Diario italiano
Il Rimino 169, anno XII
Gennaio 2010

30.01.2010
Qui comando io
Bertolaso: io ministro? Ma che ne pensa il Quirinale?

Berlusconi crede di poter fare e disfare nel governo come pare a lui, e senza rispettare la Costituzione. Ieri ha promesso di nominare Bertolaso ministro, da sottosegretario che è.

Oggi pomeriggio con grande rispetto delle questioni formali, Bertolaso dichiara: "Sappiamo che le nomine non le fa il primo ministro ma il capo dello Stato: bisognerà vedere cosa ne pensa il nostro presidente della Repubblica".

Il problema sta tutto qui. Alla correttezza di Bertolaso si contrappone la solita concezione proprietaria della politica che il premier dimostra. Per fare vedere a tutti che in Italia comanda lui.

Ma questa volta un sottosegretario ha tirato per la giacchetta il cavaliere, per suggerirgli di pensare che c'è pure il Quirinale. Non per scalarlo, ma per ascoltarlo. Così vuole la nostra Carta fondamentale.
Ovviamente la signora Brambilla ha accettato, quando è stato il suo turno, la promozione a ministro, con devozione e gratitudine. Certi doni non si possono rifiutare, se si è delle vere signore. Si offenderebbe chi ve li reca. E non sta bene inimicarsi un primo ministro, anche se italiano.
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30.01.2010
Cattivi allievi
Inediti di Montanelli su Roberto Gervaso, piduista

Una volta si parlava soltanto dei cattivi maestri. E' più che giusto richiamare alla mente anche i cattivi allievi, se ci sono, come fa Enrico Arosio nell'ultimo numero dell'Espresso. Il vecchio maestro che si sentiva tradito, è Indro Montanelli. Il cattivo allievo al centro del pezzo è Roberto Gervaso.

Arosio ha scoperto a Pavia una lettera inedita di Montanelli a Gervaso, del 16 febbraio 1982, dove si legge della delusione del maestro rispetto all'allievo-collega per la questione della P2. A cui Gervaso fece iscrivere il Berlusconi...

Arosio cita due altri autografi pavesi del 1971, esclusi da Sergio Romano dai diari montanelliani pubblicati da Rizzoli. Nel primo, definisce "una porcheria" la biografia di Cagliostro scritta da Gervaso. Nel secondo si rimprovera di non aver mai detto allo stesso Gervaso: "non sei scrittore, còntentati di fare il piccolo cronista...".

A proposito di maestri. Da un'intervista odierna concessa da Giorgio Bocca a Massimo Gramellini de "La Stampa": "Montanelli era un attore, con tutti i difetti degli attori, ma una brava persona incapace di colpi bassi. Certo un contaballe... Durante la resistenza, ha raccontato così tante balle sulla sua amicizia con i partigiani che alla fine i fascisti sono stati costretti a metterlo in galera. Però era un uomo dell’Italia onesta che non rubava".
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28.01.2010
Delbono, vecchie storie
Coinvolto in un plagio letterario? NO, sostiene il suo gran patron Zamagni, è soltanto colpa mia...

Dice di sè: "Nel 1992, a soli 33 anni divento titolare della cattedra di Economia Politica all'Università di Bologna, avendo come riferimento economisti quali Romano Prodi e Stefano Zamagni". E' il sindaco uscente di Bologna, Delbono.

Un lettore ci invia un richiamo ad una sua precedente mail, resa nota nel luglio 2009. Quando scrivemmo: "Il 14 luglio 1997, sul Corriere della Sera, si parlò animatamente di Stefano Zamagni (alla ribalta in questi giorni come suggeritore di temi economici per la recente enciclica papale). Ce lo rivela un articolo che ci è stato inviato e che riproduciamo integralmente. L'autore del pezzo è Francesco Merlo".
L'articolo è intitolato: "Un caso di plagio e forse di omerta' Il padre emiliano dell'economia rap".

