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calembour ludus est verborum saepe anbiguus

Canon

La parola canone, come regola normativa da seguirsi da tutti, ebbe l'ogetto privilegiato nel Canon Missae o Canon Romanus, chiamato pure Actio nel Sacramentario Gelasiano (agere = celebrare); nel Sacramentario Gregoriano è chiamato sempre Canon.

La struttura letteraria del Canone Romano è piena di amplificazioni, anafore, allitterazioni, parallelismi, richiami biblici, difficilmente traducibili integralmente nelle lingue moderne:
rogamus ac petimus
quam pacificare, custodire, adunare et regere digneris
toto orbe terrarum
uti accepta habeas et benedicas
haec dona, haec munera, haec sancta sacrificia illibata
hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, panem sanctum
per quem haec omnia semper bona creas, sanctificas, vivificas, benedicis et praestas
per ipsum et cum ipso et in ipso
de tuis donis ac datis
panem sanctum vitae aeternae et calicem salutis perpetuae
unde et memores... offerimus
Supra quae propitio ac sereno vultu respicere digneris
In conspectu divinae maiestatis tuae.

Innumera sunt verba ex Patribus deprompta: servitus, servi (=sacerdotes), familia tua (=fideles), refrigerium (=requies aeterna).

Canone, conforme al significato etimologico di bastone diritto e lungo, quindi oggetto utile a tracciare una linea diritta e, in senso traslato, di regola, principio, misura, assunse altri valori specifici, come il complesso dei libri ritenuti d'ispirazione divina, e norma stabilita dalla chiesa, sia radunata in concilio, sia quando emana leggi per il bene dei fedeli - decretales (raccolte di canoni) dei pontefici.

Nel diritto civile si intende per canone la prestazione periodica in denaro o in beni fungibili dovuta quale corrispettivo dell'utilizzazione di un bene.

Diritto canonico è l'insieme delle norme, storicamente elaborate o attualmente vigenti, prodotte dalla chiesa cattolica per disciplinare la propria vita e la propria attività e per regolare le relazioni intraecclesiali e quelle con la società esterna.
Specialmente con Graziano, dal sec. XII, si afferma l'autonomia del diritto canonico da altre scienze teologiche.

La codificazione delle singole leggi potè avvenire solo nel 1917, non senza opposizioni e scetticismi, con la promulgazione del codex iuris canonici a opera di Benedato XV.
Nel 1983 è stato varato il nuovo codice che recepisce (non sempre integralmente) le innovazioni giuridiche e lo spirito pastorale propri del concilio Vaticano II.

Canto gregoriano
Canto gregoriano: esempi


Cànone

Il termine kanon significa in greco «misura», «regola», «norma» e dal secolo IV d.C. venne dato alla collezione dei libri della Bibbia per riconoscere i libri che ne facevano parte e separarne quelli che non dovevano essere inclusi.

Il criterio per redigere tale elenco fu l'«ispirazione» stessa, e i libri riconosciuti ispirati furono inclusi nel Cànone e chiamati Canonici, gli altri invece, non riconosciuti ispirati, furono considerati non canonici, e più tardi furono chiamati Apocrifi.

L'elenco dei libri canonici fu redatto assai tardi: dal s.XVI furono chiamati Protocanonici (cioè «del primo Cànone») i libri riconosciuti in antico da tutte le Chiese, e furono detti Deuterocanonici (cioè «del secondo Cànone»), quelli non riconosciuti in antico da tutte le Chiese.

I protestanti chiamano Apocrifi i libri Deuterocanonici, e chiamano Pseudo-epigrafi i libri chiamati Apocrifi dai cattolici.

Ebrei e protestanti escludono dal Cànone i libri Deuterocanonici e gli Pseudoepigrafi.

L'Antico Testamento Ebraico comprende ventiquattro libri:

A tale Cànone i cattolici aggiungono altri sette libri (otto, se si stacca la Lettera di Geremia dal libro di Baruc, di cui nel testo latino costituisce l'ultimo capitolo), cioè i Deuterocanonici; inoltre i libri di Ester e di Daniele hanno parti, chiamate anch'esse «deuterocanoniche», che non hanno riscontro nell'edizione ebraica, per cui sdoppiando libri e invertendo l'ordine, l'Antico Testamento Cattolico comprende:

Le divergenze tra i due Cànoni continuano le divergenze esistenti tra i Giudei della Palestina e quelli della Diaspora.

I tradizionalisti rigorosi esclusero dal Cànone (probabilmente sul finire del s.I d.C.) i libri scritti in lingua greca, o scritti in lingua ebraica (o aramaica) ma non attribuiti a personaggi famosi dell'antichità, come il libro della Sapienza, scritto in lingua greca, e l'Ecclesiastico scritto originariamente in ebraico, ma non attribuito a un antico personaggio, a differenza dell'Ecclesiaste attribuito a Salomone.

Al contrario gli Ebrei ellenizzati fuori della Palestina inclusero nel Cànone anche i libri esclusi dai Palestinesi.

I cristiani accettarono il Cànone dei Giudei ellenistici, quale era trasmesso dalla versione greca dei Settanta, che perciò è divenuto il Cànone Cattolico, nonostante le incertezze riguardo ai Deuterocanonici.

Il Cànone del Nuovo Testamento comprende ventisette scritti.

Dubbi furono sollevati sulla canonicità dell'Apocalisse, della lettera agli Ebrei, e di quelle di Giacomo, di Giuda, della 2ª Pietro, e delle 2ª e 3ª Giovanni.

Questi sette scritti furono chiamati anch'essi Deuterocanonici.


All parts of the Bible are interpreted in the Orthodox Church in the light of Christ since everything in the Bible leads up to Christ and speaks about Him (Lk 24: 44).

This fact is symbolized in the Orthodox Church by the fact that only the book of the four gospels is enthroned on the altars of our churches and not the entire Bible.

This is so because everything in the Bible is fulfilled in Christ.


Apocrifi

I libri apocrifi hanno notevole importanza storica e letteraria, e furono usati dalla Chiesa, come l'Orazione di Manasse re di Giuda.

Essi per il titolo o l'argomento mostrano affinità con i libri canonici.

Per l'Antico Testamento importanti sono: la breve Orazione di Manasse; il 3º Esdra, forse del s.II a.C., molto usato da giudei e cristiani; il 4º Esdra, del s.I d.C.; i libri 3º e 4º Maccabei, quest'ultimo falsamente attribuito a Flavio Giuseppe; i diciotto Salmi di Salomone, della seconda metà del s.I a.C., con le idee messianiche di quei tempi; le Odi di Salomone; il Libro di Henoc, vasta antologia di scritti di epoca diversa; il Libro dei Giubilei; i Testamenti dei dodici Patriarchi; l'Ascensione di Mosè; l'Ascensione di Isaia; l'Apocalisse di Baruc.

Per il Nuovo Testamento importanti sono: il Protovangelo di Giacomo, in gran parte del s.II d.C., largamente diffuso; il Vangelo di Pietro, del s.II; il Vangelo di Tommaso; l'arabo Vangelo dell'infanzia del Salvatore; la Storia di Giuseppe il falegname, di ambiente monofisita; Atti di Apostoli (Pietro, Paolo, Giovanni, Tommaso); lettere; l'Apocalisse di Pietro; l'Apocalisse di Paolo.

Testi originali della Bibbia

I libri della Bibbia sono stati scritti originariamente in lingua o ebraica, o aramaica, o greca.

Talvolta un libro, scritto in ebraico o aramaico, si è conservato solo in versione greca.

L'Antico Testamento fu scritto, in massima parte, in ebraico; sono conservate in aramaico solo alcuni capitoli di Daniele (2, 4-7, 28) e di Esdra (1Esdra, 4, 8-6, 18; 7, 12-26), e a una breve glossa di Geremia (10, 11).

Dei libri deuterocanonici conservati in greco, furono scritti originariamente in greco Sapienza e 2Maccabei; invece Tobia, Giuditta, Baruh, Ecclesiastico, e 1Maccabei furono scritti originariamente in ebraico o in aramaico, e non sono giunti fino a noi (salvo buona parte dell'Ecclesiastico).

Il Nuovo Testamento fu scritto tutto in greco, salvo Matteo, scritto dapprima in ebraico (aramaico), ma subito tradotto in greco.

Nessuno dei manoscritti originali dei libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento è giunto fino a noi.

I più antichi manoscritti ebraici non risalgono oltre il s.X d.C., e sono non più di due o tre; altri tremila circa sono posteriori e talvolta recentissimi; inoltre, assai raramente contengono l'intera Bibbia ebraica.

Almeno dieci secoli e a volte anche venti e più separano i manoscritti a noi pervenuti dagli originali.

Tuttavia la minuziosa cura degli scribi giudei nel ricopiare i testi sacri e il testo stabilito quasi ufficiale riducono al minimo le differenze e gli errori tra i vari manoscritti.

I rabbini imposero numerose e minute prescrizioni per garantire l'esatta trasmissione del testo, che sono designate col termine di masora («tradizione»).

Il testo ebraico risale al s.I d.C.

Il Nuovo Testamento è stato trasmesso da più di quattromila manoscritti, di cui circa duecento onciali, oltre a decine di papiri.

Del s.IV sono il Vaticano, e il Sinaitico completi.

Ma si hanno ampi frammenti di codici papiracei del s.III e addirittura del II (Chester Beatty).

I manoscritti di Virgilio e Tito Livio sono distanti di circa quattro secoli, di otto quelli di Orazio, di nove quelli di Cesare, di dodici quelli di Cornelio Nepote, di tredici quelli di Tucidide.

Versioni della Bibbia

I testi originali della Bibbia cominciarono ad esser tradotti in altre lingue già in tempi anteriori a Cristo, quando l'elenco dei libri non era ancora fissato.

Queste versioni sono importanti per riscontrare l'esatta conservazione dei testi originali ed eventualmente correggerli.

Esse furono composte generalmente per il bisogno di comprendere la Bibbia, quando i suoi testi originali non erano più compresi, prima nelle comunità giudaiche viventi o in Palestina o fuori (Diaspora) e poi nelle comunità cristiane, che non ne comprendevano le lingue originali.

Versioni aramaiche

Tra le più antiche versioni del testo ebraico dell'Antico Testamento sono le versioni aramaiche.

I Giudei della Palestina, infatti, abbandonarono progressivamente la lingua ebraica, impiegando una lingua molto simile, l'aramaica; tuttavia nelle adunanze sinagogali la Bibbia continuò ad esser letta nel testo ebraico, sempre meno compreso.

Si fece seguire alla lettura del testo ebraico la traduzione in aramaico; chi oralmente traduceva era chiamato [me]turgeman, «traduttore» (it. gradomanno), e il suo discorso targum, «traduzione».

La traduzione era fedelissima per il Pentateuco (Legge), ma più libera e quasi una parafrasi per gli altri libri, come si usava per spiegare il testo.

Le traduzioni e le parafrasi per parecchio tempo furono affidate alla memoria, fedelmente, e poi furono fissate in iscritto, ricevendo dal s.IV in poi la definitiva redazione, giunta fino a noi.

