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abbreviatores litteras notatas [minuta] et redactionem breviatam redigebant.

Abusio seu catacresis: pes montis, manus Dei

ACCLAMATIO

L'acclamazione in generale esprimeva con grida l'approvazione o il consenso per un personaggio o un'iniziativa da parte di molte persone, a volte riunite in assemblea. A Roma l'acclamazione era la cerimonia decretata al generale vincitore, e anche l'elezione dell'imperatore da parte delle truppe, fatta a voce, senza ricorso ai voti. Per acclamazione si poteva pure eleggere il Pontefice Romano.

Acclamazioni liturgiche sono invece le brevi formule con cui l'assemblea risponde alle preghiere, alle letture, alle ammonizioni durante la celebrazione dei sacri misteri. Al saluto: Dominus vobiscum si acclama: Et cum spiritu tuo; si ripete il litanico: Kyrie eleison (forse di origine pagana; Christe eleison è di origine occidentale, e non era nota in Oriente: Greg. M., Registrum, IX, Ep. 26: PL 77, 956); Amen, in uso nella sinagoga, esprime l'assenso alle preghiere solenni (Giust., I Apol. 65, 3-4) e all'eucaristia: «Non otiose dicis tu Amen, iam in spiritu confitens quod accipies Corpus Christi. Cum ergo tu petieris, dicit tibi sacerdos Corpus Christi et tu dicis Amen, hoc est Verum. Quod confitetur lingua teneat affectus» (Ambr., De Sacram., IV, 25: SCh 25 bis, 116; Aug., Serm. 272; 334, 362). Amen, importata dall'ebraico, è frequente sulla bocca del Salvatore (28 volte in Mt, e duplicata 26 volte in Gv); deriva dal verbo aman, 'rafforzare' o 'confermare' (I Paral, xvi, 36; Ps., cv, 48; Tobias, ix, 12); nei LXX è tradotta con genoito, genoito, e nella Vulgata con fiat, fiat; il testo Massoretico ha Amen, Alleluia; il Talmud afferma che Amen non veniva detto nel tempio ma solo nella sinagoga (Edersheim, The Temple, p. 127), forse non era proibito nel tempio, ma la risposta dell'assemblea non doveva interrompere la solennità del rito; l'uso liturgico è implicito in I Cor., xiv, 16: pos erei to amen epi te se eucharistia; la ''Didache'' o ''Insegnamento dei Dodici Apostoli'', riporta l'Amen solo una volta e in compagnia di maranatha; Policarpo, A.D. 155, conclude la sua preghiera prima del martirio con Amen, e subito dopo si da fuoco alla pira; le Constitutioni Apostoliche tre volte chiaramente indicano l'Amen assembleare, dopo il Trisagion, dopo la Preghiera d'Intercessione, e al momento di ricevere l'Eucaristia; Serapione nella metà del secolo IV afferma che ogni preghiera dell'anaphora era conclusa dall'Amen.
L'interpretazione agostiniana e dello Ps.-Ambrogio: verum est, è vicina al senso generale. La Congregatione dei Rites (n. 3014, 9 Giugno 1853) l'ha tolto dalla formula battesimale, mentre in Oriente lo dicono ministro e fedeli. Strano anche che alla benedizione del diacono l'Amen lo dica il celebrante e così nel rito dell'Unzione e della Riconciliazione.
Nel rito mozarabico della benedizione episcopale è ripetuto ad ogni invocazione, e così pure dopo ogni petizione del Pater. Già S. Giustino Martire (A.D. 151) attesta l'Amen dopo la grande preghiera consecratoria (Justin, I Apol., lxv, P.G., VI, 428). E' strano che nella riforma liturgica siano stati aboliti tutti gli Amen, oggetto di controversia per l'interpretazione della recita segreta del Canone. Un'altra anomalia era l'omissione dell'Amen prima del Pater nella messa pasquale celebrata dal papa.

Il valore numerico delle lettere greche dell'Amen (=99: alpha=1, mu=40, epsilon=8, nu=50), lo fa apparire nelle iscrizioni, a volte con valore magico.

Nella liturgia romana l'Alleluia (cf Ap 19,1-6) è l'acclamazione al vangelo (non in Quaresima: Reg. Ben. c. 15). Sozomeno (HE VII, 19: PG 67, 1475) disapprova che la chiesa romana lo canti solo la domenica di Pasqua. Giovanni Diacono (Ep. ad Senarium, 13: ST 59, 178) attesta che era cantato durante il tempo pasquale. Agostino ne spiega il senso in Serm. 254, 256, 362.

Deo gratias e Laus tibi, Christe sono acclamazioni dopo le letture e il vangelo. Deo gratias è attestata in ambito benedettino quando il portinaio riceve un ospite (Reg. Ben. 66). Laus tibi, Christe è di origine gallicana e si ispira alle liturgie orientali.

Il Sanctus è un canto ma può essere considerato un'acclamazione che chiude il prefazio e anticipa la proclamazione della gloria di Dio con gli angeli (Tert., De Orat., 3). La parte acclamatoria è Hosanna in excelsis, che precede e segue il versetto Benedictus qui venit, aggiunto al tempo di Cesario (Serm. 72,2: CCL 103, 307), ma le Constitutiones Apostolorum (VIII, 13) lo pongono alla comunione. Acclamazioni recenti sono state collocate dopo il racconto dell'istituzione eucaristica nel canone romano e negli altri formulari per la celebrazione della messa.

Acoluthia

Acoluthia seu ordo, ritus, spectat summam rubricarum divini cultus (administratio sacramentorum, horae canonicae, praeparatio donorum ad missam celebrandam, infirmorum morientium preces, exequiae). Clarissima est vulgata acoluthia Hymni Akàthistos a)kolouqi/a tou= a)kaqi/stou u(/mnou ei)j th\n (Uperagi/an Qeoto/kon.

ACTA CONCILIORUM

Il genere letterario degli Atti conciliari o sinodali conobbe un grande successo e sviluppo nella Chiesa, a partire dai primi concili e sinodi, che fissarono in canoni normativi l'esposizione della fede e le norme di comportamento per la vita cristiana.
Per la loro natura, negli Atti, la parte riservata ai canoni fu quella maggiormente elaborata, sotto il profilo retorico, dando inizio ad una formulazione, che col tempo sarebbe diventata stereotipa, ma sempre efficace, ai fini del mantenimento dell'ortodossia.
Il termine latino canon, mutuato dal greco, si afferma come legge, norma, regola di valutazione o di comportamento, e già dal secolo IV indica le decisioni conciliari, le decretali pontificie, gli editti del potere imperiale in materia ecclesiastica.

I concili africani, i più elaborati dell'antichità cristiana, soprattutto quelli convocati da Aurelio di Cartagine (391-428), permettono di cogliere dal vivo il processo di formazione e la diffusione degli Atti e dei canoni:
- il presidente propone all'approvazione dell'assemblea le disposizioni richieste dalle circostanze o suggerite dai Padri;
- si rispetta la gerarchia dei partecipanti;
- si richiede l'unanimità nelle decisioni.

Questo rigore protocollare nella procedura col tempo decade e il presidente non tiene più conto dei suggerimenti dei Padri, ma ne sollecita direttamente l'approvazione, o supponendone l'unanime parere, risponde in prima persona a nome di tutti. L'urgenza pastorale fa superare il formalismo giuridico.

Gli Atti vengono portati a conoscenza di tutti i vescovi delle regioni interessate, perché siano applicati nelle rispettive chiese. Ma essi si leggevano anche all'inizio di ogni concilio, in larghi estratti o per intero. Anche i delegati provinciali (legati per turmam) riportano con sé una breve relazione degli atti conciliari, che il primate deve poi far conoscere all'episcopato locale.

La forma narrativa seguita o mista a quella deliberativa e canonica era necessariamente chiara e si esprimeva in una lingua vicina al livello culturale dei partecipanti. La discordanza di talune delibere dava inizio ad un dibattito per fissare le leggi ermeneutiche.

Actio seu hypocrisis est quarta pars rhetoricae, qua agit de pronuntiatu, mimica et actibus.

Adiunctio: loqui et flere me una videbis

acumen = concetto, agudeza, pointe, conceit.

Adnominatio sive Paronomasia: onus honor est sapientibus

Adhortatio Apostolica

Plerumque induit indolem universalem, sed eius argumentum, ratione quadam, minus censetur argumento Litterarum encyclicarum. Memoranda quidem papae Pauli VI Adhortatio Gaudete in Domino, data die IX mensis Mai anno MCMLXXV, «Ad Episcopos, Sacerdotes et Christifideles totius catholici orbis: de christiano gaudio» (AAS LXVII [1975], pp. 298-322); recolenda pariter eiusdem Pauli VI Evangelium nuntiandi, data die VIII mensis Decembris anno MCMLXXV, «Ad Episcopos, Sacerdotes et Christiitdeles Ecclesiae: de Evangelizatione in mundo huius temporis» (AAS LXVIII [1976], pp. 5-76).

Adhortationes apostolicae, sicut iam diximus, crebriores factae sunt aetate nostra, praesertim quia ad eas confluxerunt tractationes multarum Synodorum, eaque de causa accrevit etiam eorum momentum in Ecclesiae Magisterio. Adhortatio apostolica licet indolem habeat universalem, eius argumentum tamen quodam modo minoris esse momenti censetur ac litterae encyclicae.
Ex. c. Pauli VI Adh. Ap. ''Ad universos Episcopos pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes: quae proxime habebitur Supplicatio ad christianorum unitatem impetrandam peculiari modo commendatur'' (1964); ''Saeculo XIX expleto postquam Sancti Apostoli Petrus et Paulus martyrium Romae fecerunt'' (1967).
Ab annis '70 Exhortatio vocari videtur.


Aenigmata [indovinelli]

L'enigma è una sentenza il cui significato è coperto dal velo dell'ambiguità. L'intelletto deve fare uno sforzo per scoprirne il senso recondito, ma ne viene gratificato. Sono usati perifrasi, traslati, paragoni. Da linguaggio sacrale greco i responsi oracolari entrarono nella letteratura latina.

[nota: La raccolta più notevole in Sinfosio, Variae collectiones aenigmatum denuo edidit FR. GLORIE, Turnholti MCMLXVIII = CCL, CXXXIII, p. 720; Sinfosio, contemporaneo d'Ausonio, appassionato anch'egli del genere, nel s.IV-V, è autore di 100 indovinelli di 3 esametri ciascuno.]

Ex.c.

