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PER CAPIRE LA
GLOBALIZZAZIONE
dal sito del CEM
Interculturalitá e globalizzazione: 10
concetti chiave
1.
Per una lettura "educativa" della globalizzazione
Non è la prima volta che una "parola"
prende il sopravvento sulle altre e per qualche tempo sembra essere
quella giusta, quella che racchiude in sé la magia di far comprendere
un’epoca. È il caso del termine "globalizzazione", che
indica un fenomeno troppo importante per essere liquidato come la
"moda" del momento. Al contrario: globalizzazione è una delle
parole destinate a creare le connessioni interpretative più profonde (e
di lunga durata) tra il presente e il futuro a livello planetario.
Tuttavia la globalizzazione si presenta oggi come un processo
caratterizzato soprattutto da una forte ambiguità. Una lettura
"educativa" di questo nuovo processo storico, economico e
sociale riteniamo che non possa liquidarlo come un fatto tutto negativo
o tutto positivo. Appare invece necessario e urgente impegnarsi in un’operazione
di discernimento, di analisi critica, di vero e proprio
"studio". Chiedersi, ad esempio, quali siano le cause e i
fattori che hanno dato vita alla globalizzazione; così pure domandarsi
quali siano i suoi effetti positivi e negativi; e ancora, verificare
dove ci stia portando la globalizzazione e come si configurino gli
scenari futuri; infine, sarebbe quanto mai "educativo"
individuare le risorse umane e culturali che potrebbero aiutarci, in
questa fase storica, a "resistere" alle tendenze omologatrici
della globalizzazione e a promuovere un cammino planetario nuovo
partendo dalle "alterità negate".
Due libri per cominciare:
- Villaggio globale. La vita ai tempi della globalizzazione
,
numero monografico di "Internazionale", 1996
- B. Amoruso, Della globalizzazione, La Meridiana, Molfetta
1996.
2.
Il mercato globale
Il nostro è un tempo idolatrico. Non v’è dubbio
che una delle idolatrie più diffuse e pericolose sia quella del
Mercato. Nel mondo di oggi l’economia appare dominata, pressoché
esclusivamente, dalla logica della massimizzazione del profitto e da
imprese economiche a carattere sempre più multinazionale che presentano
una concentrazione di potere e di ricchezza superiore a molti Stati
nazionali. Un dato eloquente: 358 supermiliardari del pianeta posseggono
una ricchezza pari a circa la metà della popolazione mondiale. Siamo
dunque dinanzi ad un processo di globalizzazione "a etica
zero".
All’economia si riserva il posto di comando, in nome di un
"realismo" e di un "pragmatismo" derivati dalla
convinzione che il capitalismo non abbia alternative, essendo lo stato
naturale della società. Il sistema economico mondiale dovrebbe pertanto
sbarazzarsi di ogni vincolo sociale perché l’economia è sovrana e
qualsiasi riferimento a regole extraeconomiche apparirebbe come un
regresso. Ma dove ci sta portando questa razionalità economica
del tutto sganciata da una razionalità etica?
Due libri per cominciare
- S. Zamagni (a cura), Globalizzare l’economia, ECP, Fiesole
1995
- S. Latouche (a cura), L’economia svelata. Dal bilancio
familiare alla globalizzazione, Dedalo, Bari 1997.
3.
La comunicazione multimediale
La radio, la televisione, il computer, le reti
telematiche e telefoniche, i satelliti e Internet ci hanno introdotto
nella dimensione planetaria delle comunicazioni di massa. Viviamo in una
società fin troppo "iconizzata" dove tutto si trasforma in
spettacolo.
Si parla sempre più spesso di una società "virtuale" dove l’esperienza
diretta, il rapporto vitale con le cose, il contatto emozionale con le
altre persone vengono messi in pericolo. C’è chi parla della
"morte del reale" in una società dei simulacri dove trionfano
le apparenze, le ombre, le maschere.
È necessario ricordare che il sistema dei media è, appunto, un
"sistema", cioè un tessuto di relazioni, un organismo
complesso, nel quale ogni singolo medium è in rapporto di complicità o
di interdipendenza con gli altri media.
Leggiamo dal "Libro Bianco su Istruzione e formazione. Insegnare
e apprendere, verso la società conoscitiva": "La
mondializzazione degli scambi, la globalizzazione delle tecnologie, in
particolare l’avvento della società dell’informazione hanno aperto
agli individui maggiori possibilità di accesso all’informazione e al
sapere... la società del futuro sarà dunque una società
conoscitiva".
Sarà importante, di qui in avanti, approfondire di più i rischi e le
opportunità che si aprono dinanzi alle nuove generazioni che — almeno
nei paesi del Nord — già vivono in quella che viene chiamata
"società conoscitiva" dove bisogna acquisire le competenze
per informarsi in "tempo reale" sui cambiamenti in atto nella
società, altrimenti si è "out", si resta emarginati come
analfabeti.
Due libri per cominciare
- IRRSAE Puglia, L’educazione interculturale, Curriculo dei media,
Quaderno n.30, Bari 1996
- P. Levy, L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del
cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996.
4.
Il pensiero unico
L’idolatria del mercato e il sistema della
comunicazione multimediale si stringono la mano in un abbraccio fatale,
dando vita al pensiero unico che altro non è che la trasposizione in
termini ideologici (che si pretendono universali) degli interessi di
quelle forze economiche, che nel loro insieme, rappresentano il capitale
internazionale.
A "fondamento" del pensiero unico c’è appunto il primato
dell’economia sulla politica. La diffusione della mega-macchina dell’Occidente
fa aumentare solo l’uniformità a scapito della creatività locale: l’esito
è il mimetismo, tragica caricatura dell’universalità.
L’etnocidio, inteso come aggressione simbolica, genocidio culturale,
si effettua ancor oggi, tramite il dono: è donando che l’occidente
acquista ulteriore potere e opera la destrutturazione culturale.
L’Occidente continua a dare senza accettare nulla, e continua ad
appropriarsi senza riconoscere alcun debito e non intende prender
lezioni da nessuno.
Chi sa se, proprio in virtù delle loro specificità, le culture oggi
negate e disprezzate non saranno, domani, le più adatte ad accettare le
sfide della storia?
Due libri per cominciare
- VV., Il pensiero unico e i nuovi padroni del mondo, Ed.
Strategia della Lumaca, Roma 1996
- S. Vandana, Monocolture della mente, Bollati Boringhieri,
Torino 1995.
5.
Il Governo mondiale
Con la caduta del Muro di Berlino, il traguardo del
Governo Mondiale sembrava essere dietro l’angolo, a portata di mano.
