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Tapinosis et meiosis - inter hyperboles computandae sunt.


TARGUM

Targum valet versio: etenim indicat versiones biblicas aramaicas, post hebraicum sermonem.

I testi biblici (della Torah e dei Profeti) furono tradotti a memoria nella sinagoga, dopo la lettura in ebraico.
Mirando a rendere il testo immediatamente comprensibile e adattato al suo uditorio, il traduttore non esitava a completare, glossare, chiarire, perfino parafrasare, ispirandosi spesso a tutte le fonti del midrash. Pertanto il Targum non è una traduzione, ma una trasposizione che riflette le concezioni religiose di una certa epoca e mostra come la Bibbia fosse compresa in epoca antica. Pertanto interessa lo studio del Nuovo Testamento e del Giudaismo antico. Tradizioni targumiche sono attestate presso i Padri (Origene, Girolamo, Efrem).

I Targum riguardano tutta la Bibbia (eccetto Esdra, Neemia e Daniele), e si estendono per circa dieci secoli. Frammenti di Lev 16 e di Job 17-42 trovati a Qumrân provano l'esistenza di testi scritti nel I s. a.C.

tautologia est argumentum exprimens idem verbum sensibus aliis: mulier est mulier.

thesis - quaestio -

TITULI

Il genere letterario dei tituli riguarda le leggende della fondazione degli antichi titoli romani, i cui fondatori erano creduti martiri o confessori. Per questo i loro nomi, eccetto santa Cecilia, sono stati tolti dal calendario.

TRACTATUS

Il tractatus è un esposizione più sviluppata rispetto al sermo ed anche più impegnativa. Il sermo era breve e ascoltato in piedi (Agost., Serm. 274: PL 38,1253).

Traductio:


Nota sulle traduzioni religiose

Il problema della versione della Bibbia e dei testi liturgici

Il problema della traduzione dei libri ritenuti sacri, distinto teoricamente, ma non praticamente, dall'uso delle lingue nazionali, o diffuse in un determinato territorio, nella liturgia, di per sè riguarda tutte le religioni, che posseggono testi scritti e considerati ispirati.

Tuttavia nessuno può negare che tale problema storicamente è diventato assai acuto soltanto per l'ebraismo nella fase postesilica prima e ancor più in età ellenistica dopo, e per il cristianesimo, suo erede, tanto in epoca classica, quanto, si può dire, ad ogni svolta culturale.

In effetti la stessa diffusione della cultura, per non parlare dell'estensione delle relazioni commerciali, obbligò a meditare, nell'antichità classica e postclassica, fino ai nostri giorni, sul metodo e le forme della traduzione per offrire possibilità minimali di comprensione di un testo scritto in una lingua diversa da quella parlata dall'autore, ed anche per una più astratta teorizzazione metalinguistica della traduzione artistica.

Restando nel campo biblico e liturgico, si constata che la traduzione dei testi sacri non fu mai informata a criteri artistici e retorici - almeno inizialmente - ma semmai a criteri nominali e pratici: sententia ex sententia o addirittura verbum de verbo.

Persino in età alessandrina, così ricca di dotti grammatici, la versione del testo sacro fu oggetto, salva qualche eccezione, più di preoccupazioni teologiche e pastorali, che di vincoli sintattici e retorici.

Ogni parola era un sacramentum; e tale restava pure nella trasmissione della tradizione tradotta (è un brutto bisticcio di parole, ma efficacemente descrittivo della situazione), nella lingua corrente dei nuovi adepti.

Un problema simile - ma con più ampia libertà e possibilità inventiva - si presentò per la liturgia sinagogale degli ebrei e per quella rituale dei cristiani.

Il mondo romano invece non si preoccupò, si può dire, mai di tradurre o di adattare, né tanto meno di aggiornare, i suoi libri sacri e le sue formule liturgiche, preferendo lasciarle inalterate e addirittura sconnesse grammaticalmente e del tutto incomprensibili almeno in epoca repubblicana: si ripetevano testi e formule secondo un minuzioso cerimoniale e un altrettanto minuzioso calendario, come efficaci formule magiche, atte ad alimentare il culto degli dèi e la pietà dei fedeli.

