GLI ARMAMENTI NEL MONDO

      

dal sito www.volint.it

  

     

Armamenti: la situazione internazionale

Definizione di armi leggere

Le vendite italiane di armi leggere

Allarme armi leggere!

Geografia delle esportazioni di armi italiane

La legge e la Costituzione italiana

I regolamenti internazionali

Rapporto Sipri 2009 (da www.unimondo.org )

Il commercio internazionale (da www.unimondo.org )

 

          

        

Armamenti: la situazione internazionale

Le spese militari globali sono diminuite del 40% nell'ultimo decennio del XX secolo.
Questo grazie alla riduzione delle forze della Nato dopo la fine della Guerra fredda, cui è comunque destinata la maggior parte dei 750 miliardi di dollari che il mondo spende in armi ogni anno. Questa cifra è cinque volte il debito dei 40 paesi più poveri. La cattiva notizia è che il commercio di armi pesanti si sta spostando sempre più verso Sud, in particolare verso i paesi asiatici. La Thailandia ha incrementato le sue spese militari del 26% nel solo 1996, lo Sri Lanka ancora di più.
L'attenzione sulle vendite di armi pesanti, più consistenti, fa passare in secondo piano il commercio di quelle leggere che provocano oltre il 90% delle vittime dei conflitti. In Mozambico, durante la guerra civile che ha fatto un milione di morti e 5 milioni di profughi, sono entrati oltre 1.5 milioni di fucili d'assalto AK-47. Le armi leggere sono difficili da controllare e spesso vengono rivendute da un conflitto all'altro, portando ad una crescente militarizzazione del pianeta.
 
Uno dei miti che ancora resistono è quello per cui il commercio delle armi è importante per l'economia dei paesi produttori. In realtà, i contribuenti sovvenzionano pesantemente il settore (tremila miliardi di lire nella sola Gran Bretagna) e, nonostante questo, l'industria continua a perdere migliaia di posti di lavoro ogni anno.
Viste da questa prospettiva, le strategie di conversione delle fabbriche di armi alle produzioni civili sono qualcosa di più di una semplice esigenza etica per una moderna versione del trasformare le spade in aratri. Aziende statunitensi del settore hanno cominciato a produrre con successo mountain bikes a partire dai materiali per missili ed aerei.
Per gli acquirenti, i costi sono più visibili. I governi destinano regolarmente porzioni consistenti di magri bilanci statali alle spese militari, tagliando sugli investimenti in servizi e misure di sostegno alla popolazione povera. India e Pakistan spendono ciascuno 20 miliardi di dollari l'anno per la difesa ed entrambi hanno sei volte più militari che dottori. Il Sudan ha dilapidato un terzo del suo Prodotto interno lordo in spese militari. E quando questi governi usano gli stessi fucili per violare i diritti umani della loro stessa popolazione, lo scandalo è ancora maggiore.
L’importazione di armi rappresenta un notevole aggravio per la situazione socio-economica di molti paesi. Ogni dollaro speso in armi è sottratto all’educazione, alla salute ed allo sviluppo sostenibile, oltre ad aggiungersi al deficit della bilancia commerciale. D’altra parte, l’esportazione di armi è un grosso affare per molti paesi, specialmente del Nord del mondo.

     

Definizione di armi leggere

         

Con il termine " armi leggere " si fa riferimento a tutte le armi incluse nella definizione adottata da un gruppo di esperti convocati dalle Nazioni Unite nel 1997: "sono armi leggere e piccole armi quelle che possono essere trasportate facilmente da una persona, da un gruppo di persone, a trazione animale o con veicoli leggeri".

Gli esperti hanno individuato tre categorie di armi piccole e leggere, collettive e individuali "fabbricate con caratteristiche militari per essere usate come strumenti letali di guerra":

        

Le vendite italiane di armi leggere

          

L’Italia è il terzo esportatore mondiale di armi leggere. L’industria nazionale del settore, pur considerando le stime incomplete, in particolare per quel che riguarda le armi russe e cinesi, non perde posti nella classifica ’98 delle vendite e rimane uno dei maggiori produttori. Un mercato importante dunque, ma assolutamente fuori controllo.

