Nomadi nell'Asia meridionale di Kalyan Kumar Chakravarty  

    

Questo volume è il risultato di quasi due secoli di studi fra i nomadi da parte di studiosi occidentali. La maggior parte dei lavori passati riflette però la convinzione orientalista di Karl Marx, sulle popolazioni asiatiche, riflessa anche nella asserzione del 18 Brumaire di Luigi Napoleone, "loro non possono rappresentare loro stessi; loro devono essere rappresentati". La rappresentazione è egemonica e piena di pregiudizi ideologici. I vari articoli in questo volume devono essere letti nel contesto della missione britannica di stabilire un'autorità politica sulla società indiana, e, dell'esteriorità della rappresentazione fatta dagli orientalisti britannici, stando fuori dal contesto indiano, esistenzialmente e intellettualmente. Troppe volte il vero nomade non  è preso in considerazione, è invece rappresentato chi è visto come un nero, non stabile, una frangia indesiderata in un paese colonizzato e come un criminale, un crudele selvaggio. Trascendendo la descrizione dei loro modi di vita, esce il tentativo continuo di classificare i nomadi sotto categorie peggiorative, siano loro mendicanti religiosi come i Bairagis o i Jogis, menestrelli erranti come i Bauls,  acrobati come i Bazigars, con i loro cavalli come Bhats, mendicanti professionisti come i Dewars, a preti come i Koravas, fattucchieri come i Kurumbas, maghi sacerdoti come i Pradhans, o gruppi come i Chapparbands o i Jogis. Sono definiti come persone con  pratiche criminali o, con tendenze demoniache, fabbricanti di monete false o rivenditori di metalli. Ed ancora: incalliti giocatori come i Bhils, ladri delle ferrovie come i Bhampas, scassinatori come i Doms, furfanti come i Minas, ladri come i Kalandars o i Rahwaris, la natura pugnace dei Gosains è stata menzionata con un disgusto malamente nascosto, il furto è stato descritto come una parte congenita della religione dei gruppi, senza tentare di comprendere i vari modi nei quali i loro stili di vita sono stati disturbati da intrusioni esterne e non capendo che le vittime della distruzione non dovrebbero essere biasimate come agenti di tale distruzione. 

I riti matrimoniali, le varie pratiche cerimoniali, i miti originari, leggende, feste, modi di adorazione, divinità, autogestione, abitudini sessuali del nomadi sono descritti in questo volume. Il testo è inframmezzato con discussioni sulle lingue, letteratura, storie del popolo e canzoni di gruppi come il Bhats, Kanjars, Kodasor Todas o, delle tecnologie dell'esistenza, includendo la coltivazione mobile dei Baigas, il sistema i caccia dei Bhils, gli armenti bovini dei Gaddis. Le divinità del popolo e consigli tribali che governano i vari gruppi, includendo quelli del Bagdis sono anche state elencate. Informazioni preziose sono state date sulla così chiamata demonologia dei Kanjars, e materiale è stato fornito sulla mitologia dei Singbonga e sull'adorazione del sole fra il Mundas. Comunque, queste informazioni non sono complete, in quanto si è deciso di lasciare questi gruppi ai loro propri modi, piuttosto che imparare o imparare dalla loro lingua. C'è, invece, una concentrazione nella descrizione di sacrifici umani, stregoneria, promiscuità femminile, pratiche prematrimoniali, maschere grottesche, ubriacature di vari gruppi come Banjaras, Barwas, Bhils, Budukalas, Madaris, Oraons. C'è anche un piccolo tentativo di comprendere la saggezza, il metodo e la natura specifica delle abilità e tecnologie, la religione, la filosofia, o il rituale dei culti popolari. Come risultato, i gruppi nomadi sono stati presentati come un massa amorfa, caratterizzata da pratiche animistiche o feticistiche pratica che non ha un parallelo nelle più progredite ed evolute forme di pensiero. L' implicito suggerimento di una missione redentrice, per proteggere il territorio indiano dal tribalismo, dal dissenso, dalla violenza, è naturalmente basato sul discorso globalizzante degli Europei, che si sono assunti il non richiesto onere di civilizzare il mondo non europeo, senza consenso alcuno. In questo modo, la informazione, la circolazione della rappresentazione delle culture nomadi sono state imbrigliate da una visione di potere e di impero. Gli habitat di comunità nomadi sono stati visti come un possesso esterno al mondo europeo pronto per l' appropriazione. L'assenza di diritti individuali dei nomadi e dei loro armenti è stata la premessa per dichiarare i loro campi come "Terra Nullius" e quindi per sloggiarli, per appropriarsi delle loro terre, nell'interesse dell'impero. L'atteggiamento sprezzante nei riguardi dei nomadi indiani, implicito in quanto sopra, riflette atteggiamenti simili nei riguardi dei nomadi in tutto il mondo. (Jean Paul Clerbert, The Gypsies, 1963; W.R.Rishi ,Ed. Roma, 1974).

