Dibattito teatro

Continua il dibattito attorno al teatro, aperto dall'articolo di Cristina Valenti (Lasciate che il vento soffi, "A" 238). Dopo l'intervento di Alessandro Lai, attore ed organizzatore del Cada Die Teatro di Cagliari, ospitato nel numero scorso, pubblichiamo I contributi inviati dai rappresentanti di tre realtà bolognesi: Fulvio Ianneo del Teatro Reon, Stefano Pasquini del Teatro delle Ariette, Chiara Sorgato del Baule.
Il difficile dialogo con le istituzioni, nell'attesa più o meno disillusa della nuova legge, la ricerca di un teatro che corrisponda alla vita e alle passioni di chi lo abita: la sfida alle norme e alle strettoie burocratiche da parte di chi intende usarle anziché esserne "normalizzato" e da parte di chi sceglie di stare fuori, di sottrarsi al panorama riconosciuto per dare vita a tentativi sotterranei, piccoli, invisibili: questi I temi che maggiormente ritornano in un dibattito che ci auguriamo possa proseguire.

Un posto per lo spettacolo
Cara Cristina,
ho letto con piacere e interesse il tuo articolo pubblicato su "A" anno 27 n°6. E sono stato colpito dal titolo (capirai in seguito perché) tanto che ho deciso di risponderti.
Per la verità, la decisione di risponderti l'ho maturata con chiarezza solo dopo una occasionale chiacchierata con una amica, poetessa metalmeccanica di Castello di Serravalle.
Io stavo raccogliendo con Paola l'ennesimo quintale di pomodori da conserva, erano le sette di sera e, mentre noi insistevamo in questo lavoro africano, l'amica metalmeccanica, che aveva smontato dalla fabbrica alle cinque, stava seduta sull'erba della cavedagna al bordo del campo di pomodori. E mentre le braccia andavano da sole e la schiena diventava ogni ora più dura, sotto il cielo turchino e tra nuvole di rondini a caccia di cavallette, facevamo un po' di filosofia. Io e Paola continuavamo a chiedere spiegazioni, il perché della sua poesia, delle sue azioni e delle sue scelte di vita spesso difficilmente comprensibili. Lei a un certo punto ha detto: "Se proprio non riuscite a capire, quello che posso fare per aiutarvi è dirvi che le risposte sono tutte qui: la mia vita è il mio messaggio".
Ecco Cristina, io vorrei raccontarti cosa è successo una sera di novembre del 1996.
Il progetto di ARGINI (il nostro ultimo lavoro teatrale) era pronto sulla carta, era maturo per il lavoro sulla scena, ma chi aveva una scena?
Ricominciò la solita liturgia: lo scantinato del BAULE? non c'è più; non hai disponibilità di qualche palestra? ma, forse, chissà; da voi in provincia ci sono tanti capannoni!
Cercavamo non soltanto un luogo dove provare, ma un posto ideale dove lo spettacolo potesse vivere, perché avevamo capito con l'esperienza dell'estate, quando avevamo replicato MADRE CORAGGIO nei campi della nostra azienda agricola, che era finito il tempo dei luoghi neutrali da riempire indifferentemente con spettacoli di ogni tipo.
Cercavamo un luogo da cui irradiare la nostra energia, il nostro pensiero e la nostra esperienza.
Arrivammo quindi a un appuntamento con il giovane segretario del PDS del nostro piccolo comune. Con grande disponibilità ci avrebbe concesso l'uso gratuito di una parte del capannone usato come magazzino (chissà perché noi teatranti siamo così stupidamente affascinati dai capannoni?).
Radunammo i ragazzi del gruppo (Teatro Delle Ariette) e organizzammo la spedizione per vedere il nostro futuro teatro.
Era la fine di novembre, tirava il maestrale, vento freddo di nord-ovest, che nelle nostre campagne spazza le nebbie e ci regala qualche raro cielo atlantico.
Era una di quelle sere che amo, pungente e asciutta, col sole che tramonta tra bagliori rossi nel cielo limpido e spiana la strada all'arrivo di moltitudini astrali.
Tutto avvenne all'insegna della più sincera cordialità, le strette di mano, ciao, benvenuti, siamo contenti, tutto quello che possiamo fare ecc... ecc...
Eravamo nel luogo che avrebbe dovuto essere il nostro teatro.
Naturalmente non c'era riscaldamento, ma non era quello il freddo che sentivamo, o almeno non solo.