Nel 1998 sono state effettuate esportazioni per un ammontare di 1.935 miliardi di lire (il 30% in più rispetto al 1997), e sono state rilasciate autorizzazioni per un totale di 2.127 miliardi lire (il 16% in più rispetto al1997).

Le vendite di pistole, fucili, munizioni ed esplosivi sono quasi sparite dalla Relazione sul commercio di armamenti che il Governo italiano è tenuto a presentare ogni anno al Parlamento. Le esportazioni di questi strumenti di morte sono classificate per la stragrande maggioranza sotto la voce "armi civili", vale a dire armi comuni da sparo, da caccia o da tiro sportivo. Così pure gli esplosivi, esportati ufficialmente "per uso industriale".

 

Non è esercitato alcun controllo governativo su tali trasferimenti, né è monitorato l’utilizzo di questo materiale una volta che ha lasciato l’Italia. Non c’è alcuna garanzia che i destinatari di queste armi non le riesportino o le usino per scopi "non civili". E, analizzando i dati ISTAT del commercio con l’estero, vediamo che ingenti quantitativi di armi leggere prodotte in Italia sono finiti in paesi in cui la pace esiste solo nominalmente, in cui la repressione e la guerra civile sono il pane quotidiano delle popolazioni, e il kalashnikov è l’unico mezzo di sostentamento offerto ai bambini.

I maggiori importatori di armi italiane sono stati i Paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale. Le esportazioni verso la regione compresa tra il Marocco e l’Arabia Saudita raggiungono i 643 miliardi di lire (35% del totale) di autorizzazioni. Il Medio Oriente, insieme al Sud-Est asiatico, sono le regioni che trainano la domanda internazionale di armamenti negli anni Novanta, le uniche caratterizzate da una crescita delle spese militari e delle importazioni di materiale bellico dopo la fine del bipolarismo. I Paesi del Medio Oriente spendono in media per la difesa il 7/8% del prodotto interno lordo, una delle percentuali più alte a livello mondiale. Nella regione mediorientale abbiamo assistito nel 1999 ad un aumento delle importazioni pari al 36% rispetto al 1998.

     

     

Allarme armi leggere!

        

Nel maggio 1999 oltre 200 ONG hanno dato vita all’International Action Network on Small Arms (IANSA). Lo scopo di IANSA è combattere la proliferazione e l’uso indiscriminato di armi leggere.

La crescente disponibilità di armi leggere favorisce il ricorso della violenza a tutti i livelli sociali ed in contesti diversificati, minacciando l’unità ed il benessere di molte società. Sono armi di piccolo calibro, ma il loro impatto è devastante. Il possesso di diversi tipi di armi leggere è diffuso in molti paesi, allargandosi ben al di là degli eserciti e delle forze di polizia per raggiungere gruppi di opposizione, forze di sicurezza privata, vigilantes e singoli cittadini. Tale diffusione innesca in molte società una spirale di violenza che a sua volta aumenta la domanda di armi da fuoco. Differenti cause originano differenti forme di violenza: la violenza politica che oppone i governi a milizie rivoluzionarie che combattono per rovesciarli o per ottenere l’indipendenza, la violenza all’interno delle comunità, che coinvolge diversi gruppi etnici o religiosi o basati su identità specifiche, la violenza criminale, che coinvolge trafficanti di droga, gruppi del crimine organizzato e microcriminalità. E in molti paesi anche i cittadini acquistano sempre più armi da fuoco a scopo di autodifesa.

Documenti delle Nazioni Unite allertano sull’incontrollabile diffusione delle armi leggere. Nel mondo sarebbero in circolazione almeno 500 milioni di pezzi. Gli arsenali, alimentati da una produzione che ammonta a decine di milioni di armi l’anno, continuano ad ingrossarsi. Il mercato premia con un aumento annuale globale del fatturato del 10%. Ma quali sono le ragioni di questo ‘successo’?

