Il "Santo" degli anarchici

Forse non a tutti i compagni, specie ai più giovani, è noto il nome di Luigi Bertoni (1872-1947), il "Santo" come lo ebbe a chiamare qualcuno. Il suo nome, più che leggerlo, lo senti pronunciare qua e là nei discorsi tra compagni, in fugaci accenni, e sempre più raramente, nelle rimembranze di qualche vecchio. Io per esempio mi ricordo che da giovane volevo diventare come lui. A dire il vero, non avevo mai letto neppure una riga dei suoi scritti, ma il quadro della sua vita tracciatoci da Carlo Vanza, questo vecchio compagno di Biasca, era stato sufficiente per far sbocciare in me un’ammirazione totale. Per me, Bertoni era un mito. Sapevo poco, ma quel poco mi bastava. Tu pensa, uno che per quasi mezzo secolo pubblica un giornale, il Risveglio anarchico, che durante gli anni più bui rimarrà l’unica voce anarchica in tutt’Europa. Uno che il giornale non solo lo scrive, ma lo compone anche con le sue mani (era operaio tipografo), la sera dopo il lavoro, e questo per oltre mille numeri in italiano e francese. Uno che trova il tempo di fare centinaia di comizi all’anno in tutta la Svizzera e che riesce ancora a pubblicare numerose opere di Kropotkin, Reclus, Ferrer, Most, Guillaume, Malatesta, Luce Fabbri e molti altri. Uno che è stato tra gli organizzatori delle più radicali manifestazioni di lotta operaia in Svizzera. Sapevo che aveva sempre con sé una borsa piena di giornali e opuscoli da diffondere. E sapevo che più d’una volta aveva pagato la sua coerenza con la galera. Certo, c’erano in lui alcuni aspetti sconcertanti, come la sua completa dedizione all’"ideale" fino al punto di scegliere l’ascetismo o meglio, per usare le parole di Amiguet, "il dono completo di se stesso" (tant’è vero che alcuni anarchici lo chiamavano "l’arcivescovo dell’anarchia"). Tuttavia, ciò non ne sminuiva affatto la grandezza agli occhi miei. Certo, allora l’ammirazione era più per l’uomo pratico, il "grande lottatore" che per il pensatore, di cui sapevo poco o nulla salvo che fosse anarchico. Per questo fatto ci sono anche delle ragioni oggettive: in realtà Bertoni, pur avendo scritto migliaia di pagine, non ha mai esposto le sue idee in modo coerente in un libro. Il suo pensiero lo confidava al giornale, spesso in articoli ispirati da fatti contingenti, e queste pagine si trovano solo ancora in rare collezioni di qualche archivio (con l’eccezione di qualche pagina ripubblicata nel 1989 nell’antologia a cura di Gianpiero Bottinelli e Edy Zarro L’antimilitarismo libertario in Svizzera). D’altra parte, gli opuscoli che recano la sua firma (e che trattano argomenti come appunto l’antimilitarismo, il sindacalismo o l’antifascismo) mi erano per lo più sconosciuti. Tuttavia, quando mi capitò tra le mani il suo Abbasso l’esercito!, decidemmo subito di ripubblicarlo come supplemento ad Azione diretta per l’attualità delle sue considerazioni. Devo dire che in quel periodo era tutto un fiorire di "Comitati di caserma" ispirati dalla filosofia entrista dei gruppi marxisti. Ritrovare esposte con lucidità le nostre stesse convinzioni di totale resistenza al servizio militare e di rifiuto radicale dell’istituzione esercito in uno scritto di Bertoni - allora ancora venerato da molti operai e "intoccabile" persino per le dirigenze sindacali - ci mise nelle mani, almeno così ci sembrava, una letale arma teorica. Ricordo che in quegli anni si ebbe anche una commemorazione a Bellinzona nel centenario della nascita (1972) con la partecipazione di Pier Carlo Masini in veste di conferenziere. Non conoscevo invece ancora il primo studio in assoluto sul Bertoni, realizzato nel 1967 come tesi universitaria da Marianne Enckell ma