Santa patria «Non fuggiremo
davanti ai terroristi». «Li
fronteggeremo ma senza odiarli». Così il cardinale Ruini
celebra i
funerali dei morti di Nassiriya. La prosecuzione della missione in Iraq
è benedetta Grande folla alle esequie di stato, tripudio di
bandiere,
dirette tv, tensioni nella chiesa. La patria affoga nella retorica.
Sepolte le diciannove vittime italiane, la guerra continua ALLE PAGINE
2/3/4 [pubblicato in
<http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Novembre-2003/art7.html>]
editoriale
IL MANIFESTO Che cosa ci è successo RICCARDO BARENGHI
Chiedo
scusa a tutti i lettori perché finora non ho
avuto il tempo fisico e mentale per raccontarvi la discussione che ha
impegnato il nostro collettivo da circa un mese e mezzo: d'altra parte
non era semplice, coi tempi tirannici imposti dalla fattura di un
quotidiano, fornire un'informazione puntuale di un dibattito lungo e
complesso. Scusatemi anche per la lunghezza di questo articolo, ma la
sfiducia è una cosa seria. Tenterò di spiegare i fatti
dal mio punto di
vista, senza reticenze e senza espedienti retorici. Toccherà ad
altri,
eventualmente, scrivere un resoconto da una prospettiva diversa e
indicare il percorso che porterà a un nuovo assetto del
giornale,
politico, giornalistico, editoriale e della sua direzione.
Dirigiamo questo giornale, Roberta
Carlini ed io, dal marzo del `98,
sono cinque anni e mezzo in cui è accaduto più o meno di
tutto in
Italia e nel mondo. Quando fummo eletti, a palazzo Chigi c'era ancora
Prodi (sarebbe caduto sei mesi dopo), alla Casa bianca Clinton e tutta
l'Europa era governata dal centrosinistra. Non sono stati anni facili
per il manifesto,
stretto tra crisi economiche gravissime e una situazione politica che
aveva creato una sorta di senso comune nella sinistra, per cui chi
criticava l'Ulivo era una quinta colonna, un nemico della patria, uno
che alla fin fine faceva il gioco di Berlusconi. Non era così, e
molti
se ne accorsero dopo la sconfitta del 2001: solo allora si sentirono
riecheggiare nelle piazze tutte le nostre critiche ai governi del
centrosinistra - da quelle rivolte a una politica economica ispirata
dal mercato come unica idea possibile, alla guerra umanitaria e
«di
sinistra», alle espulsioni o internamento degli immigrati, alla
flessibilità del lavoro, alla concertazione sindacale, alla
riduzione
del welfare. Avevamo detto e ripetuto fino alla nausea che ben altra
politica avrebbe dovuto fare un governo sia pur vagamente di sinistra,
invece di seguire un tragitto che si sarebbe rivelato suicida e che
avrebbe spianato la strada alla destra. Come purtroppo è
avvenuto.
Gli anni successivi, dal 2001 in poi,
sono stati anni del tutto
diversi. In Italia arriva Berlusconi, in America è già
arrivato Bush, a
Genova esplode il movimento dei movimenti e si manifesta con violenza
ciò che la nostra destra intende per democrazia e stato di
diritto. Due
mesi dopo vengono abbattute le due torri e uccise migliaia di persone,
il terrorismo internazionale ci fa sapere così di che cosa
è capace e
qual è la sua concezione della democrazia, dello stato di
diritto, ci
fa sapere quale valore dà alla vita umana: zero.
La risposta sarà la guerra,
quella in Afghanistan seguita da quella
all'Iraq (in corso a tutt'oggi), altre si annunciano. In Palestina, la
situazione peggiora di ora in ora, alla repressione del governo di
Israele si risponde ormai solo col terrore dei kamikaze. Ovunque nel
mondo parlano le armi.
