Le spese militari globali sono
diminuite del 40% nell'ultimo decennio del XX secolo.
Questo grazie alla riduzione
delle forze della Nato dopo la fine della Guerra fredda, cui è comunque
destinata la maggior parte dei 750 miliardi di dollari che il mondo spende
in armi ogni anno. Questa cifra è cinque volte il debito dei 40 paesi
più poveri. La cattiva notizia è che il commercio di armi pesanti si sta
spostando sempre più verso Sud, in particolare verso i paesi asiatici. La
Thailandia ha incrementato le sue spese militari del 26% nel solo 1996, lo
Sri Lanka ancora di più.
L'attenzione sulle vendite di
armi pesanti, più consistenti, fa passare in secondo piano il commercio
di quelle leggere che provocano oltre il 90% delle vittime dei conflitti.
In Mozambico, durante la guerra civile che ha fatto un milione di morti e
5 milioni di profughi, sono entrati oltre 1.5 milioni di fucili d'assalto
AK-47. Le armi leggere sono difficili da controllare e spesso vengono
rivendute da un conflitto all'altro, portando ad una crescente
militarizzazione del pianeta.
Uno dei miti che ancora
resistono è quello per cui il commercio delle armi è importante per
l'economia dei paesi produttori. In realtà, i contribuenti sovvenzionano
pesantemente il settore (tremila miliardi di lire nella sola Gran
Bretagna) e, nonostante questo, l'industria continua a perdere migliaia di
posti di lavoro ogni anno.
Viste da questa prospettiva,
le strategie di conversione delle fabbriche di armi alle produzioni civili
sono qualcosa di più di una semplice esigenza etica per una moderna
versione del trasformare le spade in aratri. Aziende statunitensi del
settore hanno cominciato a produrre con successo mountain bikes a partire
dai materiali per missili ed aerei.
Per gli acquirenti, i costi
sono più visibili. I governi destinano regolarmente porzioni consistenti
di magri bilanci statali alle spese militari, tagliando sugli investimenti
in servizi e misure di sostegno alla popolazione povera. India e Pakistan
spendono ciascuno 20 miliardi di dollari l'anno per la difesa ed entrambi
hanno sei volte più militari che dottori. Il Sudan ha dilapidato un terzo
del suo Prodotto interno lordo in spese militari. E quando questi governi
usano gli stessi fucili per violare i diritti umani della loro stessa
popolazione, lo scandalo è ancora maggiore.
L’importazione di armi
rappresenta un notevole aggravio per la situazione socio-economica di
molti paesi. Ogni dollaro speso in armi è sottratto all’educazione,
alla salute ed allo sviluppo sostenibile, oltre ad aggiungersi al deficit
della bilancia commerciale. D’altra parte, l’esportazione di armi è
un grosso affare per molti paesi, specialmente del Nord del mondo.
Con il
termine " armi leggere " si fa riferimento a tutte le armi incluse
nella definizione adottata da un gruppo di esperti convocati dalle Nazioni Unite
nel 1997: "sono armi leggere e piccole armi quelle che possono essere
trasportate facilmente da una persona, da un gruppo di persone, a trazione
animale o con veicoli leggeri".
Gli esperti hanno
individuato tre categorie di armi piccole e leggere, collettive e individuali
"fabbricate con caratteristiche militari per essere usate come strumenti
letali di guerra":
Armi di
piccolo calibro in cui sono compresi revolver, pistole,
fucili, carabine, pistole mitragliatrici e mitra.
Armi
leggere che comprendono mitragliatori pesanti, lancia
missili e lancia granate portatili, armi e mortai portatili antiaereo e
antimissile con un calibro di meno di 100 mm.
Munizioni
ed esplosivi usati per le armi e gli armamenti sopra
indicati, comprese le mine antiuomo (già messe al bando in Italia).