Poi, il crac, il tracollo, la scomparsa del tema dall’agenda
internazionale. Che cosa è accaduto? Come mai dopo l’ubriacatura del
"Villaggio globale", dell’"arancia blù", del
"piccolo pianeta", della "Terra-Patria", della
"Interdipendenza"... l’obiettivo del Governo Mondiale invece
di decollare a livello politico è naufragato nel nulla?
Certamente non perché sia venuto meno il carattere mondiale delle
"emergenze", che sono tutte lì, ieri come oggi: i flussi
migratori, i conflitti regionali, le vecchie e nuove povertà, le ferite
ambientali, le risorse energetiche, le armi nucleari, le ricerche
biotecnologiche, il sistema dell’informazione, le condizioni
igienico-sanitarie, l’analfabetismo, gli squilibri Nord-Sud e via
elencando. Tutte le organizzazioni internazionali, politiche ed
economiche, create fino ad oggi sono caratterizzate da un grave deficit
democratico. Nel senso che sono malate di scarsa democrazia interna. L’ONU,
il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO (ex GATT)
ecc.
Come dire: a livello internazionale la democrazia è ferita.
"L’epoca planetaria è già iniziata da un pezzo", ripete
Edgard Morin, "ma la conoscenza dell’uomo è ancora all’età
del ferro dell’era planetaria".
Due libri per cominciare
- F. Lotti, N. Giandomenico (a cura), L’ONU dei Popoli, EGA,
Torino 1996
- R. Sapienza, Un mondo da governare, SEI, Torino 1995.
6.
Ripartire dalle "Alterità negate"
Ma forse il problema che più di tutti concentra su
di sé il dibattito culturale contemporaneo è quello dell’altro. Tra
i pensatori che criticano la tradizione occidentale per la rimozione e l’oblio
dell’alterità spicca il nome di Lévinas, che ha elaborato una
concezione dell’uomo a partire dall’altro, dal Tu, dal volto.
Si tratta di comprendere, in maniera "etica" ma non
moralistica, che l’altro ci cambia, ci educa, ci interpella; ci
costringe a prendere una posizione, a uscire dall’indifferenza, a dare
una "risposta" (respondere, da cui deriva il senso pieno e
fondante di "responsabilità").
Ripartire dalle "Alterità negate" significa guardare altrove,
saltare la siepe e lasciarsi contaminare. Tra le realtà che sono state
fino ad oggi emarginate, fra le cosiddette "esternalità",
cioè tra le "pietre scartate" (per dirla col Vangelo) è
possibile trovare nuovi significati da cui partire per la ricostruzione
di una Umanità Nuova.
Giovanni Paolo II, nel suo discorso all’ONU del 5 ottobre 1995, ha
affermato che "ogni cultura ha diritto di essere rispettata perché
costituisce un tentativo di riflessione sul mistero del mondo e in
particolare dell’uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione
trascendente della vita". E precisa che estraniarsi dalla realtà
della diversità o tentare di estinguerla "significa precludersi la
possibilità di sondare il mistero della vita umana (...). La
differenza, che alcuni trovano così minacciosa, può divenire, mediante
un dialogo rispettoso, la fonte di una più profonda comprensione del
mistero dell’esistenza umana".
Due libri per cominciare
- C. Di Sante, Responsabilità. L’Io per l’Altro, Edizioni
Lavoro, Roma 1996
- B. Borsato, L’alterità come etica. Una lettura di E. Lévinas,
Dehoniane, Bologna 1995.
7.
Il pensiero "al femminile"
La prima alterità negata, la prima risorsa di senso
che il mondo ha a disposizione per poter sperare in una Umanità Nuova
è il pensiero al femminile. Il problema dell’auto-liberazione della
donna chiama in causa inevitabilmente l’universo maschile. I valori
della nuova cultura "al femminile" rappresentano una grande
opportunità di cambiamento dell’Ordine Simbolico globale del nostro
sistema sociale.
La storia della nostra cultura occidentale (ma il discorso è
transculturale) non lascia dubbi: al di là di rare accezioni, è una
storia di sostanziale anti-femminismo: Atene, Gerusalemme e Roma
appaiono alleate nel loro comune sguardo misogino. Come anche La Mecca e
Benares. La nostra convinzione è che un nuovo umanesimo, una nuova
paideia per il terzo millennio potrà affermarsi soltanto se gli
educatori e le educatrici sapranno mettere in discussione, a partire da
se stessi, l’Ordine Simbolico Maschile e i parametri sociali che ne
derivano. Le vere rivoluzioni sono infatti quelle che rinnovano i
paradigmi fondamentali della cultura.
Due libri per cominciare
- C.O.N. Moser, Pianificazione di genere e di sviluppo,
Rosenberg Sellier, Torino 1996
- S. Ulivieri, Educare al femminile, Edizioni ETS, Pisa 1995
8.
Le culture locali tra omologazione e resistenza
Se guardiamo al rapporto tra l’Occidente e le
"altre" culture oggi nel mondo ci rendiamo conto che la
situazione è fortemente squilibrata. Si può dire, in generale, che si
sta affermando una nuova coscienza sulla necessità di salvare l’integrità
della propria identità culturale, una sorta di contrappeso alle
tendenze omologanti, e si avverte l’esigenza di conoscere in modo
profondo altre culture e di valorizzare le differenze in un ordine di
reciprocità.
Ma il rapporto tra le culture non deve essere idealizzato perché si
colloca sempre all’interno di un rapporto conflittuale di forza che
finisce inevitabilmente per produrre "asimmetria" e
"squilibrio".
Lo studio di Serge Latouche sui processi di
"occidentalizzazione" diventa quanto mai interessante.
L’aspetto unico, che definisce l’Occidente è la sua cultura:
- la credenza in un tempo lineare e cumulativo che riguarda tutta l’umanità
- l’attribuzione all’uomo della missione di dominare la natura
- la credenza nella ragione calcolatrice dell’uomo per organizzare
la sua azione, ecc.
Chi sono gli Altri?
Sono tutte le società dotate di un senso antico e tradizionale della
vita e quindi di pratiche sociali di integrazione del
"negativo", della morte, della miseria, della sofferenza.
Queste resistenze "culturali" alla seduzione dell’Occidente
sono una fonte di speranza, perché lasciano intravedere che la crisi
epocale dell’Occidente non sarà necessariamente la fine del mondo...
Due libri per cominciare
- L. Bergnach, G. Delli Zotti, Etnie, confini, Europa, Angeli,
Milano 1994
- V. Bernardi, L’insalatiera etnica, Ed. Neri Pozza, Padova
1992
9.
Etiche della mondialità
Il nostro mondo sta sperimentando una crisi
fondamentale: una crisi dell’economia mondiale, dell’ecologia
mondiale e della politica mondiale. La mancanza d’una visione
completa, il groviglio di problemi non risolti, la paralisi politica, la
mediocre leadership con poca capacità d’intuire o di prevedere, e in
generale un troppo scarso senso del bene comune si percepiscono ovunque.