Torpore di un luogo abbandonato, dove le cose riposavano abbandonate aspettando di tornare alla vita o di essere distrutte. Quale fascino? Cosa c'entravano le nostre vite con quel luogo fratello di tante officine? Le nostre vite fatte di passione, di amore, di lavori sudati nei campi, di forza e calore, di giornate davanti al forno del pane o al tagliere della sfoglia o ai libri di Omero o Pessoa?
Avremmo dovuto lasciare le nostre case, quei luoghi dove ogni granello di polvere parla di noi, dove è così bello ospitare gli amici e passare le sere a parlare e si mangia, si beve, si dorme, per infilarci in un luogo freddo che apparteneva a strutture metalliche smontate, pannelli colorati accatastati su mucchi di sedie, vecchie stufe spente e sipari di velluto e platea, palchi, galleria, riduzioni giovani e vecchi e poltroncine ignifugate. Cosa avevamo a che fare con tutto questo?
Avevamo invece una piccola sala da pranzo di metri 6x4 della nostra piccola azienda agrituristica, facendo uscire i tavoli dalla finestra e mettendo le panche tutto intorno... L'estate prima era stato un campo di stoppie di grano. Tanta gente era già stata in quella sala e la aveva riempita con la sua vita, anche soltanto per mangiare un piatto di pasta.
Stavamo fermi in piedi in mezzo a quel luogo che avrebbe dovuto essere il nostro teatro, avevamo un freddo cane, i ragazzi guardavano me e Paola con occhi vagamente smarriti. Il giovane segretario del PDS ci guardava tutti senza capire. C'era silenzio se non fosse stato per quel vento che scuoteva gli alberi fuori.
Dall'alto del capannone cadde un cartone, copriva un finestrone sfondato e ora il vento era dentro con noi e scuoteva le tende e gelava le orecchie. Il segretario, quasi scusandosi, disse che la nevicata dell'anno scorso aveva spezzato la cima di un abete facendola cadere proprio sul vetro, ma che era questione di giorni e poi tutto a posto.
I ragazzi si strinsero ancora di più nei cappotti poi Ferro disse: "Vigliaca d'una vigliaca che vento!" Paola guardò il finestrone, poi la porta e poi tutti noi e con la sua voce più calda rispose: "Lasciate che soffi!".
ARGINI, finalista al PREMIO SCENARIO '97, è stato preparato nella sala da pranzo della nostra azienda agrituristica, dove ha debuttato il 30 maggio 1997, in chiusura della rassegna "A TEATRO NELLE CASE" (si veda l'articolo di C. Valenti in "A", n. 238, p.37. N.d.R), organizzata nel Comune di Serravalle da Teatro delle Ariette e Il Baule, e dove continua a vivere tuttora. Prossime repliche a partire dal 26 settembre '97.
In ARGINI lavorano 7 attori, 1 bambina, 2 anziani, 1 mamma per un totale di 11 persone di fronte a 20 spettatori a serata. Lo spettacolo dura 105 minuti, al termine è possibile fermarsi a bere o mangiare qualcosa assieme. L'ingresso è rigorosamente a OFFERTA LIBERA, la prenotazione obbligatoria (051/6704373).
E qui Cristina ti saluto e ti abbraccio, grazie di quello che hai scritto e del dibattito che hai aperto, sinceramente.

Stefano Pasquini
Teatro delle Ariette,
Castello di Serravalle (Bologna)

Che soffi...e ci spazzi via
Da molto tempo pensiamo al teatro non tanto - o non solo - come ad una forma d'arte, quanto ad una forza civile e al teatrante non come ad un artista ma come ad un cittadino (cives).
Questo inizialmente si è espresso nella tensione verso un teatro che affrontasse i temi sociali, della diversità, dell'emarginazione, delle "istituzioni totali", qualsiasi esse siano, poi prioritario è diventato riflettere su tutta la materia del teatro che non "è solo ricerca artistica, ma anche la dimensione esistenziale, relazionale, produttiva, su cui non di meno si fonda l'esperienza teatrale".
Se le parole usate possono dare il segno di un percorso, siamo passate da una ricerca di teatro sociale all'esigenza di un teatro civile, tanto più difficile anche solo da definire, quanto più siamo immersi in una società dove noi - ma è un noi ristretto - non viviamo condizioni "estreme".
Sicuramente però ci è diventato gradatamente impossibile continuare ad operare all'interno di un sistema teatrale come quello esistente ed è diventato necessario mettersi fuori da una situazione claustrofobica e compromessa, "uscire di strada" e fare silenzio. Forse non c'è bisogno di essere messi in un campo di concentramento per scoprire cosa conti davvero, ma di sicuro non si può continuare a stare (tra l'altro mezzi dentro e mezzi fuori) in una situazione fatta di relazioni che non si capiscono, di compromessi che non si accettano, di richieste di soldi o di elemosina che umiliano, di invidie che non si vogliono provare, insomma di tutto quello che conosciamo bene.
