La storia dei Sanniti

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 La seconda guerra sannitica

In merito alla seconda guerra sannitica regna fra gli studiosi una unica sostanziale concordanza: quella di ritenerla, fin dal passato, di gran lunga la più importante e decisiva delle tre. Fu parimenti quella nel cui corso si registrarono le maggiori perdite di uomini e di risorse, e che in ultima analisi consacrò Roma a potenza egemone, confinando parallelamente la resistenza sannita ad un ruolo disperato e vano di guerriglia terminale, priva cioè di qualsiasi prospettiva positiva e come tale compresa anche dai suoi propugnatori ed esecutori.

Per la prassi bellica romana ogni guerra presupponeva una palese e congrua casualità, che in un certo senso ne sanciva la liceità almeno formale. Per questa si imputò all'arbitraria occupazione di Paleopolis (Napoli) nel 328-327 a.C. da parte delle truppe sannite, che venivano in tal modo a stanziarsi fin troppo a ridosso della ormai colonizzata Capua, per non destare preoccupazione. Al di là della tesi romana però circa il «casus belli», vi è da sottolineare che fu proprio la politica dell'urbe, in aperto spregio degli accordi ratificati coi sanniti, ad indurre in questi dopo la fondazione della colonia di Fregelle un rabbioso risentimento sfociato nell'impresa napoletana.

Ed era probabilmente quello che Roma desiderava, tant'è che nel 326 si ebbe la notifica ufficiale di guerra fra le due potenze.

Il carattere prevalentemente campano, ed in particolare campano settentrionale, si riconfermò immediato per l'insorgente conflitto, a ridosso perciò del Matese. Nello stesso 326 infatti Livio ci attesta la conquista di Callifae, Allifae e Rufra, scansione che sembrerebbe sottoindicare una ubicazione limitrofa dei tre abitati sanniti, dei quali la notorietà di Allifae ci consente una plausibilissima localizzazione anche per gli altri due alle falde del massiccio.

Che si sia trattato poi di una conquista transitoria, non resa irreversibile da una stabile occupazione militare, peraltro all'epoca assolutamente impraticabile, lo denunzia lo stesso Livio, ricordando che alcuni anni dopo Allifae era pur sempre saldamente sannita. Sta di fatto comunque che le legioni presero ad operare puntate offensive contro la roccaforte dei Pentri generando un quinquennio di continue quanto sterili schermaglie caratterizzate da scaramucce inconcludenti e da brevi sconfinamenti, a cui sembrerebbe aver preso parte un numero di uomini relativamente limitato. I consoli, a quanto pare in questo periodo ciascuno al comando di una legione, stando a ciò che dice Livio avrebbero agito indipendentemente, mentre talvolta scesero in campo eserciti non consolari (capeggiati da un dittatore), un tipo di strategia che permetteva fulminei attacchi in vari punti simultaneamente.

È estremamente importante quest'ultima osservazione poiché ci certifica il nascere della strategia che condurrà alla fine allo scardinamento del sistema difensivo fortificato regionale e quindi dello stesso Sannio, strategia che come vedremo fu continuamente migliorata e con costanza perseguita.

Nel 321 a.C. avvenne quello che andrebbe definito come episodio cruciale dell'intera guerra, notissimo nella sua dinamica ma incoerente e per molti versi assurdo nelle sue estrinsecazioni e conseguenze: quello delle Forche Caudine. Ovviamente a confondere volutamente la logica del singolare evento giocò la storiografia romana che non potendolo ignorare, ritenendolo giustamente una delle pagine più ingloriose del suo esercito, ne stravolse, banalizzandone, lo svolgimento. Fiumi di inchiostro sono stati versati da allora nel tentativo di individuarne il sito esatto.

In merito all'ubicazione di Rufra, è stata ipotizzata l'adiacenza di Raviscanina, ed ancora quella di S. Potito, ma nessuna è fondamentalmente motivata.

Anche per Callifae le ipotesi ubicative sono molte, tra le quali quella di identificarla con Calvisi, non fosse altro che per la vicinanza ad Allifae e l'assonanza toponomastica: prove più concrete tuttavia mancano, almeno fino ad oggi.

