Preguntando caminar...
di Emanuela Scuccato
"Procedere facendo domande..." Š una delle formule zapatiste. Il che significa non accontentarsi mai degli slogan, delle dichiarazioni, ecc., ma verificare continuamente la realt… sottostante
"...noi non verremo in Europa per raccogliere solidarietà, verremo per
stabilire un nesso pratico tra la nostra lotta
e quelle che vi sono da voi", aveva più o meno detto il Subcomandante Marcos a Pierluigi Sullo de
il Manifesto
e a Gianfranco Bettin e Alfio Nicotra di Rifondazione Comunista, quando questi si erano recati nel sud del
Messico per incontrarlo.
(Subcomandante Marcos, La quarta guerra mondiale è
cominciata).
Questa era la premessa, questa la condizione posta dalla lungimiranza politica del leader
dell'EZLN perché
l'incontro italiano potesse essere fecondo per tutti: per loro e per noi.
I fatti di cronaca sono noti. Mentre 1111
tra indios chiapanechi e sostenitori dell'Esercito zapatista di liberazione
nazionale marciavano alla volta di Città del Messico per chiedere al Governo di rispettare gli accordi presi
e dare
avvio "allo sgombero dei 40.000 soldati federali" dislocati nella loro regione (il Manifesto
09.09.'97), una
delegazione india sbarcava in Italia grazie agli sforzi congiunti dell'Associazione Ya Basta!, del Forum contro
il Neoliberismo e di Rifondazione Comunista.
Ad attendere quest'uomo e questa donna, i volti coperti da un
fazzoletto rosso, c'era un fitto calendario di
appuntamenti: incontri con la stampa, la società civile, i rappresentanti di Partito. E poi c'era Venezia,
la grande
manifestazione del 13 settembre contro "il leghismo xenofobo, l'egoismo sociale, le micro-patrie chiuse,
l'umiliazione del lavoro, della disoccupazione, della distruzione dell'ambiente..." (il Manifesto,
12.09.'97), tutto
quanto insomma costituisce l'attuale scenario europeo più consono a quella "mondializzazione delle
logiche dei
mercati finanziari" che Marcos individua come la causa principale del conflitto mondiale in atto: il quarto, per
restare alla sua analisi politica.
"Noi donne zapatiste, noi donne indigene zapatiste soffriamo per i nostri figli
che non hanno medicine, scuole,
un'alimentazione adeguata. Noi lottiamo perché i nostri figli abbiano un mondo migliore. Noi non ci
arrendiamo".
Nella sede milanese dell'ARCI Metromondo, il 15 settembre scorso, toccava ora alla giovane
delegata dell'EZLN
parlare. A differenza del suo compagno che aveva preso la parola per primo, questa piccola donna indigena stava
leggendo un documento. Il testo era stato evidentemente concordato prima di partire con le sue compagne, nella
Selva Lacandona.
"La mia parola è molto semplice e molto semplice la nostra lotta", stava dicendo.
"Noi lottiamo perché ci
rispettino gli uomini e ci rispetti il Governo. Gli uomini non ci considerano, dobbiamo lottare per farci ascoltare.
Ma noi abbiamo il diritto di parlare e di prendere decisioni nella comunità perché anche noi siamo
colpite".
A mano a mano che il suo discorso proseguiva, io sentivo crescere il mio disagio.
"...
Emancipazione della donna dalla triplice schiavitù, cui era e ancora rimane in genere soggetta: la
schiavitù
dell'ignoranza, la schiavitù in quanto donna e la schiavitù in quanto produttrice.
... Fare della
nostra organizzazione una forza femminile consapevole e responsabile, che formi una avanguardia
all'interno del movimento rivoluzionario.
... Combattere l'ignoranza istruendo le compagne sia a livello
culturale che sociale.
... Arrivare a un autentico incontro tra compagni e compagne: vivere insieme, lavorare
insieme e non escludersi.
Investire energie per il fine comune".
Di chi era questa voce? Chi stava parlando in questo
momento?
Erano le Mujeres Libres spagnole o era ancora il dolce e sommesso fluire dell'idioma dell'india
venuta dal
Chiapas?
La voce delle donne che avevano dato vita in Spagna alla "prima organizzazione femminista
anarchica degna del
nome", nel '36, alle soglie della Guerra civile (José Gutiérrez Alvarez - Paul B.Kleiser, Le
sovversive), e la voce
della donna dell'EZLN si levavano all'unisono. Erano la stessa voce.