Sono stati chiamati Zingari, Gypos, Boemi, Egiziani o Rabouin (messaggeri del diavolo); accusati di causare flagelli naturali e epidemie; trattati dal Governo come Paria, come una peste e una piaga; come vagabondi, lordi fra lingua comprensibile e maniera; come non umani senza diritto alcuno; esposti al mercato degli schiavi; sottoposti a obblighi militari ed a tasse ed esclusi dalla società civilizzata. Gli Zingari sono visti come i discendenti di Caino (fabbro ferraio in lingua Semitica), fratello di Abele che è maledetto nel testo della Genesi, "quando tu coltiverai terreno, esso non produrrà e da adesso in avanti tu sarai un vagabondo ed un fuggitivo sulla terra". Nella Tempesta, Caliban (Kaliben è una parola del Zingaro che vuole dire nerezza) è uno spirito torturato. La follia della persecuzione è evidente nella profezia di Ezechiele, "disperderò gli egiziani i tutte le nazioni". È evidente nella mitologia, collegando il fabbro con i nemici di Dei, come giganti negli intestini della terra come Prometeo addomesticò il fuoco.

La diaspora dei nomade è paragonabile a quella degli ebrei, e centinaia di migliaia di Zingari sono stati liquidati dai Nazisti nei loro campi di concentramento allo stesso modo degli ebrei. La ragione per tale persistente e implacabile persecuzione del nomadi è il riduttivo stereotipo delle loro abitudini, delle pratiche di stregoneria diabolica, delle loro abitudini lascive e delle loro tendenze criminali. Quanto sopra è stato associato alla natura sempre più sedentaria della civilizzazione umana nella quale la virtù è venuta a essere identificata con abitudini fisse, abitazioni o lavori. L'abitudine nomade di vagabondare, senza un domicilio o un'occupazione, è stato considerato un'offesa. Nessuno si meravigli poi che tale persecuzione talvolta è stata la causa stessa delle loro abitudini devianti di cui sono accusati. I termini con cui si identificavano nomadi come Baluchis, Yoruks (vagabondi in turco), Amorites, Scythians, Cimmerians e Sarmatians si sono più tardi applicati a comunità etniche.

