Diario italiano
Il Rimino 171, anno XII
Marzo 2010

07.03.2010
Per Giorgia Ricci
Ha bisogno di cure in ambiente ospedaliero con rianimazione

Vogliamo sottoscrivere l'appello di Melania Rizzoli pubblicato oggi sul "CorSera" per Giorgia Ricci.
Giorgia Ricci, gravemente malata, è in carcere.
Ecco il passo centrale dell'appello: "La signora Ricci è sottoposta regolarmente, presso l'ospedale Careggi di Firenze, a cure specialistiche mirate, che prevedono anche una mensile somministrazione, per via endovenosa, di un particolare anticorpo monoclonale, la cui infusione impone il ricovero in ambiente ospedaliero fornito di un centro di rianimazione. La prossima dose del farmaco, essenziale per stabilizzare e rallentare la patologia, e che deve essere somministrato a scadenza regolare, è prevista per il 12 marzo, nel nosocomio toscano, ed è importantissimo che la paziente non manchi a tale appuntamento".
Melania Rizzoli è medico e deputato del Pdl.
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07.03.2010
Rimini ricicla
La crisi della squadra di calcio batte la presenza locale della mafia in Riviera

Prima pagina del "Corriere di Rimini", unico giornale locale leggibile. Titolo su tutte le cinque colonne: "La fine del calcio. Acquistare il Rimini è impossibile", sostiene un costruttore.
Sotto, molto in basso, tre colonne su cinque, e tra virgolette: "Mafia a Rimini grazie all'evasione". Un occhiello sempre tra virgolette avverte: "Siamo diventati la capitale del riciclaggio".

Alegher, dunque. Alle pagine 6 e 7, un sottotitolo aggiunge: "A Locri ci hanno detto: datevi da fare nella vostra città, sta diventando la capitale italiana del riciclaggio". Parlano dei giovani volontari che cercano di illuminare da soli l'opinione pubblica.

Qualche ente locale tempo fa non distribuì nelle scuole materiale della Commissione antimafia. Così, per non far fare brutta figura alla città e non gettare discredito, oltre che procurare allarme.

Il 12 agosto 2008 (e ne parlai qui), avevo scritto una lettera allo stesso quotidiano che non fu pubblicata.
La presento integralmente, qui. Precisando che le notizie in essa contenute le ho quasi tutte ricavate da un mio libro, intitolato "1987-1996, Fatti personaggi e idee di Rimini e provincia dalle cronache de "Il Ponte"", consultabile sul web.

Ecco la lettera cestinata dal "Corriere di Rimini".

"Presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente preoccupati per notizie che "configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale" locale. Ma il problema non è nuovo, come documentano alcuni dati "storici".
Nel 1993 il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante, dichiara: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito ‘facile’ sono finite sotto inchiesta con l’accusa di truffa ed associazione a delinquere.
Nel 1994 il prof. Giancarlo Ferrucini, occupandosi del "balletto dei fallimenti", ipotizza che vi sia interessata anche la mafia, con quelle infiltrazioni denunciate dalla Commissione parlamentare antimafia, che "potrebbero attecchire più facilmente nei settori dell’abbigliamento e della ristorazione, dove fra l’altro si verificano frequenti turn over nella titolarità delle aziende".
Nello stesso anno il senatore Carlo Smuraglia, estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in "aree non tradizionali", spiega che "in Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta, quella che è più difficile" da combattere rispetto a quella che spara e prepara stragi.
Sempre nel 1994 la sezione riminese della "Rete" che fa capo a Leoluca Orlando, in occasione dell’assemblea nazionale tenutasi a Riccione, lancia pesanti accuse alle Giunte di sinistra che avrebbero sottovalutato il fenomeno mafioso in Romagna.
Dicembre 2005, infine. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso spiega: anche per Rimini vale il principio che il denaro si accumula al Sud e si investe al Nord".
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05.03.2010
Proviamo
Ma che c'entrano i gentiluomini pontifici con il Vangelo?