Per antichità e importanza il Targum detto di Onkelos (probabile alterazione del nome greco di Aquila) è il più pregiato e il più letterale, e risale a circa il s.II; contiene solo il Pentateuco.

Il Targum di Jonathan, forse del s.III ma ritoccato anche più tardi, contiene la classe dei «Profeti»; è meno fedele e più parafrastico del precedente.

La classe degli «Agiografi» ha più d'un Targum, ma d'origine tardiva (non anteriore al s.VI) e senza alcun valore per il testo biblico.

Versioni greche

L'Antico Testamento ebbe diverse traduzioni in greco, ma la regina delle versioni è la versione detta dei Settanta, perchè, secondo un'antica leggenda contenuta già nella (falsa) Lettera di Aristea (forse del s.II a.C.) e tramandata da giudei e cristiani, fu compiuta da Settanta[due] interpreti inviati da Gerusalemme in Egitto, su richiesta di Tolomeo II Filadelfo.

In realtà essa esisteva già in parte nel s.III a.C., ad uso dei Giudei di Alessandria, come poco dopo avvenne per il Targum.

E' opera di molti traduttori, come dimostra l'indole differente dei singoli libri e talvolta delle varie parti di uno stesso libro.

Il Pentateuco fu tradotto per primo, probabilmente poco dopo il 300 a.C., ed è il più fedele al testo ebraico e corretto nel greco.

I libri successivi, tradotti tra il s.III e il II, sono d'indole varia.

Giosuè, Giudici, Paralipomeni, non si discostano molto dalla fedeltà usata per il Pentateuco; i libri profetici sono più scadenti, specialmente Daniele, sostituito dalla Chiesa greca con la versione di Teodozione; eccessivamente aderenti al testo ebraico sono il Cantico e l'Ecclesiaste, invece troppo liberi ed arbitrari Giobbe e Proverbi.

La versione dei Settanta incontrò gran favore presso i giudei e presso i cristiani, ma i Giudei la sostituirono con altre composte nel s.II d.C., denominate di di Aquila, di Simmaco e di Teodozione: la prima è una versione servile, la seconda è chiara ed elegante ma talvolta libera, la terza segue i Settanta ritoccandola sull'ebraico.

Di altre versioni greche, chiamate quinta, sesta (e settima), dalla posizione che occupavano nella sinossi di Origene, ci sono pervenuti scarsi frammenti.

Origene a metà del s.III offrì il testo ebraico e le versioni greche, in forma sinottica, in sei colonne con non più di due o tre parole in ogni riga: nella prima colonna c'era il testo ebraico in lettere ebraiche; nella seconda, il testo ebraico trascritto in lettere greche; nella terza, il testo di Aquila, il più fedele all'ebraico; nella quarta, quello di Simmaco; nella quinta, quello dei Settanta; nella sesta, quello di Teodozione.

L'opera fu chiamata la Esapla, «sestupla», dal numero delle sei colonne.

Origene per alcuni libri aggiunse una quinta e una sesta versione, cosicchè per quei libri l'opera fu chiamat Ettapla e Ottapla.

Dall'Esapla deriva un'edizione minore, senza le due prime colonne ebraiche, chiamata Tetrapla, «quadruplice».

Nella colonna dei Settanta, Origene segnalò con un segno speciale (obelo) le parole aggiunte all'ebraico, notò con un alto segno (asterisco) le parole non tradotte, desumendole per lo più da Teodozione.

L'immensa opera, in non meno di cinquanta volumi, si conservò in Cesarea di Palestina fino ai tempi della conquista araba (s.VII).

Restano solo copie di alcuni libri, specialmente dei Salmi, su tutte le colonne.

Versioni siriache

In lingua siriaca, affine all'aramaica del Targum, i libri protocanonici del testo ebraico dell'Antico Testamento furono tradotti già nel s.II d.C.; i deuterocanonici furono aggiunti più tardi, tradotti dai Settanta.

La più antica versione siriaca del Nuovo Testamento è il Diatessaron di Taziano, che fuse i quattro Vangeli.

Nel s.V, fu fatta una nuova versione, o una radicale revisione, del Nuovo Testamento, che fu la Pescitta, «semplice», di gran pregio critico: tuttavia mancano i libri di canonicità controversa (2ª Pietro, 2ª e 3ª Giovanni, Giuda, Apocalisse), aggiunti più tardi.

Rimangono frammenti di una versione fatta dal greco dei Settanta nel s.VI per ordine di Filosseno, e detta perciò Filosseniana, di una fatta nel s.VII sul greco della Esapla, e detta perciò siroesaplare.

Altre Versioni

Antiche sono anche la versione Copta, del s.III per i Cristiani d'Egitto, in quattro dialetti, il sahidico o egiziano meridionale, il bohairico o egiziano settentrionale, il faiumico e l'akhminico o egiziano medio.

Forse solo le prime due fatte sui Settanta erano complete.

L'Etiopica, nell'antica lingua ge'ez, fu composta tra i s.V e VI sui Settanta e variamente ritoccata.

Del s.V è l'Armena, sui Settanta, e la Georgiana, posteriore.

Della versione Gotica, sul testo greco del s.IV, restano frammenti.

Le varie versioni Arabe, condotte su testi differenti, sono posteriori al s.VIII.

La versione Slava antica è del s.IX.

La Versione latina Vulgata

Oltre la Settanta hanno particolare importanza per il cristianesimo occidentale le versioni anteriori e posteriori a San Girolamo (fine del s.IV).

Traduzioni latine della Bibbia circolavano già nel s.II, ma del loro numero, ampiezza, origine, siamo poco informati.

Probabile luogo di traduzioni almeno parziali fu l'Africa proconsolare romana.

Le traduzioni latine della Bibbia mostrarono divergenze sempre più numerose e alla fine del s.IV s.Agostino costatava che si potevano contare coloro che tradussero le Scritture dalla lingua ebraica nella greca, ma non i traduttori latini; giacchè appena uno qualunque riusciva ad avere un codice greco e presumeva di avere un pochino di perizia in ambedue le lingue si metteva a tradurre (De doctr. chr., II, 11).

Che versione fosse l'Itala, da preferire alle altre, non è dato sapere: si tratta forse della versione latina usata in Italia e specialmente a Milano, mentre altri suppongono un errore del copista.

Col termine Itala si designa la versione latina anteriore al s.IV, in contrapposizione con quella «africana» (In ipsis autem interpretationibus Itala ceteris praeferatur, nam est verborum tenacior cum perspicuitate sententiae (Doctr.chr. 2,15,22; versio tam erat rudis ut sermo videretur alienus: Visa est mihi indigna quam Tullianae dignitati compararem: Aug., Conf. 3,5,9).

I Vangeli mostrano chiaramente d'essere stati tradotti da differenti autori.

In genere la traduzione è molto aderente al testo greco, e talvolta è servile; non rifugge dal latinizzare parole greche, mentre la lingua che comunemente impiega è quella della bassa latinità.

In complesso, è una traduzione che si raccomanda non tanto per l'eleganza quanto per la fedeltà.

Dell'Antico Testamento si è conservata la parte deuterocanonica, salvo Tobia e Giuditta, perchè passata e incorporata nella Vulgata; per la stessa ragione si sono conservati i Salmi e il Nuovo Testamento, ma con ritocchi di s.Girolamo.

Numerose sono le citazioni che di questa versione fanno gli antichi Padri e scrittori latini.

All'incertezza del testo di quest'antica Bibbia latina rimediò s.Girolamo, conoscitore del latino, del greco, dell'ebraico e dell'aramaico.

Dapprima egli si limitò a correzioni dell'antica Bibbia latina, secondo ottimi codici del testo greco da cui essa dipendeva.

La prima correzione fu da lui eseguita a Roma nell'anno 383 per commissione di papa Damaso; questa revisione si estese ai quattro Vangeli, e probabilmente anche al resto del Nuovo Testamento.

Poco dopo, forse nel 384, furono corretti i Salmi sui Settanta: sembra questo il cosiddetto Salterio romano, usato nella basilica di s.Pietro in Vaticano fino al Concilio Vaticano II.

In Palestina verso il 387 revisionò l'Antico Testamento latino secondo il greco della Esapla conservata a Cesarea.

Restano, oltre a vari frammenti, il libro di Giobbe e quello dei Salmi, il cosiddetto Salterio gallicano, perchè adottato specialmente dalle chiese delle Gallie, e incluso nella Vulgata.

Volendo seguire l'«ebraica verità» compie una nuova traduzione latina dal testo originale ebraico.

Verso il 390 tradusse dall'ebraico i quattro libri dei Re, i profeti e i Salmi (questa nuova versione dei Salmi non entrò nella Vulgata), Giobbe; nel 395 Esdra e Neemia; nel 396 i Paralipomeni; nel 398 i Proverbi, l'Ecclesiaste e il Cantico; nel 405 terminò il Pentateuco con Giosuè, Giudici, Rut ed Ester.

In precedenza aveva tradotto dall'aramaico Tobia e Giuditta.

Si astenne dal tradurre i libri deuterocanonici dell'Antico Testamento, perché esclusi dal cànone ebraico, né tradusse il Nuovo, contentandosi della revisione già fattane sul testo originale.

La traduzione di s.Girolamo per chiarezza e fedeltà è nel suo complesso superiore alle altre: ebbe in mira l'aderenza al testo ebraico, consultando le antiche versioni greche; non trascurò tuttavia una certa eleganza nella forma, dando spesso nel più largo periodo latino forma subordinata alle piccole frasi coordinate dell'ebraico ed evitando ripetizioni verbali.

Cercò anche di non scostarsi molto dall'antica versione Latina, specialmente nei Salmi, che il popolo sapeva a memoria.

Non mancano i difetti o per la fretta con cui alcuni libri sono stati tradotti (in tre soli giorni Proverbi, Ecclesiaste, Cantico; in un giorno Tobia, in una notte Giuditta), o per la imperfetta interpretazione, o per l'infondatezza di opinioni giudaiche e cristiane correnti ma infondate.

Carente è a volte la critica testuale, in quanto non si percepisce qualche errata lezione dei codici.

I meglio tradotti sono i libri storici.

La traduzione di s.Girolamo non fu accolta con favore da tutti, anzi non mancarono ostilità e perplessità, anche di s.Agostino, per timore che diminuisse l'autorità della versione dei Settanta, usata dagli Apostoli, dalla liturgia e dal popolo.

Nelle Gallie la nuova traduzione s'introdusse presto, e poco dopo anche Spagna e Irlanda; la Chiesa Romana invece fu più lenta ad adottarla, e alla fine del s.VI il papa Gregorio Magno si serviva di essa e dell'antica Latina promiscuamente.

Ma lungo i s.VII e VIII la nuova traduzione divenne la più comune, vulgata (editio), accettata in tutto l'Occidente, al posto delle altre.

Nel s.XV la parola vulgata acquistò nella Chiesa cattolica un significato tecnico e designò l'intera Bibbia latina formata in parte dall'antica e in parte dalla nuova traduzione.

