La storia dei Sanniti
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La seconda guerra sannitica In
merito alla seconda guerra sannitica regna fra gli studiosi una unica
sostanziale concordanza: quella di ritenerla, fin dal passato, di gran
lunga la più importante e decisiva delle tre. Fu parimenti quella nel cui
corso si registrarono le maggiori perdite di uomini e di risorse, e che in
ultima analisi consacrò Roma a potenza egemone, confinando parallelamente
la resistenza sannita ad un ruolo disperato e vano di guerriglia
terminale, priva cioè di qualsiasi prospettiva positiva e come tale
compresa anche dai suoi propugnatori ed esecutori.
Per
la prassi bellica romana ogni guerra presupponeva una palese e congrua
casualità, che in un certo senso ne sanciva la liceità almeno formale.
Per questa si imputò all'arbitraria occupazione di Paleopolis (Napoli)
nel 328-327 a.C. da parte delle truppe sannite, che venivano in tal modo a
stanziarsi fin troppo a ridosso della ormai colonizzata Capua, per non
destare preoccupazione. Al di là della tesi romana però circa il «casus
belli», vi è da sottolineare che fu proprio la politica dell'urbe, in
aperto spregio degli accordi ratificati coi sanniti, ad indurre in questi
dopo la fondazione della colonia di Fregelle un rabbioso risentimento
sfociato nell'impresa napoletana. Ed
era probabilmente quello che Roma desiderava, tant'è che nel 326 si ebbe
la notifica ufficiale di guerra fra le due potenze. Il
carattere prevalentemente campano, ed in particolare campano
settentrionale, si riconfermò immediato per l'insorgente conflitto, a
ridosso perciò del Matese. Nello stesso 326 infatti Livio ci attesta la
conquista di Callifae, Allifae e Rufra, scansione che sembrerebbe
sottoindicare una ubicazione limitrofa dei tre abitati sanniti, dei quali
la notorietà di Allifae ci consente una plausibilissima localizzazione
anche per gli altri due alle falde del massiccio. Che
si sia trattato poi di una conquista transitoria, non resa irreversibile
da una stabile occupazione militare, peraltro all'epoca assolutamente
impraticabile, lo denunzia lo stesso Livio, ricordando che alcuni anni
dopo Allifae era pur sempre saldamente sannita. Sta di fatto comunque che
le legioni presero ad operare puntate offensive contro la roccaforte dei
Pentri generando un quinquennio di continue quanto sterili schermaglie
caratterizzate da scaramucce inconcludenti e da brevi sconfinamenti, a cui
sembrerebbe aver preso parte un numero di uomini relativamente limitato. I
consoli, a quanto pare in questo periodo ciascuno al comando di una
legione, stando a ciò che dice Livio avrebbero agito indipendentemente,
mentre talvolta scesero in campo eserciti non consolari (capeggiati da un
dittatore), un tipo di strategia che permetteva fulminei attacchi in vari
punti simultaneamente. È
estremamente importante quest'ultima osservazione poiché ci certifica il
nascere della strategia che condurrà alla fine allo scardinamento del
sistema difensivo fortificato regionale e quindi dello stesso Sannio,
strategia che come vedremo fu continuamente migliorata e con costanza
perseguita. Nel
321 a.C. avvenne quello che andrebbe definito come episodio cruciale
dell'intera guerra, notissimo nella sua dinamica ma incoerente e per molti
versi assurdo nelle sue estrinsecazioni e conseguenze: quello delle Forche
Caudine. Ovviamente a confondere volutamente la logica del singolare
evento giocò la storiografia romana che non potendolo ignorare,
ritenendolo giustamente una delle pagine più ingloriose del suo esercito,
ne stravolse, banalizzandone, lo svolgimento. Fiumi di inchiostro sono
stati versati da allora nel tentativo di individuarne il sito esatto. In
merito all'ubicazione di Rufra, è stata ipotizzata l'adiacenza di
Raviscanina, ed ancora quella di S. Potito, ma nessuna è fondamentalmente
motivata. Anche
per Callifae le ipotesi ubicative sono molte, tra le quali quella di
identificarla con Calvisi, non fosse altro che per la vicinanza ad Allifae
e l'assonanza toponomastica: prove più concrete tuttavia mancano, almeno
fino ad oggi. Eppure fu, stando anche alla scarna descrizione liviana, il classico e perfetto prototipo della tattica sannita, diametralmente opposta a quella romana. Inutile per la rinomanza dell'azione citarla. Se mai invece è da rimarcare che l'incredibile non sta nell'imbottigliamento del quasi totale potenziale militare romano nella gola di Caudio, quanto piuttosto una volta conseguito un simile straordinario ed irripetibile risultato, l'averlo riconsegnato inalterato. E’ infatti difficile immaginare che un intero esercito romano si cacciasse in maniera così sprovveduta nella mitica strettoia restandone intrappolato; né d’altro canto i luoghi tradizionali dell’episodio ostentano connotazioni così impervie da renderlo verosimile. Sembra pertanto lecito