Sponte mea veniens varias ostendo figuras.
Fingo metus vanos nullo discrimine veri.
Sed me nemo videt, nisi qui sua lumina claudit. [Somnium]

La fortuna dell'enigma, nel medioevo, è legata alla sua affinità con l'allegoria, assai diffusa.

Coltivato particolarmente in ambito culturale anglosassone fra la metà del s.VII e VIII, ebbe cultori insigni in Aldelmo, Bonifacio, Tatuino, Eusebio. I più antichi sono nella silloge conservata in un manoscritto di Berna: Aenigmata Bernensia, detti anche Aenigmata Tullii, per essere stati attribuiti a Cicerone, oppure Aenigmata Aristotelis per motivo analogo. Più tardi visse Giuseppe Scoto, dotto irlandese chiamato in Francia tra la fine del s.VIII e gl'inizi del s.IX. Gli Aenigmata trium puerorum, dalle insulae si diffusero nel continente nella seconda metà del s.IX.

AGIOGRAFIA

Agiografia è il genere letterario che espone vita e virtù di santi, martiri e confessori, della Chiesa. I più antichi documenti agiografici della letteratura cristiana sono gli Atti dei Martiri, Acta Martyrum o Passiones. Cessate le persecuzioni, si scrivono biografie, in greco e in latino, su modelli classici, di preferenza svetoniani. Si perde pertanto l'interesse storico e psicologico del personaggio e si mette in primo piano il meraviglioso per esaltare l'eroe ed edificare i lettori.

I numerosi sottogeneri: Vitae, Passiones, Translationes, Miracula ne testimoniano la diffusione. Le passiones narrano i tormenti inflitti agli eroi della fede dai pagani. Le translationes riguardano le loro reliquie nei luoghi di maggiore devozione. I miracula ne tramandano i fatti straordinari, da loro operati in vita o dopo la morte.

La finalità didattica e morale spinge a minute esposizioni delle virtù, più che della vita, secondo uno schema preciso e un catalogo di tutte le virtù. Nelle leggende domina l'elemento meraviglioso, nelle vite ci sono dati positivi, ma uniti a fatti miracolosi, nelle biografie, rare, di carattere storico, i tratti individuali sono presentati in una cornice abbastanza precisa, come la biografia di Bernardo di Chiaravalle, scritta da un gruppo di autori contemporanei (s.XII), e la vita di Francesco d'Assisi scritta da S.Bonaventura, il capolavoro letterario dell'agiografia medievale, pervenutaci in due redazioni: Legenda maior, del 1261-62, e Legenda minor, del 1266, abbreviata per ragioni liturgiche.

Il genere letterario pone il problema delle fonti e del metodo:
- fonti specifiche dell'agiografia sono i documenti martirologici, i calendari, i libri liturgici, le invenzioni o racconti della scoperta di corpi santi (p. es. di Gervasio e Protasio a Milano, s. Maddalena a Vézelay), le traslazioni o relazioni di trasferimento dei loro corpi da un luogo ad un altro (p. es. la cosiddetta traslazione degli apostoli Pietro e Paolo ad catacumbas), i racconti dei miracoli (libelli miraculorum) sulle tombe dei santi, o per loro intercessione (libelli di s.Stefano, raccolti da Agostino), panegirici in loro onore;
- il metodo o euristica deve innanzitutto ricercare i documenti, quali nei sempre utili Repertorium fontium historiae medii aevi o nuovo Potthast (a cura dell'Istituto storico italiano per il Medioevo, Roma 1962 ss), i Cataloghi di manoscritti di fondi internazionali, i repertori specializzati pubblicati a Bruxelles dai Bollandisti, le Biblioteche agiografiche, latina (BHL), greca (BHG), orientale (BHO): i Catalogi codicum hagiographicorum delle grandi biblioteche (Bruxelles 1886-9, Paris 1889-93, Roma 1909, Vaticano 1910) facilitano l'accesso ai testi inediti; i Catalogues récents de manuscrits negli Analecta bollandiana, presentano una rassegna di manoscritti e di testi agiografici inventariati di recente; gli Analecta bollandiana (AB) contengono la bibliografia, generalmente completa degli studi agiografici, con gli Indices della rivista ogni venti anni.

Abitualmente esistono non solo testimoni, ma anche recensioni multiple: ben sette degli Atti dei martiri Scillitani. Stabilito il testo critico, occorre affrontare problemi di carattere storico: autore, data, provenienza, la cui soluzione non è sempre possibile, particolarmente se l'opera è attribuita ad un illustre personaggio, talora con anacronismi evidenti.

Per la Critica del culto Delehaye ha elaborato il criterio delle coordinate agiografiche, che consente di risalire dal culto al santo, attraverso le Depositiones romane, il Calendario di Cartagine o il Martirologio siriaco, l'iscrizione funebre, i sacramentari e i calendari locali, gli itinerari dei pellegrini, le passioni e le vite, i martirologi, nonostante possibilità di errori quando ci si allontana dalle fonti, benché anche gli errori e i falsi danno preziose notizie non tanto sul santo, quanto sulla storia del suo culto e sulle intenzioni dei devoti. (AA.VV., Hagiographie, cultes et sociétés, Paris 1981).

ALLEGORIA est sermo aius ac dicitur:
it: nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura
= a 35 anni mi accorsi di vivere in peccato
= l'immagine al posto del concetto

ALLITTERATIO est iteratio vocum similium in verbis diversis: it: facile recidere con la forbice un filo
Allitteratio + consonantia + parallelismus
Verbo quo iussit, ratione qua disposuit, virtute qua potuit
Minus est et oculis quibus occupatur, et manibus quibus contaminatur, et sensibus quibus invenitur

allusio est ludus mentalis quo evocamum aliquod quin nominemus.

ALPHABETUS

L'alfabeto è la tavola ordinata dei segni grafici di una o di un gruppo di lingue.

L'uso cristiano dell'Alfabeto - L'alfabeto ebraico, greco e latino sono stati variamente usati nei riti liturgici. Ad esempio quello ebraico, in sostituzione dei numeri, veniva cantato variamente nella lettura dei Lamenti di Geremia, durante le lezioni del Mattutino della Settimana Santa.

Nelle litterae formatae, o lettere commendatorie, l'alfabeto greco era usato nel sigillo, che era attaccato ad esse, come contrassegno numerico, per evitare frodi. Già il Concilio di Nicea aveva decretato che le lettere dell'alfabeto dovevano essere aggiunte ai valori numerici, per contrassegnarne la fonte.
Nella dedicazione delle chiese si usavano entrambi gli alfabeti, greco e latino (o due volte solo in latino, o aggiungendo anche quello ebraico), scritti dal vescovo sul pavimento in forma di X, da est ad ovest, ma con diverse finalità e funzioni: quello latino non aveva valore numerico.

Sul significato di tale rito non c'è accordo: in genere sembra connesso con la presa di possesso di un terreno, e con l'importanza data alla lettera X (decussio), benché poi siano stati dati significati mistici, senza fondamento.
L'abbreviazione del rito alle sole lettere A B C si ritrovano in vasi battesimali antichi dell'Africa, ove la croce, i pesci, e A B C, fanno certo riferimento ai neofiti.

Da sottolineare l'alfabeto gnostico, importante nei sistemi dottrinali delle varie sette gnostiche, benché sia difficile determinarne il vero significato, che potrebbe essere puramente musicale.

ALTERCATIO

Per la retorica latina classica altercatio è un dibattito in cui il pro e il contra sono tra loro contrapposti (Quint., Inst. or. VI, 4); per la letteratura cristiana latina è prevalentemente una controversia (immaginaria) in cui un cristiano disputa con un giudeo, un ortodosso con un eretico, un cristiano con un pagano. Girolamo chiama altercatio il dialogo di cui in Origene, Cels. IV, 52 tra Papisco e Giasone (Com. Gal. 3 ,13). Al s.V, appartengono lo scritto dello Ps.-Agostino o Vigilio, De altercatione Ecclesiae et Synagogae (CPL 577) e quello del monaco gallo Evagrio, Altercatio Simonis et Theophili, l'ultima controversia cristiana antica contro i giudei (CPL 482). Risalgono al VI s. le Altercationes della filosofia cristiana contro gli errori pagani, compilate in Italia o in Africa su testi di Agostino (CPL 360).

Contro il traducianesimo e lo scritto dello Ps.-Ambr., Altercatio de anima, e alla controversia ariana si riferisce l'Altercatio Heracliani laici cum Germinio episcopo Sirmiensi, filoariano, imputato di turbare la pubblica quiete, che riesce vincitore e salvo.

Amatorium carmen

Propriamente il Carmen amatorium è un inno manicheo al Sommo Re [C.Riggi], ma il genere dell'amore spirituale già ai tempi di Agostino si poneva in relazione con il libro biblico Canticum Canticorum, detto pure libro degli amanti.

ambiguitas

amplificatio seu auxesis est processus ad ponendum in lucem id quod dicitur. Amplificatio hermeneutica [dilatazione ermeneutica] et allegoria

Quella che la Chiesa Cattolica chiama e ritiene Divina Revelatio appare una dilatazione ermeneutica del commercium divinum col creato, con l'uomo soprattutto.

La Bibbia, che riporta e fissa nel dicumento scritto tale commercium, è in realtà dilatatio hermeneutica dilatationis hermeneuticae, la cui fonte è Dio.

Il valore non assoluto ma relativo della Scrittura, rispetto al credente, è esposto da s.Agostino: ''Si ergo invenires aliquem, qui evangelio nondum credit, quid faceres dicenti tibi: non credo? Ego vero evangelio non crederem, nisi me catholicae ecclesiae commoveret auctoritas'' (AUG., Contra ep. Man. fund. 5), cioè è la Chiesa custode e interprete della Scrittura, perché Cristo, come Verbum, è dilatazione ermeneutica del messaggio primordiale di salvezza, di cui Vangeli, Atti, Lettere, Apocalisse, sono testimonanze e resoconti pubblici e ufficiali.