Eppure fu, stando anche alla scarna descrizione liviana, il classico e perfetto prototipo della tattica sannita, diametralmente opposta a quella romana. Inutile per la rinomanza dell'azione citarla. Se mai invece è da rimarcare che l'incredibile non sta nell'imbottigliamento del quasi totale potenziale militare romano nella gola di Caudio, quanto piuttosto una volta conseguito un simile straordinario ed irripetibile risultato, l'averlo riconsegnato inalterato. E’ infatti difficile immaginare che un intero esercito romano si cacciasse in maniera così sprovveduta nella mitica strettoia restandone intrappolato; né d’altro canto i luoghi tradizionali dell’episodio ostentano connotazioni così impervie da renderlo verosimile. Sembra pertanto lecito ipotizzare che si sia trattato di uno sforzo storiografico per scaricare sui luoghi la responsabilità di una sconfitta famosa ed altrimenti ingiustificabile. Molto probabilmente, quindi, i romani che entrarono nella gola di Caudio erano già reduci da una disfatta sul campo e quindi sbandati e privi dell’abituale circospezione che contraddistinse sempre l’avanzata delle loro legioni.

La soppressione dei due interi eserciti consolari arresisi incondizionatamente avrebbe di fatto non solo posto fine alla guerra che stava martorizzando il Sannio, ma decretato incontrovertibilmente e forse in maniera irreversibile il ridimensionamento di Roma, non ultima la sua cancellazione, essendo in un unico momento dissoltasi la sua forza armata.

L 'odio e la necessità non mancavano di certo ai sanniti, ne meno che mai la spietatezza per eseguire la sanguinosa soluzione finale dell'esercito nemico, come episodi di minore entità avevano dimostrato. Invece paradossalmente dopo il risibile e deleterio rito delle forche e l'ancora più idiota patteggiamento con gli sconfitti consoli, privi per la loro stessa posizione giuridica ed umana di qualsiasi volontà, si restituì a Roma la sua forza. Integra negli organici, umiliata profondamente e quindi desiderosa di vendetta, disarmata ma libera, fu fatta uscire dalla clausura altrimenti irrisolvibile.

Le spiegazioni tramandate dalle sole fonti romane sulle motivazioni che indussero la dirigenza sannita ad una così assurda aberrazione decisionale, la confermano ulteriormente incredibile.

Si deve pertanto ipotizzare innanzitutto che le forze intrappolate a Caudio fossero soltanto un'aliquota consistente, ma non maggioritaria, dell'esercito romano, tanto da far plausibilmente temere una pronta e ferocissima rappresaglia da parte della restante, e secondariamente una vantaggiosissima sottomissione di Roma, resa tangibile e concreta da precise garanzie quali cessioni di territorio, di colonie e di ostaggi, a cominciare dalla contesa Fregelle. Ingenuo per ovvie ragioni cercare tracce documentarie di quanto esposto, nella trattatistica romana, tesa alla glorificazione dei trascorsi e non certo alla individuazione della verità.

Ristabilitosi in tal modo un contesto di superiorità strategica a favore dei sanniti, ne implicando automaticamente la soppressione dei numerosi legionari prigionieri la distruzione della loro patria, diviene coerente e convincente l'operato del valoroso Gavio Ponzio, duce di Caudio.

II punto essenziale è che la pace fu conclusa e le ostilità cessarono, quindi la pace caudina non fu sconfessata. Durò cinque anni e si deduce che fra Romani e Sanniti in questo periodo regnò la pace. Fregelle fu ceduta ai sanniti, presumibilmente nel 320, in quanto così era stabilito nelle condizioni della pace caudina.

Il quinquennio successivo infatti se non proprio di pace fu almeno di bassissima conflittualità, e giovò ai disegni di entrambi i contendenti: ai sanniti per perfezionare e mettere a punto il loro sistema difensivo i cui recenti validi impieghi avevano fatto prefigurare l'importante ruolo futuro; ai romani per rivedere radicalmente il loro apparato militare, che aveva manifestato fin troppe pericolosissime carenze e manchevolezze operative.

Fu probabilmente in questo periodo che venne deciso di portare a due il numero delle legioni di ciascun esercito consolare e di far scendere in campo truppe ausiliarie qualora le circostanze l'avessero richiesto. In un modo o nell'altro si arruolarono ed equipaggiarono nuove legioni. Non c'è ragione per ritenere che se tali truppe erano armate di pilum e scutum i Romani dovessero aver appreso l'uso di queste armi dai Sanniti (il fenomeno invece oltre che logico è usuale per qualsiasi esercito sconfitto, consiste nel copiare le tattiche, le armi e persino le uniformi dei vincitori n.d.A.), ma è certamente possibile che durante la pace seguita alla sconfitta di Caudium (forche caudine) le truppe romane si erano esercitate più intensamente nelle tattiche di manipolo, usando unità più piccole e più mobili, simili a quelle impiegate dai Sanniti.