L’Italia è il
terzo esportatore mondiale di armi leggere. L’industria nazionale del settore,
pur considerando le stime incomplete, in particolare per quel che riguarda le
armi russe e cinesi, non perde posti nella classifica ’98 delle vendite e
rimane uno dei maggiori produttori. Un mercato importante dunque, ma
assolutamente fuori controllo.
Nel 1998 sono state
effettuate esportazioni per un ammontare di 1.935 miliardi di lire (il 30% in
più rispetto al 1997), e sono state rilasciate autorizzazioni per un totale di 2.127
miliardi lire (il 16% in più rispetto al1997).
Le vendite di pistole, fucili,
munizioni ed esplosivi sono quasi sparite dalla Relazione sul commercio di
armamenti che il Governo italiano è tenuto a presentare ogni anno al
Parlamento. Le esportazioni di questi strumenti di morte sono classificate
per la stragrande maggioranza sotto la voce "armi civili", vale
a dire armi comuni da sparo, da caccia o da tiro sportivo. Così pure gli
esplosivi, esportati ufficialmente "per uso industriale".
Non è esercitato alcun
controllo governativo su tali trasferimenti, né è monitorato l’utilizzo
di questo materiale una volta che ha lasciato l’Italia. Non c’è
alcuna garanzia che i destinatari di queste armi non le riesportino o le
usino per scopi "non civili". E, analizzando i dati ISTAT del
commercio con l’estero, vediamo che ingenti quantitativi di armi leggere
prodotte in Italia sono finiti in paesi in cui la pace esiste solo
nominalmente, in cui la repressione e la guerra civile sono il pane
quotidiano delle popolazioni, e il kalashnikov è l’unico mezzo di
sostentamento offerto ai bambini.
I maggiori
importatori di armi italiane sono stati i Paesi del Medio Oriente e dell’Africa
settentrionale. Le esportazioni verso la regione compresa tra il Marocco e l’Arabia
Saudita raggiungono i 643 miliardi di lire (35% del totale) di autorizzazioni.
Il Medio Oriente, insieme al Sud-Est asiatico, sono le regioni che trainano la
domanda internazionale di armamenti negli anni Novanta, le uniche caratterizzate
da una crescita delle spese militari e delle importazioni di materiale bellico
dopo la fine del bipolarismo. I Paesi del Medio Oriente spendono in media per la
difesa il 7/8% del prodotto interno lordo, una delle percentuali più alte a
livello mondiale. Nella regione mediorientale abbiamo assistito nel 1999 ad un
aumento delle importazioni pari al 36% rispetto al 1998.
Nel maggio 1999
oltre 200 ONG hanno dato vita all’International Action Network on Small Arms
(IANSA). Lo scopo di IANSA è combattere la proliferazione e l’uso
indiscriminato di armi leggere.
La crescente
disponibilità di armi leggere favorisce il ricorso della violenza a tutti i
livelli sociali ed in contesti diversificati, minacciando l’unità ed il
benessere di molte società. Sono armi di piccolo calibro, ma il loro impatto è
devastante. Il possesso di diversi tipi di armi leggere è diffuso in molti
paesi, allargandosi ben al di là degli eserciti e delle forze di polizia per
raggiungere gruppi di opposizione, forze di sicurezza privata, vigilantes
e singoli cittadini. Tale diffusione innesca in molte società una spirale di
violenza che a sua volta aumenta la domanda di armi da fuoco. Differenti cause
originano differenti forme di violenza: la violenza politica che oppone i
governi a milizie rivoluzionarie che combattono per rovesciarli o per ottenere l’indipendenza,
la violenza all’interno delle comunità, che coinvolge diversi gruppi etnici o
religiosi o basati su identità specifiche, la violenza criminale, che coinvolge
trafficanti di droga, gruppi del crimine organizzato e microcriminalità. E in
molti paesi anche i cittadini acquistano sempre più armi da fuoco a scopo di
autodifesa.
Documenti delle
Nazioni Unite allertano sull’incontrollabile diffusione delle armi leggere.
