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| Le tradizioni del mio paese |
LA RELIGIOSITÀ POPOLARE
In conformità ad una documentazione troppo scarsa, basata a volte sulla tradizione orale e su scritti inediti, mi sforzerò di presentare la realtà locale del passato, caratterizzata, sul piano economico, dal predominio schiacciante del settore agricolo.
I secoli XVIII e XIX hanno assistito a profonde trasformazioni dell’agricoltura del territorio, basti pensare a quel processo di “caccia alla terra”, che, iniziatosi nel secondo ‘700, ha portato alla nascita della piccola e media proprietà contadina. Non va nemmeno dimenticato il passaggio, avvenuto nel secondo ottocento, dalla cereali-coltura alla viticoltura.
La compagine sociale ha risentito notevolmente di questo modificarsi del tessuto economico principale, presentando, a fronte della massa di braccianti e contadini, l’emergere di un nucleo di piccola e media borghesia agraria, di cui la figura più conosciuta è stata quella del massaro di campo .
Di fronte alle difficoltà, alle previsioni, alla lotta per la sopravvivenza, al rischio continuo di malattie letali, i contadini hanno elaborato concezioni e modi di vita propri, che apparivano antitetici o quanto meno differenti da quelli dei ceti egemoni. Essi hanno dato vita ad una propria cultura, che, con il passare del tempo, si è manifestata in cultura religiosa.
La vita, così, è coinvolta e contaminata dal divino in ogni suo momento dalla nascita alla morte.
Nella famiglia contadina, in particolare, ma anche nei ceti medi ed agiati, il Santo è uno di casa, sempre presente su ogni parete e sempre disponibile ad ascoltare l’invocazione di chi si rivolge a lui. Dagli altarini situati in un angolo, dalle “campane di vetro” poste sul “comò”, i santi protettori seguono le vicende giornaliere dei loro devoti.
Davanti a queste immagini, ancora agli inizi del nostro secolo, la famiglia, la sera, era solita riunirsi per recitare il Santo Rosario.
Il capofamiglia intonava:
- E vun milia vòte
e lu duràm(o) lu Sacrament(o),
Gesù Sacramentàt(o),
bella Marije, senza peccat(o).
E tutti gli altri, compreso i bambini, anche se stanchi e assonnati, dovevano rispondere:
- Gesù benégne e misarère o’ me,
lu Redentore de lu monde
e lu figlij de Marie .
E il capofamiglia:
E duje milia vòte... E tre milia vòte...
E così fino a dieci.
Non sono solo questi i comportamenti dei nostri contadini. Pregavano i Santi, Gesù e la Madonna, ma nello stesso tempo portavano bambini spaventati, o bambini che avevano mal di pancia, mal di capo, mal di reni o i “vermini” da vecchiette in grado di eliminare tali malanni , mediante gesti rituali e recitando sottovoce alcune frasi misteriose, tenute gelosamente segrete e trasmesse solo a qualcuno la notte di Natale.
Per esempio eliminavano i “vermini”, tagliando in un piattello, nel quale si facevano cadere poche gocce d’olio d’oliva, un filo di cotone bianco in piccoli pezzi. Anche lo spavento, “lu sckante”, si eliminava mediante gesti rituali.
Quando scoppiava un forte temporale, la gente si segnava con il pollice in su la fronte e le labbra in segno di croce e si pronunciavano le parole “Santa Barbara mija”.
Vi era, da parte di qualcuno, una devozione particolare verso questo o quel santo, tanto che si cercava d’onorarlo nel migliore dei modi, chiedendo licenza al parroco di poter solennizzare, per sua particolare devozione, la novena o il triduo, il panegirico, la messa cantata...
Questa devozione non si estrinsecava soltanto in forme private di culto, ma anche e soprattutto, tramite manifestazioni pubbliche, che confermavano il carattere “esteriore” del cristianesimo meridionale.
Diverse erano le associazioni religiose, legate a questa o a quella pratica pia. Lo spirito d’associazione è stato sempre vivissimo nel nostro paese.
Ben due confraternite religiose maschili e femminili piuttosto numerose, sorte a scopo religioso-filantropico, hanno caratterizzato il nostro ambiente.
La loro finalità è stata sempre eminentemente religiosa: pratiche di culto, celebrazione delle feste dei Santi Patroni, opere di carità, qualche volta di mutuo soccorso tra i confratelli. Lo statuto era quello della regione beneventana, riveduto il 1° gennaio 1940.
Le confraternite in gran parte vivono tuttora e compaiono per le strade delle città in occasione di solenni processioni, di accompagnamenti funebri e rappresentano forme associative venerabili .
A Poggio Imperiale con autorizzazione governativa del 1828 fu costituita la confraternita del SS. Cuore di Gesù a scopo religioso - filantropico ed ebbe la sua sede provvisoria nella Chiesa di San Placido M.
Essa era composta di consorelle e confratelli. Questi ultimi indossavano un camice bianco, legato da un cingolo rosso e sulle spalle la “mozzetta” dello stesso colore, orlata di frastaglio argentato.
L’autorizzazione governativa riguardava anche la questua delle pie oblazioni per la stessa congrega, per l’aiuto ai bisognosi e per la costruzione di una nuova chiesa da intitolare al nome della confraternita.
Dopo dieci anni dalla sua istituzione, le pie oblazioni divennero sempre più cospicue. Fu costruita la chiesa del SS. Cuore di Gesù e nel 1838 fu aperta al culto.