Troppe sono le vecchie risposte a sfide nuove.
Non esisterà alcun nuovo ordine mondiale senza una nuova etica
mondiale!
L’esperienza storica dimostra che non si può migliorare la Terra se
non otteniamo una trasformazione della coscienza degli individui e della
vita pubblica.
Occorre una "svolta etica interculturale", un consenso etico
delle culture per riorientare la convivenza mondiale. Senza una Carta
fondamentale dei valori non è immaginabile la pacifica convivenza dei
Popoli. Possono aiutarci le opere di autori come Jonas, Kung, Boff,
Panikkar, Balducci, Morin, Apel, Moltmann, Ricoeur, Lévinas, e altri.
La nascita di una coscienza planetaria non si improvvisa. Ma nessun
educatore che abbia il senso della storia potrà sottrarsi a questo
compito essenziale e decisivo per il futuro dell’umanità.
Due libri per cominciare
- AA. VV., Etiche della mondialità, Cittadella, Assisi 1996
- P. C. Bori, Per un consenso etico delle culture, Marietti,
Genova 1991.
10.
L’Occidente come "siepe". Andare oltre
Nonostante tutto è possibile riscontrare segnali
positivi anche all’interno di questa nostra società malata. Esistono
infatti germi che ispirano fiducia e promettono speranza; si ascoltano
voci di protesta, sorgono iniziative e movimenti civili e religiosi
(ecologici, pacifisti, femministi, antirazzisti, spirituali, ecc..) che
intendono battersi per rinnovare questa società, per dare corpo e
vitalità ai grandi valori della vita, della comunità, dello spirito.
Vaclav Havel, Presidente della Repubblica Ceca, ha scritto: "Non
possiamo aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai
piantato".
Ciò vuol dire che dobbiamo avere il coraggio di "osare", di
avere fiducia e speranza almeno nel "piantare", nel gettare i
semi nel cuore degli uomini e delle donne di questo mondo.
Dobbiamo saper camminare con piccoli passi ma avendo dinanzi a noi
grandi orizzonti. Non è facile costruire insieme "una paideia"
per il nuovo millennio, ma è certo che non potrà essere la stessa dei
millenni precedenti o semplicemente degli ultimi decenni. Siamo
veramente di fronte ad un passaggio d’epoca, ad un cambio di
paradigmi.
Noi, almeno nei paesi occidentali, proveniamo da una tradizione
filosofica e pedagogica molto ben radicata sul principio "conosci
te stesso" (... tanto l’altro è uguale a te, oppure è barbaro,
pagano, infedele...). Insomma: se conosci te stesso (l’identità) hai
conosciuto ciò che è essenziale. E questo basta. Ma che ne è di tale
principio quando l’altro è proprio diverso da me e io non riesco più
a considerarlo un barbaro, un estraneo, né a restare indifferente di
fronte a lui?
La svolta antropologica sta tutta qui. Andare oltre la "siepe"
dell’io, della propria cultura e aprirsi al mistero dell’Altro.
Due libri per cominciare
- S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo, Bollati
Boringhieri, Torino 1992
-
O. Zanini, Significati del confine. I limiti naturali, storici,
mentali, Mondadori, Milano 1997.
Il mercato globale: 5 letture
1.
Lettura "educativa" della globalizzazione
Nel numero programmatico abbiamo illustrato il
cammino che percorreremo nell’anno scolastico 1997-98. Per ragioni di
spazio, tuttavia, non è stato possibile sviluppare quasi niente del
primo punto: la lettura "educativa" della globalizzazione.
Proprio per questo, in questo numero, prima di passare al tema del
"Mercato globale" (peraltro già studiatissimo) ci soffermiamo
brevemente sulla lettura "educativa", cioè sull’importanza
di non demonizzare la globalizzazione, di non cadere nel manicheismo, ma
di aiutarci anzitutto a conoscere, a comprendere, a operare un
discernimento, un’analisi critica in vista di una valutazione non solo
economica ma anche etica e non antropologica. Questo contributo va
ricollegato con l’articolo "Interculturalità ed economia"
che è stato pubblicato su CEM Mondialità del novembre 1996.
Invitiamo allora ogni educatore a rispondere alla seguente domanda,
integrando, emendando, correggendo ciò che noi stessi suggeriamo in
partenza: quali sono gli aspetti positivi e negativi della
globalizzazione?
GLOBALIZZAZIONE
|
Aspetti positivi |
Aspetti negativi |
|
Apertura a tutto campo |
Concentrazione del potere |
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Sprovincializzazione |
Tendenze alla omologazione
culturale |
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Policentrismo |
Rischio del pensiero unico |
|
Scambio planetario |
Monopolio della comunicazione |
|
Domanda di Governo Mondiale |
Globalizzazione selvaggia a eti-ca zero |
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Mobilità umana |
Sradicamento culturale, perdita dell’identità |
|
Riduzione del principio di so-vranità
economica dello stato-nazione |
Idolatria del mercato e darwi-nismo sociale |
|
Riscoperta del valore delle culture |
Evaporazione del territorio, de-
localizzazione della produzione |
|
Attaccamento alla memoria e all’identità |
Aumento delle patologie della insicurezza
(stress, bisogno di certezze, fondamentalismo, new age...) |
|
......... |
..... |
Sempre dal punto di vista di una lettura
educativa, sembra a noi importante mettere in risalto che la
globalizzazione non è solo un fatto quantitativo cumulativo,
moltiplicativo, espansivo (aumento degli scambi commerciali, aumento
delle informazioni, ecc.) ma è soprattutto un fatto qualitativo,
interattivo, sistematico, reticolare... e proprio per questo tende a
espandersi, a dislocarsi, a trovare nuove connessioni, nuove
compenetrazioni, ad "agglutinare" in modo reticolare più che
sommativo.
Anche una considerazione interessante sul piano educativo è quella
riguardante le "Azioni di replicazione" da parte degli
stessi educatori. Anzi, forse è proprio questo il problema cruciale per
gli educatori: i modi ordinari con cui le persone riproducono
nella quotidianità i modelli culturali della globalizzazione nel
momento stesso in cui credono di combatterla!
2.
Il mercato globale
Affrontiamo ora il problema del Mercato globale dando
la parola a cinque economisti che, da angolature diverse, ci aiutano a
comprendere la questione.
a) Peter Dicken: la globalizzazione non è una
semplice internazionalizzazione dell’economia
"Questi due termini vengono spesso adoperati
come se fossero intercambiabili pur non essendo sinonimi. Internazionalizzazione
indica semplicemente la crescente espansione geografica di attività
economiche attraverso le frontiere nazionali e in quanto tale essa non
è un fenomeno affatto nuovo. La globalizzazione delle attività
economiche è invece qualitativamente differente. Essa costituisce una
forma più avanzata e complessa di internazionalizzazione, che implica
un grado d’integrazione funzionale tra attività economiche dislocate
a livello internazionale. La globalizzazione è un fenomeno molto più
recente dell’internazionalizzazione; tuttavia sta emergendo come norma
in una gamma crescente di attività economiche".
