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Occultatio (preterizione o paralissi):

Officium

OMELIA

Vari e non facilmente definibili sono i generi di eloquenza sacra: tractatus, homilia, sermo, conlatio, colloquium.

Il tractatus è sviluppo, esposto, 'trattato' e si riferisce ad un'opera scritta e redatta metodicamente, con finalità didattica; homilia e sermo qualificano un componimento oratorio, destinato ad essere proclamato.
Questi due generi di eloquenza si distinguono dalla conversazione spirituale, conlatio o colloquium, di tono ascetico-mistico.
A livello semantico e filologico, tali distinzioni non vanno generalizzate, né stabilite rigidamente. In Agostino stesso le sfumature di terminologia sono indizio di incertezza: tractatus è talora destinato ad un uditorio popolare, non particolarmente erudito, tali sono i populares tractatus. Il liber invece è una composizione destinata ad una categoria di pubblico o ad un singolo lettore assai colto e capace di afferrare subito la sostanza dell'opera.

Nella latinità cristiana, dal IV s., il sermo si riferisce ad ogni genere di predicazione, catechesi in senso stretto, interpretazione esegetica, ammonimento parenetico, allocuzione religiosa di circosíanza, spiegazione di un rito. Praedicare è un termine tecnico che nel mondo cristiano, sarà limitato all'uso liturgico.
Si incontra anche l'allocuzione, allocutio; il discorso, dictio; la discussione, disputatio, la conferenza, oratio (voce che assumerà poi il significato di invocazione, supplica), il discorso laudativo, sermo panegyricus. Nella maggioranza dei casi, il punto di contatto tra questi diversi concetti è l'uso della Sacra Scrittura.

L'o. era un atto liturgico il cui testo scritto ci trasmette l'essenziaie (in qualche caso attraverso l'opera di stenografi). Questo atto si svolge durante una celebrazione sacra. In età patristica e fino alla diffusione della stampa, la predicazione godeva di un'importanza privilegiata, in un'epoca in cui gli scritti si diffondevano lentamente. La evangelizzazione si svolgeva quasi esclusivamente per mezzo della predicazione, della o. biblica, che non era destinata, normalmente, alla soluzione di casi esegetici scritturistici. Questo ruolo appartiene invece ai libri glossarum, il cui esempio più noto, in epoca carolingia, è il Glossarium Ansileubi, probabilmente redatto nel monastero di Corbie. Queste antologie svolgevano la funzione delle moderne enciclopedie.

Accanto ai commenti patristici, i predicatori disponevano di due categorie principali di raccolte di estratti: la prima corrisponde all'omiliario-tipo, i cui sermoni sono disposti secondo lo svolgimento del ciclo liturgico (temporale e santorale), mentre la seconda si presenta sia sotto una forma alfabetica, sia secondo un elenco di oggetti (virtù, vizi, e altri argomenti spirituali), come il Liber scintillarum, di Defensor di Ligugé (VII s.) e delle numerose raccolte di Sententiae, che sono in realtà antologie di dicta, testimonia, auctoritates, excerpta, ecc., dei Padri della chiesa e di altri scrittori, ecclesiastici o no.

Se si fa astrazione dalle o. segnalate dal NT, compresa l'interpretazione delle parabole data da Cristo stesso si rileva la presenza indubbia di una predicazione omiletica regolare fin dalle prime generazioni cristiane. Verso la metà del s. II, la prima Apologia di Giustino descrive l'assemblea domenicale, in cui si riuniscono cittadini e contadini, per ascoltare la lettura dei testi profetici e apostolici e l'admonitio e adhortatio del presidente dell'assemblea: la prima è l'interpretazione del testo sacro, la seconda propone alcune applicazioni concrete.

Il rituale del battesimo dell'Ordo Romanus Xl, della seconda metà del s. VI o dell'inizio del VII, prevede una o. dopo la proclamazione diaconale del vangelo. Era un procedimento pastorale normale; si leggevano anche commenti patristici e sermoni, come testimonia la Regola di s. Benedetto, prima metà del s. VI.
L'Ordo Romanus XIII, della prima metà del s.VIII. recita: Deinde leguntur sermones vel omelias catholicorum patrum ad ipsum diem pertinentes, id est Augustini, Gregorii, Hieronymi, Ambrosii vel ceterorum: tale è l'usanza nella notte di Natale. Per la festa di s. Stefano, 1'0rdo Romanus XIII precisa: Legunt Actuum Apostolorum et lectiones orthodoxorum patrum ad ipsum diem pertinentes et similiter sermones ad ipsius celebritatem congruentes. Si rinvia a collezioni patristiche e antologie strutturate in funzione dello svolgimento dell'anno liturgico.