Le rendite che la confraternita contava e che accresceva il fondo del Pio Istituto, erano formate da lasciti in beni immobiliari di case e terreni e da costituzioni dotali di denaro.
Le consorelle e i confratelli, che variavano dalle 70 alle 80 unità, si autotassavano per accrescere il fondo dell’Istituto.
L’amministrazione era controllata dagli organi religiosi e di governo. Ogni due anni si eleggeva un Consiglio, che a sua volta tra gli eletti sceglieva un Priore, due assistenti (primo e secondo) e un tesoriere . La sede era la chiesa del SS. Cuore di Gesù, che, quando era privata del cappellano, era amministrata da un Priore, il quale nelle varie solennità occupava sempre un posto di riguardo.
Nelle funzioni religiose la confraternita formava la parte decorativa, mentre nelle processioni dei Santi e nei riti funebri aveva un posto preminente nello schieramento .
Nel 1878 fu Priore della Confraternita del Cuore di Gesù il maestro Michele Focarete, il quale con alterne vicende cercò di amministrare la Congrega. Ordinò le “mozzette” nuove di seta alla ditta Nesta di Torremaggiore, senza l’autorizzazione del Consiglio. Nacque un’incom-prensione con i confratelli circa il pagamento delle stesse ed allora il sig. Michele Focarete si allontanò dalla confra-ternita, lasciando anche la carica di Priore .
La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, nel 1861, ebbe riconoscimento giuridico in tutte le sue funzioni. Fu fiorente e fece sentire sempre il suo impulso di fede fino al 1940, anche se nel 1907, per opera del parroco don Giovanni De Guglielmo e di alcuni faziosi cittadini, appartenenti ai vertici della vita politica, si cercò di con-trapporre alla gloriosa e benemerita Confraternita del SS. Cuore di Gesù una seconda Confraternita, intitolata a “San Michele e San Placido”. I confratelli e le consorelle erano circa 180. I primi indossavano un camice bianco, legato da un cingolo di colore celeste ed una “mozzetta” dello stesso colore con il frastaglio argentato.
Tutte e due le Confraternite seguirono le alterne vicende della vita politica cittadina. La confraternita del SS. Cuore simpatizzava per il partito bianco, mentre quella di “San Michele e San Placido” per il partito rosso.
In conseguenza di tale inutile e dannosa faziosità, la Confraternita del SS. Cuore di Gesù fu privata del Cappellano. Le limitate funzioni furono assolte dal Priore fino alla sua completa estinzione.
L’ultimo Priore fu Giuseppe Covino.
Per qualche tempo le confraternite a Poggio Imperiale sono definitivamente scomparse.
Solo in questi ultimi anni ho notato una nuova organizzazione della Confraternita del SS. Cuore di Gesù, della quale ignoro completamente la sua funzione.
Le associazioni femminili erano più numerose di quelle maschili. I soci partecipavano alle pratiche di devozione ed erano presenti nelle varie funzioni di culto che si succedevano durante l’anno.
È importante ricordare le catechesi, che si svolgevano nella Chiesa di San Placido M. e nel salone adiacente la Chiesa del S. Cuore, soprattutto nei periodi forti dell’anno liturgico: Avvento e Quaresima. Il mese di maggio era celebrato in maniera particolarmente solenne con centri di preghiera nei quartieri periferici del paese.
Massiccia era la partecipazione durante l’anno liturgico alle sacre funzioni di triduo e novene.
La festa dei Santi Patroni, che era la più importante, svolgeva soprattutto una funzione sociale, oltre che religiosa. Essa contribuiva a tenere all’erta e desta un’intera popolazione, le donne in modo particolare, per le quali la festa, anche ecclesiastica, era l’unico movente che le spingeva ad uscire da casa. Si potevano giovare così indirettamente di un po’ di moto all’aperto e di una certa distrazione dalle noiose e monotone occupazioni domestiche .
La festa era un’occasione per evadere dalla mono-tonia quotidiana, per rompere, almeno eccezionalmente, quel cerchio di miseria che stringeva la vita di tutti i giorni .
Raccontavano i nonni che solo in occasione della festa patronale, della Pasqua o del S. Natale la gente faceva delle spese isolate: gli abiti nuovi, cibi particolari. Consa-pevole dei duri sacrifici, che avrebbe dovuto affrontare nel corso dell’anno, non si curava di “sperperare”, pur di fare “bella figura” in quelle occasioni.
L’anima popolare esprimeva tutta la sua umanità e tripudiava di gioia nelle manifestazioni a carattere religioso o commemorativo di eventi storici.
Le feste cicliche e quelle occasionali del popolo rappresentavano esperienze vissute, temi fondamentali della vita umana e perciò profondamente veri.
Le voglio proporre tutte, per ricordare ai concittadini quei momenti particolari e singolari della vita.
Capodanno
Il 31 dicembre si aspettava l’anno nuovo giocando a tombola, a carte, come si faceva per il Natale, consumando i dolci fatti in casa, conservati per queste occasioni. (Si faceva la scorta che doveva durare per tutte le feste fino all’Epifania).
A mezzanotte, dopo il brindisi e lo scambio di auguri, la famiglia si disfaceva della roba vecchia e inservibile, con un atto di valore simbolico.
Il lancio dei cocci a mezzanotte era il rito di eliminazione del male fisico e morale, accumulatosi nell’anno trascorso.
Quest’usanza è variamente diffusa e ancora viva.