(Cfr. Tony Spybey, Globalizzazione e società
mondiale, Asterios Editore, Trieste 1997, p. 93)
b) H.P. Martin - H. Schumann: La
"trappola" della globalizzazione e la società
"20:80".
Dalla lettura del libro-provocazione di questi due
autori veniamo in possesso di informazioni che aumentano i nostri
sospetti sulla globalizzazione. Alla fine del settembre 1995, a San
Francisco, si riunirono 500 fra statisti, presidenti di multinazionali e
scienziati di spicco, per discutere, in assise segreta, le previsioni
del XXI secolo. Il futuro venne abbozzato in una coppia di numeri
"20:80" ed in un termine tecnico "tittytainment". La
coppia di numeri starebbe ad indicare che, nel prossimo secolo, solo il
"20" per cento della popolazione mondiale (di tale percentuale
farebbero parte uomini di diverse aree geografiche) sarebbe in grado di
far funzionare la grande macchina dell’economia mondiale; mentre l’"80"
per cento si riferirebbe alla massa di disoccupati o comunque di
emarginati in ricerca attiva di lavoro. Questi, secondo lo statunitense
Jeremy Rifkin, autore del libro "La fine del lavoro", avranno
enormi problemi; in futuro, per loro, si tratterà "to have lunch
or be lunch": "di mangiare o di essere mangiati".
Ecco, allora, la nascita del termine "tittytainment", coniato
dal polacco Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza di Jimmy
Carter. Il vocabolo è un incrocio tra "entertainment" e
"tits": in pratica, scaturisce dalla combinazione tra un
intrattenimento, atto ad intontire le masse — a tale scopo verrebbero
impiegate le produzioni a basso costo e, a volte, di infimo livello
culturale dei più svariati mezzi di comunicazione di massa — e "tits"
che, nello slang americano, allude alla "nutrizione" dei
disoccupati al "seno" dei pochi privilegiati che producono. Lo
scenario inquietante, preannunciato per il XXI secolo, già ora
rivelerebbe i suoi inequivocabili segni che vengono acutamente descritti
da Hans-Peter Martin ed Harold Schumann.
Così scrivono:
"L’internazionalismo inventato dai capi operai socialdemocratici
per lottare contro i capitalisti guerrafondai è da tempo passato sull’altro
fronte. Oltre 40.000 imprese transnazionali grandi e meno grandi si
servono di stati contro altri stati e di lavoratori dipendenti contro
altri lavoratori dipendenti. [ ...]
Con un solo movimento delle sue tenaglie "globali" la nuova
internazionale del capitale scardina interi Stati e il loro ordinamento
sociale".
(La trappola della globalizzazione. L’attacco alla democrazia e al
benessere, Edition Raetia, Bolzano 1997, p.14)
c) Susan George: il fine del mercato non è la
giustizia
"Alla radice di tutti questi problemi vi è il mercato.
Non certo il mercatino rionale, quello dove andiamo a comprare i
pomodori, ma il mercato mondiale che è diventato "la misura di
tutte le cose" nella sua quadruplice espressione di mercato di beni
e servizi, mercato del lavoro, mercato della natura (ambiente), mercato
finanziario.
Questi diversi mercati sono integrati fra di loro e si dà per scontato
che si auto-regolino. In realtà, il mercato è la famosa mano
invisibile che è capace di regolare tutto se noi lasciamo che lo
faccia. Se siamo pigri e lasciamo al mercato l’organizzazione della
società, il mercato la organizza, ma dobbiamo sapere che le sue scelte
non sono scelte sociali e che il risultato sarà un aumento del numero
degli esclusi, dei disoccupati. Non è un giudizio morale, ma una
semplice constatazione. Non ci si può aspettare giustizia e scelte
sociali dal mercato. Il mercato ascolta la voce di chi ha soldi e non di
chi non ne ha. La funzione del mercato non è quella di fornire lavoro,
occupazione. Il suo obiettivo è quello di produrre realizzando il
maggior profitto possibile, la maggior accumulazione di ricchezza. Il
mercato deve produrre per chi ha soldi e ridurre al minimo i costi, per
massimizzare i profitti.
Un esempio grottesco. Nel mondo vi sono oggi 358 miliardari in dollari.
L’ammontare del loro patrimonio è di 760 miliardi di dollari,
equivalente alla parte di prodotto nazionale lordo di due miliardi di
persone nel Terzo Mondo. Questo può dare un’idea dello squilibrio
esistente oggi nel mondo. Da una parte, un piccolo numero di miliardari,
e dall’altra, due miliardi di persone. Ma è una cosa assolutamente
naturale, perché il mercato dà a chi ha già".
(Crf. Susan George, La supremazia delle scelte economiche e l’acuirsi
degli squilibri sociali in A.A.V.V., Il futuro che ci unisce,
EMI, Bologna 1996, p. 23)
d) Serge Latouche: i nove paradossi dell’economia
Più l’immaginario del mercato si estende all’intero
pianeta, più la discordia, la miseria e l’esclusione sembrano
guadagnare terreno. Forte contraddizione di un modello astratto, messo
in crisi dalla complessità dolorosa della vita (...).
Così, almeno per quanto riguarda l’economia, si
possono rilevare nove paradossi:
- Pure se conosciuta bene da tutti per necessità, l’economia
rimane molto misteriosa e incomprensibile alla maggioranza.
- È pratica quotidiana della modernità, ma è anche una disciplina
teorica con pretesa di scientificità.
- Questa disciplina, definita economia politica, certamente è la
più scientifica delle scienze umane ma, nello stesso tempo, la meno
umana delle discipline sociali.
- Gli economisti sono diventati degli esperti indispensabili, ma la
loro fama è inversamente proporzionale alla loro capacità di
fornire diagnosi esatte e soluzioni soddisfacenti.
- Nonostante la sua ossessione nel valutare ogni cosa, l’economia
ignora pezzi interi della realtà materiale, che si tratti della
natura o della vita domestica.
- A dispetto della sua pretesa di universalismo, l’economia
finisce per essere, come pratica e teoria, molto provinciale, quella
di un certo Occidente.
- A rendere ancora più grave la sua posizione, l’economia, che si
vuole neutrale, pura e sana, finisce per essere una perversione con
forti sospetti sessisti.
