Marcos e le parole
di Elena Petrassi
E' quanto meno singolare che nel momento storico in cui ci troviamo, l'analisi
più acuta e completa della
situazione internazionale ci arrivi dal profondo della Selva Lacandona, da parte di uno sconosciuto che si
è scelto
il nome di Marcos e di professione è sub-comandante di un esercito rivoluzionario di liberazione. Un
uomo di
cui conosciamo solo gli occhi, la pipa, di cui sappiamo che legge Don Chisciotte e libri di poesie, che scrive
mirabilmente di cose che non riguardano solo il Chiapas ma tutti noi. Di certo Marcos legge anche Le
Monde
Diplomatique ed è anche un profondo conoscitore della potenza dei media e delle
potenzialità delle
telecomunicazioni. Tant'è che attraverso Internet i suoi messaggi hanno avvolto il pianeta.
Da questo
luogo fuori dal tempo chiamato La Realidad, di cui abbiamo già scritto in queste pagine, dunque questo
giovane e astuto intellettuale ci lancia un nuovo messaggio.
Mi riferisco al suo pamphlet "La quarta guerra
mondiale è cominciata" edito in Francia da Le Monde
Diplomatique e in Italia come supplemento del Manifesto del 12 settembre scorso.
Ma
cosa ha da dirci Marcos? All'inizio sembra presentarci solo un gioco di cui ci fornisce le sette tessere
necessarie di forma, ognuna, diversa dalle altre:
Tessera 1: La concentrazione della ricchezza e la
distribuzione della povertà
Tessera 2: La globalizzazione dello sfruttamento
Tessera 3:
Migrazioni l'incubo errante
Tessera 4: Mondializzazione finanziaria e globalizzazione della corruzione e del
crimine
Tessera 5: La legittima violenza di un potere illegittimo
Tessera 6: La Megapolitica e i
nani
Tessera 7: Le sacche di resistenza
Con queste tessere riempite di senso e contenuto Marcos avvia
la sua analisi a partire dalla situazione che si è
creata dopo la fine della Guerra Fredda, che lui definisce III Guerra Mondiale, e la fine del bipolarismo mondiale,
dovuta alla caduta del campo socialista. In questo scenario una nuova epoca di conquista si è aperta, gli
aspiranti
al ruolo di padrone del mondo sono molti, ma per uno soltanto vi sarà posto, e in questo momento i
più titolati
a raggiungere il primato sembra proprio siano gli USA.
Una delle novità più grandi sta nel
fatto che lo Stato Nazionale di buona memoria, il nostro mal encontre per
intenderci, ha cessato di avere una ragione di essere. Chi combatte ora per la supremazia sono i grandi centri
finanziari, i veri luoghi del potere contemporaneo.
"Il re supremo del capitale, la finanza, ha cominciato allora
a sviluppare la sua strategia bellica, nel nuovo mondo
e su ciò che restava in piedi del vecchio. Attraverso la rivoluzione tecnologica, imposta al mondo intero
per mezzo
di un computer, a loro arbitrio, i mercati finanziari hanno dettato le loro leggi e i loro precetti a tutto il pianeta.
La "mondializzazione" della nuova guerra non è altro che la mondializzazione delle logiche dei mercati
finanziari.
Da regolatori dell'economia, gli Stati Nazionali ( e i loro governanti) sono passati ad essere regolati, o meglio
telediretti, dal fondamento del potere finanziario: il libero scambio commerciale. Non solo: la logica del mercato
ha sfruttato la "porosità" che, in tutto lo spettro sociale mondiale, è stata provocata dallo sviluppo
delle
telecomunicazioni, ed è penetrato, si è appropriato di tutti gli aspetti dell'attività
sociale".