All’inizio dell’anno le forme rituali hanno l’intento di assicurare con ogni mezzo la felicità per tutto l’anno, il benessere, l’abbondanza. Ecco perché si mangiano la minestra di lenticchie, l’uva... simbolo della ricchezza.
Epifania
Questa festività era vissuta con un po’ di tristezza, soprattutto dai bambini e dai giovani, che dovevano ritornare a scuola, perché era l’ultima delle vacanze natalizie, periodo di riposo e di “abbuffate”, come possono ricordare i cinquantenni, che mangiavano molto e bene solo durante le feste.
La mattina si andava in chiesa, i bambini portavano una bottiglia o un recipiente qualsiasi per prendere l’acqua “Santa”. Doveva proteggere la casa dagli spiriti maligni, fare smettere forti temporali. Essa, infatti, era spruzzata a seconda delle necessità agli angoli della casa o fuori, quando imperversava un forte temporale.
I bambini non si aspettavano calze piene di dolciumi o regali costosi e sofisticati come avviene oggi. Al massimo solo qualcuno più fortunato riceveva una bambola di stoffa o un cavalluccio di legno.
Il Carnevale
All’origine indicava il giorno da cui sarebbe inco-minciato il periodo della Quaresima, durante il quale non si sarebbe più mangiata la carne, perché dedicato a penitenze e digiuni. Prima che tale periodo di privazioni incomin-ciasse, bisognava approfittare per fare baldoria.
Nel Carnevale si è trasferita l’antichissima sfrenata festa dei Saturnali che in Roma si svolgeva per il solstizio d’inverno, tanto che possiamo riconoscere nel personaggio di Carnevale un continuatore del re dei Saturnali. Come il Dio Saturno, re della Baldoria, veniva alla fine immolato, così il personaggio di Carnevale, dopo avere preso parte a tutte le manifestazioni d’allegria e di baldoria, era processato, condannato e bruciato.
Quello che più caratterizzava il Carnevale era l’allegria con canti, balli, scherzi, corsi mascherati, banchetti e certe forme di licenziosità, ormai sparite dalla coscienza dei più.
I giovani di Poggio Imperiale, quelli di Azione Cattolica e non, subito dopo il Natale, la sera e spesso anche la notte si riunivano in un garage per organizzare e poi realizzare il lavoro di allestimento dei carri allegorici, che sarebbero dovuti sfilare per le vie del paese l’ultima Domenica di carnevale. I carri erano molto ammirati ed applauditi non solo dai poggioimperialesi, ma anche dalle numerose persone che affluivano dai paesi viciniori.
Era diventata una bella tradizione il carnevale “terranovese”!
Il trovarsi insieme dei giovani andava al di là della semplice aggregazione. Tra loro nasceva e si costruiva una profonda amicizia, premessa per portare avanti altre attività formative, filantropiche e di spiritualità.
Un altro modo per stare insieme e divertirsi era quello di organizzare cenette la domenica sera.
Ma che cosa mangiare?
I giovani, mascherati molto alla buona, si recavano in casa di parenti ed amici, improvvisando scenette e recitando una filastrocca:
“ E rruste, e rruste, e rruste
e damme nu poch de rruste.
Se tu ne me la vu dà,
ij me mette a ijastemà”.
Quasi sempre ricevevano un po’ di salsiccia, ventre-sca, frutta secca... e quando erano più fortunati, anche degli spiccioli da spendere per arricchire la cena.
A casa dell’amico più disponibile si cenava e ... con un po’ di musica, un ballo e tante risate si trascorreva allegramente la serata.
La vita moderna, offrendo ormai durante tutto il corso dell’anno divertimenti e spettacoli, ha attenuato parecchio i motivi d’interesse per il carnevale, che un tempo si presentava come l’unica, intensa stagione di godimento.
In alcune località è considerato una tradizione radicata nell’anima del popolo, in altre si svolge occasionalmente, per opera di alcuni volenterosi
Quaresima
Con il martedì grasso cessava ogni baldoria, finiva il tempo del chiasso. Tutto questo doveva essere dimenticato e lo ricordavano le “quarantane”. Erano dei pupazzi di cenci, il cui nome ricordava i quaranta giorni che distanziavano il carnevale dalla Pasqua. Questi pupazzi erano in numero di tredici ed erano tenuti da un filo che li agganciava ad una funicella.
La fantasia di coloro che li confezionavano, si sbizzarriva nel dare a ciascuno un vestito, sesso e simbolo diverso. C’era così il prete in sottana e tricorno, la suora ed il frate con cappuccio e pazienza, il signorotto in tuba e bastone, il contadino con la zappa...
Dopo il lungo periodo purificatorio quaresimale, giungeva la grande festa di inizio del ciclo annuale, trasmessaci dalla religione ebraica. Degli antichissimi usi era rimasto il cibo caratteristico, l’agnello o capretto arrosto.
Tra i riti di purificazione si consideravano le pulizie di Pasqua e, per la Domenica delle Palme, la sostituzione dei vecchi rami d’ulivo .
Nei giorni in cui le campane erano “legate”, non suonavano, con speciali strumenti di legno, detti scarabattole o raganelle “i taròcele” , i ragazzi facevano rumore in sostituzione delle campane, per segnalare alla popolazione il mezzogiorno o l’inizio delle varie funzioni religiose.
Il sagrestano, al posto della “taròcela”, impugnava un pezzo di legno rettangolare, “ u trik trak” .
