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Decretum intellegitur «actus administrativus a competenti auctoritate exsecutiva editus, quo secundum iuris normas pro casu particulari datur decikio aut fit provikio, quae natura sua petitionem ab aliquofactam non supponunt» (Codex Iuris Canonici, can. 48).

Definitio: deliberativum genus

Deminutio:

derivatio Roma Romanis!
non recta abruptio
personificatio
praeteritio
prosopopaea
(contraria)
(hellipses)
fabulatio
litotes
(combinatoria)
hyperboles
allitteratio
sensus obscurus
antanaclases
(plus-minus)
sensus equivocus
interrogatio

Descriptio:

DIALOGO Il genere letterario classico del dialogo godette di fortuna anche presso gli autori cristiani dei primi secoli. Il dialogo cristiano probabilmente ha preso forma dall'incontro di precedenti forme espressive sub-letterarie come le dispute rabbiniche sull'interpretazione della Legge ebraica, la diatriba cinico-stoica e le controversie riportate nella primitiva letteratura cristiana delle Praxeis. Il più antico dialogo cristiano, perduto, è la controversia tra il giudeo Papisco ed il giudeo-cristiano Giasone sull'AT, ad opera di Aristone di Pella (ca. 140). Il più celebre Dialogo con Trifone giudeo di Giustino (verso il 155) riprende lo schema controversistico, conferendogli una più elevata dignità letteraria grazie agli evidenti richiami platonici, specialmente al Protagora. La forma letteraria del dialogo è ripresa tanto nelle polemiche antigiudaiche quanto nelle polemiche antipagane. Il dialogo apologetico ha il suo esemplare nell'Octavius di Minucio Felice (ca. 200), che risuona il ciceroniano De natura deorum, ma non va dimenticato l'Apokritikòs di Macario Magnete (s.V).

Nessun influsso ha esercitato la ricca produzione dialogica dell'età imperiale (Plutarco, Luciano, Ateneo, Macrobio) né il precedente biblico del libro di Giobbe. I cristiani si rifanno esclusivamente a Platone e a Cicerone, specialmente quando si confrontano con i modelli del dialogo filosofico classico, ai fini della creazione del dialogo filosofico cristiano. Eccellono Gregorio di Nissa con il Dialogo sull'anima e la risurrezione (direttamente ispirato al Fedone platonico) e Agostino con i dialogo filosofici della giovinezza, i quattro di Cassiciacum (Contra Academicos, De beata vita, De ordine, Soliloquia, una novità in senso assoluto) e, dopo il battesimo, De quantitate animae, De magistro, De libero arbitrio e De musica. Dialoghi filosofici sono il Libro delle leggi dei paesi di Bardesane di Edessa, quello di Gregorio Taumaturgo Sull'impassibilità e la passibilità di Dio e la Consolatio Philosophiae di Boezio.

Il dialogo filosofico cristiano, per elaborare risposte razionali autonome dalla rivelazione, anche se con essa integrantesi, costituisce una parentesi nella più vasta produzione del dialogo di carattere teologico, usato nelle controversie dottrinali tra ortodossi ed eretici. Origene è l'autore del dialogo sulla risurrezione ed con Eraclide e i vescovi suoi colleghi sul Padre, sul Figlio e sull'anima. Metodio d'Olimpo scrive diversi dialoghi teologici, riuscendo a stemperare l'intenzione polemica nelle forme letterarie esigenti del dialogo platonico. Il Simposio delle dieci vergini è opera ricca di spunti antiencratiti; l'Aglaofonte sulla risurrezione è dialogo antignostico e antiorigeniano; antignostico è anche Sul libero arbitrio; De lepra.

Dopo Metodio, il dialogo controversistico assume forme più più stringate con il Dialogo di Adamanzio, antignostico, e gli Acta Archelai di Egemonio, contro il manicheismo (interessante la presenza del giudice esterno in polemiche tra cristiani).

Si moltiplicano, tra il s.IV e V, i dialoghi antiariani e antimacedoniani, aderenti alla forma della disputa orale, come i sette dialoghi ps.-atanasiani. Dialoghi teologici scrivono Girolamo, contro luciferiani e pelagiani, e Cirillo di Alessandria, contro ariani e nestoriani.

