La storia dei Sanniti
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La terza guerra sannitica È
di tutte le tre quella meglio documentata dalle fonti, con una meno
arbitraria ed enigmatica localizzazione topografica, pur ricalcando nelle
linee generali la seconda. Potrebbe pertanto considerarsi addirittura un
completamento strategico della concezione informatrice della precedente,
da ambo le parti. Infatti i sanniti: «sfruttarono le loro linee interne,
mentre i Romani svilupparono i propri attacchi su due fronti, dall'Apulia
ad est e dal medio Liri e dalla Campania settentrionale ad ovest.
La
nuova fase di conflittualità fu avviata da una sortita romana nell'area
di Boviano, tesa ad alleggerire la minacciosa pressione sannita in Lucania,
intento pienamente conseguito dal console Fulvio Massimo nello stesso 298. Roma
però esigeva un 'affermazione più incisiva e definitiva sui suoi
irriducibili avversari, e perciò l'anno seguente entrambi i consoli,
Fabio Massimo e Decio Mure, condussero i rispettivi eserciti nel Sannio . Fabio
raggiunto il territorio alifano, sulla piana del Titerno sotto stante
monte Acero, si batte con le forze sannite (episodio descritto nella
scheda di monte Acero) riportandone una netta vittoria, costringendo i
superstiti a rientrare velocemente sulle aspre balze del Matese dalle
quali erano discesi. Il prosieguo dell'operazione comportò il
congiungimento delle due armate romane e la conquista di Benevento, nei
cui paraggi si attendarono per cinque mesi. Immaginabile l'apprensione e
l'impotente rabbia dei sanniti che: fecero i più poderosi sforzi per
porre in campo tre eserciti insieme. L 'uno era destinato alla difesa del
proprio territorio, il secondo all'invasione della Campania, il terzo e più
forte all'Etruria. Infatti nell'anno 458 (=296) quest'ultimo arrivò
illeso nell'Etruria. Quando
giunse a Roma la notizia che ai Sanniti era riuscito di render vani tutti
gli immensi sforzi fatti per separare gli Italici settentrionali da quelli
del mezzogiorno, che l'arrivo delle schiere sannite nell'Etruria era
divenuto il segnale di una grande sollevazione contro Roma. ..ogni cuore
si scosse. Tralasciando
di rammentare i dettagli dell'epica campagna in quanto non strettamente
pertinenti alla nostra ricerca, evidenzieremo soltanto che lo scontro
risolutivo fu disputato a Sentino, nei pressi di Sassoferrato, nella valle
dell'Esino nel 295 a.C. Per
l'ascesa di Roma si trattò di una delle principali tappe formative, per
il Sannio e gli alleati in genere dell'inizio della fine. Mentre
le sorti dei tenaci contendenti stavano per essere sancite dalle armi a
Sentino, la II e la IV legione nel disperato tentativo di mitigare il
fatidico impatto, effettuarono incessanti azioni diversive nel sud,
logicamente nella regione del Matese. Un
nuovo pesante urto avvenne nella piana del Titerno, con una altrettanto
ripetitiva fuga dei sanniti, sopraffatti dai legionari di Volumnio,
sganciamento terminato fra le sicure montagne fortificate. Equi ricomposte
e rinsanguate le schiere, mossi da una identica finalità dei romani, i
rozzi montanari si proiettarono in un temerario assalto alla Campania. Dal
Sannio pentro, dunque, proprio quando si combatteva sui campi di Sentino o
subito dopo, partirono due eserciti per fare un altro tentativo
d'invasione della Campania, l'ultimo di quell'anno. Un esercito scese dal
Matese, zona di Alife odi Tiferno, o di entrambe e, attraversato il medio
Volturno, invase il territorio vescino e falerno un altro esercito si
riversò nella conca d'Isernia, giù per la valle superiore del Volturno,
donde si affrettò a congiungersi col primo. Il pretore Appio Claudio, con
l'esercito di Decio Mure, morto a Sentino, poté correre a fronteggiare le
legioni sannite nella zona d'Isernia; Volumnio accorse dalle posizioni
occupate nella zona forse dei Tifata: i Sanniti allora, per non restare
chiusi in una morsa furono costretti ad indietreggiare verso il territorio
caleno e stellatino: lì si combatte con accanimento, ma la vittoria fu
dei Romani. Il
294 trovò romani e sanniti, ormai chiaramente consci dell'approssimarsi
del momento risolutivo, intenti ad approntare una serie di preparativi
logistici e tattici per l'imminente confronto. Le legioni pertanto
rioccuparono l'Italia centrale, garantendosi al contempo le spalle con
campagne minori che però determinarono l'uscita dalla scena storica degli
etruschi e degli umbri. I
sanniti parimenti mobilitarono tutti gli uomini validi formando uno
speciale contingente, noto con il nome di Legione Linteata, cosiddetta per
le uniformi bianche, forte di almeno 16.000 soldati fanaticamente
determinati di vincere o morire. Nel
293 prese le mosse l'ultima mitica battaglia, allorché i romani secondo
uno schema ormai classico e reiterato, da due distinte direttrici:
inviarono entrambe le armate consolari nell'area di confine fra Lazio,
Campania e Sannio. Gli eserciti sanniti erano rispettivamente concentrati
nelle fortezze di Cominium e di Aquilonia. In
merito alla probabile identificazione di Cominio abbiamo già trattato a
suo tempo; per quella invece di Aquilonia è necessario aprire una
parentesi, ricordando che doveva trovarsi in un raggio di 20 miglia romane
da Cominio e non lontano da Boviano, parametri che consentono efficaci
riscontri probatori. L 'attuale ricerca archeologica tende a localizzare
nei poderosi ruderi esistenti su monte Vairano, non lontano da Campobasso,
la misteriosa Aquilonia: ebbene monte Vairano dista in linea d'aria 26 km.