In realtà non dovette essere semplicemente in seguito alla resa di Caudio che i romani si decisero a siffatte modifiche, ma soprattutto in conseguenza della inconcludenza operativa di oltre cinque anni di guerriglia, costellati da uno stillicidio insostenibile di perdite, delle quali l'episodio delle forche costituiva solo il drammatico e parossistico epilogo.

Il teatro bellico particolare, sul quale era facile previsione si sarebbe ancora combattuta la terribile guerra lo imponeva in modo ormai indifferibile.

Diviene a questo punto utile fornire alcuni dati relativi alla legione manipolare, indubbiamente fra le migliori elaborazioni di schieramento e di combattimento dell'antichità.

 

Questa così si strutturava in Livio:

 

 

1)       1° schieramento:

 

a.   15 ordines o manipuli di astati,

 

b.   di 60 soldati, di cui 20 erano milites leves (armati solo di lancia e giavellotti), 40 erano milites scutati (muniti anche di scudo),

 

c.   2 centurioni,

 

d.  1 vessillario o portabandiera,

 

In totale erano: 300 soldati leggeri, 600 scudati, 30 centurioni, 15 vessillari: in complesso Uomini 945. Gli astati erano giovani di leva, istruiti all'uso delle armi, massimamente agili.

 

 

2)       2° schieramento:

 

a.   15 ordines o manipuli di principes,

 

b.   soldati muniti di scudo e delle migliori armi: giovani di età più robusta e pratici di guerra. Venivano disposti negl'interstizi degli astati, ma più indietro.

 

Come gli astati assommavano a 900 soldati, 30 centurioni, 15 vessillari: in complesso uomini 945.

 

Il 1° e il 2° schieramento costituivano la massa dei manipoli antepilani: posti cioè davanti ai manipoli di triarii o pili, (che facevano parte del terzo schieramento), e davanti le insegne, le quali appunto, venivano disposte tra il 2° e il 3° schieramento: le insegne comprendevano l'aquila della legione e i vessilli dei manipoli.

 

3)      3° schieramento:

 

15 ordines o manipuli e meglio vessilli, costituiti da tre parti o manipoli di 62 uomini (60 soldati e 2 centurioni). Anche questi uomini venivano schierati in corrispondenza degli interstizi dei principes, dopo le insegne. Le prime quindici parti, assommanti ad uomini 900, centurioni 30 (a cui probabilmente andavano aggiunti 15 vessillari), costituivano gli ordini dei triarii o pili: i triarii erano soldati di provata esperienza e specchiato valore e i loro centurioni prendevano il nome dall'ordine del plotone o pilo che comandavano: centurioni primi pili o primus centurio (il più elevato in grado), centurio secundi pili o secundus centurio ecc.

 

Le seconde quindici parti dei detti ordini erano formate da milites rorarii: giovani ed assai agili, avevano il compito di avanzare rapidamente oltre i triarii, scagliare l'asta o il telum e ritirarsi non meno rapidamente dietro i triarii. In prosieguo di tempo quel compito divenne più generale nello spazio e cambiò anche il nome: i rorarii furono sostituiti dai vèliti soldati celeri ardimentosi disposti e pronti ad apparire nei punti più impensati o più delicati o più inattesi per portare con rapidità la propria azione e ritirarsi e piombare altrove: i vèliti furono gli arditi o fiamme nere della prima guerra mondiale. I rorarii dunque assommavano come i triarii, a 900 soldati, 30 centurioni, e 15 vessillari: in complesso uomini 945.

Le terze quindici parti del 3° schieramento formavano l'ordine degli accensi: soldati cioè censiti o arruolati in soprannumero dalla classe dei cittadini più poveri e che davano scarso affidamento o minimo per la convinzione, il più delle volte non errata, che il nullatenente non potesse possedere la virtus del cittadino. Gli accensi raggiungevano lo stesso numero degli altri: 900 milites, 30 centurioni, 15 vessillari: in complesso Uomini 945.