L'intervento della Chiesa nelle traduzioni

E' merito particolarmente della scuola di Nimega aver messo in risalto la grande e originale svolta del cristianesimo latino, che progressivamente, ma decisamente, seppe creare un proprio linguaggio - il latino cristiano - staccandosi da moduli religiosi estranei e creando un proprio gergo, adatto ad esprimere idee e precetti della nuova fede.

Il cammino fu lungo e si può così delineare:

Volendo riassumere anche i principi che hanno fatto da supporto al rigore della vigile attenzione della Chiesa in fatto di traduzioni - rigore che per molti secoli si è quasi fossilizzato nel mantenimento della lingua latina, fino a teorizzarla come lingua sacra e basilikh\ glw=ssa, al pari dell'ebraico e del greco -

La versio assume quindi la stessa validità della lectio originale e, al pari di questa, ha la funzione, sempre e dovunque, di fare da supporto all'essenziale, cioè ad esprimere la teofania, la teodrammatica, la teologia.

Necessità di vigile attenzione

Alcuni, ancora oggi, non condividono la necessità dell'uso delle lingue nazionali nella Liturgia, perché vogliono sottolineare l'aspetto personale diretto e gratuito del dono divino nel segno sacramentale, privilegiandolo nei confronti della dimensione intellettuale e intellettiva, a loro dire troppo razionalista.

D'altra parte ci sono dei pastori, sinceri e premurosi custodi della fede dei loro fedeli nel mondo attuale, che preferiscono creare o ricreare l'espressione del messaggio cristiano biblico e liturgico, secondo moduli propri degli idiomi nazionali o settoriali.

La Chiesa avverte le preoccupazioni dei primi e non è insensibile alle esigenze dei secondi e alle nuove istanze dei tempi.

Incoraggia perciò l'uso delle lingue nazionali, dove è necessario, nei riti liturgici, e aiuta le conferenze episcopali, i singoli pastori e tutti gli operatori ecclesiali, perché trasmettano integralmente la ricchezza del dono divino, di cui nessun frammento deve andare perduto o trascurato, per colpevole negligenza dei responsabili.

Le traduzioni devono quindi in primo luogo risultare fedele e integra trasmissione del messaggio di salvezza.

Rapporto contenuti e forma

Si deve in verità anche aggiungere che oggi, oltre la necessità della trasmissione integra del messaggio evangelico di salvezza, è pure indispensabile l'accuratezza della forma - lo splendor formae - come rivestimento, certamente caduco, ma di grande efficacia missionaria, dello splendor veritatis e la sua intelligibilità da parte dei destinatari siano essi abituali od anche seplicemente occasionali.

Con le traduzioni la Chiesa si fa il Buon seminatore, che getta il seme della salvezza dovunque può davanti a sè.

Tenendo quindi nel dovuto conto le istanze teologiche e quelle pastorali le traduzioni devono evitare e quasi spezzare i periodi solenni e altisonanti, le frasi complesse e armoniose, anche di certi importanti testi liturgici latini, e preferire spesso persino qualche approssimazione, comprensibile a tutti, piuttosto che lasciare nella liturgia relitti artistici di formulazioni esattissime, dal punto di vista storico-dogmatico, ma del tutto estranei alla preghiera quotidiana.