La Vulgata latina è composta dai libri protocanonici tradotti dall'ebraico da s.Girolamo, Tobia e Giuditta tradotti dall'aramaico, le aggiunte a Ester e Daniele tradotte dal greco, i Salmi dell'antica Latina, corretta da Girolamo in Palestina secondo il greco della Esapla, gli altri deuterocanonici dell'antica Latina.

Il Nuovo Testamento proviene dall'antica Latina, ma i quattro Vangeli furono revisionati a Roma da San Girolamo (probabilmente anche gli altri libri).

La riforma protestante rigettò la Vulgata.

Le nuove traduzioni in tedesco furono fatte sui testi ebraico e greco da Lutero.


Canto Liturgico


Canto Gregoriano: LA MESSA

L’organizzazione dell’anno liturgico si articola intorno a due tipi di feste, tra le quali la Natività e la Pasqua; le due grandi date della vita di Cristo rappresentano i rispettivi esempi. La festa fissa costituisce il primo tipo e si svolge in una data specifica: così Natale si celebra sempre il 25 dicembre. La festa mobile costituisce il secondo tipo; la sua data sarà fissata in funzione della Pasqua, anch’essa festa mobile.
L’anno incomincia con l’Avvento che c una preparazione al Natale, poi si svolge il ciclo di Natale. La tappa successiva c la Domenica di settuagesima che apre il periodo pasquale; l’Ascensione chiude questo secondo periodo: Comincia allora il periodo della Pentecoste (il cui termine c separato dall’Avvento da un periodo di transizione).
La Messa è la principale cerimonia della giornata. La sua struttura ne rivela il carattere specifico. E’ formata dall’Ordinario, i cui elementi non cambiano mai, e dal Proprio, i cui testi, non la funzione, cambiano a secondo del giorno. All’interno di ciascuna categoria alcune parti sono salmodiate, altre cantate. I brani cantati sono di grande importanza per la storia della musica. Sono l’espressione del talento sia del compositore sia dell’esecutore.
I canti del Proprio sono particolari e hanno nella liturgia più importanza di quelli dell’Ordinario che si sono aggiunti piu tardi e che sono ancora oggi facoltativi. Ad esempio, in certi periodi il Gloria e il Credo sono soppressi. Le due categorie si differenziano anche musicalmente. I canti del Proprio devono essere cantati da un coro esperto o da solisti professionisti, perché sono più elaborati di quelli dell’Ordinario che in un primo tempo erano affidati all’assemblea e/o al celebrante. A poco a poco comunque, la differenza si assotiglia, perché il coro impara i canti dell’Ordinario. E’ opportuno ricordare che, mentre i testi del Proprio sono testi biblici, quelli dell’Ordinario provengono da altre fonti.
Inizialmente l’esecuzione dei canti del Proprio si svolge secondo due modalità: l’Introito, l’Offertorio e il Communio sono antifone, il Graduale e l’Alleluia sono responsoriali. Tra questi brani, l’Introito, che apre la cerimonia, (da qui il suo nome) è rimasto praticamente uguale sin dall’origine. Oggi inizia con l’antifona, seguita da un versetto di salmo, il Gloria Patri e termina con la ripresa dell’antifona. In origine l’antifona era una specie di ritornello che riappariva all’interno di parecchi versetti di salmi. Il coro si divideva in due parti che cantavano alternativamente (canto antifonato).
Il Graduale è un canto responsoriale e viene eseguito in modo alternato da un solista esperto e dal coro. Il suo nome deriva da Gradus (scalino) e veniva cantato sui gradini dell’altare. E’ un canto musicalmente molto elaborato. Oggigiorno il responsorio iniziale è diviso tra il solista e il coro e così pure il salmo che segue ed il responsorio finale. L’esecuzione dell’Alleluia è praticamente identica, a parte il fatto che per il responsorio iniziale il coro non si accontenta solo del "jubilus" finale sul "ia", ma ne ripete la tonalità. Questi due pezzi, che un tempo comprendevano numerosi versetti di salmi, ora sono composti da uno solo.
Nella liturgia funebre l’Alleluia è sostituito dal tratto; questo è uno degli ultimi esempi di salmodia diretta. E’ costituito da tre o quattro versetti di salmi; alcuni possono essere più lunghi, come il "Qui Habitat" (1a domenica di Quaresima) che comprende per intero il Salmo 90.
Per la sua peculiarità questo pezzo presenta meno individualità musicale degli altri canti menzionati; si accontenta di un ristretto numero di formule presentate in diverse combinazioni in due degli otto modi usuali, il II e l’VIII modo. I testi dei diversi Ordinari sono tutti simili, ma per stabilire una distinzione tra le feste secondo la loro importanza, si è costituita una organizzazione molto simile a quella del proprio. Certi canti dell’ordinario sono particolarmente associati a delle occasioni precise.
Così, cinque componenti dell’ordinario: Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus Dei, Ite Missa est/Benedicamus Domino, appaiono nei libri liturgici attuali raggruppati in 18 serie (Messe I-XVIII). Per ciascuna di esse è indicato il periodo per cui è più adatta; per esempio Pasqua, le feste solenni, le feste della Vergine……Si trova poi una raccolta di canti,liberi da vincoli per ogni parte, che possono essere usati sia a sostituire sia a variare, a seconda della necessità. Il Credo che appare piu tardi, non ha un posto fisso nella liturgia; c quindi escluso da questi raggruppamenti: Le sei melodie corrispondenti al suo testo sono riportate a parte nei libri dei canti; non ci sono indicazioni riguardo ai periodi di uso. I canti dell’ordinario, da subito riservati all’assemblea, sono stati a poco a poco affidati a cantori esperti. Si instaura così un processo di elaborazione: i pezzi diventano via via più complessi sia sotto l’aspetto formale che musicale. Il Kyrie, per esempio, c costituito dalla tripla enunciazione delle parole "Kyrie Eleison" seguita dalla triplice enunciazione del "Christe Eleison" e, poi, la triplice enunciazione del “Kyrie Eleison”. Lo schema musicale c formato dalla utilizzazione di due melodie ripetute cose: “AAA BBB AAA.” Infatti, uno solo dei “Kyrie” si comporta cose, quello della Messa V: tutte le altre attestano i talenti elaborativi dei compositori; si va dalla semplice "AAA. BBB, CCC" della Messa VIII, alla "ABA CDC, EFE" della Messa III.
Lo stesso fenomeno si osserva nell’Agnus Dei che presenta una semplice ripetizione "AAA" nella Messa V e forme più complicate nella Messa II "ABA o ABC" nella Messa XI. L’esecuzione dell’ordinario non è rigida; può essere antifonata o responsoriale: l’alternanza ne è il principio base; essa si svolge sia tra i cantori ed il coro, sia tra le due parti del coro. Per il Kyrie l’alternanza può effettuarsi sezione per sezione. L’ultima sezione è allora ripresa da tutti. E’ anche possibile avere un "Ensemble" all’interno delle sezioni.
La comparsa della polifonia permetterà in seguito di alternare le sezioni di canto-piano alla polifonia; è così che procede il Kyrie della Messa di Machaut (XIV secolo).
Il Gloria, il Credo e l’Agnus Dei sono eseguiti secondo la stessa procedura. Quanto al Sanctus, è eseguito da tutto il coro, tranne il Benedictus per l’elevazione. Il Gloria e il Credo, l’Ite Missa est e il Benedicamus Domino differiscono dagli altri canti: l’inizio di questi pezzi è intonato dal celebrante e non dal coro o dai cantori. Il prete intona l’inizio del "Gloria in Excelsis Deo" ed il coro entra alle parole "et in terra pax hominibus". Lo stesso dicasi per il Credo: il celebrante intona "Credo in Unum Deum" ed il coro prosegue con "Patrem Omnipotentem".
Si dovrà attendere il XVIII secolo perché queste frasi di apertura siano integrate in una nuova composizione. Dal Medioevo al Rinascimento, nell’esecuzione delle messe polifoniche, sono stati aggiunti gli "Incipit monodici". Si sceglie un pezzo del repertorio gregoriano in un "Modo" corrispondente a quello della polifonia.

Catacresi seu abusio: pes montis, manus Dei

CATECHESI

Catechesi era l'istruzione completa e approfondita dopo il Kerygma e gli elementi dell'annuncio. Tali istruzioni - chiamate catechesi da kathxe/w = insegnare a viva voce - erano l'eco di una parola già detta: quella di Dio. In tal senso la catechesi è in primo luogo il riecheggiare della parola di Dio mediante la voce del catechista.

Con Ireneo - Demonstratio e Tertulliano - De baptismo - il genere catechetico entra nei generi letterari. Essi espongono le varie tappe della storia della salvezza usando la tipologia per interpretare in senso cristologico-sacramentale i dati veterotestamentari.

Verso il 180 Panteno fu a capo della scuola catechetica - didaskaleion - probabile continuazione in ambito cristiano di quella giudaica. La catechesi qui aveva forse contenuto prettamente esegetico, diretta a catecumeni e a già battezzati ma non aliena dall'entrare in discussione con le opinioni di eretici e filosofi. Dopo Panteno, Clemente e poi Origene hanno insegnato in tale scuola. Il legame stretto tra catechesi, Bibbia e liturgia obbliga ad una esposizione dottrinale fondata sull'esegesi scritturistica e alla confutazione delle eresie.

Nella settimana di pasqua, i neofiti ascoltavano le catechesi mistagogiche, spiegazioni estese dei sacramenti ricevuti. Cirillo di Gerusalemme nel 348 dopo la Protocatechesi pubblica 18 c. dette degli «illuminati» concernenti la preparazione morale, la penitenza e la misericordia di Dio, il battesimo, una sintesi dogmatica, la fede e i vari elementi del Simbolo (Cat. VI-XVIII). Delle 5 c. mistagogiche - due sul battesimo, la terza sulla confermazione, la quarta e la quinta sull'eucaristia - l'attribuzione più che a Cirillo è da dare a Giovanni, suo successore come vescovo di Gerusalemme.

Una serie di catechesi sono le 8 istruzioni predicate dal Crisostomo ad Antiochia verso il 388: le prime due rivolte agli iscritti per la preparazione immediata al battesimo e le altre ai neofiti e a tutta la comunità.
Delle 16 omelie catechetiche di Teodoro di Mopsuestia le prime 10 spiegano il Simbolo, l'undicesima il Pater, le altre, mistagogiche, il battesimo, l'unzione, l'eucaristia e la confessione.
Ambrogio spiega il Simbolo ai catecumeni e riserva ai neofiti, durante la settimana di Pasqua, la spiegazione, mediante il metodo tipologico, dei sacramenti ricevuti.