La presenza patristica ha garantito una sicura base teologica, evitando improvvisazioni e imprecisioni dottrinali, per quanto di dubbia efficacia pastorale. Il problema suscitato dall'o. patristica è sempre quello dell'uso liturgico di un tale documento durante la celebrazione eucaristica e la salmodia corale (o individuale), in sostituzione di una o. «diretta». Evangelizzatori efficienti come s. Eligio (+659) e s. Bonifacio (+759) non esitarono a ripetere meccanicamente i sermoni di s. Cesario di Arles (+542). Nel s.VIII, Alcuino (+304), dedicando una sua Vita di S, Willibrordo (+739) al vescovo Beonradus di Sens specificava: «Nel primo libro, ho inserito un'omelia, auspicando che sia degna di essere predicata dalla tua veneranda bocca»: quella o. era dunque proposta per la festa liturgica di Willibrordo.

L'agiografia ha conservato alcune o. di santi: ad es., la Vita di s. Eligio (+659).
E' pertanto sicuro che l'o., letta, recitata a memoria o composta in modo personale, è stata sempre presente nella liturgia cristiana: la compilazione dell'omiliario avvenne in un secondo momento. In Occidente, la letteratura omiletica è latina. Questa cultura latina, trasmessa per mezzo della liturgia, abitua i chierici, che ne sono i primi beneficiari e i più assidui lettori dei testi patristici, con i monaci e le moniali, alla concisione dell'espressione formale, alla precisione del ragionamento teologico, alla fermezza della dottrina catechetica. I testi patristici, in Occidente, si diffondono in latino, ma la lingua della predicazione popolare segue l'evoluzione degli idiomi locali.

Il latino resta la lingua ufficiale del culto pubblico, perciò, l'o. scritta si adegua a tale usanza. I copisti trascrivevano i sermoni e le o. patristiche, senza tradurli nuovamente, ma con qualche corruzione dipendente dal diffondersi di particolarità linguistiche locali.
Le varianti testuali delle o. latine, le più attestate nelle collezioni omiletiche, potrebbero documentare la diffusione di forme morfologiche romanze e germaniche, e riguarderebbero, in qualche modo, l'interpretazione o esegesi del pensiero dei Padri e la sua contaminazione al contatto con le nuove tendenze, come avviene per i manoscritti biblici medievali.

L'o. parlata è invece in lingua volgare o popolare, che poteva essere rielaborata poi in latino, in vista della sua diffusione, specialmente dal s.XII. Riferendosi ad un testo biblico appena proclamato, l'o. esamina la totalità di quella pericope scritturistica o si limita ad interpretarne qualche versetto: la libertà di ispirazione del predicatore è il criterio principale che determina il contenuto dell'insegnamento pastorale.
Il riferimento alla Scrittura introduce l'uditorio o il lettore nei vivo dell'argomento e assicura un collegamento tra la Parola di Dio e la realtà concreta dell'atto liturgico. S.Benedetto prevede che sia letta tutta la Scrittura, tanto dell'Antico quanto del Nuovo Testamento, e queste letture saranno accompagnate con apposita o. La scelta del Padre, che aiuterà l'intelligenza del testo sacro non sarà lasciata all'arbitrio o all'improvvisazione fortuita, ma corrisponderà a precise esigenze: notorietà dello scrittore, il suo senso ecclesiale cattolico, la sua rettitudine dottrinale.

Pur con la lectio continua della Scrittura, l'o. non intende commentare la totalità dei testi sacri e qui la chiesa ha ripreso la precedente tradizione sinagogale. Superando il commento letterale (e quindi scegliendo a questo fine, determinati testi biblici), l'omeliasta o predicatore interpreta la pericope, ne penetra lo spirito, ne estrae il midollo e lo mette in rilievo, secondo la metodologia tipica del midrash. L'o. patristica e l'esegesi medievale si conformeranno sempre a tali procedimenti. L'ermeneutica giudeo-cristiana conoscerà dunque i due generi di midrash: il midrash aggadah (parafrasi che è traduzione e interpretazione morale, storica, allegorica o mistica, che prende origine dal targum) si ritrova abbondantemente in alcuni Padri come Girolamo, Origene, Eusebio, Clemente di Alessandria, Giustino, Afraate, Efrem... Il midrash halakhah si propone di applicare il testo alle situazioni concrete dell'esistenza, e in chiave cristiana sarà all'origine del sermone.