È stata una scelta difficile, perché ha voluto dire abbandonare un modo e un mondo a cui appartenevamo e in cui avevamo raggiunto una nostra riconoscibilità, ma è stato anche un enorme sollievo: voi non potete immaginare quanto sia bello fregarsene di un assessore almeno quanto lui se ne frega di voi!
Ma oltre al sollievo personale, in fondo secondario, effettivamente mettere fine a certi rapporti ha creato una condizione di autentica autonomia. Perché alla fine si è paradossalmente costretti a comprimere la propria progettualità dentro schemi precisi (catalogazioni, scadenze, categorie, richieste, preventivi, consuntivi, colloqui esplorativi ed esplicativi, ecc.) non per essere soggetti ad improbabili finanziamenti, ma per fornire all'Ente Pubblico una "mappa dell'esistente"! In altre parole, se è vero che la libertà la danno o la mancanza di vincoli o i soldi, oggi, per esempio a Bologna, se sei nuovo o comunque "piccolo", rinunci alla tua autonomia per non avere neanche i soldi.
Adesso il problema è ricominciare a fare. Non è come cominciare da zero, certo, ma è molto difficile, perché bisogna andare a recuperare una forza ideale "grattando" sotto una spessa crosta di modi e prassi ormai consolidati negli anni.
Così è nata l'esperienza di A teatro nelle case, di cui parla Cristina nel suo articolo. Con mille dubbi, passi falsi e ripensamenti siamo arrivati (noi del Baule con gli amici del Teatro delle Ariette) a proporre una rassegna in cui programmaticamente abbiamo escluso la presenza del contributo pubblico e abbiamo basato tutto il rapporto con il pubblico (pubblico e Ente Pubblico non sono la stessa cosa!), fruitore ma anche "finanziatore", insieme a noi, dell'iniziativa.
Fin qui e "in pillole" la nostra personale esperienza. Ma bisogna tenere conto che ormai siamo gente che ha più di quarant'anni, che forse ha già vissuto la sua migliore stagione "energetica" e politica: come una persona che ha avuto grandi amori e verso i nuovi guarda magari con orgoglio ma sicuramente con fiaccata energia.
Non voglio dire con questo che per la nostra generazione non ci sia più niente da esprimere, ma penso che il nuovo possa venire da un radicale cambiamento di mentalità da parte di chi si affaccia adesso al teatro. Mi sorprendo spesso a sperare in una generazione di teatranti che dia un colossale calcio a tutto, dal Ministero all'Ente Pubblico, dall'agibilità ENPALS ai contributi, dalla SIAE all'agibilità degli spazi, non distruggendo l'esistente (anche se con certi terremoti rischiano di cadere anche le cattedrali!), ma proponendo altro, qualcosa che non riesco ad immaginare e forse se me lo trovassi davanti griderei allo scandalo.
Invece tutto quello che riesco a vedere sono gruppi e artisti che spingono per sedersi su quell'unica sedia, sempre più tarlata, occupata ormai da non so quante decine di persone ben determinate a restare sedute!
Vedo che tutti cominciano a far teatro con l'unica rabbia che questa loro esigenza non venga "permessa", cioè finanziata e appoggiata, che non vengano messi a loro disposizione spazi e pubblico e opportunità. (Eppure dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che le sovvenzioni pubbliche non possono più essere l'unica meta da raggiungere e che la testardaggine, l'accanimento, la determinazione non sono più garanzia sufficiente per un futuro finanziato).
In attesa di una "ventata" che spazzi via tutto, anche noi (e vorrei vedere a quel punto la faccia del legislatore che dopo vent'anni con orgoglio esibisce la nuova legge che regolamenta... quel che non c'è più!), in attesa dicevo di questa, forse improbabile, ventata, mi sembra resti solo lo spazio per le singole esperienze, per i tentativi sotterranei, "piccoli", che sfuggono allo sguardo, distratto ma non troppo, dell'istituzione. Capisco bene quando Cristina suggerisce di rendersi "invisibili", perché solo in quella dimensione si può ancora tentare di agire.
Nelle nostre tante discussioni sul proseguimento di A teatro nelle case è tornata fuori l'idea, già abbozzata l'anno scorso e poi non praticata, di organizzare il tutto senza ricorrere all'informazione sui giornali, basando il contatto con il pubblico sul passa parola (utilizzando tutt'al più la radio, perché l'ascoltatore radiofonico fa parte, in fondo, di una "minoranza", attenta e curiosa, che fortunatamente non interessa poi tanto a nessuno, e perciò viene lasciata abbastanza libera di fare le sue scelte).
