basso, dall'ignobile e dal brutto; in parole plebee, dalla merda). E altrettanto fa, per quanto in modo meno plateale, chi compie “un’operazione - prosegue il dotto frate - assai sottile: ritardare il più possibile la data di composizione dei vangeli canonici e avanzare il più possibile la data di composizione degli apocrifi, in modo da poterli usare come valide fonti alternative ai primi [...]. Ma il punto principale non è neppure quello della data, è quello dei contenuti dei vangeli apocrifi, che dicono esattamente il contrario di quello per cui si invoca la loro autorità. [Si avanza la tesi] di un Gesú pienamente inserito nell’ebraismo, che non ha inteso innovare in nulla rispetto ad esso, ma i vangeli apocrifi professano tutti, chi più chi meno, una rottura violenta con l’Antico Testamento, facendo di Gesú il rivelatore di un Dio diverso e superiore. [...] I vangeli apocrifi presentano un Gesú che è vero Dio, ma non vero uomo, avendo rivestito solo l’apparenza di un corpo. [...] Per essi, ciò che fa difficoltà non è la divinità di Cristo, ma la sua umanità. Si è disposti a seguire i vangeli apocrifi su questo terreno?”.
Distinguiamo, insomma, la polverosa sabbia di Nag Hammadi dalle miserie di chi ha il deserto al suo interno. A quest’ultimo può tornar utile una rapida occhiata alle due mummie che concludono il foglio precedente, appartenenti ad un misterioso popolo andino scomparso meno di un millennio fa e di cui ignoriamo perfino il nome (ma i cui alti e biondi esponenti erano detti dagli inca chachapayas, o “abitanti delle nuvole”) e testimonianti l'attualità del passo dell’Upanishad «del Cinghiale» testé citato da M. Martinez. Circa i vangeli alternativi si rimanda all'indirizzo http://piccolozaccheo.splinder.com/tag/vangeli_gnostici e, nel medesimo blog, a proposito dell'attrazione «posteriore» di cui sopra, all'articolo Ancora Qumran: nuove ipotesi e ... nuove fonti


 

 


Nella pagina Casa Sua si è suggerita l'equivalenza dei termini «economia» (o "cura della casa"), «cura dell'ambiente» e «cura del corpo». In questa chiave, la distruttività contemporanea a carico dell'ambiente e del corpo [altrui,* beninteso] assume nuovi connotati peccaminosi.

* Se invece si trattasse del proprio corpo tale distruttività, entro i limiti permessi dalla consapevolezza di esserne meri locatori (consapevolezza che, per un ispanofono, comporta un nuovo e più recondito significato della locuzione «SI LOCA»), conseguirebbe all'applicazione del distico "longa vita, nihil aliud | quam longa infirmitas" (Sermones, LXXX, 2).

Nella stessa pagina s'è accomunato l'ebreo [d'oggi] al massone [d'oggi] ed allo gnostico [d'oggi], perché il prefisso «pseudo» dovrebbe esser premesso a tutt'e tre, qualora le rispettive mire siano tutt'e tre indirizzate al mondano ed al terreno, anziché al celeste. La suddetta citazione di A. Cohen, al riguardo, è abbastanza eloquente. Un sedicente «iniziato», esemplare umano (troppo umano) di quell'esclusivismo che infetta qualsiasi associazione/conventicola/loggia/clan/lobby finalizzata ad un obiettivo materiale (foss'anche quest'ultimo la ricostruzione del Tempio di Salomone) è semplicemente un ateo. Il fine dell'iniziato vero non risiede nella di lui [presunta] divinizzazione, che in realtà si traduce in satanizzazione, ma nella divinizzazione di tutti, nessuno escluso. UT OMNES UNUM SINT, insomma. In termini agostiniani, "nolo salvus esse sine vobis" (Sermones, XVII, 2).

