Anno 0 n.1 Dic.99
Su S.S.R.Year 0  nr.1

 

 

Rivista di Scienza dello Spirito

Anno 0 N°1 Dicembre 1999

 

Contenuti:

 

Perché scienza dello spirito.

Per chi inizia: sensibile e sovrasensibile.

E’ una questione di metodo.

La concentrazione del pensiero.

La meditazione.

La soglia del mondo spirituale.

Perché scienza dello spirito.

Bruno Abrami

Chi scrive, per trent’anni ha battuto molte delle vie di conoscenza spirituale accessibili nella nostra cultura, o quanto meno, tutte quelle nelle quali ha intravisto una certa affinità con il suo proprio essere. Ha inoltre seguito analoghe ricerche fatte da amici e conoscenti cercando costantemente di comprendere e trovare le leggi generali che si dimostravano nell’esperienza. Questo atteggiamento inizialmente molto "artigianale" si è via via sviluppato in un vero e proprio metodo scientifico applicato alla ricerca delle realtà spirituali.

Deve molto a quanti lo hanno preceduto su questa strada, la hanno indicata ed elaborata prima di lui. A questi Maestri del pensiero e dello spirito, con i quali intrattiene attuali rapporti di amicizia e collaborazione, va tutta la sua riconoscenza, il suo amore e la sua amicizia:

Mimma Benvenuti, romana, possente indicatrice della impersonalità dell’Io superiore e della sua infinita capacità di amore e di fecondazione - nella libertà - delle facoltà spirituali altrui.

Giovanni Blason, triestino, appassionato proponitore della scienza dello spirito e lottatore inesauribile contro le sue deformazioni o deviazioni. Pittore – veggente e amico sempre pronto a regalare, sostenere, incoraggiare.

Massimo Scaligero, romano, codificatore del metodo della via del pensiero, instancabile indicatore delle potenzialità di sviluppo spirituale insite nella coppia umana. Amico solerte, sempre pronto a prenderti per mano e portarti, nei momenti di crisi profonda dell’esistenza, in quelle Terre dello Spirito dove, come cantava Omero:

 

I venti mai non squassano
Ne bagna la pioggia mai
Ne mai la neve ingombra
Ma un terso sereno vi si effonde
Da nube alcuna offeso
Ed una viva, candida luce
Tutta la circonda, Nella quale
Vivono lietamente gli Déi
Sempre beati.

 

Rudolf Steiner, austriaco, l’Iniziatore. Fondatore della scienza dello spirito, luminoso coniugatore della sapienza di oriente ed occidente. Persona che con la sua sola presenza, in un non-tempo ti fa vedere il tuo stato di uomo "caduto", la tua dimensione originaria e la concreta possibilità – solo che tu lo voglia e ti ci applichi - della tua vittoria spirituale.

L’autore di queste righe deve inoltre molto ad altri amici che non sta ad elencare, ma dai quali è stato aiutato, ha imparato qualità che gli erano ignote, ha ricevuto innumerevoli spunti di indagine.

La scienza dello spirito applica i metodi delle scienze sperimentali ai dominii elementare, animico, spirituale dell’esistenza e a quello dell’Io umano, avendo come unica differenza il fatto che lo strumento di indagine è l’uomo stesso. Come questo sia possibile e attraverso quali discipline, sarà oggetto sia degli articoli che via via pubblicheremo, sia della bibliografia che eventualmente indicheremo.

Per ora, basti menzionare il fatto che, nella esperienza di che scrive, i risultati della scienza dello spirito sono tali che si configurano come il raggiungimento di quelle mete cui aspira, nel profondo del suo essere, ogni donna e ogni uomo che siano talmente moderni da vedere nella loro libertà interiore il bene più prezioso.

La scienza dello spirito non è una religione, né va pensata come qualcosa che si voglia sostituire alle religioni, può tuttavia fornire all’uomo o alla donna religiosi gli elementi per vivere con maggiore consapevolezza e con migliori risultati i contenuti delle rispettive religioni.