È un'idea che non so se praticheremo, ma è abbastanza sintomatico come, approfondendo un'esperienza che cerca una sua autonomia, ci si porti istintivamente, anche se lentamente, sempre più lontano dalle strategie e dai modi consueti.

Chiara Sorgato
Il Baule
(Bologna)

Il bisogno di atlantide
Approfitto dell'opportunità che mi è stata offerta per riflettere su un senso d'insoddisfazione abbastanza diffuso e, nello stesso tempo, su quelle aspettative che stanno fiorendo nell'ambiente teatrale, alimentate, in questo periodo, dal progetto di una nuova legge che dovrebbe avere il compito di rivitalizzare il teatro italiano ormai marmorizzato dal rituale funebre delle circolari ministeriali. Si è leggermente socchiusa una porta e si è intravista un po' di luce, un po' d'aria. Ma fino ad ora, per la verità, i primi segnali trapelati sono contraddittori e stanno rivelando come questa legge, che pure presenta elementi di novità piuttosto interessanti, rischi di indirizzarsi più verso delle modifiche che a cambiamenti sostanziali. Tutti bene o male sono stati chiamati in questo periodo almeno una volta a concorrere per arricchire i dibattiti promossi in varie sedi su questi argomenti, vista l'importanza del momento, anche per poter ripensare il teatro, per mettere a fuoco visione e pensieri su quanto è accaduto o sta accadendo. Ma alla fine di ogni discussione quello che più inciderà sulle linee generali un po' vaghe e sulle linee di principio tracciate dal disegno di legge, saranno le sue modalità di applicazione, cioè la definizione dei confini e delle condizioni che stabiliscono i diritti e i doveri dei teatranti. E' certo che molta importanza avrà la definizione dei dettagli, sia a livello di emendamenti proposti in parlamento e sia come regioni, province e comuni interpreteranno la legge. Solo allora potremo verificare quanto saranno sostanziali le innovazioni della nuova legge. Gli equilibri politici stabiliranno se lo spirito delle riforme sarà quello di ritoccare un po' l'esistente o se rifondare profondamente il teatro dandogli un ruolo importante nella ricostituzione di un gusto per l'arte teatrale, di un'identità culturale e civile piuttosto degradata. Gli interessi in gioco sono molti e si avverte già un gran da fare per non urtare troppo la suscettibilità dei potentati del teatro, che hanno sostenuto fino ad ora l'attuale sistema settorializzato, corporativo e consociativo.
Sul fronte della vita reale è risaputo quanto restino difficili le condizioni di sopravvivenza di molti teatranti costretti dalla propria onestà artistica a stare ai margini di questo sistema e a sostenere ritmi mentali e operativi sempre più frenetici nel tentativo di essere all'altezza dei tempi e della burocrazia, spesso soggiogati indirettamente proprio da quelle logiche che hanno rifiutato. Purtroppo bisogna dire che la marginalità non paga fino a che non si è in grado di dare delle risposte che possono dimostrare la validità di un'alternativa, in termini di dignità del lavoro e di risultati. E per raggiungere questo risultato ci vuole molto tempo. Gli esempi in questo ambito sono molto rari, più frequenti invece i casi in cui si fa e si corre senza sapere come e perché o senza sapere se quel fare tradisce o meno la natura autentica e originaria delle proprie necessità.
Io credo allora che si debba cercare di affermare un principio semplice, forse banale, ma che sia condivisibile e perseguito in modo concreto e con una politica lucida, prima del varo della legge, per quanto è possibile, ma soprattutto dopo. La legge deve diventare uno strumento di ricostituzione della civiltà teatrale italiana e non un semplice ricettario di norme per un mercato da rinnovare. Si tratta di riaffermare il valore imprescindibile dello scambio delle visioni e dei saperi del teatro che devono essere trasmessi tra generazioni di artisti, di pubblico e di intellettuali per determinare una crescita oltre che della cultura anche di un'identità consapevole della propria appartenenza a un tessuto dove convenzione e diversità hanno uno scambio dialettico. Bisogna rompere quella mentalità che ha chiuso il valore civile del teatro nell'ambito ridotto di un settore con una specificità soffocante.
