|
 |
|
 |
| C’è un filo rosso e sottile che passa attraverso ogni regione d’Italia, che attraversa l’oceano fino agli Stati Uniti e ritorna indietro, tenendoci ancorati ad un terribile passato. Questo filo è fatto di sangue. Tutti lo chiamano: mafia. La mafia persegue un unico scopo: il denaro. La mafia non è un famiglia, e non ha onore… e purtroppo è ancora nel nostro presente. Ma come è cominciato l’attacco al potere dello Stato? Come è nata la mafia, e soprattutto: chi è stato a nutrirla per più di un secolo di storia italiana? Tutto cominciò alla fine dell’800, quando
la Sicilia era un’isola povera e dimenticata. I siciliani cercavano di farsi da soli le proprie regole. L’unico potere era lo scambio. Chi aveva, era il più forte; chi chiedeva, era assoggettato. I braccianti di cui era piena
la Sicilia non potevano far altro che accontentarsi di una giustizia fatta di ricatti e colpi di fucile. Come è ovvio i furbi e i potenti agivano indisturbati, e gli altri subivano. A Palermo, quando passava Don Vito Cascioferro, TUTTI piegavano la testa, per reverenza e timore di punizioni. Vito Cascioferro era un uomo d’onore e aveva la smania di diventare un padrino, un “Don”. Le possibilità non si fecero attendere, e Vito le sfruttò al massimo. Si mescolò a contadini e braccianti, che lo temevano, e si fece passare per un socialista sostenitore del popolo. Quando i siciliani misero in piedi la rivolta detta dei Fasci Siciliani, Cascioferro spianò la strada ai rivoltosi e li finanziò. Prese le loro parti. Come si poteva non credergli? Era un uomo importante, che aveva sul petto l’immagine della madonna e in mano il fucile. La rivolta dei Fasci Siciliani venne repressa violentemente, e nel 1893 la terra di Sicilia si bagnò del sangue del suo stesso popolo. Le forze dell’ordine, invece di ascoltare il diritto alla terra e al lavoro di ogni uomo, avevano la licenza di sparare a vista. I rivoltosi volevano opporsi al potere, ma non avevano ancora realizzato che i primi da combattere erano proprio coloro che marciavano al loro fianco! Ovvero, i mafiosi che avevano promesso di proteggerli… e che invece li avrebbero schiacciati. Nel frattempo, Don Vito stava tramando l’assassinio di un importante funzionario pubblico. Don Vito, per avvolgere i suoi traffici sotto il velo del silenzio, aveva bisogno di ripulire i suoi soldi. Poteva farlo grazie all’aiuto del Banco di Sicilia. I soldi che entravano in banca provenivano delle estorsioni e del contrabbando. Quando ne uscivano, erano soldi puliti. Ma un giorno ci fu un valoroso funzionario, Emanuele Notarbartolo, che scoprì la verità sul riciclaggio del denaro mafioso. Notarbartolo denunciò tutto. Con questo gesto firmò la sua condanna a morte. Assassinato per mano di Raffaele Pallizzolo: mafioso e membro del Parlamento Italiano. Al danno si aggiunse la beffa. Pallizzolo venne condannato a trent’anni di carcere per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, che invece di farsi gli affari suoi, aveva parlato. Don Vito Cascioferro non solo aveva fatto eleggere Pallizzolo in Parlamento, ma riuscì perfino a non fargli scontare nemmeno un giorno di galera. Il tribunale che aveva condannato Pallizzolo venne accusato di discriminazione nei confronti dei siciliani.
