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Lapidarii
Nei lapidarii erano studiati i minerali, con speciale riguardo alle pietre preziose, cui venivano attribuite singolari capacità o «virtù» a causa dei simboli ad esse applicati.


LATINO CRISTIANO


Laudes

Lavabo

Lectio

Lector

LETTERA (EPISTOLA)

Furono le necessità della vita a dare origine alla lettera, che non aveva pretesa letteraria, essendo intermediario di comunicazione tra persone lontane: epistula sermo absentium (cf Ambr., Ep. G6 (PL=7), 1).

La lettera privata è antica quanto la scrittura, ma poi diventa genere letterario, e si compongono epistolari, cioè raccolte di lettere private, destinate alla pubblicazione.

Circostanze e soggetto hanno moduli e regole ben definiti, come è testimoniato dagli epistolari di Cicerone e di Seneca, e codificato nel trattato di Giulio Vittore (Ars rhet.27).
La lettera privata (litterae) è indirizzata ad una persona come mezzo di semplice comunicazione.
La lettera pubblica (epistula) è composte in vista della pubblicazione con tono letterario.
Tale distinzione si trova già nell'epistolario di Cicerone (Fam. XV,21,4) e si sviluppa nella letteratura cristiana, ove l'epistolografia si caratterizza per finalità essenzialmente pratiche e viene coltivata con cura speciale, come mezzo spesso unico di contatto tra le comunità cristiane lontane.
Anche le lettere del NT sono generalmente indirizzate ad una comunità particolare, e poi fatte circolare in tutta la cristianità a edificazione dei fedeli. La lettera di Clemente alla chiesa di Corinto intorno al 96 ha forma e stile di una elaborazione letteraria. Il corpus delle sette lettere ignaziane manifesta la sete di martirio e il profondo entusiasmo religioso in linguaggio lirico e originale.

L'organizzazione della chiesa ha sviluppato ampiamente la corrispondenza epistolare ufficiale (lettere episcopali), per salvaguardare l'ortodossia e offrire criteri normativi per la vita cristiana.
Sono vere «lettere aperte», in cui la menzione di un destinatario serve da mero pretesto letterario per svolgere un argomento di interesse generale.
Solo la Lettera agli Ebrei manca di ogni riferimento personale, ma l'Epistola dello Ps. Barnaba è un vero e proprio trattato dottrinale con preoccupazioni morali ed esegetiche nella polemica antigiudaica (esegesi allegorica).
La Lettera a Diogneto è una delle pagine più alte dell'apologetica cristiana, che illustra al destinatario pagano la superiorità della nuova religione in una prosa animata da fede ardente e sorretta da una perfetta conoscenza della retorica.
La Lettera a Flora dello gnostico Tolomeo, scritta in una prosa elegante, è abile opera di propaganda eretica, conservataci da Epifanio (PG 41, 558-68).

L'epistolografia cristiana, greca e latina, si è sviluppata tra il III e il V s.
Gli influssi della retorica sono visibili nelle caratteristiche formali della prosa d'arte. L'Ep. 51 a Nicobulo di Gregorio di Nazianzo è un trattato epistolografico e testimonia il vivo interesse per il genere.

Le preoccupazioni formali sono particolarmente evidenti negli epistolari cristiani del s. IV dei tre Cappadoci e di Giovanni Crisostomo, di Ambrogio, Girolamo, Agostino. Queste raccolte furono sovente curate dall'autore o mentre l'autore era ancora in vita.
Ci sono lettere familiari, corrispondenza intima amicale con momenti di effusione lirica, e ci sono epistole negotiales, corrispondenza ufficiale in cui si affrontano le più svariate questioni dottrinali e disciplinari.
Sono dunque documenti storici politico-religiosi, a volte unici su situazioni altrimenti sconosciute.

Sull'esempio del retore maestro Ausonio, Paolino di Nola ha introdotto nella letteratura cristiana la forma artistica dell'epistola in versi, di contenuto epitalamico e consolatorio, in cui l'alternanza dei metri e le frequenti reminiscenze virgiliane testimoniano la stretta dipendenza dalla tradizione classica.


LETTERATURA

Litterae et scientiae communicationis


Theoria Litterarum (1)
Definitio

Per saecula litterae dicta sunt omnia quae scripta sunt docte et pro doctis viris.
Nostra autem aetate litterae habentur omnia quae finem artificiosum habeant, sive soluto sermone, sive metrico, quae sunt obiectum historicae quoque ordinationis [it. di sistemazione storica] et analysis criticae.

Ita habentur Litterae Graecae, Latinae, Mediaevales, Romanicae [it. letteratura romanza], Italicae, Anglicae, Humanisticae, Romanticae, Antiquae, Modernae, Coaevae. Litterae pro infantibus pueros potissimum respicit; Litterae roseae fabulis romanticis et enarrationibus sensibus plenis replentur; Litterae nigrae [grigia] habentur res omnes quae in bibliothecarum asservantur depositis, quae a doctis viris adhibentur at non eduntur; Litterae consummisticae [it. di consumo] habentur opera quae nullius sunt fere artificiosi momenti, sed quibus favet plebs et vulgus.

Historia Litterarum evolutionem exponit criticam omnium operum Gentis vel Populi, quorum auctores declarat et quod vitam spectat et quod aetatem et quod opera.

Litteras facere [it. fare della letteratura] est modus loquendi usitatus nostra aetate et sensu pessimo ac fere contemptim iudicatur prolixus auctor vel loquax rhetor inania dicentes.

Litterae indicant quoque summam operum peculiarem scientiam spectantium, vel auctorem, vel opus, vel argumentum, atque nonnisi bliographia habentur.

Obiter dicendum est Litteras quoque haberi suammam qualitatum, notarum, posologiae pharmaci, quae scripta invenitur in foliis acclusis *confectioni.


Functio litterarum

La teoria della letteratura è una disciplina che precede la critica letteraria e risponde alla domanda: che cosa è la letteratura? (titolo di un fortunato libretto di Sartre), e secondo la risposta fonda dal punto di vista teorico la validità dei metodi critici di analisi, definizione e interpretazione dei singoli testi.

L'estetica invece si propone una teoria generale dell'arte, indipendentemente dalle concrete distinzioni fra le arti.

Le poetiche riguardano le singole esperienze letterarie.

La teoria della comunicazione e la più vasta teoria della retorica non guardano lo strumento comunicativo, ma soltanto quello letterario.
Non si può parlare di metodi critici, di lettura e di interpretazione dei testi letterari, se non si ha un'idea di letteratura, da cui il metodo nasce.
Occorre riferirsi infatti alla funzione della letteratura e al posto che essa occupa fra le altre forme di conoscenza e di espressione.


La cultura occidentale ha ereditato dalla tradizione classica tutto ciò che si riferisce al concetto di letteratura.
Platone inaugura una riflessione strettamente politica della letteratura, e ne tratta in due trattati politici, la Repubblica e le Leggi, che si riferiscono all'idea di stato perfetto, all'interno del quale va assegnato un posto anche alla letteratura, in funzione dell'ordine e del buon andamento dello stato e dell'educazione dei cittadini.

Il concetto platonico della letteratura è coerente con l'idea fondamentale del rapporto fra gli archetipi eterni e le cose sottoposte al divenire.

La letteratura (e l'arte, in genere) è imitazione della natura, è l'imitazione di un'imitazione, cioè possiede un doppio grado di ingannevolezza e di menzogna ed è più lontana ancora delle cose dalla perfezione degli archetipi, per cui chi contempla l'opera d'arte viene ad accettare e a credere a un duplicato inganno, che lo porta ad allontanarsi sempre di più dal riconoscimento della verità e a immergersi totalmente nelle cose come se fossero «vere».

Anche se la letteratura ha scopi nobili, come l'educazione morale, tuttavia essa va esclusa, come fuorviante e ingannevole, dallo stato perfettamente ordinato; e chi propone la lettura di Omero ai cittadini va certamente lodato, perché ha a cuore i buoni costumi, ma va cacciato dallo stato, perché porta con sé l'inganno e pone ostacoli alla conoscenza razionale della verità.

Rimarrà fondamentale per la tradizione occidentale che la letteratura (l'arte) è imitazione della natura e che è anche menzogna, inganno, artificio, finzione (che per Platone cresce su quell'altra finzione che è la realtà fenomenica).


Il concetto di imitazione della natura è ugualmente fondamentale nell'esposizione dell'idea di letteratura che Aristotele fa nella Poetica, normativa per tutta la tradizione classicistica.

La metodologia marxista ha riproposto, soprattutto a opera di Lukács, il concetto che la letteratura è imitazione, rispecchiamento della realtà socioeconomica, con un'idea valutativa del fatto letterario, che è in ogni caso soprastrutturale rispetto alla fondamentale struttura socio-economica, che resta il luogo di tutti i significati.

Il valore della letteratura è fuori di essa, nella struttura socio-economica.

Per il filosofo classico è da imitarsi, in senso estremamente comprensivo, la natura; per il filosofo marxista è da imitarsi la struttura socio-economica, cioè l'unica realtà predicabile e dotata di significato.

Si riduce lo spazio per la letteratura, in quanto il concetto di struttura non comprende che una parte (neppure troppo ampia) del concetto classico di natura, ma uguale, rispetto a Platone, è l'idea politica della letteratura, come un pericolo per lo stato bene ordinato, che va, di conseguenza, opportunamente controllata.

La struttura socio-economica è il luogo archetipico, da cui anche la letteratura, come le altre sovrastrutture, discende. La verità non è la realtà (la natura). La «verità» è fuori della letteratura, negli archetipi ideali (ovvero nella struttura socio-economica, per i marxisti), e la letteratura non vi partecipa se non per riflesso.

Tale riflesso non ha importanza per Platone, invece ha importana per Lukács, e la letteratura, purché sia riflesso della corretta natura o visione della struttura, può essere ammessa nello stato ideale.

Ma Agostino nei Soliloquia afferma che compito dell'attore, nella rappresentazione teatrale, è quello di ingannare lo spettatore quanto più perfettamente è possibile, investendosi della propria parte, cioè cercando di apparire altro da quello che, in realtà, l'attore è, mentre, a sua volta, lo spettatore raggiunge il più perfetto godimento dell'opera d'arte quando più perfettamente è ingannato dall'attore, pur sapendo che tutto ciò a cui assiste è menzogna e inganno.

La letteratura, insomma, rappresenta l'unico caso in cui l'inganno porta piacere e questo dipende proprio dalla maggiore perfezione dell'inganno; ed è anche il solo luogo dove chi meglio sostiene l'inganno più ottiene applausi e consensi e meglio attinge il vertice della lode.

Il teatro è uno dei generi fondamentali, insieme con l'epica, per la trattazione dell'idea di letteratura, in quanto è il genere che più direttamente ed efficacemente agisce sul fruitore, ponendogli davanti i modelli concreti da osservare o da fuggire nel comportamento all'interno dello stato: la funzione pedagogica della letteratura, secondo l'impostazione classica, significa soltanto che della letteratura il mondo classico ha fondamentalmente una concezione politica.

Aristotele insegna che lo spazio della letteratura non è la storia o la realtà, ma il possibile, non il vero ma il verosimile.

L'accaduto è dominio della storiografia, invece ciò che sarebbe potuto accadere è il dominio della letteratura.

Alla letteratura non si deve chiedere il documento storico, perché non è suo compito quello di raccontare i fatti come sono realmente accaduti: anzi, di come le cose sono accadute realmente la letteratura non si deve occupare.

Soprattutto negli ultimi secoli, sotto il dominio di concezioni storicistiche della realtà (idealiste o marxiste), il fatto letterario è stato utilizzato come documento intorno a fatti storici o sociologici o economici, togliendogli la sua specificità e dimenticando la mediazione che c'è sempre nella letteratura fra realtà e rappresentazione, ma soprattutto trascurando il fatto che il dominio della letteratura è il possibile e il verosimile, non la realtà pura e semplice, così com'è e come è oggetto di indagine da parte della storiografia o della sociologia o di altre scienze umane.

Il critico deve identificare ed esplicare la strategia occulta dello scrittore, assieme alla strategia ugualmente occulta dei teorici di tale tipo d'inganno letterario, che si servono della letteratura a scopi parenetici e di catechizzazione.

Ma Aristotele formula anche il fine specifico della letteratura, che è la catarsi: la funzione della letteratura è di suscitare pietà e terrore, cioè di determinare nel lettore, anzi nello spettatore di tragedie, la reazione di pietà nei confronti dell'eroe in quanto capace di soffrire in sé, scegliendola, la morte per dimostrare il proprio valore e la propria incontaminazione nelle disgrazie e anche nelle colpe, e, contemporaneamente, la reazione di terrore di fronte alle conseguenze rovinose di ogni comportamento trasgressivo nei confronti delle leggi della città e degli dèi.

Lo spettatore è così condotto a rifuggire da ogni comportamento che possa condurre a una situazione di fronte alla quale si provino pietà o terrore.

La funzione politica della letteratura, quando allo stato democratico succede quello autoritario, si trasforma in funzione etica.

Oggi la concezione della funzione politica della letteratura è diventata esclusiva, quasi che essa non possa avere altro scopo e altra natura che la politicità (o l'organizzazione del consenso politico).

Si assiste così a una rappresentazione rinnovata della ricerca, da parte del potere, di un diretto controllo sulla letteratura, posta in una condizione di assoluta subalternità.

Il letterato contemporaneo accetta la condizione subalterna, collaborando con il potere nella stessa teorizzazione della propria condizione di servitore del potere stesso.

La funzione politica della letteratura è diventata la pura e semplice subordinazione della letteratura alla politica, secondo una concezione della letteratura come momento utile soltanto se viene in soccorso e in appoggio del potere, non solo sotto il profilo politico, ma anche sotto quello economico, come servizio all'industria culturale.

Questo rientra nel carattere totalitario che il pensiero politico ha assunto negli ultimi decenni, come deposito di verità assolute, che è colpa non seguire e non celebrare.

La politicità della letteratura nel pensiero platonico, al contrario, è vista come reale e concreta influenza, che con i propri strumenti, la letteratura esercita sul lettore, indicandogli come esemplari determinati comportamenti e come esecrabili certi altri: la letteratura è il luogo dell'inganno e dell'invenzione, ma ha il fascino della bellezza e della gradevolezza, per cui le opere letterarie non sono gratuite e astratte rispetto allo stato e all'ordinato svolgersi delle funzioni di esso, in quanto il lettore viene a esserne determinato sottilmente, con la forza di persuasione che la grazia e la bellezza di narrazioni, vicende, immagini, posseggono.


Instrumenta inventionis et compositionis

Riscritture, citazioni, reminiscenze

Strumenti e meccanismi della costruzione letteraria

Aristotele espone i vari modi che più possono essere adatti a ottenere il fine dell'opera tragica di suscitare pietà e terrore e di indurre alla catarsi lo spettatore, insistendo soprattutto sulla fabula, in funzione della quale sono i caratteri, e sulle idee.