Oggi il lettore ci invia copia di un testo che ha letto su internet, in cui si scrive che a firmare il libro di Zamagni è stato anche Delbono. Zamagni replicherebbe: "L' errore fu mio, Delbono non c' entra".
Comunque la vicenda ebbe strascichi nel 1999, se un suo collega (Lucio Picci) ebbe a ricordare che la prima denuncia contro Zamagni fu fatta dalla rivista Belfagor nel 1996.
Sul web si legge questo testo di Picci: "Come è noto, un articolo apparso su 'Belfagor' del 31 marzo di quell'anno, firmato da Federico Varese, mostrò che il collega Stefano Zamagni era responsabile di più di un caso di plagio. La vicenda ricevette una certa attenzione da parte di alcuni quotidiani, ma nessuna considerazione ufficiale degna di nota all’interno della nostra professione. A distanza di oltre tre anni dalla pubblicazione di quell’articolo, un’analisi superficiale dei fatti indicherebbe che il plagio, nel nostro sistema accademico, non è un argomento di discussione istituzionale e, soprattutto, non è punito.
Nei fatti, dalla primavera di tre anni fa sino ad oggi, il “caso Zamagni”, i suoi risvolti, e l’incredulità di ciascuno per il silenzio di tutti, sono stati uno tra gli argomenti principali di conversazione informale all’interno del Dipartimento e della professione. L’ultimo episodio di questo discorso sommerso, di cui si è avuta eco nell’ultimo nostro consiglio, è recente, e riguarda la notizia di un caso ulteriore di plagio, successivo alle rivelazioni di tre anni fa.
Nel libro di Flavio Del Bono e Stefano Zamagni,  "Microeconomia”, Il Mulino, Bologna, 1997, le sezioni 4.1 e 4.2, a p. 616 e p. 617, sono una riproduzione letterale, con qualche esclusione, delle sezioni 17.3 e 17.5, da p. 596 a p. 599, del testo di Robert H. Frank , Microeconomia, McGraw Hill Libri Italia, Milano, 1992. Un terzo collega, indicato come autore del capitolo in questione, apparentemente non avrebbe responsabilità nel plagio".
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27.01.2010
Zucchero amaro


Giorno della memoria, dallo zucchero di certi bar, alla storia della "Achile Lauro"

Nella provincia di Reggio Emilia, i bar sono stati provvisti di buste di zucchero spiritose, che hanno questo testo: "Chi vince in una gara di corsa fra un ebreo e un tedesco? Il tedesco, perché lo brucia in partenza".

Oggi 27 gennaio è il "giorno della memoria". Non dimenticare, ricordare: non basta. Bisogna capire, assimilare attraverso la conoscenza i dati, digerire le nozioni, elaborare la consapevolezza, fornire argomenti alla coscienza. Per essere capaci di reagire, contraddire, contrastare, esprimere il proprio parere, non cedere ai ricatti o alle insidie. Per l'uguaglianza e la democrazia nella nostra società, con una sola razza, quella umana di tutti gli uomini.

Uno spunto di riflessione viene da Barbara Spinelli che, nel suo editoriale sulla "Stampa" del 24 gennaio, intitolato "La memoria inutile", a proposito dell'azione governativa di Bettino Craxi, ha osservato: "Sigonella non fu un atto di autonomia verso l'America, ma la misera messa in libertà d'un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull'Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo.
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26.01.2010
Romano, troncare e sopire
Prodi minimizza sul caso Delbono, attacca la destra, ma sembra che sia stato lui a convincere il sindaco a dimettersi

Come il conte-zio dei "Promessi sposi", Romano Prodi ha fatto ricorso al più antico vezzo politico di tutti i tempi e di tutte le latitudini italiane. Ridimensionare i fatti, ed attaccare l'attaccante. Appunto, "sopire, troncare […] troncare, sopire", come si legge nel romanzo manzoniano.