Sulla divinizzazione (o liberazione che sia, comunque meno «democratica» della salvezza), i fugaci cenni del foglio precedente hanno equamente irritato l'uno ed incuriosito l'altro dei due lettori di questo trifoglio. Non aggiungeremo altro, perché amarum satis os est (locuzione latina diventata, in pugliese, più scheletricamente, matassaru d’ossu), nei riguardi del tormentone massonico-illuminista dell’«Uomo [rigorosamente maiuscolo] che si fa Dio». Amarum satis os est, di nuovo, sia per il palese orgoglio luciferino implicitovi che per la sottesavi latente truffa satanica: l’Uomo? chi? Tizio, Caio o Sempronio? Scioglie il dubbio il poeta: "Quando ad un noto cornuto fu chiesto il perché | del troppo imbellettarsi della moglie | questi rispose «Embè? | La donna si trucca affinchè l’uomo abbia le voglie»".
Chiediamo piuttosto aiuto all'ipponate, autore sia di un lapidario "Evangelium me terret" (Sermones, CCCXXXIX, 4) che di un più enigmatico "Talis est quisque | qualis eius dilectio. Terram diligis? | Terra eris. Deum diligis? | Quid dicam? Deus eris? Non audeo dicere ex me (In epistolam Ioannis ad parthos tractatus, II, 14). Più enigmatico, si diceva, ma solo per invocare subito dopo le Scritture, più esattamente i Salmi (LXXXI, 6): “Siete dèi e figli dell’Altissimo”.
Tuttavia della questione non si dovrebbe parlare, se non per mettere a tacere (come fa egregiamente L. Walt in http://piccolozaccheo.splinder.com/tag/cattolicesimo_e_massoneria) chi ne parla a sproposito. La gloria va solo a Dio, in excelsis; per noialtri, se bonae voluntatis, già la pace in terra rappresenta un dono di valore inestimabile. Un dono ed un impegno, perché "chi ama la pace | ama pure i nemici della pace" (due versi - Sermones, 357, 1 - che, per parafrasare ancora una volta, l'ultima, la pagina Casa Sua, non è facile adottare nei confronti dello sciagurato omofono della PAX santa, romana ed ecclesiastica).


Date queste premesse pacificanti, forse non è il caso di preoccuparsi più di tanto della proliferazione di simboli massonici (peraltro regolarmente fraintesi, quando non raffigurati ed interpretati al contrario). Ai link proposti da L. Walt (sia quello suddetto che quello al non strettamente antimassonico, ma in ogni caso notevole http://delvisibile.wordpress.com/2007/01/20/la-visione-della-fede) ed al già altrove citato (e raccapricciante) http://www.unavox.it/FruttiPostconcilio/SommFruttiConcilio.htm, qui aggiungiamo Fatima: si dice quel che si può e Ancora su Fatima, di D. Savino (cfr. http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1699&parametro=religione e http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1707&parametro=religione), due brani nei quali l'autore snocciola non poche perplessità, messe però a tacere con una coraggiosa ammissione di "papismo non per virtù ma, ahimé, per timore" (timore corroborato da una splendida battuta del cardinal Biffi - ibidem - sul «Marito meridionale della Sposa del Signore»). Chi scrive pensa altrettanto, anche nei confronti di Alessandro sesto e dell’altrettanto sesto Paolo (cfr. il problematico Patti scellerati dei papi conciliari, di D. Arai, in http://www.effedieffe.com/).
Comunque sia, "non esistono vescovi cattivi | perché, se cattivi, non sono vescovi". A chi incalzasse, obiettando che "episcopus est, nam sedet cathedra", con la consueta, pacata, ironia, il vescovo di Ippona risponderebbe che "anche lo spaventapasseri sta nella vigna" (Sermones, 340/A, 6).
Per il simbolo massonico che precede queste osservazioni si rimanda alla pagina http://www.disinformazione.it/pentalfa.htm.


