Home PageChi SiamoContattaciIncontriFotoLinks | Ritagli di Storia   |

 

                                              

                        Pianeta Lavoro  

 

 

 

Lavoro
6 luglio 2004

In Italia sempre più lavoro “flessibile":
analisi di un fenomeno non solo contrattuale

a cura di Giuliano)

 

 


All'interno

La flessibilità in Italia
Lo scenario imprenditoriale
Un cambiamento di prospettiva
Il cambiamento della formazione



 

 

Part-time, apprendistato, interinali: secondo l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali sono quattro milioni i lavoratori “instabili” nel nostro Paese. Come rapportarsi a questa realtà?
Da un lato i lavoratori precari lamentano l’incertezza in cui operano, dall’altro gli imprenditori individuano nella flessibilità lo strumento per rilanciare l’occupazione.

 


La flessibilità in Italia

Le elaborazioni dell’IRES basate sui dati Inps parlano chiaro: in Italia ci sono due milioni e mezzo di lavoratori assunti con contratto di Co.Co.Co. (che dall’introduzione della legge Biagi diverranno contratti a progetto) e più di un milione e mezzo di assunti con contratti part-time, di apprendistato, stagionali, interinali e di formazione lavoro.
Se il 32 per cento ha un’età tra i 30 e i 39 anni, tuttavia il fenomeno coinvolge nel suo complesso una popolazione più vasta la cui età è compresa tra 20 e 60 anni.
La percentuale maggiore di lavoratori atipici è distribuita nel Nord del Paese (55,7%), seguita dal centro (23,6%) e poi dal sud (20,7%). Approfondendo l’analisi a livello regionale, fra le regioni del Nord è la Lombardia a guidare la classifica con il più alto numero di Co.Co.Co. (circa 520.000), seguita dall’Emilia Romagna; nell’Italia centrale è il Lazio a prevalere sulle altre regioni; mentre al sud troviamo la Campania e la Sicilia appaiate con circa 117.000 lavoratori.

 


Lo scenario imprenditoriale

L’incertezza che caratterizza le modalità di occupazione dei lavoratori è figlia del vuoto creato dalla crisi del modello di produzione fordista. Questo modello organizzativo, caratterizzato da specializzazione funzionale, dalla stabilità del lavoro, dalla pianificazione di lungo periodo e dalla centralizzazione del controllo, risulta oggi superato.
Le caratteristiche del modello fordista, infatti, erano adatte a un mercato stabile che consentiva una grande linearità operativa e che dipendeva dal modello organizzativo.
Oggi i rapporti di forza si sono ribaltati: i bisogni dei mercati sono divenuti la variabile indipendente e i modelli organizzativi quella dipendente. Cosicché è il mercato a guidare i modelli organizzativi sulla base di una continua trasformazione dettata da confini fluidi, aperti alle modifiche e all'innovazione.
La certezza della one best way e dell’infallibilità del modello vincente è oramai acqua passata e ad essa si è sostituita la necessità di modulare l’assetto organizzativo per adattarlo alle specifiche necessità del mercato. Questo ha avuto come esito necessario il modificarsi dei rapporti di lavoro tra l’impresa e il dipendente.

 


Un cambiamento di prospettiva

Di fronte al mutato scenario organizzativo quali sono le possibilità che si prospettano per chi lavora con queste nuove forme contrattuali? Innanzitutto lamentarsi non serve a nulla, la soluzione all’oggettiva evoluzione del mercato del lavoro risiede, oggi più che mai, nelle capacità del singolo.
Purtroppo la direzione intrapresa dalla maggior parte degli individui sembra essere una sorta di atarassico cinismo senza investimenti di prospettiva per il futuro. Giuseppe Roma (direttore del Censis) fa notare come si stia diffondendo la tendenza a consumare il patrimonio accumulato, piuttosto che ad utilizzarlo per creare nuova ricchezza; tradotto in termini di investimento personale per il proprio futuro, significa che, anche chi ha un contratto di collaborazione ben remunerato, non fa nulla per potenziarsi professionalmente e non programma azioni di formazione.
La flessibilità dovrebbe spingere invece il singolo ad investire maggiormente sulle proprie conoscenze, per aumentare la capacità competitiva nel mercato del lavoro. Bisogna diventare un po’ imprenditori di sé stessi.

 


Il cambiamento della formazione

Il cambiamento che si deve compiere è paradigmatico; la flessibilità, costringe il singolo a pensare con la propria testa, a sentirsi protagonista del proprio futuro professionale. Il lavoro “sicuro” ha talvolta esplicitamente spinto le persone a “non pensare”, o meglio ad operare in un ambiente in cui tutto era dato per scontato, dove le difficoltà dell’azienda rimanevano problemi della classe dirigente. Il mutato scenario lavorativo ha spostato le difficoltà anche verso i dipendenti. C’è un altro fattore che in questi anni ha aggravato la situazione di chi entra nel mondo del lavoro. Al mutato scenario produttivo non ha corrisposto un’evoluzione del sistema formativo, che ha continuato a utilizzare il modello di riproduzione del sapere ispirato dal fordismo: gerarchizzato, passivo e statico. Nelle istituzioni educative l’apprendimento non si è liberato di una certa rigidità e di un diffuso accademismo, lontani dalle esigenze del mercato del lavoro. Anche nelle scuole deve quindi crescere l’importanza dell’individuo, intorno al quale va costruito un sistema che permetta un apprendimento attivo e responsabile, dove alla leggerezza del già dato si sostituisca la fatica del concetto.