Agostino nel De catechizandis rudibus, si rivolge a chi per la prima volta riceve l'annuncio di fede: non si tratta di catechesi per la immediata preparazione al battesimo, ma numerosi sono i richiami all'oggetto specifico della catechesi. Egli enumera le tappe della storia della salvezza: creazione, diluvio, alleanza con Abramo, Davide, ritorno dall'esilio; non si trova l'esodo, anche se i richiami a questo evento sono numerosi. In chiave tipologica il mistero di Cristo e della chiesa è sempre presente. Cristo occupa il posto centrale, la chiesa dimostra nella liturgia che la storia della salvezza continua nel tempo.
L'Enchiridion spiega il Simbolo e il Pater con l'esposizione dei precetti morali. Il Commento al simbolo, che Rufino di Aquileia scrisse intorno al 404 contro gli eretici, spiega ai catecumeni e ai catechisti i singoli articoli, ricordando il canone della scrittura (c. 35-36) e un elenco di eresie (c. 37).

Segno della diffusione del cristianesimo a tutti i livelli, sociali e culturali, è l'Oratio catechetica magna scritta dal Nisseno verso il 385 per un pubblico di intellettuali neoplatonici bisognosi di un discorso particolarmente sistematico.

Omelie esplicitamente catechetiche sono quelle di Cromazio di Aquileia per i catecumeni intorno alla festa di Pasqua, mentre i continui riferimenti allo Spirito santo indicano l'esigenza di adattare la c. alla situazione dottrinale del momento: la lotta contro i pneumatomachi (Serm. 18; 18a; 14,1; 34).

Anche le omelie del Crisologo (Ravenna) per spiegare il Simbolo ai catecumeni, testimoniano l'uso di battezzare a Pasqua e la persistenza della disciplina arcani che proibiva di mettere per iscritto la formula del Simbolo, affinché non andasse nelle mani di eretici e infedeli (Serm.; LVI; LIX; LXI).

CATENE BIBLICHE

Le catenae sono estratti di vari autori (excerpta, collectanea), riuniti n modo da fare un commento continuo ai testi biblici. Sono sostanzialmente vere e proprie antologie di esegesi biblica, grazie alle quali è dato conoscere, sia pure in frammenti, le interpretazioni che furono date dai Padri sui vari testi della Scrittura e che senza le catene, non sarebbero arrivate fino a noi. A tali opere i primi compilatori diedero più il nome di e)klogai/, e)chghtikai\ e)klogai/, sunagwgh\ o sullogh\ e)cegh/sewn, paragrafai/, in latino excerpta o collectanea.

Anche le collezioni dogmatiche e ascetico-morali sono dette impropriamente Catene, mentre il titolo più adatto è florilegi, essendo simili agli scholia di opere classiche e giuridiche.

Catene greche
Sono scritte in greco, dietro l'esempiio del retore Procopio di Gaza, della metà del secolo VI, che compose catene dell'Ottateuco, dei libri dei Re, dei Proverbi dell'Ecclesiaste e del Cantico dei Cantici. Il materiale sull'Ottateuco era tanto vasto che egli stesso ne fece un compendio, ponendo una sola interpretazione quando le opinioni erano concordi, e rielaborando una specie d'interpretazione continua quand'erano discorsi, trascrivendo le parole di tutti (ta\j a(pa/ntwn ... fwna/j). Altre catene furono composte da Niceta, metropolita d'Eraclea in Tracia (s. XI) su Giobbe, i Salmi, i Profeti maggiori, i Vangeli, le Epistole di Paolo.

Le catene greche in base all'aspetto esteriore si distinguono in tre classi: - marginale, la più comune, in cui il testo biblico scritto in lettere più grosse, sta al centro del foglio, addossato al margine interno, e intorno ad esso sono disposti, sui tre margini esterni, gli estratti esegetici, oppure, più raramente, occupano tutti e quattro i margini e in tal caso il testo scritturistico è situato perfettamente al centro del foglio; - a due colonne; - alternata, con il testo biblico, contrassegnato da virgolette ripetute sul margine del manoscritto, seguito dagli estratti esegetici senza interruzione su tutto il foglio.

Catene orientali
Sono scritte nelle lingue siriaca, armena e copta, tradotte dal greco o compilate (o accresciute) su autori indigeni. Una c. in siriaco a tutta la Bibbia fu composta nel IX s. dal monaco Severo. Si conosce una c. più antica (s. VII), di cui è copia il manoscritto siriaco 852 del British Museum, è anonima, come quella più tarda nota con il titolo Gannat b ss m o «Giardino di delizie» (s. XII).

Catene latine
Fra i Latini il genere ebbe minor fortuna: Scholia di Vittore di Capua (+ nel 553), Expositum in Heptateuchum di Giovanni diacono romano, di poco posteriore, gli estratti accurati di Rabano Mauro, in epoca carolingia. Col ritorno ai Padri, che operò il profondo rinnovamento degli studi nel s.XI, videro la luce le Sentenze di Pietro Lombardo, e si diffusero le Glosse, marginali o a colonna, che accolgono anche brevi spiegazioni tra le righe - glossa interlinearis. Pietro Lombardo compose anche Glosse ai Salmi e alle Epistole di Paolo utilizzando Ambrogio, l'Ambrosiaster, Girolamo, Agostino, Cassiodoro. Più importante è la Glossa ordinaria in cui, grazie alla scuola di Anselmo o Ansello di Laon (+ 1117), confluirono altre Glosse.

CENTONE

Soprattutto nel medioevo la tecnica della centonizzazione, cioè l'esercizio scolastico, caro ai retori della tarda romanità, che con un gioco abile e paziente usa versi o emistichi di vari poeti per crearne altri di significato differente, ebbe grande successo.
Proba Petronia (inizi del s.IV) da così veste poetica ad episodi biblici, adoperando esclusivamente parole e frasi virgiliane.
La tecnica centonistica nei libri liturgici presenta antifone e responsori costituiti di frasi bibliche ricomposte col metodo della centonizzazione ed intonate all'atmosfera della festa o al carattere del periodo del ciclo in cui sono inseriti.

Talvolta si riassumono brani scritturali o a riprodurne il senso variando le parole, cioè ricreando liberamente il brano ispiratore, in composizioni che hanno un'impronta d'originalità.

Ci sono pervenuti centoni di Omero - Homerocentones - e di Virgilio - Virgiliocentones.

Secondo la testimonianza di Tertulliano (De praesc. haer. 39,3-5): '' '' (tr.it. ''Oggi vedi uscire da Virgilio un racconto totalmente differente, in cui la materia è adattata ai verso e il verso alla materia. Così Osidio Geta ha completamente gonfiato la tragedia Medea da Virgiiio. Anche un mio parente, tra altri passatempí letterari, ha spiegato da'i medesimo poeta la Tavola di Cebete. Si sogliono chiamare Omerocentoni quelli che secondo il costume centonario uniscono in una sola opera molti pezzi presi qua e là dai canti di Omero'').

Centoni cristiani sono il poemetto di Pomponio Titiro in onore di Cristo, in forma di dialogo tra il cristiano Titiro e il pagano Melibeo, il lacunoso anonimo imitatore di Proba De verbi incarnatione, del s.V, i 116 vv. del De ecclesia di Mavortius.

Omerocentoni in greco sono attribuiti all'imperatrice Eudossia (+ 460).

Il Christus patiens sono 2640 trimetri giambici (PG 38,131-338), tra le opere del Nazianzeno: tragedia sulla passione di Cristo, secondo lo stile di Euripide, come l'autore stesso avverte nel prologo.

Chiasmus: Novit enim sedem Dei vivi: ab illo et inde descendit. E'eloquente, ma sapiente non lo è affatto. Scribere scribendo, dicendo dicere disces (prov.)

c) De chiasmo

Haec figura, qua verborum collocatio fit in modum litterae Graecae ¡ ad communem, id est naturalem et vulgarem, pertinet sermonem, cum enuntia-ta enuntiatis opponuntur; ctr. Enn. ann. 269: 'spernitur orator bonus, horridus miles amatur'; Cic. Rep. 2,33: 'matrem habemus, ignoramus patrem'; Petron. 61,8: 'fecit assem, semissem habui'. Cum vero singula verba vel verba coniuncta ad chiasmi orationem collocantur, haec figure artificium redolet; cfr. Cic. Rep. 6,26: 'fragile corpus animus sempiternus moves, maxime si idem verbum iteratur: tamen labor possit, possit molestia' (id. Fin. 5,95).

Cum vero plura verba coniuncta, quae paria sunt, decussatim collocantur, multo apertius est artificium; ctr. Rhet. Her. 1,28,38: 'nunc audes etiam venire in horum conspectum, proditor patriae? proditor, inquam, patriae, venire audes in horum conspectum?'

Chirographus seu Autographus (Chirographi vel Chirographa) sunt Litterae autographae manu ipsa Pontificis scripta vel saltem signata...

Chirographi vel Chirographa sunt Litterae autographae manu Pontificis scripta vel saltem signata.

Est brevis scriptio, qua sollemniter sponsio datur circa peculiarem rem. In universum spectat ad institutionem alicuius consociationis vel operis. lpse Summus Pontifex subsignat. Recoli possunt: Nobile subsidium, quo Internationalis Musicae Sacrae Consociatio canonice institditur;57 Cfr AAS LVI [1964], pp. 231-234. Romani sermonis, quo Opus Fundatum «Latinitas» constitditur;58 Cfr AAS LXVIII [1976), pp. 481-483. Orbem novum, quo pretiosus calix Pii PP. VI Ecclesiae Philadelphiensi mittitur;59 AA S LXVIII [1976), pp. 545-546. Mulieribus honores, quo mufferes honoris insignibus decorantur.60 Cfr AAS LXXXVIII [1996), pp. 743-744. Chirographi de more lingua Latina exarantur: tamen fieri potest ut exarentur etiam vernaculo sermone (AAS LVI [1964), pp. 422-423).

Circuitio sive periphrasis: rerum visibilium et invisibilium Conditor (= Deus)

CLAUSOLE e CURSUS

Si chiamano clausole e cursus le sillabe finali di frase, lunghe e brevi, accentate o atone (in musica è la cadenza). L'armoniosa fluidità del periodo naturalmente si dispone in piccole unità, cioè stichi e versetti.
Rendere musicale la scorrevolezza del periodo si apprendeva nella scuola di retorica: la compositio verborum., dopo l'inventio e la dispositio, costituendo una nota personale.

Cicerone fu maestro nell'arte della compositio, ma non fu da tutti seguito. Come norma, il ritmo è dato dalla ordinata disposizione delle lunghe e delle brevi (clausole quantitative), e dall'alternarsi delle sillabe toniche ed atone (clausole accentuative). Il ritmo quantitativo si chiama numerus, quello accentuativo cursus (caro ai maestri medievali di ars dictandi). Sono le cadenze sonore alla fine delle frasi. Il termine numerus esprime un concetto complesso: numerus orationis è il ritmo dell'orazione; numerus poeticus è il ritmo della poesia; numerus cantus è il ritmo del canto.
Cicerone adopera cursus ad indicare l'onda ritmica del discorso: cursus orationis (De orat. 2,10,39; Orat. 58,198); cursus verborum (De orat. 1,35,161; De orat. 3,33,136). Con lo stesso significato anche Quintiliano e Aulo Gellio adoperano il termine cursus.