Se la destra critica l'ex sindaco di Bologna, Prodi risponde a Massimo Giannini su "Repubblica" di oggi, che "per altri amministratori locali di centrodestra che ne hanno combinate di tutti i colori, nessuno ha gridato allo scandalo, e si è mai sognato di chiedere le dimissioni".
Caro prof. Prodi, troppo comodo rispondere così. Viene a mente lo scontro tra i due che si affrontano per strada urlando il primo al secondo: "Cornuto!", ed il secondo al primo: "Ubriaco!!". Ricevendone in risposta l'aurea massima: "Sì, ma a me domani la sbornia passa".

Fatti come quelli del sindaco bolognese dimessosi non per fatti giudiziari accertati, ma per opportunità politica, lasciano il segno.
Ha sputtanato l'immagine del suo partito, della sua giunta e della sua città, e scusate se è poco per una Bologna che del libertinaggio non ha mai fatto né un vizio né una colpa.
Semplicemente, questa volta, a Roma con Marrazzo ed a Bologna con il pupillo di Prodi, ci sono stati comportamenti di uomini privi di dignità personale, oltre che di accortezza nei fatti e nel rispetto delle persone da essi coinvolte.

Non è questione di moralismo ottocentesco. Ma non basta, illustre prof. Prodi, concedere che "Certo, doveva essere più accorto", quel sindaco lì. E non serve a nulla recriminare paternalisticamente: "... in questi giorni nessuno si è limitato a dire questo: gli hanno dato del delinquente, invece". Lei sa com'è e che cos'è la politica. In Italia, da destra, abbiamo avuto la moglie del premier che ha accusato il marito di essere un malato che frequenta minorenni. Il caso Delbono è nulla, in confronto.

Una volta accadeva di peggio. Fanfani colpisce Piccioni con il caso Montesi. Per non parlare della Dama Bianca di Coppi accusata di essere una concubina e finita in galera come tale. Era il 1954. Alla "ragazza" del sindaco è andata bene perché chi non era ipocrita poi ha fatto cambiare mentalità e codice penale.

Ha scritto Laura Laurenzi, su "Repubblica" (1.12.2008): "Lontani i tempi in cui l'adulterio era un reato: ma solo per la donna, la più odiosa delle discriminazioni. Solo la donna rischiava il carcere, se il marito la querelava. Fino a un anno di reclusione, secondo quanto stabiliva il codice penale. Poi, quarant'anni fa proprio di questi tempi, il 19 dicembre del fatidico 1968, la Corte Costituzionale dichiarò illegittimi il primo e il secondo comma dell'articolo 559 ritenendoli discriminatori, lesivi della Costituzione che prescrive invece "l'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi". E tutto - o meglio, molto - cambiò".

Ecco se quest'Italia è cambiata nel corso di mezzo secolo, è perché c'è stata gente che non ha ragionato come il conte-zio Romano.

Gianfranco Pasquino, rivale del Pd nelle elezioni comunali vinte da Delbono, si cava qualche sassolino con "il Giornale": "A Bologna tutti conoscevano gli affari di Delbono con le donne". Ovvero tutti hanno chiuso un occhio, fedeli appunto a quella tradizione di "tette e torri" in una città che, come abbiamo detto, del libertinaggio non ha mai fatto né un vizio né una colpa. Ma che poi questo poco accorto sindaco sia definito candidato cattolico ed ex Margherita, è qualcosa che non fa ridere ma fa chiedere a Prodi: suvvia, ci dica qualcosa di più.

Impossibile avere una risposta, immaginiamo. Resta il fatto che sabato Delbono aveva detto di non volersi dimettere "neanche se rinviato a giudizio", e che ieri ha cambiato idea. Forse il troncare e sopire pubblico di Prodi, con il sindaco è stato soltanto un troncare: ovvero togliersi dai piedi. Non è da scartare l'ipotesi che il prof. Romano gli abbia detto di togliersi da qualcos'altro: tutto rientra nel personaggio.
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25.01.2010
Vuoi mettere?