Nel mondo sarebbero in circolazione almeno 500 milioni di pezzi. Gli arsenali,
alimentati da una produzione che ammonta a decine di milioni di armi l’anno,
continuano ad ingrossarsi. Il mercato premia con un aumento annuale globale del
fatturato del 10%. Ma quali sono le ragioni di questo ‘successo’?
Basso
costo. Il costo relativamente basso consente ingenti
acquisti da parte di gruppi paramilitari. Con soli 50 milioni di dollari
(l’equivalente di un moderno aereo da caccia) è possibile equipaggiare
un piccolo esercito con circa 200.000 fucili d’assalto ai prezzi
correnti di mercato.
Ampia
disponibilità e facile trasporto. Dal 1947 ad oggi sono
stati prodotti oltre 70 milioni di kalashnikov, il simbolo della violenza
di massa a bassa tecnologia.In Mozambico, uno dei Paesi che
possiede il più alto numero di questi fucili, l’Ak-47 è raffigurato
nella bandiera nazionale. Dopo la fine della Guerra fredda, immensi
arsenali sono stati dismessi e le armi sono fluite nelle zone più calde
del pianeta. Le piccole dimensioni ed il peso ridotto di queste armi ne
consentono un facile trasporto attraverso le vie del mercato nero, quasi
impossibile oggi da controllare. Sono facili da nascondere e trasportare
clandestinamente.
Facile
manutenzione. Queste armi a bassa tecnologia richiedono
semplicissimi metodi di manutenzione e pochissimi pezzi di ricambio. Se,
ad esempio, un aereo da caccia F-5 ha circa 60.000 pezzi di ricambio, il
fucile kalashnikov AK-47 ha soltanto 16 parti mobili.
Facile
impiego. Possono essere montate e smontate con tale
facilità da consentirne l’uso anche ai bambini-soldato di 10 anni. I
combattenti delle guerre contemporanee sono sempre più spesso civili
militarmente impreparati. Si calcola che 250.000 ragazzi di età inferiore
ai 18 anni abbiano combattuto in 33 recenti conflitti e che in 26 di
questi ci siano stati combattenti di età inferiore a 15 anni.
Lunga
vita. Dal momento che le armi da fuoco individuali hanno
lunga vita, possono rimanere in circolazione per decenni, alimentando
ininterrottamente un fiorente traffico di armi di seconda mano. Armi
abbandonate al termine di un conflitto civile finiscono sul mercato nero
per poi ricomparire in un altro area di tensione del pianeta.
Sono le armi
privilegiate in tutti i conflitti contemporanei, dove il 90% delle vittime sono
civili. I guerriglieri che vediamo nelle immagini televisive imbracciano
pistole, carabine, fucili d’assalto, bombe a mano, mitragliatrici, mortai,
lanciagranate, bazooka, lanciamissili terra-aria.
Nella prima metà
degli anni 90 almeno 3,2 milioni di persone sono morte per cause collegate alla
guerra.
Nonostante le armi
leggere siano oggi riconosciute da tutti come il nuovo flagello dell’umanità,
non ci sono norme internazionali o standard sulle armi leggere. La loro
produzione, il commercio e il possesso sono tuttora non controllati e regolati.
Le Nazioni Unite hanno individuato questo fenomeno come una vera e propria
emergenza: per questo hanno indetto una Conferenza internazionale prevista per
la primavera del 2001 sul mercato illegale delle armi leggere. Il Segretario
generale dell’ONU Kofi Annan ha sottolineato come l’impegno contro le
piccole armi e "una sfida chiave per prevenire i conflitti nel prossimo
secolo".
L’Italia,
secondo i dati di Amnesty International, ha effettuato consegne di armi per un
valore di 1.715 miliardi a Paesi quali l’Eritrea (nonostante fosse in guerra
con l’Etiopia), all’India e al Pakistan (in guerra tra loro), all’Algeria,
alla Turchia e alla Colombia (i cui governi centrali fronteggiano opposizioni
armate ed i cui corpi di sicurezza e polizia non brillano certamente per il
rispetto dei diritti umani). Ancora più preoccupante si presenta il futuro, in
quanto sempre nel 1999 sono state concesse autorizzazioni all’esportazione per
un valore di 2.596 miliardi: ben il 41,22% in più rispetto all’anno
precedente!