I contenuti e i risultati della scienza della spirito hanno valore pratico, si riferiscono ai rapporti che l’Io umano può intrattenere con sé stesso e con le sfere fisica, elementare, animica e spirituale dell’esistenza. Si possono realizzare - unicamente - attraverso il lavoro interiore individuale. Occorrono forza interiore, lucidità e grande coraggio.

Forza

Lucidità

Coraggio, perché nelle fasi realizzative dei contenuti della scienza dello spirito si incontrano esseri che ritenevamo appartenenti ai dominii della mitologia o della fantasia popolare, ma nelle terre spirituali, dove l’Io umano diventa cosciente di se stesso e vuole guidare secondo se stesso il proprio essere esteriore, sono ben concreti e possenti nel loro contendere all’Io umano la padronanza di se stesso e la guida della esteriorità.

Da queste pagine l’autore non intende condurre polemiche con chi crede essere pura follia o il massimo della anti-scientificità considerare la spiritualità come componente della realtà, nè intende confrontarsi con diverse interpretazioni dello spirituale. Chi è convinto di qualcosa e vuole mantenere questa convinzione lo fa per motivi che nulla hanno di scientifico, psicologici o caratteriali che siano, e con questo si pone da sé fuori dall’ambito della libera sperimentazione. Libera sperimentazione che è il presupposto per ogni conquista della scienza.

Da queste pagine, l’autore si rivolgerà a quelle persone che avendo sperimentato l’inanità di scienze e dottrine nell’affrontare il tema dell’Io umano ovvero di ciò che esse sono nel profondo di sé stesse, vogliano tentare un'altra strada in tutta franchezza e sincerità, poggiando unicamente su se stessi, senza nulla concedere o contendere a mode o modelli che non provengano dalla lucida ed autonoma elaborazione di esperienze di sé o del mondo fatte in piena consapevolezza.

Bibliografia minima consigliata:

       

  1. Wolfgang Ghoete. Da: "Conoscenza della natura". L’esperimento come relazione fra soggetto e oggetto. Ed. Boringhieri.

  2. Rudolf Steiner. La filosofia della libertà. Ed Antroposofica. Milano

  3. Massimo Scaligero. La logica contro l’uomo. Ed. Tilopa. Roma

  4. Massimo Scaligero. Tecniche della concentrazione interiore. Ed. Mediterranee. Roma.

  5. Rudolf Steiner. L’iniziazione. Ed Antroposofica. Milano.

  6. Rudolf Steiner. La scienza occulta. Ed Libri del Graal. Roma.

Per chi inizia: sensibile e sovrasensibile.

Parte I

Viviamo continuamente immersi nel sovrasensibile, avendo in questo, inconsciamente, il nostro massimo valore. Non lo sappiamo semplicemente perché non abbiamo una cultura in grado di dare un nome corretto alle cose che pur sperimentiamo. L’autore rimanda chi volesse una trattazione storico – fenomenologica di quanto affermato all’ opera di R.Steiner e M. Scaligero nella quale troverà trattato questo argomento dai più svariati punti di vista. L’autore ritiene inutile ripetere quanto già detto da altri.

Ci sono osservazioni molto semplici che ognuno può compiere su sé stesso e che lo porterebbero all’inizio di quella strada di conoscenza che porta a poter affermare quanto detto. Le più semplici e ripetibili iniziano con la osservazione della nostra vita di pensiero.

Esperimento N°1.- Ci si metta seduti e comodi e si evochi di fronte alla propria vista interiore l’immagine di qualcosa di molto pesante; ad esempio un automobile o un martello. Già mettendoci in questa posizione possiamo fare le osservazioni più elementari: ci si chieda quale è la natura dell’oggetto – immagine che così osserviamo e quale sia l’organo di percezione che utilizziamo per vederlo.

Sulla natura dell’oggetto possiamo fare le seguenti osservazioni:

  1. ha aspetto e forma sensibile – materiale, però:
  2. non è sottoposto alla forza di gravità, non cade a meno che noi non lo immaginiamo cadere; e sottoposto unicamente alla forza della nostra volontà e immaginazione, le quali per altro lo possono trasformare nel colore e nella forma;
  3. non è sottomesso alla legge della incompenetrabilità dei corpi: possiamo benissimo immaginare due automobili una dentro l’altra o due martelli che occupano lo stesso volume di spazio

Conclusione: l’oggetto osservato non è fatto di molecole e atomi; si presenta inequivocabilmente come qualcosa dall’aspetto sensibile – materiale ma non appartiene al dominio della materia.