ipotizzare che si sia trattato di uno sforzo storiografico per scaricare sui luoghi la responsabilità di una sconfitta famosa ed altrimenti ingiustificabile. Molto probabilmente, quindi, i romani che entrarono nella gola di Caudio erano già reduci da una disfatta sul campo e quindi sbandati e privi dell’abituale circospezione che contraddistinse sempre l’avanzata delle loro legioni. La soppressione dei due interi eserciti consolari arresisi incondizionatamente avrebbe di fatto non solo posto fine alla guerra che stava martorizzando il Sannio, ma decretato incontrovertibilmente e forse in maniera irreversibile il ridimensionamento di Roma, non ultima la sua cancellazione, essendo in un unico momento dissoltasi la sua forza armata. L
'odio e la necessità non mancavano di certo ai sanniti, ne meno che mai
la spietatezza per eseguire la sanguinosa soluzione finale dell'esercito
nemico, come episodi di minore entità avevano dimostrato. Invece
paradossalmente dopo il risibile e deleterio rito delle forche e l'ancora
più idiota patteggiamento con gli sconfitti consoli, privi per la loro
stessa posizione giuridica ed umana di qualsiasi volontà, si restituì a
Roma la sua forza. Integra negli organici, umiliata profondamente e quindi
desiderosa di vendetta, disarmata ma libera, fu fatta uscire dalla
clausura altrimenti irrisolvibile. Le
spiegazioni tramandate dalle sole fonti romane sulle motivazioni che
indussero la dirigenza sannita ad una così assurda aberrazione
decisionale, la confermano ulteriormente incredibile. Si
deve pertanto ipotizzare innanzitutto che le forze intrappolate a Caudio
fossero soltanto un'aliquota consistente, ma non maggioritaria,
dell'esercito romano, tanto da far plausibilmente temere una pronta e
ferocissima rappresaglia da parte della restante, e secondariamente una
vantaggiosissima sottomissione di Roma, resa tangibile e concreta da
precise garanzie quali cessioni di territorio, di colonie e di ostaggi, a
cominciare dalla contesa Fregelle. Ingenuo per ovvie ragioni cercare
tracce documentarie di quanto esposto, nella trattatistica romana, tesa
alla glorificazione dei trascorsi e non certo alla individuazione della
verità. Ristabilitosi in tal modo un contesto di superiorità strategica a favore dei sanniti, ne implicando automaticamente la soppressione dei numerosi legionari prigionieri la distruzione della loro patria, diviene coerente e convincente l'operato del valoroso Gavio Ponzio, duce di Caudio. II punto essenziale è che la pace fu conclusa e le ostilità cessarono, quindi la pace caudina non fu sconfessata. Durò cinque anni e si deduce che fra Romani e Sanniti in questo periodo regnò la pace. Fregelle fu ceduta ai sanniti, presumibilmente nel 320, in quanto così era stabilito nelle condizioni della pace caudina. Il
quinquennio successivo infatti se non proprio di pace fu almeno di
bassissima conflittualità, e giovò ai disegni di entrambi i contendenti:
ai sanniti per perfezionare e mettere a punto il loro sistema difensivo i
cui recenti validi impieghi avevano fatto prefigurare l'importante ruolo
futuro; ai romani per rivedere radicalmente il loro apparato militare, che
aveva manifestato fin troppe pericolosissime carenze e manchevolezze
operative. Fu
probabilmente in questo periodo che venne deciso di portare a due il
numero delle legioni di ciascun esercito consolare e di far scendere in
campo truppe ausiliarie qualora le circostanze l'avessero richiesto. In un
modo o nell'altro si arruolarono ed equipaggiarono nuove legioni. Non c'è
ragione per ritenere che se tali truppe erano armate di pilum e scutum i
Romani dovessero aver appreso l'uso di queste armi dai Sanniti (il
fenomeno invece oltre che logico è usuale per qualsiasi esercito
sconfitto, consiste nel copiare le tattiche, le armi e persino le uniformi
dei vincitori n.d.A.), ma è certamente possibile che durante la pace
seguita alla sconfitta di Caudium (forche caudine) le truppe romane si
erano esercitate più intensamente nelle tattiche di manipolo, usando unità
più piccole e più mobili, simili a quelle impiegate dai Sanniti. In
realtà non dovette essere semplicemente in seguito alla resa di Caudio
che i romani si decisero a siffatte modifiche, ma soprattutto in
conseguenza della inconcludenza operativa di oltre cinque anni di
guerriglia, costellati da uno stillicidio insostenibile di perdite, delle
quali l'episodio delle forche costituiva solo il drammatico e parossistico
epilogo. Il
teatro bellico particolare, sul quale era facile previsione si sarebbe
ancora combattuta la terribile guerra lo imponeva in modo ormai
indifferibile. Diviene
a questo punto utile fornire alcuni dati relativi alla legione manipolare,
indubbiamente fra le migliori elaborazioni di schieramento e di
combattimento dell'antichità. Questa
così si strutturava in Livio: 1)
1° schieramento: a.