Alla testa di un gruppo di ragazzi e di giovani, dava il segno delle tre Ave Maria, del Vespro e delle varie funzioni religiose, al posto delle campane che in quel periodo non potevano suonare.
Il loro rumore ed i loro colpi, rari ed isolati nei primi giorni della Settimana Santa, diventavano sempre più intensi e più assordanti dal Giovedì fino al Sabato, quando le campane riprendevano a suonare.
Nel giorno di Giovedì Santo, il culto popolare voleva l’addobbo dei “Sepolcri”. Fasci di lunghi e pallidi steli di granaglie germogliati al buio in una ciotola o in un piatto, legati con nastri e variamente ornati, erano posti per terra o su ripiani, predisposti nella cappella del sepolcro. Avveniva una vera e propria gara tra le massaie per l’addobbo dell’altare della reposizione .
Il Venerdì Santo si rievocava la passione e la morte di Gesù con processioni commoventi, scenograficamente drammatiche e sempre emozionanti.
La processione, cui partecipavano le autorità civili e religiose e la coralità del popolo, si svolgeva in due cortei, che muovevano dalle due chiese. Il corteo che trasportava la bara con la statua del Cristo morto partiva dalla Chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Il corteo, che esponeva alla venerazione la statua della Madonna Addolorata, partiva dalla Chiesa di San Placido M. Dopo aver attraversato diverse strade cittadine, in un punto prestabilito del paese e precisamente a metà strada di Corso Vittorio Emanuele, da diversi anni invece in Piazza Imperiale, avveniva l’incontro tra Madre e Figlio, in un’atmosfera commossa, irreale, in un silenzio sublime e di contemplazione.
Nei tempi in cui era presente il concerto bandistico, l’incontro avveniva tra il mesto salmodiare dei fedeli e le tristi note della banda musicale, come sotto fondo.
Nel volto dolcissimo e triste della Vergine, l’anima della gente semplice ravvisava l’espressione delle proprie sofferenze, del muto dolore, della rassegnazione all’inevitabile .
Da qualche anno si è risvegliato un certo interesse per i riti della Settimana Santa. Parlando, chiedendo in giro, mi sono accorto che la gente vuole le processioni, perché le sente sue, perché fanno parte della sua storia, costituiscono la propria cultura. In una società materialistica e consu-mistica, in un mondo sempre più piatto e vuoto, l’uomo sente il bisogno di un ritorno al passato, del recupero di un patrimonio culturale che gli permette di riconquistare una sua identità.
Pasqua
Una festa caratteristica per le usanze caserecce era la Pasqua. Per questa occasione le donne preparavano “i puccellati”, dolci casalinghi, fatti con pasta intrecciata di circa due chili e i “panarelli”, panierini fatti con la stessa pasta. Essi contenevano uova lesse ed erano adorni di ramoscelli d’ulivo. Oltre ai dolci nominati erano preparati anche i “taralli” dal sapore dolce e i “tarallucci” dal sapore salato.
La Resurrezione, in passato, avveniva alle ore dodici del mattino del Sabato Santo ed era accompagnata in paese da uno scoppio di gioia e di allegria.
I contadini cercavano in tutti i modi di essere di ritorno dai campi per partecipare alla messa solenne.
Prima del suono festoso delle campane, che annunciavano la Risurrezione di Cristo, non si potevano assaggiare i dolci, preparati dalle massaie, per rispettare la tradizione e le usanze, ormai radicate nella mente dei nonni.
Non si può “ncamparà”, dicevano.
Lo scampanellio delle campane del Sabato Santo annunciava anche la fine del digiuno ed invitava le massaie a preparare le pietanze che la tradizione indicava.
Il brodetto era un piatto del giorno di Pasqua: carne di capretto o di agnello, con asparagi e “carducci”, uova e formaggio.
“U ròte” era la teglia di rame o alluminio, usata per cucinare testina e frattaglie dell’agnello con patate e lampajoli cotti nel forno.
Il Sabato Santo incominciava la benedizione delle case. I preti, accompagnati da qualche chierichetto, che portava con sé l’aspersorio dell’acqua santa ed un paniere, giravano per il paese e per le campagne.
Il paniere si riempiva di uova fresche, di dolci pasquali e di offerte che le massaie donavano al sacerdote.
La festa del Corpus Domini
Fu istituita nel 1264, per celebrare il miracolo di Bolsena. L’elemento più caratteristico della tradizione popolare, che si innestava nella liturgia ufficiale, era dato dalla preparazione degli altarini “i sabbùleche” , ornati con piante e fiori. Qui avveniva un vero e proprio sfoggio di capi di biancheria, tappeti, coperte, oltre a quelle poste ai balconi e alle finestre delle case, dove passava la processione.
Il parroco, giunto ad un altarino, dopo aver depositato l’Ostensorio, intonava il “Tantum ergo...” e benediceva la folla in ginocchio. Cantando, si proseguiva per sostare ad un nuovo altarino.
Il diritto di “portare l’ombrello per il Santissimo” durante la processione era riservato al sindaco, che per l’occasione indossava anche la fascia tricolore.
La festa dei morti
Nel calendario celtico l’anno incomincia il 1° novembre. In tale giorno la mentalità primitiva immagina che sulla terra ritornano tutti i defunti. Si può comprendere, così, come siano state accostate dalla Chiesa le due feste di Ognissanti e dei morti. La prima fu istituita da papa Gregorio II nell’ottavo secolo, la seconda, invece, nel 998 da Odilio, abate di Cluny.
