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LE
MONETE
Per
comprendere se, quando e con quali forme e modi tra le popolazioni
sannitiche si introdusse l'uso di un'economia monetale, cioè se,
quando e come i rapporti di scambio furono regolati attraverso la
moneta, occorre indagare in due campi: da una parte quello della
produzione di moneta autonoma, dall'altra quello della circolazione
ossia della presenza nel territorio sannitico di moneta locale e/o
straniera. Il termine iniziale del periodo cronologico preso
in esame, cioè gli ultimi decenni del IV secolo a.C., corrisponde
alla fase di avvio nelle popolazioni italiche dell'uso della moneta
coniata, fenomeno che tra le genti indigene dell'Italia antica non
si verificò contemporaneamente nei vari ambiti territoriali, ne con
la stessa intensità, ma andò attuandosi a seconda delle dinamiche
interne alla comunità e ai contatti intercorsi con l'esterno.
Finanche Roma produsse le sue prime emissioni monetali in bronzo
solo a partire da quegli anni che corrispondono al momento della sua
espansione nel Mezzogiorno segnata dal secondo conflitto con i
Sanniti. In precedenza, in maniera non dissimile da altre
popolazioni italiche, i Romani avevano utilizzato come strumento
dello scambio economico e misura del valore i capi di bestiame o il
bronzo a peso. Gli esiti
delle guerre sannitiche e i rapporti intercorsi con Napoli e la
Campania in occasione del secondo conflitto, costituirono un
incisivo fattore di stimolo per una radicale trasformazione delle
strutture economiche di Roma. La seconda guerra sannitica modificò
anche il precedente assetto territoriale del Sannio. I contrasti
presero spunto dalla fondazione nel 328 a.C. della colonia di
Fregellae nella valle del fiume Liri, territorio laziale allora
sotto il controllo sannitico, e si conclusero nel 304 quando fu
stipulato un trattato tra i contendenti fortemente penalizzante per
i Sanniti. Per comprendere gli sviluppi della storia monetaria
della regione occorre tenere ben presente l'assetto politico
determinatosi nel territorio dopo i conflitti con Roma. I Sanniti
avevano perso la valle del Liri, Teanum Sidicinum nella Campania
settentrionale interna e Saticula (S. Agata dei Goti) in area
caudina e, sul versante apulo, Luceria. Comunità diventate alleate
di Roma come quelle dei Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani e
Larinum, che da allora acquisì la condizione di stato autonomo
all'interno di quello dei Frentani, accerchiavano i Sanniti Pentri
stringendoli in una insopportabile morsa. Inevitabilmente dopo pochi
anni nel 294 a.C. scoppiò un nuovo conflitto a seguito del quale
essi persero anche Venafro. I confini del loro stato a nord-ovest
vennero quindi spostati al fiume Volturno, mentre a controllo del
territorio a sud dell'Ofanto fu fondata la colonia di Venusia
(291). Dopo la
guerra contro Pirro e Taranto, Roma completò l'opera di controllo
del territorio fondando le colonie latine di Benevento (268) e di
Aesernia (263). Se prendiamo in esame le monetazioni delle comunità
campane e sannitiche sviluppatesi in tale contesto storico risulta
evidente che i centri di emissione della moneta sono colonie latine
o comunità alleate di Roma: è il caso di Benevento, di Aesernia, di
Venafro e Telesia (a queste ultime due vengono attribuite con
qualche incertezza rari esemplari in bronzo), di Cales, di Teano, di
Suessa, dei Frentani e di Larino. In queste emissioni la tecnica e i
tipi monetali utilizzati si ispirarono a quelli delle monete in
bronzo napoletane, che come vedremo furono la valuta più attestata
in circolazione nella zona nel secondo quarto del III secolo
a.C. Allargando lo
sguardo alla fascia alto-adriatica, anche le monetazioni di Rimini,
di Atri, di Fermo, dei Vestini, e in ambito apulo di Lucera e di
Venosa, che hanno invece caratteristiche formali tipiche
dell'ambiente latino, furono emesse in connessione con la presenza
di Roma nelle diverse aree e funzionali alle sue esigenze nei
territori occupati. Emerge con chiarezza un dato: l'area geografica
dell'Italia centro-meridionale, in cui è più scarsa la produzione
monetale, è quella dei territori dei Sanniti Pentri, area
corrispondente alla regione Samnium nella suddivisione dell'Italia
di età augustea. Una possibile spiegazione va rintracciata nel tipo
di relazioni intercorse tra i Sanniti Pentri e Roma. Infatti, nella
prima fase della monetazione romana il volume della coniazione fu
proporzionale all'entità delle spese militari e la paga dei soldati
arruolati fu una delle cause principali dell'emissione di moneta.