Gesù era proclamato e creduto il Messia preannunciato dai profeti, era quindi naturale applicare - dilatare - a lui i testi anticotestamentari tradizionalmente considerati messianici: «Tu, per bocca di Davide, padre nostro e tuo servo, per mezzo dello Spirito santo hai detto: ''Perché tumultuano le genti e le nazioni macchinano vani disegni? Si sono sollevati i re della terra, i principi hanno fatto congiura contro il Signore e contro il suo Cristo'' (I salmi 2,1; 2,7; 109,1 sono ripresi in Atti 4,25-26; Mt. 22,44; Atti 2,34-35; 13,33).
Fuori del modulo messianico politico, alla luce della pasqua, il servo sofferente di Is. 53 e il giusto perseguitato dei salmi 21 e 68 furono riletti in chiave cristologica, allargandoli - dilatandoli - oltre l'ambito specifico polemico della realizzazione delle profezie in Cristo.
La fede scopriva Cristo nel VT anche dove, per gli Ebrei, non esisteva un significato messianico: «Non abbandonerai nell'inferno l'anima mia, né permetterai che il tuo santo veda la corruzione» (salmo 15,10); «Uno che mangia il mio pane ha levato contro di me il suo calcagno» (salmo 40,10; Mt. 26, 23; Gv 13, 18; Atti 2, 31).

Cristo era la chiave per leggere l'Antico Testamento, egli era capace di rimuovere il velo che offuscava la vista dei Giudei (2Cor. 3,12 ss) e dava il significato autentico del libro sacro.

Tale tecnica esegetica non ha niente di nuovo rispetto ai moduli ermeneutici giudaici della lettura attualizzante della Bibbia: riferendo Ps. 2,1 all'ostilità dei giudei e dei romani contro Cristo, non si fa niente di nuovo rispetto a quanto facevano i qumraniti, identificando l'empio e il giusto di Abac. 1,4 col Sacerdote empio e col Maestro di giustizia.

Opera invece una rivoluzione ermeneutica Paolo, quando legge tutta la Bibbia, comprese le parti narrative, alla luce di Cristo, e considera Agar e Sara prefigura delle due alleanze, Ismaele e Isacco prefigura dei giudei e dei cristiani (Gal 4,24 ss). Paolo non infirma la storicità delle due donne ma sovrappone alla lettura storica un nuovo livello di lettura, cristologico (ecclesiale), che si sovrappone al livello di lettura letterale senza sopprimerlo né danneggiarlo.

Questo procedimento in Gal. 4,24 da Paolo è definito allegoria: «Tutto ciò è espresso in modo allegorico (a)llhgorou/mena)»; invece in 1Cor. 10,7 è definito tipologia - con il termine tu/poj: il passaggio del Mar Rosso è considerato simbolo del battesimo, la manna simbolo dell'eucarestia.

L'allegoria era usata anche dai filosofi e dai grammatici pagani, per spiegare i loro miti: Zeus ed Era simboleggiavano il cielo e l'aria, e non esistevano in sé (Diodoro di Tarso, nella prefazione del commento al salmo118: M.Simonetti, Lettera e/o allegoria, Roma 1985, p.160).

Ma il giudeo ellenizzato Filone interpreta allegoricamente l'Antico Testamento per farlo coincidere con concetti fondamentali della filosofia greca, senza mettere in dubbio la validità letterale degli episodi storici, sovrapponendovi il significato allegorico senza sopprimerlo. Paolo si comporta come Filone, e il fatto che il referente allegorico dei personaggi storici interpretati da Filone non sia storico (Sara simbolo della sapienza, Agar simbolo della scienza profana), come è invece in Paolo, non modifica il senso del procedimento tecnico.

In Gv 3,14; 19,36 il serpente di bronzo di Num. 21,9 e l'agnello pasquale di Es. 12 sono addotti come prefigurazioni simboliche della crocifissione e morte di Gesù. Il procedimento era passibile - e in realtà lo fu - d'interpretazione praticamente illimitata.

La progressiva dilatazione dell'interpretazione cristologica dell'Antico Testamento dai logoi profetici passa anche e soprattutto ai typoi storici, con predilezione per le grandi figure di Noè, Abramo, Giacobbe, Mosè, e non solo aumenta la quantità dei testi del VT interpretati in senso cristologico ed ecclesiale, ma l'interpretazione si fa sempre più attenta ai dettagli, con conseguente incremento dell'allegorizzazione. In Ireneo - e ancora di più in Ippolito - la tensione verso il senso cristologico spinge addirittura l'interprete a negare il significato storico della storia d'Israele, per leggerlo solo come simbolo e profezia di Cristo. Ippolito nega che le parole rivolte da Giacobbe, in Gen. 49, a Ruben, Simeone, Levi e agli altri figli possano essere dette a loro e le considera profezie cristologiche (PO XXVII 50.52.54.62).

Gli gnostici interpretavano in senso accentuatamente allegorico il racconto biblico della creazione dell'uomo (Gen. 1,26-27; 2,7), per ricavarne la distinzione tra uomini spirituali psichici e materiali, e poiché negavano il dogma della risurrezione finale dei corpi, interpretavano allegoricamente tutti i passi biblici che potessero aver rapporto con questa dottrina.
Contro di loro si affermò che tali passi dovevano essere intesi in senso rigidamente letterale. Di qui l'incoerenza per cui da una parte si applica l'interpretazione allegorica per il VT come simbolo di Cristo e dall'altra si respinge la stessa tecnica d'interpretazione fatta dagli avversari a beneficio della loro dottrina. Scompensi di questo genere sono in Ireneo e Tertulliano, e furono senza dubbio favoriti anche dalla scarsa preparazione filologica e critica che si avverte in tutta la più antica fioritura letteraria cristiana soprattutto asiatica.

Soprattutto Origene dilatò l'orizzonte dell'esegesi cristiana sia per i contenuti sia per la forza espressiva e la sottopose ad un profondo ripensamento metodologico, filologico e critico, con un salto di qualità che la pose accanto alle esegesi giudaica e pagana più elevate.

Princìpi ispiratori dell'ermeneutica origeniana (alessandrina) sono:

Origene fa corrispondere ai due livelli platonici di realtà i fondamentali livelli interpretativi, quello letterale, rinchiuso nell'ambito della realtà fenomenica, e quello spirituale, che riesce ad attingere il livello superiore di realtà. Il cristiano semplice si accontenta di rimanere al primo livello, ma chi sente l'urgenza di approfondire il significato cristiano della sua vita, si adopera a innalzarsi al secondo livello.

Il significato letterale del testo sacro ha valore soprattutto propedeutico, in quanto serve a introdurre in modo corretto al significato spirituale, cioè cristologico.

Origene è convinto che la Scrittura, in quanto parola divina, è inesauribilmente feconda e perciò invita l'interprete ad approfondirla, pur non potendo mai riuscire ad esaurirne il significato.

Le guarigioni miracolose di Gesù, al di là dell'ovvio significato letterale, a livello superiore d'interpretazione e interiorizzazione significano la guarigione dell'anima umana dal peccato, in un rapporto personale del Logos con ogni uomo e a questa interpretazione di tipo individuale Origene accosta, quella spirituale di stampo comunitario: nel Cantico dei cantici egli aggiunse l'interpretazione individuale, che vi ravvisava i simboli del Logos e dell'anima del credente, all'interpretazione comunitaria tradizionale, che vedeva nei due sposi i simboli di Cristo e della chiesa,

L'interpretazione allegorica della Scrittura non è quindi il risultato di un libero gioco di fantasia, ma rappresenta lo strumento fondamentale che permette d'interpretare l'Antico Testamento quale prefigurazione profetica e simbolica di Cristo e della Chiesa, rendendolo accessibile ai cristiani di origine pagana, spingendo gli esegeti cristiani ad un'interpretazione globalmente unitaria dell'intera Scrittura in chiave, appunto, cristologica, e contribuendo allo sviluppo del processo di elaborazione e definizione ideologica in base al quale la chiesa ha chiarito e fissato in modo definitivo la sua stessa autocoscienza.

Concludendo: l'allegoria (da a)lla\ a)goreu/ein = dire altre cose) è il procedimento poetico e retorico per cui si dice una cosa e se ne significa un' altra. Dante scrive selva e intende peccato. Indica anche il procedimento ermeneutico per cui si attribuisce un significato sopratestuale estraneo all'autore: le peregrinazioni di Ulisse come simbologia delle vicissitudini dell'anima umana in cerca di redenzione.

I greci già dal s.V a.C., soprattutto per impulso della filosofia stoica, interpretarono miti e leggende omeriche come simboli o di forze soprannaturali o di situazioni e passioni dell'anima. Così rendevano accettabile ad una matura sensibilità morale anche miti che presi alla lettera risultavano immorali o comunque troppo antropomorfi.

anacoluthos - a)nako/louqoj - est figura abruptae syntaxis: deus meus, mirabilia opera eius.

ANAFORA Iteratio verbi unius vel plurimorum vrborum in initio sententiarum sequentium ANAFORA, detta con termine latino repetitio, descrive una serie di formulazioni, che assumono struttura ripetitiva secondo lo stile impetratorio delle preci e ne scandisce l'elemento invocativo. Talora le ripetizioni si alternano con leggera variatio, come in LH 1, 170: Tu, qui suscepisti ... Qui, primo veniens ... Tu, qui vivis ... Qui sedes ...
L'anafora persiste identica, creando una gradatio di particolare efficacia, in LH 1, 222: Tu, qui venisti in hunc mundum ... Tu, qui a Patre venisti ... Tu, qui conceptus es de Spiritu Sancto ... Tu, qui es incarnatus in sinu Mariae Virginis.
Altro esempio di persistente anafora è in LH 1, 459, dove 1'invocazione Christe, qui... si ripete sei volte con un mirabile effetto di climax.

Nell'etimologia di anafora c'è il doppio significato di annuncio, dar notizia a una personalità e quello di offerta innalzata (a)na\-fe/rw) a vantaggio della comunità. Il termine è usato sia dai pagani che dai cristiani, ma i cristiani esaltano l'offerta del sacrificio di culto (Hbr 13,15 e 1Ptr 2,5).

Anafora è: 1. l'azione dell'offerta eucaristica, 2. il formulario impiegato nell'azione eucaristica; 3. la materia offerta nell'eucaristia (equivalente di prosfora/); 4. il velo liturgico che ricopre le specie eucaristiche. Di queste quattro acceziòni la più usata nel linguaggio liturgico è la prece sacerdotale eucaristica. Le liturgie celebrate in una lingua differente dal greco non l'hanno tradotta. I siri i copti e gli etiopi, pur servendosi di parole semitiche come qûdd s o qûrb n , continuano a usare annafûra o anfûra, segno di continuità della terminologia arcaizzante.
La chiesa siro-occidentale chiama così quella parte dell'eucaristia che va dal bacio di pace fino alla comunione, la chiesa etiopica, eclettica, l'intera liturgia eucaristica, le altre, la parte che va dal bacio di pace fino alla dossologia finale. Storicamente emerge come sostitutivo di eucaristia, eulogia, frazione del pane e approfondisce l'idea dell'offerta come sacrificio. Nel verbo ana-phero la teologia eucaristica sottolinea l'idea di elevazione-ascensione (Const. Ap. 2,58- Funk 161; Giov. Cris., Hom. IV c. Anom., PG 48, 734).