"... Per questo, quando le zapatiste
arrivano alla nostra comunità noi le accogliamo e le facciamo partecipare alle
lezioni di politica, perché sappiano quali sono i loro diritti come donne e cosa è meglio per il
nostro popolo",
raccontava l'indigena, il volto coperto come tante donne nel mondo lo coprono, anche se per ragioni
diverse.
"Con le insurgentes zapatiste abbiamo imparato a decidere quanti figli avere e a sposarci con l'uomo
che amiamo.
La vita delle donne indigene è durissima. Non abbiamo tempo per noi stesse. Per questo pensiamo che
dobbiamo
essere considerate e che abbiamo dei bisogni come donne. Non abbiamo buona acqua né buone terre,
perciò
lottiamo con gli uomini per cambiare la situazione. Ma la nostra lotta non è facile perché molti
uomini non
vogliono che la situazione per noi cambi".
Il mio disagio
La sede dell'ARCI Metromondo risuonava di voci femminili.
Brusii, commenti ben udibili. Memorie.
"... A quel tempo dovetti accorgermi, per la prima volta, di quanto
poco il nostro partito si occupasse del destino
delle donne della classe operaia e quanto limitato fosse il suo interesse alla liberazione delle donne...".
Adesso
era Aleksandra Kollontaj a parlare. La socialista rivoluzionaria Aleksandra Kollontaj leggeva ad alta voce
la sua Autobiografia, pagine vergate nel 1926.
"... Uomini che nonostante siano zapatisti non
danno il permesso alle donne di partecipare alle lezioni di politica.
Il cambiamento negli uomini è molto lento", constatava intanto laconica la delegata dell'EZLN.
A
questo punto riuscivo a malapena a contenere il mio disagio. Queste voci e molte altre che rimbalzavano da
un angolo all'altro della sala e si intrecciavano al confine di reale e fantastico mi inducevano ad
interrogarmi.
Sapevo dell'esistenza della "Ley revolucionaria de mujeres" (v.riquadro) formulata dalle donne
zapatiste nel
marzo 1993 fin da quando ne avevo letti i contenuti in un piccolo ma prezioso libro, L'altra metà
della selva, che
Pino Cacucci aveva consigliato in occasione della presentazione al pubblico di un video sul Chiapas l'anno
scorso.
Avrei voluto saperne di più. Avrei voluto che la stampa se ne fosse occupata con
attenzione.
Ma i reportage, le interviste, i commenti su questo straordinario movimento che ha avuto davvero
"la capacità
di partire dai propri villaggi per pensare al pianeta", come ha sottolineato con un'immagine molto bella ed efficace
Alfio Nicotra di RC, spesso hanno optato per una unilateralità di vedute che alla lunga, paradossalmente,
potrebbe
rivelarsi addirittura dannosa.
Solidarietà è la parola d'ordine. Solidarietà con "i
compagni del Chiapas", "i fratelli e le sorelle che stanno
lottando" non per la presa del potere, ma per il rispetto del loro diritto ad esistere e ad esistere con dignità.
Solidarietà.
Certo, solidarietà. Ma se la solidarietà può essere testimoniata
tangibilmente, in modi diversi, e si sostanzia
dell'adesione ideale ad una causa comune - il vivere finalmente da uomini e donne liberi dal giogo dello
sfruttamento economico, nel rispetto delle singole individualità, in pace - , essere solidali con un popolo
in lotta
non implica un'adesione acritica e indiscriminata alla sua sollevazione, per quanto giusta. Anzi! L'esercizio del
pensiero, critico ed autocritico, si pone in questo caso come un imperativo categorico.
I dubbi e le
perplessità che si erano andate accumulando nel corso di questi ultimi tempi, ogni volta che leggevo
delle vicende zapatiste, rispuntavano fuori. Tutte insieme.
Innanzitutto rifiutavo di accordare ancora
attenzione e parole a chi, da una parte o dall'altra, pretendeva di
colpevolizzarmi per essere una donna del "primo" mondo e in nome di questo mio "privilegio" voleva relegarmi
in un silenzio coatto.