Il terzo schieramento, quindi assommava una volta e mezzo gli antepilani: 2.700 uomini, 90 centurioni, 45 vessillari:in totale Uomini 2.835, aggiungendo gli astanti e principi uomini 1.890 si aveva un totale di Uomini 4.725

Aggiungendo al totale i vari nuntii (portaordini), i tubicines (o trombettieri), i littori, i pullari (addetti agli auspici) e gli addetti ai vari indispensabili servizi per il funzionamento dello stato maggiore, dei quadri e dell'amministrazione regolata dal quaestor, si perveniva alla cifra di cinquemila uomini accennata da Livio.

Facevano parte della legione trecento cavalieri.

Il comando amministrativo e disciplinare della legione era esercitato da sei tribuni militum (due per schieramento), forse eletti dal popolo: uno per bimestre. Essi quindi erano ufficiali superiori, a cui dal comando supremo (console) potevano essere affidati compiti tattici e strategici, per i quali normalmente i consoli si servivano dei legati o luogotenenti: uno per legione. I tribuni militum esercitavano la carica del nostro colonnello, nei due mesi di comando (e lo esercitavano o un mese per ciascuno o un giorno sì e uno no), oppure avevano la carica del nostro tenente colonnello o maggiore negli altri mesi, in cui rivolgevano le loro cure agli uomini, su cui normalmente vigilavano e che istruivano (comando moderno del battaglione). I centurioni, pari ai nostri capitani comandavano i manipoli, ed erano indicati col numero d'ordine: primus centurio hastatorum, secundus centurio principum ecc. Ogni manipolo ne aveva due, perché nel manipolo si consideravano esistenti due primitive centurie dei triarii. Dei due centurioni del manipolo il primo comandava a destra del manipolo, il secondo a sinistra. Non mancavano i sottufficiali: principales ed immunes: coloro che si distinguevano per capacità o coloro che venivano esentati dal servizio generale per mansioni particolari.

Un console era il comandante supremo di due legioni e delle truppe alleate latine (auxilia), che di solito pareggiavano il numero dei legionari. Per il comando tattico e strategico di ogni legione e degli auxilia il console si serviva odi un tribunus militum oppure di un legato o luogotenente: o praefectus per i socii. Ogni legione era indicata con un numero d' ordine (1°, 2°, ecc.), riferentesi alla costituzione o fondazione di essa: in seguito al numero fu aggiunto un nome o un aggettivo attributivo.

Le truppe dei socii normalmente erano schierate alle ali della legione e non per manipoli, ma per coorti: ogni coorte comprendeva un manipolo di astati, uno di principi e uno di triarii e i milites socii della coorte erano dello stesso territorio o municipio e concittadino era il praefectus che li comandava.

In un secondo tempo, per necessità tattica e strategica si costituirono anche le coorti romane: dieci per ogni legione e indicate col numero d'ordine: capo di ognuna di esse era un tribunus cohortis.

La cavalleria, 300 equites per ogni legione, era divisa in due ali o coorti, comandate da un tribunus: ogni ala comprendeva dieci turmae (squadroni) comandate da praefectus. Non sempre la cavalleria era schierata alle ali della legione: poteva essere posta dietro ai fanti e avanzare, come si vedrà in più luoghi di Livio, attraverso gl'interstizi interposti o aperti tra i manipoli: ciò dipendeva, naturalmente, dalla natura del terreno o dalle necessità del momento.

Da quanto dice Livio si può arguire che fosse organizzato un servizio per la cura dei feriti e dei malati. Ne mancava una complessa organizzazione di servizio di vettovagliamento e di vivandieri.

Il nuovo ordinamento dell'esercito esigeva una scuola militare assai più seria e più continua della falange, in cui il gran centro di gravità della massa teneva insieme ordinati anche gli inesperti. La legione a manipoli apparisce compiutamente ordinata nella guerra pirrica; ma non si saprebbe dire con precisione quando ciò sia avvenuto, in quali circostanze, se tutto ad un tratto, o poco a poco, quantunque paia naturale che la lunga guerra sannitica, combattuta quasi sempre entro le montagne, debba avere contribuito a svolgere l'individualità del soldato romano».

Trascorso il quinquennio di quiescenza, la guerra riesplode nel 316, avviando una fase che stando alle fonti pervenuteci, appare estremamente confusa, cooperando al riguardo l'indeterminazione di molti siti citati.

Sulla scorta tuttavia delle identificazioni da noi avallate, prospettate nelle precedenti schede, ipotizzate motivatamente da studiosi e suffragate da inedite presenze archeologiche, diviene più conseguenziale e meno enigmatica la narrazione dello stesso Livio, esimendoci dagli artifici filologici, che postulavano rilevanti incoerenze degli autori classici, e non rari errori ortografici circa la toponomastica, provocati dai trascrittori, con il risultato di accrescere l'arbitrarietà delle deduzioni.

