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PARABOLA

Nel linguaggio tecnico della retorica antica il termine parabolh/ (conlatio, similitudo: Cic. De inv. I,30,49) indica un paragone più o meno ampio e particolareggiato fra due termini appartenenti ad ambiti diversi. Aristotele (Rhet. II,20), la distingue dalla favola, che si colloca fuori dalla realtà, e l'annovera tra gli esempi che forniscono all'oratore prove generalmente accettate.

Nel NT il termine parabolh/ si trova molte volte nei vangeli sinottici ed è usato in tutta la vasta gamma di accezioni che presenta l'ebr. mashal (aram. mathla): sentenza solenne ed enigmatica, consiglio, caso tipico, metafora, immagine breve, comparazione, analogia, racconto. In Hbr 9,9; 11,19 assume il significato di simbolo, in altri luoghi si trova il termine paroimi/a, il cui senso oscilla tra similitudine (Jo 10,6), proverbio (2 Pt 2,22), discorso enigmatico (Jo 16,25.29).

Nella sua forma più semplice la p. è una metafora o similitudine tratta dalla natura o dalla vita quotidiana che colpisce l'ascoltatore e ne stimola la riflessione; la semplice metafora può essere arricchita da particolari e divenire un'immagine completa e successivamente una storia e un vero e proprio racconto.
Nei Padri Apostolici il termine parabolh/ si trova nella Epistola di Barnaba e nel Pastore di Erma. In Barn. 6,10, a proposito di Ex 33,3 indica un'affermazione enigmatica che va interpretata allegoricamente (cf Barn. 17,2). La terza parte del Pastore di Erma è designata come parabolai/, che, per quanto riguarda le prime cinque, sono simili a quelle sinottiche; si tratta di p. che hanno bisogno di spiegazione (cf Sim. V,3,1; 4,1), secondo una concezione analoga a quella presente in Mc 4,34 (il medesimo e)pilu/w, con riferimento alla spiegazione delle p.).
Secondo Clemente Alessandrino, la p. è un discorso che guida l'ascoltatore da ciò che è simile al senso proprio a ciò che è vero e proprio, oppure un'espressione che, in altro modo, mostra con efficacia ciò che è detto in senso proprio (Strom. VI,15,126).
Origene, che ha presente anche questo tipo di definizione della p., ne aggiunge un'altra: la p. è un discorso relativo ad un fatto presentato come se fosse avvenuto, mentre non è avvenuto realmente, ma può accadere; tale discorso indica, in senso figurato, delle realtà in virtù di un trasferimento di significato di quanto è detto nella p. (In Ps. 77,2: Analecta Sacra III, p. 111; cf anche Fragm. in Pr, 1,6: PG 13,20C). Egli distingue la p. dall'aivlylla che consiste nell'esposizione di avvenimenti che non si sono verificati e non possono accadere e che esprimono un significato arcano in modo nascosto (Fragm. in Pr. 1,6: PG 13,25B; cf Girol., Tract. de Ps. 77,2: CCL 78,65); il fatto raccontato dall'enigma quindi è inverosimile a differenza della p. D'altra parte, Origene mostra di distinguere la p. anche dalla similitudine, in base a Mc 4,30, sottolineando che la prima è specifica e la seconda è generica (Comm. in Mt. X,4), ma più avanti egli sembra mettere in discussione tale distinzione (ibidem 16 e anche 11).
Ad ogni modo, per Origene l'insegnamento velato espresso dalle p. ha lo scopo di spingere lo spirito umano alla ricercacondizione di ogni scoperta del vero (cf M.Harl, Origène et la fonction révélatrice du Verbe incarné, Paris 1958, p. 245); il Logos, per esercitare l'intelligenza degli ascoltatori, ha indicato alcune verità sotto forma di enigmi, altre in discorsi oscuri, altre in p., altre in questioni problematiche (Cels. III,45).

Giovanni Cr., che pare associare il termine parabolh/ a quello di ai)/nigma (In Jo.hom. 47,1), a proposito di Mt 13,15 osserva che il Signore, se non avesse voluto la salvezza dei suoi ascoltatori, avrebbe taciuto e non avrebbe parlato in p., mentre invece proprio con questo linguaggio parabolico, con questo esprimersi in modo velato sollecita la loro attenzione (In Mt. hom. 45,2).
Per Cirillo Alessandrino le p. sono immagini di cose non visibili, ma piuttosto intelligibili e spirituali; ciò che non è possibile vedere con gli occhi del corpo, lo mostra la p. con gli occhi della mente, dando una bella forma alla sottigliezza delle cose intelligibili mediante le cose sensibili e quasi tangibili (Comm.Lc. c.VIII: PG 72,624 CD).