Le famiglie delle anafore
Le famiglie liturgiche non sono le omonime famiglie confessionali. Ad es. l'anafora alessandrina di s. Marco è praticamente ignorata nel patriarcato di Alessandria; le chiese bizantine usano le anafore di Basilio e del Crisostomo, di struttura antiochena; la chiesa etiopica usa le anafore siriache, che ha adottate in epoca medievale, sotto l'influsso della chiesa sira. Pertanto la classificazione delle anafore comprende la famiglia siro-orientale (impropriamente detta caldaica), l'antiochena (o siro-occidentale), l'alessandrina.

ANAMNESI

Il termine greco a)na/mnhsij significa ricordo, e assume nell'uso liturgico il senso tecnico di rievocazione dei grandi momenti della pasqua salvifica di Cristo con riferimento alla consegna data ai discepoli nell'ultima Cena - secondo 1Cor 11,24-25 e Lc 22,19 - «tutte le volte che farete ciò, fatelo in memoria di me». L'anamnesi è celebrazione che rende presente un evento della storia della salvezza. La Tradizione Apostolica chiarisce i due momenti essenziali di quest'opera salvifica: la morte e la risurrezione, per agganciarsi immediatamente all'oblazione del pane e del calice, come «azione di grazie» (eucharistia), perché siamo ammessi a compiere un servizio sacerdotale (ministrare). Il canone romano, attestato dal De Sacramentis (IV, 27), menziona la discesa all'inferno e la gloriosa ascensione. Si potrebbe ravvisare in questi sviluppi, come nel richiamo alla passione anziché alla morte, un'origine siriaca. Proprio presso i Siri questi formulari conosceranno i più ampi sviluppi.

L'antica anafora mesopotamica degli Apostoli (Addai e Mari) evocava «questo grande terribile, santo, vivente e divino mistero della passione, della morte, della sepoltura e della risurrezione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo». Le Costituzioni Apostoliche invece del sobrio schema della Tradizione Apostolica una lunga anafora, che svolge tutte le tappe dell'Economia della salvezza, movendo dalla creazione (VIII, 38). Il rilievo dato alla prospettiva escatologica si ritrova nelle recensioni dell'anafora gerosolimitana di s.Giacomo, nell'insieme delle anafore siriache ed egiziane e in alcuni Post Pridie ispanici.

Teologia dell'anamnesi - Rispondendo alla direttiva di Cristo di rinnovare gli atti del suo ultimo pasto in sua memoria (ei)j th\n e)mh\n a)na/mnhsin), i formulari di anamnesi polarizzano l'azione. L'intero rito eucaristico infatti, e più particolarmente la grande preghiera in forma di azione di grazie (eucharistia), l'anafora, costituisce il Memoriale, in tutta la ricchezza semantica che nella tradizione biblica implicano i termini azkarah, sacrificio d'oblazione di farina, olio e incenso, «che, come rievocazione, il sacerdote fa salire in fumo dall'altare» (Lev. 2,1-2) e zikkaron, celebrazione pasquale: «Quel giorno sarà per voi di ricordo» (Ex 12,14).

Questo ricordo pasquale non ha cessato di arricchirsi spaziando per tutta l'ampiezza del disegno salvifico. La tradizione liturgica greca ha infatti privilegiato il termine qusi/a (ciò che si fa salire in fumo) per indicare il carattere sacrificale della celebrazione eucaristica e che i cristiani di Siria la chiamano «Qorban», oblazione.

Le anafore d'Alessandria (s.Marco greco e s.Cirillo copto), di Gerusalemme (s.Giacomo e i derivati siriaci), di Cappadocia (s.Basilio e le varie recensioni) danno la prospettiva globale del disegno di salvezza, partendo dall'opera della creazione, le tappe delle antiche Alleanze, fino alla manifestazione decisiva mediante l'incarnazione di Cristo e la sua offerta sacrificale sulla croce, in cui si compie il passaggio (pascha) al Padre. L'intero formulario dell'anafora va considerato in senso pieno come anamnesi. In Occidente, fino alla riforma liturgica, si è badato agli aspetti dell'anamnesi di preferenza Cristologici, mentre il biblico «memoriale» come attuazione del piano salvifico, è stato inadeguatamente esposto.
Ne sono derivate, durante e dopo il Medioevo, riduzioni che hanno gravato sull'interpretazione del carattere sacrificale dell'oblazione eucaristica.

Anomalia

antanaklasis est fugura unius verbi quod mutat sensum: cor suas habet rationes, quas ratio agnoscit.

antiphrasis est figura qua dicitur aliud ac sentimus: pauper sum procul dubio, sed... Antithesis: contrapositio conceptuum
it.: col corpo son qua ma con l'anima là
Et haec est summa delicti nolentium
recognoscere, quem ignorare non possunt.

Anthologia valet florilegium seu collectio carminum vel operum plurimorum auctorum, ordine alphabetico digesta, vel iuxta rem (Anthologia Latina, Anthologia Palatina, Planudea) vel chronologice.

Anthologion vocatur syntheticus liber liturgicus Byzantinorum.

Antilegomenon opponitur voci homologoumenon et est fere perantiqua denominatio librorum sacrorum non ab omnibus susceptorum, qui s.XVI deuterocanonici et protocanonici appellati sunt.

ANTITHESIS seu CONTENTIO seu CONTRAPOSITUM [OPPOSIZIONE o CONTRASTO]
L'ANTITESI ricorre frequentemente ponendo in contrasto concetti diversi con un certo parallelismo di frasi o mediante l'uso di termini nettamente opposti, come in LH 1, 266: Qui nostram non horruisti mortalem naturam, veni ad eripiendum nos a mortis imperio; in LH 1, 286: Qui de nobis suscepisti, quod divinitati tuae convenire videbas, de tuo conferas quod in nos exspectatus impertias; mediante l'uso di termini opposti in LH 1, 130: O lumen indeficiens, ad caliginem nostram discutiendam oriens; in LH 1, 137 montes e valles nell'azione dei verbi humilia - exalta, in perfetto parallelismo: humilia montes superbiae nostrae, exalta valles infirmitatis nostrae; in LH 1, 139: Tu, qui morterm odisti, sed vitam diligis; in LH 1, 249 antitesi senza parallelismo: Qui, vita cum sis, venisti mortem perferre.

L'antitesi è l'unione degli opposti ma complementari (corpo - anima, carne - spirito, fede - opere, lettera - spirito, tempo - eternità, cielo - terra), l'oxymorum è il semplice accostamento di opposti (dolceamaro, luminosissima notte, dolce peso).

La contrapposizione o antitesi, come per altri schemi retorici, può riguardare sia la parola sia il pensiero: gli schemata lexeos e quelli dianoeas (Don., Ars gr. 3,4,5 Keil 4,397), i primi di spettanza del grammatico, i secondi del retore. La sua definizione, nel primo caso, è: Antithesis est litterae pro littera immutatio (Prob., Ult.syll. 18,12,13 Keil 4,264): Olli pro illi. I retori greci la chiamano su/gkrisij, a)nti/qesij, anti/qeton.

La Rhetorica ad Herennium (4,15,21) la definisce: «Contentio est cum ex contrariis rebus oratio conficitur», e Quintiliano: «Contrapositum vel, ut quidam vocant, contentio, anti/qeton dicitur» (9,3,81). Come schema retorico conferisce a due immagini consecutive un forte rilievo.

Riportando l'esempio di Cicerone: ‘Domus tibi deerat? At habebas, pecunia superabat et egebas' (Orat. 67,223), i retori latini spiegano: «Haec figura constat ex eo quod verba pugnantia inter se paria paribus opponuntur» (Aquil. Rom., Fig. sent. eloc. 22 Halm. 29-30). Giulio Rufiniano abbrevia la definizione: «Comparatio rerum atque personarum inter se contrariarum». Antithesi et parallelismus perfectus habetur in hellipsi:

non domo dominus
sed domus domino

In campo cristiano, Isidoro di Siviglia (Etym. 1,36,21) attribuisce alla giustapposizione dei contrari la bellezza dell'espressione: «Antitheton ubi contraria contrariis opponuntur et sententiae pulchritudinem reddunt». Infatti sul piano filosofico e giuridico, Tertulliano e Cripriano per parlare della pazienza considerano i mali dell'impazienza (Pat. 5,3-4: CCL 1,303; De bono patientiae: CCL 3A 129).

Lo schema è molto usato: «Correggetevi l'un l'altro non nell'ira ma nella pace» (Didachè 15,3-4: SCh 248, 194); «Due sono le vie dell'insegnamento e della libertà: quella della luce e quella delle tenebre. Grande è la differenza di queste due vie. Per l'una sono disposti gli angeli di Dio apportatori di luce, per l'altra gli angeli di Satana. L'uno è il Signore dei secoli nei secoli, l'altro è il principe di questo tempo di iniquità» (Ps.-Barnaba 18,1b-2: 172 194-196).

Già il Siracide 33,14- 15: «Di fronte al male c'è il bene, di fronte alla morte la vita: così di fronte al pio il peccatore. Considera perciò tutte le opere dell'Altissimo a due a due».

Agostino vede l'antitesi insita nella natura stessa, perciò i contrari rendono soave il discorso e bello il mondo, formato dalla eloquenza delle contrapposizioni (Civ. 11,18: CCL 48,337), come le due città (civ. 9,20: CCL 47,267- 268).

Nella terza parte della Regola pastorale Gregorio Magno descrive l'arte della guida delle anime nell'adattarsi alle varie situazioni in antitesi: servi e i padroni, sani e malati, taciturni e loquaci, miti e iracondi, sposati e celibi (PL 77,49-126).

Anche l'iconografia rivela gli stati d'animo dei personaggi nella forma compendiaria dell'antitesi, coem sul sarcofago di Tipasa (Ws 67,5), ove sono scolpiti un leone a destra e un leone a sinistra e al centro il Pastore con due pecore in simmetria: l'antitesi è data dal contrasto tra il pastore e le due pecore simbolo della pace e dell'umiltà da una parte, e dall'altra dei due leoni simbolo delle oppositae qualitates della superbia e della sopraffazione. La iconografia della croce e del drago ugualmente simboleggia la redenzione e la dannazione.

antonomasia est usus nominis communis pro proprio et viceversa:
Venus est (=pulcherrima est); Aquinas docet (=Cicero docet); Caesar adest (=Imperator adest). Est figura synecdoches, quia conectitur arcte cum termino principali.