Un'autodifesa in forma di dialogo è il Libro di Eraclide di Nestorio. Teodoreto di Ciro polemizza contro i monofisiti con il dialogo Eranistes. Nella lettera a Diodoro (Ep. 135,1) Basilio di Cesarea esprime la sua preferenza per il dialogo, che nulla concede alle grazie del dialogo platonico, e sulle orme di Aristotele e Teofrasto, espone, con stile semplice e chiaro, le obiezioni degli avversari e le risposte cristiane, per compiere opera utile all'edificazione della fede.

Apollinare di Laodicea forse trascrisse i vangeli e le lettere apostoliche in forma di dialogo, dopo l'editto di Giuliano del 362. Giovanni Crisostomo riveste con la tecnica dialogica la meditazione Sul sacerdozio. Al dialogo ricorrono biografi agiografi come Palladio di Elenopoli, nel Dialogo sulla vita di San Giovanni Crisostomo, Sulpicio Severo nei Dialoghi di argomento martiniano, Gregorio Magno nei Dialoghi sulle vite e i miracoli di santi italiani, tra cui eccelle Benedetto da Norcia.

Quaestiones et responsiones - erotapokriseis, «domande e risposte» , si distinguono dal dialogo. Quaestiones et responsiones ad orthodoxos sono attribuite allo Ps.-Giustino, Dialoghi allo Ps.-Cesario di Nazianzo, Amphilochia a Fozio. Il genere ha influito sulla struttura delle Regole basiliane e sulle Collationes di Giovanni Cassiano (schema monastico). La risposta segue alla domanda in maniera definitiva ed esaustiva poiché l'autorità del maestro o della guida spirituale non lascia spazio al proseguimento della discussione che caratterizza invece il dialogo vero e proprio.

Il dialogo gnostico o «di rivelazione», riguarda dispute tra apostoli e discepoli del Signore e le domande al risuscitato con le sue immancabili risposte chiarificatrici.

Dialogo liturgico e didascalia - Il dialogo liturgico è costituito dall'invito o monizione del sacerdote o del diacono, cui risponde l'assemblea. La forma solenne si ga all'inizio della preghiera eucaristica, del tempo di Ippolito di Roma, che ne dà i tre elementi: «Dominus vobiscum - Et cum spiritu tuo», «Sursum corda - Habemus ad Dominum», «Gratias agamus Domino - Dignum et iustum est».

Il primo elemento «Dominus vobiscum - «Et cum spiritu tuo» si trova in altre parti delle celebrazioni liturgiche. Equivale ai saluti che si trovano all'inizio e alla fine delle lettere di Paolo, in uso nell'Oriente (Const. Ap. VIII,12,4: ed. Funk, p.497; Anaph. in Cat. Myst. VI Theod. Mops.: Hänggi-Pahl [ed.], Prex Eucharistica, p. 214; Anaph. Io. Chrys., ibid., p. 225).

La risposta «Et cum spiritu tuo» dev'esser stata ispirata dalla dottrina paolina sulía natura spirituale del cristiano. Giovanni Crisostomo la spiega secondo l'inabitazione dello Spirito santo nell'anima dei cristiani, Spirito che assiste tanto l'assemblea che («et») il sacerdote nella partecipazione e ministero della celebrazione eucaristica (Ep. 2 ad Tim. Hom. X, 3: PG 62,659; De sancta Pent. Hom. I, 4: PG 50,458).

Le liturgie orientali hanno formulazioni più varie: «Sursum mentem» (Const. Apost. VIII, 12,4: Funk, p. 497), «Sursum mentem et corda» (ad Antiochia: Crisost., De poenit. hom. 9: PG 49,345), «Sursum in excelsis sint cogitationes et mentes nostrae» (Anaph. Cyrilli Hier. seu Alex.: Hänggi-Pahl, Prex Eucharistica, p. 285), «Sursum sint mentes, intellectus et corda omnium nostrum» (Anaph. Xyst) ibid., p. 311), «Sursum habete corda vestra cum timore divino» (Anaph. Cyrilli Alex. ibidem, p. 337), «Attollamus mentem et corda» (a Gerusalemme: Eutymni testimonium: B. de Montfaucon, Analecta Graeca, p. 62), «Attollite corda vestra» (nella chiesa etiopica: Anaph. PP. nostr. Apostolorum: Hänggi-Pahl, Prex Eucharistica, p. 114); «Sursum corda habeamus» (Anaph. 1o. Chr., ibidem, p. 225).