La modernità della politica, da Marrazzo a D'Alema, gli sconfitti, sino all'appello di Bagnasco, "cercasi nuovi politici cattolici"

D'Alema e Casini da una parte. La democrazia delle primarie dall'altra. Vuoi mettere?
Dove sta la differenza amletica? Tutto lì, da Marrazzo al sindaco di Bologna, due dimissioni infilate sulla strada del rinnovamento. Vuoi mettere la modernità, eccetera? D'Alema a braccetto con Casini per vincere, e Casini chealtrove strizzava l'occhio al governo per vincere... E' (era) questa la modernità del Pd dalemiano?

Però, santo cielo, Marrazzo e Delbono ce ne hanno messo di tempo per capire che la strada della ritirata era l'unica praticabile, tutti e due uguali anche se con storie di sesso opposte. A Roma in Regione come a Bologna in Comune. Italia unita.

Italia che insegna al mondo. Bertolaso dimostra all'America come l'Italia insegna. Beccandosi la battuta del segretario di Stato degli Usa, "sono polemiche da dopopartita".

Anche la Cei manda il suo segnale, questa sera, con il cardinal Angelo Bagnasco. Che ha detto di sognare "una generazione nuova di italiani e di cattolici" che "sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni" per "la cosa pubblica". Meditate politici, meditate.
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24.01.2010
Lo fanno tutti


Il caso di Bologna, città in crisi. Niente ideali, solo interessi, come diceva Craxi, 1990

Lo aveva già sostenuto Craxi: mal comune mezzo gaudio. Nel caso, sarebbe stato più onesto dire: mal costume mezzo gaudio. Il 3 luglio 1992 Craxi alla Camera era stato chiaro: irregolare o illegale era "buona parte del finanziamento politico".
Due anni prima (3.5.1990), ce lo ricorda Barbara Spinelli stamani sulla "Stampa", aveva dichiarato ad Eugenio Scalfari su "Repubblica": "Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi".

Oggi (2010) siamo ancora lì. Lo scandalo politico di Bologna, anche se non ci saranno risvolti giudiziari penalmente rilevanti, resta tale. Siamo senza ideali, "si gestiscono interessi". Con una differenza. Se allora i socialisti erano per il pci il simbolo della corruzione, oggi il pd resta sbigottito. Anche se è ridotto (formula di Ilvo Diamanti, "Repubblica") ad un "partito senza fissa dimora", che "non dà speranza", ed è guidato da un segretario le cui "parole non fanno male" a nessuno.

Il bolognese Edmondo Berselli ("Repubblica") è sbigottito. Del suo sindaco dice: "Lo qualificano come cattolico, viene dalla Margherita, sembra avere tutti i requisiti in regola per la moralità prodiana".
Invece. Invece per colpa sua "sono le due Torri a crollare, il profilo della città, il senso di una diversità su cui si è formata l'immagine di Bologna". A dimostrazione che il pd "non è mai stato in grado di autogestirsi".

Sulla stessa lunghezza d'onda, e con una felicità di analisi da Milano illuminista e non "da bere", Dario Di Vico sul "Corrierone" parla della fine di un'era, con questo "sindaco di rito prodiano", costretto a litigare pubblicamente con l'ex morosa. Scrive Di Vico: "In città gli scettici dicono che Bologna non sia ormai capace di inventare più niente. Si è cancellata dall'Europa e si è relegata in provincia".

Dall'Ulivo è nato il sindaco con la morosa in carriera che lo ha sputtanato. "Vuol dire che dietro Prodi, e la sua pressoché intatta popolarità cittadina, c'è poco o niente", osserva ancora Di Vico. Non è la prima volta che qualcuno della covata del professore, gli fa lo sgambetto.

