Presentazione del pensiero e delle opere del maestro
 
P R E S E N T A Z I O N E
Si prega di raccogliersi in silenzio, qui si crea.

Sarve, pellegrino cortese, si me permetti,
‘na considerazione, nun semio tutti perfetti.
Ne lle vicende della vita ,tutti ponno sbajà,
pe questo nun è giusto stà a pontificà.
Che fài, se stai davanti a n’opera d’arte?
Stài llì , in silenzio, la ciarla stà da parte.
Dio, tutta l'arte cià messo, pè ffà er creato,
che fai?, te metti a criticà come ‘no screanzato?
-tizio nun me piace, quell’antro è ‘n disgraziato;
Richetto è bbuciardo, Romoletto ha rubato-
Quanno te sveji la matina, pè ventiquattrore,
In tutto quer che ffai, mettice un po’ d’amore.
Come vedi, le rime mie so com’ er mì penziero
nun fo pe' dì, ma m’hai da vedè, sempre veritiero.
Io me ce metto, e sì, cò tutta l’anima e er core,
sia mentre che fò er poeta, oppuro si fò er pittore.
Nun fò pè dì, ma credime, quanno stò in pace,
me metto, davanti ar cavalletto,emme piace.
Hai da vède, er pennello vola, vola su quer telo,
de colori ebbro; e intanto, lavoranno spero.
Spero de avè un momento de magia,
che ffa mette lì er colore, a….. scappà via!.
Io dico:- sì che me piaci monno, ecco, t’attenno.
Vedi che mò te vojo pennellà? io te comprenno.
che dichi?, la volemio fa o nò stà bell’unione?
io me ce metto e me pijo ar volo st’occasione.
Così, quanno l’Arte bene avvolge l’anima mia,
Me metto a fa Santi e Madonne e così sia
Lo so, nun se pò capì sì nun la vedi a vviso,
guarda la tela! Madonna mia, che ber soriso.
Sapè, nun so n’infame, e nimmanco un reo,
Ringraziando Iddio posso dì: è vero, io creo.

Giovanni Lo Curto
AVVERTENZA: le opere in visione in questo atelier, non sono disponibili per la vendita, e ciò per rispetto ed in omaggio alla gente comune che alla terza settimana del mese non ha i soldi per tirare avanti
Il pensiero di Giovanni Lo Curto sulla vendita delle opere d’arte.
La quasi totalità delle persone, lavora per poter vivere (o sopravvivere). Poi c’è una piccola minoranza, che detiene gran parte della ricchezza mondiale che, nella maggior parte dei casi, vive senza aver bisogno di lavorare.
Sul come vivere ci sono due linee di pensiero
La prima, che facendo riferimento allo status che avevano Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, lo vuole mantenere; e quindi il loro pensiero è rivolto a vivere bene, senza lavorare, beandosi nel dolce far niente; anzi ritenendo che si può vivere meglio se sono gli altri a lavorare per loro. Nel tempo, molte di queste persone hanno ritenuto e tuttora ritengono che questo sia un loro diritto divino.
L’altra, invece, che poggia le sue radici nella notte dei tempi e recita che è necessario lavorare perché “tu uomo lavorerai e faticherai, con il sudore della fronte!”.
C’è da dire che, la stragrande maggioranza delle persone, interpretando le parole bibliche in senso letterale, si dedica al lavoro con “dolorosa sofferenza”. Perché, poi, tutto si conclude in: “uomo se vuoi vivere devi lavorare, anzi…! È per espiare le tue colpe, che sei costretto a lavorare". Questa linea di pensiero ha, però, fatto dimenticare non solo che il nostro Dio è misericordia infinita, ma anche che il sacrificio di Suo Figlio Gesù Cristo morto sulla croce è stato consumato per mondarci dal peccato.
Così, nel tempo si è venuto a formare un enorme baratro fra queste due tipologie di persone. Possiamo immaginare la creazione di due universi, che, via via, sono divenuti sempre più diversi fra di loro. Non solo, i comportamenti dei loro abitanti, han fatto sì che si creassero al loro interno altri tipi di persone, successivamente indicati come classi o caste. Come se ciò non bastasse, fra questi due, si è venuta a costituire una zona cuscinetto. Cioè una sorta di altro universo, dove vi vivono, temporaneamente, altre persone diverse dalle precedenti. Da quella sorta di limbo, sono in attesa di individuare il momento migliore per andarsi a collocare in questo o in quell’universo, ma più il tempo passa, più si abbrutiscono, per cui al momento del loro nuovo ingresso, creano scompiglio e sofferenza.