Ne consegue non tanto una concezione della critica come pedagogia e precettistica, quanto piuttosto il tentativo di studiare e di catalogare gli strumenti specifici della letteratura nell'atto del loro funzionamento, con l'opportuno smontaggio di essi per poterne considerare la condizione e le forme più da vicino e con maggior rigore analitico.

Ma il punto significativo è nell'impegno di stabilire i generi della fabula e la classificazione dei caratteri, con l'idea di una limitazione quantitativa, pure nell'illimitatezza dell'ambito del possibile che è proprio della letteratura, di fabulae e caratteri, il cui diverso intreccio allarga enormemente il dominio inventivo della letteratura.

L'idea che gli strumenti di cui si serve la letteratura non siano illimitati comporta anche l'idea della letteratura come infinito esercizio di dosaggio e di intreccio di possibilità e di verosimiglianze classificabili esattamente, perché circoscritte e limitate, là dove l'inventività non ha termini, ed è perfino possibile, anzi, la riscrittura dei libri già scritti.

La letteratura come riscrittura del già scritto risale all'antichità, ad esempio a Virgilio, che componendo l' Eneide, intende riscrivere Iliade e Odissea in un solo poema, comprimendo le dimensioni dei due poemi scelti come modelli.

Non diverso è il caso delle Bucoliche rispetto agli analoghi testi teocritei e alessandrini.

Ma la riscrittura può limitarsi a un singolo episodio e non necessariamente interessare l'intera opera.

Gli strumenti inventivi sono limitati e le fabule non possono che essere ripetute.

La riscrittura è un modo di denunciare con scandalosa evidenza il carattere ripetitivo della letteratura, al tempo stesso servendosene per fare altra letteratura.

E'uno dei procedimenti più frequenti di formazione di letteratura: la riscrittura, anche nelle microstrutture di un'immagine, di un verso, di una parola, di ciò che è già stato scritto.

La letteratura è sempre una gara con chi ha scritto prima e una proposta di gara per chi scriverà dopo: il segreto della vittoria in tale gara sarà la migliore aderenza allo spunto d'origine, come in tutte le letterature umanistiche che si pongano come scopo la ripetizione delle immagini e delle forme classiche, oppure la più abile variazione all'interno di tale ripresa di modelli precedenti.

La ripresa anche integrale di immagini della tradizione non sono il segno di un'ammirazione per l'autore classico, ma il senso di un agonismo continuo rispetto all'esemplare antico, e la denuncia di un'impossibilità di dire, di un'afasia sempre crescente, che l'autore contemporaneo non maschera, ma, anzi, sottolinea con la citazione.

La concezione pedagogica della teoria della letteratura, deriva dalla banale consapevolezza di una perfezione raggiunta, che è da conservare a tutti i costi.

Si aggiunge anche l'idea che la critica fornisce certezze, canoni ben definiti e chiari per l'esercizio imprevedibile e avventuroso che è la letteratura: in sostanza, una richiesta di «scientificità», per l'esigenza di vedere chiaro in un ambito che chiaro non è, rischiando continuamente di trovarsi in mezzo a impulsi irrazionali, al sentimento, alla passione, all'esorbitanza degli istinti, alla trasgressione morale, politica e religiosa, che, per la forza persuasiva della letteratura, possono rischiare di diventare modelli di vita, quando non siano rivelati nella loro natura e anche nell'effettiva utilità conoscitiva e liberatoria.

Tutte le contemporanee tendenze dell'indagine sulla letteratura, rivolte a istituire un metodo assolutamente oggettivo e «scientifico» per l'esame del testo letterario, discendono più o meno apertamente dall'intento di razionalizzare la letteratura stessa, rendendola interamente trasparente.

Si crede nella teoria positivista e naturalista dell'opera d'arte come opera di scienza, che si forma e procede con gli stessi strumenti della biologia, della psicologia, delle scienze sociali, e tende ad affrancarsi sempre meglio dalla soggettività (sempre misteriosa, difficilmente sondabile, celata) dell'autore.

Ma non molto diverse sono le idee della letteratura che stanno sotto l'utilizzazione della linguistica nell'analisi testuale, con la pretesa di giungere a smontare perfettamente il testo fino a spiegarne e illustrarne i meccanismi anche minimi e impercettibili che lo costituiscono, e mostrare come, in atto, tali meccanismi funzionano, interagendo l'uno con l'altro, nella struttura complessiva dell'opera.

Se si usano le teorie della psicoanalisi per l'indagine dell'opera letteraria, la letteratura è concepita positivisticamente, come un oggetto assimilabile a qualsiasi altro della produzione umana nel momento in cui operano nell'uomo spinte di carattere più o meno patologico o compensativo di traumi subiti, e il testo è visto come il documento per una diagnosi di carattere fondamentalmente medico.

Ogni sociologia della letteratura pretende ugualmente che la letteratura altro non sia che un documento per la conoscenza delle idee, delle posizioni, dei programmi, degli intenti di un gruppo sociale o di un momento specifico dello sviluppo della società.

Sono tutti modi di concepire la letteratura come prodotto razionalizzabile ed esattamente circoscrivibile con i mezzi della scienza linguistica, psicoanalitica, sociologica.

L'uso letterario della retorica

Il trattato anonimo del Sublime nasce in un tempo in cui i condizionamenti del potere si sono fatti, nella Roma imperiale, restrittivi, e allora all'invenzione del possibile e del verosimile si sostituisce la variazione sui temi offerti dalla tradizione che, per essere noti e diffusi, hanno bisogno di una ripresentazione capace di rinnovarli agli occhi degli spettatori e dei lettori, con la forza e l'abilità delle accentuazioni delle forme comunicative ed espressive.

L'accentuazione e l'accumulazione delle figure retoriche, con la più accorta strategia nel loro uso, vengono a rendere distante e mediato il rapporto fra fruitore e opera letteraria, nel senso che al fruitore ormai si chiede solo l'ammirazione, non la partecipazione.

La letteratura diventa oggetto da contemplare con meraviglia per l'estrema abilità con cui è costruita secondo i dettami della retorica e per la presentazione quanto è più possibile elevata di eventi, personaggi e situazioni della tradizione letteraria.

Dietro la definizione di importanza delle figure retoriche nel determinare il valore e il significato dell'opera letteraria, c'è l'approfondimento del distacco fra letteratura e realtà.

La limitatezza dei temi e delle fabulae si risolve nella fissazione una volta per tutte di argomenti ben definiti dai quali la letteratura non può uscire: rassegna degli eserciti nei poemi epici, prosopopea degli eroi, inizio in medias res, invocazioni alle Muse.

Arte e vita, arte e storia, arte e realtà

In forza dell'ingente armamentario retorico messo in opera al servizio dell'ideologia delle passioni come valori, sia crea una lunga serie di ambivalenze e di confusioni romantiche fra arte e vita, fra arte e storia, fra arte e realtà.

Al tempo stesso la letteratura diviene uno spazio privilegiato, nel quale si giocano, come se si trattasse di realtà storico-fenomenica e non di invenzione, i comportamenti etici e quelli politici, le azioni di vita e di prassi.

Agire nella letteratura o proclamarvi princìpi etici e politici viene considerato l'esatto equivalente dell'operare nella realtà storico-fenomenica.

È un gioco di scambi: servirsi della letteratura come spazio sostitutivo, ma anche equivalente, della realtà della vita e della storia, al tempo stesso negando alla letteratura una sua norma interna, un suo codice, un suo statuto, e imponendole dal di fuori una serie di categorie di valore, di gerarchie, di schemi di giudizio.

E allora il giudizio della letteratura è divenuto il giudizio sull'oggetto della letteratura, coerentemente con l'identificazione della letteratura con la realtà storico-fenomenica ed esistenziale, mentre le idee e le azioni descritte e rappresentate nella letteratura sono diventate esattamente uguali a operazioni e a concetti e ad affermazioni fatte nella vita e nella storia.

Deriva di qui la diffusione del giudizio etico-politico per la letteratura: che non è soltanto il rozzo giudizio del contenuto, ma quello sull'efficacia esemplare che ha la scelta di realtà compiuta dallo scrittore in rapporto con il dovere del comportamento ovvero come la linea maestra di sviluppo della storia stessa, quella a cui nessuno può rifiutare l'assenso sia perché è la sola positiva sia perché è dotata di intrinseca, assoluta necessità.


La teoria letteraria come scienza

Realtà e scrittura

L'intento di perfetta sovrapposizione (o rispecchiamento) della letteratura alla realtà, soprattutto, quando sia accompagnato dal sostegno delle concezioni positiviste, evoluzioniste, biologiche dell'arte che si fa da sé, escludendo sempre più la presenza dell'autore, ridotto alla funzione di trascrittore (Verga), ha come corrispettivo l'idea di una critica della letteratura di tipo obiettivamente scientifico, nell'Ottocento nel senso delle scienze biologiche e mediche, oggi nel senso delle cosiddette scienze umane, come la psicologia, la sociologia, l'antropologia, la linguistica.

Questa operazione ha bisogno, per attuarsi, di una buona quantità di retorica, dal momento che, al fondo, c'è l'idea del primato della scienza su ogni altra forma di attività e di conoscenza dell'uomo, con la conseguenza che soltanto i criteri della scienza possono fornire gli strumenti per una conoscenza e un'interpretazione dei fenomeni dell'arte, se non vuole essere cacciata dalla moderna repubblica tecnocratica, deve apparire come oggetto assimilabile a quelli che le scienze fisiche e umane studiano.

L'enorme diffusione di criteri critici fondati sulla linguistica, sulla sociologia, sull'antropologia, sulla psicologia, significa la ricerca di uno statuto obiettivamente scientifico per la finzione che è la letteratura: anch'essa possibile oggetto di ricerca e di indagine scientifica e, di conseguenza, anch'essa dignificata allo stesso livello degli altri oggetti di ricerca scientifica.

L'indagine scientifica della letteratura si contrappone all'indagine fondata sul gusto, e alla concezione della letteratura di tipo marxista, costruita su idee estranee alla letteratura.

Schemi, formule, figurazioni con linee e frecce, l'uso di una terminologla tecnica ricavata dalle varie scienze (psicologia, sociologia), sono la retorica della teoria letteraria, impegnata a presentarsi come scienza, e non ha rapporti veri con la religione, la metafisica, che sono concetti non assimilabili ai criteri scientifici di conoscenza e di indagine.

Tale idea di letteratura è di Freud, con le teorie dei sogni, e della filosofia positivista con l'idea dell'indagine della società da compiersi con gli stessi strumenti della biologia o della medicina (ricerca dello stato di salute del contesto sociale e tentativo di fare una prognosi e di proporre una cura).

Freud ritiene il sogno come la scrittura interessante solo in rapporto con la malattia da cui hanno origine e con la cura che deve seguire necessariamente la diagnosi: le indagini psicoanalitiche sulla letteratura partono dal presupposto che scrivere è sintomo di trauma psichico, da ritrovare dietro la scrittura, a qualunque costo, anche a quello di fare una gran confusione fra scrittura e vita.

Anche la teoria marxista della letteratura è ossessionata dall'obiettività e dalla scientificità, ma scientificità ha, nell'ambito marxista, un significato diverso rispetto a quello che ha nell'ambito delle scienze umane come psicologia o sociologia o linguistica, in quanto eminentemente, anzi esclusivamente «scientifico» è il materialismo dialettico.

Il problema dell'indagine letteraria è, allora, obiettivato nell'unico senso possibile: il riferimento del testo più o meno direttamente ai valori presenti entro il contesto sociale realisticamente rappresentato.

Se questi valori sono fatti vivere nel testo letterario, allora il giudizio è positivo.

L'aggancio della scientificità è dato dal fatto che la realtà socio-economica e l'attività letteraria elaborano significati del tutto omogenei.

La poetica del «realismo socialista», è utilissima per comprendere il procedimento dell'analisi letteraria di tipo marxista: i significati sono nella realtà socio-economica, e la letteratura non può che manifestarli, collaborando alla loro chiarezza e alla loro diffusione.

Se mancano tali significati, il testo letterario è destituito di valore e di senso, e non può essere preso in considerazione.

Il significato generale della storia contemporanea (secondo i marxisti) è nel movimento di attuazione del socialismo, perciò qualsiasi tipo di letteratura che non contenga una rappresentazione critica del sistema borghese e l'ipotesi della trasformazione della società e dei rapporti di produzione, è considerato negativamente catalogata, si tratti di lirica oppure di narrativa.

Per rendere convincente tale idea di letteratura, è stata propagandata una retorica particolarmente agguerrita, soprattutto di tipo accusatorio e di tipo celebrativo e innografico, con carattere terroristico per ogni tipo di letteratura «evasiva» e con carattere trionfalistico nei confronti delle opere neorealiste.

L'arte come diversità

Una retorica opposta rispetto a quella realista sta a sostegno delle forme di letteratura che ne rifiutano l'idea di essere oggetto: storia, economia, sociologia, biologia, fatto di cronaca, evento narrato dal popolo, situazione realmente datasi, sentimento davvero vissuto.

La prosa lirica non è che la forma retorica del tentativo di elevazione della prosa stessa al livello della dignità poetica.

Si costruisce per brevi testi, per frammenti, per nuclei che arieggiano il componimento poetico non soltanto nella ricerca di perfezione di linguaggio e di armonia verbale, ma soprattutto attraverso l'eloquenza visiva della loro ritmazione essenziale, lontana dalla diffusione e dall'ampiezza della narrativa.

Non ha più importanza la struttura abbreviata della riga del verso, ma la struttura in genere contratta, concisa, essenziale del testo, che ne definisce la dignità di appartenenza al genere della poesia.

Siamo nell'ambito di concezioni fondamentalmente aristocratiche della letteratura: perché l'arte possa avere uno statuto proprio, che la distingua dalla produzione in serie, propri dell'industria, deve accrescere e sottolineare la propria diversità, fino all'esasperazione e all'esagerazione, cioè fino a rifiutare ogni comprensibilità, ogni comunicazione, anzi ogni linguaggio comunemente noto, e a inventare un linguaggio ogni volta che l'operazione artistica viene compiuta.

La retorica della diversità verbale e linguistica afferma che i segni non hanno un significato diretto, ma indiretto: anzi, risolvono il testo in una sorta di retorica totale, cioè nella comunicazione di messaggi che non sono contenuti nella parola, ma sono allusi dalla disposizione della parola, dall'accostamento delle parole, dall'uso delle forme grafiche (parentesi, punteggiature, mescolanza di termini di diverse lingue, «taglio» delle parole, ingente uso di esclamazioni e di vocativi).

I futuristi tendono a esaurire molta parte di sé nei segnali grafici (calligrammi, componimenti figurati), nell'onomatopea, che è, appunto, l'esasperazione della retorica della letteratura come vocalità.

L'idea della letteratura che è da essi manifestata si esplica soprattutto nella modalità retorica con cui i testi presentano se stessi: nell'autopresentazione, nella forma con cui cercano di imporsi al pubblico, nel progetto distintivo che esprimono più o meno abilmente e dissimulatamente.

