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Ashley Hutchings: Street Cries
La casa discografica, diretta oggi da Tony Engle, in tutto questo periodo ha pubblicato autentiche pietre miliari nella discografia folk, e l’album scelto per dare l’inizio alla collaborazione è tipicamente nello “stile-Topic”: una geniale idea di base affidata a fior di musicisti, con un booklet particolarmente ricco e curato che spiega e commenta le varie scelte musicali. Stiamo parlando di un vero disco-capolavoro, dello splendido Street Cries ad opera di uno dei grandi della scena folk inglese da oltre trenta anni, quell’Ashley Hutchings che ha legato il proprio nome a gruppi storici del folk britannico come i Fairport Convention, gli Steeleye Span e la Albion Country Band. Ma tutto ciò appartiene al passato, e molte pagine sarebbero necessarie per narrare la biografia artistica di Ashley Hutchings: andiamo direttamente ad esaminare questo Street Cries, album che ha ricevuto entusiastici commenti dalla critica anglosassone. Iniziamo dal titolo: Street Cries, il cui chilometrico sottotitolo, tradotto in italiano, suona pressappoco così: “una raccolta di oscure canzoni tradizionali rivisitate alla luce dei tempi moderni ad opera di Ashley Hutchings e cantate da: Coope, Boyes & Simpson; Steve Knightley; Cara Dillon; Dick Gaughan; Helen Watson; Vin Garbutt; Judy Dunlop; Dave Burland; Kathryn Roberts & Equation; John Tams; June Tabor; Pete Morton; Nesreen Shah”. Si tratta quindi di un album “a tema” che nasce da alcune esperienze di Hutchings, e che si avvale di tutti i musicisti sopra citati. L’idea di base è semplice: “riscrivere” alcune tra le più importanti canzoni tradizionali, riadattandone i testi alla realtà sociale del ventunesimo secolo. Il motivo di ciò? È chiaramente spiegato nelle note di copertina, a firma dello stesso Hutchings. Ashley ci racconta che il primo spunto di ispirazione per una tale operazione furono alcune sue riflessioni sul film “West Side Story”: come è a tutti noto, si tratta della trasposizione della storia di Romeo e Giulietta nella New York degli anni ’50. Altri esempi simili vengono citati da Hutchings nella genesi mentale di questo disco: Bob Dylan che canta versioni “nuove” di vecchi classici della tradizione come “Lord Franklin” o “Farewell To Tarwathie”, e addirittura il film “La Donna del Tenente Francese”, a detta di Hutchings un continuo oscillare tra l’Inghilterra vittoriana e quella dei nostri giorni. Alla fine degli anni ’80 venne
fondato da Ashley, assieme a Roger Watson, il progetto Public Domain, nato con
lo scopo Il buon Ashley decide quindi di riscrivere completamente i testi di queste canzoni, cercando di mantenerne lo spirito originale ma riadattandolo ai tempi moderni ed al modo di esprimersi dei giovani di oggi, senz’altro più scarno e diretto rispetto a quello delle versioni originali. Nasce così questo album, per il quale Hutchings si fa affiancare dai musicisti sopra citati, e il risultato è assolutamente straordinario: Street Cries è disco interessante e godibilissimo, al punto che la critica britannica si esprime in termini iperbolici: “L’opera più significativa di Ashley Hutchings dai tempi di Morris On” (BBC Radio 2); “…le gemme di quest’album sono troppe per citarle tutte…” (Folk North West); “Hutchings è riuscito a compiere un’eccellente opera di conversione, pur mantenendo l’essenza delle ballad originali. Un esperimento affascinante, portato avanti con passione ed attenzione”. (Folk Roots). Ed in effetti questa ultima frase riassume perfettamente le nostre stesse sensazioni a proposito di Street Cries. Il rischio di una operazione di questo genere è infatti di snaturare l’essenza di queste canzoni, ma l’indiscutibile maestria di uno dei massimi esperti di musica tradizionale riesce non solo a scongiurare questo pericolo, ma anche, se possibile, a valorizzare ancora di più queste melodie senza tempo grazie ad un aggiornamento dei testi relativo a problematiche sociali tipiche dei nostri giorni: così la protagonista della famosissima “My Bonny Boy” (splendida l’interpretazione di Cara Dillon!) diventa una ragazza madre costretta dalla famiglia a sposare il giovane partner, che morirà di overdose, e altre tematiche affrontate in queste riedizioni sono la violenza delle gang giovanili, alcuni infelici aspetti della realtà sociale dell’Inghilterra del nord, e così via.
Street Cries viene presentato ai lettori di Keltika con una delle tracce, o se preferite degli esperimenti, meglio riusciti: la vecchia, tradizionale “Henry Martin” diventa per l’occasione “Young Henry Martin” e tratta una triste storia di ladri di macchine, con il giovane Henry Martin che muore nel tentativo di scappare alla polizia, a bordo di una “big Honda racer”. Il tutto affidato alla rude voce di Dick Gaughan, come sempre splendida per espressività, accompagnata esclusivamente dal percussivo suono della sua chitarra acustica. Un ultimo, doveroso cenno alla qualità del booklet che accompagna l’album, tipicamente in stile-Topic per quanto riguarda gusto, eleganza e completezza: di ciascuna delle dodici canzoni che compongono l’album è infatti riportato il testo originale e quello relativo alla “nuova versione”. Ulteriori informazioni su Street Cries, che è distribuito in Italia dalla I.R.D., sono reperibili presso il sito ufficiale della Topic Records: www.topicrecords.co.uk
Testo di Alfredo De Pietra Ashley Hutchings - Street Cries Topic Records TSCD535 Copyright © New Sounds 2000
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