Questo trifoglio è dedicato al deserto, ovvero all’inaridimento
interiore (del singolo) ed esteriore (dell’ambiente, della società e della
famiglia [interiore ed esteriore] del singolo) generato dallo strapotere di una
plutocrazia meglio definibile, stante la natura ferale del regno di Plutone,
come «tanatocrazia», che, con l’ossessiva ripetizione del mantra
infernale DEMOCRAZIA-BENESSERE-LIBERTÀ-PROGRESSO, ha
polverizzato tutto, sia letteralmente (carne che si fa polvere), sia
metaforicamente (polvere che si fa sporco). Di queste due accezioni del termine
trattano, rispettivamente, il foglio precedente e quello successivo di questo
trifoglio.
Tuttavia il deserto può simboleggiare anche valori pertinenti solo alla fede,
vuoi perché l’inaridimento del circostante agevola quel disprezzo delle cose
mondane che è prerogativa del solo credente e vuoi perché solo al credente è
dato paragonare l’uso del cemento armato ad un
costruire sulla sabbia.
Sul rovesciamento dei simboli, in questo caso
dell’edilizia (per la quale si rimanda alla sezione omonima e, in particolare,
alla pagina Il mestiere), si raccomanda la lettura
dell'articolo di L. Walt Un Piano inclinato? (con un opportuno link all’indirizzo
http://www.cattolicesimo.com/padrepio/).
Si può aggiungere che a) il muratore d’oggi, libero come tutti noi moderni, come
tutti noi moderni non è mai stato così schiavo; b) il «libero
muratore» (franc-maçon, free-mason) d’oggi non capirà mai che
“Epitteto in catene | - ammicca il poeta - era la libertà assoluta” e c)
il massone d’oggi, se in buona fede, si trova in una condizione etica peggiore
di quella dell’ebreo [d’oggi, se in buona fede], perché quest’ultimo ha
pur sempre la possibilità di dissociarsi dal sionista. A questo riguardo si
vedano, qui di seguito, le dichiarazioni di A. Cohen (che si pongono a
conclusione ideale della pagina Fratelli maggiori).
|
Il deserto, dimora |
Sapersi di passaggio in hac lacrimarum valle |
A questa lettura simbolica del deserto
appartengono le citazioni, tratte dal sito omonimo (cfr. http://www.augustinus.it/latino/index.htm),
di sant’Agostino, illustre figlio del deserto.
“Onorevoli amici e colleghi, siamo qui riuniti per discutere e considerare
da diversi punti di vista [...] l'argomento noto come «Olocausto». È noto che
l'argomento si impernia attorno alle politiche adottate dalla
Germania nazista contro il popolo ebraico. Questo naturalmente nel contesto
delle loro, molto più ampie, contemporanee azioni assassine. Il mio intento è
quello di fornirvi l'approccio degli ebrei ortodossi alla questione. [...] Io e
i miei colleghi siamo conosciuti come «ebrei ortodossi», cioè ebrei che
intendono vivere le loro vite interamente in accordo con l'antica religione
ebraica e con il modo di vivere noto come ebraismo. Siamo qui in
rappresentanza del gruppo Neturei Karta, che non è un movimento o
un'organizzazione separata, ma un gruppo che diffonde la filosofia che esprime
l'opposizione dell'ebraismo ortodosso all'ideologia nota come sionismo, ovvero
il movimento secolare nazionalista che intende formare uno stato settario in
Palestina. [...] L'ebraismo e il sionismo sono due concezioni totalmente e diametralmente
opposte. L'ebraismo è un antico modo, che risale a migliaia di anni or sono, di
vivere secondo la volontà di Dio, pieno di contenuto etico e religioso. Il
sionismo è relativamente giovane (poco più di cent'anni) ed ha una concezione
secolare e nazionalista, completamente priva di etica. Tuttavia, bisogna dire
che ci sono gruppi religiosi, nel popolo ebraico, che, infettati dalla filosofia
nazionalista sionista, hanno, scorrettamente e falsamente, aggiunto il sionismo
all'ebraismo, andando contro gli insegnamenti ebraici tramandati da generazioni.
[...] Dalla diaspora fino ai giorni nostri il popolo ebraico è,
per decreto divino, in esilio, un esilio nel quale noi dobbiamo essere leali
cittadini delle nazioni in cui ci troviamo ed un esilio dal quale ci è
proibito, sotto giuramento, di tentare di uscire con le nostre forze. Ci è
proibito sotto giuramento di tentare di formare un nostro stato in Palestina.
Trasgredire questi divieti costituirebbe una ribellione contro i voleri
dell'Onnipotente e siamo a conoscenza delle gravissime conseguenze di un tale
tentativo. [...] Sarà dunque chiaro, da quanto detto finora, innanzitutto che i
sionisti non rappresentano il popolo ebraico nel suo complesso; ed inoltre che
l'anti-sionismo deve ricevere il nostro plauso e non essere confuso con l'antico
pregiudizio dell'antisemitismo. Ciò rappresenta qualcosa che sappiamo essere
ben apprezzata qui, nella repubblica islamica dell'Iran, dove la comunità
ebraica vive pacificamente, con tutti i diritti civili, come accade da migliaia
di anni.