Il ritmo si ottiene mediante l'opportuna disposizione delle parole, per cui le sillabe lunghe e brevi alternandosi danno effetti particolari. Agli autori cristiani più del melos preme il ritmo sia nella duplice forma del giuoco delle lunghe e delle brevi e degli accenti, che nella sola cadenza degli accenti. Dei due elementi, il melos e il ritmo. Il ritmo era l'elemento attivo della compositio verborum mentre il melos era l'elemento passivo, la dolcezza della poesia e della prosa, la yuxagwgi/a. Il melos variava secondo gli stati d'animo che si volevano suscitare e dipendeva dalle modulazioni della voce. Quintiliano (1,10,25) insegna che l'aumento e l'abbassamento della voce servono a trascinare l'animo degli ascoltatori.

Le clausole sono all'origine del cursus planus, tardus, velox, trispondaicus.
La cadenza degli accenti si conta dall'ultima sillaba, quantitativamente sempre anceps.

Il cursus planus ha l'accento sulla seconda e quinta sillaba (ígne torrére) e deriva dal cretico trocheo (- v - | - v).

Il cursus tardus ha l'accento sulla terza e sesta sillaba (indulgènte vindémia) e deriva dal doppio cretico o dal cretico tribraco (- v - | v v v).

Il cursus velox, ha l'accento sulla seconda e settima sillaba (pérdere magistràtus) e deriva dal dicoreo, preceduto da un cretico, poi sostituito da parola sdrùcciola (- v - | - v - v).

Il cursus trispondaicus, ha l'accento sulla seconda e sesta sillaba (èsse videàtur) e deriva dal peone I e trocheo (- v v v | - v).
Clausole e cursus sono stati approfonditi da F.Di Capua, Il ritmo prosaico nelle lettere dei papi e nei documenti della cancelleria pontificia, 3 vol., Roma 1937-46.

cleuasmo, deminutio: ego, qui nihil scio, ... CLIMAX seu GRADATIO crescens vel decrescens
it. da abile famoso

COLLATIO

La collatio è una raccolta, a scopo di confronto. L'anonima Mosaicarum et Romanarum legum collatio è una raccolta di leggi mosaiche e romane, in sedici capitoli, per dimostrare l'anteriorità della legge mosaica e quindi la verità del cristianesimo contro le rivendicazioni della scienza giuridica pagana.
Il testo biblico è citato secondo una versione sconosciuta della LXX e le leggi romane sono tratte da giuristi antichi e costituzioni imperiali. Ciascun capitolo tratta un problema legislativo prevalentemente di carattere penale e forse faceva parte del I libro dell'opera. La raccolta è nota pure con il nome di Lex Dei, e fu probabilmente composta alla fine del s.IV o all'inizio del V.

COLLECTA

La prima orazione recitata dal vescovo (o dal sacerdote) dopo l'Introito della messa, chiamata colletta, è entratata nel rito romano probabilmente al tempo di papa Leone I.
Essa è fondamentalmente una preghiera di domanda anticamente indirizzata al Padre: cum altari assistitur, semper ad Patrem dirigatur oratio (c. 23 del III Concilio di Cartagine a.397).
Il termine nella liturgia romana specialmente nelle chiese stazionali indica l'assemblea, nei Sacramentari gallicani collectio (più tardi, collecta) designa la preghiera del sacerdote che ricapitola la preghiera dell'assemblea, come in Cassiano (De institutis coenobiorum: CSEL 17, 23-24: orationem collecturus est; qui precem colligit) e Valafrido Strabone (De exord. et increm. 22: PL 114, 945).

La struttura include una proposizione teologica con allusione alla festa (protasis), seguita dalla petizione (apodosis) e conclusa con la clausola Per Dominum. Le collette del s.V-VI, utilizzano il cursus oratorio o prosa ritmica, presente soprattutto nelle collette di papa Leone I, piuttosto quantitativo che accentuativo (in pratica i tipi di cursus planus, tardus e velox).

Origenes (fortasse Ruph., in ep. Rom 9,12: PG 14,1220): ''Usibus sanctorum honeste et decenter, non quasi stipem indigentibus praebere, sed censum nostrum cum ipsis quodammodo habere communem, et meminisse sanctorum sive in collectis solemnibus, sive pro eo ut ex recordatione eorum proficiamus, aptum et conveniens videtur''. Collecta hic valet oratio. Iure collectae solemnes orationibus solemnibus comparantur, potius quam easdem ut peculiares conventus sanctis reservatos intelligere.
Quae non tantum oratio sacerdotis sed et omnium fidelium fuit ut peculiare sinaxis eucharisticae momentum.
Testatur Uranius de improvisa morte Ioannis, episcopi Neapolitani, in initio missae: Ad ecclesiam laetus processit, et ascenso tribunali ex more populum salutavit; resalutatusque a populo orationem dedit: et collecta oratione spiritum exhalavit (a.432, ep.ad Pacatum 11).

Dynamica virtus huius orationis declaratur sensus dilatatione: in Occidente quaestua, eleemosyna, collectio pecuniae vel bonorum (antiquae versiones biblicae vertunt logei/a ICor 16,1.2) sed quoque conventus fidelium et synaxis liturgica (A. Blaise, Dictionnaire Latin-Français des Auteurs chrétiens, Strasburg 1954, s.v.).
In alio Origenis loco, in Latina Rufini versione (Hom. in Gen. X,3: SC 7 bis, 264: Et necesse est nos eos qui collectam negligunt et audire declinant verbum Dei, paululum per patientiam castigare, qui non desiderant panem vitae (Io 6,35.48) nec aquam vivam (Io 7,38), in qua terminus Graecus su/nacij, idem est ac collecta (I.M. Hanssens, Institutiones liturgicae de ritibus orientalibus, 2/1, Romae 1930, p. 24s: lemma deest in sermone Graeco antiquiore, primumque Origenem adhibuit).

Vetus Latina vertit [Rm 15, 26] conlatione: idem pro sanctis [1 Cor 16,1.2] ac collecta.

Conlatio postea coetus fidelium vel monachorum vel lectio certis horis habita ad monachos valuit. Utraque vox et coetum fidelium et [metonymia] orationem vel lectionem declarat, quae in lucem ponit finem huius conventus.

Quaedam aristocratia verbi inest, cum dialectice silentium - verbum coniungat, iuxta illud: Nolite multa dicere. Est sermo affectibus quam maxime plenus. Orationes XXXIV sunt corpus omogeneum.

Elementa communia omnibus orationibus (R.IACOANGELI, Questioni letterarie relative alle ''preces'' della liturgia delle ore: Eph.Lit. 100(1986)391-461) sunt:
invocatio seu e)pi/klhsij;
laudes vel gratulationes vel benedictiones seu eu)logi/a;
intercessio seu u(pere/nteucij;
rogatio seu parai/thsij

In Missali Romano sunt Orationes collectae, ritus introductorios perficientes, Orationes super oblata, quibus fidelium dona, panis et vinum, in Dominicum mysterium segregantur, praesentationem donorum concludentes, Orationes post communionem, pro gratiarum actione in fine celebrationis et totius actionis liturgicae.

Invocatio Dei saepe coniungitur recordationi beneficiorum, quae quasi formam gratulationis induit.

Post celebratum Vaticanum Concilium II in orationibus non amplius citantur verba e Sacra Scriptura deprompta, ut patet in memoria Sanctae Teresiae ab Infante Iesu: recensio v e t u s n o v a Domine, qui dixisti: nisi efficiamini Deus, qui regnum tuum
sicut parvuli, non intrabitis in regnum humilibus parvulisque
caelorum, da nobis, quaesumus, ita Sanctae disponis, fac nos beatae
Teresiae Virginis in humilitate et Teresiae tramitem consequi
simplicitate cordis vestigia sectari, fidenter, ut eius
ut praemia consequamur aeterna. intercessione gloria tua nobis reveletur aeterna.

Colon sive membrum: Tu ne quaesieris | scire nefas | quem mihi quem tibi || finem...

Comma sive Articulus: in iure est pars canonis, vel legis; in sententiis est pars ante moram.

COMMEDIA

Tramontato il genere letterario classico della commedia, subentrò nei secoli XII-XV il genere letterario convenzionalmente legato al classico, ma a motivo del metro usato chiamato commedia elegiaca.
L'erotismo, componente sempre presente nel genere classico, s'attenua in sfumature idilliache e patetiche.
Temi ispiratori sono motivi ovidiani, con scene di crudo e compiaciuto realismo, in sintonia con la novellistica popolare.
La forma alterna narrazione e dialogo e quindi appare composta per la lettura e non per la rappresentazione teatrale, come del resto si evince dalla scelta del metro. Il dialogo è convenzionale come nei carmi bucolici amebei.

Tale commedia fu detta pure epica, per sottolineare l'importanza del verso-base, l'esametro, di fattura scolastica, con esibizione forzata di accostamento tra contenuti e forme non affini.

Grande successo ebbe il De nuncio sagaci o Ovidius puellarum, in cui il poeta racconta la sua disavventura per aver posto fiducia eccessiva in un servo astuto (nuncius sagax!), che invece di fargli raggungere la donna amata, la conquista a suo posto. Il testo risale alla fine del sec. XII, ed era permesso fosse letto dalle ragazze, che invece non potevano conoscere integralmente la produzione ovidiana.

Pieno di grazia maliziosa è pure il De mercatore, desunto da una nota novella del sec.XI. Un mercante torna a casa dopo sette anni d'assenza e trova la moglie divenuta madre d'un bambino, ch'essa asserisce essere nato per il miracoloso intervento d'un fiocco di neve posatosi un giorno sulle sue labbra. Il marito finge di credere ed l'accetta, riparte per i suoi affari e vende il fanciullo. Alla moglie che chiede spiegazioni risponde che il figlio della neve non ha sopportato la temperatura dei paesi caldi e s'è disciolto in un giorno di grande calura.

Satira e caricatura non mancano, come l'egocentrismo che si spinge fino alla megalomania (caratteristico dei Lombardi, cioè degli abitanti dell'Italia settentrionale): De Lombardo et limaca presenta minuziosi particolari della preparazione e le fatiche della lotta, di un Lombardus rusticus per trionfare del suo nemico che altro non è se non una semplice ed innocua lumaca!

COMMENTARI BIBLICI

La necessità di spiegazioni e commenti, per l'esatta e piena comprensione delle opere letterarie, filosofiche, scientifiche, fu avvertita nell'antichità ma molto di più nel Medio Evo, quando assunse denominazioni ed evoluzioni sia cronologiche che tipologiche.

Il commentarium (o commentarius liber) presso gli scrittori tardo-antichi assume l'accezione di commento ampio ed erudito, al posto dell'originale significato di «libro di ricordi», cioè autobiografico.

Inalterato rimane il significato di glossa, d'uso comune in età ellenistica per indicare sia la locuzione rara sia la sua spiegazione (detta anche scolio).