A seguito di ciò anche il mercato nazionale diventa superfluo. Quella che era una delle
fondamenta dello stato
capitalista moderno, è liquidato, divorato dal figliolo prediletto, il capitalismo globalizzato. Come ben
dimostra
Ignacio Ramonet nel suo saggio sul Pensiero Unico (di cui ho già scritto in queste pagine), gli spostamenti
di
enormi masse finanziarie possono mettere in ginocchio qualsiasi stato. Non è un caso che i governanti
attuali
dell'occidente assomiglino sempre più a manager d'azienda. Non è strano che un imprenditore
come Berlusconi
si sia dato alla politica o che l'industriale Albertini sia potuto diventare sindaco di Milano ( è dei giorni
in cui
scrivo la sua idea (poi abbandonata) di far pagare ai sindacati gli straordinari dei vigili milanesi per la
manifestazione anti secessionista del 20 settembre). Non è strano ma solo logico che, a fronte di uno
svuotamento
di contenuto e senso del luogo della politica, la politica stessa sia stata interamente divorata dall'ambito
economico e quel che resta del sociale è ben triste cosa. Tutto viene monetizzato o reso monetizzabile.
D'altro
canto il capitalismo ha già ampiamente dimostrato di potere convivere con qualsiasi tipo di regime
politico
quando l'economia è perno e pietra di paragone di ogni cosa. Non è forse quel che dimostrano
le convivenze facili
e felici del modello capitalista con le monarchie prebelliche, con il nazismo e il fascismo, con le democrazie
postbelliche? (se avete qualche perplessità su questa mia considerazione andate a rivedervi il film
Schindler's list
dove la fabbrica nazista è l'apoteosi del capitalismo).
In questo mondo reso piccolo dalle nuove
tecnologie, il distacco tra ricchi e poveri del primo mondo e i poveri
del non mondo - ha ragione Umberto Galimberti quando lo chiama così, è una menzogna
chiamare terzo mondo
o paesi in via di sviluppo quei paesi la cui arretratezza, povertà e miseria sono le fondamenta del nostro
mondo
civilizzato - sta diventando abissale. I numeri dei morti per fame è così macroscopico da avere
perduto un senso
intelligibile in occidente. Cosa significa per noi dire che ogni otto secondi nel mondo muore un bambino per
fame?
Quel che segue alla spoliazione delle risorse dei paesi del non mondo, con la creazione di milioni di
esclusi e
soprattutto di non includibili e di indesiderabili nel nostro sistema di vita, è la distruzione delle
diversità e delle
ricchezze culturali, delle lingue e delle tradizioni, oltre che a un danno continuo e forse ormai irreparabile
all'ecosfera.
Alla ricchezza delle molteplicità un unico modello si sovrappone: quello nord americano,
il migliore dei mondi
possibili secondo i cantori del pensiero unico.
In questo appiattimento di sensazioni e sentimenti, non
è poi così incomprensibile il dolore mediatico per la morte
di una giovane donna che aveva la ventura di essere la madre di un presumibile futuro re. Né è
strano che lo stesso
pubblico (solo questo ormai siamo, pubblico), si sciolga in lacrime per Madre Teresa di Calcutta che ha
combattuto la sua guerra personale contro la miseria e la malattia per mezzo secolo in solitudine e
sostanzialmente nell'indifferenza della stragrande maggioranza della gente. Al suo funerale a piangerla, seduti
in prima fila, vi erano quegli stessi potenti amministratori di stati e governi che di fatto sono tra i principali
colpevoli di quanto la vecchia suora andava combattendo. E' facile e costa poco piangere per una oppositrice che
cadrà presto nel dimenticatoio dei media.
Marcos ci ricorda, parlando del potere del denaro, che
nessuno, neanche nel primo mondo, è al sicuro dallo
sfruttamento, che il confine tra esclusione e inclusione sociale è sempre più sottile e che neanche
giocare lo sporco
gioco dei padroni salvaguarderà nessuno. (A proposito di padroni, in un recente dibattito qui a Milano
per la
presentazione del suo libro Le vene aperte dell'America Latina, Eduardo Galeano ha rivolto un
appello affinché
ricominciamo a chiamare le cose con il loro nome, perché oggi spesso le parole mascherano il senso di
quel che
ci sta dietro: "Oggi chiamiamo flessibilità - ha detto Galeano - quella che una volta era
l'arbitrarietà dei padroni").