Tra gli autori cristiani latini, Tertulliano, in riferimento alle p. evangeliche, usa il termine parabola in alternanza con similitudo (praescr. haer. 26,3, paen. 8,4); Ilario considera comunemente le p. del NT similitudines (In Mt. 13,7,21,8) e comparationes (In Mt. 6,6;20,5,21,13; sulla p. comparatio Cassiodoro, Exp. in Ps. 56,2 a proposito di Mt 23,37). L'associazione del concetto di p. a quelli di similitudo e di comparatio si trova in Gaudenzio di Brescia che rileva come sia proprio del perfetto maestro servirsi del linguaggio parabolico per istruire i discepoli e spingerli all'azione (Tr. 18: CSEL 68,153).

Girolamo nota che è consuetudine dei Siri, soprattutto dei Palestinesi, inserire p. in ogni discorso, perché quanto non può essere inteso dagli ascoltatori per mezzo del semplice insegnamento sia invece compreso mediante la similitudine e gli esempi (Comm. in Mt. 18,23); la p. è infatti una similitudine «quae ab eo vocatur, quod alteri paraba/lletai, hoc est adsimilatur, et quasi umbra prooemiumve veritatis est». [nota: Ep. 121,6: CSEL 56,23; contrapposizione parabola-veritas in Ep. 49,13: CSEL 54,370; Teodoreto, In Ez. 20,49: PG 81,1008 A.]
Egli mette in rilievo che il Signore diceva molte p. alle turbe, affinché accogliessero i vari insegnamenti secondo la disposizione d'animo di ciascuno, e univa cose chiare a cose oscure allo scopo di spingere il suo uditorio alla conoscenza di ciò che non capiva, per mezzo delle cose che capiva (Comm. in Mt. 13,3).

Ambrogio ritiene la parabola una figura (Exp. Ps. 43,56), con la narratio come nel ricco e Lazzaro, in cui è presente anche il nome di uno dei personaggi (Exp. ev. s. Lc. VIII,13; Girol., Hom. de Lazaro et divite: CCL 78,507).
In Agostino si trova associata p. con similitudo e aenigma (En. in Ps. 68, Serm. 1,15; In Ps. 48, Serm. 1,5: «Aenigma est obscura parabola quae difficile intelligitur»; Serm. 93,1); nelle p. e nelle figure, che non vanno intese in senso proprio, «aliud ex alio est intellegendum» (Contra mend. 24). Le p. evangeliche sono divise da Agostino in due gruppi, il primo «secundum similitudinem aliquam», come Mt 18,23-35, Lc 7,4143; 15,11-32, il secondo «ex ipsa dissimilitudine», come Mt 6,30;7,7-11; Lc 16,1-13: nel primo carattere distintivo dei due termini di confronto della p. è la somiglianza, nell'altro la dissomiglianza (Qu. ev. II,45).

Pur nella varietà di modi espressivi, si può cogliere un dato comune: il linguaggio parabolico espresso da Gesù tende sostanzialmente a sollecitare la riflessione e l'intelligenza degli ascoltatori perché, se mossi da retta intenzione, possano più agevolmente comprendere il messaggio salvifico del Signore e tradurlo conseguentemente nell'azione.

paradoxon - inopinatum est id quod contra communem sensum dicitur.

Parallelismus, concinnitas:

Cum tamen resipiscit, ut ex crapula, ut ex somno, ut ex aliqua valetudine

parisosis - aequilibrium rhythmicum duorum membrorum.

parole rare - verba inusitata o poetiche - aspetto stilistico relativo all'uso di parole non comunemente usate o usate solo in poesia: TERT., pall.; I: cinctus. II: pometum, substillum, sudum. III: pellicula, haud cum, palpare. IV: caliendrum, cataphractes, mimographus, sarabara, supparus, textum, vespillo, virago, volsella, sericatus, tenebricus. V: pero, promulsis.

Paronomasia, etymologia, verborum ludus, adnominatio, est figura ponens verba similia sed contrarii sensus: Invisibilis est, etsi videatur [+ antithesis]
Inaestimabilis est, etsi humanis sensibus aestimetur (it. traduttore traditore; chi dice donna dice danno.

