|

|
Esiste una contrada in terra asìna dove gli abitanti possiedono un spirito di appartenenza particolarmente tenace e che, da sempre, cercano caparbiamente di salvaguardare la propria identità. Con l'aiuto di una serie di brevi racconti, scritti da Anna Ines Zannier, abbiamo cercato di ricostruire uno spaccato di vita di Celant di Vît e dei suoi "Celantins", dando così un piccolo contributo nel recupero e nella diffusione di ricordi molto intensi ma contemporaneamente anche molto fragili, se non adeguatamente e costantemente rinverditi. |
|

1973. Santa Messa nell'erigenda Chiesetta di Santa Rita (clicca per ingrandire). |
FESTA DI CELANTE
D’estate la vita di nuovo pulsa anche nelle borgate più sperdute, che durante l’anno restano quasi spopolate e silenziose. Celante di Vito d’Asio è una di queste e nella bella stagione si risveglia come d’incanto dal lungo sonno: rumori di passi sui sentieri che attraversano il paese, voci di bambini che giocano e di adulti che discutono riportano la vita, come quella di tanti anni fa. La prima domenica d’agosto c’è poi la vera e propria "fiesta di Celant", che inizia con la Santa Messa nella Chiesetta di Santa Rita alle ore 18.30. Seguono giochi per i più piccoli, un brindisi per tutti i presenti e varie gradite sorprese. Questo incontro tra compaesani, turisti ed emigranti, in mezzo al verde di una natura in cui la mano dell’uomo appare ancora discreta, è di quelli che aiutano a rimettersi in pace con se stessi, in sintonia con gli altri e ad apprezzare il gusto della vita nella pienezza del suo significato. |
|

La ancona dedicata alla Madonna della Salute, situata all'inizio della mulattiera per Vito (clicca per ingrandire). |
A TE, MADONNA DELLA SALUTE
Voglio dedicare a Te, Madonnina della Salute, qualche brano di vita passata del mio paese perché resti come ricordo e si tramandi alle generazioni future.
Madonnina, la Tua immagine è rinchiusa nella piccola ancona di Celant da oltre un secolo e sei stata testimone di tutti gli avvenimenti della mia borgata. Ogni passante sostava un attimo per una preghiera o per un segno di riverenza e alcune monetine cadevano nella cassetta delle elemosine, poche perché poche erano. Tu hai visto passare alle prime luci dell’alba tante persone dirette alle stalle per il governo del bestiame, con ai piedi pesanti zoccoli che sotto avevano i "glacins" per evitare di scivolare. Passavano i villici carichi di fieno o di frutta varia o di legname, tutto portato a spalla; passava il postino per recarci le notizie belle e talvolta brutte della vita dei nostri cari sparsi per il mondo. Hai abbracciato con il tuo sguardo coloro che la domenica si recavano alla Santa Messa a Vito d’Asio, i piccoli nati portati al Battesimo, giovani sposi, bambini nel giorno del loro primo incontro con Gesù. Sotto la Tua immagine passavano anche i nostri defunti, portati a spalla dagli uomini del luogo; con questo atto di amore partivano per un viaggio senza ritorno. Ai Tuoi piedi il torrente Pontaiba faceva sentire correndo il suo allegro mormorio, che sembrava un canto rigeneratore da tutte le fatiche sopportate per la propria terra. Mi rivedo bambina, di quarta e quinta elementare, passare davanti a Te ogni giorno insieme a tanti compagni, diretta a piedi alla scuola elementare "da las Glerias", col vento, con la pioggia, con la neve; per merenda portavo una mela e un pezzo di pane secco. Non posso dimenticare i tre giorni di maggio dedicati alle Rogazioni: preghiere per le campagne, canti che risuonavano dovunque; poi c’era la benedizione e tutti raccoglievano i fiori benedetti per bruciarli durante i temporali estivi, allo scopo di scongiurare il cattivo tempo. Il mese di maggio Tu ascoltavi la recita del Santo Rosario tra il profumo delle rose e del fieno appena tagliato. Tornando alle proprie abitazioni, qualche sguardo, qualche mano intrecciata erano promesse di un amore in boccio, santificato dopo qualche tempo dal matrimonio. Madonnina, sono rinchiusi per sempre nel Tuo cuore questi dolci ricordi. Salve, Madonnina di Celante. Davanti alla Tua santa immagine nel silenzio di stasera, mi pare di cogliere sul Tuo volto un sorriso. Sia questo sorriso ad aprirmi e ad aprirci un giorno le porte del Cielo. |
|

Un "pâr di šcarpez" realizzati da Anna Ines Zannier (clicca per ingrandire). |
I ŠCARPEZ
I šcarpez sono la calzatura tipica del Friuli. Il taglio del velluto è fatto a mano su degli stampi di carta; la cucitura sulla suola richiede tempo e fatica in quanto eseguita punto per punto con l’ago. Tanta fatica è ricompensata dal fatto che si ottiene in questo modo una calzatura eccezionale per gli spostamenti sui terreni in pendio (come sono per lo più i nostri), in quanto permette al piede di compiere agevolmente tutti i movimenti necessari per mantenere l’equilibrio e nel contempo lo protegge e lo ripara. Una volta i nostri "šcarpez" accompagnavano sempre - accuratamente riposti nella valigia - gli emigranti e costituivano un caro ricordo del paese d’origine. Essi sono ancora oggi il simbolo del Friuli contadino, rustico, attaccato alla terra e alle tradizioni dei padri. |
|

|
L’ANTICO LAVATOIO DI CELANTE (PO Č)
Il vecchio lavatoio di Celante si trova ai piedi della collina sulla quale è stata costruita la borgata, in luogo detto appunto "Pié dal Cuel". Il "poč" rimane il simbolo delle tante fatiche sopportate dalle donne celantine per risciacquare il bucato, dopo aver lavato i panni nella "lišiva", cioè in acqua bollente e cenere. Il luogo, ora silenzioso e deserto, risuonava un tempo delle voci di queste "lavandare", che mentre svolgevano il loro lavoro si raccontavano i fatti della vita: il bambino che non voleva saperne di andare a scuola, la suocera che insisteva per dire la sua in tutte le faccende, il marito che da un po’ di tempo non dava notizie dall’estero, dove era andato per guadagnare un pezzo di pane per sé e per la propria famiglia... Pare quasi di risentirle queste voci, ora flebili, ora concitate, ora pacate e rassegnate, che talvolta si scioglievano in un canto, cui faceva da sottofondo il battere ritmico delle lenzuola di canapa sulla pietra levigata dal lavoro degli scalpellini. Ora solo una voce si leva sul silenzio: quella antica e maestosa del torrente Pontaiba, che scorre nei pressi e che pare aver risucchiato e condensato nelle sue acque che si frangono sui sassi e su spuntoni di roccia i suoni di quelle voci e di quei canti. Riemergono nella memoria, come un paesaggio dalle vaporose nebbie del mattino, le file di donne che tornavano verso il paese con la biancheria risciacquata riposta nel "coš", quello di vimini bianchi, perché privati della corteccia al momento della raccolta; riemergono e si rituffano nella nebbia queste file che salivano per l’erta scoscesa della collina. Ora tutto è passato; la girandola vorticosa della vita ha disperso per il mondo le persone, ha ridotto il paese al silenzio, silenzio che si fa ancora più pungente in quest’autunno in cui scrivo, quasi un presagio dell’inverno che verrà. Cosi richiudo il grande libro della storia e delle storie del nostro amato Celante, che continua a vivere nella memoria e nei cuori dei suoi figli. |