I Padri a volte svolgevano un tema in varie o., da una celebrazione liturgica ad un'altra, con esplicito riferimento a tale occorrenza, come ad esempio Pietro Crisologo e Agostino. L'intento pastorale era evidente e il beneficio recato alla catechesi era innegabile.

Abusi di predicatori tendenziosi e impreparati provocarono l'abbandono progressivo della lettura della Bibbia e la svalutazione dell'o.; a questo corrisponde la decadenza dell'analisi esegetica. In epoca patristica, la Parola di Dio era il nutrimento della pietà, e l'esegesi, proposta in sede omiletica e liturgica, si adattava alle esigenze dei fedeli.
L'abuso dell'allegoria e del simbolismo tolse alla Parola di Dio il suo dinamismo didattico immediato, al punto che, nel 1080, Gregorio VII vietò la lettura pubblica della Bibbia in lingua slava, per non avvilire il testo sacro e per rispettare l'antica disciplina dell'arcano. Inizia una grave crisi della predicazione, nonostante il diffondersi delle artes praedicandi, di nuove tecniche seguite da Domenicani, Francescani e dai movimenti ereticali, e del genere narrativo degli exempla.

La retorica sacra del Medioevo torna spesso allo schema fissato dal De doctrina christiana di Agostino, ma l'evoluzione corrispondeva ad una diversa struttura teologica e filosofica: la teologia patristica, assimilata e vivificata dalla teologia sapienziale (o teologia «monastica»), era ormai superata dalla teologia scolastica. Un nuovo umanesimo provocò nuove forme di evangelizzazione e di catechesi, ed emerse allora la realtà di un predicatore non necessariamente «attore» di una celebrazione liturgica: è l'epoca del «sermone di circostanza» (apologetico, moraleggiante, commemorativo, laudativo o polemico), del sermone universitario e della predica tematica. R. Grégoire; E.Mühlenberg & J.van Oort (eds.), Predigt in der Alten Kirche, Kampen 1995.

OMILIARIO

L'o. è un libro liturgico, che raccoglie omelie patristiche, disposte secondo l'anno liturgico.
La sua finalità è cultuale e non si confonde con il sermonario (raccolta di sermoni o discorsi moraleggianti, edificanti, parenetici) e con il leggendario (antologia di testi agiografici). Ovviamente, questa distinzione non è sempre osservata con criteri rigorosi. Spesso le collezioni presentano una fisionomia eterogenea, dimodoché il suddetto libro liturgico si trasforma, in parecchi casi, in «omiliario-leggendario» o in «sermonario-omiliario». Inoltre, accanto a testi omiletici propriamente detti, queste raccolte accettano pure estratti di commenti biblici e più raramente, testi scritturistici.

La loro finalità, catechetica e didattica, prima che devozionale, giustifica la scelta dei testi da proclamare in sede liturgica. Il repertorio omiletico aveva una funzione di sussidio pratico, accanto al sacramentario e al lezionario biblico, come prontuario di predicazione, per supplire le deficienze dei predicatori o facilitare il loro compito. Ricorrendo alle opere dei Padri della chiesa, l'o. attesta un determinato momento della storia dei dogmi, come rappresentante tipico dell'esegesi tradizionale, espressa nelle omeliae Patrum, perciò è un florilegio con le funzioni che in epoca moderna hanno manuali come enchiridion asceticum, enchiridion patristicum, manuale praedicatorum.

Tanto in Occidente che in Oriente, l'o. dipende da collezioni scritturistiche (lezionari, commenti evangelici, sistematici), liturgiche (che ne forniscono il quadro generale) e specialmente patristiche. Accanto a omelie liturgiche ci sono opere esegetiche o dogmatiche che si presentano sotto forma di omelie e di florilegi omiletici non destinati esplicitamente al culto. Frammenti di omelie patristiche si trovano nelle catene, in atti di concili e sinodi (prevalentemente documenti giuridici).

L'o. riflette l'ordinamento del ciclo lit. in una precisa epoca e per una chiesa locale spesso da identificare. Dopo la «rinascita» carolingia è imposto alla chiesa occidentale, nell'ambito della riforma liturgica promossa da Carlomagno e da Ludovico il Pio. Ma lo stesso o. carolingio (l'esemplare più notevole è la collezione di Paolo Diacono) ricevette modifiche nelle chiese che l'adottarono, anche per lo sviluppo del ciclo santorale; perciò la descrizione degli o. è impresa complessa, non facilitata dal gusto per la centonizzazione! In seguito, alcuni ordini (Cluny, Cîteaux, Chartreuse) adottarono un loro o., corrispondente alla mentalità ecclesiale creata dalla Riforma gregoriana. Accanto agli o. liturgici, alcuni Padri o loro discepoli o ammiratori hanno disposto le loro o. secondo uno schema lit., cioè i testi sono stati selezionati secondo precise finalità spirituale, catechistica, ecc., in modo da costituire un ciclo completo del ministero pastorale, officium praedicationis, e tavolta destinati a precise categorie di uditori.
Tali raccolte fittizie o occasionali presentano l'attività oratoria dei Padri, ma non in modo metodico, in dipendenza dagli Ordines Romani (a cominciare dall'Ordo XIV, s.VI, e dai vari Ordines XIII, del s. VIII), che influenzeranno i principali o. Liturgici.