Pastorale

Il genere pastorale, il canto cioè del mondo idilliaco e vicino alla natura, che si riteneva quasi esclusivo dei pastori di greggi e armenti, ebbe la più grande espressione in Teocrito e fu continuato a Roma da Virgilio. Ma nel mondo cristiano non ebbe continuazione, e l'aggettivo acquisì il valore di qualcosa fatto a vantaggio delle anime, dal loro spirituale pastore. Il Discorso sui pastori di Agostino è la massima espressione del genere; ad esso fece seguito la Regula, detta pastoralis, di Gregorio Magno.

pathos - passio - est innixio in sensibus ad movendum.

Periphrasis - circuitio - est figura quae multis verbis dicit verbum unum: pulchra regio = Italia

perissologia est iteratio supervanea eiusdem sententiae aliis verbis.

Permissio (concessione):

Permutatio (allegoria):

peroratio - epilogos - est finis sermonis qui eum breviat appellationibus ad pathos ed ad pietatem.

personificatio

petitio principii est sophisma quod suscipit thesim quin probetur.

Planctus

Il «compianto» rievoca virtù di un personaggio scomparso o depreca funesti eventi devastatori di città e popoli, come le «lamentazioni» di Geremia e i «treni» di Simonide. La letteratura medievale sviluppa in forme che sempre si rinnovano schemi, strutture, elementi formali.
I temi d'attualità si risolvono spesso in esercitazioni, ma non mancano esempi di planctus in cui si fondono calore di convinzione e sincerità d'ispirazione.

La scomparsa di Carlo Magno viene deprecata da un anonimo, appartenente all'ambiente di Bobbio, il quale dimostra notevole preparazione letteraria e vibrante commozione; egli descrive l'angoscia del mondo, addolorato e sbigottito per la scomparsa del grande imperatore, e s'associa al coro degli oranti che implorano piamente il riposo eterno per la sua grande anima. Fra le composizioni di ispirazione letteraria alcune prendono spunto da luttuosi episodi della guerra di Troia, tema ricchissimo di risonanze nel Medio Evo. L'eroe più frequentemente oggetto di elogi e compianti è Ettore, particolarmente ammirato per il suo comportamento cavalleresco e per il suo sfortunato eroismo. Anche se egli non vi compare, gli stessi ideali pervadono il planctus, generalmente citato mediante il verso iniziale Pergama flere volo, attribuito a Ildeberto di Lavardin, dotto maestro del s.XII, dotato di squisita sensibilità umanistica, perfettamente armonizzata con la vita schiettamente cristiana. Ettore è protagonista di un compianto coevo, se non anteriore di qualche decennio, d'un anonimo che dovrebbe essere originario dell'Italia centrale, o almeno risentire di quegli ambienti culturali. Al coraggioso marito vengono rivolti da Andromaca consigli di prudenza, suggeriti dalla sinistra fama di straordinaria potenza e di ferocia, che circonda Achille; l'eroe troiano li respinge, pur consapevole del grande rischio che affronta volontariamente per fare onore alla sua fama. Segue la descrizione del duello, intensa nella sua brevità, e della fine di Ettore, la cui accorata estrema preghiera non viene accolta dall'implacabile nemico [M. DE MARCO Un «Planctus» sulla morte di Ettore «Aevum», XXIX 1955, 119-122]. La critica s'è posta più volte il problema se un planctus del genere possa definirsi «drammatico», ossia composto con l'intendimento di farlo portare su d'una vera scena e rappresentare davanti a spettatori. Il quesito riguarda anche le fabulae funeraticiae (discorsi o lamentazioni funebri), in cui le lodi del defunto sono recitate da uno «storico » che ne espone i particolari e da un «coro» che commenta i tratti più salienti, come nel dialogo di Agio in morte della badessa Hathumoda di Gandersheim (874). I critici più recenti negano la «drammaticità», sia per i planctus dialogati sia per le fabulae funeraticiae: si tratta soltanto di finzioni letterarie, d'espedienti escogitati per alleggerire, con variazioni formali, la monotonia del monologo.