La tradizione popolare voleva che nella notte fra il 1° e il 2 novembre i morti ritornassero sulla terra.
Si recavano prima in Chiesa ad assistere alla celebrazione della S. Messa e dopo la funzione religiosa, ciascuno, stanco del viaggio, ritornava alla propria casa per riposare. Ecco perché esisteva la credenza che erano le anime dei morti che il 2 novembre portavano i doni ai bimbi. Essi, infatti, la sera appendevano alla finestra o al letto una calza, recitando la preghiera alle “anime dei morti”.
“Ciciòtte, ciciòtte,
a l’aneme de li mòrte,
Ciciòtte e ciciuttèlle,
a l’aneme de li murticèlle”,
gridavano i ragazzi nel giorno dei morti, con una lunga calza delle nonne sulle spalle, visitando le case di parenti ed amici. I bimbi di tanti anni fa trovavano nelle calze: melagrane, melacotogni, noci, fichi secchi... Queste stesse cose regalavano ai bimbi parenti ed amici visitati.
Oggi, invece, le calze sono piene di ogni tipo di dolciume, hanno un aspetto variopinto e non più lugubre, come quelle del tempo passato.
Nel nostro paese era vivissima la credenza che si potesse effettivamente vedere la processione delle anime che arrivavano. I nonni raccontavano che per primi c’erano i morti di morte naturale: davanti a tutti i bambini, le fanciulle, donne e uomini che cantavano, poi i condannati, i morti per disgrazia, i morti improvvisamente... ed infine gli zoppi, gli storpi e così via...
Le abitudini del nostro territorio sono molte cambiate. Quello che non cambia mai sono gli usi mestamente festosi, relativi alla visita ai cimiteri nel giorno
dei morti: portare fiori, accendere ceri.
L’Immacolata
I fuochi dell’Immacolata ed il ceppo di Natale hanno una caratteristica particolare, perché entrambi simboleggiano la distruzione del peccato originale ed il simbolico consumarsi del vecchio anno, con tutto il male che vi si era accumulato .
La vigilia dell’Immacolata vedeva fin dal primo pomeriggio un continuo movimento di giovani e meno giovani, che trasportavano legna e frasche in piazza o nei diversi rioni del paese. Si preparavano i falò, accatastando quanto più legna fosse possibile, per costruire un mucchio più alto di un altro. Verso l’imbrunire, quando era cessata la funzione religiosa della novena, si accendevano i falò tra il vocio ed i salti dei bambini. Quando la legna era consumata ed il fuoco era meno ardente, si raccoglievano intorno al falò le persone del quartiere, che, in segno di devozione, riempivano i loro bracieri di brace che doveva servire a scaldarsi per tutta la serata.
Dopo cena, soprattutto i giovani, si recavano dove c’erano ancora residui di falò e, schierati in cerchio, recitavano il Santo Rosario e cantavano canti mariani.
Il Natale
Il Natale era sentito come la festa della famiglia per eccellenza. Le massaie cominciavano a preparare alcuni giorni prima i dolci tradizionali: “nèvele, cav’zune e scar-pèlle”, che erano fritti in un grande tegame “a sartaiene” sul fuoco del camino, “atturne a’u fucarile”. I bimbi assiste-vano al “rito” con gli occhi sgranati e le mani tese, per po-ter assaggiare qualcosa prima della consumazione festiva.
Dalle sere precedenti la vigilia di Natale, nonni e nipotini giocavano a tombola, al gioco dell’oca, a carte. Per l’occasione le mamme conservavano un po’ di fagioli, che dovevano servire per riempire le cartelle della tombola. Attorno al camino i nonni raccontavano leggende sul Natale ed insegnavano ai bimbi canti natalizi.
La notte della vigilia tutta la famiglia andava a messa per assistere alla nascita di Gesù. I bar della piazza erano aperti fino all’alba per accogliere i giovani e gli adulti, che si permettevano le giocatine piuttosto pesanti per allora, il gioco della “stop”.
Il giorno di Natale era dedicato alle visite ai parenti, si prediligevano gli anziani in segno di rispetto. |
.LE NOSTRE TRADIZIONI
La gente di Capitanata un tempo era costituita prevalentemente da pastori, agricoltori e pescatori. Non aveva avuto un grado di cultura abbastanza elevato ed aveva partecipato scarsamente agli svariati movimenti che si erano succeduti attraverso i secoli.
Questa gente, abituata al quieto vivere, alla rassegnazione, ad accontentarsi di poco, incapace di grandi entusiasmi, è stata piuttosto scettica, ma sempre arguta.
I gruppi sociali alla fine del settecento nella loro composizione e distribuzione erano alquanto diversi.
I massari, i fittavoli di tenute e piccoli proprietari di terreni a coltura intensiva, che facevano coltivare da lavoranti a giornata, costituivano un ceto abbastanza agiato, vicino e spesso fuso con quello dei “galantuomini” .
Tra gli artigiani erano numerosi i carpentieri e i bottai.
Il “popolaccio” in Puglia era un po’ diverso da quello delle altre regioni, perché ne facevano parte nelle città della costa marinai, pescatori, facchini di porto, ai quali si aggiungevano gli zappatori: cioè i braccianti contadini.
La massa degli zappatori costituiva un vero e proprio proletariato agricolo, che viveva alla giornata, prestando la sua opera nelle grandi tenute per la semina e per la mietitura. Non possedeva che una zappa, una pala ed una falce.