15 ordines o manipuli di astati, b.
di 60 soldati, di cui 20 erano milites leves (armati solo di lancia
e giavellotti), 40 erano milites scutati (muniti anche di scudo), c.
2 centurioni, d.
1 vessillario o portabandiera, In
totale erano: 300 soldati leggeri, 600 scudati, 30 centurioni, 15
vessillari: in complesso Uomini 945. Gli astati erano giovani di leva,
istruiti all'uso delle armi, massimamente agili. 2)
2° schieramento: a.
15 ordines o manipuli di principes, b.
soldati muniti di scudo e delle migliori armi: giovani di età più
robusta e pratici di guerra. Venivano disposti negl'interstizi degli
astati, ma più indietro. Come
gli astati assommavano a 900 soldati, 30 centurioni, 15 vessillari: in
complesso uomini 945. Il
1° e il 2° schieramento costituivano la massa dei manipoli antepilani:
posti cioè davanti ai manipoli di triarii o pili, (che facevano parte del
terzo schieramento), e davanti le insegne, le quali appunto, venivano
disposte tra il 2° e il 3° schieramento: le insegne comprendevano
l'aquila della legione e i vessilli dei manipoli. 3)
3° schieramento: 15
ordines o manipuli e meglio vessilli, costituiti da tre parti o manipoli
di 62 uomini (60 soldati e 2 centurioni). Anche questi uomini venivano
schierati in corrispondenza degli interstizi dei principes, dopo le
insegne. Le prime quindici parti, assommanti ad uomini 900, centurioni 30
(a cui probabilmente andavano aggiunti 15 vessillari), costituivano gli
ordini dei triarii o pili: i triarii erano soldati di provata esperienza e
specchiato valore e i loro centurioni prendevano il nome dall'ordine del
plotone o pilo che comandavano: centurioni primi pili o primus centurio
(il più elevato in grado), centurio secundi pili o secundus centurio ecc. Le
seconde quindici parti dei detti ordini erano formate da milites rorarii:
giovani ed assai agili, avevano il compito di avanzare rapidamente oltre i
triarii, scagliare l'asta o il telum e ritirarsi non meno rapidamente
dietro i triarii. In prosieguo di tempo quel compito divenne più generale
nello spazio e cambiò anche il nome: i rorarii furono sostituiti dai vèliti
soldati celeri ardimentosi disposti e pronti ad apparire nei punti più
impensati o più delicati o più inattesi per portare con rapidità la
propria azione e ritirarsi e piombare altrove: i vèliti furono gli arditi
o fiamme nere della prima guerra mondiale. I rorarii dunque assommavano
come i triarii, a 900 soldati, 30 centurioni, e 15 vessillari: in
complesso uomini 945. Le
terze quindici parti del 3° schieramento formavano l'ordine degli accensi:
soldati cioè censiti o arruolati in soprannumero dalla classe dei
cittadini più poveri e che davano scarso affidamento o minimo per la
convinzione, il più delle volte non errata, che il nullatenente non
potesse possedere la virtus del cittadino. Gli accensi raggiungevano lo
stesso numero degli altri: 900 milites, 30 centurioni, 15 vessillari: in
complesso Uomini 945. Il
terzo schieramento, quindi assommava una volta e mezzo gli antepilani:
2.700 uomini, 90 centurioni, 45 vessillari:in totale Uomini 2.835,
aggiungendo gli astanti e principi uomini 1.890 si aveva un totale di
Uomini 4.725 Aggiungendo
al totale i vari nuntii (portaordini), i tubicines (o trombettieri), i
littori, i pullari (addetti agli auspici) e gli addetti ai vari
indispensabili servizi per il funzionamento dello stato maggiore, dei
quadri e dell'amministrazione regolata dal quaestor, si perveniva alla
cifra di cinquemila uomini accennata da Livio. Facevano
parte della legione trecento cavalieri. Il
comando amministrativo e disciplinare della legione era esercitato da sei
tribuni militum (due per schieramento), forse eletti dal popolo: uno per
bimestre. Essi quindi erano ufficiali superiori, a cui dal comando supremo
(console) potevano essere affidati compiti tattici e strategici, per i
quali normalmente i consoli si servivano dei legati o luogotenenti: uno
per legione. I tribuni militum esercitavano la carica del nostro
colonnello, nei due mesi di comando (e lo esercitavano o un mese per
ciascuno o un giorno sì e uno no), oppure avevano la carica del nostro
tenente colonnello o maggiore negli altri mesi, in cui rivolgevano le loro