APOCALYPSIS [APOCALITTICA]

La letteratura giudaica sviluppa, a partire dal sec.II a.C., col libro di Enoch (I Enoch, Enoch etiopico), i motivi escatologici soprattutto dei profeti, dando incremento al genere apocalittico (a)pokalu/ptein e a)poka/luyij, cioè rivelazione, comunicazione divina, in forma misteriosa, relativa ai destini ultimi dell'umanità e del mondo).

L'opera più famosa del genere è senza dubbio l'Apocalisse, accolta nel canone del Nuovo Testamento, nei cui segni e simboli si è sempre cercata la profezia d'eventi contemporanei e le linee della storia dell'umanità. Il giudeocristianesimo e gli gnostici vi trovarono un genere preferito (visione - salvezza - rivelazione).

La letteratura apocalittica comprende rivelazioni di Dio sul passato, sul presente e sul futuro.

Abbonda la pseudonimia, la simbologia e la numerologia, con carattere esoterico e confuso. Visioni, sogni o estasi sono uniti ad altri generi letterari (inni, lettere).

Il libro di Enoc, in particolare, risulta scritto in epoche diverse, e se ne trovano riferimenti nella lettera canonica di Giuda, nello Ps.-Barnaba, in Ireneo, in Tertulliano, in Origene. Appare quindi come uno degli scritti che ha maggiormente influito sui primi scrittori cristiani.

Il Libro dei Giubilei - in etiopico (intero), greco, latino e siriaco - viene chiamato Piccola Genesi, Apocalisse di Mosè, Testamento di Mosè, Vita di Adamo. Descrive, in periodi giubilari di 49 anni, la storia rivelata a Mosè sul Sinai.

Il Testamento dei 12 Patriarchi riporta le uitime parole dei figli di Giacobbe ai loro figli.

Gli Oracoli sibillini sono un insieme di profezie ed elementi pagani, giudei e cristiani, scritti tra il II s. a.C. e il II s. d.C.

Nel s.I a.C. compaiono I Salmi di Salomone (in greco e siriaco), nel I d.C. l'Assunzione di Mosè (6-30 d.C.), composta dal Testamento di Mosè e dall'Assunzione di Mosè, il Libro dei segreti di Enoch (Enoch slavo, Apocalissi slava di Enoch o II Enoch), insieme al IV Esdra o Apocalissi di Esdra; l'Apocalisse siriaca di Baruch (II di Baruch).

Nel s.II compare l'Apocalisse greca o III di Baruch, l'Apocalisse e il Testamento di Abramo, l' Apocalisse di Mosè o Vita di Adamo ed Eva, l'Apocalisse di Sofonia, l'Apocalisse di Elia, l'apocalisse di Pietro, da cui dipende La seconda venuta di Cristo e la risurrezione dei morti; le due Apocalissi di Giacomo

Successivamente appaiono l'Apocalisse di Paolo (III s. d.C.), l'Apocalisse di Tommaso (IV-V s. d.C.), l'Apocalisse di Stefano (V s. d.C.), l'Apocalisse di San Giovanni Battista, l'Apocalisse di Maria, di Bartolomeo, Daniele e Zaccaria.

L'apocalittica si riflette pure nel Pastore di Erma. La sua importanza si può rilevare anche solo dal concetto di millennio che si riscontra presso gli scrittori cristiani.

APOCATASTASI

Il termine apocatàstasi in genere significa restaurazione, ristabilimento, ritorno; in senso astronomico, indica il periodo di orbita di un pianeta. Nei primi secoli cristiani è usato in campo medico, giuridico, politico, astronomico (il Grande Anno).

Presso i Giudei, nel Nuovo Testamento, presso gli gnostici, Giustino (Triph. 134,4), i Padri apostolici, gli apologeti, accanto all'idea di un ritorno ad un momento antecedente è presente la concezione di un compimento, di un raggiungimento di una condizione migliore, che presuppone il mutarsi di avvenimenti, piuttosto che il ristabilirsi di uno stato già conosciuto (Ign., Smirn. 11,2); è a volte presente la nozione cristiana di redenzione e risurrezione corporea. Ireneo (Adv. haer. V, 3,2 e 12,1) accenna alla nuova fondazione dell'umanità in Dio per mezzo di Cristo o alla Parusia del Signore (ib. IV, 58,9). Non si esclude tuttavia l'idea di una restaurazione di uno stato primitivo.

Dopo Clemente Alessandrino, Origene dà rilievo alla nozione di a)pokata/stasij, e la collega alla dottrina della restaurazione allo stato primitivo, al ristabilimento di tutte le anime - anche quelle dei peccatori - nella condizione di felicità primitiva, che avverrà alla fine dei tempi. Tuttavia la Lettera agli amici di Alessandria respinge l'idea che il demonio e i dannati siano destinati a salvarsi.

La restitutio in pristinum statum riguarda dunque la partecipazione alla grazia della salvezza di tutte le creature, e in modo tutto speciale, dei demoni e delle anime dannate. Tale dottrina è stata esplicitamente insegnata da Gregorio di Nissa, in più di un luogo: - dapprima nel De anima et resurrectione (P.G., XLVI, cols. 100, 101), quando parla della punizione delle anime attraverso il fuoco, perché siano purificate dalle scorie del male; il procedimento è penoso, ma avrà un termine e si avvereranno le parole di Paolo: Deus erit omnia in omnibus (I Cor., xv, 28: PG XLVI, cols. 104, 105; cf. col. 152); - gli stessi concetti esprime nella Oratio catechetica, ch. xxvi: he eis to archaion apokatastasis ton nyn en kakia keimenon; tutto il creato renderà grazie a Dio, sia le anime che hanno avuto bisogno di purificazione, sia quelle che non ne hanno avuto bisogno; e persino il demonio, per la cui colpa il peccato è entrato nel mondo: ton te anthropon tes kakias eleutheron kai auton ton tes kakias eyreten iomenos; - ancora nel De mortuis (ibid., col. 536).
Qualche contraddizione, ad esempio Contra Usurarios (PG XLVI, col. 436), dove la sofferenza è eterna - aionia - e l'Orat. Catechet. XXVI (PG XLV, col. 69), dove l'annichilamento avverrà dopo un lungo periodo - makrais periodois -, è stata spiegata inverosimilmente con manomissioni (cf S. Germano di Costantinopoli, nel sec. VIII, citato da Photius, Bibl. Cod., 223; P.G. CIII, col. 1105).

Invero la dottrina dell'apocatastasi non è peculiare di Gregorio di Nissa, ma deriva da Origene, che sembra reticente e riluttante sulla questione dell'eternità delle pene e della conversione del demonio alla fine dei tempi (De principiis I, VI, 3; III, 6, 6: P.G., XI, col. 168, 169; 338-340; Comment. in Rom., VIII, 9: P.G., XIV, col. 1185; Contra Celsum, VI, 26: P.G., XI, col. 1332), nonché da Clemente Alessandrino (Stromata, VII, 2; XVI: P.G., IX, col. 416, 541). In fondo era il loro Platonismo e lo schema di giustizia platonico a modellare lo schema di giustizia divino (Plato, Rep., X, 614b).

Anche Girolamo, nel periodo origenista, scriveva: ''In restitutione omnium, quando corpus totius ecclesiæ nunc dispersum atque laceratum, verus medicus Christus Jesus sanaturus advenerit, unusquisque secundum mensuram fidei et cognitionis Filii Dei... suum recipiet locum et incipiet id esse quod fuerat'' (Comment. in Eph., iv, 16: P.G., XXVI, col. 503), sebbene pensi che le pene del demonio saranno eterne.

L' Ambrosiaster sembra estendere i benefici della redenzione anche al demonio (In Eph., iii, 10; P.L., XVII, col. 382). Senza risposta appare la questione in S. Gregorio Nazianzeno (De seipso, 566: P.G., XXXVII, col. 1010).

Prevalendo il partito anti-Origenista la dottrina dell'apokatastasi fu definitivamente abbandonata. Nel De gestis Pelagii I, Agostino scrive: ''In Origene dignissime detestatur Ecclesia, quod et iam illi quos Dominus dicit æterno supplicio puniendos, et ipse diabolus et angeli eius, post tempus licet prolixum purgati liberabuntur a poenis, et sanctis cum Deo regnantibus societate beatitudinis adhærebunt'' (Allude alla condanna di Pelagio da parte del Concilio di Diospolis, nel 415 (P.L., XLIV, col. 325). Nel L. XXI del De Civitate Dei contro i Platonici e Origene si sforza di dimostrare la natura non purgativa del fuoco infernale. Se Diodoro di Tarsus e Teodoro di Mopsuestia inclinarono all' apokatastasis, non è dato conoscere, ma certo sarebbero inclusi nella condanna del I anatematismo del Concilio di Costantinopoli del 543: Ei tis ten teratode apokatastasis presbeuei anathema esto (cf Giustiniano, Liber adversus Originem, anathemas 7 and 9). Da allora in poi la dottrina dell'apocatastasi fu ritenuta eretica.

APOCRIFI

Il termine apokryphos (segreto) indica sia i testi la cui lettura richiede una particolare iniziazione (come quelli gnostici, in cui domina il linguaggio ermetico), sia i libri consigliati per la lettura privata, diversa da quella pubblica fatta sulla Bibbia. Tali apocrifi rimanevano fuori dall'elenco dei libri sacri ed erano considerati extra-canonici. La loro origine era sconosciuta e falsa (Girol., Ep. 107; Agost., civ. XV, 23), la dottrina erronea (Orig., Prol. in Cant.; Comm. in Mt. serm. 28; Agost., Faust. XI, 2), la lettura pubblica proibita (Ruf., Symb. 38; Girol., Ep. 96; Prol. in Gal.), il loro uso da parte degli eretici (Iren., Adv. haer. I, 20; Tert., De res. 63, Clem. Al., Strom., I, 15; III, 4, Ipp., Philos. VII, 20).

Sono possibili due tipi di classificazione: I. Divisione secondo il riferimento all'Antico e al Nuovo Testamento; II. Classificazione secondo l'origine.