Il primo evento militare eclatante del nuovo ciclo bellico si incentra nella sconfitta patita dai sanniti, secondo Livio, nelle adiacenze di Caudio fra il 314-313 a.C., seguita da una disordinata fuga dei superstiti verso Benevento, esito del resto alquanto scontato e credibile per gli scontri frontali. Fondamentale però è dal nostro punto di vista il cercare scampo nella città, piuttosto che tra le impervie fortificazioni del Matese, a rigor di logica sostanzialmente equidistanti dal tramandato campo di battaglia. Potrebbe ravvisarsi in ciò una implicita conferma che il percorso verso le stesse fosse assolutamente precluso per che saldamente in mano nemica.

I romani perciò in quel momento sarebbero stati virtualmente padroni dell'intero territorio sottostante le congiungenti Allifae-monte Acero-Morcone, interponendosi in maniera impenetrabile fra il sistema difensivo ed i fuggiaschi. Sfruttando poi temerariamente il vantaggio della recente vittoria, e della ridotta presenza sannita nei caposaldi della regione fortificata, aggirato il fronte meridionale di quella, si immisero nella valle del Tammaro, risalendo la agevolmente lungo l'antico tratturo delle Puglie, dirigendosi così verso Bovianum per attaccarla.

È necessario ora aprire una parentesi d 'indole psicologica per cogliere a pieno la profonda motivazione della rischiosissima impresa descritta. Per gli storici romani, Livio in testa, il portarsi ad assediare Bovianum era un po' il qualificare ad un livello superiore l'intera campagna, diretta conseguenza della miticità del centro sannita-pentro. È plausibile pertanto supporre, a maggior ragione, che tre secoli innanzi un analogo irresistibile stimolo agitasse i condotti eri romani, istigandoli ad intraprendere iniziative per le quali peraltro non disponevano di adeguate risorse militari ne capacità tattiche.

Ed infatti dopo breve tempo realizzata l'impossibilità dell'assedio il dittatore Caio Petelio: "omisso Boviano ad Fregellaspergif", che è come dire si vide costretto ad abbandonare l'impresa.

Non verosimile per contro appare la tesi del Mommsen secondo cui dopo la sconfitta sannita da lui ipotizzata presso Capua gli scampati fuggirono a rifugiarsi sul massiccio, tirandosi però dietro le truppe romane, che così: «valicarono il Matese e si attendavano nell 'inverno del 440 (314) dinanzi a Boviano, capitale del Sannio». Difficile credere che un reparto lanciato all'inseguimento fosse tanto incosciente da avventurarsi dentro quelle gole e quelle giogaie in cui, oltre alla lezione di Caudio, innumerevoli agguati avevano subito, e ancora maggiormente che a compiere la pericolosissima valicazione, su territori montani del tutto ignoti fosse l'intero esercito consolare, che poi si sarebbe accampato sotto Boviano tentando di espugnarla!

Giustamente la critica qui si appunta, non potendosi oggi ammettere che un esercito, staccato del tutto dalle basi campane, bloccato anzi dalle nevi nel Matese, il quale nei mesi invernali è invalicabile, possa svernare (e la valle del Tammaro è già a quota 500 risentendo per di più della vicinanza delle montagne, per cui il suo microclisma è particolarmente rigido n.d.A.) e continuare le operazioni d'assalto. Vi furono forse possibilità d'azione e di tempestiva ritirata nelle retrovie alifane che la tradizione perdette di vista. Pertanto la ricostruzione iniziale rimane la più convincente, altrimenti si è costretti a ritenere: ancora più incredibile la storia secondo cui in seguito alla vittoria i Romani sarebbero andati ad assediare Bovianum, essendo del tutto impossibile che si possano essere spinti fino a lì nel 313 e vi abbiano trascorso l'inverno; Livio scambia per verità ciò che è solo il suo sogno.

Molto probabilmente invece il Matese venne valicato trasversalmente dai romani per la prima volta nel 311, nel corso di una veloce spedizione offensiva contro Bovianum, essendosi ormai perfettamente convinti che la temibile roccaforte sannita sarebbe caduta soltanto in seguito ad un attacco combinato simultaneo, da monte e da valle e giammai per un tradizionale assedio.

