La storia dei Sanniti

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 La prima guerra sannitica

Intorno alla fine del V secolo a.C. i Sanniti si trovarono a fronteggiare un problema per loro non tanto nuovo, bensì inaspettato: l'aumento demografico. Ciò rischiava di creare malcontento tra le popolazioni dei vari touti per lo sfruttamento dei terreni sia per la messa a dimora a pascolo che a coltivazione. Non c'era terra per tutti. Inoltre l'evoluzione della società aveva portato i Sanniti alla ricerca di nuove fonti di guadagno e quindi l'ampliamento sia del mercato economico con il controllo di nuove aree di scambio ma anche lo sfruttamento di nuovi giacimenti metalliferi per la produzione di utensili e di armi.


I Sanniti iniziarono così ad annettere i territori limitrofi. Non ci è noto come la Lega Sannitica spartisse le sue conquiste tra le tribù che la componevano, ma che si sia trattato di annessioni e fuor di dubbio.La Lega non si accontentava di effettuare incursioni fulminee al solo scopo di razzia. I Sanniti, avendo bisogno di buoni pascoli per le loro greggi, miravano al controllo del territorio e non a subdole ruberie. Erano particolarmente attratti dalle pianure dell'Apulia, dalla vallata del Liri, dominata dai Volsci, e dalla terra più fertile e ricca di tutte, la Campania.
Indubbiamente i loro vicini li aggredivano per rappresaglia, ma in questi violenti scontri i Sanniti avevano la meglio, parte perchè spinti ad essere piu duri e tenaci dalla maggiore necessità e parte perché, a differenza dei loro vicini, avevano un esercito meglio equipaggiato e più numeroso, con uomini meglio addestrati all'uso delle armi. Si spinsero ad est, verso l'Apulia, stabilendo il proprio controllo su Luceria che, anche se non proprio sannita, era certamente in termini d'amicizia con essi. Ad ovest, verso la Campania, si insediarono saldamente su entrambe le sponde del medio e alto Volturno: Cubulteria, Trebula, Caiatia e Venafrum, a ovest del fiume, rimasero tutte sannite per gran parte del periodo delle guerre contro Roma. A nord-ovest si andavano avvicinando sempre più al bacino del Liri ed ai suoi abitanti Volsci: Atina e Casinum divennero città sannite.
Ciò li portava pericolosamente vicini al Lazio dove, alla metà del IV secolo a.C., i Romani ne avevano conquistato il predominio politico e non potevano certo rimanere inerti mentre i Sanniti continuavano ad avanzare verso il Liri. Prima o poi uno scontro fra i due popoli doveva inevitabilmente avvenire.
I Romani, dal canto loro, avevano già subito l'onta dei Galli e del loro capo Brenno (Vae victis - 386 a.C.), uscendo da quella situazione solo con diplomazia e molto denaro. In seguito avevano capito l'importanza di controllare i territori limitrofi a Roma e le popolazioni stanzianti. A nord i continui tafferugli con gli Etruschi davano loro filo da torcere ma erano controllabili, a sud i Volsci erano stati più volte ridimensionati nelle loro mire espansionistiche tanto da averli indeboliti drasticamente. Si aprivano così per i Romani i territori delle fertili pianure sia del fiume Liri sia, più a sud, della Campania. Esattamente come per i Sanniti.


La ricerca continua di terra fertile dove collocare nuove colonie, aveva portato i Sanniti ad attraversare i fiumi sia Volturno, entrando così nella pianura campana, sia Liri, spingendosi troppo vicino a Roma.
Per entrambi i popoli l'area del medio Liri era di importanza cruciale ed era lì che si sarebbe decisa la grande lotta per la supremazia sull'Italia.
Erano in gioco necessità fondamentali, oltre ai fertili terreni ed alle risorse minerarie, anche la libertà di uno dei due popoli.Lo scontro con i Romani fu dunque inevitabile ma ambedue i contendenti capirono subito la consistenza dell'avversario e l'approccio sbagliato al problema.
Sicuramente, dopo le prime battaglie, entrarono in azione più le parole che le armi, essendo coscienti del fatto che combattendo tra di loro indebolivano le rispettive difese contro gli attacchi di altre popolazioni.Così, nel 354 a.C., fu stipulato un trattato tra la Lega Sannitica ed i Romani dove venivano sanciti i termini di una pace che delimitava le aree territoriali dei due popoli. Ovviamente si trattava di un'alleanza tra uguali, fra due poteri della stessa statura, e fu il primo trattato firmato dai Romani con un popolo al di fuori del territorio laziale. Il trattato, discusso diplomaticamente dai feciali dei due schieramenti, era di tipo difensivo dove, oltre a venir delimitate le rispettive aree di influenza veniva individuato anche il loro limite: il fiume Liri.
Nessuno doveva oltrepassare quel limite, altrimenti il trattato sarebbe decaduto e si sarebbe tornati alle armi.
Per molto tempo il patto fu rispettato, forse per più di dieci anni. In questo lasso di tempo ambedue i popoli si spinsero verso il medio Liri senza mai oltrepassarlo, ma i Sanniti si espansero anche verso la Campania, le cui terre non erano comprese nel trattato.
I Romani, che non volevano rompere la pace siglata con i Sanniti intervenendo con le armi, iniziarono a temere questa espansione.
La Campania settentrionale divenne quindi il nuovo pomo della discordia. Era una regione fertile e popolosa e nessuna delle due potenze poteva lasciare che l'altra ne assumesse il controllo.Nel 343 a.C. i Sanniti si trovarono a contatto con i Sidicini, gente di lingua osca che popolava il territorio di Teanum, sul confine occidentale del Sannio. Allarmati, i Sidicini invocarono l'aiuto dei Campani, altra popolazione di lingua osca più numerosa che si era organizzata in una Lega che faceva capo alla città di Capua. Ai Sanniti non piacque l'intromissione dei Campani e mossero contro di loro, conquistando tutti i territori intorno alla città. A quel punto, secondo Tito Livio, i Campani chiesero l'intervento di Roma, la quale era restia ad intervenire proprio per non infrangere il trattato. In effetti la zona dove si succedettero questi avvenimenti era nel territorio spettante al controllo dei Sanniti, a sud del fiume Liri, come stabilito dal trattato del 354.
Ma Roma intuì che il mantener fede a quel trattato significava lasciare un territorio troppo ricco e fertile nelle mani di un'altra potenza militare.