«Planctus Mariae». Un netto confine va istituito fra le forme esaminate ed i veri e propri planctus drammatici, i quali, dopo una radicale trasformazione, si presentano come un genere del tutto diverso. Si tratta dei famosi Planctus Mariae, così diffusi anche nelle letterature romanze - si pensi al Pianto della Madonna di Iacopone da Todi - che sono elaborazioni e sviluppi delle lamentazioni della Madonna ai piedi della croce, contenute in sequenze inserite nell'ufficiatura liturgica del venerdì santo. La Vergine ha il ruolo di protagonista; gl'interlocutori aumentano di numero con la progressiva evoluzione del genere nel tempo, per cui al dialogo prendono parte il Cristo dall'alto della croce e gli altri personaggi del racconto evangelico (le tre Marie, S. Giovanni Evangelista, Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo, il discepolo segreto).

POEMA

Composizione poetica di ampie dimensioni e di carattere narrativo o didascalico: i poemi di Omero, poema in prosa, genere letterario di contenuto lirico ma in forma di narrazione prosastica, poema sinfonico, composizione sinfonica ispirata a un tema letterario o pittorico. (Fig.) Cosa mirabile, straordinaria: questo panorama è un poema, (fig., scherz.) Persona o cosa eccessivamente ridicola e stravagante.

POLIPTOTO
a chi lo dirò, di chi parlerò, con chi mi... = Ripetizione della parola in funzioni sintattiche diverse

Praecisio (reticenza o aposiopesi):

PRAECONIUM

Praeconium Paschale: Exultet - Exsultet jam angelica turba caelorum: exsultent divina mysteria: et pro tanti Regis victoria tuba insonet salutaris. Gaudeat et tellus tantis irradiata fulgoribus: et aeterni Regis splendore illustrata, totius orbis se sentiat amisisse caliginem. Laetetur et mater Eeelesia, tanti luminis adornata fulgoribus: et magnis populorum vocibus haec aula resultet. Quapropter astantes vos, fratres carissimi, ad tam miram hujus sancti luminis claritatem, una mecum, quaeso, Dei omnipotentis misericordiam invocate. Ut, qui me non meis meritis intra Levitarum numerum dignatus est aggregare: luminis sui claritatem infundens, cerei hujus laudem implere perficiat.

Vere dignum et justum est, invisibilem Deum Patrem omnipotentem Filiumque ejus unigenitum, Dominum nostrum Iesum Christum, toto cordis ac mentis affectu et vocis ministerio personare.

Qui pro nobis aeterno Patri Adae debitum solvit: et veteris piaculi cautionem pio cruore detersit.

Haec sunt enim festa paschalia, in quibus verus ille Agnus occiditur, cujus sanguine postes fidelium consecrantur.

Haec nox est, in qua primum patres nostros, filios Israel eductos de Aegypto, Mare Rubrum sicco vestigio transire fecisti.

Haec igitur nox est, quae peccatorum tenebras columnae illuminatione purgavit.
Haec nox est, quae hodie per universum mundum in Christo credentes, a vitiis saeculi et caligine peccatorum segregatos, reddit gratiae, sociat sanctitati.
Haec nox est, in qua, destructis vinculis mortis, Christus ab inferis victor ascendit.
Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset. O mira circa nos tuae pietatis dignatio!
O inaestimabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, Filium tradidisti!
O certe necessarium Adae peccatum, quod Christi morte deletum est.
O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem!
O vere beata nox, quae sola meruit scire tempus et horam, in qua Christus ab inferis resurrexit!
Haec nox est, de qua scriptum est:
Et nox sicut dies illuminabitur:
Et nox illuminatio mea in deliciis meis.
Hujus igitur sanctificatio noctis fugat scelera, culpas lavat: et reddit innocentiam lapsis et maestis laetitiam.
Fugat odia, concordiam parat et curvat imperia.
In hujus igitur noctis gratia, suscipe, sancte Pater, incensi hujus sacrificium vespertinum: quod tibi in hac Cerei oblatione sollemni, per ministrorum manus de operibus apum, sacrosancta reddit Ecclesia.
Sed jam columnae hujus praeconia novimus, quam in honorem Dei rutilans ignis accendit.
Qui licet sit divisus in partes, mutuati tamen luminis detrimenta non novit.
Alitur enim liquantibus ceris, quas in substantiam pretiosae hujus lampadis apis mater eduxit.
O vere beata nox, quae exspoliavit Aegyptios, ditavit Hebraeos!
Nox, in qua terrenis caelestia, humanis divina uniuntur.
Oramus ergo te, Domine: ut Cereus iste in honorem tui nominis consecratus, ad noctis hujus caliginem destruendam, indeficiens perseveret.