I. Apocrifi dell'AT e apocrifi del NT - Il titolo, l'argomento o il personaggio appartengono all'AT o al NT. Quelli dell'AT sono stati composti da ebrei di origine palestinese e di origine ellenistica (con interpolazioni cristiane, come riferimenti all'incarnazione ne I testamenti dei 12 Patriarchi, Apocalisse di Esdra), mentre appartengono ad ambiente cristiano quelli che fanno riferimento al NT. Singoli testi da scrittori cristiani sono stati accolti come canonici e ispirati.

A) APOCRIFI DELL'ANTICO TESTAMENTO

a) Storici: Libro dei Giubilei o Piccola Genesi o anche Apocalisse di Mosè (s.II a.C.); III di Esdra (s.II a.C.); III dei Maccabei (s.I a.C.-I d.C.); Ascensione di Isaia (s.I-II d.C.); Testamento di Salomone (s.III d.C.); Paralipomeni di Geremia (s.II d.C.); Scritti adamitici (s.I-VII d.C.); Storia dei Recabiti (s.V-VI d.C.); Storia di Giuseppe e Asenet (s.III d.C.); Testamento di Giobbe (s.II d.C.).
b) Profetici o apocalittici: Libri di Enoch (etiopico, slavo, ebraico) (s.II a.C.-II d.C.); Assunzione di Mosè (s.I d.C.); IV di Esdra (s.I d.C.); Apocalisse di Baruc (siriaco e greco) (s.II d.C.); Apocalisse di Abramo (s.I d.C.); Testamento di Abramo (s.I-II d.C.); Apocalisse di Elia-Apocalisse di Sofoma (s.II-III d.C.); Apocrifo di Ezechiele (anteriore a Flavio Giuseppe); Oracoli sibillini (parte giudaica: s.II a.C.-II d.C.; parte cristiana: s.II-IV d.C.);
c) Didattici o morali: Testamento dei XII Patriarchi (s.II-I a.C.); Salmo 151 di Davide (ultimi secoli a.C.); Salmi di Salomone (poco dopo il 63 a.C.); Odi di Salomone (s.II d.C.); Preghiera di Manasse; IV Libro dei Maccabei (prima del 70 d.C.).

B) APOCRIFI DEL NUOVO TESTAMENTO

a) Vangeli: Vangeli giudeo-cristiani: degli Ebrei e Nazareni (fine del s.I), degli Ebioniti o dei Dodici Apostoli (s.II-III); Vangelo deli Egiziani (s.II); Protovangelo di Giacomo, o Libro di Giacomo, o Storia della Natività di Maria (s.II); vangelo dello pseudo-Matteo o libro della Nascita di Maria (s.VI); vangelo della Natività di Maria; Vangelo di Tommaso (s.III su fonti più antiche); Vangelo di Pietro! (intorno al 130); Vangelo di Nicodemo: Atti di Pilato e Discesa agli inferi (s.IV); Dormizione della S.Madre di Dio, o Transito di Maria (sec. IV-V); Vangeli di Bartolomeo, Filippo.
b) Atti: Atti di Pietro (s.II-III); Predicazione di Pietro (s.II); Atti di Paolo (s.II); Atti di Giovanni (s.II); Atti di Tommaso (s.III); Atti di Andrea (s. II); Atti di Filippo, Bartolomeo, Barnaba.
c) Epistole: Lettera di Gesù ad Abgar (s.II-III); Epistola degli Apostoli, o Dialogo del Signore con i Discepoli dopo la Resurrezione (s.II-III); Lettera di Paolo ai Corinti e viceversa; Lettera di Paolo ai Laodicesi (s.IV); Corrispondenza di Seneca e Paolo (s.IV).
d) Apocalittici: Apocalisse di Pietro (s.II); Apocalisse di Paolo (s.IV-V); due Apocalissi di Nostra Signora (s.VII-IX); Apocalisse di Tommaso (s.IV); di Stefano (s.V); due di Giovanni (s.VI-IX).

I vangeli - insegnamenti e vita di Gesù e della della sua famiglia - sono suddivisi in tre gruppi: 1.vangeli di tipo sinottico, 2.con insegnamenti eterodossi, 3.immaginari. Sinottici sono quelli di ambienti giudeo-cristiani, come il Vangelo degli Egiziani, il Vangelo di Pietro, il Vangelo degli Ebrei. [nota: Ignazio, Smyrn. 3,12; Clem. Al., Strom. II, 9,45; V, 14,96; Orig., Jo. II, 12,87; Hom. 15,4 in Jer.; Comm. in Mt. XV, 14; Euseb., HE III, 25,5,27, 4,39,17; IV, 22,8; VI, 17; Girol., In Mt. I; Vir. ill. 3; Adv. Pelag. III 2, In Ezech. 187. ]

Il Vangelo degli Ebioniti era usato da comunità giudeo-cristiane che non accettavano s.Paolo (Ir., Adv. haer. I 26, Euseb., HE III, 27.39; IV, 22) e non avevano una esatta conoscenza del Signore (Iren., Adv. haer. III, 11; Epif., Haer. XXX, 13,2; 14,3).

Il Vangelo dei Nazareni era usato nelle comunità giudeo-cristiane ortodosse (forse Vangelo ebreo di Girolamo, Comm. I in Mt. 6,11; 12,13; Comm. IV in Mt. 23,35; 27,16; Comm. in Is. 18 praef.; di Epifanio, Haer. XXIX 9,4; Teodoreto, Haer. II 1, II 2). Il Vangelo degli Egiziani (Origene, Hom. 1 in Lc.; pochi frammenti in Clemente, Strom. III, 9,63.64, 13,92), sembra dominato dall'encratismo.

Il Vangelo di Pietro è una relazione mutila della passione, morte e risurrezione di Cristo, trovata nel ms. di Akhmîm nel 1887 (cf Origene, In Mt. comm. X 17; Eusebio, HE VI, 12,2).

Nei vangeli eterodossi è proprio un personaggio del NT che insegna false dottrine, oppure il fondatore della setta eretica utilizza la Scrittura, rielaborata a conferma della sua proposta. I naasseni usavano un vangelo attribuito a Tommaso (Ippolito, Philos. V, 7,20; Origene, Hom. 1 in Lc.; Eusebio, HE III, 25,6). Cirillo di Gerusalemme (Catech. IV, 36; VI, 31) l'attribuisce ai manichei. Nel 1945 tra i testi copti di Chenoboskion è apparso il Vangelo di Tommaso, gnostico.

I basilidiani affermavano di aver ricevuto degli insegnamenti segreti da una rivelazione a Mattia da parte del Signore: il vangelo di Mattia (Clemente, Strom. II 9,45; IV 6,35; VII, 13,82; 17, 108; Ippolito). Gnostici sono la Pistis Sophia (Ireneo, Adv. haer. I, 31; Epifanio, Haer. XXVI, 13) e il Vangelo di Giuda (Epifanio, Haer. XXXVIII, 1). Il Vangelo di Marcione è citato da Tertulliano (Adv. Marc. IV 2.4) ed Epifanio (Haer. 42,9,1-3).

Carattere diverso hanno gli apocrifi che offrono più vaste informazioni sulla vita di Gesù e sulla sua famiglia. L'infanzia di Cristo è ricca di particolari e miracoli, dalla nascita alla fuga in Egitto, a Nazaret. Il Vangelo arabo dell'infanzia, il testo più caratteristico, frequentemente utilizza il Protoevangelo di Giacomo non solo per le notizie sulla nascita e infanzia di Gesù, ma anche per quanto si riferisce a Maria dalla storia della sua natività al suo ruolo svolto accanto al figlio nei suoi primi anni.
Le notizie su Maria vengono completate nell'opera che sembra chiudere il ciclo a lei dedicato: il Transitus Mariae. Al Protoevangelo di Giacomo e al Transitus è stato fatto soprattutto in Oriente, ampio spazio nella liturgia, in forza della religiosità popolare. Cenni al Protoeuangelo sembrano presenti in Giustino (Dial. 5), Clemente (Strom. VII, 93), Origene (Comm. in Mt. X, 17).
A Giuseppe è dedicata la Storia di Giuseppe il falegname, a Pilato il Vangelo di Nicodemo o Atti di Pilato, racconto dettagliato del processo a Gesù, della sua passione, morte e risurrezione, in cui l'interesse popolare per l'oltretomba viene soddisfatto dai testimoni oculari, morti e risorti, della discesa di Gesù agli inferi per salvare i giusti.

Al desiderio di avere più notizie sulla vita, i viaggi, la predicazione degli Apostoli, si devono in gran parte gli Atti. Gli Atti di Andrea, di Giovanni, di Paolo pare circolassero tra manichei e priscillianisti (Euseb., HE III, 25); quelli di Tommaso tra encratiti (Epif., Haer. XLVII, 1), manichei (Agost., Contr. Faust. 22,79), priscillianisti (Turribio, Epist. Idacio PL 54,694). Dal s.IV rimaneggiati per i fedeli sono gli Atti di Paolo (Tertull., Bapt. 17; Orig., Princ. 12,3; Comm. in Jo. XX, 12), gli Atti di Pietro; gli Atti di Tommaso e gli Atti di Andrea.

Gli Atti di Filippo, gli Atti di Barnaba, gli Atti di Taddeo, gli Atti di Andrea e Maria, gli Atti di Pietro e Andrea, gli Atti di Paolo e Andrea, gli Atti di Andrea e Bartolomeo (fine s. IV), le Omelie pseudoclementine, che come autore ed eroe indicano non un apostolo ma Clemente romano.

Lettere paoline sono la III ep. ai Corinzi, ep. ai Laodicesi e agli Alessandrini. Sotto il titolo di kh/rugma o praedicatio sono giunti frammenti della predicazione di Pietro e di Paolo.

Tra le Apocalissi famosa è quella di Pietro, di cui Eusebio parla come di un «falso» (HE III, 3,2; 25,4) mentre Metodio di Olimpo come di un testo ispirato (Symp. II, 6). Secondo Sozomeno (HE VII, 19), il testo veniva utilizzato il venerdi santo in alcune comunità palestinesi.

L'influsso degli Oracoli sibillini si trova in Teofilo, Clemente e nella Cohortatio ad Graecos dello Ps.-Giustino. Nella liturgia della messa pro eligendo Pontifice si nota l'influsso dal III libro di Esdra.

La letteratura apocrifa non offre dati nuovi della rivelazione biblica ma ha valore storico notevole e talvolta insostituibile per conoscere le correnti religiose della cristianità antica o di larghi strati di essa.