 

 


Dalla polvere del deserto alla polvere d’oro (utilizzata prima del conio del dinar di cui s’è detto nella pagina Sull’usura) il passo è breve. Né ci si allontana dalle mire esclusivamente mondane di chi cela il deserto al suo interno. Costui, l’avaro avido che ieri accumulava moneta sonante e l’altro ieri capi di bestiame (in latino, capita), oggi dispone di un capitale fittizio, ma non perciò inefficace, e virtuale, ma non perciò inoffensivo. Da quando “ogni singolo stato - afferma P. Sensini in Esiste ancora il denaro? (cfr. http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2947) - si trova nell’impossibilità di sanare il debito contratto dall’erario; la stabilità e la ricchezza si fondano su un medesimo patto scellerato che lega i sudditi ai tiranni indissolubilmente, il patto di fingere che lo spettacolo del valore del denaro costituisca un valore reale, il patto che l’oro esista anche se tutti sanno che non c’è”.
Continuiamo con il suddetto saggio di P. Sensini, utile a concludere il tema della desertificazione del mondo moderno e della polverizzazione dello svaporato esemplare umano contemporaneo, evanescente come il cammello dell’illustrazione soprastante. La pregnante tesi del saggio in questione è riassumibile in questi termini: come la rarefazione dell’oro ha comportato, lungo l’intero millennio medioevale, la fissazione alla terra sia nel singolo che nel collettivo, così la smaterializzazione della moneta cartacea, a sua volta volatilizzazione della moneta aurea ed argentea, decreta la virtualizzazione (che non comporta alcuna virtuosizzazione) sia del singolo che del collettivo. Due negazioni (la prima dell’oro e la seconda della negazione dell’oro, sul che si veda anche la pagina dedicata) affermano, insomma, l’auri sacra (“esecranda”) fames.