La formulazione spagnola è diversa: «Aures ad Dominum» (Missale Mixtum I: PL 85, 1155).

Il terzo elemento del dialogo Gratias agamus Domino-Dignum et iustum est è una combinazione di formule giudaiche e greco-romane.
Secondo la Mishnah, il capofamiglia deve invitare i partecipanti, dopo la benedizione della coppa, a rendere grazie a Dio (Danby, The Mishnah, I divis., Zeraim Berakoth 7,3, p. 8). La risposta dell'assembiea è presa dall'acclamazione in uso tra Greci e Romani: Dignum et iustum est - a)/cion kai\ di/kaion, specie per l'elezione dell'imperatore.

La formula compare, con leggere varianti, in tutte le anafore orientali. La risposta, spiega Cirillo di Gerusalemme, mostra che il nostro rendimento di grazie è a)/cion pra=gma kai\ di/kaion benché l'azione di Dio verso di noi vada al di là dei dettami di giustizia: u(pe\r to\ di/kaion.

Le didascalie o monizioni sono inviti alla preghiera o a compiere determinati gesti e movimenti durante una celebrazione liturgica.
Normalmente la liturgia romana assegnava la didascalia al sacerdote, come nelle preghiere del Venerdi santo o negli inviti alla preghiera del Signore o alle orazioni presidenziali.
Le liturgie orientali e occidentali abbondano di monizioni specie riguardo all'atteggiamento del corpo e ai movimenti dell'assemblea durante la celebrazione: Flectamus genua, Levate, Humiliate capita vestra Deo, Offerte vobis pacem, aspicite ad Orientem; o)rqoi/, pro/sxwmen, stw=men kalw=j, stw=men meta\ fo/bou.

Altre monizioni riguardano il congedo dell'assemblea: Ite, missa est, e quello dei catecumeni dopo il vangelo e l'omelia. Ancora oggi il diacono, nella liturgia bizantina, pronuncia la formula di rinvio dei catecumeni dopo il vangelo.

Oggi il «commentatore» condivide con il presidente dell'assemblea il compito delle didascalie.

DIATRIBA CHRISTIANA

Per Diatriba si intende la predicazione filosofica, popolare, di natura etica.

La struttura dialogica è fittizia con un interlocutore anonimo. Numerosi sono le apostrofi, le obiezioni, le prosopopee, l'introduzione di eroi o saggi. Lo stile è catechistico con domande e risposte, e la forma segue i procedimenti semplici ma espressivi della retorica: paratassi, isocola, parallelismi, antitesi, abbondanza di sinonimi, liste di vizi e virtù, imperativi protrettici, patetici, ironici, tono familiare cinico, paragoni, citazioni di celebri poeti, aneddoti, apoftegmi, esempi storici.

I contenuti sono di morale elementare: la gloria non è un bene, l'esilio non è un male.

I primi propagandisti della religione cristiana si servirono anche, indirettamente, della diatriba giudaica della diaspora del tipo filoniano e alcuni spunti sono entrati nei libri ispirati: - parenesi morale in Rm 12-15, Gal 1.5-6, Ef 4-6; - dialogo fittizio e apostrofi in Rm 2.1-9, 19, 1 Cor 15.36, Giac 2.5; - obiezioni in Rom 9.19, 2 Cor 10.10 ( ); - domande e risposte in Rm 6.1, 19, Giac 2.18-22, 5.13; - personificazioni in Rm 10.6-8, 1 Cor 12.15-20; - paratassi in Rm 2.21-22, 13.7, 2 Cor 1.6; - parallelismi e antitesi in Rm 12.4-15, 1 Cor 9.19-22, 2 Cor 4.8-11; - enumerazioni in Rm 1.29, 1 Cor 6.9-10, 2 Cor 11.26-7; - imperativi in Rm 12.14-15, 1 Cor 11.6, Gal 5.12; - ironia in 1 Cor 4.8, Gal 5.12, Fil 3.19; - paragoni in 1 Cor 9.24-27, 2 Tim 2.4-6, Giac 3.3-6, 5-7; - citazioni classiche in 1 Cor 15.33 (Menandro), Tit 1.12 (Epimenide); - temi stereotipi.