Le Quaestiones sono raccolte di interpretazioni di passi biblici di particolare interesse, le Omelie sono prediche illustrative di passi biblici letti durante le funzioni liturgiche, il Commentario biblico è invece un'opera dedicata all'illustrazione sistematica di un intero libro della Bibbia o di una sezione organica di esso, interpretando il testo sacro versetto per versetto. Esso ha origini giudaiche, il pesher, di cui sono stati trovati Qumrân vari esempi.

Tuttavia i primi commentari cristiani risalgono alla fine del s.II, quando la chiesa si è ormai profondamente ellenizzata, per cui i modelli di questi testi vanno ricercati nell'ambito della letteratura greca. Il commentario grammaticale-letterario consiste in brevi spiegazioni apposte a margine dei testi di poesie e prosa di carattere vario, storico antiquario grammaticale retorico; il commentario filosofico illustra il testo di un pensatore illustre con grande ampiezza e in modo spesso molto personale, come i Commentari platonici di Proclo.

Il Commento a Giovanni dello gnostico Eracleone, è il più antico e risale alla metà del s.II. Dai frammenti si deduce che era di tipo grammaticale e constava di brevi spiegazioni, poco più che glosse, che illustravano in modo non sistematico il IV vangelo. Simili sono quelli di Ippolito a Daniele e al Cantico, anche se l'interpretazione appare più diffusa di quanto non doveva essere in Eracleone.

Invece i Commentari di Origene a Giovanni, Matteo, Cantico, sono più estesi (33 libri su Giovanni, 10 sul Cantico), e seguono il tipo del commentario filosofico, forse anche per tramite di Filone, le cui opere sono in massima parte Commentari a passi del Genesi e dell' Esodo arieggianti questo tipo di commentario.

Nella fioritura dei Commentari dal s.IV in Oriente e mezzo secolo dopo, in Occidente, si hanno esempi dell'una e dell'altra forma. Il Commentario d'ambiente antiocheno, a tendenza letteralista, è piuttosto breve e spedito, mentre quello di scuola alessandrina, privilegiando l'interpretazione di tipo allegorico, è di solito molto più diffuso. In Occidente, soprattutto il De Genesi ad litteram di Agostino, si avvicina per ampiezza di commento al tipo filosofico.

Vario è il modo di composizione. Ambrogio, nel De Abraham, De patriarchis, raccoglie una serie di omelie. Il commento di Gregorio Magno a Giobbe (Moralia in Iob) è una serie di omelie, che però non formano una serie organica perché è stata soppressa la distinzione fra un'omelia e l'altra. Il contario avviene nelle Omelie sulla Genesi e su Matteo del Crisostomo, nelle Enarrationes in Psalmos, nei Tractatus in Ioannem di Agostino.

Destinati solo alla lettura sono il De Genesi ad litteram di Agostino, i Commenti ai profeti di Girolamo, i Commenti ai Profeti minori di Teodoro di Mopsuestia, Cirillo e Teodoreto. Tuttavia non si può escludere che il Commentario a Matteo di Ilario possa derivare da una raccolta di prediche, rielaborate in modo da eliminare ogni traccia della predicazione.

Un posto speciale ha il Commento di origine scolastica, derivato dall'attività magisteriale dell'esegeta, come quelli di ambiente alessandrino, legati all'attività nel Didaskaleion. I Commentari di Origene, anche se rielaborati successivamente, con le continue digressioni dalla linea principale dell'interpretazione, facilmente rivelano l'origine scolastica, come il Commento a Giovanni. I papiri di Tura, dei cinque Commentari di Didimo, quelli ai Salmi e all'Ecclesiaste, riproducono fedelmente la spiegazione del maestro, al punto da riportare anche le interruzioni degli allievi, che chiedono chiarimenti.

Commoratio (indugio):

Commutatio:

Completorium

Complexio (combinazione):

Conclusio:

Conduplicatio:

confirmatio est pars argumentativa orationis, quam in genere sequitur confutatio.

Conflictus

Dalla tradizione classica delle controversiae, risalente all'insegnamenti della prima sofistica, derivano i fortunatissimi «contrasti», in poesia e in prosa. La denominazione più comune è conflictus, usata in concorrenza con altercationes, causae, certamina, dialogi, disputationes, lites. Assicurano la fortuna del genere: - L'antitesi, che sta alla base della composizione, in ossequio al principio sofistico del «doppio discorso» su qualsiasi argomento che sia suscettibile di valutazioni opposte da diversi punti di vista. - La possibilità di presentare personaggi simbolici come assertori delle opposte tesi.

Antitesi e personificazione allegorica s'inquadrano nel gusto medievale. Temi analoghi compaiono nelle arti figurative. I due contendenti magnificano le proprie qualità, confrontandole con quelle dell'avversario di cui mettono in evidenza le manchevolezze. Antagonisti sono l'angelo e il diavolo, il cristiano e l'ebreo, il ricco ed il povero, l'anima ed il corpo, personaggi allegorici, come il Bene ed il Male, la Fortuna e la Virtù, la Menzogna e la Verità, la Sapienza e la Virtù. Dal mondo della natura derivano le discussioni fra la primavera e l'inverno, la rosa e la viola, la rosa ed il giglio, il lupo e l'agnello, la zanzara ed il toro, la pecora ed il lino.
Non mancano temi di storia antica o del mito: Cicerone accusa Catilina (nella Quinta Catilinaria) e questi risponde con audacia e vigore, Ulisse attacca Aiace ricevendone taglienti risposte, Ganimede sostiene le offese d'Elena, per ritorcerle contro di lei. Si tratta d'una produzione essenzialmente scolastica che testimonia un indirizzo didattico per cui si suggeriva agli allievi lo svolgimento di temi costituiti da sentenze di sapienti antichi o da motivi di morale spicciola, secondo il programma dei sofisti. Tuttavia, alcune composizioni raggiungono un notevole livello artistico e superano lo schema: l'autore è padrone della tecnica, senza nascondere interessi e sensibilità per gli aspetti più vari della natura.

Il Conflictus veris et hiemis, della cerchia dei letterati della corte carolingia, sotto la veste allegorica, rive sentimenti freschi della natura quando la primavera, col canto del cuculo che annunzia il ritorno del sole, della luce, delle opere della vita, riduce al silenzio l'inverno, che vanta solo il tranquillo riposo davanti al focolare.
E' l'atteggiamento caratteristico delle popolazioni nordiche, per cui il ritorno della primavera giunge come una liberazione dalle sofferenze di lunghissimi inverni.

Un'atmosfera di lieta esaltazione, anch'essa per l'ammirazione delle bellezze primaverili, pervade il Certamen rosae liliique della metà del s.IX di Sedulio Scoto (pochi anni dopo il contrasto dell'inverno e della primavera).

I due fiori si contendono il primato vantando le loro prerogative in una serie d'immagini gentili, ravvivate da felici notazioni cromatiche, finché arrivano alla conciliazione, favorita dalla serenità della primavera, che adorna di fiori i giardini. Sebbene lo schema non ammetta quasi nessuna possibilità di variazioni, la molteplicità degli spunti porta, nella produzione, molta varietà.

Conformatio (prosopopea):

Coniunctio:

Conlationes (collationes): Sono conferenze spirituali, filosofiche, morali, a volte anche in forma dialogica.

Conversio (antistrofe):

Consonantia + assonantia, similiter desinens, similiter cadens:
Quod colimus Deus unus est, qui totam molem istam cum omni elemento
instrumentorum, corporum, spirituum

Constitutiones Apostolicae

Constitutio Apostolica - Duplicis est generis: - Ipse Summus Pontifex rem constituit, declarat, edicit: Pii XII ''Per annum Sacrum'' (universale iubilaeum anno 1950 celebratum ad universum catholicum orbem extenditur, 1950); Pauli VI ''Studia Latinitatis'' (1964), ''Paenitemini'' (de paenitentiae disciplina, 1966); ''Regimini Ecclesiae universae'' (de reformatione Curiae Romanae, 1967). - Sunt revera Bullae seu Litterae Apostolicae ''sub plumbo'', datae olim a Cancellaria Apostolica, nunc a Secretaria Papali, in quibus agitur de certis negotiis ecclesiasticis, veluti de erectione dioecesis, vicariatus apostolici, praefecturae apostolicae, praelaturae nullius, de evectione dioecesis ad gradum archidioecesis, de erectione collegii seu capituli canonicorum, abbatiae nullius, vicariatus castrensis, creatio episcopi, assignatio tituli (ecclesiae) quae fit, etc. Subscribit Cardinalis a publicis Ecclesiae negotiis.

- Constitutio Apostolica duplicis est generis:
- Ipse Summus Pontifex rem constituit, declarat, edicit: e.c. Pii XII ''Per annum Sacrum'' (universale iubilaeum anno 1950 celebratum ad universum catholicum orbem extenditur, 1950); Pauli VI ''Studia Latinitatis'' (1964), ''Paenitemini'' (de paenitentiae disciplina, 1966); ''Regimini Ecclesiae universae'' (de reformatione Curiae Romanae, 1967).
- Sunt revera Bullae seu Litterae Apostolicae ''sub plumbo'', datae olim a Cancellaria Apostolica, nunc a Secretaria Papali, in quibus agitur de negotiis ecclesiasticis, e.c. de erectione dioecesis vel vicariatus vel praefecturae apostolicae vel praelaturae, de evectione dioecesis ad gradum archidioecesis, de erectione collegii seu capituli canonicorum, abbatiae nullius, vicariatus castrensis, creatio episcopi, assignatio tituli (ecclesiae).
Subscribit Cardinalis a publicis Ecclesiae negotiis.

E.c. Ioannis Pauli II: Ecclesia in Urbe (il nuovo ordinamento del vicariato di Roma: 1 Gennaio 1998); Universi Dominici Gregis (riforma del conclave: 22 Febbraio 1996); Fidei Depositum (11 Ottobre 1992); Pastor Bonus (riforma della curia: 28 Giugno 1988); Sapientia Christiana (15 Aprile 1979).

Documentum concluditur ascriptione, veluti:
Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die XXIII mensis Octobris, anno MCMLXXVI, Pontificatus Nostri quarto decimo (Ibid., p. 696). Tandem additur Pontificis subscriptio: PAULUS Pp. VI (Conferri possunt: «De attributione beneficiorum ecclesiasticorum in Urbe» (Romanae dioecesis, anno 1968); «Processus de Causis beatificationis et canonizationis aptius ordinantur» (Sanctitas clarior, anno 1969); «Normae universales de anno litergico et novum Calendarium generale Romanum approbantur» (Mysterii Paschalis, anno 1969).