Contro la risoluzione dell'arte nel proprio oggetto realisticamente assunto, che vuole essere esposto come se effettivamente coincidesse con gli oggetti studiati dalle scienze sociali e da quelle biologiche e come se i metodi di studio perfettamente si identificassero, il simbolismo tende a esasperare l'enigmaticità dell'oggetto: tende, cioè, al vago, ai puntini di sospensione, alla dissoluzione della sintassi o all'atomizzazione della parola, all'allentarsi di tutti i nessi (di quelli preposizionali in specie), onde indicare chiaramente che non a un movimento conseguenziario ovvero razionalmente deduttivo si ricorre, ma al semplice accostamento di oggetti, luoghi, sensazioni, impressioni anche diversissime con la funzione di suggerire così la spiegazione «vera» della natura e della vita che è al di là della scienza, nel modo in cui si dispongono le parole che designano le cose sulla pagina, nel verso, nel rinvio, che si suggerisce essere in esse, nella loro realtà profonda, a un significato che sta al di là della lettera, al di là di ciò che la ragione e gli strumenti della scienza possono comprendere e spiegare.

E' la retorica del rinvio a ciò che è oltre la lettera della parola e della cosa che la parola, più che indicare, suggerisce, simboleggia la prevalenza della preposizione a rispetto alle prepozioni più adatte a determinare e fissare i rapporti come di, per, con, l'uso della coordinazione a sfavore della subordinazione, il continuo cambio di soggetto nel processo coordinativo, l'isolamento della parola.

La retorica del testo simbolista è un evidente invito al lettore ad andare al di là della lettera, perché soltanto così gli sarà possibile comprendere il messaggio metarazionale e metascientifico che il testo intende contenere e proporre.

Letteratura e comunicazione

I generi letterari

La letteratura è indubbiamente comunicazione: ma comunicazione ambigua, equivoca, non univoca.

Nel Novecento e, in particolare, negli ultimi decenni, la letteratura ha finito eon l'essere coinvolta nelle teorie della comunicazione e, comunque, nei problemi che si riferiscono agli strumenti della comunieazione (retorica, lingua) oppure ai fini della comunicazione (le teorie dei segni, i destinatari).

Il problema del critico è di identificare il tipo di ambiguità specifico di cui si serve lo scrittore in una singola opera o in un singolo testo.

Allora potrà meglio godere della ricchezza del testo, perché conoscerà la strategia di doppiezza che lo scrittore ha messo in opera.

Tutto questo significa che nessun testo letterario è semplice e che è errata ogni lettura che sia esclusivamente letterale, senza andare al di là e penetrare nel tipo d'ambiguità dello scrittore.

Non importa descrivere il sentimento ispiratore o le idee e le intenzioni pedagogiche o dimostrative o i riflessi socio-economici del testo, perché tutti questi elementi vi sono mediati profondamente dalle forme specifiche della letteratura (metri, rime, ritmo, generi letterari, livelli di stile, disposizione delle parole, riferimenti all'altra letteratura come modello o, meglio e più spesso, come spunto e presa di posizione nei confronti di essa attraverso la propria opera, figure retoriche), le quali non permettono che il messaggio (il «contenuto») sia identificato se non come un elemento fra gli altri che coopera all'organismo complessivo.

In questa prospettiva, le teorie letterarie di tipo linguistico, stilistico, semiologico hanno rivalutato la funzione centrale che hanno la scelta e l'uso del genere letterario da parte dello scrittore.

Non è affatto indifferente che uno scrittore decida di scrivere un poema o un romanzo o una tragedia o un canzoniere lirico o una commedia.

La scelta del genere determina lo stile nel grado specifico (sublime, medio, basso o farsesco), gli argomenti, l'abbondanza o il ritegno nell'impiego di figure retoriche, le possibilità di invenzione oppure la risoluzione del proprio discorso all'interno della variazione, l'avventura di temi non usuali o la riproposta e addirittura la riscrittura di quanto già altri ha composto, l'osservanza di canoni, come la rassegna degli eserciti nel poema epico, oppure l'assenza di ogni schema, come nel romanzo.

Alla letteratura tutto è permesso, perché l'ambito che le è proprio è l'invenzione, il far esistere ciò che non esiste, la moltiplicazione infinita dei casi della vita, I'ambizione di ripetere indefinitamente tutti gli atti anche più straordinari, più irrealistici, più remoti dalla verosimiglianza realistica o da quella psicologica e razionale.

Si può così ritornare all'idea della letteratura come il luogo del dionisiaco.

Il tempo dell'idillio è finito.

La letteratura è scatenamento, violenza, ma soprattutto è la rappresentazione della condizione dell'uomo gettato nel mondo, nella solitudine e nella lotta contro i propri limiti e il male della storia e della vita (sia che tale solitudine sia vista, come accade agli esistenzialisti, come assoluta, sia che, invece, abbia di fronte la presenza non meno tragica di Dio).

Sono tutte concezioni (e quelle nietzschiana in particolare) che rilevano l'assoluta irriducibilità della letteratura ad altre forme o modi di espressione e di comunicazione.

La letteratura non è un semplice settore, come intendono i semiologi, dell'universo dei sogni intesi a comunicare i messaggi: è un'alterità radicale di uso e di concezione dei segni stessi.

Fortuna ha avuto di recente un'idea di letteratura, concepita come gioco, come contestazione del potere sociale, politico e dei condizionamenti del costume.

Il luogo della letteratura in questa prospettiva è soprattutto il comico, il carnevalesco, in quanto in essa sono sospese le leggi della comunità e del costume, si fa un re di burla, è concesso prendersi beffe dei potenti, gli istinti fondamentali possono esplicare tutta la loro carica vitale, la lingua che si parla è quella equivoca della beffa, della metafora oscena, dell'ebbrezza, del mangiare, del bere, del sesso.

C'è certamente una letteratura alta che le classi che detengono il potere contrappongono allo scatenamento carnevalesco, ed è la letteratura epica e tragica come autocelebrazione dei potenti.

Ma la letteratura parodica, satirica, ironica, beffarda, meglio testimonia il carattere genetico della letteratura stessa (Dioniso è il dio presente in tutte quelle forme della letteratura dove domina il momento della passione, dell'angoscia, del dolore, accanto all'orgia e allo scatenamento dei sensi).

La letteratura nascerebbe come vacanza dal dovere, dal lavoro, dalle convenienze, dalle convenzioni, dalla misura, dall'equilibrio, dalle gerarchie non soltanto sociali, ma anche di dignità e di valore di oggetti o azioni.

Sarebbe sotto il segno dello spreco, del capovolgimento dei valori normali della ragione e della ragionevolezza, poiché non è affatto ragionevole inventare storie, scrivere in versi e in rima, usare la parola non per comunicare, ma per giocare.

È una concezione che, senza dubbio, rende ragione dell'irrazionalità di fondo e dell'assoluta gratuità dell'invenzione letteraria e anche di tutti gli strumenti specifici che la letteratura si è data (ritmi, metro, generi, norme compositive).

Per il simbolismo il mondo è in cifra.

È una concatenazione di simboli, la cui lettura è possibile soltanto se ci si mette al loro interno, sulla linea della loro stessa essenza, senza sovrapporvi metodi scientifici che possono dare soltanto indicazioni particolari, non interpretazioni complessive.

Soltanto la letteratura è in grado di cogliere il sistema simbolico dell'universo, descriverlo con gli strumenti specifici delle immagini, delle metafore, delle analogie, delle allegorie, della musica delle parole, dei ritmi, dei metri, offrirlo come mezzo per conoscere il significato delle cose nella natura e dell'uomo.

Siamo sempre all'interno dell'idea della letteratura come forma di conoscenza metarazionale e metascientifica, ma con un'accentuazione estrema, che ha risonanze profondamente religiose, della simiglianza dell'opera creatrice della parola poetica con l'opera creatrice del Verbo divino, del Logos.

È la più alta celebrazione della poesia, come l'attività che fa esistere ciò che pronuncia con la sua parola identica a quella originaria eon cui Dio ha fatto essere il mondo (contro Rilke con particolare acredine scrive Lukács il teorico della letteratura come rispecchiamento della struttura socio-economica).

Una concezione in qualche modo mediana fra orfismo e realismo è quella che insiste sul carattere fondamentalmente allegorico della letteratura rispetto a ogni livello di realtà naturale, esistenziale, storica, sociale (Luporini).

A una visione generale dell'origine dell'opera letteraria risponde la concezione di Auerbach, che ha come punto di riferimento remoto la teoria aristotelica dell'arte come imitazione della realtà possibile.

Egli è convinto che in ogni testo letterario c'è una presa di posizione iniziale dello scrittore nei confronti dell'oggetto della rappresentazione che è sia la scelta del settore di realtà da fare oggetto di trattazione, sia il punto di vista con cui la raffigurazione è compiuta.

Si hanno, nelle letterature occidentali, due punti di vista fondamentali della rappresentazione: quello sintetico, dall'alto, che è proprio della tradizione classica e comporta la divisione degli stili a seconda dell'oggetto della rappresentazione sublime o tragico, medio o «comico» e basso o farsesco, la posizione esterna e superiore dello scrittore rispetto all'argomento e alla «realtà» in genere, l'onniscienza che lo contraddistingue essendo il portatore della verità dei fatti e dei personaggi, il giudice, il distributore dei valori, e in tale condizione egli sa sempre più dei lettori, a cui distribuisce nozioni e interpretazioni; e quello analitico, dal centro dei fatti onde lo scrittore sa soltanto quello che sa il lettore, e via via viene messo al corrente egli stesso del significato di ciò che sta rappresentando, ne prende coscienza, vi partecipa, non diversamente dal lettore; ed è il punto di vista biblico-cristiano, che ha come punto di riferimento Dio in quanto colui che determina gli eventi e li rende rivelatori di verità, onde lo scrittore è sempre, in qualche misura, «scriba Dei», e non si hanno divisioni di stili, perché, per il paradosso del Dio biblico e, soprattutto, per quello della Croce, il sublime si incarna nell'umile, il Dio muore della pena dei malfattori, così come si manifesta da sempre a chi sceglie fra la gente comune, vedove poverissime visitate dai profeti, pescatori e pubblicani chiamati a rendersi partecipi della rivelazione della presenza sulla terra del Dio incarnato e a diffonderne i messaggi, prostitute rese degne della vicinanza del sacro.

Sulla base di tale distinzione dei punti di vista, Auerbach compie un sondaggio per campioni delle varie letterature occidentali dall'antichità alla contemporaneità, osservando analiticamente le diverse manifestazioni, lungo i secoli, dello sguardo dall'alto e della rappresentazione opposta dal centro dei fatti, cioè i modi secondo cui si scandisce il punto di vista classicistico intrecciandosi con lo sguardo creaturale cristiano (come egli lo chiama), e indicando, al tempo stesso, i casi in cui i due punti di vista si intrecciano e si mescolano (come nella Commedia di Dante Alighieri), dando origine a quella mescolanza degli stili che il filologo romanzo considera come il massimo risultato di comprensione del reale e di rappresentazione che la letteratura possa raggiungere.

E' legata soprattutto al nome di Gadamer la teoria dell'interpretazione, che si fonda sulla tradizione dell'esegesi biblica, ebraica e cristiana.

Il testo letterario è una continuità nel tempo, che vive soltanto se è interpretato in sempre nuovi modi, mentre l'assenza di attenzione e di interpretazione classifica il testo nel tempo della sua composizione e della relazione stretta con la storia o la società (è un capovolgimento radicale dell'idea naturalista e marxista della letteratura).

Il testo letterario, in tale prospettiva, è, insieme, quello originario e le interpretazioni che ne sono state date nel tempo e che hanno finito con il farne parte indispensabile e base di ogni nuova interpretazione.

La vitalità dell'opera letteraria è misurata dalla quantità e dalla continuità delle interpretazioni, che significano la capacità che essa conserva di suscitare interesse, letture, attenzione, reazioni, partecipazione.

È comune principio che l'interpretazione della letteratura non ha mai fine e proprio l'inesauribilità delle interpretazioni costituisce l'elemento distintivo del testo letterario da ogni altra forma di comunicazione, onde ogni volta che un testo è oggetto di lettura, questa ne rileva qualche aspetto prima non riconosciuto, onde si può dire che è stolta e vana ogni pretesa di dare assoluta oggettività e scientificità all'interpretazione critica, che, anche quando sia compiuta con gli strumenti della linguistica scientifica o della semiologia o di quella pseudoscienza che è la psicoanalisi o di quell'altra pseudoscientificità dei teorici della materialità della letteratura, che nasce dall'idea che la teoria storico-economica di Marx possa chiamarsi scientifica (socialismo scientifico).

La teoria dell'interpretazione va più in là: nel tempo e nello spazio, il testo si arricchisce in sé delle interpretazioni che via via ne sono date: tanto più fecondo e continuo è il processo interpretativo, tanto più il testo può essere indicato come esperienza fondamentale nella vicenda spirituale dell'umanità (basta pensare agli infiniti interventi interpretativi, nel complesso come sui singoli particolari, della Commedia).(2)


II. La critica letteraria

di GIUSEPPE ZACCARIA
1. Questioni preliminari

- Con il termine «critica» (dal greco kri/nw «scelgo») si intende la capacità di giudicare e la natura del giudizio.

C'è, in questo termine, una fondamentale valenza conoscitiva e, in senso lato, filosofica (cf Critica della ragion pura o Critica della ragion pratica).

La critica coinvolge i più svariati campi delle esperienze umane, con particolare riguardo alle attività artistico-intellettuali.

L'ambito settoriale in cui si esercita è precisato dall'attributo o dalla specificazione che l'accompagnano (musicale, cinematografica, televisiva, dello spettacolo, del costume).

La critica letteraria, in senso generale, è una riflessione del saggista e dello studioso sulla letteratura, sviluppata sia oralmente che attraverso pubblicazioni.

L'ambito in cui si esercita è vasto, in quanto può andare dall'analisi di una breve poesia alla ricostruzione dell'intero sviluppo di una storia letteraria; dallo studio di determinate linee e costanti (temi, motivi, figure), riferite per lo più a un periodo di tempo coerente e significativo, all'analisi delle forme metriche, sintattiche o lessicali, che caratterizzano un'opera o un gruppo di opere.

La storia della critica letteraria è un discorso di secondo grado, un «metadiscorso», che riguarda il discorso (o i discorsi) sulla letteratura, e si propone il compito di ricostruire e di valutare le diverse interpretazioni che sono state date di un'opera, un autore, un movimento, un genere.

Nel tracciare i percorsi critici essa si pone a sua volta come nuovo momento interpretativo, in quanto seleziona le diverse valutazioni del fenomeno considerato, illustrandole più chiaramente.

Punto di partenza e punto d'arrivo della critica letteraria e della storia della critica è sempre la letteratura, che a sua volta ingloba la critica.