non pubblicato. In effetti, nelle "storie dell’anarchia" il Bertoni era (ed è tuttora) in gran parte ignorato. Ne parla però il Nettlau, che dedica parecchie pagine alla sua biografia. Con riferimento al dibattito sul sindacalismo rivoluzionario accesosi all’inizio del secolo, il Nettlau cita un documento del Bertoni presentato alla Conferenza della federazione delle Unioni Operaie a Nyon nel 1908, sottolineando come tale rapporto "esprima la problematica dell’attività sindacalista per un autentico anarchico con una chiarezza esemplare". Qual è questa problematica? " quella dispiegare da un lato la necessità della lotta operaia con mezzi sindacali e dall’altra illustrare l’inadeguatezza dei mezzi riformisti per raggiungere gli obiettivi auspicati. Sosteneva il Bertoni: "noi non siamo sindacalisti per amore dei sindacati attuali, ma perché c’è una nuova potenza in formazione e si tratta di non lasciarla accaparrare dai furbi del funzionarismo sindacale operaia e dai capitalisti stessi (...). O riusciremo a orientare il sindacalismo verso la rivoluzione e l’espropriazione o diventerà, nelle mani dei capitalisti , un potente mezzo per regolamentare il loro sfruttamento." Sulla questione specifica dei funzionari sindacali scoppierà successivamente una virulenta polemica tra James Guillaume da un lato e Bertoni, Kropotkin e Malatesta dall’altro. D’altra parte, ricorda ancora il Nettlau, lo stesso Kropotkin ebbe modo d’assaporare l’indipendenza di giudizio del Bertoni quando quest’ultimo in occasione di un incontro a Locarno (nel 1913) gli fece capire inequivocabilmente di non condividere i suoi argomenti interventisti. Nella sua Storia del movimento anarchico in Svizzera dalle origini a oggi (1903), J. Langhard ricorda invece con dovizia di particolari la clamorosa crisi diplomatica tra Svizzera e Italia causata proprio da un articolo di Bertoni dedicato a Gaetano Bresci, "martire della libertà". Per altre notizie sul Bertoni v’era da consultare, almeno fino alla ricerca di Marianne Enckell, solo il libretto Un uomo nella mischia: Luigi Bertoni, pubblicato a Bologna da Mammolo Zamboni nel 1947 e ormai pressoché introvabile. Quest’opera è in realtà la traduzione di due opuscoletti pubblicati in Svizzera rispettivamente nel 1942 in occasione del 70° compleanno (a cura di Lucien Tronchet) e nel 1947 in occasione della morte del Bertoni. Fortunatamente, a partire dagli anni Ottanta, si è creato un certo interesse accademico anche per Bertoni e soprattutto per il Risveglio con gli studi di Jean Louis Amar, Giovanni Casagrande, Furio Biagini e Massimo Bottinelli. Mancava ancora però un lavoro compiuto di ricerca sulla vita e l’opera di Luigi Bertoni che tenesse conto anche del contesto politico, economico e sociale e ne chiarisse le posizioni. Ora finalmente, grazie al lavoro meticoloso e appassionato di Gianpiero Bottinelli, quest’opera è disponibile. Lungo le oltre 200 pagine del volume un Bertoni, reso vivo dalle diverse testimonianze di amici e compagni che lo conobbero e raccolte personalmente dall’autore, ci racconta la sua Anarchia. Innegabile pregio di questa biografia, che del resto è destinata a diventare un punto di riferimento obbligato per qualsiasi ulteriore studio in merito è infatti la scelta di lasciare spesso e volentieri la parola direttamente a Bertoni. Accanto a ciò, come opportunamente ricorda Marianne Enckell nella sua prefazione, il libro "presenta anche un quadro del quotidiano dei gruppi anarchici ginevrini, svizzeri e italiani (...) tanto che vi si legge mezzo secolo di storia sociale (con) la partecipazione degli anarchici agli avvenimenti che hanno segnato il mondo intero". Completo anche