Alcune serie monetali delle colonie latine e dei centri alleati
vennero coniate proprio per i contributi che essi erano tenuti a
versare, in uomini e mezzi, per sostenere Roma nelle sue imprese
militari: molto probabilmente, ad esempio, talune emissioni in
bronzo di Neapolis e dei centri campani contrassegnate dalla sigla
IS furono prodotte per contribuire al finanziamento della prima
guerra punica. La scarsità di produzione monetale nel Sannio
potrebbe corrispondere allora alla condizione di non alleanza con
Roma. I Sanniti
Pentri non furono infatti aggiogati da Roma, e continuarono a
rimanere organizzati in un'entità politica di tipo statale (in osco
un touto). La comunità dei Pentri fu uno Stato con propria dignità
politica: lo si deduce da una serie di indizi forniti sia dalla
tradizione letteraria (non viene mai citata in occasione dei
conflitti con Roma alcuna città autonoma, ma sempre l'etnico
Samnites), sia da documenti epigrafici in lingua osca attestanti
magistrature di tipo statale. Il nome di questo Stato in osco è
"Safinim" e a documentarlo sono un'iscrizione di II secolo a.C. dal
santuario di Pietrabbondante e una moneta coniata durante la guerra
sociale, quando i Sanniti insieme alle altre popolazioni italiche si
ribellarono contro Roma per acquisire a pieno titolo la cittadinanza
romana. Su questa moneta ritorneremo in seguito a proposito delle
emissioni del bellum sociale (91-87 a.C.) con cui si concluderà la
nostra analisi perchè gli esiti del conflitto - in seguito al quale
lo stato romano allargò le sue basi per comprendere tutte le genti
italiche - trasformarono totalmente l' organizzazione politica e
territoriale del Sannio omologando la regione a quelle del resto
d'Italia. La più antica
attestazione del nome della comunità (in osco "Safinim" e in latino
"Samnium") è data però da una moneta su cui appare in lingua greca e
grafia osca (nella trascrizione riportata dal Sambon è retrograda e
il sigma presenta tre tratti): "Saunitàn". Si tratta dell'unica
emissione monetale, oltre quelle cui accenneremo in seguito quando
tratteremo delle emissioni durante il Bellum Sociale, attribuibile
allo Stato sannitico e merita, pertanto, qualche parola di commento.
La moneta presenta al dritto una testa femminile ricoperta da un
velo cinto sulla fronte e ricadente in pieghe dalla nuca e al
rovescio la cuspide di un giavellotto (in greco "saunìon") in corona
di alloro. L'iscrizione
e il gioco erudito di utilizzare come immagine monetale un oggetto
dal nome rapportabile a quello dell'autorità emittente sono di
impronta greca; si è ritenuto, quindi, che la moneta fu coniata da
Taranto per sancire rapporti di alleanza con i Sanniti (l'ipotesi
avanzata alla fine del secolo scorso dal Garrucci è stata più
recentemente ripresa dal Salmon e dal La Regina). Ed infatti,
sebbene la moneta vada considerata a tutti gli effetti un'emissione
dello Stato sannitico come indica la legenda, in essa confluiscono
più elementi che mostrano influenze greche e riportano ad ambiente
tarantino: innanzi tutto queste rare monetine (ne sono noti soli tre
esemplari) sono oboli di peso campano in argento come quelli coniati
ad Allifae e a Phistelia, due centri al confine tra il Sannio e la
Campania interna, la prima corrispondente all'odierna Piedimonte di
Alife, l'altra non ancora identificata (la Plistica citata da Livio IX, 21, 6 e 22, 2-11 e da Diodoro
XIX, 72,3
?). Ma gli oboli
dei Sanniti soprattutto sono avvicinabili a quelli con la leggenda
"Peripòlon Pitanatàn" (= moneta dei Pitanatae al controllo della
frontiera). I Perìpoloi sono un servizio di guardia ai confini,
che veniva svolto come servizio militare dai giovani spartani e i
Pitanatae sono una comunità di Sanniti filoelleni di origine
spartana, di cui resta menzione in Strabone
(V,4,12). Su questi
oboli è riprodotta una raffigurazione tipicamente tarantina: Eracle
in lotta contro il leone nemeo, immagine ripresa da più monetazioni
di centri indigeni di area apula e anche da Neapolis negli anni
precedenti il "foedus aequum" con Roma (326 a.C.) quando in talune
componenti cittadine prevalse un atteggiamento filo-tarantino. Recenti contributi storici hanno evidenziato il
ruolo di Taranto nella diffusione della tradizione mirata ad
attribuire un'origine spartana alle popolazioni anelleniche
dell'Italia meridionale; ben documentati appaiono anche i rapporti
di amicizia intercorsi tra le popolazioni sannitiche e Taranto dalla
prima metà del IV secolo a.C., nell'età di Archita, fino alla
seconda guerra sannitica quando furono cementati dai comuni
interessi anti-romani. Le emissioni
di oboli in argento delle comunità campano-sannitiche si collocano
in tale contesto storico; assai abbondante fu la produzione delle
serie di Allifae e di Phistelia destinata a circolare soprattutto
nelle aree al confine tra la Campania e il Sannio irpino, meno
cospicua quella dei Pitanatae (esemplari ne sono stati rinvenuti in
Campania interna e in Apulia settentrionale), rara quella con
l'iscrizione Saunitàn nota da soli tre esemplari dei quali si ignora
la provenienza. Non è facile intuire la funzione di queste frazioni
che costituirono negli ultimi decenni del IV secolo a.C. - a quanto
pare - un nominale caratteristico delle popolazioni italiche dell'Apulia interna, del Sannio e della Campania interna. Esse non
ebbero una lunga durata e questo dato, comunque, lascia intuire che
le motivazioni della loro emissione poco ebbero a che fare con
durature pratiche di tipo commerciale: sembrano piuttosto il
riflesso dell'alleanza antiromana tra Sanniti, Taranto e Napoli
prima del "foedus aequum" tra Napoli e
Roma.
Fonte: dal sito I Sanniti di Davide
Monaco da Isernia.
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