Et in odorem suavitatis acceptus, supernis luminaribus misceatur.

Flammas ejus lucifer matutinus inveniat.
llle, inquam, lucifer qui nescit occasum.
Ille, qui regressus ab inferis, humano generi serenus illuxit.

Precamur ergo te, Domine:
ut nos famulos tuos, omnemque clerum, et devotissimum populum:
una cum beatissimo Papa nostro N. et Antistite nostro N., quiete temporum concessa, in his paschalibus gaudiis, assidua protectione regere, gubernare et conservare digneris.

Respice etiam ad devotissimum Imperatorem nostrum, cujus tu, Deus, desideri vota praenoscens, ineffabili pietatis et misericordiae tuae munere, tranquillum perpetuae pacis accommoda: et caelestem victoriam cum omni populo suo.

Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum:
qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus: per omnia saeeula saeculorum. Amen.

PRAEFATIO

Proxima magis sunt paganorum rhetorum modulis eucharisticae preces, praefationes, canon Missae. Canonem praecedit exhortatio ''Sursum corda'' (eius antiquitatem testatur Cyprianus). Sacramentarium Gregorianum vocat praefationem quod Leonianum preces; Gallicana et Mozarabica Liturgia eandem illationem, id est precem super oblata, vocat vel contestationem, id est glorificationem Dei magnitudinis et totius Sanctae Trinitatis. P. in sermone sacro Romanorum verba significabat, quae rite proferebantur. In Liturgia christiana praecedit eucharisticam precem. Per eam Populus Dei oratur ad gratiarum actionem, Pater glorificatur, per embolismum opus salutis proclamatur, per canticum trisagion tota militia caelestis et terrestris cantat. Cursus adamussim servatur:

Vere dignum et iustum est, aequum et salutare nos tibi semper et ubique gratias agere
Domine sancte Pater omnipotens aeterne Deus per Christum Dominum nostrum.
Qui post resurrectionem suam omnibus discipulis suis manifestus apparuit
et ipsis cernentibus est elevatus in caelum ut nos divinitatis suae tribueret esse participes.

Quapropter profusis paschalibus gaudiis totus in orbe terrarum mundus exultat.

Sed et supernae virtutes [exercitus] atque angelicae potestates
hymnum gloriae tuae concinunt sine fine dicentes (Praef. II De Ascensione Domini)

Psalmorum poetica traditio et classicorum ars rhetorica parallelismos et antitheses generant in Canone, remoto artificio et sollemnitate maiestateque aucta: ''Cum Unigenitus tuus in substantia nostrae mortalitatis apparuit, nova nos immortalitatis suae luce reparavit''.

Praefationes dicuntur quoque in fontis benedictione, in oleorum benedictione et etiam ''Exultet'' in Liturgia Paschali eiusdem est generis, maiore tamen poesi crebioribusque figuris.

praesumptio - est figura quae proclamat verum esse id quod dicitur usque ad contrariam probationem: Omnis homo praesumitur esse innocens donec damnetur.

PRAETERITIO est figura quae ponit in lucem rem tacens de eadem: Cur loquam de caritate erga patriam? Non loquar verum de caritate erga patriam.

Prex eucharistica Hippolyti + 235

Gratias tibi referimus, Deus, per dilectum puerum tuum Jesum Christum, quem in ultimis temporibus misisti nobis salvatorem et redemptorem et angelum voluntatis tuae, qui est verbum tuum inseparabile, per quem omnia fecisti et bene placitum tibi fuit, misisti de caelo in matricem virginis, quique in utero habitus incarnatus est et filius tibi ostensus est, ex Spiritu Sancto et virgine natus. Qui voluntatem tuam complens et populum sanctum tibi acquirens, extendit manus cum pateretur, ut a passione liberaret eos qui in te crediderunt.

Qui cumque traderetur voluntariae passioni, ut mortem solvat et vincula diaboli dirumpat, et infernum calcet et iustos illuminet et terminum figat et resurrectionem manifestet, accipiens panem gratias tibi agens dixit: Accipite, manducate, hoc est corpus meum quod pro vubis confringetur.
Similiter et calicem dicens: Hic est sanguis meus qui pro vobis effunditur. Quando hoc facitis, meam commemorationem facitis.
Memores igitur mortis et resurrectionis ejus, offerimus tibi panem et calicem, gratias tibi agentes quia nos dignos habuisti astare coram te et tibi ministrare.
Et petimus ut mittas Spiritum tuum Sanctum in oblationem sanctae ccclesiae: in unum congregans des omnibus qui percipiunt sanctis in repletionem Spiritus Sancti ad confirmationem fidei in veritate, ut te laudemus et glorificemus per puerum tuum Jesum Chrislum, per quem tibi gloria et honor Patri et Filio cum Sancto Spiritu in sancta ecclesia tua et nunc et in saecula saeculorum. Amen.