Ma c'è ancora chi parla con il
linguaggio della politica, soprattutto
in Italia. Dove tra la seconda metà del 2001 e la primavera di
quest'anno milioni di persone rendono visibile la loro indignazione,
movimenti diversi tra loro che si incrociano, si contaminano e si
ritrovano sulla difesa di alcuni valori fondamentali: i diritti
individuali e collettivi, la pace, la democrazia, l'informazione, la
giustizia, il lavoro. Sono movimenti che non solo si oppongono
all'ideologia di chi ha oggi il potere, ma sfidano apertamente la
sinistra istituzionale, da D'Alema a Fassino, da Rutelli fino a
Bertinotti. Chiedono un cambio radicale di linea politica, chiedono
anche un cambio di gruppi dirigenti.SEGUE IN ULTIMA PAGINA [pubblicato in
<http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Novembre-2003/art11.html>]
il manifesto - 19 Novembre 2003
pagina
18
Una
lunga discussione sulla politica mondiale e
nazionale, la destra e la sinistra, i movimenti, l'11 settembre, la
guerra e il terrorismo, Berlusconi e il berlusconismo dell'Italia, la
politica economica, il lavoro, i diritti, il giornale che abbiamo
fatto, le proposte per quello di domani. Alla fine un voto sulla
direzione che ha dato esito negativo. Il racconto di un mese e mezzo di
assemblea, scritto da chi vi ha partecipato in prima persona. Nel vero
senso della parola Più o meno
vedono in Cofferati l'uomo giusto al
posto giusto, colui insomma in grado di rappresentarli e di smuovere le
acque stagnanti di una sinistra stanca, sconfitta e soprattutto che ha
smarrito la sua ragion d'essere. Il
manifesto ha raccontato,
analizzato e commentato quel che via via accadeva, ci siamo schierati
contro tutte le guerre (anche quelle di sinistra), abbiamo appoggiato,
anzi siamo stati nei movimenti, ne abbiamo visto le
potenzialità,
abbiamo tentato di proporre anche soluzioni politiche, la nascita
cioè
di una nuova forza che appunto sull'onda di quei movimenti terremotasse
i partiti esistenti. Anche noi abbiamo visto in Cofferati la persona
adatta a quel compito, malgrado se stesso e la sua politica sindacale
che negli anni scorsi non avevamo mai risparmiato di critiche, anche
pesanti. Ma come si dice, il contesto fa il testo. Era appunto il
contesto che ci interessava perché vi leggevamo una potenziale
novità
politica, sia per quello era sia per quello che avrebbe potuto essere.
E' evidente che tutto quel che
è accaduto in questi cinque anni non poteva che portare il manifesto
a una discussione di fondo, sul nostro ruolo, su che tipo di giornale
fare, come rinnovarlo e adeguarlo alla precipitazione dei mutamenti in
atto. La stessa direzione aveva bisogno di una verifica, nel merito
della politica e nel metodo del suo lavoro. In questo arco di tempo il
giornale è cresciuto sia in termini di influenza politica sia in
termini di vendite. Ha ricambiato formato, abbandonando il tabloid e
riproponendosi con la sua faccia originaria, e soprattutto rimettendo
la scrittura in primo piano. Anche i conti dell'azienda sono meno
drammatici, il nostro Consiglio d'amministrazione è perfino
riuscito ad
aumentare un pochino i nostri bassi salari.
Ma il 17 maggio scorso abbiamo
perduto Luigi Pintor e non so se riusciremo mai a farcene una ragione.
Non mancava insomma la materia per
discutere. La nostra assemblea,
promossa e organizzata dalla direzione, è cominciata con
l'analisi di
un sondaggio svolto via internet nel mese di giugno, al quale hanno
risposto 2500 lettori. Un sondaggio sul giornale dal quale sono venuti
grandi apprezzamenti ma anche critiche e molte domande. Apprezzamenti
alla prima pagina, ai titoli, agli editoriali, ai corsivi di jena, alla
politica estera e interna, alla cultura, all'articolo di ultima pagina,
alle analisi di largo respiro. Critiche implicite erano leggibili nel
basso gradimento incontrato da altre pagine del giornale, insieme al
fastidio manifesto per un linguaggio spesso troppo specialistico o
talvolta addirittura difficilmente comprensibile. Molte richieste si
sono concentrate sull'esigenza di dare più spazio ai movimenti
sociali,
alle questioni che riguardano l'ambiente, agli articoli di
approfondimento. Non è che una una fotografia sintetica e
affrettata ma
nelle prossime settimane renderemo pubblici i risultati completi del
sondaggio.
Siamo poi passati all'analisi della
situazione politica che abbiamo di
fronte, globale e nazionale. Abbiamo discusso della guerra, del
terrorismo islamico e del suo retroterra culturale. Abbiamo cercato di
interrogare le ragioni del fondamentalismo, quello religioso e quello
economico nelle sue derive neoliberiste. Abbiamo parlato di Berlusconi
e della sinistra che c'è (e non ci piace).
Una tra le questioni che ci ha diviso
riguarda l'ottica con cui
guardare all'integralismo e al terrorismo islamico: chi scrive pensa
che non possa essere una risposta a l'altro integralismo (anch'esso
religioso, oltre che economico, politico, militare e ideologico) che
oggi pretende di dominare il mondo. E che non sia corretto né
proficuo
ragionare in termini di pericolo principale, perché - fatte le
debite
proporzioni - entrambi i pericoli sono principali. Entrambi mettono in
gioco vite umane, e mettono in moto un micidiale meccanismo di
regressione, culturale ancor prima che politica. Un ritorno alla legge
della giungla con il sacrificio della propria vita sull'altare del
fanatismo.