Sì, sono una donna del "primo" mondo, questo è inconfutabile,
riconoscevo. Come altrettanto inconfutabile è che
ognuno parte da dove è, da quello che è. Ricusavo una volta per tutte quei ricatti morali che in
buona o in mala
fede vengono sbandierati ogni volta che qualcuno tenta di uscire dal coro. Alzi la mano chi, per avere fatto uno
o più viaggi in Chiapas o per averne scritto, letto, studiato, può dire di essere meno del "primo"
mondo di me,
pensavo anche. Il sapere della miseria, della morte, della degradazione nelle quali "l'umanità" è
stretta
dall'avanzata del Neoliberismo, in alcune parti del mondo più che in altre, non mi esime dal prendermi
le mie
responsabilità qui, adesso. Nel mio mondo. E a partire da quella che sono. Solidarietà non
può diventare ancora
una volta uno slogan politico, mi ripetevo.
"L'Esercito italiano ha assunto sempre più in questi anni
un ruolo attivo, anche in campo internazionale, come
strumento a sostegno della PACE: le recenti missioni in Albania e nella ex Jugoslavia, l'efficacia dell'intervento,
la stima e la considerazione ricevute testimoniano inequivocabilmente una scelta, quella vocazione alla pace che
è patrimonio di tutto il popolo italiano, e per quanto ci riguarda, sicuramente del sindacato
confederale".
Questo è uno stralcio della lettera aperta che i segretari generali di CGIL, CISL e UIL
di Milano, Panzeri, Fabrizio
e Giuliani, hanno inviato al Presidente del Consiglio Romano Prodi e al Ministro della Difesa Beniamino
Andreatta in occasione della tappa milanese di quella vergognosa kermesse itinerante, battezzata "Rap Camp Tour
'97", che l'Esercito italiano ha messo in piedi con i quattrini di tutti noi per reclutare 23.000 volontari da inserire
nei suoi organici. Questa la risposta indiretta che i Confederali hanno dato al presidio organizzato dalla LOC, dal
Comitato Golfo e da una lunga serie di altre associazioni e centri sociali cittadini, nonché dalla locale
comunità
somala, che l'11 settembre scorso si erano dati appuntamento in Piazza Cordusio per manifestare il loro dissenso
a poca distanza da una Piazza Duomo trasformata per l'occasione in piccolo fortino, dove "laser shooting" e "tank
attack" erano a disposizione del pubblico, bambini compresi, per dimostrazioni virtuali, mentre la fanfara militare
contribuiva a camuffare l'iniziativa da allegra e innocua festa paesana.
Spiazzata dal settarismo
Nove giorni dopo, il 20 settembre, questa stessa Piazza
era un mare di bandiere rosse. E non soltanto rosse. Questa
volta la parola d'ordine l'avevano lanciata proprio CGIL, CISL e UIL: no alla Secessione!
Quale poteva essere,
mi chiedevo, il nesso tra le parole della lettera aperta firmata dai Confederali milanesi, e
peraltro stranamente silente sui più recenti "numeri" della Folgore nazional-popolare in Somalia, e la
manifestazione contro il Secessionismo; e tra questi due fatti e quel che la delegata dell'EZLN andava dicendo
della durissima vita sua e delle sue compagne in Chiapas?
Per quanto mi riguardava potevo dire di
condividere appieno il dissenso espresso contro il "Rap Camp Tour '97"
dai compagni e amici, pacifisti e non, che si erano mobilitati in tutta Italia per far sentire la loro voce.
"... gli
Stati Nazionali si convertono, in modo più o meno rapido, in un mero apparato di 'sicurezza' delle
megaimprese che il neoliberismo va erigendo con lo svilupparsi della IV Guerra Mondiale.", ha scritto Marcos
(Subcomandante Marcos, op.cit.).
Dunque fare obiezione fiscale alle spese militari, chiedere lo scioglimento
di tutti i corpi speciali, compresa la
Folgore, lavorare per la smilitarizzazione del nostro territorio - non dimentichiamoci le basi NATO! - non
può
non essere un ambito importante della nostra lotta, della nostra resistenza, pensavo.
Mi riconoscevo anche
nelle parole d'ordine delle manifestazioni di Venezia e Milano.
"Ben oltre i pretesti, le ideologie e le bandiere,
la dinamica attuale MONDIALE di frantumazione degli Stati
Nazionali corrisponde a una politica, ugualmente mondiale, che sa di poter esercitare meglio il suo potere, e creare
le condizioni migliori per la sua propria riproduzione, sulle rovine degli Stati Nazionali." (Subcomandante
Marcos, op.cit.).
Infine, come potevo non sentirmi profondamente coinvolta dalle parole, accorate e dignitose
ad un tempo, della
giovane zapatista in visita nel capoluogo lombardo?