Dunque, anche per i gentiluomini del pontefice, detti una volta camerieri segreti e d'onore, il rischio delle umani tentazioni è forte, come per quelli che cantano in certi cori tedeschi diretti addirittura dal fratello del papa...
Per non parlare dei cori romani che poi vedono partecipare persone a cui piacciono le donne ma che debbono procurare i maschiacci ai gentiluomini di sua santità, come si legge nei giornali di questi giorni.
Blog.cantante
E se provassimo di fornire a tutti costoro delle immaginette un po' profane, invece di quelle sacre consuete che quei signori vilipendono? Non so, forse come quella che riproduciamo qui. Se poi non hanno nessuna reazione, verificabile psicologicamente da personale addetto ma non di fiducia di chi fa effettuare i controlli, allora li si tenga lontani da certi ambienti. Mica per salvare le loro anime, ma per non rovinare persone che sono comprate, ovvero fatte oggetto di prostituzione.

Circa poi la corruzione, cominciamo con eliminare i titoli onorifici pontifici. Non ce ne è nessun bisogno. Non sono previsti dal Vangelo, non sono stati predicati da Gesù Cristo, non c'entrano nulla con lo spirito religioso. "Tutto il resto appartiene al demonio...". Appunto, come in questi casi.
Ci sono già abbastanza storielle sporche, Calvi, etc. sino a quella indecente sepoltura di cui hanno parlato le cronache, per chiedere al magistero non di tacere e nascondere i rifiuti sotto il tappeto. Nessun rogo, ma un po' di luce per eliminare gli scandali occorre.
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04.03.2010
Vecchia Italia
Cercasi leggina. Per poter votare alle regionali. Massimo del ridicolo

Poteva ascoltare Giuliano Ferrara, il capo del polo della libertà con annessi e connessi. Il direttore del "Foglio" lo aveva avvertito, udite udite, già nel marzo di quattro (4) anni fa... Aveva parlato di una vigilia del 25 luglio, la caduta del duce. Incolpava Casini e Fini. Nel frattempo il primo ha messo su casa per conto proprio, con i piedi in due staffe. A destra qua, a sinistra là. Fini si è stufato di fare il chierichetto, vuol celebrar messa lui, e una ne fa e cento ne pensa contro il cavaliere.

Berlusconi come Prodi. Entrambi affascinati dal progetto bipolare con due grandi partiti che raccoglievano tutti e tutto sotto il loro manto. Invece no, è andata male al professore, andrà male al cavaliere. Colpa dell'indole italica?

E cieligina della par condicio, su entrambi i contendenti del 2010, arriva la omologazione fresca fresca che toglie alla sinistra il primato in certe frequentazioni sessuali, allargando lo scandalo ad un corista che cantava in Vaticano (all’anagrafe di Roma indicato come "religioso") e che forniva materiale omo ad un utilizzatore finale che è gentiluomo del Santo Padre.

Cercano una leggina per rimediare alla "sbadataggine" nella presentazione delle liste. Ma per sanare quest'Italia così ridicola che se va bene corre dietro alle minorenni (parola di ex consorte del premier), e se va male va a trans come nella regione Lazio, che cosa ci vorrà?

Purtroppo è la solita, vecchia Italia che naviga tra furberie, egoismi, ipocrisie. Non lo dico io, lo sosteneva ieri il sociologo Giuseppe De Rita con "La Stampa", concludendo con una constatazione drammatica: lo Stato ha perso autorità morale e sta saltando.
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04.03.2010
Vecchia Romagna
Vecchia Romagna, etichetta nera: dallo slogan alla realtà, vedi Forlimpopoli, Artusi e il duce

Forlimpopoli è la patria dei miei antenati paterni. Tempo fa avevo letto che Casa Artusi aveva programmato una cena a tema, dedicata a Mussolini Benito, detto il duce.
Mi sono astenuto dal commentare la notizia, per non far insorgere contro la direzione della "Stampa" quei lettori che mi danno la caccia per farmi eliminare dal blog che gestisce il giornale di Torino.

Ma oggi che il giornale stesso pubblica a p. 35 un testo di un romagnolo illustre, il prof. Maurizio Viroli, accenno all'argomento, sottoscrivendo in pieno la conclusione di Viroli: si tratta di una "cena della vergogna" che offre "un prezioso aiuto alla diffusione di quella banalità del male che non distingue fra il giusto e l'ingiusto".

In questi ultimi anni, la cultura politica dei romagnoli in generale, per usare un verbo dantesco legato alla nostra terra [«Oh Romagnuoli tornati in bastardi!» (Pg. 14, 99)], si è guastata appunto imbastardendosi. Scomparsi gli ideali repubblicani. Svanita la vecchia moralità degli anarchici raccontati da Francesco Fuschini, un prete. Non è rimasta che l'eterna cantilena contro quelli di Bologna fatta in nome di nostalgie di un passato dipinto come bello e gradevole. Era un passato di miseria e malattia, povertà ed umiliazioni. Per cui i romagnoli erano ribelli a tempo pieno.