Apocrifi sono ritenuti il Pastore di Erma, l'Epistola di Barnaba, la Didache, o Insegnamento dei dodici Apostoli, i Canoni e le Costituzoni Apostoliche, che appartengono alla letteratura patristica.

II. Classificazione secondo l'origine - Una divisione più appropriata è quella che distingue gli apocrifi di origine giudaica, quelli di origine giudaica con interpolazioni cristiane, e quelli di origine cristiana.

I. APOCRIFI DI ORIGINE GIUDAICA

(1) Apocalissi - Sono una parte considerevole della lettura apocrifa giudaica e prparano la teologia neotestmanetaria sulla retribuzione futura, la resurrezione dei corpi, la natura degli angeli. Daniele appare il modello preferito delle apocalissi giudaiche e il messianismo gioca un ruolo importante nella escatologia. Eccone un elenco:
(a) Il libro di Henoch (Etiopico)
(b) L'Assunzione di Mosè - Analepsis Mouseos -, citato da Giuda, 9 (Origen, De Principiis, III, ii, 1): allusione alla disputa tra Michele e Satana per il corpo di Mosè. Fu scoperto in edizione latina da Ceriani nella Biblioteca Ambrosiana e pubblicato nel 1861. Lo scopo appare quello di confermare l'insegnamento mosaico del Deuteronomio, contro Erode il Grande. Sono affermati con forma il giudizio particolare e la resurrezione finale. Il manoscritto si interrompe bruscamnete al c. XII.
(c) Il libro dei segreti di Enoch (Enoch Slavonico) - Completamente diverso dall'Enoc Etiopico, fu scoperto nel 1892. Il messia è assente e bizzarre sono le idee sul regno celeste, gli angeli, le stelle.
(d) Il IV Libro di Esdra - Un profondo spirito religioso lo pervade e la sua vicinanza agli scritti canonici lo fa citare con favore dai padri greci e latini, ad eccezione di Girolamo. Il Concilio di Trento lo ha posto in appendice alla Vulgata, dopo il III Libro di Esdra. In campo non-cattolico si distingue Esdra da Ezra, con differente numerazione dei libri canonici, duterocanonici e apocrifi.
(e) Apocalissi di Baruch - E' strettamente legata al IV di Esdra, con evidenti interpolazioni cristiane
(f) Apocalissi di Abramo - Anch'esso vicino al IV di Esdra e all'Apocalissi di Baruch.
(g) Apocalissi di Daniele - Due sono i Messia: l'uno figlio di Giuseppe (Cristo), finito con la morte, l'altro, figlio di David, libererà Israel e regnerà trionfalmente sulla terra
(2) Apocrifi Leggendari Giudaici
(a) Libro dei Giubilei o Piccola Genesi - Amplifica e abbellisce il libro canonico della Genesi
(b) Il Libro di Jannes e Mambres
(c) Il III Libro di Esdra - Dai non-cattolici è detto I Libro di Esdra, poiché mantengono il nome ebraico Ezra per i libro canonico. Si trova in appendice alla Vulgata ed è un misto di citazioni da Paralipomeni, Esdra, Neemias.
(d) III Libro dei Maccabei - Ricco di assurdità, ma accettato dalla Chiesa greca
(3) Apocrifi dei Salmi e Preghiere
(a) Salmi di Salomone - Collezione di 80 salmi
(b) Preghiera di Manasse - Una bella preghiera penitenziale, fondata su II Paralipomeni, xxxiii, 11-13. La Vulgata la pone in appendice.
(4) Filosofia giudaica
(a) IV Libro dei Maccabei - E' un breve trattato filosofico (storico) sulla superiorità della ragione, che si lascia guidare dalla legge divina. Quattro sono le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza - phronesis, dikaiosyne, andreia, sophrosyne. Scopo è inculcare devozione alla Legge.

II. APOCRIFI DI ORIGINE GIUDAICA CON AGGIUNTE CRISTIANE

(a) Oracoli Sibillini
(b) Testamenti dei XII Patriarchi
(c) Ascensione di Isaias - Anabaticon - Ha due parti: il Martirio di Isaia, segato in due parti per ordine di Manasse, e l'Ascensione vera e propria.
(d) Apocrifi Minori giudaico-cristiani: Apocalisse di Mosè, Apocalisse di Esdra, Testamento di Abramo, Testamento dei Tre Patriarchi, Preghiera di Giuseppe, Preghiera di Aseneth, Matrimonio di Aseneth (vedova di Giuseppe); e probabilmente: Testamento di Giobbe, Libri di Adamo, Libro della Creazione, Storia di Afikia (vedova di Gesù Sirach).

III. APOCRIFI DI ORIGINE CRISTIANA

(1) VANGELI APOCRIFI - Sebbene storicamente inattendbili, tramandano le condizioni della Chiesa nei secoli II-III.

(a) Protoevangelo di Giacomo, o Vangelo dell'Infanzia di Giacomo (il minore, fratello del Signore). E' alla base di numerose tradizioni cristiane
(b) Vangelo di Matteo
(c) Vangelo arabo dell'infanzia
(d) Storia di Giuseppe il falegname - Con il racconto della morte fatta da Gesù ai discepoli
(e) Vangelo di Gamaliele
(f) Il Transito di Maria o Vangelo di Giovanni -Ha influenzato Padri greci (Damasceno, In Dormitionem Mariæ, hom II, xii, xiii, xiv; Modesto, Encomium, sec.VII: P.G., LXXXVI, 3311; Ps.-Dionigi, De divinis nominibus, iii)
(g) Vangelo secondo gli Ebrei - Giudeo-Christiano, tradotto da Girolamo in Greco. Tendenze encratite per la condanna del matrimonio, e panteistiche per influenze Gnostiche.
(h) Vangelo di Pietro - Incline al docetismo
(i) Vangelo di Filippo - Gnostico
(l) Vangelo di Tommaso - Naaseno, setta dello Gnosticismo siriaco
(m) Vangelo di Bartolomeo
(n) Vangelo di Mattia
(o) Vangelo dei Dodici Apostoli
(p) Altri Vangeli: Vangelo di Andrea, da identificare con gli Atti di Andrea, Vangelo di Barnaba, Vangelo di Taddeo, Vangelo di Eva,Vangelo di Giuda Iscariota, persino, usato dalla setta gnostica dei Cainiti.

(2) LETTERATURA DI PILATO

(a) Rapporto di Pilato all'Imperatore - Tertullian (Apologia, xxi) vi accenna
(b) Acta Pilati (Vangelo di Nicodemo)
(c) Atti minori di Pilato: Anaphora Pilati, o Relazione di Pilato, Paradoseis o Tradizione di Pilato, Epistola Pilati ad Tiberium, Lettera di Erode a Pilato, Lettera di Pilato a Erode.
(d) Racconto di Giuseppe d'Arimatea
(e) Leggenda di Abgar (Eusebius, Historia Ecclesiastica, I, xiii)
(f) Lettera dif Lentulo o Publio Lentulo - al Senato e al Popolo Romano

(3) ATTI APOCRIFI DEGLI APOSTOLI

- Gli Atti gnostici di Pietro, Andrea, Giovanni, Tommaso, Matteo, hanno assunto varie denominazioni (periodoi o praxeis). Tinti di nestorianismo sono gli Atti e la Passio Bartholomæi. Più credibili appaiono gli Atti di S. Pietro e Paolo, da non confondere con altri titolo simili. Origene e Eusebio parlano di praxeis Paulou - Acta Pauli. Noti sono gli Atti di Paolo e Tecla e risonanza ebbero pure gli Atti di Filippo, La Storia sulle missioni e la morte di Giacomo Maggiore, Il martirio di Giacomo Minore, gli Atti di Matteo, la Passio Sancti Matthæi, l'Insegnamento di Addai (Taddeo), Atti di Simone Giuda, Atti di Barnaba, Gesta Matthiæ. Vicini agli Atti canonici sembrano gli Atti di Marco, gli Atti di Luca, gli Acts di Timoteo, gli Atti di Tito, gli Atti di Xantippe e Polissena.

(4) OPERE DOTTRINALI APOCRIFE

Testamentum Domini Nostri Jesu
Apocrypha Anecdota
Kerygma Petri
Judicium Petri - o le Due Vie
Kerygma Pauli

(5) LETTERE APOCRIFE

Lettere di Maria: al martire Ignazio (con risposta di Ignaziio), ai Messinesi, ai Fiorentini
Lettera di Pietro a Giacomo il Minore
Lettere di Paolo ai Corinzi, ai Laodicesi, correspondenza con Seneca (otto lettere di Seneca e sei di Paolo)
Lettera di Giacomo a Quadrato

(6) APOCALISSI CRISTIANE APOCRIFE

Apocalisse o Testamento di Nostro Signore
Apocalisse di Maria
Apocalisse di Pietro
Apocalisse di Paolo
Apocalisse di Bartolomeo

Di tali opere Agostino dà un giudizio negativo in civ. 15.23, `omittamus igitur earum scripturarum fabulas quae apocryphae nuncupantur, eo quod earum occulta origo non claruit patribus, a quibus usque ad nos auctoritas veracium scripturarum certissima et notissima successione pervenit. in his autem apocryphis etsi invenitur aliqua veritas, tamen propter multa falsa nulla est canonica auctoritas. scripsisse quidem nonnulla divine illum Enoch, septimum ab Adam, negare non possumus, cum hoc in epistula canonica Iudas apostolus dicat [Iud. 14]. sed non frustra non sunt in eo canone scripturarum, qui servabatur in templo Hebraei populi succedentium diligentia sacerdotum, nisi quia ob antiquitatem suspectae fidei iudicata sunt, nec utrum haec essent quae ille scripsisset poterat inveniri, non talibus proferentibus qui ea per seriem successionis reperirentur rite servasse.'

apodiossia est argumentum quo refelluntur cetera argumenta (non sta a te dare lezioni).

APOLOGIA - APOLOGETICA

Apologia è la difesa della religione cristiana dalle accuse e dalle persecuzioni dei pagani.

L'apologetica latina nasce adulta (197 d.C.) con l'Ad Nationes e l'Apologetico di Tertulliano, seguiti dal De testimonio animae e dall'Ad Scapulam, una lettera aperta al proconsole d'Africa, persecutore dei cristiani. Nell'apologia abbonda l'elemento culturale, scarso è invece l'interesse dottrinale.