Se si vuole avere un modello di equilibrio o almeno di riferimento autorevole, si può ricorrere a quanto hanno insegnato riguardo a questo argomento i Padri della Chiesa, e segnatamente s.Agostino: se si deve scegliere - egli dice - tra un termine chiaro dei dotti e uno improprio della gente comune, si preferisca quello improprio della gente comune, come fa il medico che per indicare l'osso non si serve del termine classico os-ossis ma del dialettale e più comprensibile ossum-i, per farsi capire dal suo paziente:
Quamvis in bonis doctoribus tanta docendi cura sit, vel esse debeat, ut verbum quod nisi obscurum sit vel ambiguum, latinum esse non potest, vulgi autem more sic dicitur ut ambiguitas obscuritasque videtur, non sic dicatur ut a doctis, sed potius ut ab indoctis dici solet...
Cur pietatis doctorem pigeat imperitis loquentem ossum potius quam os dicere?
(DC 4,10,24);
e ancora: per indicare determinati oggetti è di maggiore vantaggio servirsi della terminologia diffusa tra la gente, che della parola corretta grammaticalmente:
Plerumque loquendi consuetudo vulgaris utilior est significandis rebus quam integritas litterata (Ib. 2,13,14; 3,3);
e ancora: anch'io a volte non parlo correttamente, ma al solo fine che mi possiate capire pienamente:
Saepe et verba non latina dico ut vos intellegatis (In Ps 123,8);
e ancora, con il conosciutissimo assunto: è meglio che mi rimproverino i pedanti, piuttosto che non mi capisca la gente:
Melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi (In Ps 138,20).

Quindi, in conseguenza, nell'atto della comunicazione liturgica non basta considerare ciò che è detto letteralmente nell'originale, bisogna anche osservare chi parla, a chi si parla, e come si parla.

La traduzione deve tendere ad assicurare la fedeltà del messaggio specialmente in rapporto a ciò che dev'essere comunicato, in rapporto a coloro ai quali è indirizzata la comunicazione, in rapporto al modo ed alla forma di comunicazione.

La determinazione del genere letterario è importante ai fini di individuare quali termini e quali strutture del periodo sono essenziali e quali caduchi, quali parole o frasi sono dettate dall'enfasi e quali intendono comunicare verità ineffabili, quali titoli divini (ed ecclesiastici) sono ripieni di boria e di concezioni pagane e quali devono essere invece adottati per essere compresi dal comune linguaggio sociale.

Infatti la parola di Dio e la Liturgia della Chiesa ci giungono e vivono sotto forme storiche diverse, cioè in generi letterari diversi.

Ma tali messaggi non possono essere del tutto staccati dalla forma letteraria nella quale ci sono pervenuti e che continuano ad essere utilizzati dalla Chiesa.

La Chiesa dopo l'ultimo Concilio si è trovata ad affrontare immediatamente un problema pratico - l'uso delle lingue nazionali nella liturgia di rito latino - e successivamente un problema teorico, di natura non solo linguistica, ma soprattutto teologica e pastorale - la dottrina cioè della traduzione dei testi biblici e liturgici.

In effetti, come accade necessariamente in ogni processo storico, il valore di molta parte del vocabolario liturgico, rischia di essere un gergo intelligibile solo dagli addetti ai lavori.

Occorre aver cura della continuità nella trasmissione anche verbale di concetti espressi in forme tecniche e strutturate nel dogma e nella catechesi, e aver cura che tali concetti, limitati al massimo, vengano conservati e opportunamente spiegati al Popolo di Dio, nelle forme previste dalla Liturgia.

In altre parole, la traduzione de verbo ad verbum non è il fine, ma il mezzo per una catechesi più sostanziale e missionaria, adeguata alle situazioni delle chiese particolari, che sentono l'urgenza di porre in risalto il nesso tra parola-sacramento-testimonianza di vita.

L'esistenza o la creazione di una lingua liturgica non può essere considerata un impoverimento, ma al contrario un arricchimento dello spirito, che cerca di esprimere l'inesprimibile e di porsi in contatto con l'ineffabile, senza tuttavia ricadere nel praeiudicium maiestatis, insito nel concetto di lingua sacra.

Particolare attenzione la Chiesa deve dedicare al linguaggio giovanile, talora in forte rottura non solo nei segni ma anche nell'uso verbale, dalla lingua correntemente usata nella letteratura e nei mezzi di comunicazione.

Le categorie teologiche, che emergono e si fossilizzano in termini tecnici, in determinati periodi della storia della Chiesa, riprese e difese a volte dal magistero, non devono soffocare le realtà di fede vissuta in espressioni di semplicità, a partire proprio dalla semplicità dei testi biblici.