Ora, uno dei pilastri che giustificano il sionismo è l'evento
dell'Olocausto. I sionisti affermano che gli ebrei devono avere il loro stato
per prevenire (come dicono) che l'Olocausto si ripeta ancora. MAI
PIÙ è il
loro slogan. Quindi vorrei esporre la visione dell'ebraismo ortodosso riguardo
all'Olocausto. Per prima cosa, i fatti. Non c'è dubbio alcuno che durante la
seconda guerra mondiale sono state sviluppate terribili e catastrofiche
politiche di genocidio, perpetrate dalla Germania nazista contro il popolo
ebraico, confermate da innumerevoli testimonianze oculari di sopravvissuti e ampiamente
documentate più e più volte. Personalmente mi sono stati risparmiati gli
effetti peggiori della guerra perché vivevo in Inghilterra, nazione che
fortunatamente non venne occupata dalla Germania nazista. Comunque, io e molti
molti altri abbiamo perduto innumerevoli amici e parenti, morti sotto il giogo
nazista, uccisi intenzionalmente, vittime del genocidio. Tre milioni di ebrei in
Polonia, più di mezzo milione in Ungheria, molte decine o centinaia di migliaia
in Russia, Slovacchia, Francia, Belgio, Olanda e altre nazioni. Di solito si
cita la stima di sei milioni. Si può mettere in discussione questa cifra
effettiva, ma il crimine è stato terribile sia che i milioni (e sono stati
milioni) di vittime siano stati sei, sia che siano stati cinque o quattro. I
metodi di omicidio sono pure irrilevanti, che siano state camere a gas (e di
ciò vi sono stati testimoni oculari), plotoni di esecuzione o qualunque altra
cosa. Il male fu lo stesso. Sarebbe un affronto tremendo alla memoria di quelli
che perirono attenuare la tragedia in qualunque modo. In ogni caso, gli
insegnamenti e l'atteggiamento dell'ebraismo ortodosso vogliono che i colpevoli
di un crimine, benché totalmente responsabili delle loro azioni, non sarebbero
mai riusciti nella loro malvagia impresa se l'Onnipotente non lo avesse voluto.
Quindi, da questo punto di vista, la vittima o le vittime devono ovviamente
tentare di evitare il male; ma, se ciò risulta impossibile, allora devono
accettare il volere dell'Onnipotente. Secondo il nostro insegnamento, una parte
del decreto divino di esilio imposto su di noi stabilisce che non è compito del
popolo ebraico portare i nostri persecutori di fronte alla giustizia. Questo è
compito dell'Onnipotente. Nostro compito è solo accettare il volere
dell'Onnipotente e di sforzarci di migliorare noi stessi, eliminando dal nostro
comportamento le azioni che possono essere state la causa della nostra
sofferenza.
Non possiamo avere in alcun modo l'audacia, come è avvenuto, di tentare di
prevedere il volere dell'Onnipotente e presumere di essere capaci di prevenire l’eventualità
che una tale cosa accada di nuovo. Questo rappresenterebbe un'eresia. I
sionisti, con il loro superbo approccio secolare, si comportano in completa
opposizione a questa filosofia e osano dire MAI PIÙ. Hanno l'ardire di
pensare di poter impedire all'Onnipotente di ripetere l'Olocausto. Questa è
eresia. [...] Devo aggiungere che l'uso dell'Olocausto da parte dei sionisti,
per promuovere il loro stato settario, è il massimo dell'ipocrisia, quando si
pensa che i sionisti hanno sfruttato a loro vantaggio ogni fase dell'oppressione
nazista. Negli anni '30, quando la politica nazista mirava ad espellere gli
ebrei dalla Germania, è ben documentato come i sionisti abbiano cooperato
lavorando insieme (sì, insieme) alle autorità naziste per evacuare ebrei
«adatti» (cioè giovani pionieri in buona salute) dalla Germania alla
Palestina. Poi, durante la guerra, mentre gli omicidi erano in atto, è ancora
una volta ben documentato quale fosse il loro atteggiamento di insensibilità,
non impedendoli [tali omicidi], benché ne fossero in grado. Avevano bisogno
della sofferenza e delle morti per poter premere per il loro stato, quando la
guerra fosse finita. Finalmente, dopo la guerra hanno fatto diventare l'intera
questione dell'Olocausto, con la pietà e la compassione che evocava, quasi
un argomento di fede, per assicurarsi il più possibile l'acquisizione del loro
stato, affermando che il sionismo era lì per prevenire un altro Olocausto; in
realtà il sionismo ha sfruttato l'Olocausto per decenni. Poi hanno iniziato a
giustificare le loro atrocità contro i palestinesi per promuovere la loro
causa. [...]
Amici miei, voglio finire con una preghiera: che la causa profonda delle
lotte e della carneficina nel medio oriente, cioè lo stato chiamato
«Israele», venga totalmente e pacificamente dissolto. Che venga sostituito
da un regime che risponda pienamente alle aspirazioni dei palestinesi. Allora
gli arabi e gli ebrei potranno vivere insieme in pace, come è stato per secoli”.
Quanto precede è tratto da Un rabbino a Teheran (http://cronachedamileto.blogspot.com/).
La trascrizione originale del discorso di Aharon Cohen è leggibile nella pagina http://www.nkusa.org/activities/Speeches/2006Iran-ACohen.cfm.