Il livello culturale è generalmente quello del loro tempo, cioè non elevato e attinto di seconda mano. L'elemento dottrinale propriamente cristiano è scarso, dato lo scopo che si proponevano gli scrittori, e tuttavia è fonte preziosa d'informazione.

Nell'insieme l'apologia presenta una comunità cristiana animata da fede sincera, con elementi preparati, pieni di entusiasmo e coraggio. Aristide, Melitone, Giustino e Atenagora tra i greci, Minucio Felice fra i latini, cercano di gettare un ponte verso le istituzioni e la cultura pagana, nella quale riconoscono elementi di verità che attribuiscono all'intervento della provvidenza divina. Al contrario, Taziano, Ermia, Tertulliano e Arnobio aggrediscono qualsiasi aspetto del paganesimo. Lattanzio, pur nel consapevole ripudio della filosofia, costruisce una cultura cristiana.

APOPHTHEGMATA PATRUM

Gli Apoftegmi dei Padri, o Paterika, sono collezioni di riflessioni e aneddoti, frutto dell'esperienza spirituale dei padri nel deserto. Grande è il numero di collezioni, e rapida la diffusione a partire dal s.IV.

In Greco ci è pervenua la Collezione alfabetica, PG 65, 76-440, completata con il ms. Coislin greco 126, edito da F. Nau in «Revue de l'Orient Chrétien»1907-1909 e J.C. Guy, Recherches sur la tradition grecque des Apophthegmata Patrum, Bruxelles 1962 (distingue la Collezione sistematica e la Collezione derivata; il Coislin 127 rappresenta la più grande collezione nota.

Importanti sono pure la Storia Lausiaca di Palladio, edita da Dom Cuthbert Butler a Cambridge nel 1904, l'Historia monachorum in Aegypto edita da A.J. Festugière, Bruxelles 1961, la Scala Paradisi di Giovanni Climaco, PG 88, 677-781, il Prato spirituale di Giovanni Mosco, PG 87,3,2852-3112, le Opere spirituali di Doroteo di Gaza, ediz. L. Regnault, Paris 1963 (SCh 92); infine l'enorme compilazione di Paolo Evergetinos pubblicata ad Atene in 4 tomi dal 1957 al 1968. Gli apoftegmi cambiano di posto e si modificano nell'insieme di ogni loro collezione.

In Latino ci è pervenuta la compilazione di Rosweyde, Vitae Patrum, Anvers 1628, quasi esaustiva, riproposta nel t. 73 della PL (10 parti attribuite a Girolamo, Rufino, Cassiano, Pelagio, Giovanni, Pascasio, Palladio, Teodoreto, Mosco, e appendici), la collez. di Pascasio di Dumio: ed.crit. J.G. Freire, A versao latina por Pascasio de Dume dos Apophthegmata Patrum, 2 v., Coimbra 1971 del s.VII: Pascasio e Giovanni hanno come fonte la collezione sistematica greca; G. Freire ha trovato una collez. latina del s.V: Commonitiones sanctorum Patrum. Una nova collecao de apofegmas, Coimbra 1974.

In Siriaco ci sono tre tipi di collezioni, raccolte da P. Bedjan nel t.7 degli Acta Martyrum, Paris 1897, utilizzate da Bousset; testimonianze più antiche sono classificate in due opere, edite da R. Draguet: Les cinq recensions de l'Ascéticon syriaque d'Abba Isaie, CSCO, v. 189, 290, 293 e 294, scritt. Siri 120-124 (Louvain 1968); Les formes syriaques de la matière de l'Histoire Lausiaque, in CSCO, v. 389, 390, 398 e 399, scritt. Siri 169, 170, 173 e 174 (Louvain 1978).

In Copto è scritta la raccolta edita da A.Guillaumont, L'ascéticon copte de l'Abbé Isaie, Il Cairo 1956; in Armeno sono i due volumi dei Mechitaristi di Venezia nel sXIX, tradotti in latino letterale da L. Leloir, Paterica armenica a PP. Mechitaristis edita (1855) nunc latine reddita, in CSCO, v. 353 e 361 (Louvain 1974 e 1975); manoscritti ancora inediti; raccolte inutilizzate nel 1855, come la fine del GirkC TghtocC (Tiflis 1901), pp. 510-525; in Georgiano sono diversi tipi di raccolte edite da M. Dvali in Sua saukunet' a novelebis jveli k' art' uli t' argmanebi, t. 1 (Tiflis 1966), t. 2 (Tiflis 1974); Mons. J.M. Sauget ha descritto i Paterika arabi; V. Arras ha edito le collezioni etiopiche nel CSCO, 238, 239 e 277, 278 (Louvain 1963 e 1967); W. Veder ha proceduto alle migliori classificazioni per quanto concerne le collezioni slave, completate da M. Capaldo, L'azbucno- ierusalimskij Paterik, in Polata k'nigopic'naja 4 (1981) 26-75. L'albero genealogico potrà comprendere anche la versione sogdiana.

aposiopesis o reticenza, quando non si dice quello che si sa.

APOSTROFE - aversio - est exhortatio ad personam vel rem (non praesentem).
pensa, o lettore,...

appositio

ARCHAISMUS - aspetto stilistico relativo all'uso di parole antiche, o cadute in disuso: TERT., pall.: II: blatire, quassare. III: cluere, deglubare. IV: rupex, solox, propudiosus, subverbustus, depilare.

Arenga constituitur ratione Bullae, primis verbis expressa, quibus citatur.

ARGOMENTAZIONE PATRISTICA

La Tradizione è nella Chiesa principio normativo, ereditato dal giudaismo e integrato sotto l'influsso delle tradizioni religiose antiche greco-romane. Ma fu soprattutto durante la controversia ariana che molti autori hanno fatto riferimento all'autorità dei Padri, sia per appoggiarsi alla loro fede, conforme alle Scritture ed alla tradizione apostolica, sia per riprendere le loro esatte affermazioni su articoli controversi di fede. Questi argomenti, fondati sull'autorità dei Padri, diedero vita ad nua nuova forma di prova teologica, simile a quella fondata sui testimonia scritturistici, attestati dagli Apologisti, specialmente nelle opere contro i Giudei.

L'argomentazione patristica, di tradizione giudaica, non era sconosciuta alla cultura classica, come appare dai commenti letterari di autori famosi, dall'uso di trasmettere il pensiero dei grandi filosofi e maestri in antologie, dalla giurisprudenza che interpretava le leggi ricorrendo all'autorità degli autori più famosi del passato; ma ha trovato il suo teorico in Vincenzo di Lerino che, seguendo i principi di Agostino, ha posto come criterio dell'ortodossia la consensio Ecclesiae antiquae et universalis (Comm. 30 s).

argumenta inventionis et compositionis:

Ars dictandi (componendi) - A Parigi all'inizio del secolo XII fu pubblicata la Summa dictaminis breviter et artificiose compositum per magistrum Laurentium iuxta stilum Curiae Romanae et consuetudinem modernorum, destinata ad entrare in tutte le cancellerie, per insegnare a perfezionare la forma dei documenti ufficiali (bolle, diplomi, lettere, brevi, atti in genere), con salda dottrina per i contenuti e gusto raffinato per la forma. Vengono così fissate norme stilistiche per la collocazione delle parole nella frase, dei membri nel periodo, delle figure nei periodi, del cursus nella conclusione, degli artifici retorici nell'intero documento o composizione.

La lettera viene studiata nelle cinque parti della salutatio, captatio benevotentiae, narratio, petitio, conclusio, e le regole, desunte dalle opere dei classici o suggerite dall'uso contemporaneo di maggior prestigio, vengono fissate in trattati, detti ars dictandi (o ars dictaminis), cioè trattati di composizione secondo le regole della retorica.

Per la chiarezza, brevità e completezza di esposizione dei precetti stilistici, le artes dictandi divennero comuni non solo presso i funzionari delle cancellerie, ma anche presso i giuristi e i docenti, nelle corti e nei centri culturali, spingendo a creare le sottospecie delle ars notaria, ars sermocinandi (o praedicandi), ad uso dei predicatori, e simili.

Ars moriendi

Il pensiero della morte per vivere bene, cioè secondo laLegge divina, faceva parte del patrimonio religioso del pio israelita. In campo cristiano fu soprattutto a partire dal secolo XIV che si sviluppò una enorme letteratura sulla morte. Meditazioni, riflessioni morali, pensieri di filosofi classici e cristiani, temi escatologici, attraverso il fantasma della morte avevano lo scopo di persuadere e indurre efficacemente l'uomo all'odio verso il peccato ed all'esercizio della virtù.

L'opera più antica risaliva ad Anselmo d'Aosta (s.XI), con l'Admonitio moriendi, ma quella più impegnativa era opera di Giovanni Gerson, all'inizio del secolo XV, De arte morendi, terzo libro del suo Opus tripartitum. Larga diffusione conobbe pure lo Speculum artis bene moriendi, probabilmente di Nicola di Dinkelsbühl. Molti trattati si segnalano per la bellezza delle miniature e, dopo l'avvento della stampa, per le artistiche incisioni.

Articulus sive comma: in iure est pars canonis, vel legis; in sententiis est pars ante moram

asyndeton: veni, vidi, vici.

associatio

assonantia Auctoritates - sono raccolte di frasi celebri, desunte da opere apprezzate e famose di auctores di grande prestigio dottrinale o morale, garanti quindi e testimoni di verità e saggezza.

Poiché gli auctores erano considerati indispensabile mezzo di formazione culturale nella scuola, si sentì la necessità di raccogliere, in brevi trattazioni introduttive - Accessus ad auctores - le notizie indispensabili per interpretare correttamente le loro opere. Il più completo e organico di questi trattati è il Dialogus super auctores composto nel secolo XII da Corrado di Hirschau.

I brani scelti erano molto ampi nei florilegia (antologie), e invece ridotti a semplici e brevi frasi nelle collezioni di dicta, opiniones, sententiae, per dar vita ad alphabeta o a breviloquia o a compendia.

Contemplationes erano invece riflessioni su una frase prescelta, per penetrarne i significati meno appariscenti, mentre le distinctiones ne ricercavano tutte le sfumature. Le moralitates erano opere più ampie, composte al fine di trovare simboli morali anche in opere che originariamente erano state concepite con tutt'altra destinazione.
Nelle scalae gli argomenti venivano disposti in una successione ordinata e graduale.

In tutte queste opere si seguiva il metodo dei commentatori biblici, che passavano frequentemente dal commento letterale all'interpretazione morale.


Ad indicem

Quaestiones