Sulla natura dell’organo di percezione che utilizziamo possiamo fare le seguenti osservazioni:

     

  1. che è un organo di percezione tanto evidente alla nostra autopercezione (animadversio) quanto sconosciuto dalle scienza naturali,
  2. si colloca in corrispondenza della ghiandola pituitaria, fra le sopracciglia ed il centro del capo.
  3. è un organo percettivo che deve partecipare alla produzione di ciò che vede.

Le scienze naturali esistono solo grazie a questo organo di percezione. Senza quest’organo, non potrebbero esistere, semplicemente perché senza quest’organo non saremmo in grado di vedere relazioni pensanti.

Conclusioni: disponiamo di un organo interiore non catalogato dalle scienze naturali come tale, il quale organo è in grado di vedere realtà le quali non dimostrano natura materiale.

Per trovare un nome ad un organo siffatto dobbiamo andare molto indietro nella storia della umanità fina alla cultura dei Veda e dello Yoga. In quelle culture si riconosceva nella struttura umana oltre agli organi di senso rivolti verso il mondo della materia, anche organi rivolti verso le realtà spirituali.

Questi organi venivano chiamati "chakram" o "fiori di loto", e nella sede specifica, campo di azione del nostro primo esperimento, veniva riconosciuta la presenza di un chakra chiamato " ajña chakra" o chakra – guarda il caso - della conoscenza. Tali cakram o organi supersensibili di percezione non erano riconosciuti come immediatamente utilizzabili per il lavoro spirituale, ma occorreva sottoporsi a specifiche discipline volte a renderli attivi.

Va detto che, con questa citazione, l’autore non intende rimandare a quelle pratiche né a quelle vie di conoscenza, ma semplicemente indicare il fatto che fa parte del patrimonio culturale dell’umanità la conoscenza della esistenza di organi di percezione che completano l’esperienza della vita fornita dai soli sensi fisici.

La costituzione spirituale - animica dell’uomo occidentale moderno è fondamentalmente diversa da quella dell’uomo vèdico. Tanto diversa che la pratica di quelle discipline presenta, per l’equilibrio psicofisico dell’occidentale moderno, più controindicazioni e pericoli che vantaggi.

Va inoltre detto che quanto noi sperimentiamo nell’esperimento N°1 non è immediatamente riconoscibile come ajña chakra ma va visto come una specie di anticamera dello stesso. Volendo sviluppare l’ajña chakra, in maniera esente da pericoli e adatta all’uomo moderno, si troveranno le indicazioni necessarie nel libro "Iniziazione" di R.Steiner già indicato alla fine del primo articolo.

E’ una questione di metodo

Parte I

Noi ci rappresentiamo il mondo in pensieri, e i pensieri che pensiamo sono la forma delle nostre azioni coscienti, ma non siamo padroni del nostro mondo di pensieri. Per sviluppare la capacità di entrare consapevolmente nei mondi superiori della esistenza, e poterli quindi osservare, occorre in primo luogo diventare i padroni dei propri pensieri.

Non siamo padroni del nostro mondo di pensieri se abbiamo con questo mondo di pensieri un rapporto di dipendenza, se preferiamo una spiegazione delle cose ad un'altra. L’educazione scientifica ci insegna a ricercare, per ogni fenomeno osservato, quella spiegazione che meglio corrisponde ai fatti, ci piaccia o non ci piaccia. Chi non è disposto ha disciplinare il proprio pensiero in tal senso andrà in contro a gravi pericoli intraprendendo qualunque metodo di autorealizzazione spirituale.