Avere un lavoro qualificato oggi non significa che si continuerà
ad averlo in un prossimo futuro, né che questo
lavoro darà diritto a una pensione. Per arrivare alla globalizzazione dello sfruttamento, il passo è
breve. La
rivoluzione sociale che nasce dalla rivoluzione informatica e da quella politica, porta alla nascita delle megalopoli
emergenti sulle rovine degli stati nazionali, con quello che è "semplicemente un riordino delle forze
sociali,
principalmente della forza lavoro". A fronte di circa due miliardi e mezzo di esseri umani abili al lavoro, il "nuovo
ordine mondiale" decide in quali spazi geografici e produttivi questa forza lavoro potrà agire. L'unica cosa
che,
a tale riguardo, non è cambiata è lo sfruttamento di donne e bambini come avveniva già
agli albori del capitalismo
classico. Anche se oggi la crescita della produzione non genera impiego, lo distrugge. Oltre a ciò i
lavoratori
occupati sono via via costretti ad accettare una precarizzazione della loro attività e una perdita progressiva
delle
tutele conquistate nei decenni precedenti.
In questi termini nascono le eccedenze produttive di esseri umani
che non lavorano, non producono, non
consumano, sono cioè in sostanza da eliminare.
La tessera 3 che Marcos ci propone è quella
delle grandi migrazioni, inevitabili sia a causa della povertà che a
causa della proliferazione delle guerre locali, peraltro favorite dai nuovi poteri.
Ma essere stranieri nel mondo
significa soprattutto "subire la persecuzione xenofoba, la precarietà del lavoro, la
perdita dell'identità culturale, la repressione poliziesca, la fame, il carcere e la morte". Lo spauracchio
delle grandi
migrazioni e degli stranieri che rubano il lavoro è un "pretesto per dare senso all'insensatezza razzista che
il
neoliberismo promuove".
Insieme agli effetti della globalizzazione della finanza va considerata, continua
Marcos, la connivenza tra questa
e le varie mafie sparse per il mondo, dello specchio reciproco che Potere Legale e Potere Illegale sono l'uno per
l'altro.
Ancora, e siamo alla tessera 5, assistiamo "nel cabaret della globalizzazione, allo show dello stato che
si spoglia
fino a restare coperto del minimo indispensabile, la forza repressiva. Distrutta la base materiale, annullate le loro
possibilità di sovranità e indipendenza, svanite le classi politiche, gli stati nazionali si convertono,
in modo più
o meno rapido, in mero "apparato di sicurezza" delle megaimprese che il neoliberismo va erigendo con lo
svilupparsi della IV Guerra Mondiale. Invece di orientare gli investimenti pubblici sulla spesa sociale, gli stati
nazionali preferiscono migliorare il loro equipaggiamento, armamento e preparazione per svolgere con efficacia
il lavoro che la politica ha smesso da anni di assumersi: gestire la società". La breve analisi dello stato
e dei suoi
apparati repressivi che Marcos ci offre, di certo non è una novità assoluta agli occhi di anarchici
e libertari, ma
non credo sia lo stesso per il resto della sinistra. Di conseguenza non mi meraviglia più di tanto lo
sconcerto
intellettuale di alcuni intellettuali di punta, come Rossana Rossanda ad esempio, che si sforzano di voler trovare
a tutti costi nel marxismo piuttosto che nel castrismo le radici politiche e culturali di Marcos. Io non so se Marcos
conosca il pensiero anarchico e libertario, di certo il suo pensiero è pervaso da una corrente fortissima
se non
propriamente anarchica di certo libertaria.
È proprio nel suo parlare di stato che Marcos introduce
un discorso vecchio e nuovo allo stesso tempo: scrive di
comunità zapatiste e mi sembra di capire che l'idea di comunità che ci arriva dal Chiapas poco
e niente abbia a
che fare con l'idea di stato e di democrazia statuale cui anche la sinistra è aggrappata in occidente. E
questo
benché sia proprio la violenza statuale, favorita dai poteri finanziari, a generare le tendenze separatiste
in Europa
(notare che Marcos parla di Veneto e non di padania per quanto riguarda l'Italia) e la frammentazione degli stati
e delle nazioni. La globalizzazione produce un mondo frammentato nei paesi occidentali ( e la virulenza dei
fondamentalismi nei paesi musulmani, aggiungo). Questo è il paradosso della Megapolitica che Marcos
rappresenta con uno scarabocchio, una matassa incomprensibile e difficile da sbrogliare.