Scrisse una volta Federico Fellini: "Chi ha visto Bologna, ha visto il mondo". Oggi la città è ridotta al lumicino secondo Di Vico, oggi crollano le sue Torri per Berselli. Oggi il suo sindaco esce nelle fotografie con un sorriso da abatino settecentesco. Sarà colpa del cappotto nero e della sciarpa bianca. Sembra uno di quei libertini che una ne fanno e cento ne pensano. Guardando il baccano sollevato, rovesciamo il detto: cento ne ha fatte e neppure una l'ha pensata.
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24.01.2010
Proprio alla finestra


Non sono l'unico pessimista in giro

Temevo di essere l'unico pessimista in giro. Ho scritto qui il 20 gennaio che l'immagine dell'Italia di questi giorni poteva essere riassunta in quella di un Paese che sta indifferente alla finestra ritenendosi il migliore di tutti.

Non sono l'unico pessimista in giro. Gian Enrico Rusconi il 22 gennaio ha composto sulla "Stampa" un'allegoria sulla vita politica italiana con l'immagine del teatro. Il pubblico della sala "da qualche tempo ormai sta a guardare perplesso, diffidente, distratto".

Oggi sullo stesso quotidiano, Barbara Spinelli osserva che "la memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente". Rispetto alla storia, aggiunge "parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento" che li porta a credersi in grado di "dirla in prima persona" quella storia.

E' quello che succede quando la finestra da cui guardano, quei giornalisti e politici la scambiano per un balcone dal quale inviare proclami.
Barbara Spinelli cita il recente caso di Augusto Minzolini, direttore del Tg1, che appunto nella sua veste di "dettatore" di verità, come l'ho definito il 14 gennaio, ha sentenziato che, alle vicende di Craxi, è giunto il momento di guardare "con gli occhi della storia".

L'indifferenza di chi sta alla finestra si contrappone all'attivismo frenetico di Berlusconi che, per usare parole di Barbara Spinelli, censura "tanta parte del passato" per ricavarne qualcosa nella "sua offensiva contro la giustizia".

Se chi sale sul balcone troppo arditamente rischia di esserne gettato, chi si nasconde dietro le finestre può prendersele in faccia se poi si alza un venticello di cambiamento.
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21.01.2010
Razzismo del Carlino


"Rimini peggio di Rosarno". Ma noi abbiamo avuto il mistero della "Uno bianca"

"Rimini peggio di Rosarno", diceva la "civetta" del "Carlino" del 19 gennaio, alludendo alle statistiche del lavoro nero. Sono parole che possono alimentare atteggiamenti razzisti dei quali non sentiamo la mancanza. Giriamo lo sguardo alla cronaca recente o remota del Sud e del Nord. Sono fatti uniti da un odio avvolto in misteriose trame.

Il 18 settembre 2008, a Castel Volturno sei extracomunitari sono assassinati dal gruppo di un "superkiller". Umberto Bossi dice: "Li avranno fatti fuori perché si sono messi a spacciare per conto loro, e la camorra vera non lo permette". Osserva Conchita Sannino sull'edizione napoletana di "Repubblica": "Erano invece lavoratori e incensurati, alcuni sfruttati, e morirono per mano della follia stragista di casalesi".

Barbara Spinelli sulla "Stampa" (10 gennaio) ricorda l'episodio aggiungendo: nel dicembre 2008 a Rosarno i lavoratori neri "si ribellarono alla 'ndragheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità".

Barbara Spinelli ha parlato di "africani dell'antimafia". In contrapposizione a questo spirito di legalità difeso proprio da chi è accusato di essere fonte di illegalità, ovvero gli immigrati, vengono in mente episodi più antichi.

Bologna, 23 novembre 1990. La banda dell'Uno bianca uccide Patrizia Della Santina (34 anni) e Rodolfo "Tatino" Bellinati (27 anni), al campo nomadi di via Gobetti. Ferisce una bambina di sei anni, Sara Bellinati ed una slava di 34, Lerje Lluckaci.