Nei nostri rapporti con il mondo fisicamente percepibile veniamo aiutati dalla consistenza dei fatti stessi, non possiamo, con la nostra volontà condizionare la caduta di un oggetto facendolo, ad esempio, "cadere" verso l’alto; o far andare un automobile senza benzina. Il mondo fisicamente percepibile educa il nostro pensare al rigore ed alla impersonalità, ad un pensare che si sviluppa in base ai contenuti delle cose e non in base ai nostri desideri, speranze, paure.

Tale aiuto viene meno, non appena spostiamo il nostro campo di osservazione dal mondo fisicamente percepibile al nostro mondo interiore. In qualche modo gli "oggetti" della nostra interiorità si presentano come intessuti in pensieri per i quali la logica coesiva dei loro contenuti (l’io di questi pensieri) sono proprio i nostri desideri, speranze, paure.

Il problema nasce dal fatto che gli organi che noi utilizziamo per osservare la nostra interiorità non sono solo organi di percezione ma anche di volizione e che prima di poterli utilizzare per l’indagine spirituale occorre portare a coscienza la componente volitiva di questi organi e assoggettarla alla disciplina della impersonalità.

Per intraprendere una disciplina spirituale che ci porti senza pericoli per la nostra anima e con piena consapevolezza e coscienza nei dominii dell’anima e dello spirito, occorre che sin dall’inizio e per lungo tempo ci si eserciti ad osservare i nostri pensieri, trattandoli come oggetti nello spazio, distinguendo in noi stessi quei pensieri che sono l’espressione della nostra soggettività da quelli che invece riconosciamo come espressione di una realtà da noi indipendente.

Il fatto che normalmente viviamo con dolore quelle realtà che si manifestano indipendenti da nostri desideri, paure, speranze, indica con chiarezza dove stà il grosso ostacolo da superare per chi vuole intraprendere la via della scienza dello spirito: bisogna sviluppare il potere di eliminare sé stessi nei momenti di conoscenza. Con questo non si vuole dire che non bisogna più godere la vita, ma nei momenti di formazione della conoscenza spirituale bisogna essere capaci di "spegnere" i propri psichismi e diventare puro organo di percezione.

Anche il solo atteggiamento di diventare gli osservatori del proprio mondo di pensieri può portare molto lontano, ma per poter funzionare come strumento di evoluzione deve essere supportato da un preciso atteggiamento morale: quello di voler veramente autosacrificare sé stessi, o meglio, la nostra psichicità, scegliendo di portare nel mondo come azione solamente quei pensieri che appartengono alla realtà oggettiva del mondo. Bisogna rinunciare ad agire sulla base di pensieri che si dimostrano originati da nostri desideri, speranze, paure. Questo atteggiamento è un terreno molto fertile per il processo di autoconoscenza (cognitio sui ipsius) che costituisce l’ossatura portante del nostro procedere verso una esperienza reale e consapevole della spiritualità.

La concentrazione del pensiero

Parte I

La concezione scientifica del mondo che scaturisce dalla attività pensante dello spirito umano, ignora il motore della sua esistenza: il pensiero. Non conosce ciò da cui nasce e come una sorta di Edipo vorrebbe uccidere il padre – il pensiero - assegnandoli una "non esistenza" legata alla secrezione di - supposte - apposite cellule. E se Edipo punì se stesso privandosi della vista, il pensiero scientifico-materialista negando la propria realtà precerebrale si acceca p0er la realtà spirituale.

Tuttavia il pensiero esiste anche quando, ignorando sé stesso, nega la propria esistenza. Anzi, vive nell’atto di rendere vera la negazione il proprio momento di realtà. La tecnica della concentrazione del pensiero vuole portare il soggetto umano a sperimentare l’oggettiva realtà del pensiero al di fuori dell’organismo fisico all’interno del quale viene naturalmente sperimentato, e di là da concetti e idee attraverso i quali il pensiero si esprime.