Possono vedersi anche le pagine http://it.wikipedia.org/wiki/Neturei_Karta
e, per contro, http://www.masada2000.org/Neturei-Karta.html.
Riferendosi quasi esclusivamente al credente, il santo di Tagaste (l’odierna Suk Ahras; in arabo, ولاية سوق أهراس) mormora che “in questo deserto, come si soffre | in modi innumerevoli, | così si ha sete, | in modi innumerevoli" | d’una sola bevanda incorruttibile (Enarrationes in Psalmos, LXII, 6). Quasi esclusivamente al credente, perché solo il miscredente può far parte della pluto/tanatocrazia alla quale s’è accennato prima, combriccola di lestofanti conscia della drammaticità del distico per il quale “il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri | e avere il superfluo è avere l’altrui” (ivi, CXLVII, 12).* Conscia e strafottentesene, che glielo si ripeta in italiano o che glielo si dica in latino: “Superflua divitum, | necessaria sunt pauperum. | Res alienae possidentur, | cum superflua possidentur”.
* Sant’Agostino scrive in prosa, d’accordo. Ma la metrica, voluta o no, è ineccepibile; e spesso appare anche la rima, talvolta al mezzo. Solo prosa, e squallida prosa, è invece quella dei «lestofanti» suddetti, di quelli cioè “che hanno la parlantina sciolta”.
Conscia, strafottentesene, e suicida, perché “in modo
inesplicabile, | chi ama se stesso non ama né Dio, né se stesso; | chi ama
Dio, non amando se stesso, ama se stesso” (In Evangelium Ioannis tractatus,
CXXIII, 5). Il deserto, insomma, vomitato dal miscredente, finirà con l’inghiottire
il miscredente medesimo (e tutti noi, a nostra volta colpevoli). Non c’è
scampo perché costui, che oggi è al potere, “secum se trahit quocumque
fugerit” (ivi, XLI, 4), sia se stesso, cioè, che il deserto. Non c'è
scampo, ma la divina ironia vuole che proprio lui, il polverizzatore, è quello
che meno accetterà la nostra comune, ineluttabile, destinazione a polvere.
“La storia, in un certo senso, è nulla, perché parla del passato, di quello che non c'è più e che non potremo mai ricostruire. «Ohimé, dove sono i tesori dei grandi sovrani? Dove son finiti coloro per opera dei quali si sono manifestati i mondi nelle diverse ere cosmiche? E che fine han fatto i mondi stessi? Quelli d'un tempo sono svaniti. Molte nuove manifestazioni si sono verificate. Miriadi di divinità preposte a quelle manifestazioni si sono dissolte, e i re sono scomparsi come granelli di polvere» (Varaha Upanisad, III, 22-23 a). Al posto dei fatti ormai scomparsi abbiamo un elenco, di per sé privo di senso, delle evidenze rimaste di azioni dell'uomo e della natura: non abbiamo un faraone che comanda, ma le parole incise su una pietra che ci parlano di un faraone che comanda. Quando siamo di fronte alla storia più antica, le evidenze sono costituite da qualche frammento di vasellame o qualche riga di poesia. Quando siamo di fronte alla storia contemporanea, c'è un diluvio di miliardi di minuscole evidenze, e ogni singola evidenza è a sua volta un groviglio misterioso di interessi segreti, di falsi ricordi, di deliri e di vere e proprie menzogne, opere tutte del più perverso degli esseri animati, l'uomo. Eppure, su ciò che chiamiamo storia, costruiamo le frontiere, creiamo i precedenti che legittimano le nostre azioni, definiamo i buoni e i cattivi. Come nei disegni a puntini che si trovano sulla Settimana Enigmistica, gli esperti prendono le singole evidenze, o una piccola parte delle singole evidenze, e le collegano tra di loro, disegnando vari mostri più o meno fantastici, molto spesso inconciliabili tra di loro. Infatti, unendo i puntini in un certo modo, i puntini di una certa cultura ci rendono a piacere la figura di una prosperosa dea madre, o di un baffuto guerriero a cavallo, permettendoci di parlare di «matriarcato» o di «patriarcato»,* con relative conclusioni filosofiche sulla natura umana".
* "Marija Gimbutas, geniale - continua M.
Martinez in Granelli
di polvere, dal quale sono tratte anche le righe precedenti (cfr. http://kelebek.splinder.com/)
- e onesta ricercatrice, ha ricostruito un'intera
‘Vecchia Europa’, agricola, pacifica e matriarcale, che sarebbe stata
spazzata via dai «guerrieri della steppa». Poi arriva Timothy Taylor,
ricercatore altrettanto geniale e onesto, che, con gli stessi dati, crea una
nuova ‘Vecchia Europa’, dove la vita contadina impone rigorose divisioni dei
sessi, contrapposta a una cultura delle steppe dove donne guerriere combattono, libere, accanto agli uomini”.
È vero. Il grande algerino sorriderebbe, citando il suo trattato In epistolam
Ioannis ad parthos laddove (VII, 7), in previsione del moderno feticcio dei
«fatti», verga questo perfetto endecasillabo: “diversa ergo intentio,
diversa facta”. Ma la clamorosa fallacia di tante ricostruzioni storiche (in questo
caso, peraltro, limitata ad una sempre improbabile «condizione femminile» che
omogeneizza almeno il 50% dei componenti una società) non deve condurre al
relativismo del «quot homines tot sententiae» tanto caro a chi, con ciò,
intende solo inflazionare e svalutare, con le parole, la Parola. È questo il
caso, per esempio, di certa «critica storica» a carico della quale R.