“Il proposito di creare una moneta mondiale determinò una esportazione notevole di oro e argento che fu una delle cause della crisi monetaria del II secolo dopo Cristo. Fu così che gli «imperatori soldati», successori dei Severi, si trovarono nella necessità di adottare tutti gli artificî possibili e immaginabili, pur di surrogare i metalli preziosi che andavano sempre più rarefacendosi sui territorî dell’impero. Ma, nonostante ciò, la crisi proruppe in tutta la sua devastante violenza con l’imperatore Valeriano I e soprattutto con suo figlio Gallieno, in quanto l’importazione notevole di beni di lusso dalle Indie, dall’Arabia e da altri paesi, come ad esempio l’ambra dalla Germania, superò l’esportazione verso quei paesi in modo assai consistente. Ebbe così inizio un’èra di sfrenata inflazione, con una dilatazione monetaria illimitata e una coniazione a getto continuo di miliarenses di rame, utilizzati soprattutto per pagare il «soldo» alle truppe, ultima risorsa ormai di un organismo un tempo straordinariamente potente, ma ora intaccato nelle sue funzioni più vitali. Scomparsa la fiducia nella moneta, la capacità d’acquisto del denaro crollò rapidamente, segnando in maniera definitiva le già pencolanti sorti dell’impero. Sulla base di molteplici elementi si è accertato che, pur tenendo conto dell’estrazione di metallo aureo, il deflusso di metalli preziosi dal tempo di Augusto sino alla metà del III secolo d.C. fu di quattro quinti di oro e due terzi di argento delle giacenze originarie. In buona sostanza bimetallismo e supervalutazione del rame, tentativi politici di creare una valuta universale e una bilancia commerciale cronicamente passiva sortirono come risultato la sparizione di pressoché l’intero stock di metallo prezioso. Tutto ciò, unitamente allo sfaldamento dell’impero e al regresso dei traffici, alla distruzione del «principio di legittimità» incarnato dal Senato romano ad opera di Settimio Severo, al decremento complessivo della popolazione e al crollo degli standard di vita generali, furono le ragioni del tracollo monetario e del conseguente caos inflazionistico che prostrò le residue forze che allignavano nell’impero. La svalutazione del denaro ebbe inoltre come conseguenza che i paesi limitrofi deviassero i loro traffici dall’agonizzante impero, con un vertiginoso rincaro dei prezzi.
Come puntualmente documentato dagli eventi, nonché dalla letteratura dell’epoca, l’erosione continua del valore del medio circolante determinò un progressivo ritorno al baratto, e il denaro tesaurizzato fece capolino qua e là solo fugacemente per permettere ai detentori di procurarsi i mezzi di sostentamento. A suffragio di quest’ipotesi, apprendiamo da un papiro dell’epoca che sin dal 250 d.C. le città erano sempre più spopolate e impoverite. Roma, che all’apice della sua potenza era un agglomerato di circa un milione e mezzo di abitanti, riduceva ora la sua popolazione a poche migliaia di unità. Segno che qualcosa di molto grave era nel frattempo avvenuto. L’oro e l’argento erano scomparsi, la prosperità e i patrimoni formatisi nei tempi precedenti si erano volatilizzati. Una terribile carestia, poi, fu la conseguenza logica o piuttosto l’espressione della tragica situazione che era venuta a determinarsi.
In questo «nuovo» panorama sociale, fiorirono con sempre più frequenza i cosiddetti obærati, gli indebitati e rovinati che, non difesi più dalla lex romana, cadevano nella soggezione politica dei loro creditori. Si apriva in altri termini l’epoca in cui ogni cittadino che si trovasse in questa condizione veniva di fatto inchiodato al suolo e si trasformava in un membrum della terra. Diveniva cioè servus glebæ. E, come tutti i servi della gleba del X secolo, doveva fornire prestazioni in natura, servizî e corvées. La sua libertà formale, da questo punto di vista, era una sopravvivenza giuridica di un’epoca ormai remota, un attributo divenuto totalmente svuotato di senso. È quello che comunemente si usa per descrivere il periodo di tempo definito come «medioevo», ma che forse sarebbe più appropriato chiamare ‘feudalesimo’, poiché già dal II-III secolo d.C. sono presenti tutti quegli «ingredienti» che saranno individuati come tali dagli storici solo molto posteriormente.