La storia di un'opera è anche la storia delle sue interpretazioni.

Il critico, analizzando un testo, ripercorre la vicenda delle precedenti interpretazioni e anche quando tratta di un'opera nuova, «ritrovata» o appena puhblicata, nel suo giudizio tiene conto di quello su opere analoghe o del medesimo autore o del periodo storico.

Si può concludere che la letteratura presuppone la critica e la critica presuppone la letteratura; la storia della critica e la storia della letteratura rappresentano un'unità inscindibile.

Addirittura un'opera esiste solo in quanto la critica ne legittima l'esistenza.

Il più bel romanzo, se rimane ignoto, non ha alcun valore.

Non pochi scrittori e filoni letterari, come la letteratura critiana antica, sono stati a lungo dimenticati, finché non hanno trovato chi fosse in grado di farne apprezzare l'importanza o l'attualità.

La critica è essenzialmente un fatto storico.

L'osservazione è importante non solo perché consente di ricostruire una storia della critica, ma perché chiarisce i diversi modi e possibilità, con cui si può considerare, ed è stato considerato il fatto letterario.

Nel momento in cui si pone di fronte a un testo, il critico rappresenta determinate convinzioni, punti di vista ideologici, una particolare concezione della realtà.

Il suo giudizio non è mai neutrale, astratto, assoluto, anche quando pretenda di ispirarsi a criteri rigorosamente scientifici e obiettivi.

Esso dipende, oltre che dalla collocazione storica, da una particolare «idea della letteratura» e dal «metodo» seguito per analizzarla e comprenderla.

Con il mutare delle concezioni culturali e ideologiche mutano anche i procedimenti dell'interpretazione e del giudizio.


La letteratura può essere intesa come un fatto autonomo (che ha in se stesso le leggi del suo funzionamento) o come un fatto eteronomo (che dipende in misura più o meno sensibile da altri fattori, come la psicologia dell'autore e le condizioni storiche).

Occorre spostare l'attenzione sul concetto di «metodo», ossia sugli strumenti che, a partire da una determinata idea della letteratura, consentono l'analisi concreta di un testo letterario.

Il principio dell'autonomia dell'arte si afferma nei Saggi critici (1866; Nuovi saggi critici, 1872) di Francesco De Sanctis (1817-1883), che concependo l'opera come organismo vivente, sintesi di ideale e reale, pone l'accento sul valore della «forma», considerandola tcome intimamente connessa con il «contenuto», in un rapporto inscindibile.

In tale «unità immediata e organica del contenuto», la forma «non è a priori, non sta da sé e diversa dal contenuto, quasi ornamento o veste, o apparenza o aggiunta di esso; anzi è essa generata dal contenuto, attivo nella mente dell'artista: tal contenuto, tal forma.

Negli ultimi decenni dell'Ottocento, la critica di ispirazione positivistica si stacca dalla concezione desanctisiana, di tipo hegeliano e dialettico, sottoponendo anche la letteratura a una interpretazione meccanicistica e deterministica (Taine, 1828-1893, considerava l'opera come il necessario prodotto di circostanze storico-geografiche e socio-ambientali: la «razza», il «luogo» e il «momento»).

Scarsamente sensibile ai valori dell'espressione e dell'originalità artistica, la critica «storica» rifiuta un approccio soggettivo ai testi, a favore di un'analisi che si pretende rigorosamente scientifica e «oggettiva».

In questo senso si dedicò soprattutto all'analisi degli aspetti filologici e all'individuazione delle fonti del testo letterario, privilegiando la ricerca di documenti e l'impegno erudito.

Particolare attenzione viene rivolta alla storia dei «generi letterari», nell'ambito di una concezione evoluzionistica del fatto artistico, mentre si assiste ad un sostanziale rifiuto della contemporaneità, e di ogni concezione critico-letteraria di tipo militante.

Il rovesciamento delle posizioni positivistiche fu operato da Benedetto Croce (1866-1952) nella sua Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902).

Definita, sul piano filosofico, come una categoria autonoma della vita dello spirito, l'arte ha come fine la conoscenza dell'individuale e il suo mondo è costituito da «immagini» o «intuizioni pure a priori»: «a priori», perché la loro essenza si realizza prima e al di fuori di ogni spiegazione concettuale; «pure», in quanto separate dalle altre forme della vita dello spirito (la logica, l'economia, l'etica), che si sviluppano in modo indipendente fra di loro (all'hegeliana «dialettica degli opposti» Croce sostituisce una sua «dialettica dei distinti»).

L'arte appartiene al campo dell'assoluta fantasia; dal momento che l'espressione si identifica con l'intuizione, essa si rivela indipendentemente dagli strumenti e dalle tecniche (la lingua, il colore, i materiali architettonici) che permettono la sua realizzazione pratica e la possibilità di tramandarla.

Ne deriva la coincidenza fra l'estetica e la linguistica e l'impossibilità di spiegare l'arte al di fuori di se stessa (radicalizza, la lezione desanctisiana).

L'arte, intesa come «liricità» ed espressione del sentimento, deve quindi essere separata da tutti gli elementi estranei («allotri»), che pure rientrano nella composizione di un testo letterario.

Tali elementi sono formati dalle parti oratorie, dottrinali, propagandistiche, morali, che rappresentano la cosiddetta «struttura», una specie di impalcatura nella quale può - o non può - germinare la «poesia».

La poesia vive di momenti individuali e irrepetibili, non collegabili né comunicanti fra di loro, è perciò impossibile parlare di una storia letteraria, a meno che si usi questa formula per scopi esclusivamente didattici e manualistici.

La forma ottimale della ricerca interpretativa è costituita invece dal saggio monografico, mentre il suo compito specifico resta quello di pervenire a un «giudizio di valore» estetico, che distingua la «poesia» dalla «non poesia».

Sviluppi di tale concezione sono documentati dal Breviario di estetica (1913), dall'Aesthetica in nuce (1929) e, soprattutto, da La poesia (1936), in cui la «struttura» diviene oggetto di una meno sbrigativa considerazione.

Rispetto alla formulazione originaria l'essenza dell'arte viene a coincidere, nel saggio Il carattere di totalità dell'espressione artistica (1918), con un sentimento di «cosmicità», in cui singolare e universale si illuminano e si esaltano reciprocamente.

In questo modo Croce si preoccupava anche di far tacere l'accusa di «frammentismo» attribuita alla sua estetica, ribadendo la propria estraneità alle poctiche contemporanee e recuperando una lezione di equilibrio di classica impronta.

Critica idealistica e critica storica

L'estetica crociana nella prima metà del Novecento ha avuto un ruolo di indiscussa preminenza, sia nel campo della critica giornalistica e militante, sia in quello della critica accademica.

In parallelo l'attività della critica storica amplia gli orizzonti del positivismo ottocentesco e si apre alla nuova sensibilità estetica, mantenendo viva una assidua ricerca filologica ed erudita, ricavando dalla storia nuovi e sicuri orizzonti di lettura.

Opponendosi a ogni separazione fra teoria e prassi, Antonio Gramsci (1891-1937) rifiuta di fatto la nozione di autonomia dell'arte; anche la letteratura rientra per lui nelle finalità di un programma politico, che vede l'intellettuale impegnato in un processo di rinnovamento e di trasformazioni sociali.

Il valore dell'arte si riconosce non nella sua accezione di intuizione assoluta o di espressione individuale, ma soprattutto nell'efficacia dell'azione svolta nei riguardi del pubblico.

In questo senso la letteratura deve farsi portatrice di istanze progressiste, alleandosi alle forze della storia che si battono per una modificazione dei rapporti di classe.

Si colloca qui il concetto di una letteratura «nazionale-popolare», romantica.

Le sue osservazioni sulla letteratura si trovano sui cosiddetti Quaderni del carcere, scritti negli ultimi anni della prigionia fascista e pubblicati dopo l'ultima guerra.

Sua intenzione fu promuovere concretamente la formazione del «popolo», con uno stretto legame tra progetto culturale e lotta politica.

La destinazione e l'uso politico del testo letterario impediscono lo sviluppo di una riflessione propriamente estetica.

La critica sociologica studia i rapporti fra l'opera letteraria e la realtà storico-sociale che è oggetto della rappresentazione; la sociologia della letteratura si occupa invece delle condizioni materiali che consentono la produzione e la trasmissione del testo letterario (editoria, mercato librario, rapporto col pubblico) e che agiscono in maniera evidente sulla letteratura di massa dell'età industriale, nei suoi generi di maggiore consumo.

Pur senza aver formulato una teoria organica e sistematica, Marx ed Engels hanno fornito non pochi spunti per una impostazione della critica, che rientrano nell'ambito più generale della loro concezione filosofica (il materialismo storico e dialettico).

L'arte è una delle forme dell'«ideologia» (come la filosofia e la morale, il diritto e la politica), intesa propriamente come «falsa coscienza», ossia come visione spesso distorta e falsificata della realtà.

Le varie ideologie, anche quando si presentano come verità assolute, hanno sempre un valore storicamente relativo, risultando l'espressione di determinati interessi di potere e di classe: «le idee dominanti», in altri termini, «sono le idee della classe dominante».

In questo senso l'intera ideologia (definita anche «sovrastruttura») dipende dalle condizioni economiche e sociali, la «struttura», che risulta, «in ultima analisi» (Engels), l'elemento determinante e decisivo delle trasformazioni storiche: «con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura».

Tale dipendenza non è tuttavia meccanica (di qui la polemica contro il positivismo e il sociologismo deterministico), ma dialettica; essa deve tenere conto di diverse e complesse mediazioni, nelle quali la «sovrastruttura» può a sua volta reagire positivamente sulla stessa «struttura».

Da questa impostazione del rapporto letteratura-società è derivata la teoria del «rispecchiamento» e del cosiddetto «realismo socialista», del periodo staliniano, facendola coincidere con la rappresentazione positiva dei valori del comunismo sovietico.

Il «realismo» teorizzato di Lukács è invece di tipo problematico e dialettico, proponendo di cogliere, attraverso la letteratura, le forze complesse che regolano il divenire della storia.


All'estremo opposto di una ricerca storico-sociologica sta la cosiddetta «critica ermetica», che ha posto l'accento, in modo esclusivo, su una considerazione della parola in chiave esistenziale, o mistico-religiosa.

La parola assume un valore di illuminazione, corrispondendo alla necessità e alla purezza metafisica di un procedimento analogico, che trova appunto la più compiuta realizzazione nella poesia dell'ermetismo.

Alleata della poesia, la critica ermetica si è assunta il compito di illuminare i significati del testo, cogliendone e prolungandone gli echi: una collaborazione, questa, che si colloca su un piano di trascendenza, dal momento che viene escluso ogni rapporto con la politica e con la storia.

Nel suo significato più profondo, la letteratura come impegno e dedizione totale, coincide con la vita, risultando «tutt'e due, e in ugual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità».

La letteratura è «una condizione, non una professione»; la poesia è «ontologia», ossia discorso sull'essere, e richiede un esercizio critico che riconosca l'«assoluta necessità della parola».

La critica fenomenologica studia le «poetiche», definendole come sintesi dottrinali disposte a formulare e a sistemare precetti, norme, ideali generalissimi dell'arte per rapporto a una definita situazione storica ed estetica dell'arte stessa nel suo farsi.

Occorre infatti sostituire, ai sistemi «chiusi» delle filosofie universali, una fenomenologia aperta e non dogmatica, dal momento che le poetiche hanno un loro significato entro un orizzonte prammatico e si traducono nei termini di una concreta «operatività».

Da uno stretto rapporto fra considerazioni teoriche e attenzione storica nasce l'interesse per le componenti precettistica-normative e per i procedimenti tecnico-formali.

La critica simbolica postula che un'opera letteraria contenga un senso nascosto o implicito, un significato profondo, e spetta alla strategia del lettore portarlo alla luce, essendo esso immanente alla costruzione, alla forma interna di un testo.

Al di là dei contenuti superficiali e immediatamente percepibili, in quanto resi espliciti dall'autore, si avverte l'esigenza di esaminare a livelli sempre più profondi le strutture del testo, cogliendone i diversi gradi di complessità e di ambiguità, la pluralità, la verticalità dei sensi, della polisemia.

Come critica del profondo, di ciò che sta nascosto al di sotto della superficie, la critica simbolica ha potuto utilizzare i sussidi messi a disposizione dalla psicanalisi, dall'antropologia, dagli studi sul mito, per cogliere i simboli individuali e archetipici peculiari di alcune esperienze letterarie particolarmente rivelatrici.

Al centro di queste analisi è posta la qualità metaforica del linguaggio, che, nel suo modo di organizzarsi, o attraverso la presenza di costanti significative, rinvia a dei contenuti ulteriori, simboli di particolari condizioni di esistere o di raffigurare la realtà.

La critica psicanalitica ha incontrato non poche difficoltà, sia per l'egemonia crociana, sia per la prevalente interpretazione in senso progressivo-storicista dei fenomeni letterari.

Freudianamente parlando, il Croce è un insigne modello di rimozione andata a segno.

Le radici della critica psicanalitica vanno ricondotte alla teoria scientifico-razionalistica di Sigmund Freud (1856-1939) e a quella spiritualistico-irrazionale di Cari Gustav Jung (1875-1961), che di Freud fu seguace e poi oppositore.

Al di là dei singoli momenti su cui si fonda la psicanalisi, la concezione freudiana si riferisce soprattutto ai problemi dell'inconscio individuale; Jung è venuto elaborando, invece, una teoria dell'«inconscio collettivo», in cui riaffiorerebbero le immagini primordiali, o «archetipi», dell'umanità.

Le indicazioni junghiane si sono spesso incrociate con lo studio della mitologia e dell'antopologia, confluendo in vaste zone della «critica simbolica».

La raffinata preparazione filologica concentra l'attenzione sui linguaggi della prosa e della poesia che vanno al di là della norma, della media dell'uso linguistico prevalente, raggiungendo esiti, impressionistici ed espressionistici, di pastiche e di deformazione stilistica.

La filologia si ricolloga alla tradizione del «metodo storico», e si è affermata come strumento in grado di comprendere e illustrare il percorso storico e creativo dell'opera.

Il suo compito preliminare riguarda la costituzione definitiva dei testi letterari, specie di quelli più antichi, pervenuti spesso in condizioni incerte e precarie.

Testi tramandati da diverse redazioni manoscritte («codici») o a stampa, si devono confrontare fra di loro («collazionare») per ricostruirne l'albero genealogico («stemma»); e poi attraverso l'eliminazione di errori e interpolazioni (aggiunte) giungere all'«edizione critica», più vicina all'autore.

La scientificità dell'operazione non può prescindere dalla competenza storico-linguistica del filologo, che nei casi controversi la «lezione» più attendibile.