digressione - parekbasis -

dimostrazione - apodeixis -

discorso

Disiunctum (disgiunzione):

dispositio

Dissolutum (asindeto): veni, vidi, vici

Distributio:

Divisio:

docere, delectare, movere

 

Dominical Letter

A device adopted from the Romans by the old chronologers to aid them in finding the day of the week corresponding to any given date, and indirectly to facilitate the adjustment of the "Proprium de Tempore" to the "Proprium Sanctorum" when constructing the ecclesiastical calendar for any year. The Church, on account of her complicated system of movable and immovable feasts (see CHRISTIAN CALENDAR), has from an early period taken upon herself as a special charge to regulate the measurement of time. To secure uniformity in the observance of feasts and fasts, she began, even in the patristic age, to supply a computus, or system of reckoning, by which the relation of the solar and lunar years might be accommodated and the celebration of Easter determined. Naturally she adopted the astronomical methods then available, and these methods and the methodology belonging to them, having become traditional, are perpetuated in a measure to this day, even the reform of the calendar, in the prolegomena to the Breviary and Missal.

The Romans were accustomed to divide the year into nundinae, periods of eight days; and in their marble fasti, or calendars, of which numerous specimens remain, they used the first eight letters of the alphabet to mark the days of which each period was composed. When the Oriental seven-day period, or week, was introduced in the time of Augustus, the first seven letters of the alphabet were employed in the same way to indicate the days of this new division of time. In fact, fragmentary calendars on marble still survive in which both a cycle of eight letters-A to H-indicating nundinae, and a cycle of seven letters -A to G-indicating weeks, are used side by side (see "Corpus Inscriptionum Latinarum", 2nd ed., I, 220. -The same peculiarity occurs in the Philocalian Calendar of A.D. 356, ibid., p. 256). This device was imitated by the Christians, and in their calendars the days of the year from 1 January to 31 December were marked with a continuous recurring cycle of seven letters: A, B, C, D, E F, G. A was always set against 1 January, B against 2 January, C against 3 January, and so on. Thus F fell to 6 January, G to 7 January; A again recurred on 8 January, and also, consequently, on 15 January, 22 January, and 29 January. Continuing in this way, 30 January was marked with a B, 31 January with a C, and 1 February with a D. Supposing this to be carried on through all the days of an ordinary year (i. e. not a leap year), it will be found that a D corresponds to 1 March, G to 1 April, B to 1 May, E to 1 June, G to 1 July, C to 1 August, F to 1 September, A to 1 October, D to 1 November, and P to 1 December -- a result which Durandus recalled by the following distich:

Alta Domat Dominus, Gratis Beat Equa Gerentes
Contemnit Fictos, Augebit Dona Fideli.

Now, as a moment=92s reflection shows, if 1 January is a Sunday, all the days marked by A will also be Sundays; If 1 January is a Saturday, Sunday will fall on 2 January which is a B, and all the other days marked B will be Sundays; if 1 January is a Monday, then Sunday will not come until 7 January, a G, and all the days marked G will be Sundays. This being explained, the Dominical Letter of any year is defined to be that letter of the cycle A, B, C, D, E, F, G, which corresponds to the day upon which the first Sunday (and every subsequent Sunday) falls.

It is plain, however, that when a leap year occurs, a complication is introduced. February has then twenty-nine days. Traditionally, the Anglican and civil calendars added this extra day to the end of the month, while the Catholic ecclesiastical calendar counted 24 February twice. But in either case, 1 March is then one day later in the week than 1 February, or, in other words, for the rest of the year the Sundays come a day earlier than they would- in a common year. This is expressed by saying that a leap year has two Dominical Letters, the second being the letter which precedes that with which the year started. For example, 1 January, 1907, was a Tuesday; the first Sunday fell on 6 January, or an F. F was, therefore, the Dominical Letter for 1907. The first of January, 1908, was a Wednesday, the first Sunday fell on 5 January, and E was the Dominical Letter, but as 1908 was a leap year, its Sundays after February came a day sooner than in a normal year and were D=92s. The year 1908, therefore, had a double Dominical Letter, E-D. In 1909, 1 January was a Friday and the Dominical Letter was C. In 1910 and 1911, 1 January fell respectively on Saturday and Sunday and the Dominical Letters are B and A.