Avere la massima attenzione all'edizione tipica dei libri liturgici per le traduzioni in lingua nazionale o corrente, significa condurre uno studio serio - nel caso specifico, pastoralmente impegnativo - su basi serie, partendo, come si usa per i testi letterari, non da qualsiasi edizione o manoscritto, ma appunto dall'edizione critica degli autori presi in esame.(2)

Valore della traduzione Vulgata per i cattolici

Al discredito portato sulla Vulgata cercò di porre rimedio il Concilio di Trento, nella seduta IV (8 aprile 1546), ove dichiara che l'edizione vulgata, usata dalla Chiesa per tanti secoli, è autentica ed è l'unica che si deve usare nelle pubbliche lezioni, dispute, predicazioni, e auspica che sia stampata nella maniera più emendata possibile.

Questo decreto non riguarda quindi il valore critico dei testi originali della Bibbia, nè delle altre versioni non latine, giacchè si riferisce espressamente alle latine.

Il decreto ha un valore negativo riguardo alle altre versioni diverse dalla Vulgata, in quanto non conferisce ad esse il privilegio conferito alla sola Vulgata di essere considerata «autentica».

Il decreto disciplinare, in quanto prescrive una norma da seguire, presuppone un fatto dogmatico, cioè la conformità del testo della Vulgata con i testi originali, giacchè se tale conformità mancasse la Vulgata non conterrebbe più i libri ispirati da Dio.

Non è però necessaria la conformità assoluta ma sostanziale, tale cioè che escluda l'errore in ciò che riguarda la fede e i costumi.

Nel 1590 il nuovo testo, preparato da successive commissioni di dotti ma molto ritoccato dallo stesso papa Sisto V, fu stampato nella tipografia vaticana, e nel maggio se ne distribuirono le prime copie; è l'edizione chiamata «Sistina».

Nell'agosto dello stesso anno, morto Sisto V, che aveva continuato a introdurre mutazioni nel testo già stampato, ne fu sospesa la distribuzione e le copie già distribuite furono ritirate e distrutte.

Nel 1592 sotto Clemente VIII fu pubblicata l'edizione definitiva, chiamata più tardi «Clementina».

L'edizione Clementina non era perfetta, come era ammesso nella stessa prefazione dell'edizione, tuttavia per vari secoli nulla si fece per migliorarla.

Solo nel 1907 la Santa Sede, accogliendo i desideri espressi da dotti cattolici, prese l'iniziativa di una nuova e radicale revisione, affidandola all'Ordine Benedettino.

L'edizione critica della vulgata non fu mai portata a termine nei tempi stabiliti e quindi fu revocato il mandato pontificio.

Intanto Paolo VI, dopo il Vaticano II, iniziò a pubblicare la prima edizione della Neovulgata, fatta sui testi originali e resa obbligatoria per tutta la Chiesa Latina.

Importanza della Bibbia

La Bibbia fu letta sempre con particolare venerazione da Ebrei e Cristiani in letture pubbliche.

Prima di Cristo la serie di letture nelle adunanze sinagogali del sabato era: la Legge, ossia il Pentateuco, in un anno (in Palestina in tre anni), in cinquantaquattro lezioni: analogamente i libri profetici, e in tempi tardivi gli Agiografi.

I Cristiani dell'Antico Testamento lessero specialmente i Profeti e i Salmi, e ben presto vi aggiunsero il Nuovo, specialmente i Vangeli e le Lettere di Paolo.

Nella liturgia erano tributati al volume sacro particolari onori, in analogia con la liturgia giudaica, che addirittura non distruggeva i volumi deteriorati dall'uso, ma li deponeva in un sotterraneo adiacente alla sinagoga.

Così il deposito sinagogale del vecchio Cairo di recente ha restituito gran parte del testo ebraico dell'Ecclesiastico.


Transitio:

tropos - est processus denominationis verbi pro alio verbo, qui fit per metaphoram, metonimiam vel synecdochem, et potest quoque exprimere catachresim: nucleus atomi, vel figuram sensus: nucleus quaestionis.



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