La Corte d’Appello, un anno dopo, lo prosciolse. Tutti nascosero la testa nella sabbia, come se Notarbartolo non fosse mai morto. Nel 1908, poi, Don Vito mandò Pallizzolo alla conquista degli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti la mafia si chiamava “mano nera”, ed era un affare tutto italiano. Gli emigranti avevano portato con sé la vecchia abitudine di prendersela con i più deboli. La promessa di protezione e i favori erano le armi da sempre usate per assoggettare, e fu così anche nel Nuovo Mondo. Con l’unica differenza che la mano nera era disorganizzata e chiassosa, e ben presto fece parlare di sé. Arresti, omicidi illustri, linciaggi: il ventesimo secolo cominciò per l’America all’insegna della criminalità organizzata. L’America fu teatro della prima faida tra bande che la storia ricordi. Nessuno riusciva a fermare la spirale di violenza che portò la cosiddetta Guerra delle Arance…
La mafia nacque alla fine dell’800 ad opera di un gruppo di uomini che sfruttavano la povertà e l’ ignoranza del popolo siciliano e l’assenza dello Stato.
La Sicilia assisteva all’ascesa di uomini come Don Vito Cascioferro, che si faceva chiamare padrino in segno di rispetto. E nel frattempo, Don Vito e i suoi se la facevano da padroni: corrompevano funzionari pubblici, e si arricchivano con il contrabbando di merci e uomini. Gli emigranti italiani, poi, esportarono la mafia negli Stati Uniti infliggendo la stessa oppressione da cui erano fuggiti. In America le lotte per il controllo del contrabbando e delle aree portuali sfociarono, intorno al 1890, nella sanguinosa Guerra della Arance. Le famiglie rivali dei Matranga e dei Provenzano furono le protagoniste, a New Orleans, della Guerra delle Arance. Una sorta di tassa di sbarco doveva essere pagata alla mafia sia per l’attracco sia per lo scarico delle merci. Il racket era talmente proficuo che la guerra fece più di quaranta morti e si estese fino a New York. Qui, la mafia uccise il capo della polizia, e le conseguenze furono disastrose. Vennero arrestati alcuni sospettati, e la folla inferocita, armata di spranghe, prese d’assalto la prigione federale dov’erano rinchiusi. Si avventò sui sospettati e li trascinò in strada per linciarli. Tutti i giornali il giorno dopo titolarono: “giustizia è fatta”. La completa sfiducia nei confronti delle Stato era così diffusa che tutti, anche gli uomini più timorosi, preferivano farsi giustizia da soli. Così, per calmare gli animi, il Presidente in persona chiese scusa alle famiglie dei sospettati, attaccati così brutalmente, e le risarcì di danni morali e fisici. La gente non sapeva più a chi credere. Le due famiglie rivali, Mantraga e Provenzano, dichiararono una tregua perché troppi morti avrebbero indebolito la mafia. Incarnarono così il detto mafioso: “piegati giunco che il fiume è in piena”. Purtroppo però, lo smacco più grande della mafia allo Stato, in questo inizio di secolo, doveva ancora arrivare. Don Vito Cascioferro, sempre più potente, una volta calmate le acque, decise di mandare il suo uomo di fiducia, uomo d’onore e abile politicante, Raffaele Pallizzolo, a parlare con le famiglie americane. Le principali fonti d’introito della mafia americana erano il racket della prostituzione, il riciclaggio e il contrabbando. Pallizzolo propose alle famiglie di formare un’organizzazione unitaria, assicurando ad ogni famiglia la sua zona di influenza e la sua specialità criminale. Gli propose inoltre la scalata ai vertici della politica, così come in Italia, a cominciare dai sindacati. Il discorso di Pallizzolo convinse tutti, e l’alleanza tra mafia italiana e americana divenne un patto d’acciaio. Dopo