Privilegia sunt acta sollemnissima Summorum Pontificum, quibus conceditur, promittitur, confirmatur immunitas vel possessio ecclesiastica.
Varia est forma. Plerumque a verbis ''in perpetuum'' incipiunt. Saeculo XIII dilabuntur. Quaedam privilegia, quae minore cum sollemnitate expediuntur, minora appellantur vel ''indulgentiae'', quibus per ''quandam favorabilem gratiam alicui personae specialiter indulgetur''.
Privilegiis delapsis, omnia eiusmodi documenta sollemnia nomine Litterarum comprehenduntur.
Initio ponitur nomen papae, additis verbis 'Servus servorum Dei et Salutem et apostolicam benedictionem''. In fine dies et mensis more Romanorum significantur, addita saepe indictione, qua ab Eugenio IV et annus incarnationis exprimitur.

prolepsis - occupatio - est figura quae praenuntiat quod dicturum est: Dicet quispiam quod...

PROLOGVS

La Bibbia, trasmessa da un susseguirsi di edizioni (e traduzioni) a volte popolari a volte erudite, conserva tracce non solo nella costituzione del testo ma anche in prologhi, glosse, sottoscrizioni più o meno estese, che offrono quel che sembra necessario per introdurre al testo, e tavolta per combattere certe interpretazioni. Prima dei libri, liste di Capitula numerati possono fornire un'analisi e aiutare a rintracciare il passo desiderato. In DBS 8 (1969) 688-692 B. Botte offre una panoramica con bibliografia; nel Bulletin de la Bible latine annesso alla Revue Bénédictine, P.M. Bogaert analizza i lavori recenti (indici alla voce Préfaces et prologues).

La tradizione latina è molto ricca su questo punto. Per i manoscritti greci cf R. Devreesse, Introduction à l'étude des manuscrits grecs, Paris 1954, pp. 102-121 (Origene), 139-141, 159-171, che è sfuggito a Botte. Spesso questi testi anonimi sono stati attribuiti a grandi eretici (o alla polemica contro di essi): Marcione, il monarchianismo, Priscilliano, Pelagio. Un'indagine più prudente è più riservata davanti a queste ipotesi e tende ad abbassare un po' la data dei testi più importanti; cf M.E. Schild, Abendlandische Bibel vorreden, Gütersloh 1970; J. Regul, Die antimarcionitischen Evangelienprologe, Freiburg 1969; e le introduzioni ai volumi della Vetus Latina di Beuron. La maggior parte dei testi latini sono ora pubblicati con le edizioni critiche della Vulgata. [J. Gribomont]

Pronominatio (antonomasia):

Pronuntiatio: ''Ex rerum et verborum dignitate vocis et corporis moderatio'' (CIC.).

Prooemium generale Missalis Romani, 1970

10. Novum igitur Missale, dum testificatur legem orandi Ecclesiae Romanae, fideique depositum a Conciliis recentioribus traditum tutatur, ipsum vicissim magni momenti gradum designat in liturgica traditione. Cum enim Patres Concilii Vaticani II asseverationes dogmaticas Concilii Tridentini iterarunt, in longe alia mundi aetate sunt locuti; qua de causa in re pastorali valuerunt afferre proposita et consilia, quae ante quattuor saecula ne praevideri quidem potuerunt.

11. Agnoverat jam Tridentinum Concilium magnam utilitatem catecheticam, quae in Missae celebratione contineretur. A multis reapse flagitabatur, ut sermonem vulgarem in Sacrificio eucharistico peragendo usurpari liceret. Ad talem quidem postulationem, Concilium... sui officii esse arbitrabatur doctrinam Ecclesiae tralaticiam denuo inculcare, secundum quam Sacrificium eucharisticum imprimis Christi ipsius est actio, cujus proindel efficacitas propria eo modo non afficitur, quo fideles ejsdem fiunt participes. Idcirco firmis hisce simulque moderatis verbis edictum est: 'Etsi Missa magnam continet populi fidelis eruditionem,' non tamen expedire visum est Patribus, ut vulgari passim lingua celebraretur.'' Atque condemnandum esse pronuntiavit eum, qui censeret 'Ecclesiae Romanae ritum, quo submissa voce pars Canonis et verba consecrationis proferuntur, damnandum esse; aut lingua vulgari Missam celebrari debere.'

