Quando nel dicembre 1944, profilandosi la fine
delle ostilità, il governo Bonomi cominciò
ad elaborare i piani per il rimpatrio dei prigionieri
di guerra si capì che per scongiurare
le conseguenze di un ritorno caotico
occorrevano misure drastiche.
L’Italia stremata disponeva di risorse scarsissime,
i trasporti erano inesistenti e l’emergenza abitativa
drammatica a seguito dei bombardamenti. Si optò
per rientri a intervalli regolari e a scaglioni limitati,
meglio gestibili e controllabili. Per questa ragione
molti soldati catturati dalle forze alleate tornarono
a casa quando la guerra era finita da mesi,
se non da un anno e più.
Di fronte alla marea dei 522.174 prigionieri
degli Anglo-americani censiti per difetto
dal generale Pietro Gazzera incaricato nell’aprile ’44
dal maresciallo Badoglio (di essi, oltre 50mila erano
nei campi di concentramento al di là dell’oceano,
sul territorio degli Stati Uniti),
non fu possibile agire diversamente.
I primi costretti ad arrendersi agli Inglesi erano stati
i combattenti dell’Africa orientale, Eritrea, Somalia,
Etiopia. L’effimero impero di Mussolini cessò
di esistere con la capitolazione del vicerè Amedeo
di Aosta il 17 maggio 1941, anche se tentativi
di resistenza continuarono fino a novembre. Centomila prigionieri finirono così nei campi allestiti
in Kenia, in Sud Africa e perfino in India. Il duca d’Aosta
morì prigioniero di guerra a Nairobi il 3 marzo 1942.
Oltre ai militari catturati sul suolo italiano prima
dell’armistizio, ad accrescere enormemente
il numero dei prigionieri degli Alleati fu il disastro
in Africa settentrionale, la perdita della Libia,
l’arretramento fino alla Tunisia, la resa delle forze
dell’Asse ai britannici, agli americani e ai francesi
di De Gaulle nel 1943. Nella sola ritirata
da El Alamein (novembre ’42) i prigionieri
italiani furono 16mila.
A fine guerra rientreranno complessivamente
in 410mila da parte inglese, 125mila da parte
americana, 37mila da parte francese. |
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Dopo l’armistizio le retate dei tedeschi:
soldati umiliati e costretti a lavorare |
Dopo la pubblicazione dell’armistizio tra Regno
d’Italia e Alleati (firmato a Cassibile il 3 settembre 1943,
ma reso noto la sera dell’8) le Forze armate italiane,
fino a quel momento alleate dei tedeschi, furono
considerate nemiche dai nazisti. Quasi 700mila nostri
soldati finirono prigionieri e deportati in Germania.
Pochi coloro che, aderendo alla Repubblica sociale
di Mussolini, accettarono di essere inquadrati
nelle formazioni fasciste. La cattura degli italiani
avvenne sia sul territorio nazionale, sia in Grecia,
nell’Egeo, nei Balcani. Singolare e penosissimo
il destino di questi militari, vittime di infinite
umiliazioni e di un declassamento agli ultimi gradini
di una scala definita in base a criteri politici,
economici e razziali. Dapprima considerati
prigionieri di guerra, con la nascita della Rsi
vengono classificati come internati militari.
Dall’autunno del ’44 diventeranno «lavoratori civili»,
largamente utilizzati dall’apparato economico tedesco.
A guerra finita, nei campi di transito in vista del rientro
vennero registrati 635.132 militari internati italiani. |
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I misteri della campagna di Russia:
gli ultimi rientri solo nel 1954 |
Presentare cifre esaustive rispetto al dramma
dei prigionieri di guerra italiani catturati dall’Armata
rossa è ancora oggi impresa proibitiva. Di certo
si può dire che furono necessarie 700 tradotte
per trasferire gli uomini del Csir (Corpo
di spedizione italiano in Russia) e poi dell’Armir
(Armata italiana in Russia) sul fronte orientale.
Per rimpatriare i superstiti dopo l’epica ritirata
del 1943 di tradotte ne bastarono 17.
Quanti i prigionieri dei sovietici che affrontarono
un calvario inenarrabile che spesso si concludeva
con la morte, sia nei campi al di qua degli Urali
sia in quelli disseminati in pieno territorio siberiano?
Forse 80mila secondo alcune fonti, forse 60mila
secondo altre. Al ministero della Difesa esiste
un archivio con i nomi di 90mila militari che non
sono tornati dalle steppe, ma l’elenco comprende
anche i dispersi. Quello che è sicuro è che
a tornare dalla prigionia sono stati poco più
di 10mila sopravvissuti alla fame e agli stenti.
Gli ultimi furono rimpatriati (via Vienna) solo
nel febbraio del 1954.
Antonio Giorgi
da AVVENIRE 8 novembre 2007 |
Ci sono anche le tragedie
dei prigionieri periti in mare |
[...] Ma vanno ricordate anche tragedie come
quella della nave inglese 'Laconia', silurata
sessantacinque anni fa nell’Oceano Altantico.
Affondò con 1.400 prigionieri italiani.
L’ordine tassativo e inumano del comandante
della scorta ai prigionieri --'non aprire le celle' -
li condannò a una morte orribile.
E da commemorare sono i 118 italiani che
perirono nell’esplosione della nave 'Nova Scotia',
i cui resti sono sepolti in due tombe comuni a Durban. [...]
Claudio Monici
da AVVENIRE, 8 novembre 2007 |
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