cure agli uomini, su cui normalmente vigilavano e che istruivano (comando
moderno del battaglione). I centurioni, pari ai nostri capitani
comandavano i manipoli, ed erano indicati col numero d'ordine: primus
centurio hastatorum, secundus centurio principum ecc. Ogni manipolo ne
aveva due, perché nel manipolo si consideravano esistenti due primitive
centurie dei triarii. Dei due centurioni del manipolo il primo comandava a
destra del manipolo, il secondo a sinistra. Non mancavano i sottufficiali:
principales ed immunes: coloro che si distinguevano per capacità o coloro
che venivano esentati dal servizio generale per mansioni particolari. Un
console era il comandante supremo di due legioni e delle truppe alleate
latine (auxilia), che di solito pareggiavano il numero dei legionari. Per
il comando tattico e strategico di ogni legione e degli auxilia il console
si serviva odi un tribunus militum oppure di un legato o luogotenente: o
praefectus per i socii. Ogni legione era indicata con un numero d' ordine
(1°, 2°, ecc.), riferentesi alla costituzione o fondazione di essa: in
seguito al numero fu aggiunto un nome o un aggettivo attributivo. Le
truppe dei socii normalmente erano schierate alle ali della legione e non
per manipoli, ma per coorti: ogni coorte comprendeva un manipolo di
astati, uno di principi e uno di triarii e i milites socii della coorte
erano dello stesso territorio o municipio e concittadino era il praefectus
che li comandava. In
un secondo tempo, per necessità tattica e strategica si costituirono
anche le coorti romane: dieci per ogni legione e indicate col numero
d'ordine: capo di ognuna di esse era un tribunus cohortis. La
cavalleria, 300 equites per ogni legione, era divisa in due ali o coorti,
comandate da un tribunus: ogni ala comprendeva dieci turmae (squadroni)
comandate da praefectus. Non sempre la cavalleria era schierata alle ali
della legione: poteva essere posta dietro ai fanti e avanzare, come si
vedrà in più luoghi di Livio, attraverso gl'interstizi interposti o
aperti tra i manipoli: ciò dipendeva, naturalmente, dalla natura del
terreno o dalle necessità del momento. Da
quanto dice Livio si può arguire che fosse organizzato un servizio per la
cura dei feriti e dei malati. Ne mancava una complessa organizzazione di
servizio di vettovagliamento e di vivandieri. Il
nuovo ordinamento dell'esercito esigeva una scuola militare assai più
seria e più continua della falange, in cui il gran centro di gravità
della massa teneva insieme ordinati anche gli inesperti. La legione a
manipoli apparisce compiutamente ordinata nella guerra pirrica; ma non si
saprebbe dire con precisione quando ciò sia avvenuto, in quali
circostanze, se tutto ad un tratto, o poco a poco, quantunque paia
naturale che la lunga guerra sannitica, combattuta quasi sempre entro le
montagne, debba avere contribuito a svolgere l'individualità del soldato
romano». Trascorso
il quinquennio di quiescenza, la guerra riesplode nel 316, avviando una
fase che stando alle fonti pervenuteci, appare estremamente confusa,
cooperando al riguardo l'indeterminazione di molti siti citati. Sulla
scorta tuttavia delle identificazioni da noi avallate, prospettate nelle
precedenti schede, ipotizzate motivatamente da studiosi e suffragate da
inedite presenze archeologiche, diviene più conseguenziale e meno
enigmatica la narrazione dello stesso Livio, esimendoci dagli artifici
filologici, che postulavano rilevanti incoerenze degli autori classici, e
non rari errori ortografici circa la toponomastica, provocati dai
trascrittori, con il risultato di accrescere l'arbitrarietà delle
deduzioni. Il
primo evento militare eclatante del nuovo ciclo bellico si incentra nella
sconfitta patita dai sanniti, secondo Livio, nelle adiacenze di Caudio fra
il 314-313 a.C., seguita da una disordinata fuga dei superstiti verso
Benevento, esito del resto alquanto scontato e credibile per gli scontri
frontali. Fondamentale però è dal nostro punto di vista il cercare
scampo nella città, piuttosto che tra le impervie fortificazioni del
Matese, a rigor di logica sostanzialmente equidistanti dal tramandato