L’esperienza che scaturisce dal dominio del processo della concentrazione porta a riconoscere con ogni evidenza la natura di riflesso inanimato del pensiero che noi normalmente utilizziamo per attribuire significato al mondo. La tecnica della concentrazione, adatta all’uomo moderno, è stata codificata da Massimo Scaligero (vedi "Logica contro l’uomo" o "Tecniche della concentrazione" citati all’inizio). Consiste nel porre di fronte alla propria attenzione cosciente l’immagine di pensiero di un oggetto molto semplice prodotto dall'uomo (tipo fiammifero, spillo, bottone ecc), descrivere accuratamente a sé stessi l’aspetto e la funzione dell’oggetto fino a produrre una specie di immagine sintesi dell’oggetto.

Una volta arrivati all’immagine sintesi bisogna mantenerla di fronte alla propria attenzione per almeno cinque minuti, avendo cura di non vedere altro che quella. L’interruzione dell’attenzione, quando ad esempio ci ricordiamo che dobbiamo pagare una bolletta, o quando ci viene in mente il bel moretto o biondina che abbiamo visto alla fermata dell’autobus, vanifica l’esercizio.

L’esercizio della concentrazione ha molte mete che si possono realizzare progressivamente, anche se la sequenza delle realizzazioni non deve necessariamente seguire l’ordine sommariamente indicato a seguire:

     

la prima è sviluppare la forza interiore necessaria per mantenere ferma la nostra attenzione su quello che noi abbiamo scelto,
la seconda è di arrivare alla percezione consapevole dei concetti, ovvero dei concetti come oggetti di esperienza,
la terza è di arrivare alla esperienza – percezione della forza dalla quale scaturiscono i collegamenti fra i concetti o pensiero puro,
la quarta è di arrivare all’esperienza del pensiero vivente o pensiero che afferra se stesso prima di ogni determinazione, e ha in sé stesso il potere della propria attuazione.

Ribadendo il fatto che quanto precede è solo una schematizzazione grossolana, si può ancora dire che alla realizzazione di ognuna delle fasi indicate corrisponde una ben precisa trasformazione della esperienza che di noi stessi abbiamo nella nostra interiorità. Tali trasformazioni sono previste dalla scienza dello spirito e sono identiche per tutti coloro che percorrono questa strada.

La meditazione

Parte I

La concentrazione è importante perché se non se ne possiede il processo, almeno fino al pensiero libero dai sensi, non c’è meditazione che funzioni, o meglio non c’è meditazione che si possa praticare senza pericolo per il proprio equilibrio personale. Non disponendo di pensiero liberato, qualunque meditazione sarà, nel migliore dei casi, puro tempo perso.

Nei casi peggiori, quando cioè la meditazione darà dei "risultati", nel senso che nel suo corso si sperimenteranno mutamenti del normale assetto animico – spirituale, allora assisteremo poi, al di fuori della meditazione, alla rottura dell’equilibrio personale dovuta al comparire di forme ossessive, sentimenti incontrollabili di paura, dinamizzazione spropositata dei sentimenti e degli istinti.

Tali alterazioni patologiche possono comparire anche in soggetti che non hanno mai praticato tecniche interiori nella vita in corso, in questi casi vanno guardate come una conseguenza del progressivo sviluppo della forza dell’io umano. Tale sviluppo della forza dell’io umano è prevista dalla scienza dello spirito, è un portato della evoluzione spirituale naturale guidata dalle Gerarchie Spirituali. La guarigione è ritrovare La forza dell’Io autonoma rispetto al corpo fisiopsichico, che è il risultato finale della tecnica della concentrazione.

L’Io umano è un essere spirituale e vive in un mondo spirituale, anche se non lo sa. Alla crescita della sua forza corrisponde la possibilità di percepire inconsciamente realtà spirituali (che possono essere aiutatrici o ostacolatrici) le quali realtà spirituali hanno la caratteristica di essere viventi. L’Io sperimenta in se stesso qualcosa che non sa pensare né, tanto meno, dominare (il pensiero riflesso è impotente anche di fronte alle semplici manifestazioni caratteriali) e si identifica con esso e si fa agire. La guarigione passa per il diventare attore secondo se stesso da parte dell’io umano….. ma occorre appunto il lavoro di concentrazione e meditazione.

Una volta che si sia dominato il processo della concentrazione è possibile intraprendere la via della meditazione. Con questo non voglio dire che non si debba tentare anche prima qualche approccio meditativo, ma almeno nella fase iniziale, il rapporto concentrazione – meditazione deve essere dell’ordine di 7 a 1.