Anno 1992, in Litteris Apostolicis Motu Proprio datis, post argumenti sententiam «De pensionibus denuo ordinandis» atque Pontificis inscriptionem lingua Latina exaratas, proponuntur Italica lingua integer textus (La preoccupazione ...) atque diei ascriptio: Dato a Roma, dal Palazzo Apostolico Vaticano (!), il giorno 8 settembre 1992, festa della Nativita di Maria Santissima, quattordicesimo del Nostro Pontificato. Deinde tamen Pontifex subsignat lingua Latina: IOANNES PAULUS PP. Il

Litteris Apostolicis Motu Proprio datis Vitae mysterium, per quas Pontificia Academia pro Vita constituitur, post argumenti sententiam, improprie non est additum Pontificis nomen (AAS LXXXVI [1994), p. 385): cetera omnia de more disponuntur, etiam diei ascriptio: Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die XI mensis Februarii, anno MCMXCIV, Pontificatus Nostri sexto decimo. IOANNES PAULUS PP. II

Per Constitutiones Apostolicas Summus Pontifex constituit, declarat, edicit, tractat res magni momenti. Eae triplicis generis sunt:

a) ad prius pertinet Pauli VI Constitutio de poenitentiae disciplina, cuius initium: PAULUS EPISCOPUS Servus servorum Dei, ad perpetuam rei memoriam, Paenitemini et credite Evangelio; concluditur autem ascriptione: Datum Romae, apud S. Petrum, die XVII mensis Februdrii, anno MDCCCCLXVI, Pontificatus Nostri tertio.
Sequitur subscriptio:
PAULUS pp. VI (AAS LVIII [1966), pp. 177-198).

Pariter recolenda illa de reformatione Curiae Romanae Regimini Ecclesiae universae, foras data die XV mensis Augusti anno MCMLXVII (AAS LIX [1967), pp. 885-928). Eiusdem Pontificis prodiit, die VI mensis Ianuarii, anno MCMLXXVII, Constitutio Vicariae potestatis, de Vicariatus Urbis reformatione (AAS LXIX [1977), pp. 5-18). Per Constitutionem Apostolicam Fidei depositum ab Ioanne Paulo II datam die XI mensis Octobris, anno MCMXCII, publici iuris factus est Catholicae Ecclesiae Catechismus post Concilium Oecumenicum Vaticanum II instauratus;
b) ad secundum genus pertinent Bullae constitutivac, seu Litterae Apostolicae «sub plumbo» datae, in quibus agitur de negotiis ecclesiasticis, veluti de erectione alicuius dioecesis, Vicariatus Apostolici, Praefecturae vel Praelaturae; de constitutione novae Provfnciae ecclesiasticae, Abbatiae nullius, Vicariatus militaris vel de evectione alicuius dioecesis ad gradum. archidioecesis. Eorum hoc est initium: IOANNES PAULUS EpiSCOPUS), Servus Servorum Dei, ad perpetuam rei memoriam».
Eiusmodi Bullis subscribit Cardinalis a publicis Ecclesiae neg6tiis; conscribuntur autem in membrana. Pro more, Constitutiones, de quibus in litteris a) et b), inscribuntur in AAS;
c) ad tertium genus pertinent aliae Bullae sub plumbo datae, seu Bullae per quas novus creatur Episcopus vel alicuius Ecclesiae titulus assignatur cuidam Cardinali.
lpsa eadem Bulla, inde ab anno MDCCCXCI, aliquis constituitur Archiepiscopus atque una simul nominatur Nuntius Apostolicus, sicut visum est Em.mo Cardinali Secretario Status atque Excellentissimo Substituto Secretariae Status Suae Sanctitatis.
Post Constitutionem Regimini Ecclesiae universae expediuntur a Secretaria papali; conscribuntur in membrana: iis nunc subscribit Summus Pontifex.

Contentio (antitesi): mors est malis, vita bonis

Conversio (antistrofe):

contrefision - contra fisum, cum fingitur omen in contrarium: fac ascensum in montem Everest, fac, fac!

controversia: exercitium orationis iudiciariae

convenientia = prèpon, decorum: stilus aptatur personae et fini sermonis

convincere et persaudere

corax - argumentum ad demonstrandam rem tam impossibilem esse ut inverisimilis fiat: plura sunt elementa quam quis tollere possit - contra meum clientem plura extant indicia quam ut reus sit.

Correctio: bonum, ut verius dicam, optimum.

corrector litterarum apostolicarum finalem redactionem exarabat.

COSTRUTTI NOTEVOLI - sono aspetti dello stile di un autore relativi all'uso di costrutti sintattici non attestati in autori precedenti

CREDO vel CONFESSIONES vel SYMBULA FIDEI

Vi sono formule dottrinali nel NT (Rom 1,3-4-4,24-25- 1 Cor 8,6; 1 Tim 2,5; 3,16; 2 Tim 2 8- I Ptr 3,18) e nella letteratura cristiana antica (Ign., Eph. 18,2, Trall. 9; Smyrn. 1,1-2, Polic., Ep. 2,1), ma non possono essere identificate come simboli rudimentali perché troppo diversificate e mancano di paralleli posteriori.

Predecenti del simbolo possono ritenersi la formula trinitaria basata o ricavata da Mt 28,19, connessa, come implica il testo, col rito battesimale, e la forma interrogatoria, cioè presentata al candidato al battesimo in una serie di domande. La confessione cristologica fu inclusa nella più semplice formula trinitaria e diede origine al credo oggi noto come Simbolo apostolico, anche se tanto le formule separate che la formula di sintesi erano diverse da chiesa a chiesa.

Verso la metà del s.II appare un altro tipo di formula, la Regola di fede - kanw\n th=j a)lhqei/aj, k. e)kklhsiastiko/j, k. th=j pi/stewj, o)/roj - regula fidei, regula veritatis, mensura fidei, regula pietatis. Diversa dal simbolo battesimale, consiste in un sommario della fede cristiana quale veniva insegnata nelle diverse chiese, in termini leggermente diversi, ma con la dottrina sostanzialmente identica.

Nella seconda generazione cristiana si diffuse l'uso della traditio e redditio symboli, cioè la consegna del simbolo ai catecumeni, all'inizio della loro iscrizione e nello stesso rito del battesimo.

Symbolum designò la professione di fede, in forma interrogatoria, quando il candidato veniva battezzato, e quello declaratorio, detto in prima persona dal candidato.

Il Simbolo apostolico ebbe origine probabilmente dal sud-ovest della Francia (Septimania) e fu ampiamente adottato nell'Europa occidentale prima di essere accettato dalla chiesa romana, all'incirca tra 1'800 e il 1000. La leggenda secondo cui ciascun apostolo avrebbe formulato un articolo di questo credo era largamente accettata dalla fine del s.IV.

Nel s.III la formula dottrinale divenne attestato di ortodossia: Eraclide la impose ad Origene verso il 246, per provare la sua ortodossia; la Lettera di Imeneo fu probabilmente proposta a Paolo di Samosata tra il 264 e il 268. Il primo simbolo declaratorio usato certamente come prova di dottrina ortodossa si trova nella lettera che Eusebio, vescovo di Cesarea in Palestina, scrisse ai suoi fedeli subito dopo il concilio di Nicea del 325, e che egli sostiene essere il credo appreso durante l'istruzione catechetica prima del battesimo.
Egli dichiara che il simbolo battesimale era identico a quello redatto dal concilio cui aveva partecipato. Il Simbolo niceno del 325 proclamava solennemente la divinità di Cristo.

Tale credo fu utilizzzato come criterio di ortodossia per tutti i fedeli e proclamava, Gesù «generato dalla sostanza del Padre», «generato, non fatto», «della stessa sostanza del Padre» (o(moou/sion, lat. consubstantialem). Furono aggiunti anatematismi o condanne di particolari dottrine ariane («c'è stato un tempo in cui non esisteva», «prima di essere stato generato non esisteva», «è stato fatto dal nulla», deriva «da una differente Persona [u(po/stasij] o sostanza» [che quella del Padre], è «mutabile o alterabile»).

Il «Simbolo della Dedicazione» o «secondo antiocheno» , redatto dal sinodo di Antiochia del 341, ometteva homoousion, descriveva le Persone trinitarie come «tre quanto alla Persona» (u(po/stasij) ma uno nell'armonia (sumfoni/a) e il Figlio come «l'immagine senza differenze della sostanza (ousia) del Padre», e anatematizzava molte opinioni ariane. Il «Quarto Simbolo antiocheno» (sempre del 341) fu inviato dai vescovi orientali all'imperatore Costante in Occidente, nel tentativo di conciliarsi l'opinione occidentale.
Anch'esso ometteva homoousion e anatematizzava qualche proposizione ariana, ma chiamava Cristo semplicemente «Dio da Dio». Questo simbolo costituì la base del «Quinto antiocheno» detto Ekthesis makrostichos, redatto ad Antiochia nel 344, che conteneva una lunghissima appendice per condannare un'ampia serie di opinioni eterodosse, specie quelle che inclinavano al sabellianismo (il rifiuto di vedere distinzioni di persone nella divinità), in particolare quella di Marcello di Ancira, e del «Primo Simbolo di Sirmio», formulato dal II concilio di Sirmio (351), diretto in gran parte contro Marcello e il suo più radicale discepolo, Fotino di Sirmio.

Una direzione del tutto nuova fu presa con la comparsa, nel 357, del «Secondo Simbolo di Sirmio», che i suoi successivi oppositori designavano come «la bestemmia di Sirmio». Qui, per la prima volta, emergeva qualcosa di simile a una consistente teologia ariana: veniva rigettato ogni uso di «sostanza» (ousia) come termine per definire la relazione del Figlio al Padre, rifiutava di speculare al riguardo e subordinava drasticamente il Figlio al Padre, insieme col resto della creazione. Il simbolo provocò una reazione tra un certo numero di teologi orientali, e ne nacque il «Terzo Simbolo di Sirmio», al IV concilio di Sirmio (358): esso optava per o(moiousi/a anziché per o(moousi/a e rigettava le alternative ariane del 357.

Un simbolo intermedio, noto come «Credo datato», fu redatto al V Concilio di Sirmio nel maggio del 359 in preparazione a un concilio generale da tenersi dagli orientali a Seleucia di Cilicia, dagli occidentali a Rimini in Italia; questo simbolo rigettava l'uso di ousia, ma descriveva il Figlio quale «simile al Padre in ogni cosa». Il credo che rappresentava il risultato di questo concilio generale dopo che i conflitti teologici e l'interferenza imperiale avevano vinto - credo di Nike, 360 - era una versione diluita del «Credo datato», definiva il Figlio semplicemente come «simile secondo le Scritture», lasciando ampio spazio all'interpretazione ariana.

Il concilio di Costantinopoli del 381 elaborò il Simbolo niceno-costantinopolitano. Il termine homoousion fu ripreso, e furono assicurate l'eterna generazione del Figlio e la sua non-creaturalità, una piccola e curiosa clausola, «il suo regno non avrà fine», fu inserita in opposizione alla dottrina (ormai pressoché estinta) di Marcello, e il riferimento allo Spirito santo, fu molto allargato per descriverlo come «Signore e datore di vita», procedente dal Padre e «col Padre e col Figlio adorato e glorificato», secondo l'insegnamento dei Cappadoci, di Basilio in particolare.