Quanto a Berlusconi, batterlo
è un valore in sé, come ha sostenuto chi
scrive, anche sapendo che oggi nemmeno coloro che si auspica vinceranno
sono immuni dal berlusconismo, sia sotto l'aspetto della politica
economica (liberismo selvaggio o moderato) sia sotto quello della
riduzione della democrazia e dei diritti, sia sotto il profilo
culturale e simbolico. Altri hanno sostenuto che se non si sconfigge
prima il berlusconismo, il cui contagio è ormai dilagato in
tutta la
società italiana, l'uscita di scena di Berlusconi non
cambierà granché.
E la sinistra? E' solo quella che siede alla sinistra del presidente
della camera (ovvero un'espressione geografica), dove noi non troviamo
compagni di viaggio (come è stato affermato), oppure per quanto
mal
ridotta e contaminata ha ancora qualche risorsa da spendere nella
direzione da noi auspicata? Gli stessi movimenti sociali, che qui sono
tutti d'accordo nel considerare un enorme patrimonio, come possono o
devono irrompere sulla scena della politica? E la scena della politica
è ancora in grado di accogliere le loro istanze oppure è
ormai un ceto
impermeabile a tutto e tutti? E se così fosse, è giusto
tentare di
togliergliele quell'impermeabile o è meglio non perdere tempo
tanto
sarebbe inutile?
Ancora: il capitalismo può
essere solo neoliberista e selvaggio oppure
vale la pena tentare una sfida alla futura sinistra di governo
perché
si adoperi a renderlo meno feroce, tornando per esempio a un controllo
pubblico sul mercato (che a mio modo di vedere non sarebbe una
quisquilia bensì una fondamentale inversione di tendenza), e a
tutta
una serie di riforme che diano un significato opposto al termine
riformismo oggi così in voga?
Non sono mancati ovviamente accenti
polemici, per esempio quando un
eccesso di politicismo è stato imputato a questa direzione:
troppo
attenta al palazzo e poco al sociale. Una critica legittima anche se
francamente la sento ingiusta, nel senso che proprio non penso di aver
fatto un giornale di palazzo. Certamente la politica, anche quella
istituzionale, ha occupato un posto importante in questi anni, ma la
politica è chi la agisce e chi la subisce, in un perenne
cortocircuito
dentro il quale è sempre stato il manifesto che abbiamo cercato di guidare.
Una simile impostazione politica
prevedeva un giornale che restasse nel
solco di quel che è stato in questi anni , nel corpo e nello
spirito.
Che scommettesse sulla sconfitta della destra (da Bush a Berlusconi),
anche sapendo che chi la sostituirà non promette gran bene. Ma
sapendo
anche che non si tratta delle stesse opzioni sotto diverse spoglie e -
questa è la seconda scommessa - che un passaggio dei poteri
può
costringere la sinistra (chiamiamola così) a modificare se
stessa non
solo in ragione della necessità di prendere le distanze
dall'avversario, ma anche richiamandosi a valori storicamente suoi
riemersi grazie a quei movimenti che calcano la scena prepotentemente.
Un manifesto che
insomma contrastasse la destra passo dopo passo ma sfidasse la sinistra
a non essere più quella che è, e lo facesse su questioni
di contenuto.
Un giornale che non avesse paura della propria ombra e che lanciasse
dunque provocazioni culturali e politiche come in passato abbiamo fatto
(ma troppo poco), dalla discussione sui kamikaze a quella sulla guerra
lunga, dai due partiti unici del centrosinistra ai nuovi terroristi e
il movimento. Che sfuggisse alla tenaglia stupida del «il nemico
del
mio nemico è mio amico», prendendo atto che in quel caso,
guerra contro
terrorismo e viceversa, noi abbiamo solo nemici.
Tradotto in prodotto quotidiano, un
giornale che venisse incontro alle
richieste dei suoi lettori e a quel che di buono è uscito dalla
nostra
discussione. Per esempio con un inserto da pubblicare il giovedì
(i
lettori più vecchi si ricorderanno quella vecchia talpa), che
prendesse
un argomento di attualità e, usando gli strumenti del
giornalismo, ne
sviscerasse tutti gli aspetti, svelandone i segreti, producendo
interviste, inchieste, commenti analisi. Quattro pagine settimanali
che, ne sono certo, avrebbero interessato i nostri lettori e dato
più
profondità al giornale quotidiano.
La direzione ha anche proposto due
iniziative locali, a Napoli e
Bologna. Due pagine, praticamente un foglio, così come
già esistono a
Roma, Milano e Firenze (anch'esse da riformare radicalmente), che
raccontassero quel che in queste città accade attraverso gli
occhi del manifesto
(che non sono quelli degli altri giornali, tantomeno delle loro
cronache locali). In queste due città avevamo avviato
un'indagine di
fattibilità verificando un fortissimo interesse dei nostri
lettori e
anche disponibilità a finanziare l'operazione, da parte di
singoli,
associazioni, sindacati, istituzioni, pubblicità, abbonamenti.