Ma anche quando il filologo si trova di fronte a manoscritti autografi non cessano le difficoltà, trattandosi, in questo caso, di ripercorrere la vicenda interna del testo, attraverso le correzioni, le «varianti» tra diverse stesure: e con la variantistica il puro procedimento filologico si apre alla critica letteraria e al giudizio estetico (analogo è il discorso per le opere a stampa, per il confronto con eventuali manoscritti, o fra le varie edizioni).

Oltre alla vicenda testuale, la filologia si occupa della «tradizione del testo», ossia della sua trasmissione e circolazione nei diversi ambienti e centri culturali; lo scopo è quello di ricostruire il patrimonio librario di una determinata società, accertando la «fortuna» delle varie opere e le loro reciproche influenze.

La critica stilistica muove dall'individuazione delle cosiddette «spie stilistiche», ossia degli elementi espressivi più rilevanti, quali emergono da una attenta lettura e rilettura del testo, per giungere alla ricostruzione dell'individualità psicologica dell'autore e alla sua visione del mondo poetica.

Si privilegia il rapporto diretto fra critico e testo per il principio secondo cui ad ogni emozione e ad ogni allontanamento dallo stato psichico abituale, corrisponde uno scarto (un «clic»), una deviazione rispetto alla norma dell'uso linguistico; in questo senso la spiegazione del particolare presuppone la comprensione dell'universale, dell'insieme dell'opera.

La stilistica sociologica di Erich Auerbach (1892-1957) muove da un campione del testo per ricostruire i rapporti con la storia e con le varie fasi dell'evoluzione sociale.

La stilistica si è diramata dagli studi di erudizione linguistica e filologica, ed ha allargato l'analisi fino a comprendere tutti gli aspetti tecnico-formali del testo letterario: retorici, sintattici, grammaticali, fonici, ritmici e metrici.

Il caratterizzarsi di questi sviluppi è stato determinato dagli orientamenti metodologici e in senso lato epistemologici che vengono compresi sotto le denominazioni di «formalismo», «strutturalismo» e «semiologia».

Il Corso di linguistica generale del ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913) opera un profondo rinnovamento di metodo, fissando una serie di princìpi che influenzarono in larga misura la ricerca successiva.

Egli pone l'accento sul concetto di lingua come «sistema», regolato da leggi proprie e comune a una collettività di parlanti; alla langue, intesa in questa accezione, si contrappone la parole, come atto creativo e individuale.

Considerando l'istituto linguistico come un fatto sociale, la linguistica avrà il compito di analizzare le forme omogence e definite della comunicazione; in tale studio occorre distinguere il punto di vista «sincronico» (che riguarda la situazione della lingua in un determinato momento cronologico) da quello «diacronico» (che considera invece i fenomeni linguistici nel loro sviluppo storico, in un particolare arco di tempo).

Un'altra distinzione basilare è quella fra «significante» e «significato»: mentre il significato designa il concetto, l'immagine mentale, il significante indica l'immagine acustica, l'aspetto fonico e grafico della parola.

In senso complessivo essa viene indicata con il termine di «segno», la cui forma risulta da un processo di costituzione convenzionale e arbitrario: anche la nozione di «arbitrarietà del segno», essenziale nella concezione saussuriana, è stata feconda di sviluppi.

Il formalismo si affermò in Russia, nel primo ventennio del Novecento, in stretto rapporto con le tendenze della contemporanea avanguardia (Erlich, Il formalismo russo, trad. it. Bompiani, Milano, 1966; antologia di testi Formalisti russi, a cura di Tz.Todorov, trad. it. Einaudi, Torino, 1968).

Opponendosi alla critica di tipo storicistico e positivistico, i formalisti russi si mostrano ugualmente insensibili alla tradizionale valutazione estetica del testo letterario la loro attenzione si rivolge esclusivamente agli aspetti e ai procedimenti iormali (fonetici, sintattici), così come vengono realizzati per la costruzione del testo letterario. Il linguaggio e la forma particolare che viene ad assumere, in altri termini, sono considerati i soli elementi distintivi dell'opera su cui si possa fondare uno studio rigoroso e preciso, una vera e propria autonoma scienza letteraria.

All'origine è la concezione dell'assoluta specificità del linguaggio letterario (che corrisponde a una ben definita «funzione poetica»), radicalmente diverso e separato dalle altre forme della comunicazione linguistica, che obbediscono invece a scopi pratici e strumentali.

La diversità della creazione artistica si può spiegare attraverso il concetto di «straniamento», procedimento attraverso il quale la realtà viene sottratta ai meccanismi di una percezione immediata e comune, per trasformarsi interamente, senza residui, in una forma del tutto nuova e originale, che non conserva alcun rapporto con la realtà di partenza ma ha in se stessa le leggi del proprio funzionamento, per non dire le ragioni della sua essenza.

Accantonato ogni interesse per le componenti storiche e contenutistiche, l'«arbitrarietà del segno» si risolve nell'«autonomia del significante».

Lo strutturalismo deriva dal pensiero di Saussure e dal «formalismo», quale metodo di analisi applicabile a diversi campi del sapere e alla critica letteraria in particolare.

In tale ambito l'opera viene considerata come un sistema di elementi molteplici ma omogenei fra di loro, di cui occorre determinare i rapporti interni e le specifiche funzioni.

La «struttura» risulta quindi una forma di organizzazione globale, che spiega le singole parti da cui è composta e insieme le trascende, in quanto non è riducibile alla loro somma (solo all'interno della totalità queste trovano la loro completa spiegazione e giustificazione).

La «struttura» è vista anche come un modello, ossia come costruzione formale delle relazioni che compongono il sistema, indipendentemente dalla materia e dai contenuti.

Il procedimento essenziale dell'analisi strutturalistica consiste nello «smontare» l'opera nei suoi congegni e meccanismi compositivi, per giungere alla creazione di «tipologie» che consentano non solo di ricostruire il «modello» dell'opera stessa, ma di raggruppare fra loro opere appartenenti allo stesso genere.

Lo «strutturalismo» prende in considerazione gli elementi formali o formalizzabili del testo; la prospettiva in cui si colloca è essenzialmente sincronica, anche se non sono mancate ipotesi di analisi diacroniche (tentativo di conciliare strutturalismo e marxismo, esaminando le «omologie», o corrispondenze, fra letteratura e trasformazioni sociali (strutturalismo genetico).


La semiologia

I limiti di un approccio puramente formale e l'esigenza di considerare, in un testo, anche le strutture profonde hanno indotto a riconsiderare il rapporto tra la «forma» e il «contenuto», collegando il problema del «significante» a quello del «significato».

Questo passaggio è decisivo per il costituirsi come ipotesi di una scienza autonoma della «semiologia», che sposta il discorso dal piano delle strutture formali a quello dai significati, integrandone i risultati.

Anche la «semiologia», o «semiotica», si richiama al pensiero di Saussure, per cui si può concepire una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale e potrebbe formare una parte della psicologia sociale e, di conseguenza, della psicologia generale; essa potrebbe dire in che consistono i segni, quali leggi li regolano.

Intesa come scienza umana, o scienza generale della cultura, la semiologia si occupa di tutti i processi della significazione e della comunicazione, fondandosi sul presupposto che questa utilizza «codici» particolari, costituiti da sistemi definiti di «segni» (intesi come sintesi di «significante» e di «significato»).

Di questi segni, che possono anche non essere verbali (il linguaggio delle arti figurative, della moda, della segnaetica stradale), occorre esaminare le caratteristiche e le leggi del funzionamento, per coglierne i valori ideologici e sociali.

Assume un'importanza centrale, in tale ambito, il concetto di «messaggio», come contenuto specifico della comunicazione, considerato nella dinamica della trasmissione (il «mittente» o l'«emittente») e della ricezione (il «destinatario»).

Oltre al «contatto», ossia al mezzo materiale che rende possibile la comunicazione' un altro elemento essenziale è costituito dal contesto, vale a dire da tutti quegli elementi che, pur esterni al messaggio, risultano essenziali per una sua corretta comprensione.

La comunicazione artistica, o estetica, si basa sulla funzione poetica del linguaggio, distinta, per la specificità dei suoi fini, da una funzione puramente pratica, propria delle altre forme della comunicazione.

L'ermeneutica è la teoria dell'interpretazione.

Essa cerca le proprie verifiche nella coscienza dell'interprete, nella circolarità del rapporto - mutevole e molteplice - fra la dimensione storica dell'opera da interpretare e il soggetto interpretante.

Il rapporto fra i vari metodi può essere di antagonismo o di complementarietà.

L'antagonismo riguarda le fasi di netta contrapposizione ideologico-culturale, in prospettiva sia diacronica (idealismo «opposto a» positivismo) che sincronica.

L'opera stessa, per il modo in cui è conformata, rivendica almeno in prima istanza, strumenti di analisi capaci di coglierne le componenti peculiari e originali.


L'estetica è quella parte della filosofia che si occupa, in generale, della natura dell'arte e cerca di definirne i caratteri particolari, in rapporto alle altre forme dell'esperienza umana.

Anche la teoria della letteratura si propone di definire le caratteristiche specifiche dell'esperienza letteraria, per giungere alla formulazione di princìpi e di leggi generali.

Il suo orizzonte, tuttavia, non è filosofico, ma empirico e pragmatico.

Essa si basa sull'analisi, più ampia possibile, di opere omogence, per giungere a stabilire le caratteristiche specifiche di determinati generi o ambiti letterari.

I suoi fini coincidono spesso con le aspirazioni (proprie del formalismo, dello strutturalismo e della semiologia) di costituire lo studio della letteratura come una vera e propria scienza, dotata di leggi e di statuti ben definiti (teoria del linguaggio poetico, della prosa, del romanzo, narratologia).

Il termine poetica risale al trattato di Aristotele, in cui veniva discussa la natura della poesia e si fissavano le regole dei generi letterari.

In questo senso, tecnico e generale, il termine viene inteso dalla maggior parte della critica, diventando quasi sinonimo di teoria.

Nella critica italiana riguarda quel complesso di idee e di criteri ai quali uno scrittore (o un gruppo, un movimento) programmaticamente si attiene nella concretezza del suo lavoro (si potrebbe parlare di una elaborazione di idee teoriche, che sono valide non in generale, ma solo in quanto finalizzate all'attività creativa).

Non di rado lo scrittore, è anche un critico e non c'è dubbio che l'idea da cui è guidato nel suo lavoro, la tendenza o la corrente alla quale appartiene, condizionino il suo giudizio letterario.

La critica accademica affronta in prevalenza argomenti del passato, proponendosi di giungere ad una loro esatta definizione storica.

La critica militante si esercita prevalentemente su tematiche contemporanee, partecipando all'attualità del dibattito ideologico-culturale.

La Critica scolastica media i risultati della ricerca originale adattandoli a una funzione didattica.

La critica giornalistica compare sulle pagine e sugli inserti culturali dei quotidiani e dei periodici (e spesso si identificandosi con la critica militante).

A questi modi di fare critica corrispondono altrettanti destinatari preferenziali: critici letterari, ricercatori, impegnati nel dibattito culturale e ideologico, studenti nei vari ordini e gradi, persone mediamente colte, che avvertono l'esigenza dell'informazione e dell'aggiornamento culturale.

Corrispondenti sono le «forme» assunte dal discorso critico: saggi su riviste specializzate, monografie, interventi culturale brevi, incisivi e polemici, su riviste impegnate, storie e antologie della letteratura, commento di testi, monografie con caratteristiche divulgative, recensioni, resoconti, servizi di attualità culturale.

Il carattere essenziale della critica resta costituito dall'analisi e dal giudizio.

Naturalmente mutano le intenzioni e i risultati, a seconda che la letteratura venga considerata come un fatto autonomo, presupponendo un metodo intrinseco, o come un fatto eteronomo, che richiede un metodo per così dire estrinseco, aperto cioè verso forme diverse di conoscenza del reale.

La critica letteraria ricorrere al sussidio di altre discipline (dalla filologia alla psicanalisi), adattandole ai propri fini, oltre a instaurare stretti rapporti con i più vari settori della ricerca artistica e intellettuale (dalla storia alla filosofia, dalla musica alle arti figurative).

La critica letteraria investe in ultima analisi un campo di applicazioni e di elaborazioni assai articolato e complesso; queste dipendono da particolari idee della letteratura realizzandosi nei risultati di metodi diversi.

L'antitesi autonomia-eteronomia offre ulteriori distinzioni e approfondimenti.

La letteratura può essere considerata come un fatto sociologico-contenutistico (critica storica e marxista) o come un fatto puramente espressivo-formale, come sostengono su basi diverse Croce e gli strutturalisti: i crociani fanno dell'operazione critica un atto di adesione e partecipazione individuale, mentre i formalisti e gli strutturalisti si basano su procedimenti rigorosamente oggettivi: da un lato la critica è un'impressione soggettiva (si è parlato anche di critica «impressionistica»), che cerca di cogliere l'«intuizione» artistica e l'«espressione del sentimento»; dall'altro si presenta eome un discorso rigorosamente scientifico, che si propone di individuare modelli ben definiti e organizzati (Croce, al contrario, rifiuta di prendere in considerazione gli aspetti stilistici e tecnico-formali).

Per lo strutturalismo la critica si basa essenzialmente sull'analisi e sulla descrizione (come costruzione di modelli formali), escludendo il giudizio di valore, che è invece essenziale nelle impostazioni crociana e marxista; ma nel primo caso si tratta di un valore puramente estetico, nel secondo si carica di implicazioni e di significati ideologici.

A sua volta il marxismo si distingue ulteriormente per la sua concezione della letteratura come fatto conoscitivo e razionale (del tutto opposto al concetto idealistico di «intuizione pura»), più sociale che individuale (Lucien Goldmann sosterrà addirittura che l'autore vero dell'opera non è lo scrittore, ma il gruppo sociale di cui esprime le tendenze).

I problemi sono proposti come argomenti di riflessione e di fruizione studentesca, ricerche ed esercitazioni didattiche.(3)

Problemi di metodo e di didattica

La scelta dello strumento d'indagine, cioè del tipo di ricerca critica da applicare a un testo, è condizionata dal testo stesso.

Data la natura prismatica dell'opera d'arte, è proficuo e addirittura può essere necessario indagarla da diverse specole, accostarla attraverso tipi diversi di investigazione critica.

Solo la interazione dei vari punti di vista e di partenza critici e delle rispettive tecniche di lavoro consente di illuminare al massimo concesso il prodotto artistico.

In altre parole, l'opera d'arte si realizza a diversi livelli contenutistici e formali, è un messaggio assai complicato, in cui si è prodotta una unificazione, cioè una organizzazione dei piani di linguaggio, di ritmo, di significati connotati, di temi, di idee: di qui la possibilità e la fecondità dei vari tipi di accostamento all'opera e la loro convergenza conclusiva.

La linguistica offre sussidi nel campo del metodo (strutturalismo), la semiologia o semiotica, apre soprattutto stimolanti e feconde prospettive in cui inquadrare le ricerche.