campo di battaglia. Potrebbe ravvisarsi in ciò una implicita conferma che
il percorso verso le stesse fosse assolutamente precluso per che
saldamente in mano nemica. I
romani perciò in quel momento sarebbero stati virtualmente padroni
dell'intero territorio sottostante le congiungenti Allifae-monte
Acero-Morcone, interponendosi in maniera impenetrabile fra il sistema
difensivo ed i fuggiaschi. Sfruttando poi temerariamente il vantaggio
della recente vittoria, e della ridotta presenza sannita nei caposaldi
della regione fortificata, aggirato il fronte meridionale di quella, si
immisero nella valle del Tammaro, risalendo la agevolmente lungo l'antico
tratturo delle Puglie, dirigendosi così verso Bovianum per attaccarla. È
necessario ora aprire una parentesi d 'indole psicologica per cogliere a
pieno la profonda motivazione della rischiosissima impresa descritta. Per
gli storici romani, Livio in testa, il portarsi ad assediare Bovianum era
un po' il qualificare ad un livello superiore l'intera campagna, diretta
conseguenza della miticità del centro sannita-pentro. È plausibile
pertanto supporre, a maggior ragione, che tre secoli innanzi un analogo
irresistibile stimolo agitasse i condotti eri romani, istigandoli ad
intraprendere iniziative per le quali peraltro non disponevano di adeguate
risorse militari ne capacità tattiche. Ed
infatti dopo breve tempo realizzata l'impossibilità dell'assedio il
dittatore Caio Petelio: "omisso Boviano ad Fregellaspergif", che
è come dire si vide costretto ad abbandonare l'impresa. Non
verosimile per contro appare la tesi del Mommsen secondo cui dopo la
sconfitta sannita da lui ipotizzata presso Capua gli scampati fuggirono a
rifugiarsi sul massiccio, tirandosi però dietro le truppe romane, che così:
«valicarono il Matese e si attendavano nell 'inverno del 440 (314)
dinanzi a Boviano, capitale del Sannio». Difficile credere che un reparto
lanciato all'inseguimento fosse tanto incosciente da avventurarsi dentro
quelle gole e quelle giogaie in cui, oltre alla lezione di Caudio,
innumerevoli agguati avevano subito, e ancora maggiormente che a compiere
la pericolosissima valicazione, su territori montani del tutto ignoti
fosse l'intero esercito consolare, che poi si sarebbe accampato sotto
Boviano tentando di espugnarla! Giustamente
la critica qui si appunta, non potendosi oggi ammettere che un esercito,
staccato del tutto dalle basi campane, bloccato anzi dalle nevi nel
Matese, il quale nei mesi invernali è invalicabile, possa svernare (e la
valle del Tammaro è già a quota 500 risentendo per di più della
vicinanza delle montagne, per cui il suo microclisma è particolarmente
rigido n.d.A.) e continuare le operazioni d'assalto. Vi furono forse
possibilità d'azione e di tempestiva ritirata nelle retrovie alifane che
la tradizione perdette di vista. Pertanto la ricostruzione iniziale rimane
la più convincente, altrimenti si è costretti a ritenere: ancora più
incredibile la storia secondo cui in seguito alla vittoria i Romani
sarebbero andati ad assediare Bovianum, essendo del tutto impossibile che
si possano essere spinti fino a lì nel 313 e vi abbiano trascorso
l'inverno; Livio scambia per verità ciò che è solo il suo sogno. Molto
probabilmente invece il Matese venne valicato trasversalmente dai romani
per la prima volta nel 311, nel corso di una veloce spedizione offensiva
contro Bovianum, essendosi ormai perfettamente convinti che la temibile
roccaforte sannita sarebbe caduta soltanto in seguito ad un attacco
combinato simultaneo, da monte e da valle e giammai per un tradizionale
assedio. I
due anni che precedettero l'epico evento ad onta di una insolita laconicità
liviana sembrano essere caratterizzati da una concertata opera
preparatoria, che se da un lato attesta il radicarsi irreversibile della
presenza romana in Campania, dall'altro si finalizza per un risolutivo
attacco alla regione fortificata. Basti
al riguardo ricordare che già nel 313 fu riconquistata Fregelle, dotate
di adeguati accantonamenti militari Caiatia (Caiazzo), Sora ed altre
piazze avanzate; che nel 312 fu fatta lastricare dal censore Appio Claudio
l'omonima grande strada militare, da Roma a Capua, per garantirne la