Sull'onda di un'idea interessante
avanzata in assemblea da Gabriele
Polo, ossia il berlusconismo come autobiografia di una nazione (Gobetti
sul fascismo), abbiamo proposto un'altra iniziativa editoriale.
Mettiamo un punto interrogativo a questa suggestione, prendiamola come
un'ipotesi di lavoro e facciamoci un inserto domenicale. Indaghiamo
questo fenomeno, dalla politica alla società. dalla cultura agli
spettacoli, dal piano simbolico a quello del costume. usiamo tutti i
nostri mezzi a disposizione, forze interne, collaboratori vecchi e
nuovi, ricerche già pubblicate, libri, e via dicendo. E
scopriamo se è
vero, scopriamo cioè se l'Italia è berlusconiana a
prescindere da
Berlusconi oppure no.
Infine, abbiamo anche avanzato
proposte di allargamento della
direzione, sempre basandoci sul lavoro svolto finora e su quello che
avremmo potuto svolgere. Rifuggendo cioè da logiche correntizie
o di
cooptazione.
Tutto questo è stato rifiutato
da una parte del giornale. Le critiche
sono state corpose, sia nel numero sia per il ruolo di chi le ha
avanzate, sia nei contenuti. Ne abbiamo già accennato, linea
politica
più radicale, o estrema, con sua traduzione in un giornale che
non
segua l'agenda degli accadimenti così come ci viene proposta dal
potere
ma inverta le priorità, abbandoni il palazzo della politica al
suo
destino e si getti a capofitto sul sociale e i suoi movimenti (è
ovvio
che chi scrive è parziale, e dunque chi le ha avanzate
avrà tutta la
libertà per spiegarle sul giornale). Diverse persone hanno
chiesto un
cambio di direzione, in tutti i sensi. Nessuno però ci ha
accusato di
essere filo ds, accusa che peraltro è resa ridicola dalla
semplice
lettura del manifesto passato e presente.
Insomma un giornale che pretendeva di
essere un quotidiano, conscio dei
suoi limiti ma anche pronto a stare su qualsiasi palla, intervenendo
tempestivamente su quel che accade e si vede ma dando voce anche a quel
che accade ma non si vede. Un giornale radicale ma ironico, rigoroso ma
aperto, capace di avere coraggio anche prendendo posizioni scomode
rispetto al suo pubblico. Schierato ma non settario, più
accogliente
per chi lo legge e più ospitale per chi ci scrive o volesse
scriverci
in futuro. Comunque autonomo e indipendente da chiunque.
Dopo tanti anni di direzione e
un'assemblea così lunga, articolata e
difficile, non dovevamo dimetterci ma non potevano non chiedere un
voto. Roberta Carlini e io volevamo cioè sapere se avevamo
ancora la
fiducia della maggioranza del collettivo per poter continuare a stare
al nostro posto. Sono stati proposti comitati di cogestione,
commissioni che accompagnassero la direzione e via dicendo. Non li
abbiamo accettati perché ci sembrava una strada che avrebbe
aumentato
la confusione invece di fare chiarezza.
La chiarezza è venuta dal
risultato del voto, la direzione non ha
ottenuto la fiducia. Contemporaneamente però non c'è un
esito
altrettanto chiaro in positivo, il giornale è sostanzialmente
diviso in
due e anche tra quei 50 no e gli 11 astenuti non tutti condividono la
proposta alternativa (per ora tra l'altro solo abbozzata). Dunque non
siamo in una situazione semplice. La direzione, come abbiamo detto
prima del voto (ma come era scontato che fosse), resta in carica fino a
quando il giornale non ne avrà un'altra, eletta dal collettivo.
Il
Consiglio di amministrazione, l'unico organismo con pieni poteri, ha
avviato una serie di consultazioni per arrivare almeno a un percorso
condiviso.
Penso che a questo punto l'onore e
l'onere della proposta tocchi a chi
ha votato no e soprattutto a chi quel no ha promosso, chiedendo
addirittura una rifondazione del manifesto (ma le rifondazioni di
solito si fanno quando l'oggetto in questione cambia nome o addirittura
natura, o perde la autonomia o ragion d'essere: noi non li abbiamo
persi). A chi insomma ha voluto aprire questa crisi. Una proposta che
sia politica, editoriale, giornalistica e di gruppo dirigente. Dopo di
che ne discuteremo e la voteremo (informandone tempestivamente i
lettori). Se otterrà la maggioranza di sì, il manifesto
avrà una nuova direzione. Altrimenti continueremo a discutere
fino a
quando non avremo trovato la soluzione più convincente. E'
faticosa ma
si chiama democrazia.
(Riccardo Barenghi)
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