Nel teatro di
guerra dei Balcani, il conflitto più
vicino ai nostri confini, le armi italiane avevano fatto la loro comparsa già
all’inizio degli anni ‘90. E neppure l’embargo delle Nazioni Unite ha
evitato che esportazioni di armi "comuni da sparo " finissero nella
martoriata ex Jugoslavia. In Croazia, nel ‘98, sono arrivate
dall’Italia munizioni, pistole ed equipaggiamenti antisommossa per più di 200
milioni di lire. Tra il ‘96 e il ‘98, stando ai dati ISTAT sul commercio
estero, l’Italia ha venduto a Belgrado 125.000 dollari di armi leggere,
tra cui fucili a canna rigata, micidiali nelle mani dei cecchini. Nel ’98,
alla Bosnia Erzegovina sono state vendute cartucce per fucili a canna
rigata per più di 53 milioni di lire, alla Slovenia rivoltelle, pistole
e fucili da caccia a canna rigata per circa 90 milioni di lire.
Alle porte dell’Europa,
la Turchiaè, da alcuni anni, il
secondo importatore mondiale di armi leggere italiane malgrado le preoccupazioni
per le esecuzioni extragiudiziali e le "sparizioni", gli arresti
indiscriminati e soprattutto il conflitto, che dura da quattordici anni, tra le
forze governative e frange del Partito dei lavoratori curdi (PKK), in sei
province a sud est del Paese. Amnesty International è intervenuta nel ‘96 per
chiedere il blocco delle vendite di fucili d’assalto, strumenti per
elettroshock, blindati ed elicotteri, a causa degli omicidi extragiudiziali e
degli attacchi indiscriminati sui villagi curdi. Nel ‘96 sono state vendute
3.324 pistole per un ammontare di 1,9 miliardi e 9,6 tonnellate di munizioni e
proiettili (300 milioni di lire). Nel ’97, circa 3.500 pistole per un valore
di 1,8 miliardi e circa sette tonnellate di munizioni (200 milioni). In Africa, pistole, fucili ed esplosivi di
fabbricazione italiana sono finiti verso paesi lacerati da lunghe guerre civili
e in cui la situazione dei diritti umani è critica da anni. Paesi che sono le
più tristi testimonianze della devastazione provocata dall’abbondanza e dall’uso
indiscriminato di armil eggere.
I Paesi dell’area
mediterranea hanno importato una significativa quantità di armi italiane. Il Maroccoha acquistato 807 pistole (600 milioni di lire) nel 1996 e altre 250
per 200 milioni di lire nei primi mesi del ‘97. In Tunisia,
nel 1993, sono state esportate, secondo la Relazione governativa, 1023 pistole
calibro nove per un ammontare di un centinaio di milioni. L’Algeria,
sconvolta dalla guerra civile, ha importato 250.000 cartucce nel ’93, 6050
pistole per 2 miliardi e mezzo nel ‘96, 9000 pistole per più di 4 miliardi
nel ’97 e pezzi di ricambio per armi leggere nel ‘98.
Nell’area del Corno
d’Africa, in cui si cerca di attuare una moratoria sulle armi
leggere, l’Italia è un importante fornitore. Negli anni ‘93-’97 è il
principale esportatore (1.6 milioni di dollari) di armi leggere ed esplosivi in Sierra
Leone, dove le Nazioni Unite hanno imposto un embargo nell’ottobre
1997. Nel ‘97 sono arrivati 1.600.000 bossoli per fucili. Tra il ’97 e il
’98 sono stati esportati 70.000 dollari di armi e 34 mila di esplosivi e
detonatori "per uso industriale". Nessuna di queste esportazioni è
indicata dalla Relazione Annuale. Eppure armi di fabbricazione italiana, secondo
alcune testimonianze, sono sia accumulate in depositi dell’esercito
governativo che nascoste casa per casa. E sono state viste persino nelle mani
dei bambini soldato che combattono nel Paese.