Nella sua accezione più generale meditare è l’equivalente spirituale – animico del vivere nel modo fisico: si nasce e si muore, ci si incontra, si ama , ci si riproduce, si impara, si lavora, si inventa, si guadagna e si perde, ci si diverte e ci si dispera. Chi medita ha una doppia cittadinanza: vive nel mondo fisico, nei modi del mondo fisico, e simultaneamente vive in un mondo animico – spirituale, nei modi di quei mondi.

Si può iniziare a familiarizzarsi con la meditazione, prendendo un motto, o una frase, di uno fra i grandi maestri della umanità e concentrarsi su di essa escludendo dalla propria attenzione cosciente tutto il resto: percezioni dei sensi, ricordi, pensieri ecc. Non diversamente da quello che si fa quando si cerca di capire una qualunque legge della geometria o lo sviluppo di un contenuto matematico, con la sola differenza che nel secondo caso si cercano pensieri, che hanno un ruolo descrittivo-quantitativo di quello che si sperimenta nel mondo fisicamente percepibile, e nel primo invece idee tratte dalla espressione o dalla osservazione di mondi supersensibili.

Si prenda, ad esempio la seguente frase di Diogene Laerzio:

 

I confini dell’anima, nel tuo andare,
non potrai mai scoprirli,
neppure se percorrerai tutte le strade:
così profondo è il Logos ( espressione)
che per essa si manifesta.

 

la si impari a memoria, poi ci si metta comodamente seduti, si cerchi di escludere per quanto possibile le interferenze dei sensi, e la si pronunci, a voce o interiormente, come si crede meglio, lasciando che il risuonare della nostra interiorità, evocato dalla frase viva più intensamente e più a lungo possibile. Si può ripetere la cosa più volte.

Il contenuto vivente della frase è quello che immediatamente viene sentito, o meglio, è così, a patto che si disponga di pensiero libero dai sensi o di una qualifica karmica. Una persona che non abbia sviluppato la facoltà del pensiero libero dai sensi e priva della necessaria qualifica karmica, meditando questa frase potrebbe provare un grande sgomento, o anche paura vera e propria, tanto da arrivare a dire a sé stessa: "io non voglio proprio affrontare una strada che non so dove mi porta, preferisco rimanere nelle cose che conosco, entro il mondo che vedo con i sensi". Ed ecco una promettente carriera spirituale ( promettente perché il soggetto è ben capace di percepire la realtà spirituale) troncata sul nascere per mancanza di attrezzi (il pensiero liberato).

La soglia del mondo spirituale 

Parte I

Quando si parla di "soglia del mondo spirituale" si vuole indicare un luogo non presente nello spazio, ma bensì presente nella interiorità di ogni uomo e di ogni donna. E’ il luogo della sospensione della validità di tutto ciò che abbiamo conosciuto e sperimentato con l’intelletto legato ai sensi, ma ciònonostante reale. Ci troviamo di fronte ad una tenebra che qualcuno può sentire animata da presenze inquietanti, spinto dalla paura di queste presenze, affermerà essere quello un mondo inesistente, ma è solo paura che parla.

Per varcare consapevolmente la soglia occorre essere padroni della tecnica del pensiero libero dai sensi. E’ proprio in questo luogo che si può verificare il grado di liberazione effettivamente conseguita nel pensiero: un pensiero cosciente a se stesso, che mantiene tutta la potenza del comprendere anche di fronte ad oggetti di percezione mai prima incontrati.

Tuttavia anche così l’esperienza non è precisamente indolore perché si tratta di un processo vivente nel quale tutto il nostro essere viene coinvolto, dico il nostro essere reale. Di fronte al mondo dei sensi possiamo far mostra di quello che ci sembra di essere o che vogliamo far apparire come nostro essere, anche in buona fede, per semplice mancanza di conoscenza di noi stessi, e tutt’al più rischiamo di venir derisi o umiliati. Di fronte alla soglia la prima percezione spirituale che abbiamo è precisamente quella del nostro essere reale: non è mai una esperienza piacevole.