Le condizioni dei braccianti pugliesi erano diverse da quelle dei contadini di altre regioni che lavoravano, sia pure con patti onerosi, la terra per conto proprio.
Il bracciante pugliese lavorava la terra e passava su di essa, come la falce e la zappa. Non sentiva la passione del contadino, attaccato alla terra sia pure quasi servo della gleba. Quando egli si ribellava, intendeva divenire il padrone di quella terra, su cui credeva di avere anche titoli legittimi, poiché era spesso terra di demanio universale, usurpata da feudatari e da galantuomini a danno del popolo .
Per defraudare un terreno, già riscattato a fior di ducati dalle ipoteche governative o dai censi delle varie congreghe religiose, si invitava il legittimo proprietario analfabeta nella casa di un notaio e lo si faceva accomo- dare. Si beveva, magari, un bicchiere di vino insieme con altre persone, sempre le stesse, e dopo un ragionamento banale, lo si licenziava con la più accurata garbatezza.
Fuori si incontravano altre persone, altri testimoni, che chiedevano se ci fosse il notaio. In quel breve spazio di tempo era stato concluso un contratto di compravendita con tanto di segno di croce per firma, convalidato dalle firme dei necessari previsti testimoni. Era un furto legalizzato.
Dopo qualche giorno o, quando andava bene, a raccolto avvenuto, si presentavano i gendarmi ed in nome della legge, il legittimo proprietario, senza misericordia alcuna, era sfrattato.
Il marchingegno funzionò egregiamente soprattutto alla vigilia del plebiscito del 1860 e le vittime, per la maggior parte, erano contadini e pastori, che per la disperazione si davano alla macchia .
Questo stato di fatto permase per lungo tempo in alcuni dei nostri paesi, dove, la questione demaniale è stata a lungo insoluta e, appena sopita, divampò a tratti. Questa questione è valsa a creare ed a rinfocolare l’odio del popolo contro i signori, odio che prima non v’era.
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Le amministrazioni comunali, infatti, hanno avuto in genere la loro parte di colpa, anche se ora presentano un fondo di onestà. Anche qui, come in tutto il mezzogiorno, le elezioni amministrative si svolgevano a base di clientele, di favori piccoli e grandi, più piccoli che grandi, di promesse personali, che non sempre potevano essere mantenute.
Le fazioni per le elezioni amministrative, meglio che per quelle politiche, erano determinate e capitanate principalmente da quella “piccola borghesia intellettuale” che il Salvemini sferza a sangue. I professionisti davano le direttive molte volte per passione di parte, altre volte per fini personali o per ambizione o per interesse. I giovani di cultura, un poco superiore alla elementare, disoccupati, aspiranti all’impieguccio comunale, i maestri elementari, a volte il clero o parte del clero, costituivano la massa attiva dei manipolatori dei partiti e delle elezioni.
I contadini e gli artigiani erano divisi in tre gruppi: l’uno di questo, l’altro di quel partito per antica fede, o per convinzione, o per amicizia, o per devozione o per obbligo. Il terzo era indeciso fino all’ultimo momento. Solo all’ultima ora si buttava or qua or là o per corruzione o per calcolo .
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L’educazione dei figli non era tanto curata; nelle famiglie più agiate mancava la volontà per una tal quale indolenza che era negli uomini e per la poca autorità in cui generalmente ancora erano tenute le donne. Nelle famiglie del popolo, d’altra parte, mancava la possibilità per le occupazioni di entrambi i genitori. Solidi, in ogni modo, erano i vincoli familiari, l’onestà tra le donne, l’affetto tra i parenti.
L’indole in generale era buona, il carattere era di solito schietto, l’ingegno acuto e la fantasia vivace.
I nostri emigranti restavano nostalgicamente affezionati alla loro terra. Essi, infatti, non appena avevano realizzato qualche risparmio, rimpatriavano ed acquista-vano possibilmente una casetta ed una “terricciola”. In tal modo il nostro proletariato aveva conquistato una discreta agiatezza.
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Ritornare al passato giova un po’ a tutti, perché è piacevole ricordare la vita trascorsa nella casa paterna e, per chi aveva un pezzo di terra, nel duro lavoro dei campi. Ci si alzava al canto del gallo, prima che la campana annunciasse il mattutino. A sera si rientrava, mentre si accendevano le poche lampadine della piazza. La rete elettrica non ancora era stata estesa a tutto il paese .
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L’alimentazione era sostanzialmente composta da pancotto o da verdure spontanee che si andavano raccogliendo durante la giornata. Era composta anche da altra semplice minestra o pietanza, i cui elementi principali non s’allontanavano mai da sale, olio, pasta scaldata, legumi, latte, formaggi, ventresca e lardo di maiale. La carne era cucinata solo in qualche rara occasione e quando gli ovini erano colpiti da una disgrazia, come ad esempio la rottura di un garretto o da strangolamento.
L’acqua era conservata in recipienti di creta, “i saròle” allo scopo di mantenerla fresca. Si attingeva con un secchiello, ogni volta che ce n’era bisogno.
Mancando l’acqua, non c’era naturalmente la fognatura. L’acqua sporca era messa in recipienti di latta, i “stagnère”, sempre circondati da uno stuolo di mosche.
Due volte al giorno passava per le vie del paese un carro con una botte di ferro per raccogliere l’acqua sporca. Essa poi era scaricata fuori dell’abitato.