la Guerra delle Arance, la polizia americana era decisa a fronteggiare questo nuovo nemico che fino a quel momento era rimasto nell’ombra. Si formò una squadra di poliziotti italo-americani che avevano una sola missione: annientare la mafia. Si pensava infatti che la conoscenza della lingua e della cultura italiana avrebbe facilitato gli agenti della cosiddetta “Italian Legion”. Il capitano era Joe Petrosino. Petrosino studiò a fondo il suo nemico e si concentrò subito sul viaggio di Pallizzolo negli stati Uniti. Comprese l’importanza e la gravità del suo discorso, e capì che dietro di lui c’era il boss Don Vito Cascioferro. Così si fece mandare a Palermo in incognito per estirpare il male alla radice. Un poliziotto coraggioso, dall’America, sbarcò in Sicilia. Pochi mesi dopo, lo stesso uomo corpulento e paffuto venne ucciso da quattro colpi di rivoltella all’uscita di un ristorante a Palermo. Restarono solo due ombre sparite nel buio e un verbale della polizia che ne parlava in questi termini: “aveva il volto fiero, stravolto da un senso di rabbia e di impotenza”. Joe Petrosino era morto. Aveva fatto il possibile, ma non era stato abbastanza. Era stato scoperto perché lo stesso capo della polizia aveva venduto la notizia ai giornali. Don Vito Cascioferro, che operava in strettissimo accordo con la mano nera, aveva fatto un favore ai cugini americani. Favore che presto ricambiarono. La morte di Joe Petrosino siglò l’alleanza tra le famiglie di cosa nostra. La mafia cercò il silenzio e la segretezza per non compromettere gli affari, e per questo continuò a crescere. Altri uomini presero esempio dal cinismo e dalla discrezione di Don Vito… uomini come Don Calogero Vizzini. Anche lui si fece passare per sindacalista: trovò lavoro ai disoccupati, e nascose i coscritti alla scoppio della prima guerra mondiale. Le sue miniere, dove gli operai lavoravano notte e giorno, nudi, per sopportare il calore, fornirono lo zolfo all’intero esercito italiano. La guerra portò a Don Vizzini una ricchezza e un potere enormi per quegli anni… e soprattutto l’ eterna riconoscenza degli uomini che contano. All’inizio del ‘900 l’alleanza tra mafia italiana e mafia americana divenne sempre più pericolosa. Il boss italiano Don Vito Cascioferro convinse le famiglie americane a formare un’organizzazione più unita che mirasse ai vertici della politica. Anche la polizia americana si organizzò per combattere la mano nera, con una squadra speciale guidata da Joe Petrosino. Il giovane poliziotto venne ucciso a Palermo dagli uomini di Don Vito, su richiesta dei cugini americani. La mafia era ormai infiltrata in ogni angolo della vita sociale, tanto che fu proprio un altro padrino, Don Calogero Vizzini, ad arricchirsi grazie alla prima guerra mondiale. Don Calogero Vizzini fornì lo zolfo a tutto l’esercito italiano. La sua storia fu quella dei mafiosi illustri: allontanati durante il fascismo, fu anche lui rimesso al suo posto dalla seconda guerra mondiale. Gli americani avevano bisogno di porti sicuri nei quali sbarcare, e i mafiosi erano ben contenti di assicurarglieli, dietro abbondante compenso. Don Calogero morì a settantasette anni con un patrimonio di miliardi. Aveva fondato una fabbrica di dolciumi in Sicilia insieme al boss Lucky Luciano. Dentro ai dolci, al posto della mandorla, c’era l’eroina. Rimase indenne a guerre di mafia, incursioni dello Stato, agguati. In silenzio, con le mani nei dolci, a farsi beffe del mondo intero. Don Vito Cascioferro fu il primo grande padrino della mafia. Intorno al suo nome c’era un alone di leggenda. Restò invisibile per molto tempo agli occhi della legge. Era l’amico degli amici, si occupava di tutti. Ma ogni favore si pagava a caro prezzo. Si inventò il guadagno facile dell’estorsione, taglieggiando contemporaneamente braccianti e proprietari. Lui “ bagnava il becco”, detto anche il pizzo, negli affari dei commercianti. Finì in galera con l’accusa di contrabbando. Intanto, il suo uomo di fiducia in America scatenava per ripicca
la Guerra dei Castellammaresi. Ma questa è un’altra storia. Perché le storie di mafia non hanno una fine, ma si intrecciano, e si aggrovigliano come un filo rosso di sangue, che continua ad avvolgerci. |
|
|
 |
|
|
|
|
 |
|
 |
| Un capolavoro di Leonardo da Vinci, una vicenda destinata a restare nelle cronache come un fatto sensazionale. L’improvvisa sparizione dal Museo del Louvre dell’enigmatico sorriso della Monna Lisa.