Cantalamessa (in Inchieste moderne su Gesù di Nazareth, scaricabile dall’indirizzo
http://www.elledici.org/catechesi/studi/studi.php?ID=12627),
dopo aver deplorato “la cura posta nel raccogliere tutte le insinuazioni su
presunti legami omosessuali esistenti tra i discepoli, come pure tra Cristo
stesso e «il discepolo che egli amava» (ma non doveva essere innamorato della
Maddalena?)”, osserva che, sebbene sia “sempre esistita la tendenza a
rivestire Cristo dei panni della propria epoca o della propria ideologia, in
passato si faceva ricorso a, per quanto discutibili, cause serie e di grande
respiro (il Cristo idealista, socialista, rivoluzionario, ecc.), mentre la
nostra epoca, ossessionata dal sesso, non riesce a pensarlo che alle prese con
problemi sentimentali”.
Davvero, omnia immunda immundis (per quanto, più che dal sesso, la mentalità
moderna sembri attratta dall'inferiore, dal basso, dall'ignobile e dal brutto;
in parole plebee, dalla merda). E altrettanto fa, per quanto in modo meno
plateale, chi compie “un’operazione - prosegue il dotto frate -
assai sottile: ritardare il più possibile la data di composizione dei vangeli
canonici e avanzare il più possibile la data di composizione degli apocrifi, in
modo da poterli usare come valide fonti alternative ai primi [...]. Ma il punto
principale non è neppure quello della data, è quello dei contenuti dei vangeli
apocrifi, che dicono esattamente il contrario di quello per cui si invoca la
loro autorità. [Si avanza la tesi] di un Gesú pienamente inserito nell’ebraismo,
che non ha inteso innovare in nulla rispetto ad esso, ma i vangeli apocrifi
professano tutti, chi più chi meno, una rottura violenta con l’Antico
Testamento, facendo di Gesú il rivelatore di un Dio diverso e superiore. [...]
I vangeli apocrifi presentano un Gesú che è vero Dio, ma non vero uomo, avendo
rivestito solo l’apparenza di un corpo. [...] Per essi, ciò che fa difficoltà
non è la divinità di Cristo, ma la sua umanità. Si è disposti a seguire i
vangeli apocrifi su questo terreno?”.
Distinguiamo, insomma, la polverosa sabbia di Nag Hammadi dalle miserie di chi
ha il deserto al suo interno. A quest’ultimo può tornar utile una rapida
occhiata alle due mummie che concludono il foglio precedente, appartenenti ad un misterioso popolo andino scomparso meno di un millennio fa e
di cui ignoriamo perfino il nome (ma i cui alti e biondi esponenti erano detti
dagli inca chachapayas, o “abitanti delle nuvole”) e testimonianti
l'attualità del
passo dell’Upanishad «del Cinghiale» testé citato da M. Martinez. Circa i vangeli alternativi si rimanda all'indirizzo http://piccolozaccheo.splinder.com/tag/vangeli_gnostici
e, nel medesimo blog, a proposito dell'attrazione «posteriore» di cui sopra,
all'articolo Ancora Qumran: nuove ipotesi e ... nuove fonti.
Nella pagina Casa Sua si è suggerita l'equivalenza dei termini «economia» (o "cura della casa"), «cura dell'ambiente» e «cura del corpo». In questa chiave, la distruttività contemporanea a carico dell'ambiente e del corpo [altrui,* beninteso] assume nuovi connotati peccaminosi.
* Se invece si trattasse del proprio corpo tale distruttività, entro i limiti permessi dalla consapevolezza di esserne meri locatori (consapevolezza che, per un ispanofono, comporta un nuovo e più recondito significato della locuzione «SI LOCA»), conseguirebbe all'applicazione del distico "longa vita, nihil aliud | quam longa infirmitas" (Sermones, LXXX, 2).
Nella stessa pagina s'è accomunato l'ebreo [d'oggi] al massone [d'oggi] ed allo gnostico [d'oggi], perché il prefisso «pseudo» dovrebbe esser premesso a tutt'e tre, qualora le rispettive mire siano tutt'e tre indirizzate al mondano ed al terreno, anziché al celeste. La suddetta citazione di A. Cohen, al riguardo, è abbastanza eloquente. Un sedicente «iniziato», esemplare umano (troppo umano) di quell'esclusivismo che infetta qualsiasi associazione/conventicola/loggia/clan/lobby finalizzata ad un obiettivo materiale (foss'anche quest'ultimo la ricostruzione del Tempio di Salomone) è semplicemente un ateo. Il fine dell'iniziato vero non risiede nella di lui [presunta] divinizzazione, che in realtà si traduce in satanizzazione, ma nella divinizzazione di tutti, nessuno escluso. UT OMNES UNUM SINT, insomma. In termini agostiniani, "nolo salvus esse sine vobis" (Sermones, XVII, 2).
