A nous la libertè
diario a cura di Felice Accame

La sensibilità della carcassa

I dotti che si sono dati tanto da fare per asseverare ciò che non può essere asseverato - ovvero le tesi realiste secondo le quali la conoscenza in altro non consisterebbe che in una passiva ricezione di un mondo bell'e fatto - hanno, così trafficando, decretato il successo dei "sensi". Visti come autostrade su cui eidola e bocconcelli infinitesimi vari, staccatisi dalle loro case-madri, entrano a gran velocità nella mente umana per informarla di sé e delle loro origini, i sensi, neppure sospettati come metafora assassina, sono dunque glorificati come il massimo dei Servizi. Saremmo, grazie a loro, non tanto artefici attivi, costruttori, almeno in cooperativa, del nostro mondo, ma, più disgraziatamente e rassegnatamente, "impressionati", come cera su cui si sia posata l'impronta di turno. Dal XIV secolo in poi, estendendosi, la metafora ha finito col designare anche un "ricevere" un po' speciale, e, dai sensi, abbiamo ottenuto quella "sensibilità" che, nel mondo moderno, è stata attribuita a checchessìa. Così - dopo l'animo del delicato -, è sensibile la lastra o la pellicola fotografica, è sensibilissimo il sistema d'allarme e, ovviamente, qualsiasi artefatto che venga dotato di "sensore". Anzi, si può tranquillamente affermare che, più aumentano le cose cui attribuiamo sensibilità, più diminuiscono le persone capaci di provarla ed esprimerla.
Definirsi, dunque, Teatro dei Sensibili di Strada, è già atto carico di valori contrappositivi - per esempio, nei confronti di tutto ciò che ha condotto a questo penoso stato di cose. Ecco, allora, La carcassa circense, "programma di varietà per marionette, azioni mimiche e organo di Barberia" animato da Jeremy, Lavinia e Sansone - sotto le spoglie di uno dei quali si nasconde Guido Ceronetti, coscienza dolente con settant'anni sulla groppa e ciònonostante né paga né doma. Sotto le altre due, Rosanna Gentili e Bartolo Incoro-nato.
Per lodevole iniziativa della locale Biblio-teca Cantonale - dove alloggiano, ben curati, alcuni "Fondi" di carte rilevanti (quelle di Prezzolini e di Flaiano, per esempio, e, per l'appunto, quelle di Ceronetti) -, in piazzetta San Rocco, a Lugano, in un giorno del settembre scorso, ci è stata offerta questa opportunità. Preziosa, umanamente.
Un paravento e l'organetto di Barberia dividono lo spazio strappato temporaneamente ai riti celeri dell'urbanità per stabilire un di qua ed un di là - un di qua dove si ammucchiano gli strumenti del mestiere, dove ci si prepara in una privatezza scoperta e pur pudica, ed un di là dove sarà soddisfatta la curiosità dello spettatore. Stoffe, ventagli, maschere, cappelli, segmenti di pupazzi, cartelli - per parlare ad un "pubblico" che non si voglia lasciare tale e quale non ci vuole poi molto, se si ha davvero qualcosa da dirgli. Ceronetti dice cose che lasciano il segno. Ci ricorda, per esempio, che "la giovinezza espia i peccati della vecchiaia", ci consiglia di imparare "a essere sempre perdenti" e ci assicura che "lo scacciato, il perduto, l'abbandonato, il partito sono dentro la casa", e non tanto lontani come si ha l'ipocrisia di credere.
Ceronetti critica l'indifferenza - nei confronti della violenza, della stupidità, della volgarità, dei tanti palliativi con cui l'uomo civile sostituisce la consapevolezza di sè e dei propri misfatti - e, per farlo, compie una scelta che, almeno per una volta, svilisce il proprio ruolo di Intellettuale - o di Rinomato Scrittore - e che, al contempo, gli restituisce una Dignità di Interlocutore che crede in ciò di cui sta parlando. Lo fa anche lui e lo fa così. Anche lui gira la manovella dell'organetto di Barberia, anche lui recita, canta ("noi siam come le lucciole") e mima, fin balla, dà il là alla questua rivolgendosi al buon cuore dei presenti e promette un bacio non suo per l'eventuale generoso. Insomma, non si limita a scrivere canovacci arguti e intelligenti, caustici e amari, per poi starsene a casa a leggere le recensioni dei rappresentanti di quella stessa Buona Società le cui fondamenta disgrega. E lo fa per strada. Lo fa senza la "grancassa" dei media e mantenendo l'interazione nei limiti in cui chi vi partecipa possa mettersi in gioco. Chi c'è c'è, chi non c'è amen: un bambino dai capelli rossi con un levriero, una mamma ed un paio di amici, un paio di nonne, una famigliola giapponese, uno studente, una coppia che viene da Milano, un intellettuale locale, qualcuno che si ferma un po', qualcuno che si ferma e non va più via, qualcuno che guarda e allunga il passo, un gruppo di ragazzotti più e meno distratti, da un balcone vicino. Gironzola un odor poco rassicurante di carro di Tespi - prototipo del nomadismo teatrale. I connotati dell'Occasione Speciale Ratificata Socialmente sono d'altronde poco visibili; ci sono quelli dell'Occasione Speciale Sfuggita alla Ratifica, a dire il vero (per esempio, la fastidiosa acutezza di certi apoftegmi), ma occorrerebbe fiuto, accortezza e grande disponibilità per accorgersene. E' qui che l'Evento - per Buona Sorte, o per Inettitudine del Mondo - conserva il guizzo di pregio che l'ha originato: perché è un caso in cui la povertà del Mezzo garantisce la ricchezza del Messaggio.

P.s.: Guido Ceronetti nasce a Torino nel 1927. Su "La Stampa" lo si trova spesso, anche con poche righe sue o scelte da lui per salutare il nuovo giorno e i suoi nuovi orrori. È noto per traduzioni bibliche (Salmi, Ecclesiaste, Libro di Giobbe, Cantico dei cantici), per prose (Difesa della luna e altri argomenti di miseria terrestre, La carta è stanca, La musa ulcerosa, Il silenzio del corpo, Viaggio in Italia, I pensieri del tè, La pazienza dell'arrostito, fra il tanto d'altro) e per poesie (Poesie per vivere e non vivere, Compassioni e disperazioni). La scelta lessicale, nei titoli, la dice lunga su quanto abbia in uggia il mondo e sul come abbia poca voglia di scherzarci su. Cosa si aspetti dal futuro prossimo lo si può dedurre da quel brano de I pensieri del tè (1987) dove nota una "strana ricorrenza: alla fine della grande Guerra, nel 1918, il presidente americano era semidemente; nel 1945, di nuovo, il presidente americano, Roosevelt, rincoglionito. Nella prossima guerra lo sarà all'inizio".