La pittura come espressione di sogno tra enigma e perfetti equilibri di poesia.La Monna Lisa, l’ipnotica donna raffigurata dal genio assoluto di Leonardo da Vinci, sembra destinata ad essere protagonista di un mistero infinito. Quell’opera tramutatasi in un’icona dai molteplici significati continua ancora oggi a creare nelle analisi dei critici parecchi interrogativi. Tutti però nel 1911 iniziarono a temere di non poter mai più contemplare quell’eccezionale sorriso: infatti la Monna Lisa in quegli anni in cui Parigi era stregata dal cinema si ritrovò improvvisamente orfana del suo prestigioso quadro. Qualcuno portò a termine una missione all’apparenza irrealizzabile per qualsiasi bandito. Un ladro geniale era riuscito a fare il colpo del secolo, aveva rubato la Gioconda. Il museo Louvre quel 21 agosto del 1911 respirava nella stessa atmosfera di una meravigliosa cattedrale deserta. Era lunedì, un giorno abitualmente di chiusura al pubblico. Per accedere a contemplare quelle opere d’arte era necessario avere un permesso speciale. Il pittore Louis Beroud era uno dei privilegiati a cui era consentito entrare nel museo per copiare i quadri. Quella mattina il pittore aveva lo stesso entusiasmo che aveva sempre caratterizzato quelle ore di solitudine, nelle quali poteva entrare in perfetta simbiosi con un’opera d’arte, riproducendola. Doveva copiare la Gioconda. Sistemò il cavalletto e i pennelli ed alzò poi gli occhi per dare uno sguardo al capolavoro. In quello stesso momento rimase sbigottito. Il quadro era incredibilmente sparito.
L’allarme che lanciò il pittore Boroud aveva il retrogusto dello scherzo. Alcuni addetti alla sorveglianza del museo Louvre pensarono che quel copista quella mattina avesse voglia di prenderli un po’in giro, tra l’altro con un’affermazione che risultava così improbabile da rivelarsi una velleità di burla. Nello sguardo di quel pittore c’era però un puro stupore che iniziò ad insospettire. Era bravo a fingere? Oppure stava realmente comunicando un fatto eccezionale? Dopo due minuti venne svelato il mistero. La Monna Lisa, l’opera più nota germogliata dal genio di Leonardo, era stata rubata.
Dare inizio ad una forsennata caccia al ladro, nel caso del furto della Gioconda, significava setacciare tutta Parigi. Gli investigatori sapevano però che la missione di ritrovare l’opera molto difficilmente si sarebbe risolta in breve tempo. La notizia in poche ore venne comunicata. In ogni continente quello straordinario furto si tramutò in un caso che iniziò ad ispirare le più diverse ipotesi riguardo all’artefice di quella operazione, ma anche in riferimento ai luoghi nei quali si poteva trovare il ritratto. Tutti però si chiedevano come fosse stato possibile permettere a qualcuno di impossessarsi della Monna Lisa. Il giallo sembrava davvero irrisolvibile. Quando si verifica un evento eclatante, per gli inquirenti a cui viene affidato l’onere di tentare di risolvere il caso, significa sempre essere catapultati inevitabilmente in uno stato psichico di perenne tensione. Sapere che tutto il pianeta non attendeva altro che rivedere l’enigmatico sorriso della Gioconda per gli investigatori diventò una specie di avventura che poteva durare altri pochi minuti, oppure essere tramandata nei secoli, dando alle future generazioni la missione di scovare il quadro. Le piste seguite per trovare la Monna Lisa furono molte e spesso coinvolsero anche alcuni poteri internazionali. I sospetti potenzialmente avrebbero potuto anche creare gravi problemi diplomatici. Una delle ipotesi per ritrovare la Gioconda creò degli enormi problemi tra Francia e Germania, che in quegli anni che precedevano la prima guerra mondale, avevano già dei rapporti molto tesi. Alcuni investigatori francesi accusarono del furto gli agenti di Guglielmo II. Quell’affermazione contribuì ad aumentare l’odio tra i due paesi. La voce a Parigi era principalmente una e sosteneva le responsabilità della Germania che non contenta di rubare le colonie in Africa aveva cominciato ad impadronirsi anche delle opere d’arte francesi. Si trattava chiaramente di un’accusa molto tagliente, e la risposta tedesca non si fece attendere.