Precisa un lancio d'agenzia: "Alcuni nomadi testimoniano la presenza nel campo di un uomo con un giubbotto poco prima dell'arrivo delle auto", appunto la Fiat Uno bianca ed una Lancia Y10. Una zingara, presente nel campo al momento dell'agguato, e chiamata in Questura a testimoniare riconosce tra i poliziotti presenti uno degli aggressori, Roberto Savi, ma nessuno le dà ascolto. Andiamo ancora più indietro nel tempo, tra 1977 e 1984: in Veneto (ed altrove) sono uccise quindici persone da due giovani della "Verona bene", 24 e 25 anni, che volevano ripulire la società e firmavano volantini di rivendicazione con "Gott mit uns" ("Dio è con noi"). E' la banda cosiddetta "Ludwig".

Le quindici vittime: un nomade trentenne bruciato vivo, un cameriere omosessuale di quarantaquattro accoltellato come poi un tossicodipendente di ventidue, una prostituta di cinquantadue anni finita a colpi di accetta e di scure, un drogato diciottenne bruciato vivo in un capannone (altri due restano gravemente ustionati), due anziani religiosi massacrati a colpi di martello mentre rientrano da una passeggiata, un frate ucciso a colpi di punteruolo (gli lasciano piantato un crocefisso nella schiena), sei morti in un cinema a luci rosse di Milano (32 feriti gravi) ed una cameriera di una discoteca a Monaco di Baviera (dove uno dei due attentatori ed assassini ha studiato).

Ecco, prima di suggerire al lettore di giornali distratto (che guarda spesso soltanto al titolo delle locandine) che "Rimini è peggio di Rosarno", ricordiamoci che la recente storia d'Italia è piena di vicende amare, spesso etichettate come "misteri", su cui appunto non si è fatta pienamente luce. Per cui azzardare che "Rimini è peggio di Rosarno", è un'operazione politica che non rispetta il vero ed ignora il passato ed il presente. Offende i neri di Rosarno, e qualifica il lavoro nero di Rimini come trama malavitosa. I superkiller che hanno agito con la "Uno bianca" restano tutto un altro discorso. Mai chiuso e mai riaperto.
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21.01.2010
Un commento sul Ponte del 24.01



Rimini nel 1986 è la capitale italiana del lavoro nero, per la rivista dell'INPS. "La Stampa" nel 1987 dopo i 13 operai (8 non in regola) morti nel porto di Ravenna, accusa tutta la costa romagnola, con "quel miscuglio di arretratezza e sviluppo che ha prodotto un business tra i più importanti". Ed aggiunge: "la capitale riconosciuta di quest'area è Rimini". Tra gli operai morti, un egiziano di 32 anni che dormiva in uno stabilimento balneare a Cesenatico. Negli stessi giorni, in via Cormons, in pieno centro della Marina di Rimini, la polizia scopre 34 senegalesi che trascorrevano le notti in due stanzette.

I problemi ci sono, il nostro giornale non li ha mai nascosti. Dopo il caso di Ravenna, Renzo Gradara scrive che "di lavoro si può morire, oggi più di ieri". Ai funerali, l'arcivescovo Tonini parla di gente condannata "al ricatto: o disoccupato o uomo inutile o prendere quello che ti viene dato". Nel settembre 2006 il mensile "Tre" racconta: "Gli immigrati superano i locali nell'avvio di nuove attività". Venne da pensare ad investimenti mafiosi internazionali.

Scoprire oggi questi problemi come riflesso di altri drammi, parlare di "Rimini peggio di Rosarno" ("civetta" del "Carlino" del 19), è doppiamente fuorviante. Si considera la città occupata dalla mafia o dalla camorra. Il collega Curatola si chiede su Rosarno: "Possibile che nessuno sapesse?". In Romagna si sa. E si opera. Il polverone serve a far scendere una notte in cui tutto è buio. Dare notizie è il nostro mestiere. Inventarsi uno strillo così, "Rimini peggio di Rosarno", è un facile giochetto politico che nuoce alla verità.
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I post precedenti.
Diario italiano, indice.


Anno XII, n. 169, Gennaio 2010
Date created: 21.01.2010 - Last Update: 30.01.2010, 17:55/
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