da monte Cigno, e 14 km. dalla Civita di Boiano, vicinanze che se non
possono di per sé confermare l'ipotesi, di certo non la smentiscono. L
'abitato di Monte Vairano può considerarsi una acquisizione recente per
la conoscenza archeologica del Sannio. Prima dell'indagine topografica
preliminare effettuata tra gli anni 1970-73, non si hanno che poche
notizie. Per
l'abitato di Monte Vairano si può cominciare a parlare di schema di
urbanizzazione; il nostro centro infatti sembra ricalcare quello canonico
della urbs iustae con tre porte ed inoltre presenta chiaramente tracce di
arterie stradali che paiono rispondere ad una logica di urbanizzazione ben
precisa è stata proposta l'identificazione con Aquilonia. È proprio
sulla base, di Livio, che viene fatta la sua identificazione. Infatti
l’elemento topografico più importante che si ricava è la fuga della
nobilitas equitatesque verso Bovianum da cui si evince che Cominium, ma
soprattutto Aquilonia andrebbero cercate nei pressi di questo centro così
come proposto dal Mommsen. Monte Vairano, sia per collocazione topografica
che per dimensioni meglio degli altri può identificarsi con Aquilonia.
Nel 1975 si è (dopo la deforestazione del perimetro di cinta) avuto modo
di riconoscere quasi tutto il circuito delle mura stabilendo che le stesse
percorrono 2.9 km. racchiudendo un'area di 49 ettari». Ciò
premesso l'episodio conclusivo ostenta un sincronizzato assalto alle due
piazzeforti sannite, la cui espugnazione dà il via allo smantellamento
della fronte adriatica e meridionale della regione fortificata del Matese,
che in breve collassò. Quodcumque
Comini inciperetur remittereturque, omnium rerum etiam parvarum eventus
proferebatur in dies. Altera Romana castra viginti milium spatio aberant
et absentis collegae consilia omnibus gerendis intererant rebus Di
tutto quello che a Cominio si faceva o non si faceva, di ogni avvenimento
anche di piccolo conto si teneva informato, giorno per giorno, l'altro
accampamento romano. Esso distava venti miglia ed il console lontano
partecipava a tutte le decisioni sulle iniziative da prendere. Esemplare
ed esplicita la perfetta coordinazione dei due eserciti frutto senza
dubbio delle innumerevoli esperienze precedenti, alcune delle quali da noi
ricordate, tipica della migliore prassi militare: Per la riuscita
dell'attacco la difficoltà maggiore sarà quella che gli sforzi siano
contemporanei. In caso diverso il difensore dalle sue posizioni preparate,
ed ordinariamente vantaggiose avrà modo di respingere successivamente i
vari attacchi. Il
console Spurio Carvilio Massimo attestato saldamente innanzi Cominio perciò
mantenne a mezzo staffette un ininterrotto consulto operativo con il
collega sotto Aquilonia, procedura che implicitamente conferma la totale
padronanza romana del territorio vallivo circummatesino. L.