Sono le armi privilegiate in tutti i conflitti contemporanei, dove il 90% delle vittime sono civili. I guerriglieri che vediamo nelle immagini televisive imbracciano pistole, carabine, fucili d’assalto, bombe a mano, mitragliatrici, mortai, lanciagranate, bazooka, lanciamissili terra-aria.

Nella prima metà degli anni 90 almeno 3,2 milioni di persone sono morte per cause collegate alla guerra.

Nonostante le armi leggere siano oggi riconosciute da tutti come il nuovo flagello dell’umanità, non ci sono norme internazionali o standard sulle armi leggere. La loro produzione, il commercio e il possesso sono tuttora non controllati e regolati. Le Nazioni Unite hanno individuato questo fenomeno come una vera e propria emergenza: per questo hanno indetto una Conferenza internazionale prevista per la primavera del 2001 sul mercato illegale delle armi leggere. Il Segretario generale dell’ONU Kofi Annan ha sottolineato come l’impegno contro le piccole armi e "una sfida chiave per prevenire i conflitti nel prossimo secolo".

    

    

Geografia delle esportazioni di armi italiane

         

L’Italia, secondo i dati di Amnesty International, ha effettuato consegne di armi per un valore di 1.715 miliardi a Paesi quali l’Eritrea (nonostante fosse in guerra con l’Etiopia), all’India e al Pakistan (in guerra tra loro), all’Algeria, alla Turchia e alla Colombia (i cui governi centrali fronteggiano opposizioni armate ed i cui corpi di sicurezza e polizia non brillano certamente per il rispetto dei diritti umani). Ancora più preoccupante si presenta il futuro, in quanto sempre nel 1999 sono state concesse autorizzazioni all’esportazione per un valore di 2.596 miliardi: ben il 41,22% in più rispetto all’anno precedente!

Nel teatro di guerra dei Balcani, il conflitto più vicino ai nostri confini, le armi italiane avevano fatto la loro comparsa già all’inizio degli anni ‘90. E neppure l’embargo delle Nazioni Unite ha evitato che esportazioni di armi "comuni da sparo " finissero nella martoriata ex Jugoslavia. In Croazia, nel ‘98, sono arrivate dall’Italia munizioni, pistole ed equipaggiamenti antisommossa per più di 200 milioni di lire. Tra il ‘96 e il ‘98, stando ai dati ISTAT sul commercio estero, l’Italia ha venduto a Belgrado 125.000 dollari di armi leggere, tra cui fucili a canna rigata, micidiali nelle mani dei cecchini. Nel ’98, alla Bosnia Erzegovina sono state vendute cartucce per fucili a canna rigata per più di 53 milioni di lire, alla Slovenia rivoltelle, pistole e fucili da caccia a canna rigata per circa 90 milioni di lire.

Alle porte dell’Europa, la Turchia è, da alcuni anni, il secondo importatore mondiale di armi leggere italiane malgrado le preoccupazioni per le esecuzioni extragiudiziali e le "sparizioni", gli arresti indiscriminati e soprattutto il conflitto, che dura da quattordici anni, tra le forze governative e frange del Partito dei lavoratori curdi (PKK), in sei province a sud est del Paese. Amnesty International è intervenuta nel ‘96 per chiedere il blocco delle vendite di fucili d’assalto, strumenti per elettroshock, blindati ed elicotteri, a causa degli omicidi extragiudiziali e degli attacchi indiscriminati sui villagi curdi. Nel ‘96 sono state vendute 3.324 pistole per un ammontare di 1,9 miliardi e 9,6 tonnellate di munizioni e proiettili (300 milioni di lire). Nel ’97, circa 3.500 pistole per un valore di 1,8 miliardi e circa sette tonnellate di munizioni (200 milioni).
In Africa, pistole, fucili ed esplosivi di fabbricazione italiana sono finiti verso paesi lacerati da lunghe guerre civili e in cui la situazione dei diritti umani è critica da anni. Paesi che sono le più tristi testimonianze della devastazione provocata dall’abbondanza e dall’uso indiscriminato di armil eggere.