Nihilominus, dum hinc vetuit in Missa linguae vernaculae usum, illinc animarum pastores ejus in locum congruentem substituere catechesim jussit: 'Ne oves Christi esuriant... mandat sancta Synodus pastoribus et singulis curam animarum gerentibus, ut frequenter inter Missarum celebrationem vel per se vel per alios, ex his, quae in Missa leguntur, aliquid exponant atque inter cetera sanctissimi hujus sacrificii mysterium aliquod declarent'''.

PROSOPOPEA est personificatio rei vel ideae: ecclesia loquitur tibi et hortatur...

Protrepticon christianum [nota: J.G. COOK, The Protreptic Power of Early Christian Language: from John to Augustine: Vig.Chr. 48(1994)105-134.]

Sermo protrepticus christianus plurimos habet fines. Inter quos princeps est convertere ad christianam religionem. Hac ratione idem est ac ars utendi sermonis ad persuadendum. Qua christiani auctores procul dubio maximi fuerunt coram Latinis at fere nullam habuerunt vim coram hellenistica rhetorica.

Primum Evangelium Ioannis finem suum declarat, quem ceteri secuti sunt auctores.

«Proverbia»

Per loro natura i proverbi sono locuzioni popolari, espressione d'un'esperienza collettiva elaborata nel lungo trascorrere del tempo.
Ma non mancano raccolte in cui tali massime e sentenze assumono caratteristiche decisamente letterarie. Il fenomeno, universalmente attestato, nella letteratura mediolatina è favorito dalla necessità storica di dover presentare, in forma semplice ed accessibile a tutti, piccoli frammenti di verità.
Per tal motivo s'insiste sulla genuinità dell'insegnamento, collegando l'esperienza comune all'autorità dei grandi nomi del passato; compaiono, perciò, ad avallare la veridicità delle formule, nomi simbolici come quelli di Salomone, di Catone, di Seneca e perché l'insegnamento s'imprima più facilmente nella memoria, si ricorre, oltre che all'illustrazione della massima mediante brevi racconti, all'ausilio della forma poetica con uso frequentissimo di rime, assonanze, allitterazioni.

Per quanto il sistema quantitativo sia adoperato in concorrenza con quello ritmico, i maggiori consensi li riscuote l'esametro che, con la presenza della rima leonina, sottolinea le parole essenziali conferendo loro maggior rilievo [cf H. WALTHER Proverbia... cit., passim. Per deprecare l'eccessiva avidità di denaro: In terra summus rex est hoc tempore nummus; e per mettere in guardia contro le sue funeste conseguenze:

Auri natura, non sunt splendentia pura:
quod male lucratur, male perditur et nihilatur.

Numerosissimi erano i proverbi antifemministi. Si ricordano giudizi negativi come:

Mulierum astutia: peior omni versutia vel Mulier dat vultum, dum vult decipere stultum.

L'adagio «l'abito non fa il monaco» suona così: In vestimentis non est mutatio mentis. Per sottolineare la necessità e il valore della perseveranza: Laus in fine sonat, virtus in fine coronat.

Psogos - Fa parte del genere epidittico, che alterna la laudatio alla vituperatio.

Privilegia fuerunt acta sollemnissima Summorum Pontificum, quibus concedebatur aliquid, promittebatur protectio, confirmabantur immunitates et possessiones ecclesiasticae. Non semper eadem fuit forma. Plerumque a verbis ''in perpetuum'' incipiunt. Saeculo XIII dilabuntur. Quaedam privilegia minore cum sollemnitate expediebantur, quapropter privilegia minora appellantur vel ''indulgentiae'', quibus per ''quandam favorabilem gratiam alicui personae specialiter indulgetur''. Privilegiis delapsis, omnia eiusmodi documenta sollemnia nomine Litterarum comprehenduntur. Initio ponitur nomen papae, additis verbis Servus servorum Dei et Salutem et apostolicam benedictionem''. In fine dies et mensis more Romanorum significantur (et indictio; ab Eugenio IV et annus incarnationis exprimitur).


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