Volontà Addio
di Luciano Lanza e paolo Finzi

È un numero dal doppio significato quello che sta per uscire del trimestrale Volontà. Il volume è intitolato Le ragioni dell'anarchia, una sorta di bilancio dell'anarchismo contemporaneo. Vengono trattate quasi tutte le problematiche che l'anarchismo deve affrontare (e affronta) in questo squarcio di fine secolo. Quello che ne risulta è un composito mosaico, così come composito è il mosaico della libertà.
Ora, come tutti sanno, i bilanci si fanno alla fine di un periodo. Il bilancio che Volontà propone sull'anarchismo coincide con la fine di questa rivista. Decisione dolorosa, ma necessaria. Decisione dolorosa perché mette fine a una delle poche voci teoriche presenti nel movimento anarchico e chiude quell'esaltante periodo che iniziò nel 1946 anni fa quando Volontà venne fondata a Napoli da Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria. Decisione necessaria perché il numero degli abbonati è sceso a livelli minimi (poche centinaia), le vendite in libreria continuano a peggiorare (unite a forti costi di distribuzione). Una situazione certo non esaltante che ha accelerato una certa stanchezza dei redattori di Volontà (alcuni impegnati da 17 anni nella rivista).
Entro i primi mesi dell'anno prossimo verrà pubblicato un volume che comprenderà gli indici di tutti i 50 anni di vita di Volontà. Uno strumento utile per studiosi, ma anche per appassionati, o fedeli lettori della rivista. Gli indici saranno suddivisi nei tre grandi periodi in cui si può suddividere la vita di Volontà e ogni periodo sarà preceduto da un saggio di analisi critica di storici dell'anarchismo (Piercarlo Masini, Pietro Adamo, Nico Berti).
Questo è dunque un addio che potrebbe trasformarsi in un arrivederci. Ma con qualcosa d'altro. Forse.

Luciano Lanza

Il movimento anarchico ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la stampa. Non certo con quella "ufficiale", di regime, che anzi ha spesso contribuito a deformarne l'immagine, dipingendolo con tratti foschi e/o ridicoli.
Mi riferisco, invece, alla "propria" stampa, alla quantità di testate - piccole o grandi, effimere o durature, distribuite a macchia d'olio o quasi introvabili, ecc. - che gli anarchici, indipendentemente dal loro orientamento, hanno sempre prodotto. Nello scorso secolo come oggi, alle soglie del terzo millennio. Dalla fanzine del centro sociale occupato alla seriosa rivista teorica, dal periodico del sindacalismo libertario al bollettino degli esperantisti anarchici, dal settimanale della federazione anarchica al quasi-volantino più o meno periodico prodotto da un gruppo locale, ce n'è per tutti i gusti.
Sta di fatto che difficilmente, molto difficilmente, un gruppetto di anarchici si trova ad operare per un certo periodo senza ritrovarsi, prima o poi, a discutere un progetto di giornalino. Anarchia fa rima con tipografia - e su questo argomento si potrebbe (e si dovrebbe, a mio avviso) concentrare maggiormente l'attenzione dei compagni e degli studiosi del nostro movimento: così come, da sempre, molto attente alle pubblicazioni anarchiche sono, a loro modo, le forze repressive dello Stato.
Nel movimento anarchico di lingua italiana, in particolare, c'è una tradizione di pubblicazioni longeve. Si pensi ad Umanità Nova, che uscì quotidiano dal 1920 al 1922, ebbe la redazione due volte assalita dai fascisti (l'ultima, definitiva, nell'ottobre '22), per poi riprendere settimanale nel '45 (senza dimenticare alcuni numeri usciti clandestini durante il nero ventennio e la Resistenza): e da allora non ha mai perso un colpo, unico settimanale anarchico - attualmente - al mondo insieme con il francese Le Monde Libertaire. All'estero sono usciti, sempre in lingua italiana, per circa mezzo secolo ciascuno, Il Risveglio in Svizzera e L'Adunata dei Refrattari negli Stati Uniti.
Nella hit parade della longevità, ora che ha chiuso, entra anche Volontà. Mezzo secolo di pubblicazioni regolari, seppure con una periodicità decrescente (mensile, poi bimestrale, poi trimestrale) e con una progressiva trasformazione del suo ruolo (da rivista mensile un po' come "A" fino all'impostazione monografica degli ultimi anni).
Ci sarà tempo per ripensare con maggiore serenità e con il necessario approfondimento all'avventura editoriale di Volontà. La prossima pubblicazione degli indici, con relativi saggi di analisi critica, annunciata da Luciano Lanza, ci fornirà di uno strumento importante. Anche ora che è morta, infatti, e per lungo tempo, la collezione dei cinquant'anni di Volontà costituirà una ricchissima miniera di riflessioni e di spunti nella nostra incessante ricerca di nuove tematiche, nuove metodologie, nuovi approdi per un pensiero ed un movimento che, orgogliosi della parte migliore della propria storia, guardino al presente ed al futuro con occhio disincantato, con un approccio "laico", senza alcun timore di confrontarci e di mischiarci con gli altri.
Da questo punto di vista, molto ci ha accomunato a Volontà, da quella del primo periodo napoletano (gestita da Giovanna Caleffi Berneri e da Cesare Zaccaria) all'ultima formula (di cui Luciano Lanza è stato l'animatore, insieme con un collettivo composto da amici e - in molti casi - collaboratori della nostra rivista). Se c'è infatti una caratteristica di Volontà che ci preme sottolineare, in tutte le fasi della sua storia, è proprio questa apertura mentale, questo suo rifiuto per così dire genetico di farsi "rivista di propaganda" nel senso noioso e ripetitivo, o comunque supponente, del termine. E di essere, invece, aperta a contributi i più diversi, sempre saldamente ancorati ad una sensibilità libertaria, ma provenienti da persone ed aree le più varie.
Per noi è davvero l'addio ad una sorella, una sorella maggiore con la quale abbiamo sempre avuto ottimi rapporti, con la quale abbiamo anche convissuto a lungo (entrambi, dal '77, facciamo parte della medesima cooperativa editrice: ora vi restiamo soli con Eléuthera) e che, con la sua scomparsa, ci carica di nuove responsabilità.

Paolo Finzi