Per buona sorte, alcune persone hanno parzialmente modificato la loro linea di pensiero (mi piace ricordare il fordismo di Ford. Il famoso costruttore delle autovetture americane che, primo fra tutti gli industriali, ha fatto entrare i suoi operai nella proprietà della sua industria).
Di converso, in tali altre persone, sono avvenuti dei cambiamenti opposti ( e non mi piace qui ricordarli)
A questo punto, vi sarà sorta spontanea una domanda: ”ma tutta questo ricordare ed argomentare, che ci azzecca con la commercializzazione delle opere d’arte?
Prima considerazione: gli è che, con tutti questi tipi di persone, non so più con vera precisione a quale tipologia di persone io appartenga;
Seconda considerazione: dicono che io sia un proletario perché ho molta prole(poi, veramente non so se cinque figli siano tanta prole, a me piace indicarli come tanta Provvidenza); e quindi, dovrei essere annoverato fra quelle persone che sono dolorosamente costrette a lavorare per vivere (considerate che questo stato mentale, in gioventù mi ha fatto fare due ed anche tre lavori, diversi e nello stesso tempo. Non vi nascondo che a volte ho sentito sulla mia pelle il pesante fardello del “doloroso dovere”)
Terza considerazione: sento dentro di me l’esigenza, il desiderio, la necessità (insomma, chiamatela come volete) di andare alla ricerca dell’equilibrio del creato e di rappresentarlo bello o brutto, nel bene e nel male.
Quarta considerazione: che però è un dato di fatto, riesco ancora a produrre diverse opere (più o meno artistiche).
A questo punto, cari amici, mi sono perso. Anzi mi sento perso, totalmente perso. Ineluttabilmente perso. Perche?
Ed è qui che (come si suol dire) casca l’asino. Ogni artista (annoverando le due specie: maschio e femina) sente che, nel creare un’opera, imprime un pezzo della sua identità all’opera appena creata. E quindi, l’artista, il suo lavoro, non lo cede tanto volentieri anche se, per averla, il compratore dovesse pagarlo un prezzo notevole. E’ sempre un pezzo di cuore che l’artista spera sempre di tenere vicino a sé.
A me, poi, anzi, ora (intendendo quest’espressione temporale come conclusione del discorso), non solo mi rimuginano dentro i dubbi e le considerazioni appena accennati, ma mi ridonda e perseguita il pensiero di non voler (fortissimamente, risolutivamente, inderogabilmente) cedere una mia opera a persona che appartenga ad uno di quegli universi cui non anelito appartenere.
Ed ecco: non metto in vendita le mie opere perchè in Italia tre famiglie su cinque finiscono lo stipendio all'inizio della terza settimana del mese e nel mondo quasi la metà delle persone è costretta a fare centinaia di chilometri per un sorso di acqua.
Una visita che si rispetti, per riuscire , va preparata. Pertanto ci tengo a farti conoscere come e quando ebbi a fare la mia esperienza nel visitare per la prima volta lo studio-atelier di un altro artista.
Vivevo vicino a piazza Castello a Torino e vicino alla mia mansarda c'era una famiglia dove, una ragazza, studentessa lavoratrice part-time, lavorava nello studio di "Casorati".
Angela Viglierco, questo è il nome della giovane, viveva con la madre ed il fratello, nel mio stesso complesso edilizio , ed ambedue le donne, erano diventate amiche della mia famiglia . Così, erano gli inizi degli anni 70, finalmente, a seguito delle mie continue insistenze, mi invitò a visitare lo studio ove lavorava. La ragazza, forse aveva capito ed anche percepito la mia grande emozione e mi concesse di ritornare per alcune volte ancora nello studio che fu di Felice Casorati e che a quel tempo veniva utilizzato dal figlio.
In quelle occasioni, potèi visitare la parte più riservata dello studio, ove il famoso artista aveva svolto il suo lavoro; e con gli occhi mangiavo le litografie che grandeggiavano nello studio e tutte le attrezzature utilizzate dall'autore della "donna di Pavarolo". Le mie visite, le effettuai sempre molto discretamente e in assenza di altre persone, in un religioso silenzio. Un luogo "magico", nel centro della vecchia Torino, in un palazzo vecchissimo.
Come una spugna, ogni volta cercavo di assorbire tutte quelle sensazioni particolari che lo studio sembrava volesse trasmettermi.