This, of course, is all very simple, but the advantage of tile device lies, like that of an algebraical expression, in its being a mere symbol adaptable to any year. By constructing a table of letters and days of the year, A always being set against I January, we can at once see the relation between the days of the week and the day of any month, if only we know the Dominical Letter. This may always be found by the following rule of De Morgan=92s, which gives the Dominical Letter for any year, or the second Dominical Letter if it be leap year:

  1. Add 1 to the given year.
  2. Take the quotient found by dividing the given year by 4 (neglecting the remainder).
  3. Take 16 from the centurial figures of the given year if that can be done.
  4. Take the quotient of III divided by 4 (neglecting the remainder).
  5. From the sum of I, II and IV, subtract III.
  6. Find the remainder of V divided by 7: this is the number of the Dominical Letter, supposing A, B, C, D, E, F, G to be equivalent respectively to 6, 5, 4, 3, 2, 1, 0.

For example, to find the Dominical Letter of the year 1913:

(Steps 1, 2, & 4) 1914 + 478 + 0 = 2392
(3) 19 - 16 = 3
(4) 2392 - = 2389
(5) 2389 / 7 = 341, remainder 2.

Therefore, the Dominical Letter is E.

But the Dominical Letter had another very practical use in the days before the "Ordo divini officii recitandi" was printed annually, and when, consequently, a priest had often to determine the "Ordo" for himself (see CATHOLIC DIRECTORIES). As will be shown in the articles EPACT and EASTER CONTROVERSY, Easter Sunday may be as early as 22 March or as late as 25 April, and there are consequently thirty-five possible days on which it may fall. It is also evident that each Dominical Letter allows five possible dates for Easter Sunday. Thus, in a year whose Dominical Letter is A (i. e. when 1 January is a Sunday), Easter must be either on 26 March, 2 April, 9 April, 16 April, or 23 April, for these are all the Sundays within the defined limits. But according as Easter falls on one or another of these Sundays we shall get a different calendar, and hence there are five, and only five, possible calendars for years whose Dominical Letter is A. Similarly, there are five possible calendars for years whose Dominical Letter is B, five for C, and so on, thirty-five possible combinations in all. Now, advantage was taken of this principle in the arrangement of the old Pye or directorium which preceded our present "Ordo". The thirty-five possible calendars were all included therein and numbered, respectively, primum A, secundum A, tertium A, etc.; primum B, secundum B, etc. Hence for anyone wishing to use the Pye the first thing to determine was the Dominical Letter of the year, and then by means of the Golden Number or the Epact, and by the aid of a simple table, to find which of the five possible calendars assigned to that Dominical Letter belonged to the year in question. Such a table as that just referred to, but adapted to the reformed calendar and in more convenient shape, will be found at the beginning of every Breviary and Missal under the heading, "Tabula Paschalis nova reformata".

The Dominical Letter does not seem to have been familiar to Bede in his "De Temporum Ratione," but in its place he adopts a similar device of seven numbers which he calls concurrentes (De Temp. Rat., cap. liii). This was of Greek origin. The Concurrents are numbers denoting the days of the week on which 24 March falls in the successive years of the solar cycle, 1 standing for Sunday, 2 ( feria secunda) for Monday, 3 for Tuesday, and so on. It is sufficient here to state that the relation between the Concurrents and the Dominical Letter is the following:

Concurrents 1 2 3 4 5 6 7

Concurrent 1 = F (Dominical Letter)
Concurrent 2 = E
Concurrent 3 = D
Concurrent 4 = C
Concurrent 5 = B
Concurrent 6 = A
Concurrent 7 = G

 

 

Dubitatio:


Ad indicem

Quaestiones