Ho scoperto la nonviolenza

Carissima redazione di "A",
vi scrivo per rendervi in qualche modo partecipi della mia gioia, derivatami da un'esperienza estiva.
Alcuni mesi orsono usufruii dei dati forniti da "A" riguardo ai campi estivi organizzati dal MIR e dal movimento nonviolento e, ricevuta la rivista "Azione Nonviolenta", mi iscrissi al campo estivo tenuto a San Martino di Busca. L'esperienza si é rivelata molto più che gratificante, perché mi ha arricchito e dal punto di vista umano e da quello intellettuale.
Il mio primo approccio con la nonviolenza mi ha colto un po' perplesso circa alcune questioni fondamentali. Non comprendevo infatti come si potesse parlare di nonviolenza in contesti quale, per esempio, quello partigiano o quello degli Indios. Pur essendo per indole nonviolento e detestando la violenza, ho spesso tacciato di vigliaccheria e ipocrisia coloro che si spacciavano per pacifisti (soprattutto i figli dei fiori con i loro "Peace and Love"), perché interpretavo il loro rifiuto della violenza come una cosa imposta dalla morale (intesa come ossequio alle leggi) vigente, e - quindi - come una sorta di cuscinetto che ammorbidiva l'asprezza della lotta.
Evidentemente, mi sbagliavo di grosso. Durante questa settimana ho convissuto con persone politicamente e socialmente impegnate e soprattutto incazzate (col potere), che mi hanno dimostrato l'inevitabilità dell'assunzione della nonviolenza, nel caso in cui si voglia combattere contro il potere. Potere che non aspetta altro che la nostra violenza per poterla ritorcere su di noi mettendoci a tacere. Agire in modo nonviolento non impedisce anche, per esempio, il disobbedire alle leggi, il boicottaggio, ecc.
In questa settimana ho fatto la mia prima esperienza di vera vita comunitaria. Il lavoro era gratificante, soprattutto perché mi sentivo parte di un tutto funzionante, che funzionava anche grazie a me. Le persone, provenienti da diverse estrazioni religiose, non-religiose e politiche, si sono rivelate aperte al dialogo e ciò mi ha permesso di confrontare la mia esperienza con quella altrui.
Di sera eravamo impegnati in divertenti danze occitane, canti, giochi di fiducia e scherzi divertenti. Il tema del campo era "Nonviolenza e trasformazione dei conflitti". E' stato affrontato in modo coinvolgente e soprattutto affidando grande importanza al gioco come metodo di apprendimento. Il gioco consisteva anche nell'inscenare scene conflittuali e nel tentare di risolverle. Sono stati citati tanti autori della nonviolenza - da Tolstoj a Capitini - ed il contesto in cui erano situati.
Alla relatrice Angela del Centro Studi Regis vanno tutti i miei complimenti (pensate che si è rifiutata di essere retribuita per il lavoro svolto, in barba a tutti gli accademici che.... "la cultura è dei poveri"). I soldi risparmiati sono stati devoluti ai movimenti popolari di Curitiba in Brasile, movimenti che hanno ottimi risultati applicando metodi nonviolenti. Come Gandhi insegna, la nonviolenza è antica quanto il mondo.
Ritengo opportuno che qualcuno ce lo ribadisca ancora o, meglio, ce le insegni. Credo che l'anarchismo dovrebbe far propria la causa della nonviolenza in modo più evidente. Ciò aumenterebbe il consenso nei suoi confronti e sottrarrebbe consenso al potere. Il fine è nel mezzo!

Fabio Rosana (Fossano)