Storia dei Sanniti
|
L'AREA DEL
GIURAMENTO DEI LINTEATI L'area del
giuramento dei linteati, quasi nel centro dell'accampamento, si racchiuse
tutt'intorno con tramezzi di graticci e plutei e si coprì con drappi di
tela uno spazio che s'estendeva al massimo per duecento piedi, ugualmente
in ogni direzione. Ivi si offrì
un sacrificio secondo quanto s'era letto in un vecchio libro linteo; il
sacerdote era un certo Ovio Paccio, un uomo di età avanzata, il quale
affermava ch'egli ricavava tale sacro rito da un antico cerimoniale dei
Sanniti, cui s'erano un tempo attenuti i loro antenati, quando avevano
preso segretamente la decisione di togliere Capua agli Etruschi. Compiuto il
sacrificio, il comandante fece chiamare da un messo i più nobili per
stirpe ed imprese; essi vennero introdotti ad uno ad uno. Oltre agli altri
sacri apparati, atti ad infondere nell'animo il timore religioso, v'erano
anche nel centro del recinto, tutto coperto all'intorno, are e vittime
uccise, e v'erano schierati in giro guerrieri con le spade sguainate. Il
giovane veniva condotto davanti agli altari più come vittima che come
iniziato, e gli si faceva giurare che non avrebbe rivelato ciò che avesse
visto o sentito in quel luogo. Lo costringevano a giurare secondo una
formula terribile fatta apposta per invocare la maledizione su di sè,
sulla famiglia e sulla sua stirpe, se non fosse andato a combattere là
dove i comandanti lo avessero condotto e, se fosse fuggito dal campo di
battaglia, oppure avesse visto fuggire un altro e non l'avesse
immediatamente ucciso. Alcuni che
s'erano dapprima rifiutati di prestare tale giuramento furono trucidati
attorno agli altari; i loro cadaveri, abbandonati in mezzo all'ammasso
delle vittime, servirono d'esempio agli altri perché non si rifiutassero.
Quando i più ragguardevoli tra i Sanniti si furono impegnati con tale
imprecazione, il comandante ne designò dieci, e ad essi fu ordinato di
scegliersi ognuno il proprio compagno, finché avessero raggiunto il
numero di 16.000. Quella legione fu chiamata "linteata" dalla
copertura del recinto in cui era stata consacrata la nobiltà; a questi
guerrieri furono date fulgide armi ed elmi con pennacchio perché si
distinguessero da tutti gli altri. V'era poi un altro esercito, di poco più
di 20.000 uomini, che non sfigurava di fronte alla legione linteata nè
per aspetto fisico dei soldati, nè per la gloria, nè per le armi. Questo
contingente di uomini, che rappresentava il cuore delle milizie, s'accampò
nei pressi di Aquilonia. La Legio
Linteata appare anche nella descrizione di un altro avvenimento narrato
negli Annales, accaduto però nel 309 a.C. I guerrieri
sanniti vengono descritti con armi d'oro e d'argento: Due erano gli
eserciti: gli scudi del primo li cesellarono in oro, quelli del secondo in
argento; la forma dello scudo era la seguente: più larga la parte
superiore, da cui son protetti il petto e le spalle, e orizzontale in
cima; più appuntito in basso, per lasciare libertà di movimenti. A protezione
del petto avevano una corazza a maglia, e la gamba sinistra era riparata
da uno schiniere. Elmi con paragnatidi e pennacchio, per mettere
maggiormente in evidenza la statura gigantesca. Tuniche variopinte ai
soldati con lo scudo dorato, a quelli con lo scudo argentato di candido
lino. In effetti
Livio descrive queste particolari schiere con armi ed atteggiamenti troppo
gladiatori, forse influenzato dalle gesta e probabilmente dalla figura di
quei Sanniti che ai suoi tempi erano considerati i più abili e crudeli
guerrieri d'arena. Ma è proprio il ripetere della descrizione che Livio fa della Legio Linteata e della cerimonia sacra officiata per costituirla, al di là del fatto che siano pure invenzioni atte a glorificare lo sforzo fatto dai romani per annientarla, ad evidenziare la possibilità che questo corpo particolare di equites possa essere realmente esistito.
Fonte: dal sito I Sanniti di Davide Monaco da Isernia. |
Corazza Sannita a tre anelli |