Alla Burkina
Faso, che appoggia i ribelli del FUR,sono state vendute
pistole italiane per 87.000 dollari nel ’97 e per 22.000 dollari nella prima
metà del ‘98. In Guinea, infine,
sono arrivate 450 tonnellate di esplosivi e detonatori.
Nella regione dei Grandi
Laghi, malgrado la valanga di prove delle massicce violazioni dei
diritti umani commessi da tutte le parti in conflitto, sono stati effettuati
trasferimenti di armi, equipaggiamenti, addestramento e personale. Gli armamenti
degli aggressori, venduti da commercianti dell’Europa occidentale,
comprendevano di tutto, dalle armi leggere a gli elicotteri militari.
Le armi leggere
sono usate ogni anno per uccidere 150.000 donne, uomini e bambini. Ciò non deve
più accadere! Bisogna dare alle popolazioni una sicurezza che non dipenda dal
possesso di un’arma e impedire che queste armi non cadano nelle mani
sbagliate.
In Italia esiste un’ottima
legge sul commercio delle armi. Ciò che rende innovativa la legge 185/90 sono
le misure di trasparenza e i divieti di esportazione di armamenti espressi nell’art.
1, comma 6:
verso Paesi
in stato di conflitto armato e in contrasto con i principi dell’art. 51
della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza armata;
verso Paesi
la cui politica contrasti con l’art. 11 della Costituzione, quindi,
verso gli Stati che si dimostrino propensi a mettere in atto aggressioni;
verso i Paesi
nei cui confronti sia dichiarato un embargo dalle Nazioni Unite;
verso Paesi i
cui governi siano responsabili di accertate violazioni delle convenzioni
internazionali in materia di diritti dell’uomo;
a Stati che,
ricevendo aiuti dall’Italia, destinino al bilancio militare risorse
eccedenti rispetto alle esigenze di difesa del Paese.
Per l’importanza
che attribuisce al rispetto e alla promozione dei diritti umani, alla
prevenzione dei conflitti e per le formulazioni avanzate dei divieti, la legge
italiana rappresenta un modello nel panorama internazionale, che tuttavia in
dieci anni di applicazione, è stato disatteso sotto diversi aspetti. La 185 è
stata aggirata attraverso un susseguirsi di atti regolamentari e da una tendenza
interpretativa sempre più riduttiva, che stanno svuotando la disciplina.
Sono state sottratte, infatti, all’applicazione di questa legge la maggior
parte delle armi leggere classificate come "civili" e sono finite in
Sierra Leone e nella ex Jugoslavia malgrado gli embarghi delle Nazioni Unite.
Inoltre, il
29 dicembre 1999, il Consiglio dei ministri ha firmato un disegno di legge per
la modifica della 185 che svuota di fatto tutti i principi finora sanciti. Un
disegno di legge che mira a sottrarre dall’applicazione della 185 le
coproduzioni industriali di materiali d’armamento con paesi membri dell’UE,
dell’Unione Europea occidentale e della NATO: queste coproduzioni verrebbero
regolate esclusivamente da specifici accordi intergovernativi. I vari pezzi e
componenti d’arma fabbricati in Italia sarebbero quindi esportati sotto la
responsabilità dei partners che li hanno assemblati, in assenza di una
regolamentazione internazionale adeguata e con il solo ausilio del codice di
condotta europeo non vincolante, lacunoso in molti aspetti e meno restrittivo
della 185. Stando così le cose vi è il grave rischio di consegnare armi e
soprattutto conoscenze tecnologiche a paesi instabili che non danno alcuna
garanzia sul rispetto dei diritti umani o che potrebbero riesportarle a terzi
destinatari verso cui, dall’Italia, non sarebbe possibile il trasferimento.