La Germania tramite i suoi poteri politici rispose alle accuse di furto della Gioconda, architettando una meticolosa descrizione del fatto che faceva pensare ad un complotto molto intrigante. Secondo la tesi tedesca il governo francese era certamente a conoscenza del luogo in cui era custodita l’opera di Leonardo ed aveva inscenato il furto per offendere l’onore della Germania agli occhi del pianeta. Tra quelle polemiche molti sembravano rassegnati ad immaginare il futuro della Monna Lisa come un quadro destinato a diventare leggendario, non più soltanto come espressione di eccezionale poesia pittorica, ma anche per la sua incredibile sparizione. Il furto di un’opera d’arte da un qualsiasi museo è un’impresa criminale che appare impossibile da verificarsi oggi come nel 1911. Nonostante tutto però in diversi casi alcuni ladri dalla straordinaria scaltrezza sono riusciti a costruire un piano perfetto e a portarlo a compimento per rubare opere d’arte di una notorietà così ampia da non poter neanche essere vendute in qualsiasi mercato illegale. Il furto della Gioconda poteva apparire come un eccellente argomento per raccontare un giallo dagli innumerevoli risvolti. Le strade da perseguire per provare a ritrovare l’opera erano una miriade. Dopo gli aspri dissidi diplomatici tra il governo di Parigi e la Germania, il sospettato principale come artefice del furto della Monna Lisa, diventò un giovane scrittore. Era un certo Monsier Kostrowiteky, che però si firmava con lo pseudonimo di Guillaume Apollinaire. In quegli anni di profonda incertezza sulle sorti della Gioconda, venne immediatamente arrestato, tramutandosi in un odiato capro espiatorio. Perché però gli agenti accusarono quel poeta? Quali misteriosi interessi poteva mai avere un giovane scrittore futurista a rubare il capolavoro di Leonardo da Vinci?
L’accusa di aver rubato la Gioconda rivolta al poeta Apollinaire, era il risultato di una sofisticata ed improbabile ricostruzione dei fatti da parte degli inquirenti che erano partiti da alcune affermazioni di quello scrittore. Quel giovane dalle idee molto radicali era legato al movimento futurista, che avallava, per dirla in breve, una innovativa forma estetica. Apollinaire, a causa delle sue idee, fu arrestato perché qualcuno avanzò l’ipotesi che avesse preso alla lettera alcuni slogan del Futurismo, nei quali veniva provocatoriamente detto di distruggere i capolavori dei musei per dare spazio all’arte nuova.
La pista che vedeva come colpevole del furto della Monna Lisa il giovane poeta Apollinaire era a dir poco ridicola e ben presto decaddero tutti i sospetti nei suoi confronti. Quegli investigatori sembravano però ossessionati dal dover ad ogni costo risolvere il caso e quindi iniziarono una sorta di caccia alle streghe in tutta Parigi. Ogni francese sapeva che svegliandosi la mattina e leggendo Le Figaro o qualsiasi altro quotidiano si sarebbe potuto ritrovare ad essere additato come l’ipotetico responsabile della sparizione dell’opera di Leonardo. La nevrosi generale sembrava non avere fine.
In quel vorticoso marasma di accuse, in quel martellante conto alla rovescia per ritrovare la Gioconda, si ritrovò coinvolto anche Pablo Picasso. Il geniale pittore spagnolo dallo stile rivoluzionario una mattina sentì bussare alla sua porta con maleducata veemenza. Quando si ritrovò davanti degli agenti che lo accusavano di aver rubato il tanto agognato ritratto pensò che si trattasse di uno scherzo, ma ben presto capì quali erano le reali circostanze. Prelevato dalla sua abitazione che si trovava sulla collina di Montmartre, Picasso venne arrestato. Poteva essere davvero lui ad essersi appropriato della Monna Lisa?