- È talmente labile il suo rapporto con la morale, che pensa di
farne a meno e pretende di sostituirsi ad essa.
- Infine, vive anche molto male il suo rapporto con la Storia.
(Cfr. S. Latouche, L’economia svelata. Dal
bilancio familiare alla globalizzazione, Dedalo, Bari 1997,
pp.11-12)
e) Riccardo Petrella: Il "bluff"
della globalizzazione. In realtà siamo di fronte alla "triadizzazione"
mondiale dell’economia.
"La mondializzazione dell’economia attuale è
tronca perché essa non comporta delle visioni di sviluppo, delle
strategie di investimento, e delle azioni concrete sul terreno della
valorizzazione delle risorse, pensate e realizzate nell’interesse
della popolazione mondiale. La carta del mondo mentalmente e
culturalmente concepita e vista dalla popolazione e dai dirigenti dei
paesi ricchi del Nord — Giapponesi, Nord Americani, Europei
occidentali —, così come dalle classi ricche dei paesi poveri del
Sud, è una carta deformata. Essi hanno l’impressione e sono convinti
che il mondo è sempre più piccolo ed unificato attorno al polo dei
paesi dei luoghi ricchi; pensano che il mondo che conta sul piano
economico, politico e culturale sia costituito dalla triade
America del Nord, Europa Occidentale, Giappone e i "piccoli
draghi" del Sud-Est asiatico. Per essi il maggiore problema
mondiale dei prossimi vent’anni è di sapere chi delle tre regioni
sarà nel 2005 o nel 2010 la potenza leader tecnologica ed economica
mondiale. Saremo noi nuovamente gli Europei se, come si afferma, faremo
fronte unito in quanto Unione Europa, o gli Americani riconquisteranno
in tutti i settori la leadership che hanno perso in certi settori in
favore dei Giapponesi, o saranno questi ultimi ad affermarsi
definitivamente come la potenza mondiale n.1? Il culto della
competitività rende tutto il resto semplice agitazione di periferia.
Piuttosto che di vera mondializzazione è più corretto parlare, per il
momento, di triadizzazione mondiale dell’economia. Le
conseguenze della congiunzione tra valorizzazione predominante delle
tecnologie e mondializzazione triadica dell’economia sotto il dominio
e il governo di un soggetto privato — l’impresa — sono notevoli e
molteplici. Ne discendono tre aspetti che stanno plasmando il corso
della storia:
- le popolazioni del Nord e delle sacche di ricchezza del Sud vivono
in una logica della sopravvivenza in un contesto, considerato
inevitabile, di guerra economica planetaria;
- assistiamo ad una nuova alleanza tra impresa e stato che si
traduce, fra l’altro, nel farsi carico da parte dell’impresa, al
posto dello stato, della definizione dell’interesse pubblico
generale;
- è in corso lo smantellamento del contratto sociale che è stato
alla base dello sviluppo economico, politico e culturale delle
società occidentali, ed assistiamo all’emergenza generalizzata
dell’esclusione sociale su scala mondiale."
(Cfr. R. Petrella, L’economia attuale: una
logica di guerra e di esclusione, in Zamagni S. (a cura), Globalizzare
l’economia, Ecp, Fiesole, 1995, p.120)
Dieci libri per l’approfondimento
- Amoroso, Della Globalizzazione, La Meridiana, Molfetta 1996
- H. Assman, F.J. Hinkeylammert, Idolatria del mercato. Saggio su
economia e teologia, Cittadella, Assisi 1993
- Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Geografia del supermercato
mondiale, EMI, Bologna 1996
- G. Corm, Il nuovo disordine economico mondiale,
Bollati-Boringhieri, Torino 1994
- M. Featherstone (a cura di), Cultura globale: nazionalismo,
globalizzazione e modernità, Seam, Roma 1996
- P. Hirst, G. Thompson, La globalizzazione dell’economia,
Editori Riuniti, Roma 1997
- H. P. Martin, H. Schuman, La trappola della globalizzazione. L’attacco
alla democrazia e al benessere, Edition Raetia, Bolzano 1997
- J. Naisbitt, Il paradosso globale: più cresce l’economia
mondiale, più i piccoli diventano protagonisti, Franco Angeli,
Milano 1996
- T. Spybey, Globalizzazione e società mondiale, Asterios
Editore, Trieste 1997
-
S. Zamagni (a cura), Globalizzare l’economia, ECP, Fiesole
1995
Etiche della mondialitá: 5 proposte
a cura di Antonio Nanni e Claudio Economi
Il vero dramma sta proprio qui: l’economia si
è globalizzata; la comunicazione si è globalizzata; ma non si sono
ancora globalizzate né la politica, né l’etica, né l’educazione.
Presentiamo qui di seguito alcuni interessanti tentativi per l’elaborazione
di un’etica mondiale. Il libro di riferimento è quello curato da
Roberto Mancini e intitolato appunto "Etiche della
mondialità" (Cittadella, Assisi 1996). Ma non solo. Per
ragioni di spazio ci limitiamo a richiamere l’attenzione su 5 autori e
un importante documento del "Parlamento delle religioni
mondiali".
- Hans
Jonas: Solo un’etica del limite ci potrà salvare.
L’opera di Jonas, filosofo tedesco di origine ebraica scomparso
nel 1993, costituisce un punto di vista obbligato per la ricerca
consapevole di una macro-etica dell’umanità.Il suo contributo,
espresso dal libro "Il principio di responsabilità"
del 1979, deriva, essenzialmente, dalla ridefinizione del rapporto tra
ontologia ed etica. Occorre dunque una riflessione filosofica
originale che si confronti con le nuove condizioni e con i nuovi
problemi posti dal potere della tecnologia.
Una nuova etica, dunque, assai diversa da quella sviluppatasi fino ad
oggi e che è stata essenzialmente antropocentrica. Essa aveva a che
fare con "il qui e l’ora", con il breve termine e con gli
spazi immediatamente vicini. Tutto questo – scrive Jonas – deve
mutare. La tecnica moderna "ha introdotto azioni, oggetti e
conseguenze di dimensioni così nuove che l’ambito dell’etica
tradizionale non è più in grado di abbracciarli.
Oggi si impone all’etica una nuova dimensione della responsabilità,
mai prima immaginata.
L’etica tradizionale si rivela oggi debole. Incapace di guardare al
futuro. Lo trascura. Lo rimuove – il futuro – come categoria
lontana, verso il quale non si hanno doveri. L’etica odierna si è
concentrata "sulla qualità morale dell’atto momentaneo
stesso". L’etica nuova deve invece saper guardare lontano,
sapendo costruire il limite – non è un paradosso – all’agire di
oggi.
Se è cambiato il potere dell’uomo deve cambiare il modo di
concepire l’etica.