Questa esperienza dolorosa è tuttavia necessaria perchè ci dice: "guarda che non hai gli strumenti adatti", ci indica quello che dobbiamo modificare in noi prima di poter accedere alla conoscenza dei mondi superiori.

Se cerchiamo nella nostra cultura occidentale qualche riferimento ad un evento di questo genere lo troviamo nella Commedia dell’Alighieri, egli descrive un viaggio ulta-mondano come autentico Bardo – Poeta: colui che canta l’invisibile:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura
Che la diritta via era smarrita

 

Come il Dr Steiner per primo ha fatto rilevare, gli autori antichi, appartenenti alle epoche precedenti l’avvento dell’anima cosciente, nel loro raccontare passavano, "inavvertita altera parte", dal mondo dei sensi al mondo animico – spirituale, perché la loro costituzione interiore era tale da non distinguere nettamente i due dominii. Naturalmente Dante parla un linguaggio immaginativo, non concettuale, linguaggio per altro comune alla letteratura dell’epoca. Nel ciclo della cerca del San Graal troviamo proprio questo linguaggio. Con una certa frequenza viene raccontato che un cavaliere si trova durante la cerca senza vie di uscita: davanti ad una foresta intricata, con da una parte un lago e dall’altra una montagna:

 

La foresta intricata è immagine della situazione senza vie d’uscita in cui si dibatte l’anima o la psiche personale se preferite (l’astrale inferiore secondo la scienza dello spirito), il lago è immagine del mare della vita (il mondo elementare secondo la scienza dello spirito) dal quale si viene travolti o portati; la montagna è immagine del mondo sprituale, del quale si "vede" si intuisce oscuramente la presenza, ma non si sa come salire.

La selva oscura è quindi immagine poetica di una situazione interiore reale nella quale l’anima si sente senza vie d’uscita, esperienza dolorosa per l’anima:

 

Ah quanto a dir qual’era è cosa dura
Esta selva selvaggia e aspra e forte
Che nel pensier rinnova la paura

Tanto è amara che poco è più morte
Ma per tarattar del ben ch’io vi trovai
Dirò dell’altre cosa ch’io v’ho scorte

 

Tuttavia ciò che stronca i deboli è alimento di conoscenza per i forti, ed egli senza farsi prendere dallo scoramento osserva la propria interiorità, cercando di capire. Noi entriamo nella vita inconsapevoli e viviamo inconsapevoli per lungo tratto, dormiamo ai contenuti della realtà, ci sembra di essere svegli perché diamo credito a ciò che pensiamo. Ci siamo costruiti, nel nostro pensare soggettivo un sogno su misura:

 

Io non so ben ridir com’io v’entrai
Tant’era pien di sonno in su quel punto
Che la verace Via abbandonai.


Ma quando Iside suona il sistro… allora c’è il risveglio, d’un tratto il nostro sogno si sfalda, i fatti ci costringono a riconoscere che stavamo dormendo: il dolore è il reale dal quale il nostro sogno ci teneva lontani. Guardando però nel dolore con sincerità, senza sfuggirlo, possiamo vederne la forza, possiamo intuire che dietro quella forza c’è una forza più grande che ci parla con linguaggio interiore e ci dice: "tu sognavi… è giunta l’ora del risveglio": è il linguaggio del mondo dello spirito:

 

Ma poi ch’io fui ai piè di un colle giunto
Là dove terminava quella valle
Che di paura m’aveva il cuor compunto

 

Guardai in alto e vidi le sue spalle
Vestite dei raggi del pianeta
Che mena dritto altrui per ogni calle

 

 

Qualcosa in noi intuisce che da quella direzione – il mondo spirituale - emana una luce che può illuminare la vita terrestre, che una volta che abbiamo acquistato familiarità con quella luce possiamo "andare dritti per ogni calle" in ogni luogo della vita. Questo ci può rasserenare, dare una prospettiva dove prima c’era solo l’angoscia e lo sconforto.

 

Su S.S.R.Year 0  nr.1