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Cent’anni
di Utopie:
La prima legge speciale per Napoli
La nascita dell’Ilva a Bagnoli tra i risultati dell’attenzione
riservata da Nitti allo sviluppo della società del Mezzogiorno.
Non si esagera dicendo che con l’approvazione
della “ Legge speciale “ per Napoli,
datata 8 Luglio di cento anni fa, si voltò pagina nella storia italiana. Non a
caso il linguaggio un po’ retorico e un po’ burocratico del tempo parlava di “ provvedimenti
per il risorgimento economico della città di Napoli “. La legge
nasceva, infatti, dalla constatazione che l’altro Risorgimento, quello politico
e morale, quello con la erre maiuscola, non aveva in nulla mutato i mali
antichi di una complicata metropoli e, anzi, ne aveva aggiunti di nuovi.
“ Napoli muore lentamente sulle sponde del
Tirreno ” aveva scritto l’anno prima Francesco Saverio Nitti ,
riepilogando le tappe del calvario che aveva condotto la città, ricordava
ancora Nitti, “ che nel 1860 soverchiava per importanza tutte le città italiane
“, alla derelitta condizione con la quale si affacciava al nuovo secolo.
Le stazioni principali di quella Via crucis si
chiamavano brigantaggio ( che Nitti aveva ben conosciuto nella sua Basilicata),
il colera del 1882, la deindustrializzazione e la corruzione politica.
Problemi, è vero, che non appartenevano solo agli ultimi quarant’anni di una
metropoli che non aveva , in realtà dovuto attendere il 1860 per scoprirsi
seriamente ammalata. Ma problemi , è altrettanto vero, verso i quali la
politica dello Stato nazionale non aveva dimostrato nessuna particolare
attenzione e nessuna particolare efficacia.
La legge del Luglio 1904 suonava, così, come
l’ammissione di un fallimento e l’assunzione di una responsabilità nella chiave
che sarà poi quella di tutta la grande tradizione del pensiero meridionalista: la
questione meridionale ( di cui Napoli è parte significativa e specifica
) come questione nazionale nel senso,cioè, che la legislazione speciale non
doveva essere intesa come un contentino dato a qualche italiano più infelice e
sfortunato di altri, ma come la via alla soluzione del dualismo economico visto
come difetto strutturale senza risolvere il quale sarebbe stato l’intero paese
a vivere in condizioni di cronica fragilità.
La scelta della industrializzazione non solo
chiudeva la triste pagina post-risorgimentale, ma ne apriva una nuova in piena
sintonia con i tempi e con la battaglia culturale di quei tempi. Perché fare di
Napoli una città industriale voleva dire riportare una città che lentamente,
appunto, declinava verso la periferia della modernità nel vivo del processo di
rinnovamento economico che l’Italia di inizio secolo stava conoscendo in altre
sue aree, voleva dire riavvicinare Napoli a Milano, a Torino, riequilibrare e
rendere più omogenee tra loro parti del paese che, altrimenti, la
modernizzazione avrebbe reso distanti assai più di quanto non fosse già
avvenuto e di quanto, purtroppo, non avverrà in seguito proprio perché quella
linea felicemente tracciata con i provvedimenti del 1904 non fu poi seguita
sempre con altrettanta decisione e chiarezza d’idee.
A chi, infatti, oggi sembra rimpiangere le
incontaminate bellezze del golfo e sogna improbabilissime fortune turistiche
non è difficile opporre non solo e non tanto la considerazione tutta storica
del tragico degrado della città alla vigilia di quella legislazione speciale,
ma la riflessione tutta attuale sulle
conseguenze di una rinuncia pregiudiziale o inconsapevole alla formazione di
una base industriale. La
deindustrializzazione del nostro paese, la sua scomparsa o il suo arretramento
in settori decisivi della competizione internazionale, è denunciata oggi con
tanto vigore da rendere, credo, giustizia a chi, cento anni fa, si preoccupò
che Napoli non rimanesse estranea alle forme e allo sviluppo economico moderno
e ne ricavasse vantaggi che non fossero soltanto le rimesse degli emigranti o
le elemosine di un caritatevole Stato centrale.
Per Napoli e per la sua storia c’è, poi, da
fare anche un’altra considerazione. Con il processo di industrializzazione
avviato dalla legge speciale del 1904 la città cominciò ad allevare dentro di
sé un nuovo, sconosciuto soggetto: l’operaio. Per una città che, nella sua
tradizione, aveva fatto la prova di dignitosi ceti artigiani, ma che era quasi
sempre naufragata nel mare del lazzaronismo, era, ed è, una scoperta fondamentale. Quegli operai hanno
costituito in quasi cento anni una esperienza di vita sociale, di democrazia
politica che in molti momenti è stato prezioso serbatoio da cui ha attinto la
città e che sempre ha rappresentato un’alternativa vitale alle degenerazioni
plebee, alle sopraffazioni delinquenziali alle quali la città è costantemente
esposta. E questo è un problema serio al quale qualsiasi progetto
post-industriale, a cento anni di distanza, non può guardare con
superficialità.
“ Tra tanto cielo e mare
tutto un grande dramma si svolge “
scriveva sempre Nitti,
sapendo che a Napoli di mare e di cielo si può vivere, ma si può anche morire.