Il pastoralismo nomade è stato dimostrato contenere un'ambivalenza tra sedentarismo e nomadismo; tra gruppi che cacciano, a partire da campi stagionali, con risorse di acqua, e gruppi che fanno vere e proprie migrazioni. In India, i Bhotias, i Gujjars e i Gaddis variamente combinano l'allevamento del bestiame bovino con il commercio e con le coltivazioni. L'insistenza sulla riabilitazione di nomadi e tribù, sotto una categoria comune così che loro possano stare in un luogo, possano costruire case e possano vivere come i buoni cittadini di una comunità, mostra ancora una volta il pregiudizio su di essi e il rifiuto per capire il valore delle loro tradizioni. Il ricercatore può potere acquisire solamente una comprensione dei Nomadi quando lui trascende le riduttive categorie di omogeneizzazione e può guardare alla varietà degli approcci dei nomadi alla gestione delle risorsa e alla sopravvivenza in ecosistemi diversi. Deve inoltre superare i prototipi stabiliti circa le correlazioni linguistiche di nomi nomadi come Luri e Nuri, Dom e il Lom, Zotts e Jats in India e il Medio Oriente, Manush in Francia e in India; la somiglianza di tecnologie e professioni; l'unità di radici della lingua di base; l'uniformità della segreta gestualità Patrin, comunicata attraverso modelli, disegnata su muri o rami dell'albero; la comune caratterizzazione come non  nomadi di gruppi nomadi quali i Gadjo o contadini indaffarati. Il ricercatore deve anche superare il mito romantico del bambino di Bohemia, circa la sua libertà maestosa, e bellezza non soggetta a influssi; e, oltre l'immagine del nomade come persona con vestiti sciolti, capelli arruffati, orecchi lunghi. Lui ha da ricordare le loro abilità nell'allevamento equino e nel commercio dei cavalli, nella costruzione di manufatti di metallo, nella pesca, e ricamo; la loro alimentazione base, che include bacche, funghi, radici, frutti selvatici, vegetali, miele e piccoli mammiferi; la loro musica e danza, come Flamenco o Chochek, accompagnata da strumenti musicali come tamburelli, tamburi, cetre. liuti, cembali, pifferi e violini e la varietà di salti, acrobazie oltre ai loro vari tipi di carri. Deve investigare sulle loro predizioni e divinazioni circa il terreno e ambiente; la loro sussistenza e le tecnologie di gestione delle risorse; la loro farmacopea, che utilizza piante, magia e musica; la forma e il significato di motivi come serpenti e stelle, sole e luna, che appare su amuleti e talismani, bastoni e scettri, su giacche, stivali, o tatuaggi. Deve ricostruire il significato del loro uso multiplo della carovana come casa, officina e trasporto; le loro tende. Finalmente deve ricordare la loro conoscenza orale, folclore, religione e filosofia, preservati in dialetti. Lezioni preziose di socializzazione ci vengono dal modo con cui i Bhotia hanno occupato le sette valli del fiume di Uttarakh e, sulla forza di istituzioni come i dormitori della gioventù, chiamati Rangh-botta, collegate attraverso valichi con i mercati tibetani. La varietà di caste, che sottolineano le attività professionali dei Gaddis, le varie denominazioni religiose e strategie della sopravvivenza, incluse nel termine Gujjar, non può essere ignorata nell'applicare marcatori di identità uniforme in questi gruppi. Durante la maggior parte del loro tempo su questa terra, gli antenati dell'essere umano e contemporaneo si sono mossi come nomadi e cacciatori, frequentando deserti, montagne, giungle o terre dello artiche, e quindi tutti gli estremi climatici e ambientali. La vita che migliora le strategie, evoluta da essi nel corso di tali movimenti ha autoimposto una limitazione alla loro proprietà e tecnologie dei materiali, l'informalità della loro organizzazione socio-politica, le cerimonie relazionate ai loro cicli di vita, rimangono fonti di informazioni preziose per i modi di vita alternativa. I primi creatori di attrezzi, nel Pleistocene furono i cacciatori, che trovarono anche modo di esprimersi in diverse forme artistiche. La memoria dell'ambiente preistorico ancora sopravvive nei modi nomadi di divisione del lavoro, nella distribuzione dei prodotti, nelle strutture dell'autorità. Sopravvive nei modelli della migrazione innati nelle simbiotiche comunità di uomini e armenti, attraverso il movimento del loro orologio biologico interno, attraverso i cicli annuali. Secondo Ibne Khaldun, pensatore arabo del 13° secolo ed autore del Muqaddimah, il moto migratorio, risultante o culminante in ingrandimento territoriale era essenzialmente legato al ciclo dinastico delle civilizzazioni. Questo è evidente nel modo in cui varie tribù nomadi dell'India legano le loro fortune storicamente o mitologicamente con le vicissitudini di dominazioni e regni, specialmente in India Centrale e Occidentale. I Gade Lohar di Gadulia o fabbri  che usano piccoli o grandi carri di buoi, chiamati "wan" e "tango" , sembrano, dopo avere lottato spalla a spalle con i Rana Pratap di Chittor, avere come missione quella di non condurre una vita fissa, dormire in una capanna, prendere acqua dai pozzi, usare lampade o visitare il forte di Chittorgarh. Mentre questo può o non può essere sopportato da fatti storici, la condanna stabilisce la validità dell'asserzione di Ibne Khaldun. Recentemente i movimenti migratori tibetani sono stati causati dall'occupazione cinese del Tibet e alla lotta contro la loro religione, sui loro taboo e sulle loro pettinature. La memoria di questi movimenti coercitivi, riflessa nella cultura dei nomadi offre indizi per la conoscenza della lingua umana prima dell'invenzione della scrittura. Le tradizioni orali sull'allocazione del pascolo, sulle strade della migrazione e sui diritti per gli armenti sono una base di leggi non scritte. La tradizione nomade è una fonte della storia orale dell'umanità, riportata su pietre, tessuti, maschere, tempi buddistici, dal Medio Oriente all'Asia centrale, attraverso la catena montuosa del Taurus-Zagros, dall'Atlante all'Altai. La maggior parte dei motivi nel vocabolario della prima arte indiana è originata dalle culture nomadi asiatiche. Motivi quali mostri mitici,  tritoni, centauri, palmette, caprifoglio, loto e campana, greca e spirale, voluta e svastica, rosette e petalo, albero e montagna, campane e bandiere, ombrelli e bandiere hanno viaggiato attraverso disegni su ceramiche e tessuti nelle migrazioni nomadi di menestrelli, artisti, giocolieri ed acrobati. Questi motivi riducono forme antropomorfiche, zoomorfiche e teriomorfiche a modelli geometrici e essenziali, esempi di una vita dominata dalle astrazioni della natura. 