Un giorno, la signorina Viglierco mi invitò ad una inaugurazione delle opere litografiche del figlio di Felice Casorati. Quella era una delle occasioni in cui lo studio veniva aperto ai possibili acquirenti.
Mi ci recai di buon grado, perchè pensavo che avrei potuto assistere all'acquisto di qualche dipinto, ma quando entrai,
mi accorsi che la "magia" che avevo finora percepito in quello studio, non riuscivo più a percepirla, a palparla, a sentirla in me. Forse era stata fatta fuggire dal rumoroso silenzio dei molti visitatori.
Desolato, come fossi stato solo, usci i dallo studio, facendomi avvolgere dalla nebbia torinese scomparendo.
Sono rimasto molti anni ancora a Torino, ma in quello studio non volli più ritornare.
Ancora oggi, non riesco a spiegarmene la ragione, o forse sì. Chissà, forse si è creato un contatto "magico con l'arte del vecchio maestro, non più ripetibile o percepibile. Quella "magia", mi piace pensare che riuscii a sentirmela ancora dentro, con tutti i ricordi connessi, quando mi misi al lavoro per eseguire il bozzetto per l'opera litografica "Ponte quattro capi all'isola Tiberina" e l'omonima opera dipinta ad olio. Mi piace pensarlo e basta, senza starci a sottilizzare o a disquisire; nel senso che non voglio pensare che quel contatto è stata una cosa irreale!.
Mi piace pensare che quel lavoro non è stato solo un omaggio a quella "magia", ma una conseguenza dell'aver ricevuto in quelle prime visite, parte del vissuto che vi aleggiava.
Questo è il dipinto eseguito a 15 -16 anni e con il quale mio padre mi fece quella meravigliosa sorpresa
Nel giugno del 2000 ho avuto un gran malore sul posto di lavoro al Ministero dell'Economia- Servizi Ispettivi Finanza Pubblica. Non era uno di quei soliti malesseri che possono avvenire per una notte di stravizi , era qualcosa di diverso. Sono andato con l'ascensore, immediatamente all'ambulatorio situato dentro il ministero. Il medico di guardia si accorge subito che sono sotto infarto e dispone per il mio immediato ricovero al pronto soccorso del Policlinico Umberto I. Quel medico era un cardiologo che quel giorno non doveva essere lì in servizio, ma aveva sostituito un collega che peraltro non era un cardiologo.Fortuna? Appena finite le cure a cui mi sono sottoposto per l'infarto, ho ripreso a dipingere immagini religiose. Lo studio della Madonna del libro è stato il mio primo lavoro, a cui hanno fatto seguito tutte le altre immagini religiose.
sono due studi della Madonna del Grappolo, eseguiti ad olio su tela di cui una rettangolare e l'altra ovale dalle dimensioni cm. 30x 40
A fianco, uno studio sul Raffaello eseguito con gli acquerelli, su intonaco a fresco, attraverso un procedimento particolare: 1) preparazione di una tavola di legno con due passate di olio di lino.
2) preparazione dell'intonaco a base di stucco -parti 10- e calce spenta -parti 2- tutto in polvere, miscelata con olio di lino, 3) spalmare sulla tavola l'amalgama, per lo spessore di un centimetro.
4) stendere della polvere di stucco sull'intonaco, spalmandola con un pennello leggermente bagnato in acqua regia; 5) eseguire il ricalco del disegno in uno dei modi tradizionali;
iniziare a dipingere con gli acquerelli o con i colori a pigmenti, tipici per l'esecuzione degli affreschi.
Sotto uno studio sulla Madonna del riposo, sempre utilizzando la tecnica dell'affresco. Mi è stato utile per poter successivamente eseguire l'altra ;adonna del Riposo, con la tecnica dei colori ad olio
A fianco, altro studio della Madonna del riposo, conosciuta anche come Madonna protettrice dell'infanzia. Tecnica olio su tela - dimensioni cm.50X70
Studio della Madonna del libro di Botticelli.
Olio su tela, dimensioni cm50x70
Qui puoi inserire un testo didascalia
E' bello poter gustare la bellezza di un'opera.
Ho avuto sempre la passione di andare nei musei vaticani, l'ultima domenica del mese per potervi entrare gratuitamente.
Gli altri musei , il cui ingresso era a pagamento, da giovane, potevo andarli a visitare raramente e solo con mio padre, quando era libero dai suoi impegni.
L'arte deve essere accessibile a tutti, non privilegio dei pochi. Così perlomeno è per la mia Arte.