Durante tutta questa sequenza storico-sociale durata circa nove secoli, in assenza di mercato – e quindi della moneta – il pagamento della terra ceduta al lavoratore veniva fatto, come si è detto, in servizî; ma questi dovevano essere espletati sul luogo di produzione: ecco allora che il lavoratore non poteva più andarsene e si trovava legato al suolo «æternitatis iure». Si era così consolidato un potere unico sugli uni e sugli altri compenetrati insieme. «Il servo – nota a questo proposito Bruno Rizzi – è il cardine morfologico della società feudale, esiste dovunque, mentre il dirigente può essere un vassallo, un burocrate, un quirita, un patrono o il capoccia di una tribù, per esempio lo sceicco […]. Il potere feudale, ossia la signoria dei dirigenti sui mezzi di produzione e sui lavoratori, forma la base di tutto l’apparato giuridico. Il legame di coesione sociale d’ordine politico è il cemento di tutte le società feudali». Per questo «nella società feudale scompare tutto quello che ha attinenza al pubblico appunto perché il cittadino non esiste più».
[...] Naturalmente la forma di denaro rappresentava, in quanto a sua volta merce ed equivalente generale, il corrispettivo di un metallo prezioso che ne garantiva il valore. Da questo punto di vista un fatto economico assai rilevante di quest’epoca è l’arrivo in Europa, proveniente dall’America, di una grande quantità di altra merce, l’oro e l’argento. 100 milioni di franchi in oro e 200 milioni in argento: queste, pare, le masse monetarie penetrate in Europa dal 1533 al 1568. Per cui l’abbondanza della moneta, l’attività commerciale e le variazioni dei prezzi resero possibili la formazione di alcune immense ricchezze che dettero a certe famiglie borghesi un straordinaria potenza.
A partire dalla seconda metà del XVI secolo, inoltre, si impose una novità assai importante: l’introduzione della banconota. Questa ricevuta, di cui il più antico esemplare conosciuto è del 1564, venne in seguito rilasciata a chiunque ne facesse richiesta e assunse allora il nome di «fede di credito». Coperto e garantito dal metallo prezioso, il biglietto del banco, che non è altro che il simbolo del valore contenuto nel metallo prezioso, può circolare come moneta – da cui la banca ricava un beneficio – proprio come se fosse esso stesso oro o argento. La logica prosecuzione alla creazione di un mezzo di scambio diventa pertanto lo sviluppo di un sistema bancario e l’emissione di titoli di credito (banconote e assegni) in grado di sostituire l’oro. Occorre solo che la moneta di carta sia convertibile nel metallo prezioso, e se lo Stato garantisce i biglietti così emessi si dice che essi hanno «corso legale». Questo, in maniera succinta, è il meccanismo di fondo su cui farà aggio tutto il susseguente processo di valorizzazione capitalistica.
Tale «politica economica» raggiunse il suo momento culminante il 15 agosto 1971, quando il presidente degli Stati Uniti d’America, l’avvocato Richard Nixon, decretò l’inconvertibilità del dollaro in oro ponendo così fine al sistema del Gold exchange standard ratificato con gli accordi di Bretton Woods il 22 luglio 1944.* In questo quadro il dollaro si era imposto come l’arbitro del sistema monetario internazionale, fissando, con 45 paesi presto saliti a oltre 150, un nuovo equilibrio di cambi che poggiava sulla piena convertibilità della rappresentazione teatrale della moneta sulla scena internazionale. Gli Stati Uniti assumevano così un ruolo d’impresario e garantivano che l’oro ideale rappresentato dal dollaro poteva in qualunque momento divenire oro reale. Mettendo bruscamente fine a questo trend, bisognava ora aver fiducia nella rappresentazione scenica senza più mediazione alcuna, l’oro non esisteva, lo spettacolo doveva divenire realtà perché così comandava l’impresario. Del resto nessuno era in grado di chiedere ed ottenere il fallimento degli Stati Uniti d’America, non solo per carenza di armi idonee, ma anche perché ormai le riserve di tutte le nazioni si fondavano sulla medesima finzione. [...] Che cosa garantisce un «segno cartaceo» in circolazione che non ha più come contropartita immediata la sua realizzabilità in un certo peso di metallo pregiato? Non vi è che una sola risposta: la produzione. Finché sono reperibili merci sul mercato, esse garantiscono quei segni monetari che teniamo in tasca. Se mancano i prodotti, invece, li possiamo anche buttare perché non valgono nulla (non essendovi più in contropartita il metallo prezioso).

