La storia dei Sanniti
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La soluzione finale di Silla Nel
91 a.C. scoppiò la ribellione di una vasta aliquota delle popolazioni non
romane della Penisola contro l'intollerabile egemonia della Città. I
sanniti questa volta non riuscirono a restare inerti, attirandosi di
conseguenza le più crudeli e spietate rappresaglie. Un episodio ci preme
evidenziare di questo tragico tramonto, relativo alla loro concezione
politica, frutto dell'intesa con gli alleati del momento. Gli
italici avevano come loro capitale Corfinium, città molto grande e
notevole, ultimata solo di recente. Chiamarono la loro capitale Italia.
Evidente quindi come la loro capitale volesse in un certo senso
travalicare i singoli nazionalismi etnici, senza porne nessuno ad un
livello dominante per dare vita ad una nazione federata. Nell'89 Silla
invade il territorio sannita propriamente detto partendo da Benevento, con
conseguenze disastrose per la regione. La guerra sociale sfociò poi in
guerra civile con connotazioni se possibile ancora più atroci e brutali. Il
genocidio ebbe inizio dopo la battaglia di Sacriportus (82 a.C.) presso
Signa: i prigionieri sanniti per ordine di Silla vennero massacrati,
efferatezza che determinò nei restanti una più convinta volontà di
resistenza estrema. Nel novembre dello stesso anno a Porta Collina, vicino
alla confluenza dell'Anio con il Tevere, si combatte l'ultima feroce
battaglia, che assegnò nuovamente la vittoria a Silla: migliaia, forse
8000, di prigionieri sanniti furono passati per le armi. E non era che
l'inizio: persino sulle montagne furono inviati reparti speciali con il
preciso compito dello sterminio indiscriminato della razza italica. II
tentativo di Silla di cancellare i Sanniti naturalmente non riuscì: come
scoprirono i Turchi in Armenia nel corso della prima guerra mondiale e
come i Tedeschi contro gli Ebrei nel corso della seconda, il genocidio è
più facile da programmare che non da perpetrare e la regione montuosa
offriva rifugi e nascondigli. Di
certo la figlia di Silla, Fausta Cornelia, prese in seconde nozze un
marito sannita! La
guerra finì così per sempre, ma la guerriglia partigiana prima ed il più
spiccio brigantaggio poi, agevolati dalla impervietà dei siti, dalla
continua pratica delle armi, dalla incapacità di un inserimento
alternativo e non ultimo dall'attraente ricchezza dei nuovi centri urbani
vallivi eretti dai romani, si endemizzarono ad onta della propaganda
ufficiale che sbandierava l'avvenuta epurazione e pacificazione
dell'intera regione. Si
dovette perciò creare in breve una cintura, di contenimento
circummatesino costituita da città fortificate che bloccassero con la
loro presenza e con i loro presidi militari la fuoriuscita incursiva di
predoni e briganti, stabilmente ed impunemente insediati all'interno del
massiccio. L
'antica "fortezza" del Matese si trasformò gradatamente in una
sorta di gigantesco carcere, un ghetto nel quale restarono confinati gli
irriducibili ed irrecuperabili sopravvissuti e discendenti dei
guerriglieri sanniti. Lungo
le pendici del Matese si eressero in rapida successione e con logica
scansione, che riproduceva in sostanza le ubicazioni delle arcaiche rocche
d 'altura, le nuove cittadine, precedentemente già ricordate. Lineari
nella loro trama urbanistica, alcune di esse erano colonie militari
propriamente dette, altre dei municipia, altre infine delle praefecturae:
identici in ogni caso i fini consistenti nello sfruttare razionalmente i
fertili terreni irrigui ormai disponibili e bloccare al contempo ogni
possibile iniziativa insurrezionale e comunque razziatoria dall'interno
del massiccio. Due
vie teneva Roma per assodare la sua signoria nel paese dei vinti, cioè
una viabilità bene sviluppata ed il dedurre in esso delle colonie che
somigliavano a vigili scolte che tenevano ad occhio i movimenti dei popoli
conquistati. Le colonie quindi fungevano da capo saldi strategici, già in
grado autonomamente di stroncare tentativi di rivolta, ai quali nei casi
peggiori l'esercito romano avrebbe proficuamente potuto appoggiarsi nel
corso delle operazioni. Indispensabile pertanto, specie supponendo un
contesto iniziale d'inserimento per lo più ostile, 1'impiego di congrue
fortificazioni perimetrali. Tra l'altro le colonie consentivano lo
smaltimento di gruppi di popolazione romana altrimenti indigenti e quindi
potenzialmente pericolosi, verso aree in grado di assorbirli e mantenerli.
Ne conseguiva in definitiva che le colonie: furono gli strumenti della
penetrazione romana nel territorio italico (essendo anche) il presidio dei
confini e Cicerone non esita a definire (le stesse) "non oppida
Italie, sed propugnacula imperii". Le colonie nelle fitte maglie
dell'insediamento italico formato da comunità romanizzate o non ancora
romanizzate, costituirono una scacchiera di caposaldi, che si
moltiplicarono con 1 'allargarsi delle conquiste penetrando nel vivo delle
strutture delle varie regioni, non come statiche cittadelle militari, ma
come elementi dinamici e propulsori di ogni progresso economico e sociale. Una
conferma esplicita alla nostra supposizione circa la "cintura"
contenitiva circummatesina si desume proprio dalla tipologia delle
fortificazioni perimetrali delle più volte ricordate cittadine. Queste
infatti appaiono sotto il profilo tecnico inadatte a sostenere un regolare
assedio coevo per la leggerezza strutturale con cui vennero erette, e
basti al riguardo osservare che la sezione media delle loro cortine resta
contenuta fra il m. 1.5 e 2. D'altro
canto invece ostentano sofisticazioni d'impianto e soluzioni
architettoniche lontanissime dall'essenzialità richiesta da un semplice
ornamento urbano. Dunque non idonee alla guerra ma al contempo eccessive
come abbellimento municipale debbono necessariamente collocarsi fra le
necessità di una indispensabile protezione antincursiva o più
genericamente antiguerrigliera. poiché
in virtù della loro ottima fattura tali fortificazioni ci sono pervenute
in discreto stato di conservazione, salvo quella di Isernia e quella di
Boiano, ci sembra coerente con la nostra trattazione fornirne alcuni
ragguagli, desumendosi così più oggettivamente quanto da noi ipotizzato
sulla chiusura del Matese in età romana.
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