Oggi la tecnica domina il mondo; si è trasformata "in un
illimitato impulso progressivo della specie, nella sua impresa più
significativa, il cui incessante superarsi e avanzare verso mete
sempre più elevate si è tentati di ravvisare come vocazione dell’uomo
e il cui traguardo di dominio sulle cose e sull’uomo stesso appare
come l’adempimento della sua destinazione".
Oggi, "un oggetto di ordine completamente nuovo, nientemeno
che l’intera biosfera del pianeta, è stato aggiunto al novero delle
cose per cui dobbiamo essere responsabili, in quanto su di esso
abbiamo potere". Dunque l’uomo e la tecnica sono sul banco
degli accusati. E l’uomo è insieme giudice e accusato. L’etica
mette ordine alle azioni degli uomini e regola il potere di agire;
tanto più è necessaria quanto più grandi sono le forze dell’agire
che essa deve regolare. La paura e la minaccia possono favorire la
ricerca di questa nuova etica.
Questa nuova etica è qualcosa di vicino alla responsabilità dei
genitori verso i figli. Il futuro dell’umanità costituisce così il
primo dovere di ogni comportamento collettivo. Ma in esso è
evidentemente e necessariamente incluso, scrive Jonas, "il futuro
della natura in quanto condizione sine-qua-non" e la
responsabilità nei suoi confronti. Il nuovo dovere, la nuova
responsabilità, spingono dunque necessariamente "verso un’etica
della conservazione, della salvaguardia, della prevenzione e non del
progresso e della perfezione". Si torna così al concetto di
limite, di confine da non superare; alla necessità di rallentare,
cercando più equilibrio invece che più crescita, più qualità al
posto di più quantità. Oggi occorre lasciare aperta la porta alla
"possibilità" del domani. Ed uscire dal vicolo cieco – o
dall’imbuto – della crescita per la crescita.
- Raimundo
Panikkar: Non un’etica globale ma un’etica
"condivisa".
Non un’etica "globale", che sarebbe una sorta
di tentazione neocolonialista, ma un’etica dialogica, condivisa,
contemplativa, frutto di un disarmo culturale dell’Occidente e dell’incontro
con le culture e le fedi religiose "altre". È questa, in
sintesi, la proposta di Raimundo Panikkar, teologo e filosofo per
metà spagnolo e per metà indiano, da anni impegnato nel confronto
interreligioso.
Ecco alcuni passaggi tratti da una sua relazione intitolata "Dall’etica
globale all’etica condivisa" (Testo integrale riportato da
"Adista" 26 febbraio 1994).
"La mia tesi si potrebbe così riassumere: non c’è un’etica
globale. E il suo corollario è che non ci può essere, perché se ci
fosse ridurrebbe gli uomini ad una uniformità totale, e l’etica ad
un’etica di deduzione dei principi. L’etica, invece, è qualcosa
di vissuto e non soltanto frutto di una deduzione di principi. Non si
può attuare eticamente costruendo sillogismi e traendone conseguenze.
L’etica è una spinta personale, che viene più dal cuore che dalla
mente. Non è soltanto una deduzione ragionevole di principi sublimi.
Trovare una struttura formale o comune per fondare un’etica è
impossibile. Tutti siamo d’accordo che si deve fare il bene: il
problema comincia quando si vuol delimitare cosa è il bene e cosa è
il male.
Un’etica unica, in un mondo multiculturale e multietnico,
implicherebbe che l’etica in quanto tale è sovra-culturale, e
sovra-religiosa, mentre il fondamento che ogni cultura ed ogni
religione pongono alle rispettive etiche è diverso. Per alcune
culture le differenze tra quelli che noi chiamiamo uomini e gli altri
animali non sono così essenziali. Ragione per cui un’etica mondiale
dovrebbe essere al di sopra di qualsiasi altro fondamento etico che
hanno le diverse culture e le diverse religioni.
Ma ciò coincide con il colonialismo che è, appunto, la credenza
secondo cui è possibile avere, con parametri sufficientemente
depurati e cesellati, una percezione e una soluzione a tutti i
problemi dell’umanità. Dopo le lusinghe coloniali occorre passare
al disarmo di una siffatta cultura che si autoproclama universale e
che pretende anche di fondare un’etica universale.
L’unica forma di etica che abbia qualche forza, oggi, dev’essere
un’etica interculturale. L’imperativo è pragmatico, perché non
è fondato su un "a priori", ma semplicemente sul fatto che
se non ci fosse un’etica alternativa per il mondo attuale si
andrebbe alla mutua distruzione dell’umanità, allo sterminio tra
gli uomini e ai disastri ecologici.
Non ci facciamo illusioni: il mondo, anche politicamente parlando, non
tollererà più per molto tempo queste ingiustizie istituzionalizzate:
e se uno dovrà far ricorso all’incendio dei pozzi di petrolio o al
ricatto atomico, lo farà. Quindi l’imperativo è pragmatico,
perché l’alternativa è la distruzione. Non è l’imperativo a
priori: "perché così deve essere". L’etica non può
essere globale: ma deve essere oggi un’etica accettata nel mondo
attuale e si costituisce soltanto – o si scopre – nel dialogo
interculturale.
E qui ritengo utile tratteggiare un decalogo dell’etica del
dialogo.
Primo: l’altro esiste "per" ciascuno di noi. E l’altro
è il musulmano, l’altro è l’emarginato, l’altro è il marito,
l’altro è il bambino, il mondo ecc. Una specie di superamento
inconscio del solipsismo.
Secondo: l’altro esiste come soggetto e non soltanto come
oggetto. Esiste a sé stante e non mi ha chiesto il permesso di
esistere. Neanche la pietra, gli alberi, gli animali. In altre parole:
non si possono trasformare le pietre in pane.
Terzo: l’altro non è oggetto di conquista, di conversione,
di studi: è (s)oggetto con diritti propri, con lo stesso diritto di
interpellarmi, di interrogarmi, che ho io. La relazione è, quindi,
biunivoca: il dialogo è dialogo perché non è monologo. Non è
soltanto domandare, ma lasciarsi anche interpellare. Per questo c’è
una necessità di ascolto, di umiltà, di uguaglianza.
Quarto: anche se io penso che l’altro (e l’altro può
essere un sistema religioso o culturale) sbaglia, devo entrare in
contatto con lui, altrimenti non c’è dialogo e senza dialogo non c’è
pace.
Quinto: la disposizione a dialogare è il principio etico
supremo. Se ci si nega al dialogo, si finisce con il divorzio, con la
guerra, con la bancarotta, con il disastro.
Sesto: il dialogo deve essere totale. Come dicono gli inglesi:
non c’è niente di "non-negocial". Tutto deve essere messo
sul tappeto, altrimenti non è dialogo dialogale, non è dialogo
umano, è dialogo diplomatico. Si mira a vincere.