La psicanalisi, la psicologia, la sociologia intervengono a configurare gli aspetti di quella interdisciplinarietà che oggi è abbondantemente ricercata in ogni genere di attività intellettiva.(4)

Qualsiasi progettazione di lavoro critico sui contemporanei deve prevedere la saldatura tra il laboratorio dei testi e la storia delle idee e della cultura.

L'antitesi tra esercizio formale impegno ideologico non ha più senso nell'attività letteraria destinata all'insegnamento, all'informazione e alla divulgazione.

L'equilibrio funzionale tra valutazione storica del contesto culturale e rilievo tecnico-formale della critica letteraria può svolgere il suo compito interpretativo senza rinunziare alla specificità del suo messaggio.

Robuste sono le critiche venute da molti studiosi a ogni troppo facile utilizzazione dei testi letterari in funzione di documentazione e ricostruzione storica.

Tenendo conto delle molte critiche convincenti formulate contro le storie letterarie tradizionali e delle ragioni avanzate contro gli abituali e troppo facili percorsi storici e storicistici, non si deve rinunciare al progetto di far cogliere ai giovani della scuola anche la dimensione storica dai testi e del fatto letterario e di far loro acquisire una capacità di ricostruzione organizzata delle situazioni e occasioni di produzione e ricezione dai testi nel passato e delle ragioni che hanno di volta in volta presieduto alla strutturazione di procedimenti e temi.

Forse non esiste una storia della letteratura in quanto tale, ma una storia della rete mutevole dei rapporti fra i testi della letteratura e l'universo antropologico della comunicazione sociale.

Si tratta di storia, cioè di un succedersi di testi, fatti, rapporti e convenzioni nel tempo: importa non la successione dei testi nel tempo, ma il mutare progressivo dei rapporti.

Quasi disorganico è il panorama che emerge dai programmi per la Letteratura latina e latina cristiana: oltre a non individuarsi con sufficiente costanza un «nucleo istituzionale» (né di tipo storico, né di tipo teorico), si distingue con molto minore chiarezza il «canone» degli autori.(5)


La comparatistica

M.GUGLIELMINETTI

La letteratura comparata si presenta fin dai suoi inizi nel secolo XIX come una disciplina umanistica e scientifica, alla pari con gli sviluppi del pensiero liberale e del progresso epistemologico.

Altra sua caratteristica fondamentale (ed è quella tutt'oggi rimasta identica) è l'essere figlia del sapere universitario, quando, per altro, si fa pubblica lezione.

Non che manchino accenni ed esempi in antico - le Vite parallele di Plutarco e quelle di Cornelio Nepote potrebbero essere considerate un tentativo di letteratura comparata se non si limitassero appunto alle vite - ma la letteratura greca, anche in epoca ellenistica, non seppe superare i confini della lingua greca, operando una riduzione di tutto il sapere e di tutti gli autori proprio nella lingua koinh/.

Né il cristianesimo - il più aperto sotto il profilo filologico Girolamo - apprezzò le culture coeve, ché anzi iniziò una tale rimozione di esse, da farli radicalizzaro addirittura in tre comparti stagno di difficile comunicazione: il mondo ebraico - ormai ridotto a macerie nella sua regione geografica, ma attivo e presente nei fedeli della diaspora - dava non poche opere e segni di vitalità, che sarebbero poi confluite o rappresentate dalla letteratura talmudico; il mondo ellenistico - vittorioso sui Romani conquistatori - inculturatosi nel cristianesimo in tutte le sue forme e generi letterari, ad eccezione dello sport e degli spettacoli, continuava in forme stanche la sua ricerca filosofica e retorica nella scuola di Atene e la sua rinnovata vitalità scientifica nella scuola pagana e cristiana di Alessandria e nei suoi riverberi di Antiochia e della Cappadocia; il mondo romano - prepotente nella sua debolezza - non produceva nei suoi letterati pagani che deboli sussulti di gloria artistica, rimpiazzati lentamente ma inesorabilmente dall'apporto cristiano.

Tre mondi, tre culture, tre letterature che dovevano restare hortus conclusus e svilupparsi in forme abnormi e distanti fino ad oggi.

In tale situazione - tuttora prepotente - la letteratura comparata non è neppure agli inizi, sia per pregiudizi religiosi, sia per difetto di pensiero, coraggioso e creativo, che potrebbe contribuire non poco a risolvere annose controversie e fratture.(6)


Consumo della lingua

Solo nel periodo postcostantiniano la lingua degli autori cristiani diventa accessibile alla grande maggioranza della popolazione.

Fino all'unità religiosa costantiniana il latino cristiano era patrimonio di alcuni soli retori.

Ci vollero secoli perché l'uso del linguaggio cristiano divenisse comune e accolto in ambito letterario.

L'alta frequenza d'uso logora un'espressione, il significato si genericizza, alla moda subentra la sazietà.

Ne risulta favorita la tendenza a sostituire le parole di uso più largo, se non addirittura ossessivo, con altre rimaste in ombra; e in questo senso si può parlare di consumismo linguistico, come dimensione moderna che si aggiunge a quelle già contenute nel concetto tradizionale dell'uso.

C'è un motivo strutturale di questa tendenza alla ripetizione esasperata: nella società moderna si sono moltiplicati i produttori di messaggi pubblici, che vengono emessi da soggetti istituzionali (per esempio dal ceto politico) o professionali (per esempio dagli «esperti»), e filtrati, con rimaneggiamenti di vario genere, dai mezzi di comunicazione di massa.

Figli della società (post)moderna sono i cosiddetti linguaggi settoriali, che nascono e si moltiplicano col nascere e il moltiplicarsi di professioni e attività nuove.

All'interno dei diversi gruppi si affermano linguaggi separati dal resto della comunità, che si servono naturalmente della lingua comune, ma sono ricchi di termini e anche di giri di frase che circolano in quell'ambito più o meno ristretto.

Avviene che quei modi di dire escano fuori dal gruppo e si diffondano nella comunità.

Ciò si verifica da alcuni anni con un sapere molto specialistico, che produce apparecchi ormai presenti sul tavolo di molti: l'informatica con i computer.

Ecco che le conoscenze informatiche restano appannaggio dei tecnici, ma alcune parole (e concetti) guadagnano inevitabilmente un'ampia diffusione.

Si sa che insieme con le cose viaggiano le parole, e così si spiega il largo impiego di una parola come procedura, che l'italiano conosce dal XVII secolo, ma che da qualche anno ha avuto un'impennata, diventando di alta frequenza; procedura ormai si usa per esprimere ogni insieme o complesso di operazioni, anche completamente estranee al mondo dell'informatica, e ha sostituito termini come metodo e sistema (si pensi a frasi del tipo: «bisogna usare questa procedura»).

I mezzi di comunicazione di massa hanno un ruolo importante nella propagazione di elementi linguistici tratti dal gran serbatoio dei linguaggi settoriali.


La spinta antitradizionale ha condotto in un primo momento a negare l'utilità dello studio della grammatica, e a rifiutare la pedagogia letteraria, oppure a sostenere la sostituzione della pedagogia letteraria con un insegnamento aperto alla lingua moderna.

Ma urgevano grammatiche meglio fondate e più moderne e non la loro soppressione.

Anzi, la scolarizzazione di massa ha reso più sentito il bisogno di ancorarsi al libro di grammatica, che però assicura solo in parte l'apprendimento dell'italiano.

La stessa situazione è alla base della grande fortuna editoriale dai vocabolari.

La linguistica è descrittiva, non prescrittiva, osserva gli usi linguistici senza giudicarli, senza dividere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Ma proprio dalla scuola e dagli utenti della lingua, in anni di crescita vitale e confusa insieme, viene la domanda di certezze.


Adnotationes

(1). Quae sequuntur fere ad litteram invenies in opere cui titulus est L'Italianistica. Introduzione allo studio della letteratura e della lingua italiana, curantibus plurimis auctoribus, edito apud UTET Libreria, Torino 1992.

(2).

(3).

(4). D. Bertand, L'interdisciplinarité patristique. Actes du Cinquantenaire des Sources chrétiennes, Paris 1997.

(5).

(6).

(7). U. von Wilamowitz-Moellendorff, Storia della filologia classica, Einaudi, Torino 19677; R. Pfeiffer, Storia della filologia classica, Macchiaroli, Napoli, 1973.

(8). A. STUSSI, La critica del testo, Il Mulino, Bologna, 1985; M. L. WEST, Critica del testo e tecnica dell'edizione, L'epos, Palermo 1991.


LETTERE di comunione

La corrispondenza che i vescovi si scambiavano era denominata, a seconda dei contenuti, lettera formata, lettera di pace, lettera di raccomandazione, lettera sinodale.
Al concilio di Calcedonia nel 451 fu canonizzata la divisione del mondo cristiano in cinque patriarcati uguali tra loro, aventi come città di riferimento Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.
Il legame che teneva assieme questa pentarchia, più di natura carismatica che giuridica, veniva espresso dalle lettere solenni composte in Sinodo (da qui il nome di lettere sinodali) da un patriarca e inviate ai suoi colleghi. Esse contenevano una professione di fede secondo i canoni, anatemi contro le eresie, e venivano stimate come segno di comunione nella medesima fede.
I mittenti e i destinatari venivano iscritti nei dittici. Gregorio Magno ricorda le lettere di comunione di Ciriaco di Costantinopoli e di Isacio di Gerusalemme.
I patriarchi orientali conservano lo spirito della pentarchia, con lo scambio delle lettere, malgrado l'aumentato numero delle sedi, mentre la diversa concezione ecclesiale dell'Occidente si serve delle lettere di pace per attestare la ortodossia di quanti si rivolgono alla Sede di Pietro. Leone I nella lettera all'imperatore Marciano ricorda di non avere inviato la lettera di pace al vescovo Anatolio, sulla cui legittima ordinazione e sincerità nutriva forti dubbi.
Le lettere di raccomandazione presentavano ai colleghi nell'episcopato i sacerdoti e i fedeli itineranti.
Le lettere canoniche sono sedici lettere di diversi Padri greci, che dal secolo VI sono entrate nelle collezioni giuridiche orientali e recepite dal concilio in Trullo (691). In parte sono citate anche dai canonisti occidentali.
Le lettere formate sono autorizzazioni concesse dai metropoliti ai loro suffraganei e anche le lettere che i vescovi si scambiavano tra loro su punti dottrinali e disciplinari controversi.

LIBELLUS

Il termine libellus ha una grande varietà di significati, dal più comune diminutivo di liber a quello di uno scritto diffamatorio, o di un atto di accusa.
Indica di frequente un atto o una petizione scritta rivolti all'autorità o da essa rilasciati come certificato.

Nella letteratura cristiana:
a) libellus è il certificato rilasciato, durante la persecuzione di Decio, dall'autorità romana, come attestato di aver sacrificato agli dei (spesso si otteneva pagando). La struttura era simile a un rescritto: il richiedente affermava di aver compiuto il sacrificio, i testimoni confermavano, l'autorità firmava; ne sono stati ritrovati, dal 1893 in poi, numerosi nelle sabbie dell'Egitto (DACL 6,317-332; 9,80-85); si rilasciavano a tutti, ma Cipriano chiama libellatici i cristiani che l'avevano ottenuto o pagando o con altri mezzi, senza aver compiuto formalmente l'atto di culto, come invece avevano fatto i thurificati e i sacrificati, i quali avevano consumato formalmente l'apostasia (Cipr., Ep. 20,2: CSEL 3,527; Ep. 55 [passim]: CSEL 3,624-648); la colpa dei libellatici veniva considerata meno grave, ma era sempre una colpa da espiarsi con la penitenza;
b) libellus pacis è il biglietto di raccomandazione per i lapsi, che durante la persecuzione di Decio in qualche modo avevano apostatato e pur sottomettendosi alla penitenza canonica, volevano subito la riconciliazione (Cipr., Ep. 19,2: CSEL 3,525; Ep. 34,1: CSEL 3,566; Ep. 55,4: CSEL 3,626); poteva essere rilasciato dai martyres o confessores (termini interscambiabili), secondo un uso consolidato, ma numerosi erano gli abusi con biglietti collettivi (Cipr., Ep. 23: CSEL 3,536), o rilasciati senza specificare i riconciliandi (Cipr., Ep. 15,4: CSEL 3,516), o concessi senza intesa coi vescovi.
Cipriano ne riconosce il valore, ma impone la penitenza pubblica.
c) libelli missarum sono fascicoli contenenti formulari liturgici, precedenti ai libri liturgici, come i sacramentari, e riguardano festività specifiche, messe votive, oppure il testo di un medesimo genere (antifone, orazioni, responsori). Il Sacramentarium veronense (o leonianum) è una raccolta di questi libelli.

Libera me

Libera nos

LIBER DIURNUS

Il Liber diurnus Romanorum Pontificum è formato da una collezione di formule usate in documenti ecclesiastici. La raccolta non è molto ampia: le formule sono contenute, in modo pressoché uniforme, in tre codici: in numero di 99, nel cosiddetto Codice V; di 100, nel Codice C, e di 106, nel Codice A, e si riferiscono ad un arco di tempo molto esteso, a cominciare da qualche formula pregregoriana.
Ma la maggior parte di esse appartengono al periodo compreso fra il pontificato di Gregorio Magno (590-604) e di Adriano I (772-95). Per alcuni studiosi si tratterebbe di un formulario in uso presso la cancelleria pontificia, quasi a indicare l'inizio e la conclusione consueta delle varie lettere inviate dal pontefice. Più recentemente si è pensato che la fonte sia effettivamente di tradizione italiana, ma che i codici giunti a noi consistano in copie private, redatte ad uso di scuole e con scopi di natura e di interesse puramente canonia.

LIBER GENEALOGUS

E' opera di un cronografo anonimo il Liber Genealogus (o De Genealogiis Patriarcharum o Origo humani generis, che enumera ed illustra con notizie concise le generazioni da Adamo a Cristo, deducendo le notizie normalmente dai testi sacri canonici, ma talora anche da apocrifi.

LIBER GRADUUM

Raccolta di discorsi ascetici scritti in una forma elegante di lingua siriaca, riportata per intero dal cod. Syrus n. 201 della Bibl. Nat. di Parigi, del s. XII, il quale attribuisce il libergraduum ad un autore siriaco vicino ai tempi degli apostoli. Altri codici (del British Museum), riportando solo alcuni dei discorsi, li ascrivono a Evagrio Pontico o al monaco Giovanni di Licopoli o all'eremita Filone. L'opera risale invece presumibilmente agli ultimi anni del lungo periodo di persecuzione iniziata da Diocleziano (303) e conclusa con la morte di Licinio (324). Reiterate sono le menzioni di una persecuzione che arrivò ad un notevole grado di ferocia disumana e che potrebbe essere la persecuzione di Diocleziano piuttosto che le persecuzioni iniziate dal 344 dai re persiani.