L’accusa a Pablo Picasso in breve decadde come tante altre. Quegli agenti sembravano davvero incapaci di arrivare a dare risposte certe per ritrovare la Gioconda. Ogni volta che sembravano avvicinarsi alla risoluzione del caso, determinavano spiacevoli malintesi che naturalmente offendevano chi veniva accusato del furto. Ormai gli agenti apparivano come non più credibili. Il museo Louvre secondo tanti parigini non avrebbe mai più potuto vantare di accogliere la prestigiosa opera di Leonardo. Il rebus non poteva però terminare ed anche tra la sfiducia di tutti verso gli investigatori, le indagini continuavano.
Il furto della Gioconda fece molti danni anche alle organizzazioni malavitose che strisciavano nei bassifondi di Parigi. Infatti quelle strade oscure e maleodoranti brulicavano di agenti in borghese, che tentavano di carpire una parola, uno sguardo anche solo accennato o qualsiasi altro indizio che li avesse poi portati a ritrovare la Monna Lisa. Inevitabilmente quelle squadre di agenti che si aggiravano in quell’universo di criminali limitavano molte attività illegali. Di riflesso la Monna Lisa era riuscita persino a migliorare le condizioni di vita di Parigi, ma contemporaneamente stava davvero condannando alla pazzia molti investigatori. Il suo intrigante sorriso sembrava quasi farla apparire complice di chi aveva realizzato il furto del secolo. Un mistero costituito da risvolti oscuri che nessun investigatore sembrava in grado di illuminare. La scomparsa della Gioconda tenne per molti mesi in apprensione tutti gli estimatori di quel singolare enigmatico sorriso. L’idea di non poter mai più ammirare la Monna Lisa era come il naufragio di quel vascello dei sogni appartenente all’immaginario di tutti coloro che erano sempre stati affascinati dall’opera di Leonardo. Le indagini ogni volta non portavano ad altro che alla malinconica constatazione che forse il ritratto non sarebbe stato mai ritrovato. Ma proprio quando in molti si erano quasi del tutto rassegnati, ci fu un sensazionale colpo di scena.
Nel dicembre del 1913, dopo poco più di due anni dal giorno del furto, la Monna Lisa riapparve. Del celebre quadro ne era entrato in possesso un collezionista fiorentino. Come era stato mai possibile però acquistare la Gioconda? Questa era la domanda di tutti li inquirenti. Ben presto emerse una storia quasi comica, che per due anni aveva fatto convogliare le forze dell’ordine di tutta Europa per ritrovare quell’opera. Il ladro non era una specie di geniale Arsenio Lupin, come molti avevano romanticamente fantasticato. La realtà era molto più spicciola e priva di fascino; nonostante tutto però il caso pur essendo finalmente chiuso continuò a suscitare curiosità. Tutti volevano sapere chi era riuscito a rubare la Gioconda. Il signor Vincenzo Perugia era un italiano emigrato a Parigi che pur di lavorare nel museo del Louvre aveva svolto varie mansioni. Il fascino che gli suscitava l’arte ed in particolare la Gioconda costituiva realmente la sua principale ragione di vita. Quando una mattina si ritrovò solo davanti alla Monna Lisa venne preso quasi da un impulso di cleptomania e si portò via il quadro. Per 28 mesi, mentre in tutta Parigi c’era la caccia a quel capolavoro, Vincenzo custodiva il quadro in una valigia sotto al suo letto. Soltanto quando ingenuamente decise di vendere il ritratto della Gioconda ad un collezionista di Firenze venne smascherato ed arrestato. In realtà quell’individuo era sinceramente convinto che la sua missione esistenziale fosse restituire la Monna Lisa all’Italia. |
|
|
 |
|
|
|