L'origine del mio disagio stava nel fatto che pur
condividendo più di una battaglia ideale, venivo e vengo
spiazzata dal settarismo, dall'apparente illogicità della prassi politica ordinaria, dall'evidente contrasto
tra quel
che si dice e quel che si fa.
Il mio disagio nasceva dalla difficoltà di accettare di trasferire la mia
idealità su obiettivi strategici che non sono
i miei, che sono gli obiettivi strategici di un altro popolo con il quale posso certamente scambiare esperienze di
lotta, ma che non può diventare vessillo per tutto e per tutti, ricettacolo di sensi di colpa pseudo-cristiani
e comodo
lavacro per le nostre coscienze di antichi conquistadores che non hanno mai perso il vizio del colonialismo. Le
mie battaglie sono qui, mi ripetevo.
Il Moloch del Neoliberismo ci riserva trattamenti diversi, nel "primo"
come nel "terzo" e "quarto" mondo. Il
Neoliberismo ci divora e divora le nostre coscienze selezionando le sue strategie con accuratezza. Le nostre sono
riunioni di famiglia, alla buona, in confronto alla sublime perfezione dei banchetti allestiti nelle sedi dei mercati
finanziari. Ad ognuno secondo le sue necessità, davvero. In un angolo di mondo, per rilanciare l'economia
nazionale, si ammannisce la truffa delle auto "scontate" con la benedizione delle Parti Sociali; in Chiapas, invece,
si schierano gli eserciti e si impedisce ai contadini di lavorare le loro terre, che sono l'unica forma di
sostentamento.
Ma soprattutto: potevo ripetere lo stesso errore di sempre, consapevole di compierlo; potevo,
cioè, concedermi
il lusso di dimenticare la lezione che tante rivoluzionarie avevano tratto dalla loro esperienza in contesti e in
epoche storiche diverse?
Di fronte alla delegata dell'EZLN che si poneva come soggetto politico all'interno
del Movimento zapatista, che
denunciava apertamente la difficoltà di rapportarsi con i suoi stessi compagni di lotta in quanto donna,
io
ravvisavo un vecchio pericolo.
Sarà messa a tacere ancora una volta in nome della Causa - oggi la
lotta contro il Neoliberismo - quest'ennesima
voce che chiede considerazione e rispetto per le donne, che vuole spezzare le sue catene anche all'interno della
comunità dove è nata, vive e della quale si sente parte? mi chiedevo.
Oppure ci
penserà il Governo messicano a distruggerle queste donne che domandano scuole, cibo, medicine per
i loro figli e per sé?
Qualora ottenessero quello che chiedono, le indigene chiapaneche sapranno
reggere l'impatto con scuole, ospedali
e quant'altro lo Stato ritenesse opportuno accordare loro? saranno in grado di gestire queste "ingerenze"
nonostante le direttive del Foro Nacional Indigena [San Cristóbal de Las Casas, gennaio '96]? saranno
in grado
di conservare e trasmettere i loro valori? erano alcuni dei miei dubbi.
Indios o Maya
Il Subcomandante Marcos ci aveva chiesto uno scambio di
esperienze di lotta. Seduta nella sede dell'ARCI
Metromondo mi chiedevo: sta avvenendo questo scambio?
Sì, forse si stanno cominciando a tessere
"quelle resistenze contro il processo di distruzione/spopolamento e
ricostruzione/riordino che avanza come una guerra mondiale, il neoliberismo", di cui parla il Subcomandante, e
gli sforzi dei compagni italiani sono stati grandi in questo senso. Ma non credo che basti, ero costretta ad
ammettere. Credo che l'ostacolo più grosso sia altro ancora dalla difficoltà di realizzare questo
genere di incontri.
Credo abbia a che fare con la resistenza ad andare in profondità, a guardarsi in faccia e a guardare in
faccia le
cose.
Innanzitutto per superare noi per primi le barriere che spesso continuano a dividerci, sebbene ci si
riconosca
sostanzialmente negli stessi obiettivi politici. Poi per guardare senza remore alle luci, ma anche alle ombre del
Movimento zapatista.
Marcos, che lo voglia o no, è un leader, pensavo. Non so se sia, come scrive
Marco Revelli, un "intellettuale
sociale del futuro", o se la sua griglia culturale sia "più castrista che guevarista", come ha argomentato
Rossana
Rossanda - e certo mi interessa qualsiasi analisi dell'esperienza zapatista -, ma una cosa è Marcos, altra
cosa è
l'Esercito zapatista di liberazione nazionale, che è composto da 17 etnie diverse di indios.