Sulla divinizzazione (o liberazione che sia,
comunque meno «democratica» della salvezza), i fugaci cenni del foglio
precedente hanno equamente irritato l'uno ed incuriosito l'altro dei due lettori
di questo trifoglio. Non aggiungeremo altro, perché amarum satis os est
(locuzione latina diventata, in pugliese, più scheletricamente, matassaru d’ossu),
nei riguardi del tormentone massonico-illuminista dell’«Uomo [rigorosamente
maiuscolo] che si fa Dio». Amarum satis os est, di nuovo, sia per il palese
orgoglio luciferino implicitovi che per la sottesavi latente truffa satanica: l’Uomo?
chi? Tizio, Caio o Sempronio? Scioglie il dubbio il poeta: "Quando ad un
noto cornuto fu chiesto il perché | del troppo imbellettarsi della moglie |
questi rispose «Embè? | La donna si trucca affinchè l’uomo abbia le voglie»".
Chiediamo piuttosto aiuto all'ipponate, autore sia di un
lapidario "Evangelium me terret" (Sermones, CCCXXXIX, 4) che di
un più enigmatico "Talis est quisque | qualis eius dilectio. Terram diligis?
| Terra eris. Deum diligis? | Quid dicam? Deus eris? Non audeo dicere ex me (In
epistolam Ioannis ad parthos tractatus, II, 14). Più enigmatico,
si diceva, ma
solo per invocare subito dopo le Scritture, più esattamente i Salmi (LXXXI,
6): “Siete dèi e figli dell’Altissimo”.
Tuttavia della questione non si dovrebbe parlare, se non per mettere a tacere
(come fa egregiamente L. Walt in http://piccolozaccheo.splinder.com/tag/cattolicesimo_e_massoneria)
chi ne parla a sproposito.
La gloria va solo a Dio, in excelsis; per noialtri, se bonae voluntatis, già la
pace in terra rappresenta un dono di valore inestimabile. Un dono ed un impegno,
perché "chi ama la pace | ama pure i nemici della pace" (due versi - Sermones,
357, 1 - che, per parafrasare ancora una volta, l'ultima, la pagina Casa
Sua, non è facile adottare nei confronti dello sciagurato omofono della
PAX santa, romana ed ecclesiastica).
Date queste premesse pacificanti, forse non è
il caso di preoccuparsi più di tanto della proliferazione di simboli massonici
(peraltro regolarmente fraintesi, quando non raffigurati ed interpretati al
contrario). Ai link proposti da L. Walt (sia quello suddetto che quello al non
strettamente antimassonico, ma in ogni caso notevole http://delvisibile.wordpress.com/2007/01/20/la-visione-della-fede)
ed al già altrove citato (e
raccapricciante) http://www.unavox.it/FruttiPostconcilio/SommFruttiConcilio.htm,
qui aggiungiamo Fatima: si dice quel che si può e Ancora su Fatima,
di D. Savino (cfr. http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1699¶metro=religione
e http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1707¶metro=religione),
due brani nei quali l'autore snocciola non poche perplessità, messe però a
tacere con una coraggiosa ammissione di "papismo non per virtù ma, ahimé,
per timore" (timore corroborato da una splendida battuta del cardinal Biffi
- ibidem - sul «Marito meridionale della Sposa del Signore»). Chi
scrive pensa altrettanto, anche nei confronti di Alessandro sesto e dell’altrettanto
sesto Paolo (cfr. il problematico Patti scellerati dei papi conciliari,
di D. Arai, in http://www.effedieffe.com/).
Comunque sia, "non esistono vescovi cattivi | perché, se cattivi, non
sono vescovi". A chi incalzasse, obiettando che "episcopus est, nam
sedet cathedra", con la consueta, pacata, ironia, il vescovo di Ippona
risponderebbe che "anche lo spaventapasseri sta nella vigna" (Sermones,
340/A, 6).
Per il simbolo massonico che precede queste osservazioni si rimanda alla pagina http://www.disinformazione.it/pentalfa.htm.
Dalla polvere del deserto alla polvere d’oro
(utilizzata prima del conio del dinar di cui s’è
detto nella pagina Sull’usura)
il passo è breve. Né ci si allontana dalle mire esclusivamente mondane di chi
cela il deserto al suo interno. Costui, l’avaro avido che ieri accumulava
moneta sonante e l’altro ieri capi di bestiame (in latino, capita),
oggi dispone di un capitale fittizio, ma non perciò inefficace, e virtuale, ma
non perciò inoffensivo. Da quando “ogni singolo stato - afferma P. Sensini in
Esiste ancora il denaro? (cfr. http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2947)
- si trova nell’impossibilità di sanare il debito contratto dall’erario; la
stabilità e la ricchezza si fondano su un medesimo patto scellerato che lega i
sudditi ai tiranni indissolubilmente, il patto di fingere che lo spettacolo del
valore del denaro costituisca un valore reale, il patto che l’oro esista anche
se tutti sanno che non c’è”.
Continuiamo con il suddetto saggio di P. Sensini, utile a concludere il tema
della desertificazione del mondo moderno e della polverizzazione dello svaporato
esemplare umano contemporaneo, evanescente come il cammello dell’illustrazione
soprastante. La pregnante tesi del saggio in questione è riassumibile in questi
termini: come la rarefazione dell’oro ha comportato, lungo l’intero
millennio medioevale, la fissazione alla terra sia nel singolo che nel
collettivo, così la smaterializzazione della moneta cartacea, a sua volta
volatilizzazione della moneta aurea ed argentea, decreta la virtualizzazione
(che non comporta alcuna virtuosizzazione) sia del singolo che del collettivo.