transitabilità in qualsiasi momento ed alla massima velocità; che in
quello stesso anno fu dedotta una nuova colonia militare ad Interamna,
località prossima alla confluenza del Rapido con il Liri; ed ancora che
furono occupate Nola ed Atella (odierna Aversa) ed infine Cluvia, posta
per quanto ipotizzato a sbarramento dell'itinerario transmatesino. La
storia del presidio ivi rimasto è nota: lo scatenarsi dell 'offensiva
romana nel Sannio del 311, per la quale tante previdenze erano state
apparecchiate, al comando del console Giunio Bubulco, comportò la
immediata riconquista del prezioso caposaldo, e non, certo per una
semplice vendetta alla feroce rappresaglia, quanto piuttosto che
garantirsi la via interna e diretta per Bovianum, ormai ben nota ai
Romani. In
questa circostanza Giunio fu costretto a muoversi sul tipo di terreno
montuoso tanto familiare ai Sanniti e riportò solo modesti successi, che
in realtà si risolsero nel saccheggio di alcune minuscole comunità...
Livio (però) sostiene che riuscì a prendere Bovianum Pentrorum. La
città di Boiano, dunque, fu presa nel 311 a.C., senza molta strage; si
arrese, forse per evitare le stragi di Cluvia, ma non evitò la perdita di
ogni cosa: la preda fu abbondantissima, e fu concessa ai soldati in
compenso dei disagi patiti. La
provenienza dell'esercito romano dall'altipiano del Matese e dalla zona di
Guardiaregia, Campochi aro e San Polo (ripetendosi in tal modo la manovra
aggirante del 313 n.d.A.) consigliò forse quella resa, che contribuì
probabilmente a salvare la città. L
'operazione conclusasi positivamente, non fu esente proprio per la sua
complessa quanto temeraria impostazione da consistenti perdite, ammesse
dallo stesso Livio. Anche per questa ricostruzione della conquista di
Bovianum, se si prescinde dalla ubicazione supposta di Cluvia, si cade
nella solita indeterminazione, configurandosi l'episodio: «assolutamente
improbabile, poiché Cluviae si trovava sul Iato opposto dell'Italia
rispetto a Bovianum. Quasi certamente Javanum (!) di cui si sapeva ben
poco, dovette venire confuso con Bovianum. Eppure anche a voler
tralasciare la controversia questione delle identificazioni
toponomastiche, la progressiva evoluzione della linea strategica romana di
attacco al sistema fortificato del Matese, e già di per se una esplicita
riprova della nostra esposizione. Ad
una iniziale presa di contatto con il massiccio nel 326 in concomitanza
con la conquista temporanea di Allifae, provvide per una valutazione delle
difficoltà inerenti all'espugnazione della regione e per una più diretta
conoscenza del particolare territorio, l'attuarsi dei primi attacchi
simultanei da due diverse direttrici, ad opera di piccoli contingenti
(eserciti non consolari). Nel
313 si registra già un aggiramento del massiccio con una presenza
offensiva romana sia lungo la fronte tirrenica, con la riconquista di
Allifae, sia lungo quella adriatica con l'assedio di Bovianum. Schema
peraltro identico fu ancora applicato nel 311, con risultato vittorioso,
come ricordato. La
dinamica è evidentissima tant'è che in linea generale pure altri autori
così la sintetizzano: Negli attacchi alle zone di confine, i Sanniti
avevano il vantaggio di potersi muovere per linee interne, spostando
velocemente le loro truppe da un punto alI 'altro direttamente, mentre i
Romani erano costretti a far compiere alle loro bande di saccheggiatori
una completa circonferenza perché potessero raggiungere i punti da
assalire. È ovvio quindi che in tali circostanze le incursioni romane
possono aver sortito solo un effetto molto limitato»: a meno che non
fossero impiegati in perfetto sincronismo organici abbastanza numerosi,
tattica che ben presto, in aderenza alla suddetta linea strategica, i
romani applicarono sistematicamente e che i sanniti tentarono in tutti i
modi di scongiurare. La
ennesima riconquista sannita di Allifae e la sua altrettanto ricorrente
perdita successiva nel 310, sembrano confermare ulteriormente questa
teoria. La stessa avanzata arditissima dei sanniti verso Roma del 306, che
gettò la città nel panico, appare in definitiva più come uno strenuo