Uno scrittore cesenate di vaglia, Dino Pieri, nel raccontare la vita di un reggimento della prima guerra mondiale, l'XI fanteria in cui muoiono Decio Raggi e Renato Serra, scrive che esso era stato inviato in una delle zone più calde del fronte "probabilmente proprio per punire coloro che nel giugno 1914 avevano organizzato in Romagna la Settimana rossa".

Un collega il cui padre fece il militare in quegli anni, mi raccontava tempo fa che sotto le armi i militari proveniente da Romagna e Sicilia erano messi nelle stesse camerate per affinità di sentimenti ribellistici.

Caro don Fuschini, chissà che cosa scriveresti... Ti rendo omaggio ripubblicando il post dedicato in tua memoria, il 28 dicembre 2006.

Se ne è andato a 92 anni don Francesco Fuschini, il prete scrittore della Romagna, dopo il lungo silenzio della sua brillante penna, dovuto alla malattia che lo aveva colpito. Lui, abituato a parlare scrivendo ed a scrivere parlando, ha ricevuto dalla vita lo schiaffo di questo silenzio che nel suo spirito avrà perdonato in virtù della fede, ma che da uomo schietto avrà senz'altro considerato una vigliaccata a tradimento voluta dal destino.

Un suo celebre libro era intitolato «Vita da cani e da preti» (1995), per dire tante cose: che ci sono dei cristiani migliori degli animali. Qui in Romagna la parola cristiani indica genericamente gli uomini, gli uomini e le donne ma persino (per la bizzarria del nostro carattere, cioè della nostra filosofia spicciola), gli animali come quel suo cane Pirro reso celebre dalla penna evangelica di questo figlio di povera gente delle valli del Po. Siamo tutti figli di Dio, pensa la gente come don Francesco, e perché fare tante filippiche distinguendo tra le creature che parlano e quelle che abbaiano?

La vita spesso rovescia i ruoli: parlano più a senso i cani, e troppo spesso abbaiano a sproposito i loro padroni.

Nella prefazione ad un altro libro, «Mea culpa» (1990), Fuschini chiudeva la pagina scrivendo: «Questa sera ho cenato con il mio cane che ha nome Pirro. Gli dico "cappellano" e lui mi lecca».

Questa era la vita semplice di un prete povero, non di un povero prete. Un uomo mite che amava tutti, soprattutto i mangiapreti di quella Romagna all'antica che oggi non c'è più. Quella degli anarchici ai quali don Francesco dedicò un delizioso, amorevole capolavoro, appunto intitolato «L'ultimo anarchico» (1980), il testo del debutto che raccoglieva sparse pagine giornalistiche, e che ne fece un autore di successo suo malgrado.

Quella Romagna cara anche a Max David, la penna romagnola del «Corriere della Sera», il quale una volta raccontò la tragedia avvenuta in un cantiere, con quel muratore che precipita dall'armatura e che, certo della sua fine, urla ai compagni di lavoro: «Zivil e sla banda», civile e con la banda, ovviamente il suo funerale.

A questi uomini lontani dagli altari ma vicini al suo cuore, don Franzchin ha dedicato se stesso e pagine che sono da antologia della migliore letteratura del nostro Novecento, per quello stile originale, fatto di «parole poverette» tanto importanti e ricche da diventare titolo di un altro libro (1981).
Era nato nel 1914 a San Biagio di Argenta, era stato parroco di Porto Fuori a Ravenna dal 1945 al 1982.

Nel suo cuore c'era l'umanità, non c'erano distinzioni teologiche o politiche. Guardava tutti e tutto con l'occhio umile e maestoso del Vangelo che lui visse ed applicò con la semplicità di chi possiede il dono di rendere facile il difficile, e di considerare la vita comune la più bella e solida enciclica che si possa scrivere.

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02.03.2010
Lettura e rivoluzione
La giusta proposta di Paola Mastrocola: leggiamo, è un gesto politico

Si chiama "Il manifesto della parola bandita". Lo ha scritto Paola Mastrocola sulla "Stampa" di oggi. La parola bandita è "lettura".
Paola Mastrocola comincia con "L'idea è di leggere e basta". Ma in questa società dominata da "rumore e caos, fretta e disordine", non c'è tempo né spazio per la lettura.
La lettura, conclude, "è andata fuori dal Regno: la parola è bandita". Per questo "oggi leggere" è "l'unico gesto politico possibile".