Le immondizie erano quasi sempre accumulate agli angoli delle strade. Erano caricate su di un carretto e porta-te via per essere deposte fuori del paese.
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Una suggestione tutta propria avevano alcune usanze in qualche cerimonia familiare, come il matrimonio o la “trasciuta”, il fidanzamento ufficiale.
Nelle famiglie più distinte quando capitava che un giovane del paese sposava una ragazza del vicino comune di Lesina o viceversa, la cerimonia nuziale si svolgeva nella chiesa di appartenenza della sposa. Gli sposi poi con gli invitati raggiungevano il paese dello sposo in un corteo di nove o più carrozze, noleggiate a San Severo. Quelli che non trovavano posto nelle carrozze si acconciavano in calessini. Era questo un avvenimento imponente per i due villaggi, perché uno spettacolo simile raramente si vedeva .
In quell’occasione non si davano pranzi, riservati per i più stretti parenti, ma si ricevevano gli invitati, che si facevano sedere lungo le pareti di una o più stanze. Si offrivano per lo più dolci, appositamente confezionati a San Severo, che ne produceva squisitissimi. Dopo i dolci passava il rosolio, anche questo di San Severo; poi i confetti, poi di nuovo rosolio. La gente era discreta nel prenderne, così i vassoi ed i bicchierini dei liquori si facevano ripassare più volte.
In ultimo si sforzavano gli invitati a portarne a casa per i fanciulli, che non erano intervenuti alla festa .
Quando il matrimonio si celebrava in paese, ed era quello più comune, all’uscita degli sposi dalla chiesa, oltre ai bambini, che dovevano raccogliere i confetti, si radunava un po’ di gente per curiosare.
Si guardava attentamente all’acconciatura della sposa, commentando s’era proporzionata al corredo .
Dopo la funzione religiosa, avveniva il consueto giro della piazza. Si andava, poi, a casa, dove era pronto l’abbondante pranzo di nozze per parenti ed amici.
La lista del pranzo generalmente non variava: anti-pasto di “capecolle”, salsiccia e soppressata e caciocavallo. Si passava poi ai primi piatti, consistenti in consommé di pollo o verdura in brodo, maccheroni di “zita” al ragù. Per secondi piatti erano serviti: mezzo pollo in umido, arrosto di capretto od agnello con insalata verde e sott’aceto. C’erano, poi, latticini freschi e fermentati, taralli all’uovo dolci e salati, noci e mandorle sgusciate, frutta di stagione, caffè e dolce alla casalinga: pizza alla crema o alla ricotta. Il vino era di quelli invecchiati, tirato fuori dalle cantine locali.
Nel pomeriggio incominciavano le danze, alle quali partecipavano grandi e piccoli. Un ballo caratteristico era la tarantella, una danza tipica popolare dell’antico regno di Napoli . Si differenziava da paese a paese per le strofette che i danzanti cantavano durante il ballo
In Poggio Imperiale la tarantella era accompagnata da questo canto:
Tarantèlla, Tarantèlla
cchiù t’abballe, chhiù si bèlla
me fai menì la scurdarella
pe’ putèrme rinfrancà.
Tarantèlla napulitana
tu da nui nne stai luntana.
Tu ce purte l’allegria
ce fai scurdà la pecundria,
e nui a cusì te vulìme vedé
Tarantèlla, taranté.
Tarantèlla, Tarantèlla
luntana da nui nne sì cchiù quella
e mo’ cà t’avime canesciuta
mo’ te vulime accaparrà.
Tarantèlla napulitana
t’avime fatta paesana.
Tu ce spije e staie cuntènta
ca te truve fra bbona gènte
e nui pure apprèss’a té
Tarantèlla, Tarantè
Tarantèlla, Tarantèlla
tra li zumpe e li turcenèlle
ch’li tammurri e castagnole
cià purtato da Zì Nicola.
Tarantèlla paesana
mo’cià dà fà da ruffiana.
tu ce purte lu zitarèllo
ch’a capato tra li cchiù belli
bèll’è pronto, comm’a che
Taranrèlla, Tarantè .
Il tradizionale ballo interessava tutti, piccoli e grandi. Di solito si svolgeva al centro della festa, dopo un giro del canestro contenente taralli ed il ben noto boccale di vino casereccio.
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Nel periodo invernale, il Sabato sera, ma specialmente durante le vacanze natalizie, si sgombrava una stanza per il ballo. Era sufficiente un grammofono per allietare la serata. A volte, se la festa era di una certa importanza, la serata era tenuta in movimento da un clarinetto, una chitarra, un sassofono e dall’immancabile fisarmonica. Giovani e meno giovani si sfrenavano in balli antichi e moderni. Si passava dalla mazurca e dal tango, al boogie - woogie. Alla fine c’era anche il lancio della quadriglia, comandata dal più anziano o da chi aveva più “faccia tosta”.
Non mancavano le riunioni serali del Sabato sera e della Domenica pomeriggio nelle tre “cantine-bar” di piazza Imperiale, dove gli uomini si incontravano per giocare la famosa “passatella”, con il motto proverbiale: “stasera tèja fa ì ulme” . Intratteneva le persone l’ancora più noto gioco del “tressette”, accompagnato sempre da un ottimo bicchiere di vino locale.
Tra le carte dei nonni era conservata questa divertente poesia sul gioco più famoso del mondo. La voglio proporre all’attenzione dei lettori.
’U TRESSÈTTE
Non pizzico, non bevo
non tengo alcun difetto,
ho un debole spiccato
soltanto p’ u tressètte.
