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Nello sport, come
nella vita, ci sono uomini che dividono. Persone che non hanno paura di
mostrarsi senza maschera, di schierarsi, di dire ciò che pensano e di
agire secondo i valori in cui credono. Diego Pablo Simeone, alias "Il
Cholo", è uno di questi. L’argentino, infatti, ha sempre diviso opinione
pubblica, ha incentrato su di sé amore ed odio, due sentimenti opposti, ma
uniti dalla stessa passione, dallo stesso fuoco. Solitamente le persone
che riescono in questo, sono le persone vere, quelle che non cercano per
forza il consenso popolare, quelle che non pensano a cosa il proprio
interlocutore vorrebbe sentirsi dire prima di parlare ma esprimono ciò che
è fedele alla propria personalità.
Al di là dell’aspetto sportivo è questo che rimarrà di Simeone nel calcio
italiano, europeo e mondiale. A giugno Diego Pablo, dopo 20 anni di
carriera divisi tra Argentina, Spagna ed Italia, dopo aver vestito le
maglie dell’Atletico Madrid (2 volte), del Pisa, dell’Inter, della Lazio e
del Racing Club Avellaneda, appenderà gli scarpini al chiodo. Se i suoi
detrattori credono che questo sia sinonimo di abbandono, sbagliano e di
grosso! L’argentino ha solo deciso di canalizzare la propria passione e la
propria competenza per quello che ha caratterizzato tutta la sua vita, il
calcio, in modo diverso: facendo l’allenatore.
Certo è che a tutti i suoi ammiratori ed ai suoi avversari, i suoi gesti,
i suoi atteggiamenti, le sue frasi celebri, mancheranno e non poco. Per
citarne una su tutte, Simeone fu quello che in una sera di disfatta per la
sua squadra (allora militava nella Lazio), dopo la cocente eliminazione
dei quarti di Champions League andò davanti ai giornalisti e mandò
pubblicamente un messaggio ai suoi compagni: "Abbiamo perso, ma davanti a
noi c’è ancora il campionato e la Coppa Italia da conquistare. Chi non se
la sente di combattere alzi la mano". Un monito preciso, uno sprone in
piena regola. Un messaggio che arrivò forte e chiaro ai suoi compagni, che
trascinati dal suo leader massimo conquistarono gli altri due obiettivi
rimasti.
In un calcio che ormai propone come icone cerchietti e lustrini, mancherà
una figura, ma soprattutto un uomo della sua statura morale, ma se è vero
come è vero che leader si nasce e non si diventa, allora siamo certi che
anche in questa nuova veste riuscirà a trasmettere ai suoi futuri
giocatori lo spirito che alberga nel suo animo di campione e di uomo vero.
Ed allora, in conclusione, non resta che augurare a Simeone ed ad un altro
noto combattente che risponde al nome di Almeyda, che lo seguirà in questo
nuovo percorso professionale, il più sincero in bocca al lupo. Con la
speranza che Diego torni presto come allenatore in Italia: mi sembra
quanto mai opportuno salutare il guerriero in campo con lo striscione che
gli una volta gli dedicarono i suoi tifosi per rendergli onore: "Simeone
uno di noi!". In panchina come in campo
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