Rispetto a questo, volendo tirare delle conclusioni degli ultimi dieci anni, dobbiamo senz'altro parlare di disastro del teatro italiano, dove invece ha imperato ogni logica contraria alla fisiologia di una civiltà teatrale, dove i criteri di opera nel teatro sono imprenditoriali e politici, una logica che ha cercato fino a oggi di dare alla triste realtà del nostro teatro una parvenza di ordine e di razionalità. Il teatro prodotto per il mercato non si fa portatore di idee di teatro nuove, né sperimenta in modo vitale, tranne qualche raro caso, per esprimere particolari umanità, anzi, semmai, le "pastorizza" nel processo di confezionamento fino a neutralizzarne l'espressività. E' inevitabile che per trovare un po' di vita bisogna raggiungere continuamente le zone di confine del teatro: centri sociali, spazi autogestiti, nuove compagnie che praticano un teatro impegnato sul piano sperimentale o sociale dove possono esprimersi liberamente umanità e contraddittorietà autentiche che ridanno senso al teatro. Spesso sono i teatri del disagio, quelli che raccontano un mondo rimosso e toccante, a risvegliare il gusto e la sensibilità atrofizzate dello spettatore teatrale. Ma queste realtà che svolgono un ruolo positivo rischiano alla lunga d'insabbiare nell'autoreferenzialità intuizioni importanti che meriterebbero un maggiore approfondimento per stimolare un confronto sulla comunicazione artistica, perdono cioè la consapevolezza del loro valore sperimentale perché sono collocate sistematicamente fuori del teatro.
Invece, per costituire il tessuto connettivo di una civiltà del teatro, bisogna riconoscere consapevolmente un'appartenenza ad una pianta le cui "radici" stanno fuori e dentro. C'è una profondità storica del linguaggio teatrale, nelle tecniche, nel gusto, nel mestiere, che stanno alla base di una comunicazione e, quando si conservano dei riferimenti, la riconoscibilità di un'opera anche nella sua diversità da quei riferimenti, rende comunque più fruibile dal pubblico il senso che l'opera cerca di trasmettere. Il pubblico in sostanza può godere di una libertà estetica e d'espressione quando ha gli elementi per vedere quanto le radici di un'opera sono in aria o dentro la terra. E' necessario in sostanza che il nostro agire, anche il più radicale, sia collocato strutturalmente nel contesto del teatro, perché il teatro è l'ambito del nostro confronto e questo attualmente non è così scontato. Bisogna riaffermare una nostra appartenenza che implica anche una responsabilità nei confronti di una libertà creativa da conquistare, solidarizzando e riconoscendo il contributo che gli artisti piccoli e grandi hanno dato e danno al teatro con le loro opere e con le proprie idee. Oggi non ha più senso alimentare un conflitto con il teatro convenzionale, ma si deve lavorare per affermare l'idea di un'arte che si espande e ricerca nuovi territori capaci di restituirle un senso in modo dialettico, che non implichi ghettizzazioni, solchi incolmabili tra generi teatrali e settorializzazioni del pubblico. Le opere devono rendere il pubblico del teatro protagonista di ovazioni e di rifiuti espressi non disertando il teatro dei diversi da sé, ma direttamente, sui luoghi dove avviene la comunicazione e l'incontro tra pubblico e artisti. I grandi esempi affascinano e spesso sono importanti per l'agonismo, il fervore poetico e l'impegno che hanno esercitato per affermare idee di teatro che hanno infiammato le platee anche suscitando scandali e clamore. Mi auguro perciò che la legge dia maggiore titolarità alla civiltà del teatro, ma, a prescindere da qualsiasi legge, sarà importante una maggiore solidarietà progettuale e politica tra gli artisti, operatori e intellettuali, maggiori momenti di scambio e d'incontro, perché anche le scelte sul campo determineranno il successo o l'insuccesso di questi cambiamenti.
Un teatro di confine credo che possa essere un nuovo punto di partenza: un luogo ibrido, alla continua ricerca di una propria identità, un teatro dove ci si può esporre e mettere in gioco consapevolmente sul piano estetico e su quello esistenziale, alla ricerca di nuovi spazi e nuove alleanze dentro e fuori dalle istituzioni.
Bisogna costruire nuclei di civiltà teatrale partecipata e dinamica, dove non si debba sistematicamente mortificare le necessità creative alla povertà produttiva. Non è fuori dalle istituzioni che bisogna agire, ma fuori da un sistema sbagliato. Da tempo molti operatori e funzionari vivono uno sdoppiamento e un'insoddisfazione verso le istituzioni che rappresentano. Queste spesso sono le persone a cui rivolgersi, che possono essere vicine e condividere dei progetti di cambiamento.
La mia conclusione è una domanda: quali saranno gli appigli che la nuova legge offrirà a una nuova idea di teatro? E quali saranno le persone che veramente vorranno sostenerla fuori e dentro le istituzioni?

Fulvio Ianneo
Teatro Reon
(Bologna)