I due anni che precedettero l'epico evento ad onta di una insolita laconicità liviana sembrano essere caratterizzati da una concertata opera preparatoria, che se da un lato attesta il radicarsi irreversibile della presenza romana in Campania, dall'altro si finalizza per un risolutivo attacco alla regione fortificata.

Basti al riguardo ricordare che già nel 313 fu riconquistata Fregelle, dotate di adeguati accantonamenti militari Caiatia (Caiazzo), Sora ed altre piazze avanzate; che nel 312 fu fatta lastricare dal censore Appio Claudio l'omonima grande strada militare, da Roma a Capua, per garantirne la transitabilità in qualsiasi momento ed alla massima velocità; che in quello stesso anno fu dedotta una nuova colonia militare ad Interamna, località prossima alla confluenza del Rapido con il Liri; ed ancora che furono occupate Nola ed Atella (odierna Aversa) ed infine Cluvia, posta per quanto ipotizzato a sbarramento dell'itinerario transmatesino.

La storia del presidio ivi rimasto è nota: lo scatenarsi dell 'offensiva romana nel Sannio del 311, per la quale tante previdenze erano state apparecchiate, al comando del console Giunio Bubulco, comportò la immediata riconquista del prezioso caposaldo, e non, certo per una semplice vendetta alla feroce rappresaglia, quanto piuttosto che garantirsi la via interna e diretta per Bovianum, ormai ben nota ai Romani.

In questa circostanza Giunio fu costretto a muoversi sul tipo di terreno montuoso tanto familiare ai Sanniti e riportò solo modesti successi, che in realtà si risolsero nel saccheggio di alcune minuscole comunità... Livio (però) sostiene che riuscì a prendere Bovianum Pentrorum.

La città di Boiano, dunque, fu presa nel 311 a.C., senza molta strage; si arrese, forse per evitare le stragi di Cluvia, ma non evitò la perdita di ogni cosa: la preda fu abbondantissima, e fu concessa ai soldati in compenso dei disagi patiti.

La provenienza dell'esercito romano dall'altipiano del Matese e dalla zona di Guardiaregia, Campochi aro e San Polo (ripetendosi in tal modo la manovra aggirante del 313 n.d.A.) consigliò forse quella resa, che contribuì probabilmente a salvare la città.

L 'operazione conclusasi positivamente, non fu esente proprio per la sua complessa quanto temeraria impostazione da consistenti perdite, ammesse dallo stesso Livio. Anche per questa ricostruzione della conquista di Bovianum, se si prescinde dalla ubicazione supposta di Cluvia, si cade nella solita indeterminazione, configurandosi l'episodio: «assolutamente improbabile, poiché Cluviae si trovava sul Iato opposto dell'Italia rispetto a Bovianum. Quasi certamente Javanum (!) di cui si sapeva ben poco, dovette venire confuso con Bovianum. Eppure anche a voler tralasciare la controversia questione delle identificazioni toponomastiche, la progressiva evoluzione della linea strategica romana di attacco al sistema fortificato del Matese, e già di per se una esplicita riprova della nostra esposizione.

Ad una iniziale presa di contatto con il massiccio nel 326 in concomitanza con la conquista temporanea di Allifae, provvide per una valutazione delle difficoltà inerenti all'espugnazione della regione e per una più diretta conoscenza del particolare territorio, l'attuarsi dei primi attacchi simultanei da due diverse direttrici, ad opera di piccoli contingenti (eserciti non consolari).

Nel 313 si registra già un aggiramento del massiccio con una presenza offensiva romana sia lungo la fronte tirrenica, con la riconquista di Allifae, sia lungo quella adriatica con l'assedio di Bovianum. Schema peraltro identico fu ancora applicato nel 311, con risultato vittorioso, come ricordato.

La dinamica è evidentissima tant'è che in linea generale pure altri autori così la sintetizzano: Negli attacchi alle zone di confine, i Sanniti avevano il vantaggio di potersi muovere per linee interne, spostando velocemente le loro truppe da un punto alI 'altro direttamente, mentre i Romani erano costretti a far compiere alle loro bande di saccheggiatori una completa circonferenza perché potessero raggiungere i punti da assalire. È ovvio quindi che in tali circostanze le incursioni romane possono aver sortito solo un effetto molto limitato»: a meno che non fossero impiegati in perfetto sincronismo organici abbastanza numerosi, tattica che ben presto, in aderenza alla suddetta linea strategica, i romani applicarono sistematicamente e che i sanniti tentarono in tutti i modi di scongiurare.