Dapprima in Spagna, probabilmente sotto la pressione dell'arianesimo dei Visigoti, più tardi in tutta l'Europa occidentale, e nel 1014, a Roma, all'espressione «che procede dal Padre» furono aggiunte le parole «e dal Figlio» (Filioque), aggiunta per più di un millennio causa di disaccordo e attrito tra chiesa orientale e occidentale. La prassi di recitarlo nell'eucaristia fu introdotta nella chiesa orientale verso il 500. In Occidente se ne trova traccia al concilio di Toledo, in Spagna (589), poi nella chiesa irlandese e in fine nell'impero di Carlo Magno, nei s.VIII e IX. La chiesa di Roma l'adottò solo nel 1014.

Il cosiddetto Simbolo atanasiano, o Quicumque, di datazione discussa, deriva da Agostino e ancor più dal Commonitonum di Vincenzo di Lérins. Chiaramente diretto contro gli errori di Ario e di Nestorio, ha un'esposizione lapidaria e concisa, in latino tardo, con l'affermazione del Filioque.

Symbolum Apostolorum

Credo in Deum Patrem omnipotentem, Creatorem caeli et terrae.
Et in Iesum Christum, Filium eius unicum, Dominum nostrum, qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine, passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus, et sepultus, descendit ad inferos, tertia die resurrexit a mortuis, ascendit ad caelos, sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis, inde venturus est iudicare vivos et mortuos.
Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclesiam catholicam, sanctorum communionem, remissionem peccatorum, carnis resurrectionem, vitam aeternam. Amen.

Quicumque

Quicumque vult salvus esse, ante omnia opus est, ut teneat catholicam fidem:
Quam nisi quisque integram inviolatamque servaverit, absque dubio in aeternam peribit.

Fides autem catholica haec est: ut unum Deum in Trinitate, et Trinitatem in unitate veneremur.
Neque confundentes personas, neque substantiam seperantes.

Alia est enim persona Patris alia Filii, alia Spiritus Sancti: Sed Patris, et Fili, et Spiritus Sancti una est divinitas, aequalis gloria, coeterna maiestas.

Qualis Pater, talis Filius, talis Spiritus Sanctus. Increatus Pater, increatus Filius, increatus Spiritus Sanctus. Immensus Pater, immensus Filius, immensus Spiritus Sanctus.
Aeternus Pater, aeternus Filius, aeternus Spiritus Sanctus.
Et tamen non tres aeterni, sed unus aeternus.
Sicut non tres increati, nec tres immensi, sed unus increatus, et unus immensus.
Similiter omnipotens Pater, omnipotens Filius, omnipotens Spiritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipotentes, sed unus omnipotens. Ita Deus Pater, Deus Filius, Deus Spiritus Sanctus.
Et tamen non tres dii, sed unus est Deus.

Ita Dominus Pater, Dominus Filius, Dominus Spiritus Sanctus.
Et tamen non tres Domini, sed unus est Dominus.

Quia, sicut singillatim unamquamque personam Deum ac Dominum confiteri christiana veritate compelimur: ita tres Deos aut Dominos dicere catholicareligione prohibemur.

Pater a nullo est factus: nec creatus, nec genitus. Filius a Patre solo est: non factus, nec creatus, sed genitus. Spiritus Sanctus a Patre et Filio: non factus, nec creatus, nec genitus, sed procedens.

Unus ergo Pater, non tres Patres:
unus Filius, non tres Filii:
unus Spiritus Sanctus, non tres Spiritus Sancti.

Et in hac Trinitate nihil prius aut posterius, nihil maius aut minus:
sed totae tres personae coaeternae sibi sunt et coaequales.
Ita ut per omnia, sicut iam supra dictum est, et unitas in Trinitate, et Trinitas in unitate veneranda sit.

Qui vult ergo salvus esse, ita de Trinitate sentiat.

Sed necessarium est ad aeternam salutem, ut incarnationem quoque Domini nostri Iesu Christi fideliter credat.

Est ergo fides recta ut credamus et confiteamur, quia Dominus noster Iesus Christus, Dei Filius, Deus et homo est.

Deus est ex substantia Patris ante saecula genitus: et homo est ex substantia matris in saeculo natus.
Perfectus Deus, perfectus homo: ex anima rationali et humana carne subsistens.
Aequalis Patri secundum divinitatem: minor Patre secundum humanitatem.

Qui licet Deus sit et homo, non duo tamen, sed unus est Christus.

Unus autem non conversione divinitatis in carnem, sed assumptione humanitatis in Deum.
Unus omnino, non confusione substantiae, sed unitate personae.

Nam sicut anima rationalis et caro unus est homo: ita Deus et homo unus est Christus.

Qui passus est pro salute nostra: descendit ad inferos: tertia die resurrexit a mortuis.
Ascendit ad caelos, sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis:
inde venturus est iudicare vivos et mortuos.

Ad cuius adventum omnes homines resurgere habent cum corporibus suis: et reddituri sunt de factis propriis rationem.
Et qui bona egerunt, ibunt in vitam aeternam: qui vero mala, in ignem aeternum.

Haec est fides catholica,
quam nisi quisque fideliter firmiterque crediderit,
salvus esse non poterit. Amen.

Symbolum Nicaenum-Constantinopolitanum

Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium.

Et in unum Dominum Iesum Christum, Filium Dei unigenitum, et ex Patre natum ante omnia saecula. Deum de Deo, Lumen de Lumine, Deum verum de Deo vero, genitum non factum, consubstantialem Patri; per quem omnia facta sunt.
Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis.
Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est. Crucifixus etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus et sepultus est, et resurrexit tertia die, secundum Scripturas, et ascendit in caelum, sedet ad dexteram Patris.
Et iterum venturus est cum gloria, iudicare vivos et mortuos, cuius regni non erit finis.

Et in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem, qui ex Patre Filioque procedit. Qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur: qui locutus est per prophetas.

Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam. Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum. Et expecto resurrectionem mortuorum, et vitam venturi saeculi. Amen.

cria - chreia - est exercitium inventionis: definitur terminus, vel declaratur sententia

Cultura e Lingue Classiche come genere letterario

La maestà della cultura classica di cui parla la Veterum Sapientia non è stata mai intesa dai Cristiani come platonicamente destinate a suscitare ko/smoj e)pe/wn a)patelo/j, armonia di vuote parole.
Essa fu ritenuta piuttosto la più idonea ad assumere come modello di riferimento e humanitatis cibus, alimento della cultura, tutta quello che l'umana civiltà ha saputo produrre, per rendere l'uomo sepre più uomo (B. Amata, Cultura e Lingue classiche, LAS, Roma 1988; A. Quacquarelli, Reazione pagana e trasformazione della cultura, Edipuglia, Bari 1986; AA. VV., Insegnare l'antico, Atlantica Editrice, Foggia 1986).
La grande stagione dei vescovi catecheti del s.IV segna il periodo di maggiore affermazione della responsabilità di ogni singolo uomo per la trasformazione della società. L'interesse cristiano per le scienze ebbe una finalità prevalentemente volta alla conoscenza e all'approfondimento della divina Rivelazione. Il lavoro umano in tale prospettiva fu considerato non solo come necessità per il soddisfacimento dei bisogni primordiali della persona, ma anche come cosciente collaborazione alla piena manifestazione della divina creazione.
La dignità della donna trovò nell'iconografia cristiana la prima sicura affermazione come immagine sublime della Chiesa, vergine e madre ad un tempo, che guardava come suo modello a Maria, vergine e madre di Dio. La grande Patristica non conobbe un fenomeno depauperante della demitizzazione: segni e simboli furono aiuto alla debolezza umana perché attingesse, pur attraverso il velo del mistero, l'Eterno Verbo di Vita.

La cultura della Chiesa fondamentalmente si è sempre dichiarata nemica di ogni dualismo antropologico e di ogni separazione tra la sfera del temporale e dell'eterno, essendo una tale divisione pregiudizievole allo sviluppo integrale dell'uomo. Soltanto settarie e ipocrite concezioni del progresso possono pretendere unilateralmente di confinare il credente nella sfera del privato.
La paideia umanistica fu assunta e quasi assoggettata alla disciplina della Chiesa. La philantropia, l'amore per l'uomo, divenne espressione visibile dell'Agape, cioè delI'Amore di Dio, conforme al noto messaggio biblico.

L'eccessiva valenza dell'effimero e di ciò che conta ''oggi'', esaltati dalla grande risonanza dei mezzi di comunicazione, hanno reso pressoché privo di significato l'interesse per il passato e per il destino futuro dell'uomo. L'economia storica della salvezza e la dimensione escatologica della città terrena sono così finite fuori dell'orizzonte visibile e gratificante degli interessi personali immediati.
In modo forse sprezzante e preconcetto, alla parola ''tradizione'' si è imposto il significato di passatismo obsoleto, che bisogna emarginare, perché si opporrebbe al progresso umano.
Uguale sorte è toccata alle realtà future e alla ricerca della verità sul destino finale dell'uomo, liquidati superficialmente come problemi inesistenti o insignificanti, perché non cadono sotto l'immediata verificabilità dei sensi. Ne è derivato il diffuso atteggiamento pratico del carpe diem, di cogliere cioè l'attimo fuggente, senza preoccuparsi di ricercare l'ariston metron, cioè l'ideale equilibrio umano e cristiano, di non aderire al perituro come se fosse eterno e di non disprezzare quanto è terreno come fosse soltanto transeunte.

Diffusa risulta anche presso gli studenti degli Atenei Ecclesiastici la mentalità che l'impegno pastorale o attivo può impunemente distogliere l'attenzione da quello studio serio ed esigente, che porta all'acquisizione personale e all'approfondimento ecclesiale del Mistero di Salvezza. Non rare volte esso viene percepito a livello fortemente epidermico, soggettivo, e forse sentimentale, senza le basi teologiche e spirituali, che sole possono robustamente e lungamente motivare e riempire di carità pastorale la vita di un uomo e farlo perseverare nel sacro proposito.

L'approccio problematico della scienza (anche teologica) richiede che il docente e l'alunno ripensino paradigmi e formule a volte stereotipe, che abbandonino comodi schemi, che ricerchino nuovi moduli espressivi, per rendere più immediata la comunicazione e più accettabile l'insondabile mistero; il che equivale ad affermare che la scuola è e deve essere una palestra, che esige tempo pieno da parte dello studente e da parte del docente; esige verifiche severe tanto dell'itinerario personale, che l'onesto docente percorre nei suoi studi, quanto del profitto di ogni singolo studente nell'apprendimento e nel metodo di studio sui grandi temi della Divina Rivelazione e delle Scienze umane ad essa intimamente legate.
L'allergico rifiuto da parte del docente di ogni confronto e controllo, il rifiuto della interdisciplinarietà, là dove è necessaria o utile, sono atteggiamenti deplorevoli ai quali corrispondono, da parte degli studenti, scarso impegno nei colloqui e nelle ricerche seminariali, con pregiudizio della formazione cristiana e, in definitiva, della stessa catechesi del Popolo di Dio. In tale clima resta impedito ogni processo di interazione tra la ricerca didattica e quella scientifico-teologica.


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