Possiamo sottoscrivere con entusiasmo? Con l'aggiunta di un titolo recente, da un'opera di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière: "Non sperate di liberarvi dei libri". Lo ripetiamo come grido di battaglia contro chi vuole ridurre tutta la cultura agli sculettamenti delle ballerine televisive.

Possiamo sottoscrivere con entusiasmo, un'altra cosa della "Stampa" odierna? Il collega prof. Massimo Macciò parla dell'incultura diffusa nella vecchia (e rimpianta) scuola, dove non si studiava la cosiddetta "Educazione civica".

La materia era aggregata a Storia. Due ore alla settimana non bastavano per insegnare decentemente gli argomenti di Storia ed illustrare la Costituzione per Educazione civica. Allora il sottoscritto commetteva un reato, rubava qualche ora al mese ad Italiano (che ne aveva tre fisse alla settimana).

Anche perché il collega di corso che insegnava le materie giuridico-economiche era un tipo particolare. Imponeva lo studio di suoi appunti, in cui l'interpretazione dei fatti storici degli ultimi due secoli era farcita da falsificazione palesi e da esaltazione delle idee naziste.
Un'ispezione ministeriale non approdò a nulla, per salvataggio operato in extremis dall'autorità superiore dell'istituto. La quale definiva la Costituzione con l'etichetta di "Bella roba", ovvero una schifezza.

Quel docente sosteneva le teorie dei "Protocolli dei sette savi di Sion". Non ebbe mai nessuna inchiesta giudiziaria in loco, ma in altra città sì, perché là gli studenti non tollerarono i suoi volantini distribuiti fuori di una scuola superiore.

Erano gli anni in cui i presidi di destra dicevano che a scuola non si doveva fare politica, ovvero insegnare la Costituzione, ovvero fare "Educazione civica".

Al riguardo. Possiamo citare una frase di Jean-Paul Fitoussi, sempre dalla "Stampa" di stamane?
Parla di Norberto Bobbio. E di una questione molto attuale nel marasma politico italiano. Dove sta la differenza tra destra e sinistra? La democrazia è basata su un'idea di uguaglianza, e la sinistra è immanente alla democrazia. Vedete quale giornale sovversivo si sia ormai ridotta la "Stampa", trattando di uguaglianza e democrazia.
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02.03.2010
Sarei pure fascista
L'accusa per aver criticato il principino canterino e ballerino

Un mio articolo apparso sul periodico riminese "il Ponte", pure pubblicato sul mio network internazionale di blog, ha provocato la scomposta reazione di un lettore del giornale. Si tratta della nota dedicata al cittadino Savoia, esibitosi al festival della canzone a Sanremo.

Il lettore mi accusa di non aver avuto cristiana pietà verso il suddetto cittadino Savoia. Di essermi lasciato abbacinare dalla condizione di "cattolico adulto". Di voler una Repubblica non democratica e non nata dalla Resistenza.

Per rispondere al lettore ho inviato al giornale tre righe di testo che riproduco in calce. E che spero di poter vedere pubblicate.
Intanto qui aggiungo qualcos'altro. Credo nel cristianesimo del farsi pusilli. Quel lettore vuol prendere per i fondelli il sottoscritto, inserendo la definizione di "cattolico adulto" per accusarmi di prodismo.

En passant osservo che l'accusa è un onore, ma soprattutto un onere. Perché vedo che insomma o da destra o da sinistra, il professore bolognese sta sullo stomaco a parecchie persone. Ed allora la situazione è molto divertente. Quando si rompono le palle del biliardo, allora è un grande successo personale.

Non ho mai avuto tessere né da adulto né da infante della parrocchietta democristiana o post. Per cui il lettore riminese che ha protestato con il direttore del "Ponte", scrive cose inesatte, proiezioni di suoi fantasmi, metafore di una situazione che non mi appartiene.

Nessun partito mi avrebbe mai sopportato per più di tre giorni. Ho imparato la lezione da mio zio, che dopo la fine della guerra doveva essere il primo sindaco di Rimini. Ai compagni del partito (nel senso di compagni del pci) disse: "Ragazzi, chi ruba va in galera". Non lo candidarono.