La ennesima riconquista sannita di Allifae e la sua altrettanto ricorrente perdita successiva nel 310, sembrano confermare ulteriormente questa teoria. La stessa avanzata arditissima dei sanniti verso Roma del 306, che gettò la città nel panico, appare in definitiva più come uno strenuo diversivo per alleggerire la pressione romana sul cuore del Sannio che una convinta campagna di assoggettamento. Ed infatti l'anno dopo nel 305 Roma passò al contrattacco proprio contro la regione dei Pentri, decisa ad averne finalmente ragione, non limitando in alcun modo le forze ed applicando la ormai collaudata strategia.

Sia Livio che Diodoro menzionano l'avvenimento, e Livio aggiunge anche che i consoli mossero verso il Massiccio del Matese da due diverse direzioni. È improbabile che ciò significhi che essi attaccarono contemporaneamente il versante meridionale e quello settentrionale, in quanto sembra inverosimile che volessero correre il rischio di una tale dispersione di forze. Per noi invece è la logica conclusione operativa delle premesse tendenziali. Circa poi la dispersione delle forze, essa in realtà non avviene mai in quanto le due formazioni si mantennero sempre a breve distanza fra loro, cercando inoltre di far convergere in un punto predeterminato i loro concomitanti e sconcertanti assalti.

Altrettanto improbabile è che entrambi abbiano tentato l'attacco sul versante meridionale, di difficile accesso (fronte adriatico n.d.A.), molto alI 'interno del Sannio e dominato dalla fortezza di Saepinum. Non che le cose fossero molto diverse sul lato nord dove si ergeva la fortezza di Aesernia, ma la situazione da quella parte era diversa, in quanto i Romani potevano tentare di distrarre l'attenzione del nemico con azioni di disturbo, mentre gli eserciti consolari rimanevano concentrati. È quindi probabile che il doppio assalto abbia avuto luogo all'estremità settentrionale del massiccio, e cioè che i Romani si siano mossi dal Campus Stellatis in direzione del passaggio lungo il versante nord del massiccio del Matese, in due colonne Livio sostiene che i Romani non incontrarono il nemico prima di raggiungere il Massiccio del Matese.

Pur dissentendo dalla inutile macchinosità interpretati va della conclusione, è facile scorgere nella prima parte del discorso quanto da noi affermato in stretta aderenza con Livio e con altri autori: «1 due eserciti consolari romani penetrarono nel Sannio: l'uno partendo dalla Campania e passando attraverso i gioghi dei monti; l'altro condotto dal mare Adriatico e rimontando il Biferno, per riunirsi dinanzi a Boviano, capitale del Sannio.

In forza di tali premesse tenteremo ora una ricostruzione degli avvenimenti dettagliatamente. Sono innanzi tutto da evidenziare le due famose direttrici d'attacco della campagna del 305: cum diversas regiones, Tifernum Postumius, Bovianum Minucium petisset, ovvero i due consoli Minucio e Postumio si diressero con i rispettivi eserciti inizialmente, uno verso Boviano e l'altro verso Tiferno. È a dir poco insensato tradurre Tifernum come il generico Matese poiché in tal modo il brano si fa inconcludente ritrovandosi anche Boviano sul massiccio. Ben diverso il significato invece cui assurge qualora Tiferno indichi la fortezza di monte Acero: i due eserciti consolari si diressero così uno verso il fronte adriatico, Boviano, l'altro quello tirrenico, monte Acero, decisi a scardinare il sistema difensivo sannita mediante un ennesimo poderoso attacco combinato.

Ciò premesso gli eventi bellici sembrano ostentare la seguente scansione. L 'anno 305 a.C. , dunque nelle vicinanze di Tiferno il console Postumio viene a battaglia con i sanniti, ma non raggiunge una vittoria decisiva o finge di non essere padrone del campo: riesce ad ingannare il nemico col ritirarsi in un luogo elevato. In merito al luogo elevato ci sembra a questo punto coerente individuarlo lungo la citata congiungente, forse non molto lontano dalla cima di Cominio o da quella di Morcone, tant'è che i sanniti tengono una vigile sorveglianza intorno al campo romano, presumibilmente fortificato.