Due negazioni (la prima dell’oro e la seconda della negazione dell’oro, sul
che si veda anche la pagina dedicata) affermano,
insomma, l’auri sacra (“esecranda”) fames.
“Il proposito di creare una moneta mondiale determinò una
esportazione notevole di oro e argento che fu una delle cause della crisi
monetaria del II secolo dopo Cristo. Fu così che gli «imperatori soldati»,
successori dei Severi, si trovarono nella necessità di adottare tutti gli
artificî possibili e immaginabili, pur di surrogare i metalli preziosi che
andavano sempre più rarefacendosi sui territorî dell’impero. Ma, nonostante
ciò, la crisi proruppe in tutta la sua devastante violenza con l’imperatore
Valeriano I e soprattutto con suo figlio Gallieno, in quanto l’importazione
notevole di beni di lusso dalle Indie, dall’Arabia e da altri paesi, come ad
esempio l’ambra dalla Germania, superò l’esportazione verso quei paesi in
modo assai consistente. Ebbe così inizio un’èra di sfrenata inflazione, con
una dilatazione monetaria illimitata e una coniazione a getto continuo di miliarenses
di rame, utilizzati soprattutto per pagare il «soldo» alle truppe, ultima
risorsa ormai di un organismo un tempo straordinariamente potente, ma ora
intaccato nelle sue funzioni più vitali. Scomparsa la fiducia nella moneta, la
capacità d’acquisto del denaro crollò rapidamente, segnando in maniera
definitiva le già pencolanti sorti dell’impero. Sulla base di molteplici
elementi si è accertato che, pur tenendo conto dell’estrazione di metallo
aureo, il deflusso di metalli preziosi dal tempo di Augusto sino alla metà del
III secolo d.C. fu di quattro quinti di oro e due terzi di argento delle
giacenze originarie. In buona sostanza bimetallismo e supervalutazione del rame,
tentativi politici di creare una valuta universale e una bilancia commerciale
cronicamente passiva sortirono come risultato la sparizione di pressoché l’intero
stock di metallo prezioso. Tutto ciò, unitamente allo sfaldamento dell’impero
e al regresso dei traffici, alla distruzione del «principio di legittimità»
incarnato dal Senato romano ad opera di Settimio Severo, al decremento
complessivo della popolazione e al crollo degli standard di vita generali,
furono le ragioni del tracollo monetario e del conseguente caos inflazionistico
che prostrò le residue forze che allignavano nell’impero. La svalutazione del
denaro ebbe inoltre come conseguenza che i paesi limitrofi deviassero i loro
traffici dall’agonizzante impero, con un vertiginoso rincaro dei prezzi.
Come puntualmente documentato dagli eventi, nonché dalla letteratura dell’epoca,
l’erosione continua del valore del medio circolante determinò un progressivo
ritorno al baratto, e il denaro tesaurizzato fece capolino qua e là solo
fugacemente per permettere ai detentori di procurarsi i mezzi di sostentamento.
A suffragio di quest’ipotesi, apprendiamo da un papiro dell’epoca che sin
dal 250 d.C. le città erano sempre più spopolate e impoverite. Roma, che all’apice
della sua potenza era un agglomerato di circa un milione e mezzo di abitanti,
riduceva ora la sua popolazione a poche migliaia di unità. Segno che qualcosa
di molto grave era nel frattempo avvenuto. L’oro e l’argento erano
scomparsi, la prosperità e i patrimoni formatisi nei tempi precedenti si erano
volatilizzati. Una terribile carestia, poi, fu la conseguenza logica o piuttosto
l’espressione della tragica situazione che era venuta a determinarsi.
In questo «nuovo» panorama sociale, fiorirono con sempre più frequenza i
cosiddetti obærati, gli indebitati e rovinati che, non difesi più dalla
lex romana, cadevano nella soggezione politica dei loro creditori. Si apriva in
altri termini l’epoca in cui ogni cittadino che si trovasse in questa
condizione veniva di fatto inchiodato al suolo e si trasformava in un membrum
della terra. Diveniva cioè servus glebæ. E, come tutti i servi
della gleba del X secolo, doveva fornire prestazioni in natura, servizî e
corvées. La sua libertà formale, da questo punto di vista, era una
sopravvivenza giuridica di un’epoca ormai remota, un attributo divenuto
totalmente svuotato di senso. È quello che comunemente si usa per descrivere il
periodo di tempo definito come «medioevo», ma che forse sarebbe più
appropriato chiamare ‘feudalesimo’, poiché già dal II-III secolo d.C. sono
presenti tutti quegli «ingredienti» che saranno individuati come tali dagli
storici solo molto posteriormente.
Durante tutta questa sequenza storico-sociale durata circa nove secoli, in
assenza di mercato – e quindi della moneta – il pagamento della terra ceduta
al lavoratore veniva fatto, come si è detto, in servizî; ma questi dovevano
essere espletati sul luogo di produzione: ecco allora che il lavoratore non
poteva più andarsene e si trovava legato al suolo «æternitatis iure». Si era
così consolidato un potere unico sugli uni e sugli altri compenetrati insieme.