II. Omiliari liturgici - Un primo gruppo di o.l. è costituito dagli Omiliari dell'Ufficio. Fin dal s.VI è attestato l'uso di leggere un'omelia durante l'ora delle letture (Mattutino). Tali o. rivelano una struttura adatta a questo fine. Sono segnati dal nome del copista o compilatore (Agimondo, Alano di Farfa, Paolo Diacono) o dalla loro provenienza (S.Pietro) o dalla localizzazione del manoscritto (Wolfenbüttel, Toledo, Vienna). Queste collezioni sono alla base di una disposizione rimasta in vigore fino alla riforma del Breviario romano promossa dal conc.Vaticano II.

- Un secondo gruppo sono gli Omiliari della Messa. Il privilegio episcopale della predicazione fu esteso ai sacerdoti, specialmente nelle Gallie, dal s.IV. Per ovviare alla loro scarsa competenza, alcuni vescovi (Fausto di Riez, fine del s.V; Cesario di Arles + 542) composero florilegi di testi omiletici, che i sacerdoti leggevano nella celebrazione. Un elenco di tali compilazioni suggerisce l'intenso sforzo realizzato dai pastori Gaudenzio di Brescia (+ 410 ca.), Massimino l'Ariano (+ s.V inizio), Ilario di Arles (+ 449), Salviano di Marsiglia (metà s.V), Vittore di Cartenna (s.V), Valeriano di Cimiez (+455/460), Museo di Marsiglia (+ 461 ca.), Avito di Vienne (+518 ca.), Sedato di Nîmes (+s.VI inizio), Ps.-Germano di Parigi (s.VI), Beda (+735), Burcardo di Würzburg (+754 ca.), Floro di Lione (+860 ca.).

Con relativa abbondanza di testi ma ristrettezza di scelta degli autori (prevalenza di testi agostiniani), gli o. hanno collaborato all'emergere di una cultura cristiana. Per parecchi secoli sono stati i principali strumenti di conoscenza dei Padri: in mancanza di biblioteche, molti chierici, monaci, moniali, laici, sono entrati in contatto con il pensiero patristico e con la teologia della chiesa attraverso l'o. liturgico. Gran parte della spiritualità del primo Medioevo ne subì l'influsso. Solo nel basso Medioevo furono elaborati o.l. non patristici, il più antico dei quali in tedesc è del canonico tirolese Conrado, a.1170, dedicato plebeis et popularibus presbyteris. [R. Grégoire]

III. Omiliari greci e orientali. Omiliario si applica alle collezioni che seguono, in tutto o in parte, l'ordine dell'anno liturgico. Nella terminologia di A. Ehrhard per l'omiletica bizantina, Homiliar designa le collezioni riguardanti le parti mobili dell'anno (dalla prequaresima alla domenica dopo Pentecoste), in opposizione ai Panegyrika, raccolte per le feste fisse. Sotto il profilo storico, è però più appropriato distinguere fra collezioni agiografiche (esistenti forse già nel s.V) e o. festivi, che comparsi presumibilmente nel s.VI. La tradizione manoscritta greca, solo eccezionalmente anteriore al s.IX, spesso attesta raccolte di tipo misto. Gli o. festivi mancano del tutto nell'area copta ed etiopica.
Nelle altre lingue orientali, su un nucleo tradotto dal greco direttamente in siriaco, arabo, carentir armeno, o indirettamente dall'armeno nel mravak'avi georgiano, talvolta dal siriaco in arabo, si innestano testi locali e adattamenti dovuti alle esigenze dei singoli calendari liturgici. L'area delle raccolte omiletiche greche e orientali tuttora è oggetto di indagini.

Onomatopea sive nominatio, est verbum quod conatur imitari sonos et rumores: brrrrr!

OXYMORON est figura quae imitatur paradoxon et ponit simul verba contraria: cautus optimismus, niger sol, dulce amarum potum.


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