Nel frattempo l'altro console aggirata l'estremità settentrionale del massiccio puntò verso la valle del Tammaro, accampandosi al di sotto di Boviano, distando così una trentina di chilometri da Postumio. Distanza non eccessiva superabile rapidamente tramite il comodo tratturo delle Puglie: sei o sette ore al massimo di marcia. La situazione determinatasi a questo punto vede due accampamenti romani simmetricamente bilanciati da una identica e contrapposta distribuzione delle forze nemiche, pronte in entrambi i luoghi all'imminente doppio confronto, sicure della loro adeguatezza. Postumio però nel corso della notte, che garantisce in zona d' estate almeno sette ore di oscurità, con una rapidissima marcia forzata, resa maggiormente tale dall'abbandono al campo del pesante equipaggiamento d'ordinanza, trasferisce una grossa aliquota del suo esercito, lasciandosi però una parvenza di normalità alle spalle nel suo campo, onde continuare a bloccare i sanniti.

Aggregate le sue forze a quelle di Minucio, come certamente concertato in precedenza, e squilibrate per conseguenza quelle avversarie, che vengono ad essere loro ora paradossalmente disperse e quindi deboli in proporzione dove sarebbero state necessarie, scaglia l'attacco finale.

Pur essendo stato ipotizzato il ricongiungimento delle forze romane mediante l'impiego della strada trasversale matesina, la fattibilità dello stesso ci sembra improba, e per la difficoltà di una marcia notturna in montagna, ed in pieno territorio nemico, peraltro poco noto, con una durata complessiva minima di almeno nove ore, e per la rischiosissima situazione a cui si sarebbero esposti i romani in caso di disorientamento o peggio di avvistamento da parte sannita fra gli impervi sentieri, già da tempo in stato di allertamento. Pertanto anche in considerazione che in tal caso trovandosi un esercito presso Allifae ed un altro presso Boviano la separazione sarebbe stata effettiva, a differenza della nostra ricostruzione, nella quale gli accampamenti risultano sostanzialmente adiacenti e comunque privi di ostacoli intermedi, ci sembra in definitiva una ipotesi da scartare.

Quando dunque, i Romani di Minucio e i Sanniti sono ormai stanchi, Postumio interviene nel combattimento e sbaraglia i Sanniti e ne fa strage, perché li assale quando, dopo una buona mezza giornata di lotta, sono quasi del tutto esauriti. ..cade prigioniero anche il comandante (sannita) Stazio Gellio. Ottenuta, con la nuova vittoria, maggiore libertà di movimento, i due consoli, investono e prendono, in breve tempo la città di Boiano.

La perdita del loro valoroso condottiero e della capitale dei Pentri furono colpi molto duri per i Sanniti, ma ciò non significa necessariamente che essi erano stati annientati. La facilità degli spostamenti all'interno poteva ancora essere sfruttata ed i Romani si dovettero rendere conto già alla fine dello stesso anno (305) di non aver ancora inferto una ferita mortale ai loro nemici.

I romani quindi non potevano imporre la pace, ma, d'altro lato, non avevano neppure ragione di temerla. Non era certo che essi sarebbero stati in grado di sconfiggere i Sanniti fra le loro montagne, anzi, non era sicuro neanche che avrebbero potuto impedire che prima o poi dilagassero nelle regioni vicine.

Quindi i Romani erano inclini ad accogliere qualunque richiesta di pace i Sanniti avessero avanzato. Ed i Sanniti erano a questo punto disposti a concludere un trattato: stanchi di combattere, scoraggiati per la perdita di Gellio e di Bovianum, essi erano inoltre di nuovo piuttosto allarmati per la situazione nel Sud. Era anche evidente che per il momento non potevano sperare in una completa e incondizionata vittoria. Anche se avessero potuto tenere a bada i Romani indefinitamente era chiaro che non li avrebbero potuti sottomettere. D'altro lato, potevano sperare di negoziare la pace sulla base dell' uti possidetis, evitando così sacrifici territoriali.

In realtà cessioni territoriali ve ne dovettero essere senz'altro specie nella valle del Liri, per tacere di minori ma pur sempre dolorose e sintomatiche.

Unica consolazione fu che: le fortezze sannite erano sostanzialmente salve, anche Bovianum,

dato che i Romani non intendevano tenerla. ..Deve essere stato con un misto di frustrazione, timore.

Si trattava infatti del progressivo ed irreversibile accerchiamento del massiccio, privato dei suoi basiiari "sensori" avanzati e calcolo che i Sanniti conclusero la pace del 304, divenendo ancora una volta "amici" dei Romani.

 

 

 

  Fonte: Dai Sanniti all'Esercito Italiano.