Qual
è il loro modo di pensare, di vivere, di organizzarsi, di immaginare il futuro?
Se la loro antichissima
cultura, così diversa dalla cultura degli indios dell'Uruguay "contrassegnata invece da un
grande senso della libertà", come ha spiegato Ruben Prieto, tra i fondatori quarantatré anni fa a
Montevideo della
"Comunidad del Sur", in Italia per un giro di conferenze, se la loro ascendenza culturale maya, fortemente
gerarchica, sopravvive ancora oggi all'interno delle comunità, come è possibile per esempio che
essi siano in
grado di coniugarla con una lotta di liberazione segnatamente indicata al di fuori di ogni logica di potere? mi
chiedevo.
Senza accorgermene facevo mia una delle formule zapatiste, quel preguntando caminar, procedere
facendo
domande, che dovrebbe permetterci di rimanere desti di fronte a tutto.
Però le domande chiedono
risposte.
Tante domande, tante risposte. Tante risposte reciproche, molti più elementi sui quali
scambiare esperienze.
Ricchezza di esperienze, elaborazione di strategie di lotta comuni molto più efficaci.
"... Tutto
sarà differente per le donne un giorno. Forse toccherà alle nostre figlie di vedere questo
cambiamento.
Lottiamo per la democrazia, la libertà e la giustizia", concludeva intanto la delegata dell'EZLN tra gli
applausi.
La sala milanese dell'ARCI Metromondo era tornata a ripopolarsi di voci fantastiche. Donne di ogni
continente
si riconoscevano nelle parole dell'india chiapanecha. Alcune piangevano i loro morti di ogni rivoluzione e, spesso,
la loro stessa morte offerta in nome della Causa. E volevano stringere la mano a questa giovane donna coraggiosa
per scaldarla e scaldarsi al fuoco di un solo calore. Altre, invece, avevano gli occhi asciutti. Volevano sì
toccare
quel fuoco, ma restavano sedute, immerse nei loro pensieri.
Le Mujeres Libres avrebbero voluto formare "una
confederazione internazionale di donne libere". Avrebbero
voluto che le donne libere di tutti i continenti fossero unite nella differenza per incontrarsi e scambiare esperienze
di lotta e di libertà.
Marcos era di là da venire.
Il sogno delle femministe anarchiche
spagnole "non vide mai la luce" (op.cit.).
"Quando sarà...", si domandavano tra loro Mary
Wollstonecraft, George Sand, Jeanne Deroin, Pauline Roland,
Mother Jones, Emma Goldman, Sylvia Pankhurst, Clara Zetkin, Rosa Luxemburg, le Mujeres
Libres...
Sì, quando sarà che tutte le donne del mondo...
La "Ley revolucionaria de mujeres"
(marzo
1993)
PRIMO
Le donne, senza che abbiano importanza la razza e il credo, colore o filiazione politica, hanno
diritto a partecipare
alla lotta rivoluzionaria nel ruolo e grado che la loro volontà e capacità
determinino;
SECONDO
Le donne hanno diritto a lavorare e ricevere un salario
giusto;
TERZO
Le donne hanno diritto a decidere il numero di figli che possono avere e di cui possono
prendersi cura;
QUARTO
Le donne hanno diritto a partecipare alle questioni della comunità e
ad avere incarichi se sono elette in modo
libero e democratico;
QUINTO
Le donne e i propri figli hanno diritto a una ATTENZIONE PRIMARIA
in fatto di salute e alimentazione;
SESTO
Le donne hanno diritto all'educazione;
SETTIMO
Le
donne hanno diritto a scegliere il proprio compagno e non debbono essere costrette con la forza a contrarre
matrimonio;
OTTAVO
Nessuna donna potrà essere picchiata o maltrattata fisicamente nè
da familiari nè da estranei. I reati di tentato
stupro o stupro saranno severamente castigati;
NONO
Le donne potranno occupare cariche di direzione
nell'organizzazione e avere gradi militari nelle forze armate
rivoluzionarie;
DECIMO
Le donne avranno tutti i diritti e gli obblighi previsti dalle leggi e regolamenti
rivoluzionari.
(Da L'altra metà della selva - Le donne zapatiste raccontano op. cit.)
Bibliografia