Cattolici per cattolici, come suol dirsi, per fare paragoni. Meglio essere "adulti" e spiati da malfattori, che malfattori e fare le spie. Succede oggi (vedi caso Boffo), succedeva ieri (contro Prodi), e pure temporibus illis, quando personaggi adesso serenamente illustri, inviavano al ministero degli interni le informative sulle conferenze del dissenso cattolico tenute nella città.

Ecco la protesta del lettore de "il Ponte":
"Al Sig. Antonio MONTANARI. Complimenti per la sua alta concezione di carita' cristiana. Ora, se posso vorrei darle un parere, non un consiglio. Un cattolico adulto non ha bisogno di consigli. Prima di parlare di storia cerchi almeno d'informarsi un po'. Non molto un po'. Comunque, dal suo scritto, si evince che a lei questa Repubblica (costituzionale e resistenziale) non piace. Lei mira ad un'altra Repubblica. Cordialmente la saluto".

Ecco infine la mia risposta al lettore:
"Alla Costituzione nata dalla Resistenza, deve ispirarsi la Repubblica. Il lettore erra quando mi attribuisce mire verso un'altra forma di Stato. Ha sbagliato indirizzo. Forse non mi ha mai letto in precedenza. E non ha compreso nulla di quanto ho scritto circa il ridicolo principino canterino e ballerino. Da oltre mezzo secolo ho la cattiva abitudine di leggere e studiare libri di Storia. Per cui respingo al mittente l'accusa di non essere informato. Antonio Montanari"
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01.03.2010
Shaid lasciato morire
Anteprima. Tam-Tama 985, "il Ponte" 7.3.2010.
«Shaid, 30 anni, lasciato morire»


Ero straniero e mi avete accolto. Da qualche parte l'ho letto, pensa un signore davanti alla notizia di Sahid Belamed, marocchino, 30 anni, uscito sbronzo da una discoteca, finito in un canale, risalito sul ciglio della strada sotto un palo della luce, a Ferrara. In tanti, in pochi, chissà quanti, passano. Lo vedono. Tirano diritto. Cosa costava una telefonata al 118? Morale, Sahid crepa di freddo.

Il signore ha davanti una pagina: «Gli indifferenti di Ferrara». Continua a chiedersi: chi ha detto che era straniero ed è stato accolto. Carlo Marx? Dalla Germania all'Inghilterra ci era andato. Ma no, troppo aristocratico per avere quei pensieri. Germania, un lampo, e se fosse stato quella carogna di Hitler? Eh, poi non avrebbe gasato sei milioni di ebrei.

Il signore che legge il giornale, ricorda la propria giovinezza, altri indifferenti, quelli di Moravia, ma era un romanzo, mica un fatto vero, anche se poi era la storia di una ribellione. Contro le parole d'ordine del fascismo: credere obbedire e combattere. Andassero loro a combattere.
Gli indifferenti di Ferrara, per il marocchino lasciato morire dal freddo, sono diversi. Nascosti nelle pieghe della cronaca (ossia della vita). Invisibili. Pensate un po', sono invisibili più dei clandestini che vengono a cercar fortuna qui. Nell'Europa cristiana che ha combattuto (e avrebbe voglia di combattere ancora) contro gli infedeli.

Il signore con il giornale, comincia a dubitare di tutto. Dove ha letto che un distinto capo di governo (di quale Paese?), ha accusato l'opposizione di voler spalancare le porte agli stranieri (i barbari degli antichi). Forse è lo stesso che ha detto al collega albanese: niente uomini, soltanto belle ragazze dai gommoni sulle nostre coste. Beh, non mettiamolo in croce, succede a tutti di infilare due o tre cose non eccellenti nel discorso. Mica possiamo criticarlo ogni giorno per le battute che racconta.

E se la storia dello straniero che è venuto ed è stato accolto, l'avesse sentita dall'assessore Palmiro Cangini in uno spettacolo comico, ovvero dal nostro vicino di casa Paolo Cevoli... Impossibile, era una frase seria. I comici non sono come certi nostri politici governativi che vogliono rimandare a casa gli stranieri a forza di calci nel sedere. Mio Dio, alla fine ricordò. [985]
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I post precedenti.
Diario italiano, indice.


Anno XII, n. 171, Marzo 2010
Date created: 01.03.2010 - Last Update: 07.03.2010, 18:10/
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