I Paesi dell’area mediterranea hanno importato una significativa quantità di armi italiane. Il Marocco ha acquistato 807 pistole (600 milioni di lire) nel 1996 e altre 250 per 200 milioni di lire nei primi mesi del ‘97. In Tunisia, nel 1993, sono state esportate, secondo la Relazione governativa, 1023 pistole calibro nove per un ammontare di un centinaio di milioni. L’Algeria, sconvolta dalla guerra civile, ha importato 250.000 cartucce nel ’93, 6050 pistole per 2 miliardi e mezzo nel ‘96, 9000 pistole per più di 4 miliardi nel ’97 e pezzi di ricambio per armi leggere nel ‘98.

Nell’area del Corno d’Africa, in cui si cerca di attuare una moratoria sulle armi leggere, l’Italia è un importante fornitore. Negli anni ‘93-’97 è il principale esportatore (1.6 milioni di dollari) di armi leggere ed esplosivi in Sierra Leone, dove le Nazioni Unite hanno imposto un embargo nell’ottobre 1997. Nel ‘97 sono arrivati 1.600.000 bossoli per fucili. Tra il ’97 e il ’98 sono stati esportati 70.000 dollari di armi e 34 mila di esplosivi e detonatori "per uso industriale". Nessuna di queste esportazioni è indicata dalla Relazione Annuale. Eppure armi di fabbricazione italiana, secondo alcune testimonianze, sono sia accumulate in depositi dell’esercito governativo che nascoste casa per casa. E sono state viste persino nelle mani dei bambini soldato che combattono nel Paese.

Alla Burkina Faso, che appoggia i ribelli del FUR, sono state vendute pistole italiane per 87.000 dollari nel ’97 e per 22.000 dollari nella prima metà del ‘98. In Guinea, infine, sono arrivate 450 tonnellate di esplosivi e detonatori.

Nella regione dei Grandi Laghi, malgrado la valanga di prove delle massicce violazioni dei diritti umani commessi da tutte le parti in conflitto, sono stati effettuati trasferimenti di armi, equipaggiamenti, addestramento e personale. Gli armamenti degli aggressori, venduti da commercianti dell’Europa occidentale, comprendevano di tutto, dalle armi leggere a gli elicotteri militari.

Le armi leggere sono usate ogni anno per uccidere 150.000 donne, uomini e bambini. Ciò non deve più accadere! Bisogna dare alle popolazioni una sicurezza che non dipenda dal possesso di un’arma e impedire che queste armi non cadano nelle mani sbagliate.

    

     

La legge e la Costituzione italiana

         

In Italia esiste un’ottima legge sul commercio delle armi. Ciò che rende innovativa la legge 185/90 sono le misure di trasparenza e i divieti di esportazione di armamenti espressi nell’art. 1, comma 6:

Per l’importanza che attribuisce al rispetto e alla promozione dei diritti umani, alla prevenzione dei conflitti e per le formulazioni avanzate dei divieti, la legge italiana rappresenta un modello nel panorama internazionale, che tuttavia in dieci anni di applicazione, è stato disatteso sotto diversi aspetti. La 185 è stata aggirata attraverso un susseguirsi di atti regolamentari e da una tendenza interpretativa sempre più riduttiva, che stanno svuotando la disciplina.
Sono state sottratte, infatti, all’applicazione di questa legge la maggior parte delle armi leggere classificate come "civili" e sono finite in Sierra Leone e nella ex Jugoslavia malgrado gli embarghi delle Nazioni Unite.