L'autore dell'opera presenta i diversi tipi e stili di vita cui corrisponde un diverso modo di unione con Dio. Gli uomini si distinguono in giusti (quelli che non rinunciano al mondo) e perfetti (quelli che rinunciano al mondo, ai matrimonio, ai beni del mondo e sono ammessi all'immediata unione con Dio).
Questi ultimi percorrono vie ardue (umiltà verso tutti, povertà, castità del cuore e del corpo), gli altripercorrono sentieri facili che si aprono parallelamente alla via ardua e che pur non portando direttamente alla città di Dio, liberano almeno dalla morte eterna. L'opera ha un andamento non didattico e dogmatico, ma omiletico e parenetico, e presenta una forma di sincretismo teologico e religioso di cui non è sempre facile individuare le componenti (gnosticismo, neoplatonismo, setta dei messaliani e euchiti). [M.G. Bianco]

LIBER MONSTRORUM

Raccolta destinata alla descrizione dei mostri della mitologia greco-romana. L'ignoto autore, mentre si rivolge al destinatario dell'opera, ugualmente ignoto, illustra l'argomento del suo lavoro: De OCculto orbis tcrrarum situ interrogasti, et si tanta monstrorum essentgenera credenda... Riportiamo alcuni titoli ad illustrazione del contenuto. Dal libro I,8) De hypocentauris... 18) De harbosis homimbus... 22) De barbosis mulieribus... 23) De pigmeis.. Dal libro II,23) De helua quae abuit bina capita... 33)De tauris ignem flantibus..., ecc. Relativamente alla data di composizione, tra le varie ipotesi, la più probabile sembra essere quella del Backx che la colloca nella seconda metà del s. VII fino all'VIII.
Per l'origine ci si può riferire ad uno scrittore anglosassone (fors'anche dell'Irlanda), certamente a conoscenza dell'estuario del Reno e delle sue leggende. [L. Dattrino]

LIBER ORATIONUM PSALMOGRAPHUS

L'unico ôÿgpsalmographus noto è un doppio foglio appena leggibile, che è attualmente nell'Archivo Histórico Nacional di Madrid (carpeta n. 7, frag. 1484B). Sappiamo però che lo psalmographus non poteva essere altro che il libro che conteneva le collette salmiche, di cui si faceva uso nell'Ufficio cattedrale, specialmente quando l'Ufficionon era festivo. Gran parte dei testi dello psalmographus era recuperabile sia nei salteri che contengono, con le antifone, anche le collette salmiche, sia nei codici del mis*cus, che riproducono ferie de quo*diano, un certo numero di collette salmiche si trova incorporato nell'orazionale festivo e, finalmente, nel It'ber horarum.
Lo psalmographus non era propriamente un libro liturgico, né fu mai compilato come tale. Restò sempre come una collezione di testi, da cui ogni piccola chiesa locale poteva scegliere, giorno per giorno, le orazioni, in corrispondenza ai salmi che si recitavano nell'Ufficio. L'influsso letterario e dottrinale delle collette dello psalmographus su tutti gli altri repertori eucologici dell'Ufficio fu determinante. L'autore, in cui noi riconosciamo Leandro di Siviglia, aveva voluto seguire una tradizione, che aveva prodotto testi squisiti, come la serie cosiddetta africana Visita nos, e la serie italica Effice nos. I suoi grandi modelli erano rimasti come testi letterari nessuna liturgia li aveva assunti per integrarii nella celebrazione delle Ore.
Le collette ispaniche invece ebbero il successo di essere accettate ufficialmente dalla liturgia ispanica, di aprire una nuova strada alla creatività liturgica locale. Un autore dell'epoca carolingia, che conosceva per lo meno la serie italica la più diffusa in quel periodo, servendosi delle collette ispaniche dello psalmographus, produsse un'altra serie di collette Domine apud quem che, pur incompleta, si diffuse nelle Gallie, in Gran Bretagna e in Germania, copiata nei salteri. Questa serie carolingia, riflette in modo molto irregolare i testi originali ispanici. [J. Pinell]

LIBER PONTIFICALIS
(Gesta romanorum pontificum)

Il Liber Pontificalis consiste in una serie di notizie, essenzialmente biografiche, relative ai vescovi di Roma. Le notazioni archeologiche, topografiche e liturgiche sono le più importanti e interessanti.

Comincia con la notizia dedicata a Pietro e finisce con quella, frammentaria, dedicata a Stefano V (885-886). Occorre distinguere parecchi strati redazionali: quello che va dalla Vita Petri a papa Silverio (536-537) fu compilato sotto Vigilio (537-555). A partire da tale epoca e sino ai frammento della Vita di Stefano V (885-886), le notizie furono redatte da contemporanei, eccetto le Vitae che vanno dal 537 al 579 scritte da un autore vissuto con ogni probabilità sotto Pelagio II (579-590).

Venne continuato sino al pontificato di Onorio II ( + 1130), con scarni elenchi in cui spesso è segnata soltanto la durata del pontificato.

La classificazione dei manoscritti è assai complicata. I migliori testimoni quello di Pandolfo (Vaticanus 3762), detto anche di Pier-Guglielmo dal nome di colui che ne fece una copia, bibliotecario dell'abbazia di Saint-Gilles (Var, Francia), e quello edito nel 1925 da J. March secondo un codex Dertusensis (Tortosa, Spagna).

Era preceduto dalla lista delle Depositiones episcoporum Romanorum (255-352) contenuta nel Cronografo del 354, nonché da due cataloghi dei quali il più importante è il Catalogo Liberiano (composto sotto Liberio, 352-366).


Libri liturgici

La celebrazione della liturgia determinò la creazione d'una vera biblioteca di libri liturgici, che facevano capo a tre nuclei principali: il Messale, il Breviario, il Rituale, utilizzati rispettivamente per la celebrazione della Messa, per la recita dell'Ufficiatura, per l'amministrazione dei Sacramenti. La loro formazione cominciò assai presto, tra il V e il VI s., e proseguì nel volgere dei secoli, man mano che, intorno ai nuclei originari, costituiti dalle formule ufliciali con le relative prescrizioni rituali, dette anche rubriche, si raccoglievano testi vari in prosa ed in poesia (rubriche da ruber, rosso, perché scritte con inchiostro rosso per distinguerle dal resto, scritto in nero).
Nella liturgia, vi sono parti fisse, o quasi, e parti variabili, che si adattano al «tempo» liturgico»e proprie della festa che si celebra. Le raccolte di questi elementi variabili, divenute autonome per comodità dei coristi e dei ministri cui ne toccava l'esecuzione, sono precisamente quelle che interessano sotto il profilo letterario: spesso, infatti, non provengono solo dal patrimonio scritturale, o direttamente o attraverso il processo della centonizzazione, ma sono opera di scrittori assai validi artisticamente, che vengono incontro alle esigenze del culto locale con celebrazione di gesta di Santi o con spunti tratti da episodi evangelici.

Hanno vita autonoma l'antiphonarium, che comprende le «antifone», cioè i brevi testi cantati all'introito, all'offertorio e alla comunione; il Liber gradualis o responsalis, in cui compaiono i versetti cantati alternativamente da due cori sulla gradinata dell'altare nell'intervallo fra la lettura della Scrittura e quella del Vangelo; il troparium ed il sequentiarium, sillogi, rispettivamente, di tropi e di sequenze. Sono tutti testi o poetici o scritti in un particolare tipo di prosa, molto vicina alla poesia, perché destinata al canto.
Un libro, anch'esso lirico, ma facente parte del Breviario, è l'innario, che abbraccia gl'inni da eseguire nelle varie ore del giorno, intonati tutti alla particolare atmosfera, lieta o dolente, vibrante di gioia o immersa in severe meditazioni, che caratterizza i diversi «tempi» dell'anno.
Le letture dell'uílìciatura erano raccolte sia negli omeliari o sermonari, contenenti brani di discorsi tenuti dal celebrante, specie dal vescovo, sia nei leggendari o passionari, comprendenti le biografie dei santi e le narrazioni del loro martirio: da legenda, naturalmente, nel significato originario di «fatti da leggere, storie da ricordare». Ben diverso è il senso che la parola «leggenda» ha assunto, poi, in italiano. In queste parti della liturgia confluiscono - e talvolta ne sono unicamente testimoniate - molte pagine di poesia e di prosa assai notevoli per l'elevato livello dell'ispirazione e dell'arte.

Licentia (franchezza):

Litania

litote - imminutio verbi fortioris: res gestae non faciles; aliquantulum laboro.

locus communis - topos - est figura verbi, usitatum ab omnibus: qui potest plura potest minus; est figura sententiae per analogiam, per auctoritatem; est figura interrogationis typica ad invenienda argumenta.

Litterae - Lettere del Santo Padre a Gruppi Particolari:

E.c. Lettera agli Anziani (1 Ottobre 1999), Lettera agli Artisti, (4 Aprile 1999), Lettera alle Donne (29 Giugno 1995), Lettera ai Bambini (13 Dicembre 1994), Lettera alle Famiglie (2 Febbraio 1994), Lettera al Card. Castrillon Hoyos, Suo Inviato Speciale, alle celebrazioni del XII centenario della costruzione del Duomo di Aachen (24 Gennaio 2000) [Latino], Lettera a Chiara Lubich in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Roma (22 Gennaio 2000), Lettera al Patriarca di Cilicia degli Armeni (Libano) in risposta alla richiesta di ecclesiastica communio (13 Ottobre 1999), Lettera al Suo Inviato Speciale alla celebrazione del III Congresso Eucaristico Nazionale della Colombia [Cali, 16-18 ottobre 1999] (9 Ottobre 1999) [Latino] , Lettera ai Vescovi di Timor Est (9 Settembre 1999), Lettera al Cardinal Tomko (20 Agosto 1999) [Latino], Lettera alle Claustrali Clarisse nell'VIII Centenario della nascita di Santa Chiara (11 Agosto 1993), Lettera ai Vescovi degli Stati Uniti (3 Aprile 1983).

- Littera apostolica è più della semplice lettera: cfr. Orientale Lumen (2 Maggio 1995), Dies Domini (31 Maggio 1998), Tertio Millennio Adveniente (10 Novembre 1994), Ordinatio Sacerdotalis (22 Maggio 1994), Mulieris Dignitatem (15 Agosto 1988), Salvifici Doloris (11 Febbraio 1984), A Concilio Constantinopolitano I (25 Marzo 1981).

- Litterae Encyclicae de fide vel disciplina pertractant et ad omnes orbis episcopos et fideles mittuntur.
E.c. Rerum novarum Leonis XIII, a.1891, Mater et Magistra Ioannis XXIII, a.1961, Pacem in terris, a. 1963, Humanae vitae Pauli VI a.1968.
Latinitate humanistarum utuntur.
Raro lingua vulgaris adhibetur, ut Pii XI ''Mit brennender Sorge'' (1937).
Recentiore aetate argumentum saepe additur: Litt. Enc. ''Humani generis'': de nonnullis falsis opinionibus, quae catholicae doctrinae fundamenta subruere minantur''.
Formula ''Ad Venerabiles Fratres Patriarchas, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios Orientalium Ecclesiarum, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes'' (1953), progreditur ad Ioannis PP. XXIII inscriptionem expressis verbis dictam: ''Mater et Magistra'', ''Ad Venerabiles Fratres... itemque ad universum clerum et christifideles catholici orbis: de recentioribus rerum socialium processibus ad christiana praecepta componendis''.
Nuper Paulus VI litteras quasdam encyclicas ad universos ''bonae voluntatis homines'', etiam non catholicos et non christianos, extendit: ''Populorum Progressio'': ''Ad Episcopos, ad sacerdotes, ad religiosos, ad christifideles totius catholici orbis, itemque ad universos bonae voluntatis homines: de populorum progressione provehenda''.
E.c. Litterae Encyclicae Ioannis Pauli II Redemptor Hominis (4.3.79), Dives in misericordia (30.11.80), Dominum et vivifcantem (18.5.86), Redemptoris Mater (25.3.87); Centesinus Annus (1.5.91) a Rerum Novarum, Veritatis Splendor (6 Agosto 1993), Evangelium Vitae (25 Marzo 1995), Ut Unum Sint (25 Maggio 1995, Fides et Ratio (14 Settembre 1998).

Littera apostolica - Ioannis Pauli II: 1) Salvifici doloris (11.2.84); 2) Mulieris dignitatem (15.8.88).

  • - Litterae Encyclicae - de fide vel disciplina omnibus orbis episcopis et fidelibus: Quaestionem socialem Rerum novarum Leonis XIII, a.1891, Mater et Magistra Ioannis XXIII, a.1961, Pacem in terris, a. 1963, Humanae vitae Pauli VI a.1968. Latinitate humanistarum scribuntur. Rarius lingua vulgari, ut Pii XI ''Mit brennender Sorge'' (1937). Recentiore aetate argumentum addi consuevit: Litt. Enc. ''Humani generis'': de nonnullis falsis opinionibus, quae catholicae doctrinae fundamenta subruere minantur''. A forma Pii XII Epistulae Encyclicae ''Ad Venerabiles Fratres Patriarchas, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios Orientalium Ecclesiarum, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes'' (1953) progreditur ad formam Ioannis PP. XXIII in inscriptione expressis verbis dictam: ''Mater et Magistra'', ''Ad Venerabiles Fratres... itemque ad universum clerum et christifideles catholici orbis: de recentioribus rerum socialium processibus ad christiana praecepta componendis''. Novissime Paulus VI litteras quasdam encyclicas ad universos ''bonae voluntatis homines'', etiam non catholicos et non christianos, extendit: ''Populorum Progressio'': ''Ad Episcopos, ad sacerdotes, ad religiosos, ad christifideles totius catholici orbis, itemque ad universos bonae voluntatis homines: de populorum progressione provehenda''.
    Litterae Encyclicae Ioannis Pauli II: 1) Redemptor Hominis (4.3.79); 2) Dives in misericordia (30.11.80); 3) Laborem exercens (14.9.81); 4) Slavorum Apostoli (2.6.85); 5) Dominum et vivifcantem (18.5.86); 6) Redemptoris Mater (25.3.87); 7) Sollicitudo rei socialis (30.12.87) XX anno Populorum Progressio; 8) Redemptoris Missio (7.12.89); 9) Centesinus Annus (1.5.91) a Rerum Novarum Litterae Apostolicae Motu Proprio datae

    Per eas, normae eduntur, novum aliquod Institutum conditur, res aptius ordinantur. Harum Litterarum usus recentiore aetate increbuit. In summo capite brevis sententia declarat rei argumentum, deinde litteris capitalibus ponitur nomen Pontificis, sicut in exemplo: De Abbatiarum nullius dioeceseos innovatione PAULUS PP. VI (AAS LXVIII [1976), p. 694).