diversivo per alleggerire la pressione romana sul cuore del Sannio che una
convinta campagna di assoggettamento. Ed infatti l'anno dopo nel 305 Roma
passò al contrattacco proprio contro la regione dei Pentri, decisa ad
averne finalmente ragione, non limitando in alcun modo le forze ed
applicando la ormai collaudata strategia. Sia
Livio che Diodoro menzionano l'avvenimento, e Livio aggiunge anche che i
consoli mossero verso il Massiccio del Matese da due diverse direzioni. È
improbabile che ciò significhi che essi attaccarono contemporaneamente il
versante meridionale e quello settentrionale, in quanto sembra
inverosimile che volessero correre il rischio di una tale dispersione di
forze. Per noi invece è la logica conclusione operativa delle premesse
tendenziali. Circa poi la dispersione delle forze, essa in realtà non
avviene mai in quanto le due formazioni si mantennero sempre a breve
distanza fra loro, cercando inoltre di far convergere in un punto
predeterminato i loro concomitanti e sconcertanti assalti. Altrettanto
improbabile è che entrambi abbiano tentato l'attacco sul versante
meridionale, di difficile accesso (fronte adriatico n.d.A.), molto alI
'interno del Sannio e dominato dalla fortezza di Saepinum. Non che le cose
fossero molto diverse sul lato nord dove si ergeva la fortezza di
Aesernia, ma la situazione da quella parte era diversa, in quanto i Romani
potevano tentare di distrarre l'attenzione del nemico con azioni di
disturbo, mentre gli eserciti consolari rimanevano concentrati. È quindi
probabile che il doppio assalto abbia avuto luogo all'estremità
settentrionale del massiccio, e cioè che i Romani si siano mossi dal
Campus Stellatis in direzione del passaggio lungo il versante nord del
massiccio del Matese, in due colonne Livio sostiene che i Romani non
incontrarono il nemico prima di raggiungere il Massiccio del Matese. Pur
dissentendo dalla inutile macchinosità interpretati va della conclusione,
è facile scorgere nella prima parte del discorso quanto da noi affermato
in stretta aderenza con Livio e con altri autori: «1 due eserciti
consolari romani penetrarono nel Sannio: l'uno partendo dalla Campania e
passando attraverso i gioghi dei monti; l'altro condotto dal mare
Adriatico e rimontando il Biferno, per riunirsi dinanzi a Boviano,
capitale del Sannio. In
forza di tali premesse tenteremo ora una ricostruzione degli avvenimenti
dettagliatamente. Sono innanzi tutto da evidenziare le due famose
direttrici d'attacco della campagna del 305: cum diversas regiones,
Tifernum Postumius, Bovianum Minucium petisset, ovvero i due consoli
Minucio e Postumio si diressero con i rispettivi eserciti inizialmente,
uno verso Boviano e l'altro verso Tiferno. È a dir poco insensato
tradurre Tifernum come il generico Matese poiché in tal modo il brano si
fa inconcludente ritrovandosi anche Boviano sul massiccio. Ben diverso il
significato invece cui assurge qualora Tiferno indichi la fortezza di
monte Acero: i due eserciti consolari si diressero così uno verso il
fronte adriatico, Boviano, l'altro quello tirrenico, monte Acero, decisi a
scardinare il sistema difensivo sannita mediante un ennesimo poderoso
attacco combinato. Ciò
premesso gli eventi bellici sembrano ostentare la seguente scansione. L
'anno 305 a.C. , dunque nelle vicinanze di Tiferno il console Postumio
viene a battaglia con i sanniti, ma non raggiunge una vittoria decisiva o
finge di non essere padrone del campo: riesce ad ingannare il nemico col
ritirarsi in un luogo elevato. In merito al luogo elevato ci sembra a
questo punto coerente individuarlo lungo la citata congiungente, forse non
molto lontano dalla cima di Cominio o da quella di Morcone, tant'è che i
sanniti tengono una vigile sorveglianza intorno al campo romano,
presumibilmente fortificato. Nel
frattempo l'altro console aggirata l'estremità settentrionale del
massiccio puntò verso la valle del Tammaro, accampandosi al di sotto di
Boviano, distando così una trentina di chilometri da Postumio. Distanza
non eccessiva superabile rapidamente tramite il comodo tratturo delle
Puglie: sei o sette ore al massimo di marcia. La situazione determinatasi
a questo punto vede due accampamenti romani simmetricamente bilanciati da