Terreni accidentati e tetri, con lastre pietra, marcano tombe di uomini coraggiosi; pelli di capra, la sua lana o tende del feltro, tappezzerie e tappeti, provvedono al ricovero e sostentamento dal freddo, venti burrascosi, montagne, steppe e deserti; barche con abitazione per asciugare gli indumenti e riporre le reti; elaborate e coloratissime acconciature per capelli, piene di gioielli; pasti comunitari con un unico piatto centrale; sale conservato in recipienti vari e trasportato a dorso di cammello  per barattarlo per cibo, stoffe e utensili della famiglia; contenitori per l'acqua fatti di pelle, e resi impermeabili da una soluzione a base di acacia marrone e rossastra; calabash ricoperte di pelle, archi che utilizzano criniere equine; corpi scuri che brillano nelle acque, o corpi che tessono assieme in un cerchio; barbe e baffi accuratamente curati; catenine, braccialetti, caviglieri e ornamenti coloratissimi fatti di vari metalli o materiali, perline di metallo e ottone levigato, questo è quanto possiamo oggi vedere quando siamo con i nomadi.

I campi nomadi che sono localizzati nelle valli settentrionali, oppure sui depositi alluvionali sono stati soggetti a degrado, ma anche al dilavamento generato dalla deforestazione. Tende, vasi del cuoio e altri utensili sono troppo fragili per permettere un'adeguata conservazione nel tempo ed è questo il motivo della scarsità dei reperti. La Microstratigrafia ha rivelato manufatti di ceramica, forni, macine, zangole ed altri utensili necessari alla vita nomade nei campi estivi in vari paesi tra cui Afghanistan, Iran,Turchia, Persia. I campi dell'esercito di Mughal, le rovine di città come Persepoli, e molte città Romane, imitano la struttura di un accampamento, e tende sono state usate davvero sulle rovine dei palazzi di Sassanian e dei distrutti Caravanserragli del periodo di Seljuk (Rogers Cribb, Nomads in Archeologia 1991: pp.77-81, 84,112,149-151). 

Il lavoro di Renato Rosso deve essere quindi interpretato come derivante dalla ricca eredità nomade. Lui ha visitato moltissime comunità nomadi in tutto il mondo come parte del suo continuare la missione del pastore per eccellenza: Cristo. Lui ha curato anche l'istruzione dei nomadi e dei loro bambini in parti diverse del mondo. Lui ha catturato il ritmo della loro vita e i cambi nella loro espressione in diversi momenti della giornata, in momenti di gravità, ansia, meraviglia, divertimento, gioco, curiosità ansiosa, in ritratti di qualità insolita. Lui ha registrato il loro cibo ed il loro abbigliamento, la policromia dei loro vestiti, i forti profili etici delle loro famiglie, nelle varie cerimonie. Lui ha visto i volti grinzosi e stanchi dei vecchi e quelli freschi e sorridenti dei bambini. Ha costruito una galleria di immagini di un orgoglioso, auorispettantesi e privo di ansie, popolo che ha gran cura degli ornamenti e della bellezza, in un contesto talvolta di comunione con quelli animali che sono fonte di cibo e sostentamento. Le fotografie mostrano talvolta Renato Rosso che vive assieme ai nomadi, è questa sua esperienza che ha reso non arido il suo lavoro. I Rabaris, i Gadulia Lohars e i Kalbelias sono mostrati sorridenti e pieni di gratitudine. I Bhopa sono stati mostrati in immagini di cerimonie sfarzose, con cavalli e elefanti.  

    

    

Gli sforzi di Renato Rosso assumono inoltre un significato speciale alla luce del risorgimento recente di sentimenti di amicizia globale fra le comunità nomadi di tutto mondo. Questo risorgimento è stato dimostrato anche nello sviluppo del movimento dei ROM che ha portato anche alla difesa dei diritti sanciti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite.  I Rom stanno lottando in ogni paese contro ogni forma di discriminazione razziale. Notissimi artisti sono stati attori come Yul Brynner o musicisti come Reshma. L'esempio dei Rom e la situazione attuale dimostrano la necessità di includere le comunità nomadi dell'India in una più grande forma di fratellanza nomade, la cui premessa è l'eliminazione di molti pregiudizi ancora esistenti. Sarà un giorno ben triste quello in cui gli esseri umani dimenticheranno il loro passato nomade in favore di una vita sedentaria. I nomadi dovrebbero essere riconosciuti come comunità dell'ecosfera che vivono in comunione con ecosistemi diversi e potrebbero provvedere, anche se parzialmente, a contrastare l'invasione della biosfera che sta cambiando il nostro ecosistema col pericolo dell'esaurimento delle risorse.

 

Dr. Kalyan Kumar Chakravarty

Director

Indira Gandhi Rashtriya Manav Sangrahalaya

(National Museum of Mankind)

Bhopal (INDIA)