    Litterae Apostolicae seu Brevia Apostolica

    Hoc nomine appellantur documenta per quae res statuuntur quae induunt quidem momentum in Ecclesia, tamen non pertinent ad eius hierarchicam constitutionem. Bifariam distingui solent:

    a) Brevia maioris momenti: eduntur a Secretaria Status 'sub anulo Piscatoris', iisque subsignat Cardinalis a publicis Ecclesiae negotiis. In iis agitur de alicuius Servi vel Servae Dei beatificatione; de renuntiando Patrono caelesti; de tribuendo titulo Basilicae minoris; de Beatae M. Virginis imagine nomine et auctoritate Summi Poritificis pretioso diademate redimienda;42 de approbatione Constitutiortum alicuius Instituti ecclesiastici vel religiosi; de Rosa aurea; de Confraternitate vel pia Unione; de erectione Nuntiaturae vel Delegationis Apostolicae; de 'Pontificio' titulo tribuendo cuidam Seminario aliTive huius generis Instituto, et cetera.

    Tale est eorum initium:
    (IOANNES PAULUS PP. II), ad perpetuam rei memoriam; conclusio autem: Datum Romae, apud Sanctum Petrum, sub anulo Piscatoris, die... mensis.... anno._ Pontificatus Nostri... Conscribuntur in membrana; subsignat Cardinalis a publicis Ecclesiae negotiis;

    b) Brevia minoris Momenti:43 pertinent quidem ad nontinationes Praefecti, Abbatis titularis, Episcopi solio Pontiffcio adstantis, Academici Pontiffcii etc; vel ad tribuendos honores pontificios altioris gradus, uti surit: sodalis ordinis Supremi seu Militiae D.N. Iesu Christi vel Militiae ab aureo calcari (vulgo, speron d'oro); vel ad tribuendum, torquem aureum Ordinis Piani; ad constituendum equitem a magna Cruce Ordinum Piani, S. Gregorii Magni vel S. Silvestri papae.

    42 Fieri etiam potest ut per eiusmodi Breve recolatur eventus antea patratus: tum plerumque ponitur haec sententia: «Memoriae proditur Summum Pontificem ... die ... mensis ... anno ... in urbe ... imagmeni coronavisse ... » (cfr AAS LXXXII [1990], p. 1512). 43 Mos fuit ut Praelatus Auditor Tribunalis Romanae Rotae nominaretur per Breve minus; nutic autem, incipiendo ab anno 1985, nonunatio Auditoris et Secretarii Congregationis fit per breve epistolium (vulgo: biglietto di nomina), exaratum ab officio ministrorum (Italice: ufficio del personale), eique subscribit Cardinalis Secretarius Status. ttiam cum Nuntius ad aliam Sedem transfertur, commutatio Sedis significatur Nuntio per breve epistolium: tamen, usitato more, apparantur Brevia ad Principes.

    Nominationes plerumque subsignantur a Cardinale Secretario Status; honores e contra, praesertim cum tribuuntur Rerum publicarum Moderatoribus, prope sigillum Piscatoris ferunt subscriptionem ips7ius Summi Pontificis. Conscribuntur in membrana atque saepissime exhibentur occasione salutationis coram. Earum exemplar proponitur:

    IOANNES PAULUS PP.II Illustris et Honorabilis Vir, salutem et prosperitatem.

    Gratus quidem ac laetus est Nobis adventus Tuus, cuius probe novimus catholicam fidem et observantiam in hanc Apostolicam Sedem nec non claram peritiam, consilium et navitatem quibus fungeris munere Praesidis nobilis ac dilectae ... Nationis... Hisce igitur Litteris te EQUITEM TORQUATUM ORDINIS PIANI eligimus, facimus, renuntiamus, Teque in perspicuum eorumdem Equitum coetum ac numerum referimus. Tibi proinde, L et Hon. Vir, concedimus ut propriam Equitum Torquatorum huius Ordinis vestem induere ac propria item insignia libere liciteque gestare valeas. Datum Romae, apud Sanctum Petrum, sub dnulo Piscatoris, die... mensis.... anno.- Pontificatus Nostri ...

    In inferiore parte ponitur nomen illius cui traditur:
    Illustri et Honorabili Viro
    ... Rei publicae ... Praesidi

    Mos ante aliquot annos invaluit (ut videtur ab anno 1993), ut etiam mulieres quibusdam honoribus honestarentur, ideoque pleno iure constituerentur:

    a) Dominae ordinis Piani Dominae ordinis Piani magno cum nomismate Dominae a Magna Cruce Ordinis Piani
    b) Dominae ordinis Sancti Gregorii Magni
    Dominae ordinis Sancti Gregorii Magni magno cum nomismate
    Dominae a Magna Cruce ordinis Sancti Gregorii Magni
    c) Dominae ordinis Sancti Silvestri papae
    Dominae ordinis Sancti Silvestri Papae magno cum nomismate
    Dominae a Magna Cruce Sancti Silvestri papae

    De more, sub ipso initio ponitur: IOANNES PAULUS PP. Il

    Litterae Decretales

    Antiquitus Decretales rationem habebant ad responsa de re iuridica: nunc vero, et praesertim ab anno MCMXX, hoc nomen tribditur solleninibus Litteris quae referuntur ad canonizationem alicuius Beati vel Beatae. In iis describuntur eorum vita virtutumque exercitatio, atque per eas scripta fit fides de ipso canonizationis actu. Exarantur communi lingua Latina, atque componuntur nunc in Secretaria Status; ipse Pontifex Maximus iis subscriibit. Earum incipit hoc est: (Ioannes Paulus PP. II) Servus Servorum Dei, ad perpetuam rei memoriam. Extrema autem sententia fère semper eiusmodi est: «Sfngula et universa quae decrevimus, perpetua et immutata ut ublique persistant volumus, contrariis quibuslibet rebus haudquaquam obsistentibus». Deinde dies ascribitur: «Datum Romae (vel etiam alia in urbe in qua actus est sollemnis ritus), (apud S. Petrum), die... mensis... anno Domini... Pontificatus Nostri ... ».31 Ascriptio di!¡ atque anni exaratur non numeris Romanis, sed plene, verbis Latinis. Demum Pontifex suam declarat voluntatem his verbis: Ego (IOANNES), Catholicae Ecclesiae Episcopus. Tandem eiusdem Pontificis apponitur rota .32 inspiciantur imagines quae perhibentur in volumine AAS LXVI [1964), in pagina 72, atque in volumine AAS LXXX [1988), in pagina 1381.


    Litterae Encyclicae

    I. l. Litterae encyclicae generatim sumptae
    Inter pontificia documenta principem obtinent locum: sunt enim litterae quas Summus Pontifex pro suo ordinario et universali magisterio ad omnes Episcopos et fideles mittit ad tuendam provehendamque spiritalem vitam. Iam antfquitus Primates et Pontifices dabant litteras formales seu «circulares», ut confirmarent Christianos in fide: appellabantur autem clericae, cathelicae (seu universales), quia «ad universos Christi fideles dirigebantur» (Eusebius, Historia EccIes V, 17). In Ecclesia Graeca encyclicae vocantur epistulae quas Patriarcha mittit ad fideles suos de rebus pertinentibus ad ritum vel ecclesiam. Primas quoque Anglicae Ecclesiae dat litteras encyclicas; ad collegas suos.
    Serius tantum, nomine litterarum encyclicarum signata sunt documenta summi ponderis a Romano Pontifice edita: primus Benedictus XIV hoc nomen reservavit documento Summi Pontificis. Agitur de Litteris encyclicis Ubi primum, datis die III mensis Decembris, anno 1740. Saeculo XVIII et ineunte saeculo XIX rarissimae sunt, postmodum numero creverunt.

    1.2. Litterarum encyclicarum divisio

    a) litterae commemoriales eae appellantur, quibus plerumque insignis quidam Sanctus commemoratur vel coeptum praeclare gestum;
    b) litterae exhortatoriae: occasione capta, Summus Pontifex aliquid peculiare hortatur, veluti cum publicas preces indicit;
    c) Litterae dogmaticae: de doctrina catholica agitant argumentum: peculiafi quidem sunt praeditae auctoritate, et tamen non gaudent infallibilitate. Fieri potest ut ipsis in Litteris encyclicis doctrina quaedam recolatur ad Ecclesiae Magisterium pertinens, sicut cum in Evangelium vitae (n. 65) affirmatur: «Magisterium Nos Decessorum Nostrorum iterantes atque in communione cum catholicae EccIesiae Episcopis confirmamus euthanasTam gravem divinae Legis esse violationem»; vel cum, pariter in eodem Documento (n. 62), statuitur: «Auctoritate proinde utentes Nos a Christo Beato Petro eiusque Successoribus collata, consentientes cum Episcopis ... declaramus abortum recti via Procuratum, sive uti finem intentum sive ut instrumentum, semper gravenì prae se ferre ordinis moralis turbationem... Haec doctrina naturali innititur lege Deique scripto Verbo, transmittitur Ecclesiae Traditione atque ab ordinario et universali Magisterio exponitur» (AAS LXXXVII (1995) p. 401-522). Quibus ex locis plane eruitur Summum Pontificem, cum locutus sit auctoritate apostolica sibi a Christo collata atque cum catholicae Ecclesiae Episcopis consentiens de re morali ad Ecclesiam universam pertinente, infallibilitate gaudere.

    Litterae encyclicae ex more lingua Latina eaque eleganti exarantur. Primo saltem tempore hac usae sunt inscriptione: Ad Venerabiles Fratres Patriarchas, Primates, Archiepiscopos, Episcopos, aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes; recentiore aetate addi consuevit etiam argumentum, uti: de communismo atheo (Litterae Encyclicae Divini Redemptoris, die XIX mensis Martii datae, anno 1937: AAS XXIX [1937], p. 65).

    E primis verbis, a quibus incipiunt, Litterae encyclicae solent appellari: duo vel tria verba haec constituunt quod vocatur incipit, eademque plerumque adumbrant agitatum argumentum.
    Inde a papa Ioanne XXIII, in inscriptione expressis verbis dfcitur encyclicas Litteras pertinere etiam ad clerum adque fideles catholicos.13 «Ad Venerabiles Fratres ... itemque ad universum clerum et christifideles catholici orbis: de recentioribus rerum socialium processibus ad christiana praecepta componendis» (Mater et Magistra, die XV mensis Maii, anno 1961: AAS LXIII [1961), pp. 401-464).

    Novissime autem. Paulus VI extendit Litteras quasdam encyclicas ad universos homines, etiam non catholicos et non christianos (Litterae encyclicae Populorum progressio, die XXVI mensis Martii datae, anno 1967; AAS LIX [1967), pp. 257-299: «Ad Episcopos, ad Sacerdotes, ad Refigiosos, ad Christifideles totius catholici Orbis, itemque ad universos bonae voluntatis homines: de populorum progressione promovenda». quod factum est etiam in Litteris encyclicis Humanae vitae, die XXV mensis Iulii, anno 1968: AAS LX [1968], pp. 481-503: «Ad Venerabiles Fratres Patriarchas, Archiepiscopos, ... itemque ad universos bonae voluntatis homines: de propagatione humanae prolis recte ordinanda».

    C) De Litteris motu proprio datis. Hae Litterae tempore Innocentii VIII (1484-1492) inducuntur. Multa participant, quae in Bullis et Brevibus inveniuntur, sed carent sigillo, cuius loco subscriptio ipsius Summi Pontificis reperitur.
    Formula "motu proprio" in initio vel in fine invenitur his fere verbis expressa: 'Placet et ita motu proprio mandamus'. Dies et mensis olim more Romanorum indicabatur, ut in Bullis, a tempore Leonis X ut in Brevibus, id est modo 'moderno'.


    LOGIA

    Genus logion - logia (lo/gion - lo/gia) incipit formula: le/gei )Ihsou=j. Agraphon autem est verbum non scriptum, indicans potissimum sententiam Iesu quae non invenitur in Evangeliis canonicis: in NT Act 20,35, Rm 14,14, 1Thess 4,16-17; 1Clem 2,1; Clem. Alex., Exc. 2,2; Hier., In Ephes. 5,3-4; apochrypha: Evangelium Thomae, collectio huiusmodi verborum.

    Ludi scaenici

    In senso generico ludi scaenici significano la «festa», in senso specifico la «rappresentazione», ludus scaenicus; a partire dalla seconda metà del s.X, «ufficio drammatico», intimamente connesso con alcune parti della liturgia («ufficio» è affine a «liturgia», servizio reso a Dio dalla comunità ecclesiale), nelle quali il dialogo s'inserisce nel recitativo e col coro all'unisono s'alterna il coro dialogato. Così si ha una fusione di poesia, in forma narrativa e drammatica, e di musica, in accompagnamento sia del canto sia dell'azione mimata.

    Il ludus deriva dal tropo in un suo aspetto particolare, quello drammatico o dialogico; tuttavia, mentre questo rimane legato esclusivamente a testi della Messa, l'ufficio drammatico si sviluppa anche da altri generi liturgici, ad es. dall'ufficiatura, specie dai responsori (che seguono alle letture), consistenti in frasi scritturali affidate a due gruppi di cantori ed eseguite alternativamente. Due testi consentono di ricostruire la fase iniziale e la successiva evoluzione del primitivo ufficio drammatico: agl'inizi del secolo X risale il tropo Resurrexi (denominato dalla prima parola dell'antifona d'introito della Messa di Pasqua, cui era collegato), consistente in tre frasi (domanda degli Angeli ai fedeli; risposta di questi agli Angeli; conclusione del discorso con la proclamazione del prodigioso evento della resurrezione); verso la metà del secolo X si forma il più antico ludus, intitolato Visitatio sepulchri, in cui il dialogo fra Angeli e fedeli viene ampliato nella parte finale ed arricchito d'elementi scenici.

    Il dialogo s'evolve sostanzialmente e si trasforma da lirico, qual era nel tropo, in drammatico, mentre gl'interventi degl'interlocutori, gli scambi delle battute si fanno sempre più intensi e vivaci. In origine, il ludus ha la funzione di prolungare l'ufficiatura delle feste solenni e di renderne la conclusione piacevole.
    Gli argomenti scaturiscono dalla liturgia stessa mediante l'utilizzazione di spunti particolarmente adatti alla trasposizione scenica.
    Col progressivo evolversi si manifesti la tendenza del ludus a staccarsi dalla liturgia per presentarsi come spettacolo a sè stante; ciò avviene nel s.XII, quando intorno ai primitivi si formano cicli, nei quali sono presi in considerazione i vari aspetti d'uno stesso tema. Il più antico è il ciclo pasquale con i drammi disposti in successione logica: Dramma della Passione, Pianto della Madonna, Visita del Sepolcro, Ufficio del Pellegrino (lunedì di Pasqua), Ufficio dell'Ascensione.
    Col trascorrere del tempo si variano i temi, si accolgono episodi dell'Antico Testamento e delle vite dei santi, si moltiplicano le scene, s'allarga lo spazio dedicato alle parti in volgare, s'introducono elementi propri del mimo (spettacolo buffonesco, costantemente perseguitato dall'autorità religiosa e da quella civile per la sua immoralità), come le mascherature caricaturali e la gesticolazione talvolta oscena, per cui non si rappresenta più nelle chiese, ma vive sulle piazze fino a trasformarsi nel vero e proprio teatro moderno.


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