Inoltre, il 29 dicembre 1999, il Consiglio dei ministri ha firmato un disegno di legge per la modifica della 185 che svuota di fatto tutti i principi finora sanciti. Un disegno di legge che mira a sottrarre dall’applicazione della 185 le coproduzioni industriali di materiali d’armamento con paesi membri dell’UE, dell’Unione Europea occidentale e della NATO: queste coproduzioni verrebbero regolate esclusivamente da specifici accordi intergovernativi. I vari pezzi e componenti d’arma fabbricati in Italia sarebbero quindi esportati sotto la responsabilità dei partners che li hanno assemblati, in assenza di una regolamentazione internazionale adeguata e con il solo ausilio del codice di condotta europeo non vincolante, lacunoso in molti aspetti e meno restrittivo della 185. Stando così le cose vi è il grave rischio di consegnare armi e soprattutto conoscenze tecnologiche a paesi instabili che non danno alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani o che potrebbero riesportarle a terzi destinatari verso cui, dall’Italia, non sarebbe possibile il trasferimento.

Per salvaguardare "la riservatezza commerciale delle imprese" il Governo ha diminuito la quantità e la qualità delle informazioni contenute nella Relazione Annuale alle Camere e, di conseguenza, il ruolo di controllo e indirizzo del Parlamento. Non è più possibile incrociare i dati relativi alle armi vendute coi Paesi destinatari e, quindi, sapere con esattezza cosa si è esportato e a chi.

Una delibera restrittiva ha affidato l’accertamento delle violazioni dei diritti umani (che fa scattare automaticamente il divieto dell’art.1) solo ad organi delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea che si sono dimostrati inappropriati e non particolarmente attivi nell’infliggere condanne. Inoltre il Ministero degli Esteri valuta discrezionalmente "il grado di tensione" del conflitto o la misura della "latente conflittualità" e quindi decide, di volta in volta, quali tipi di armamento tollera la guerra in corso.

E’ necessario, inoltre, recuperare i valori della carta costituzionale; cioè pensare ad una politica di Difesa o meglio di Pace che non sia impostata sul concetto di sicurezza come tutela di interessi particolari, ma sulla promozione e salvaguardia dei principi della solidarietà e cooperazione interna ed internazionale.

L'opzione internazionalista e pacifista dei nostri costituenti, sviluppata in tre scelte di fondo: il ripudio della guerra (art.11), il rispetto del diritto internazionale (art.10) e la disponibilità dello Stato a partecipare ad organizzazioni internazionali aventi come scopo la pace e la giustizia tra le nazioni (art.11), può trovare una piena espressione solo adottando un modello di difesa che ponga tali principi come basi.

    

       

I regolamenti internazionali

             

Subito dopo la guerra del golfo, nel 1991, è stato creato il Registro ONU delle Armi Convenzionali. Ogni Stato che ha aderito deve comunicare annualmente le vendite e le importazioni di grandi sistemi d’arma (carri armati, aerei, navi da guerra...). Tuttavia il Registro ONU non obbliga gli Stati a dichiarazioni complete e veritiere e molti Paesi, in particolare quelli dell’area del Medio Oriente (tra cui l’Arabia Saudita), non hanno aderito. Inoltre, questo strumento non contempla le armi leggere, perciò molti Stati, rilevando tale anomalia, hanno chiesto l’estensione a tali equipaggiamenti: questo sarà uno degli obiettivi della "Conferenza ONU sul traffico di armi in tutti i suoi aspetti" del 2001. Un rappresentante del Ministero della Difesa ha espresso nelle settimane passate il suo scetticismo sulle possibilità di raggiungere questo obiettivo fondamentale, per cui dovremo, anche a livello nazionale, premere molto su questo argomento per indirizzare la posizione del nostro Governo.

Un importante passo in avanti è stato compiuto con l’adozione nel 1998 del Codice di Condotta dell’Unione Europea sulle Esportazioni di Armi. Lo scorso ottobre è stato reso pubblico il primo Rapporto Consolidato, seppur molto scarno, sui trasferimenti di armi. E’ importante che sia stato reso pubblico (non era obbligatorio) e che contenga un minimo di informazioni sulle consultazioni che avvengono quando uno Stato vuole autorizzare un’esportazione negata da un altro partner europeo, e sui dinieghi.