Settimo: l’etica è collegata al politico, dipende dal
religioso ed è frutto di una cultura.
Tutto ciò relativizza l’etica, ma la rende concreta ed efficace.
Ottavo: l’etica scaturisce dal dialogo religioso e allo
stesso tempo ne è la sua causa. È un circolo vitale come tutte le
cose ultime.
Nono: nessuno ha il diritto di promulgare un’etica. L’etica
non si promulga. Si scopre. E si scopre nel dialogo.
Inoltre in un contesto mondiale qual è quello di oggi a nessuno viene
riconosciuto il diritto di promulgare un’etica universale ed
assoluta.
Decimo: l’etica contemporanea deve confrontarsi con un
"novum" che non si era mai verificato nella storia: il
"novum" di tanta gente che muore di fame, di sete, di
stenti, di violenza. E che attende una redenzione concreta: non
annuncio di principî etici, ma un comportamento operativamente
salvifico, purificato di ogni pretesa messianica".
- Edgar
Morin: Abitare la terra come patria
Edgar Morin propone un’impostazione proceduralista, cioè
una prospettiva concentrata sulla possibilità di una svolta
antropologico-politica.
Infatti, sin dagli anni sessanta, la sua riflessione si è
incentrata sulla produzione di saggi dedicati al metodo della
conoscenza, al pensiero della complessità e alle sue implicazioni
antropologiche. In sostanza Morin ha inteso superare il mito della
chiarificazione e dunque della semplificazione totale dell’universo
abbracciando invece la coscienza della sua multidimensionalità.
Nel libro "Terra-Patria", scritto insieme a
Brigitte Kern e pubblicato in Francia nel 1993, il filosofo sostiene
che non si può pretendere di concepire il globale attraverso un
sapere specialistico e settorializzato, che avrebbe lo scopo di
semplificare l’universo tenendolo perciò sotto controllo, ma
invece attraverso una rivoluzione culturale che conduca dal pensiero
del semplice al pensiero del complesso.
"Più i problemi diventano multidimensionali, più c’è
incapacità di pensare la crisi, più progredisce l’incapacità di
pensare la crisi; più i problemi diventano planetari, più
diventano impensati. Invece di considerare il contesto e il
complesso planetario, l’intelligenza cieca rende incoscienti e
irresponsabili".
In altri termini, l’etica di una "Terra come patria",
unica e comune, non si fonda sulla razionalizzazione, che è
"cieca" e rende impossibile comprendere i problemi
attuali; pertanto più aumenta il modello razionalizzatore, oggi
prevalente, più, paradossalmente, aumenta l’incoscienza, cioè l’incapacità
di cogliere il contesto planetario in tutte le sue urgenti
problematiche. In sintesi: "La razionalità autentica deve
avere infatti le caratteristiche dell’apertura e della
dialogicità. Deve inoltre saper comprendere la sfera dell’affettività
e dell’irrazionalità, divenendo consapevole del grado di
incertezza presente in ogni sua analisi e mantenendosi aperta al
mistero della vita: il fine della conoscenza è quello di
partecipare a un dialogo con l’universo".
In tale prospettiva, secondo Morin, l’Europa dovrebbe liberarsi di
qualsiasi pretesa egemonica e portare il suo contributo di
democrazia politica alla nascita di una nuova mondialità
In sintesi il sociologo ravvisa nell’epoca della complessità l’opportunità
di un’inedita pienezza umana in quanto solo ora siamo in grado di
cogliere la ricchezza del reale, la natura dialogica della relazione
uomo-mondo, il pluralismo delle interpretazioni, inteso come
espressione di maturità.
In ciò è l’unica salvezza che è data all’uomo, il quale,
anziché nell’immortalità, è chiamato a sperare e a lottare per
un mondo migliore, qui, su questa terra: "Dobbiamo coltivare il
nostro giardino terrestre, il che vuol dire civilizzare la terra. Il
vangelo degli uomini perduti della Terra-Patria ci dice: dobbiamo
essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo
perduti".
-
Emmanuel
Lévinas: L’etica del volto. Mai senza l’altro
La proposta di E. Lévinas, filosofo ebraico scomparso nel
1995, pone in evidenza come l’etica non possa essere fondata, in
quanto essa avrebbe in sé il fondamento della stessa esperienza
umana: dell’essere, dell’agire, del sapere.
Il filosofo, denunciando l’idea dell’ecologia e della totalità,
ha posto in risalto i loro esatti contrari: l’alterità della
proprietà del "TU" e l’infinito.
Lévinas tenta di individuare una nuova fonte di senso che, non solo
trascenda ogni totalizzazione, ma emerga soprattutto per l’appello
etico che proviene dal primato assoluto dell’altro, dal suo
"volto".
A tal riguardo, così, si esprime: "Ogni relazione sociale, al
pari di una derivata, risale alla presentazione dell’Altro a
Medesimo, senza nessuna mediazione di immagini o di segni, ma grazie
alla sola espressione del volto […]. Il fatto che tutti gli uomini
siano fratelli non è spiegato dalla loro somiglianza – né da una
causa comune di cui sarebbe l’effetto come succede per le medaglie
che rinviano allo stesso che le ha battute […]. Il fatto
originario della fraternità è costituito dalla mia responsabilità
di fronte a un volto che mi guarda come assolutamente estraneo – e
l’epifania del volto coincide con questi due momenti".
Il volto per Lévinas è appello, domanda, enigma ma soprattutto
visitazione. L’irruzione del volto dell’altro sconvolge l’egoismo
dell’io. Come spiega Emilio Baccarini:
"L’io perde la sua sovrana coincidenza con sé, la sua
identificazione in cui la coscienza ritorna trionfalmente a sé per
appagarsi di se stessa. Dinanzi all’esigenza di altri, l’io
viene espulso da questo riposo, senza identificarsi con la coscienza
che già si vanta in questo esilio".
La parola "io" significa "eccomi", rispondente
di tutto e di tutti… La responsabilità dell’io per ciò che l’io
non aveva voluto, cioè per gli altri".
Per Lévinas "etica" non è un atteggiamento morale
(volontario) del soggetto, ma la struttura originaria, metafisica: l’io,
il soggetto nasce strutturato "l’un per l’altro". L’io
è capace per-l’altro, in quanto è l’uno per l’altro, in
quanto è già, fin dall’inizio, implicato in un rapporto etico.
"L’etica, al di là della visione e della certezza, delinea
la struttura dell’esteriorità come tale. La morale non è un ramo
della filosofia, ma la filosofia prima".