Papirius, iam per omnia ad dicandum satis paratus, numtium ad collegam
mittit sibi in animo esse postero die, si per auspicia liceret, confligere
cum hoste; opus esse et illum quanta maxima vi posset Cominium oppugnare,
ne quid laxamenti sit Samnitibus ad subsidia Aquiloniam mittenda. Diem ad
profiscendum nuntius habuit; nocte rediit approbare collegam consulta
referens. L.
Papirio, che aveva ormai compiuto tutti i preparativi per la battaglia,
manda un messo al collega per informarlo che egli ha deciso di venire alle
mani, se gli auspici saranno favorevoli, con il nemico il giorno seguente;
molto opportuna sarebbe stata un'azione in gran forza di Carvilio contro
Cominio che impedisse a quei Sanniti di mandare aiuti ad Aquilonia: il
messo ebbe un giorno intero per il viaggio di andata e ritorno: ritornò
nella notte e riferì che il collega approvava il piano di Papirio. La
resistenza strenua e valorosa opposta ad Aquilonia dalla legione linteata
si rivelò insufficiente, non potendo tra l'altro fare affidamento sui
rinforzi bloccati a Cominio da Carvilio. Inevitabile il crollo della
difesa: i superstiti e quanti erano ancora in grado di farlo abbandonarono
precipitosamente Aquilonia e si rifugiarono a Boviano. Le truppe
vittoriose romane si lanciarono all'interno della città che dopo la
devastazione finì incendiata: alcuni reparti di cavalleria inseguirono i
fuggiaschi pervenendo alla base della fronte adriatica, priva per l'astuta
tattica romana di adeguate guarnigioni. Infatti venti coorti sannite
nonostante tutto erano state fatte partire da Cominio in aiuto di
Aquilonia, ma si erano allontanate solo di sette miglia quando
profilandosi un incombente disastro alla stessa Cominio, furono
richiamate. In
concreto non poterono aiutare né l'una ne l'altra città, ed addirittura
non entrarono nemmeno in contatto con i romani. Eliminate
quindi le due piazzeforti, neutralizzate le truppe della difesa niente più
si opponeva ad una definitiva distruzione del dispositivo sannita: vennero
perciò assaltate le leggendarie cittadelle montane, una dopo 1'altra, a
cominciare dalla celebre Saepinum, la cui epica resistenza fu in breve
vanificata, con innumerevoli morti. Il
colpo di grazia si ebbe al sopraggiungere delle legioni di Carvilio in
zona, reduci dal successo di Cominio, che avanzando lungo la valle del
Tammaro per ricongiungersi con quelle di Papirio, annientavano
schiacciando gli ultimi centri sanniti, probabilmente evacuati poco
innanzi. Caddero
così Hercolaneum, da identificarsi con Campochiaro sede dell'omonimo
santuario, Palumbinum il cui toponimo sopravvive forse in alcune alture
fra Sepino e Boiano dette Costa Palumbaro, ed altri villaggi
irreversibilmente scomparsi. Fu
un successo tanto decisivo quanto celebrato. L 'aver espugnato il sistema
di fortificazioni della regione di Aesernia (più esattamente del Matese
n.d.A.) significava aver annientato le difese del più cruciale dei
confini del Sannio. A
questo punto la narrazione di Livio esaurisce la prima decade.
Disgraziatamente la seconda è andata persa: impossibile perciò dedurre
dalla stessa fonte la conclusione ultima della terza guerra sannitica, che
comunque non tardò molto. Per
quello che è lecito arguire dagli altri autori, sembrerebbe che gli anni
immediatamente seguenti furono occupati da una minuziosa eliminazione di
ogni struttura militare organizzata da parte dei romani nel Sannio
conquistato: e sarebbe del resto fin troppo logico e conseguenziale. La
«pace» risulta stipulata nel 290 a.C. dopo una ennesima fiammata di
disperata guerriglia, facilmente domata. Infatti riguardo a questa fase
estrema del conflitto è stato asserito che: persino dopo la grave
sconfitta la lega sannitica si difese per lunghi anni ancora contro i
sempre più potenti nemici con una perseveranza senza esempio, nelle sue
fortezze e nelle sue montagne e riportò qua e là parecchi vantaggi. Si
trattava però quasi certamente di guerriglia disorganizzata ed allorché
l'ultimo capo di un certo prestigio, Gavio Ponzio, fu giustiziato dai
romani ed il quarto trattato ratificato, una angosciosa tregua regnò
sulle inaccessibili montagne. Tuttavia
inspiegabilmente o proprio per che come sistema fortificato non costituiva
più alcun pericolo concreto, il Sannio fu lasciato ancora abbastanza
integro e forse la stessa Lega Sannitica sopravvisse.
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