Siamo alla fine e
vale la pena citare direttamente dal testo di Marcos:
"Tessera 7. Le sacche di resistenza. "Per cominciare, ti
supplico di non confondere la Resistenza con
l'opposizione politica. L'opposizione non si oppone al potere ma a un governo, e la sua forma riuscita e compiuta
è quella di un partito di opposizione; mentre la Resistenza, per definizione (ora sì!), non
può essere un partito,
non è fatta per governare a sua volta, ma per ... resistere." (Tomàs Segovia. "Alegatorio" Mexico,
1996.)
L'apparente infallibilità della globalizzazione si scontra con la caparbia disobbedienza della realtà.
Nello stesso
momento in cui il neoliberismo conduce la sua guerra mondiale, in tutto il pianeta si vanno formando gruppi di
non conformisti, nuclei di ribelli. L'impero delle borse finanziarie si trova di fronte la ribellione di sacche di
resistenza. Sì, sacche. Di ogni grandezza, di differenti colori, delle forme più differenti.
Ciò che le rende simili
è la resistenza al "nuovo ordine mondiale" e al crimine contro l'umanità che la guerra neoliberista
commette. Nel
cercare di imporre il suo modello economico, sociale e culturale, il neoliberismo pretende di soggiogare milioni
di esseri umani, e di disfarsi di tutti quelli che non trovano posto nella nuova organizzazione del mondo.
Però
accade che questi "prescindibili" si ribellino e resistano contro il potere che vuole eliminarli. Donne, bambini,
anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, lesbiche, sieropositivi, lavoratori e tutti quelli che non solo
"esuberano", ma che per di più "disturbano" l'ordine e il progresso mondiale, si ribellano, si organizzano
e lottano.
Sapendosi uguali e differenti, gli esclusi della "modernità" cominciano a tessere le resistenze contro il
processo
di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino che avanza come una guerra mondiale, il
"neoliberismo".
Ma Akim Bey forse chiamerebbe queste sacche di resistenza TAZ cioè Zone
Temporaneamente Autonome. Ce
ne sono anche qui in Italia per fortuna, in ottobre c'è stata la fiera delle Utopie Concrete a Città
di Castello, ci
sono centri sociali, circoli, comunità, riviste, case editrici, reti di solidarietà. ( A proposito a
Milano abbiamo
organizzato alla libreria Utopia un ciclo di conferenze dal titolo "Al di là del capitale" dove trattiamo tutti
questi
temi). E' grazie a queste sacche di resistenza che si può iniziare a fare un mondo nuovo, "un mondo che
contenga
molti mondi, che contenga tutti i mondi".
"Post scriptum che racconta i sogni annidati nell'amore". Inizia
così l'ultima parte del lavoro di Marcos, dove egli
narra del suo incontro con il vecchio Antonio, ispiratore del movimento zapatista. Nella finzione della pagina e
nella Realidad della selva, il vecchio Antonio si congeda da Marcos ( e io da voi) con le seguenti parole:
"Se
non puoi avere la ragione e la forza, scegli sempre la ragione e lascia che il nemico si tenga la forza. La forza
può vincere in molti combattimenti, ma in tutta la lotta solo la ragione può prevalere. Il potente
non potrà mai
cavare la ragione dalla sua forza, noi sempre potremo ottenere la forza dalla ragione".
Post scriptum del Post
scriptum: A volte pensando a Marcos, amando molto la poesia, lo immagino intento a
scriverne su fogli che poi affida al vento. Altre volte mi immagino che Marcos sia solo un nome per la
comunità
che gli sta intorno e che abbiano scelto lui come portavoce perché parla e scrive bene, perché
così hanno sempre
fatto alcune popolazioni native: il capo non era quel che noi intendiamo, era colui che portava le parole.