«Il servo – nota a questo proposito Bruno Rizzi – è il cardine morfologico
della società feudale, esiste dovunque, mentre il dirigente può essere un
vassallo, un burocrate, un quirita, un patrono o il capoccia di una tribù, per
esempio lo sceicco […]. Il potere feudale, ossia la signoria dei dirigenti sui
mezzi di produzione e sui lavoratori, forma la base di tutto l’apparato
giuridico. Il legame di coesione sociale d’ordine politico è il cemento di
tutte le società feudali». Per questo «nella società feudale scompare tutto
quello che ha attinenza al pubblico appunto perché il cittadino non esiste
più».
[...] Naturalmente la forma di denaro rappresentava, in quanto a sua volta merce
ed equivalente generale, il corrispettivo di un metallo prezioso che ne
garantiva il valore. Da questo punto di vista un fatto economico assai rilevante
di quest’epoca è l’arrivo in Europa, proveniente dall’America, di una
grande quantità di altra merce, l’oro e l’argento. 100 milioni di franchi
in oro e 200 milioni in argento: queste, pare, le masse monetarie penetrate in
Europa dal 1533 al 1568. Per cui l’abbondanza della moneta, l’attività
commerciale e le variazioni dei prezzi resero possibili la formazione di alcune
immense ricchezze che dettero a certe famiglie borghesi un straordinaria
potenza.
A partire dalla seconda metà del XVI secolo, inoltre, si impose una novità
assai importante: l’introduzione della banconota. Questa ricevuta, di cui il
più antico esemplare conosciuto è del 1564, venne in seguito rilasciata a
chiunque ne facesse richiesta e assunse allora il nome di «fede di credito».
Coperto e garantito dal metallo prezioso, il biglietto del banco, che non è
altro che il simbolo del valore contenuto nel metallo prezioso, può circolare
come moneta – da cui la banca ricava un beneficio – proprio come se fosse
esso stesso oro o argento. La logica prosecuzione alla creazione di un mezzo di
scambio diventa pertanto lo sviluppo di un sistema bancario e l’emissione di
titoli di credito (banconote e assegni) in grado di sostituire l’oro. Occorre
solo che la moneta di carta sia convertibile nel metallo prezioso, e se lo Stato
garantisce i biglietti così emessi si dice che essi hanno «corso legale».
Questo, in maniera succinta, è il meccanismo di fondo su cui farà aggio tutto
il susseguente processo di valorizzazione capitalistica.
Tale «politica economica» raggiunse il suo momento culminante il 15 agosto
1971, quando il presidente degli Stati Uniti d’America, l’avvocato Richard
Nixon, decretò l’inconvertibilità del dollaro in oro ponendo così fine al
sistema del Gold exchange standard ratificato con gli accordi di Bretton
Woods il 22 luglio 1944.* In questo quadro il dollaro si era imposto come l’arbitro
del sistema monetario internazionale, fissando, con 45 paesi presto saliti a
oltre 150, un nuovo equilibrio di cambi che poggiava sulla piena convertibilità
della rappresentazione teatrale della moneta sulla scena internazionale. Gli
Stati Uniti assumevano così un ruolo d’impresario e garantivano che l’oro
ideale rappresentato dal dollaro poteva in qualunque momento divenire oro reale.
Mettendo bruscamente fine a questo trend, bisognava ora aver fiducia nella
rappresentazione scenica senza più mediazione alcuna, l’oro non esisteva, lo
spettacolo doveva divenire realtà perché così comandava l’impresario. Del
resto nessuno era in grado di chiedere ed ottenere il fallimento degli Stati
Uniti d’America, non solo per carenza di armi idonee, ma anche perché ormai
le riserve di tutte le nazioni si fondavano sulla medesima finzione. [...] Che
cosa garantisce un «segno cartaceo» in circolazione che non ha più come
contropartita immediata la sua realizzabilità in un certo peso di metallo
pregiato? Non vi è che una sola risposta: la produzione. Finché sono
reperibili merci sul mercato, esse garantiscono quei segni monetari che teniamo
in tasca. Se mancano i prodotti, invece, li possiamo anche buttare perché non
valgono nulla (non essendovi più in contropartita il metallo prezioso).
* Gli Stati Uniti avevano abbandonato il regime aureo già nel 1933. Il Gold Reserve Act del 1934 aveva conferito al Tesoro americano la proprietà dell’intero tesoro esistente nelle banche della Federal Reserve. Tutte le monete d’oro in circolazione furono ritirate e il loro possesso da parte degli individui dichiarato illegale. Nel 1934 gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia misero a punto il regime del cambio in oro (Gold exchange standard), in base al quale regolavano in oro le operazioni finanziarie internazionali mentre svolgevano secondo i propri bisogni le politiche monetarie interne.
Dire però che questa tipologia economica rappresenti un’autentica
novità non è del tutto esatto. Infatti uno scenario come quello testé
descritto si era già manifestato altrove. Mi riferisco a ciò che era già
avvenuto in Russia con il rublo che, com’è noto, non si poteva cambiare in
oro e non aveva corso in occidente; era cioè una «moneta di conto» o un buono
di consumo che serviva puramente alla distribuzione dei prodotti senza possedere
un valore intrinseco. Ad onor del vero, tuttavia, va anche detto che già
durante la «Grande Depressione» il presidente Roosevelt si era reso conto
«che quanto si sta facendo negli Stati Uniti sono in parte le stesse cose che
si stanno facendo in Russia come pure alcune cose che si stanno facendo nella
Germania di Hitler. La differenza è che gli Stati Uniti le fanno in modo
ordinato». Ma, a parte l’elemento dell’«ordine», si abbozzavano già
distintamente gli elementi che facevano intravvedere molte caratteristiche in
comune; caratteristiche che si possono combinare insieme per formare nuovi
sistemi misti.