una identica e contrapposta distribuzione delle forze nemiche, pronte in
entrambi i luoghi all'imminente doppio confronto, sicure della loro
adeguatezza. Postumio però nel corso della notte, che garantisce in zona
d' estate almeno sette ore di oscurità, con una rapidissima marcia
forzata, resa maggiormente tale dall'abbandono al campo del pesante
equipaggiamento d'ordinanza, trasferisce una grossa aliquota del suo
esercito, lasciandosi però una parvenza di normalità alle spalle nel suo
campo, onde continuare a bloccare i sanniti. Aggregate
le sue forze a quelle di Minucio, come certamente concertato in
precedenza, e squilibrate per conseguenza quelle avversarie, che vengono
ad essere loro ora paradossalmente disperse e quindi deboli in proporzione
dove sarebbero state necessarie, scaglia l'attacco finale. Pur
essendo stato ipotizzato il ricongiungimento delle forze romane mediante
l'impiego della strada trasversale matesina, la fattibilità dello stesso
ci sembra improba, e per la difficoltà di una marcia notturna in
montagna, ed in pieno territorio nemico, peraltro poco noto, con una
durata complessiva minima di almeno nove ore, e per la rischiosissima
situazione a cui si sarebbero esposti i romani in caso di disorientamento
o peggio di avvistamento da parte sannita fra gli impervi sentieri, già
da tempo in stato di allertamento. Pertanto anche in considerazione che in
tal caso trovandosi un esercito presso Allifae ed un altro presso Boviano
la separazione sarebbe stata effettiva, a differenza della nostra
ricostruzione, nella quale gli accampamenti risultano sostanzialmente
adiacenti e comunque privi di ostacoli intermedi, ci sembra in definitiva
una ipotesi da scartare. Quando
dunque, i Romani di Minucio e i Sanniti sono ormai stanchi, Postumio
interviene nel combattimento e sbaraglia i Sanniti e ne fa strage, perché
li assale quando, dopo una buona mezza giornata di lotta, sono quasi del
tutto esauriti. ..cade prigioniero anche il comandante (sannita) Stazio
Gellio. Ottenuta, con la nuova vittoria, maggiore libertà di movimento, i
due consoli, investono e prendono, in breve tempo la città di Boiano. La
perdita del loro valoroso condottiero e della capitale dei Pentri furono
colpi molto duri per i Sanniti, ma ciò non significa necessariamente che
essi erano stati annientati. La facilità degli spostamenti all'interno
poteva ancora essere sfruttata ed i Romani si dovettero rendere conto già
alla fine dello stesso anno (305) di non aver ancora inferto una ferita
mortale ai loro nemici. I
romani quindi non potevano imporre la pace, ma, d'altro lato, non avevano
neppure ragione di temerla. Non era certo che essi sarebbero stati in
grado di sconfiggere i Sanniti fra le loro montagne, anzi, non era sicuro
neanche che avrebbero potuto impedire che prima o poi dilagassero nelle
regioni vicine. Quindi
i Romani erano inclini ad accogliere qualunque richiesta di pace i Sanniti
avessero avanzato. Ed i Sanniti erano a questo punto disposti a concludere
un trattato: stanchi di combattere, scoraggiati per la perdita di Gellio e
di Bovianum, essi erano inoltre di nuovo piuttosto allarmati per la
situazione nel Sud. Era anche evidente che per il momento non potevano
sperare in una completa e incondizionata vittoria. Anche se avessero
potuto tenere a bada i Romani indefinitamente era chiaro che non li
avrebbero potuti sottomettere. D'altro lato, potevano sperare di negoziare
la pace sulla base dell' uti possidetis, evitando così sacrifici
territoriali. In
realtà cessioni territoriali ve ne dovettero essere senz'altro specie
nella valle del Liri, per tacere di minori ma pur sempre dolorose e
sintomatiche. Unica
consolazione fu che: le fortezze sannite erano sostanzialmente salve,
anche Bovianum, dato
che i Romani non intendevano tenerla. ..Deve essere stato con un misto di
frustrazione, timore. Si
trattava infatti del progressivo ed irreversibile accerchiamento del
massiccio, privato dei suoi basiiari "sensori" avanzati e
calcolo che i Sanniti conclusero la pace del 304, divenendo ancora una
volta "amici" dei Romani.
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