Molte battaglie vennero combattute e, tra i Magister Equitum e Consoli romani che scesero in campo si ricordano Marco Valerio Corvo, Publio Decio Mure, Caio Marcio Rutilio ed Emilio Mamercino. Dei Meddix sanniti gli storici romani non tramandano nulla. In seguito ambedue gli eserciti capirono che la questione poteva essere risolta diplomaticamente e riposero le armi ripristinando il trattato del 354 con alcune modifiche che portavano il territorio della Campania settentrionale sotto l'influenza di Roma, lasciando ai Sanniti le terre dei Sidicini.
Questo trattato, anche se portò una lunga pace tra Roma ed il Sannio, indebolì sensibilmente la potenza d'intervento sannita con l'ampliamento della sfera d'influenza romana su un territorio ormai tanto vasto da rivaleggiare con quello dei Sanniti, un territorio che apportava nuove braccia e tributi a Roma che si traducevano in un accrescimento sia demografico e quindi militare, sia economico.Le mire espansionistiche di Roma volgevano ormai al sud tanto che iniziarono ad inglobare nel sistema delle "colonie latine", cioè agglomerati urbani sotto controllo romano, molti insediamenti sia dell'attuale frusinate che della Campania occidentale, troppo vicino ai territori dei Sanniti.

 

Il conflitto scoppiò riguardo ad una zona su cui non c'erano stati accordi precedenti tra le parti (Sanniti e Romani).

La Campania settentrionale divenne il pomo della discordia: era una regione fertile e popolosa e nessuna delle due potenze poteva lasciare che l'altra se ne assicurasse il controllo. Alla metà del quarto secolo, la valle del Volturno non pareva destinata a trovarsi in un vuoto di potere, in quanto i Campani erano tutt'altro che in declino. Inoltre gli interessi dei Romani non avevano ancora raggiunto la valle del Volturno. Quando si verificò, la crisi dei Campani sembrò insomma cogliere di sorpresa sia i Romani sia i Sanniti».  

Gli scontri campali derivanti che di lì a breve si estrinsecarono, manifestarono inconfutabilmente la superiorità dell'apparato militare romano, ed in particolare della sua fanteria su terreno aperto e pianeggiante, ma al contempo anche la inusitata capacità sannita a sfruttare i vantaggi tattici delle montagne, specie quelle incombenti del massiccio del Matese e delle loro orride forre.

Ma ai Romani (ancora) non importava penetrare in quel paese, come era ormai interesse dei Sanniti di rimanervi asserragliati. Si configuravano così le divergenti caratterizzazioni operative delle due potenze: aggressiva ed espansiva quella romana, difensiva quella sannita. Da quel momento ciascuno dei due contendenti avrebbe con qualsiasi mezzo cercato di attrarre l'altro sul suo terreno preferito di scontro assicurandosi automaticamente il completo successo ogni qualvolta ci fosse riuscito. Il risultato dovette finire per canalizzare l'intera condotta bellica successiva. Potrebbe forse proprio in ciò ravvisarsi la principale conseguenza di questa enigmatica prima guerra, carente di rimarchevoli battaglie campali, altrimenti glorificate e tramandate. È probabile che Beloch abbia ragione quando sostiene che l'invasione romana del Sannio del 341, che stranamente si svolse senza battaglie sia stata inventata da un analista allo scopo di dare un tono convincente alla narrazione delle vicende conclusive della guerra. Alcuni studiosi si spingono anche oltre e, sulla base di assenza dei panicolari sostengono che la guerra non è mai avvenuta.

Senza condividere le ipotesi estreme ci sembra evidente che si trattò per ambedue le potenze di saggiare le rispettive forze e modalità operative, ricavandone come affermato precise indicazioni procedurali. Doveva al contempo iniziare a configurarsi sia ai romani che ai sanniti che la posta in gioco ultima del contendere era la supremazia peninsulare, ovvero la sopravvivenza del proprio stato sovrano, e che il teatro per antonomasia della guerra sarebbe stata proprio la Campania.

Del resto non si può negare del tutto, che l'abbondanza di risorse agro-alimentari della regione agì da stimolo ossessivo sulla cupidigia romana, particolarmente sensibile al riguardo, non fosse altro che per le ricorrenti carestie.

La pace stipulata nel 341, sancì la presenza romana in Campania pur concedendo alcune contropartite, più apparenti che reali ai sanniti. La lunga tregua successiva, di oltre 15 anni, è una riprova delle rispettive esigenze dei belligeranti tesi a garantirsi i nuovi possessi e ad avviarne lo sfruttamento. Fu però eminentemente una sospettosa e diuturna preparazione all'inevitabile ripresa delle ostilità.

Non è da escludere che proprio in questo periodo di prezioso intervallo i sanniti riqualificassero e correlassero le loro arcaiche fortificazioni, trasformandole in un micidiale sistema difensivo.

 

 

 

 

 

 

  Fonte: Dai Sanniti all'Esercito Italiano.

Fonte: I Sanniti di Davide Monaco - Isernia.