l’apparato documentario, che oltre ad una serie di tavole fuori testo offre una vasta bibliografia, il catalogo delle "edizioni del Risveglio" dal 1900 al 1947 e un esaustivo elenco dei nomi. Io il libro di Bottinelli l’ho letto tutto d’un fiato, rivivendo un po’ le mie emozioni giovanili, riscoprendo questa figura mitica che col passare degli anni avevo un po’ dimenticato (sai, oggi si fa un gran parlare di Hakim Bey) e mi sono chiesto: che cosa ci rimane di questo Bertoni? Ha ancora qualcosa da dirci o è destinato a rimanere quella mitica figura di agitatore e propagandista anarchico che avevo imparato a conoscere ed apprezzare dai vecchi compagni che l’avevano frequentato? Nella voce dedicata a Bertoni nell’"Enciclopedia dell’Anarchia" si leggono interessanti considerazioni sulla valenza della figura del Bertoni all’interno del movimento libertario internazionale. "Il nome di Bertoni", dice l’autore della voce nell’Enciclopedia, "è in larga parte legato all’opera della sua vita, i due giornali Le Réveil e Il Risveglio. Entrambi i giornali hanno dato un enorme impulso allo sviluppo di un movimento anarchico in Svizzera, influenzandone probabilmente anche l’orientamento." Questo indirizzo era chiaramente associazionista e sindacalista, poiché, come affermava il Bertoni, "per spingerlo anch’esso (il sindacato) sulla via rivoluzionaria, noi dobbiamo entrare tutti nei sindacati". Bertoni ci mise l’anima per realizzare questo programma. Non per nulla era chiamato dai giornali borghesi "l’impresario di scioperi" e condannato nel 1902 a 1 anno di prigione come responsabile dello sciopero generale di Ginevra. Tuttavia, per Bertoni i gruppi di affinità anarchici "piccole avanguardie audaci destinate nei momenti propizi all’azione a spingere il popolo all’insurrezione col dare l’esempio e col fornirne i mezzi" rimangono indispensabili. La sua inflessibile critica a ogni forma di autoritarismo lo spinge poi nel 1922 a convocare a Bienne un congresso anarchico internazionale (al quale partecipò anche Malatesta) per riaffermare (all’indirizzo dei bolscevichi) che "ogni organizzazione di un potere sedicente provvisorio e rivoluzionario non può essere che un inganno" e che "il colpo di stato di Lenin non poteva significare che l’inizio della controrivoluzione". Ma, torno a domandare, che cosa ci rimane del Bertoni teorico o meglio che cosa mi è rimasto di questa mia ammirazione giovanile? Anche per me gli anni sono passati e faccio ormai parte della schiera dei vecchi anarchici. La lettura del libro di Bottinelli mi ha tuttavia fatto intuire quanto lievito d’anarchia rimane ancora sepolto inattivo in quelle decine di edizioni formato opuscolo del Risveglio pubblicati clandestinamente dal Bertoni tra il 1940 e il 1946 "da qualche parte in Svizzera", quando le autorità avevano messo fuorilegge comunisti e anarchici. In quegli opuscoli, forzatamente scritti in momenti meno concitati di propaganda sono certo che si possono ritrovare preziose riflessioni che ci restituiscono un Bertoni vivo e vegeto al nostro fianco, a combattere la guerra e chi se ne fa promotore, a combattere il capitale e chi lo sostiene, a combattere i governi e chi li puntella. Forse non si scopriranno pensieri particolarmente originali (anche se durante una delle presentazioni del libro la sua rigorosa difesa della libertà d’espressione ha puntualmente suscitato una polemica fra partigiani e oppositori della censura statale degli scritti razzisti o negazionisti dell’olocausto), ma una cosa sì: una grande chiarezza. Bertoni voleva farsi capire da tutti, e soprattutto dalle operaie e dagli operai. E questa, oggi, è una grande lezione da imparare.

Peter Schrembs