Del resto credo è logico
mi par giustificato.
È un gioco assai di gusto,
leale, compassato.
Avete per esempio
ben lungo il ventinove,
ve l’allisciate mmano,
se l’altro non si muove.
Fategli un altro gioco
se questi s’imbarazza,
scarta denari e coppe
vuol dire ch’è fort’e mazze.
Vedete com’è chiaro,
come procede giusto.
È un gioco pien di gusto,
fatto pe se spassà.
A casa e’ don Saverio
che certo conoscete,
si gioca tutti i Sabato,
la moglie la sapete?
Brama saper far tutto
e gioca molto bene.
Conosce assai le carte
e che fortuna tiene.
Però si vanta troppo
se vince una partita,
e comm’iavez’i scélle
se perde suo marito.
Sabato per esempio
abbiam fatto cappotto,
cu n’allisciate ‘n mmane
vicino al suo ventotto.
Bisogna stare attento
la donna a tavolino
a ‘vvòte ve cumbina
servizi comifò.
La stessa sera caspita,
fra l’altro una partita
persi per colpa sua
perché nun m’ha capita.
Io busso, conoscendola
ben corazzata ‘e mazza,
il gioco mi respinge,
mi guarda, s’imbarazza.
E po’ s’alliscia u’ sei.
Un sei? Ma questo è strano,
sapendo ben che tengo
u’ ventinove mmano.
Intanto per risolverla
faccio un tremendo errore,
affranco l’avversario,
me jètte ’a superiore.
È un gioco conosciuto,
direi per tutto il mondo,
ma n’un ve lo nascondo,
ci vuol capacità.
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Le feste religiose erano molto sentite. Si faceva a gara per suonare le campane.
Due baldi giovani si davano il turno alla lunga corda in strane evoluzioni, per dare al campanone le dovute tonalità. Anche le campane più piccole suonavano, ma il loro rimbombo non si diffondeva oltre i confini della circoscrizione cittadina. Il campanone invece annunziava con prepotenza anche ai paesi limitrofi il giorno festivo.
Per le processioni di Sant’Antonio da Padova e della Madonna del Carmine, non mancava, tra le altre cose, una vera gara tra i devoti per assicurarsi il ruolo “di portatore” delle statue, come non mancava la competizione tra gli amanti dei fuochi pirotecnici.
Venditori di torroni e noccioline si disponevano intorno alla piazza per essere visibili a tutti ed attirare compratori. Venditori di palloncini e di palline di stoffa, legate da un elastico, si facevano largo tra la folla per offrire, specialmente ai più giovani, la loro merce.
Il 29 settembre si festeggiava San Michele, che la gente del luogo per simpatia e perché scampata ad un forte terremoto, elesse a proprio protettore.
Non era quella la sola festa dedicata a San Michele, né la maggiore, perché un’altra era celebrata con pompa più solenne l’otto maggio, nella ricorrenza dell’apparizione dell’Arcangelo.
Il 5 di ottobre si sentivano di nuovo il campanone e le altre campane annunciare la festa del Santo Patrono: San Placido M. Era l’ultima festa, che chiudeva il ciclo delle feste patronali della zona.
In chiesa l’altare maggiore era addobbato con festo-ni di seta arabesca ed arcate di lampadine di ogni colore.
La chiesa raccoglieva un gran numero di fedeli per la celebrazione della S. Messa. Subito dopo iniziava la processione. Il sindaco indossava la fascia tricolore, affiancato dai consiglieri comunali e da altre autorità locali.
La banda cittadina intonava la marcia reale seguita da “Noi vogliam Dio...”, mentre saltavano in aria i mortaretti e la batteria di botti e tric-trac.
Uscivano le statue dei Santi: San Placido, San Michele e San Francesco d’Assisi, le congreghe con i confratelli vestiti con le loro “mozzette”, uomini e donne di Azione Cattolica...
Sfilava la processione per le vie del paese, mentre dai balconi scendevano meravigliose coperte di seta.
Ad ogni crocevia la processione si fermava e la banda cittadina eseguiva dei brani musicali a carattere religioso. Verso le ore quattordici, la processione faceva ritorno in Chiesa, e, dopo aver assistito ai fuochi d’artificio, la gente s’affrettava a correre a casa. Per il pranzo c’erano i maccheroni al sugo, la carne d’agnello, i peperoni fritti, il vino generoso... d’altronde la buona mangiata faceva parte della festa.
Nel pomeriggio, poi, si svolgevano gare semplici e popolari, che davano tanta sana allegria.
Il concerto bandistico si esibiva con brani di opere liriche: “La Traviata”, “La Tosca”, “La Cavalleria Rusticana”, “La Norma”. Né mancava il canzoniere che mandava in visibilio vecchi e giovani, con quelle arie tanto note e care al cuore del popolo. La gente stava ad ascoltare, approvando con battimani, mentre sgranocchiava le arachidi e scartocciava il torrone bianco e scuro.
Dopo la mezzanotte, i musicanti, seguiti da tutta la popolazione, si avviavano verso il cimitero, dove s’accendevano i fuochi d’artificio.
Erano cascate luminose, fontane incantate che si perdevano nell’infinito. Si accendevano poi le “rotelle”, fissate su alti pali, girandole grandi e piccole roteanti attorno ad un asse.
Per finire s’udiva il rimbombo di spari di mortaretti, che rompevano l’aria e riproducevano l’eco nelle zone vicine. |
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