In conclusione proviamo allora a trarre un provvisorio bilancio su quanto accade
attorno a noi. Qual è oggi l’elemento più rilevante nella nostra esperienza
quotidiana col denaro? Direi la sua quasi avvenuta «evaporazione», riferendomi
con tale espressione alla sua consistenza fisica, palpabile, concreta. Ormai il
denaro in circolazione viene utilizzato prevalentemente per le spese minute come
l’acquisto del giornale in edicola, per pagare un caffè al bar o a spesucole
di questo genere. Per il resto il nostro fabbisogno complessivo viene coperto
per la quasi totalità da «denaro virtuale». Si stima infatti che circa l’85
per cento del denaro esistente e circolante al mondo non è denaro vero, emesso
da Banche Centrali, ma denaro creditizio, ossia aperture di credito e
disponibilità di spesa create dal nulla dalle banche commerciali, le quali,
attraverso questa creazione continua di nuovo denaro creditizio, si impossessano
di quote crescenti del potere d’acquisto complessivo della popolazione
mondiale.
Potremmo dunque riferirci a questa «nuova forma» del denaro come a qualcosa di
molto prossimo a una specie di «buono di consumo», in quanto esso ha perduto
la sua caratteristica funzione di anonimato per divenire un’entità che
vincola ciascun individuo inderogabilmente alla propria consistenza bancaria.
Una sorta di nuovo «principio di individuazione» sulla base delle proprie
possibilità di accesso al consumo. Per cui il diffondersi sempre più intrusivo
di tali buoni quali effettivi mezzi di rimunerazione e la sincronica
disseminazione di carte di credito, bancomat e tessere varie come ultimi
ritrovati in fatto di transazioni economiche, incarnano una consolidata deriva
alla «rappresentazione scenica» del denaro il cui significato non dovrebbe
sfuggire a tutti coloro che sono interessati a cogliere l’essenziale dello
status quo. E tutto ciò senza omettere il circuito integrato fatto di rate,
mutui, fidi, leasing, servizî alla persona, servizio civile, servitù
temporanee, staff leasing, ipoteche sulla casa, indebitamenti bancari, eccetera
eccetera.* [...] Contrariamente a quanto viene oggi declamato dai laudatori
delle innumerevoli possibilità del «lavoro interattivo» disponibile on the
market, si può infatti essere servi di Stato con un computer in mano invece
che con la zappa di feudale memoria, ma si è pur sempre servi. Infatti ciò che
si profila con sempre più nettezza davanti ai nostri occhi è una sorta di
prototipo del «cittadino ideale»; un individuo perfettamente manovrabile,
privo di capacità di opposizione, di resistenza e sprovvisto di alcun senso di
consapevolezza, l’esatto contrario della tanto sbandierata imprenditoria
«neoliberista» del nostro tempo. Gli si possono aumentare a fisarmonica i
bisogni, i costi dei servizî e dei beni essenziali, i debiti e le tasse. Lo si
può far lavorare e vivere sempre più per un altro e sempre meno per se stesso,
lo si può anche defraudare dei suoi risparmi: tutto questo con l’appoggio
degli apparati mediatici e delle istituzioni al gran completo.
* Il sempre crescente processo di indebitamento bancario che si sta registrando un po’ ovunque nel mondo è, in buona sostanza, l’applicazione ai privati della «trappola debitoria» ampiamente praticata agli Stati del Terzo Mondo: se non possono pagare il debito, la banca offre di aprire un nuovo credito, su cui pagheranno gli interessi cumulati del primo e secondo. E così via... Per i nuovi usurai è questo il cliens ideale: quello che lavora tutta la vita per arricchire loro. Infatti solo negli Stati Uniti i profitti delle banche su questo business sono cresciuti del 163 per cento in 8 anni. I privati americani, nel complesso, sono in rosso sulle carte di credito per 800 miliardi di dollari, cifra pari a quasi una volta e mezzo il
PIL della Cina. E questo debito è aumentato del 34 per cento negli ultimi anni raggiungendo i 103.400 dollari in media a famiglia tra il 2001 e il 2004. Ecco perché le grandi banche estere ardono dal desiderio di impiantarsi anche in Italia. Ora che la maggior parte dei lavoratori stringe la cinghia già alla fine della seconda settimana, si vuol far diventare anche loro degli allegri peones”.A mo’ di chiusa definitiva, a questo foglio non può mancare un ultimo, sebbene equivoco, richiamo magrebino (laddove il tornese era la moneta d’oro sonante, borbonica come la prima ferrovia della penisola e come la prima «alfabetizzazione di massa» - cfr. la pagina Sull'usura - degli italiani):
“e venèttero ‘e turinese,
se pigliàjeno le turnese
e ‘nce dèttero pe’ surpresa
la muneta cartaginesa”.
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