- Giuliano
Pontara: etica e generazioni future. Tre esempi per capire
Veramente le nostre azioni hanno il potere di condizionare
la vita di chi verrà dopo di noi? Ecco la risposta di Giuliano
Pontara, docente presso l’Università di Stoccolma, nel suo libro "Etica
e generazioni future" (Laterza, Roma-Bari 1995).
"Vediamo alcuni esempi di azioni che hanno avuto un impatto
estremamente negativo su generazioni successive.
Si prenda, come primo esempio, il graduale e sempre più intenso
disboscamento che nel corso dei secoli si è verificato nell’Italia
centro-meridionale. È opinione largamente condivisa che esso abbia
avuto come conseguenza vasti fenomeni di erosione, inondazioni,
impaludimento delle zone costiere, fenomeni i quali, a loro volta,
hanno influito in modo sempre più negativo sulla salute ed il
tenore di vita di vaste masse di popolazione appartenenti a molte
generazioni.
Un altro, più vistoso esempio, è la politica coloniale dei paesi
occidentali dal ‘500 in poi: tra le sue conseguenze più funeste
sono generalmente annoverate la distruzione di grandi culture, l’introduzione
dello schiavismo su vasta scala e con ciò, di nuovo, conseguenze
estremamente negative per masse di persone appartenenti ad un gran
numero di generazioni.
Un ulteriore, più recente, esempio è quello costituito dalle
esplosioni nucleari sperimentali, susseguitesi dal ’44 in poi:
quantunque le stime dei danni da esse prodotte varino, gli
scienziati competenti sono generalmente d’accordo che esse hanno
causato un aumento di cancro e di danni genetici che si protrarrà
per diverse generazioni a venire. E, secondo recenti stime della
World Health Organization, l’"incidente" di Cernobyl,
nel 1986, sta causando e continuerà a causare tra i bambini dell’Ucraina
e della Bielorussia un forte aumento di cancro alla tiroide".
- Il
punto centrale è la trasformazione della coscienza umana.
Il 4 settembre 1993 a Chicago, al termine dell’incontro
del "Parlamento delle Religioni Mondiali" Circa 250 leader
religiosi di ogni parte del mondo hanno approvato una dichiarazione
intitolata "Verso un’etica globale". Il documento,
elaborato in buona parte da Hans Küng e poi sottoscritto, tra gli
altri, dal card. Joseph Bernardin di Chicago, dal Dalai Lama e dai
rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra,
vuole essere un "punto di inizio" nella ricerca di un’etica
interreligiosa comune. Riprendiamo la parte conclusiva del
documento.
"L’esperienza storica dimostra questo: la Terra non può
essere cambiata in meglio se non perseguiamo una trasformazione
nella coscienza degli individui e nella vita pubblica. Le
possibilità di trasformazione sono state già intraviste in ambiti
come quello della guerra e della pace, dell’economia, dell’ecologia,
in cui negli ultimi decenni si sono avuti cambiamenti fondamentali.
Questa trasformazione deve essere ancora conseguita nel campo dell’etica
e dei valori!
Ciascun individuo ha una dignità intrinseca e dei diritti
inalienabili, e ciascuno ha anche una ineluttabile responsabilità
per ciò che lei o lui fanno o non fanno. Tutte le nostre decisioni
e le nostre azioni, persino le nostre omissioni ed i nostri errori,
hanno delle conseguenze.
Mantenere vivo questo senso di responsabilità, approfondirlo e
trasmetterlo alle future generazioni è il compito speciale delle
religioni.
Noi siamo realisti su ciò che abbiamo raggiunto in questo consenso,
e perciò esortiamo a che si tenga presente quanto segue:
- Un consenso universale su alcune questioni etiche discusse (dalla
bioetica e dall’etica sessuale, attraverso i mass-media e l’etica
scientifica all’etica economica e politica) sarà difficile da
raggiungere. Tuttavia, persino per alcune questioni controverse
occorre raggiungere soluzioni appropriate nello spirito dei principi
fondamentali che noi qui abbiamo congiuntamente sviluppato.
- In diversi campi della vita una nuova coscienza di responsabilità
etica è già emersa. Perciò ci piacerebbe se più professioni
possibili, come quelle dei fisici, degli scienziati, degli uomini d’affari,
dei giornalisti e politici, volessero sviluppare un aggiornamento
dei codici deontologici che possono fornire specifiche linee guida
per le questioni oggetto di dibattito, in riferimento a queste
particolari professioni.
- Soprattutto, esortiamo le varie comunità di fede a formulare le
loro etiche veramente specifiche. Che cosa ciascuna tradizione ha da
dire, per esempio, sul significato della vita e della morte, sulla
sopportazione della sofferenza, sul perdono della colpa, sul
sacrificio altruistico e sulla necessità della rinuncia, sulla
compassione e la gioia. Queste approfondiranno e renderanno più
specifica l’etica globale che già viene individuata.
In conclusione, facciamo appello a tutti gli abitanti di questo
pianeta. La Terra non può essere cambiata in meglio se non cambia la
coscienza degli individui. Noi ci impegniamo a lavorare per una tale
trasformazione nella coscienza individuale e collettiva, per il
risveglio della nostra forza spirituale attraverso la riflessione, la
meditazione, la preghiera o il pensiero positivo per una conversione del
cuore. Insieme possiamo smuovere le montagne! Senza una volontà di
assumere dei rischi ed una disponibilità al sacrificio, non ci può
essere nessun fondamentale cambiamento nella nostra situazione! Ci
impegniamo quindi per un’etica globale comune, per una migliore
comprensione reciproca, così come anche per modi di vivere socialmente
buoni, promotori di pace e rispettosi della Terra.
Invitiamo tutti gli uomini e le donne, credenti e non credenti a fare la
stessa cosa".
Tredici libri per l’approfondimento
- Apel K.O., Etica della comunicazione, Jaca Book, Milano 1992
- Bori P.C., Per un consenso etico delle culture, Marietti,
Genova 1991
- Jonas H., Il principio di responsabilità. Un’etica per la
civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1993
- Kung H., Progetto per un’etica mondiale, Rizzoli, Milano
1991
- Lévinas E., L’etica come filosofia prima, Guerini, Milano
1989
- Mancini R. (e altri), Etiche della mondialità, Cittadella,
Assisi 1996
- Morin E. – Kern B., Terra-Patria, Ed. R. Cortina, Milano
1994
- Panikkar R., Ecosofia: la nuova saggezza. Per una spiritualità
della Terra, Cittadella, Assisi 1993
- Pinto De Oliveira C. J., La dimensione mondiale dell’etica,
Dehoniane, Bologna 1986
- Pontara G., Etica e generazioni future, Laterza, Roma-Bari
1995
- Sen A., Etica ed economia, Laterza, Roma-Bari 1988
- Todorov T., Le morali della storia, Einaudi, Torino 1995
- Viano C. A. (a cura), Teorie
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