* Gli Stati Uniti avevano abbandonato il regime aureo già nel 1933. Il Gold Reserve Act del 1934 aveva conferito al Tesoro americano la proprietà dell’intero tesoro esistente nelle banche della Federal Reserve. Tutte le monete d’oro in circolazione furono ritirate e il loro possesso da parte degli individui dichiarato illegale. Nel 1934 gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia misero a punto il regime del cambio in oro (Gold exchange standard), in base al quale regolavano in oro le operazioni finanziarie internazionali mentre svolgevano secondo i propri bisogni le politiche monetarie interne.

Dire però che questa tipologia economica rappresenti un’autentica novità non è del tutto esatto. Infatti uno scenario come quello testé descritto si era già manifestato altrove. Mi riferisco a ciò che era già avvenuto in Russia con il rublo che, com’è noto, non si poteva cambiare in oro e non aveva corso in occidente; era cioè una «moneta di conto» o un buono di consumo che serviva puramente alla distribuzione dei prodotti senza possedere un valore intrinseco. Ad onor del vero, tuttavia, va anche detto che già durante la «Grande Depressione» il presidente Roosevelt si era reso conto «che quanto si sta facendo negli Stati Uniti sono in parte le stesse cose che si stanno facendo in Russia come pure alcune cose che si stanno facendo nella Germania di Hitler. La differenza è che gli Stati Uniti le fanno in modo ordinato». Ma, a parte l’elemento dell’«ordine», si abbozzavano già distintamente gli elementi che facevano intravvedere molte caratteristiche in comune; caratteristiche che si possono combinare insieme per formare nuovi sistemi misti.
In conclusione proviamo allora a trarre un provvisorio bilancio su quanto accade attorno a noi. Qual è oggi l’elemento più rilevante nella nostra esperienza quotidiana col denaro? Direi la sua quasi avvenuta «evaporazione», riferendomi con tale espressione alla sua consistenza fisica, palpabile, concreta. Ormai il denaro in circolazione viene utilizzato prevalentemente per le spese minute come l’acquisto del giornale in edicola, per pagare un caffè al bar o a spesucole di questo genere. Per il resto il nostro fabbisogno complessivo viene coperto per la quasi totalità da «denaro virtuale». Si stima infatti che circa l’85 per cento del denaro esistente e circolante al mondo non è denaro vero, emesso da Banche Centrali, ma denaro creditizio, ossia aperture di credito e disponibilità di spesa create dal nulla dalle banche commerciali, le quali, attraverso questa creazione continua di nuovo denaro creditizio, si impossessano di quote crescenti del potere d’acquisto complessivo della popolazione mondiale.
Potremmo dunque riferirci a questa «nuova forma» del denaro come a qualcosa di molto prossimo a una specie di «buono di consumo», in quanto esso ha perduto la sua caratteristica funzione di anonimato per divenire un’entità che vincola ciascun individuo inderogabilmente alla propria consistenza bancaria. Una sorta di nuovo «principio di individuazione» sulla base delle proprie possibilità di accesso al consumo. Per cui il diffondersi sempre più intrusivo di tali buoni quali effettivi mezzi di rimunerazione e la sincronica disseminazione di carte di credito, bancomat e tessere varie come ultimi ritrovati in fatto di transazioni economiche, incarnano una consolidata deriva alla «rappresentazione scenica» del denaro il cui significato non dovrebbe sfuggire a tutti coloro che sono interessati a cogliere l’essenziale dello status quo. E tutto ciò senza omettere il circuito integrato fatto di rate, mutui, fidi, leasing, servizî alla persona, servizio civile, servitù temporanee, staff leasing, ipoteche sulla casa, indebitamenti bancari, eccetera eccetera.* [...] Contrariamente a quanto viene oggi declamato dai laudatori delle innumerevoli possibilità del «lavoro interattivo» disponibile on the market, si può infatti essere servi di Stato con un computer in mano invece che con la zappa di feudale memoria, ma si è pur sempre servi. Infatti ciò che si profila con sempre più nettezza davanti ai nostri occhi è una sorta di prototipo del «cittadino ideale»; un individuo perfettamente manovrabile, privo di capacità di opposizione, di resistenza e sprovvisto di alcun senso di consapevolezza, l’esatto contrario della tanto sbandierata imprenditoria «neoliberista» del nostro tempo. Gli si possono aumentare a fisarmonica i bisogni, i costi dei servizî e dei beni essenziali, i debiti e le tasse. Lo si può far lavorare e vivere sempre più per un altro e sempre meno per se stesso, lo si può anche defraudare dei suoi risparmi: tutto questo con l’appoggio degli apparati mediatici e delle istituzioni al gran completo.

* Il sempre crescente processo di indebitamento bancario che si sta registrando un po’ ovunque nel mondo è, in buona sostanza, l’applicazione ai privati della «trappola debitoria» ampiamente praticata agli Stati del Terzo Mondo: se non possono pagare il debito, la banca offre di aprire un nuovo credito, su cui pagheranno gli interessi cumulati del primo e secondo. E così via... Per i nuovi usurai è questo il cliens ideale: quello che lavora tutta la vita per arricchire loro. Infatti solo negli Stati Uniti i profitti delle banche su questo business sono cresciuti del 163 per cento in 8 anni. I privati americani, nel complesso, sono in rosso sulle carte di credito per 800 miliardi di dollari, cifra pari a quasi una volta e mezzo il PIL della Cina. E questo debito è aumentato del 34 per cento negli ultimi anni raggiungendo i 103.400 dollari in media a famiglia tra il 2001 e il 2004. Ecco perché le grandi banche estere ardono dal desiderio di impiantarsi anche in Italia. Ora che la maggior parte dei lavoratori stringe la cinghia già alla fine della seconda settimana, si vuol far diventare anche loro degli allegri peones”.

A mo’ di chiusa definitiva, a questo foglio non può mancare un ultimo, sebbene equivoco, richiamo magrebino (laddove il tornese era la moneta d’oro sonante, borbonica come la prima ferrovia della penisola e come la prima «alfabetizzazione di massa» - cfr. la pagina Sull'usura - degli italiani):

e venèttero ‘e turinese,
se pigliàjeno le turnese
e ‘nce dèttero pe’ surpresa
la muneta cartaginesa
”.


 

 


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