Sempre a livello internazionale dobbiamo sottolineare che Amnesty International supporta il progetto di un Codice di Condotta Internazionale sui Trasferimenti di Armi presentato da 18 premi Nobel per la pace. Questo prevede che i trasferimenti di tutte le armi, incluse le armi leggere, non debbano essere consentiti se lo Stato importatore non rispetta uno degli otto principi, che prevedono, tra l’altro, il rispetto dei diritti umani, del diritto umanitario internazionale e la promozione dello sviluppo umano.

Tutti questi strumenti sono complementari tra loro, ma necessitano di essere migliorati nelle lacune, applicati rigorosamente, armonizzati, estesi a tutti gli Stati e a tutte le categorie di armi, e, soprattutto, resi obbligatori.

       

        

Sipri: nel 2008 l'Italia ottava per spese militari e nell'export di armi

Con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l'Italia mantiene anche nel 2008 l'ottavo posto nel mondo per spese militari: lo si apprende dal Sipri Yearbook 2009 (sommario in .pdf), l'annuale rapporto reso noto ieri dall'autorevole Istituto di ricerche di Stoccolma. L'incremento del budget militare nazionale è dell'1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto perchè la spesa pro-capite del nostro paese è di 689 dollari, una delle maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga quella Germania (568 dollari) e da diversi anni anche quella di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari).

L'Italia ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina - i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna (65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8 miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone (46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al 2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari (il 2,1%).

Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre 1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti (era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così la nuova cifra record dagli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.

     

La differenza tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320 miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più 174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America (più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del 56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007 e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.

A parte l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare - afferma il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" - segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e in Iraq sono costate agli Stati Uniti circa 903 miliardi di dollari.

           

      

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE DI ARMAMENTI

Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti, nonostante una flessione nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di 22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento convenzionale". Va però notato che il "valore finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre 51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati. La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (col 31% del totale) e Russia (il 25%) rimangono i principali esportatori mondiali di armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del volume di trasferimenti di armi convenzionali e sono stati i primi cinque esportatori mondiali sin dalla fine della Guerra Fredda da quando mantengono nell'insieme i 3/4 dell'export annuale di armamenti.

Tra i maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11% del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio 2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%), Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono "ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel 2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi militari".

Il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e - come riporta il Rapporto della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella in .pdf), un record dall'entrata in vigore della legge 185 che dal 1990 regolamenta la materia.

      

      

I PRINCIPALI PRODUTTORI DI ARMAMENTI

In generale la produzione globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007, anno nel quale le vendite delle cento principali aziende del settore hanno raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11% in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende con sede negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite (nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della produzione mondiale e le industrie di Russia, Giappone, Israele e India hanno assunto il rimanente 8%.

Nel 2007 le dieci principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5 miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9 miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4 miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5 miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3 Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales (9,3 miliardi).

L'azienda italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministero dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di dollari di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Finmeccanica è segnalata dal Sipri anche per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica militare DRS Technologies: "un'operazione del valore di 5,2 miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa continentale" - riporta il Sipri.

Altri importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo", al crescente problema degli sfollati e rifugiati in seguito ai vari conflitti regionali, al controllo del commercio di armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster bomb"), alla proliferazione e al controllo degli armamenti nucleari, chimici e batteriologici e ai diversi embargo internazionali di armamenti.

Giorgio Beretta

      

*Le cifre del commercio internazionale di armamenti sono riviste annualmente dal Sipri e, proprio per i continui aggiornamenti apportati al Arms Trasfer Database, i dati riguardanti i diversi anni non sempre coincidono con quelli offerti precedentemente dal suddetto Database e riportati in precedenti nostri articoli.