Per salvaguardare
"la riservatezza commerciale delle imprese" il Governo ha diminuito la
quantità e la qualità delle informazioni contenute nella Relazione Annuale
alle Camere e, di conseguenza, il ruolo di controllo e indirizzo del Parlamento.
Non è più possibile incrociare i dati relativi alle armi vendute coi Paesi
destinatari e, quindi, sapere con esattezza cosa si è esportato e a chi.
Una delibera
restrittiva ha affidato l’accertamento delle violazioni dei diritti umani (che
fa scattare automaticamente il divieto dell’art.1) solo ad organi delle
Nazioni Unite e dell’Unione Europea che si sono dimostrati inappropriati e non
particolarmente attivi nell’infliggere condanne. Inoltre il Ministero degli
Esteri valuta discrezionalmente "il grado di tensione" del conflitto o
la misura della "latente conflittualità" e quindi decide, di volta in
volta, quali tipi di armamento tollera la guerra in corso.
E’ necessario,
inoltre, recuperare i valori della carta costituzionale; cioè pensare ad una
politica di Difesa o meglio di Pace che non sia impostata sul concetto di
sicurezza come tutela di interessi particolari, ma sulla promozione e
salvaguardia dei principi della solidarietà e cooperazione interna ed
internazionale.
L'opzione
internazionalista e pacifista dei nostri costituenti, sviluppata in tre scelte
di fondo: il ripudio della guerra (art.11), il rispetto del diritto
internazionale (art.10) e la disponibilità dello Stato a partecipare ad
organizzazioni internazionali aventi come scopo la pace e la giustizia tra le
nazioni (art.11), può trovare una piena espressione solo adottando un modello
di difesa che ponga tali principi come basi.
Subito dopo la
guerra del golfo, nel 1991, è stato creato il Registro
ONU delle Armi Convenzionali. Ogni Stato che ha aderito deve
comunicare annualmente le vendite e le importazioni di grandi sistemi d’arma
(carri armati, aerei, navi da guerra...). Tuttavia il Registro ONU non obbliga
gli Stati a dichiarazioni complete e veritiere e molti Paesi, in particolare
quelli dell’area del Medio Oriente (tra cui l’Arabia Saudita), non hanno
aderito. Inoltre, questo strumento non contempla le armi leggere, perciò molti
Stati, rilevando tale anomalia, hanno chiesto l’estensione a tali
equipaggiamenti: questo sarà uno degli obiettivi della "Conferenza ONU sul
traffico di armi in tutti i suoi aspetti" del 2001. Un rappresentante del
Ministero della Difesa ha espresso nelle settimane passate il suo scetticismo
sulle possibilità di raggiungere questo obiettivo fondamentale, per cui
dovremo, anche a livello nazionale, premere molto su questo argomento per
indirizzare la posizione del nostro Governo.
Un importante passo
in avanti è stato compiuto con l’adozione nel 1998 del Codice
di Condotta dell’Unione Europea sulle Esportazioni di Armi. Lo
scorso ottobre è stato reso pubblico il primo Rapporto Consolidato, seppur
molto scarno, sui trasferimenti di armi. E’ importante che sia stato reso
pubblico (non era obbligatorio) e che contenga un minimo di informazioni sulle
consultazioni che avvengono quando uno Stato vuole autorizzare un’esportazione
negata da un altro partner europeo, e sui dinieghi.
Sempre a livello
internazionale dobbiamo sottolineare che Amnesty International supporta il
progetto di un Codice di Condotta Internazionale sui
Trasferimenti di Armi presentato da 18 premi Nobel per la pace. Questo
prevede che i trasferimenti di tutte le armi, incluse le armi leggere, non
debbano essere consentiti se lo Stato importatore non rispetta uno degli otto
principi, che prevedono, tra l’altro, il rispetto dei diritti umani, del
diritto umanitario internazionale e la promozione dello sviluppo umano.
Tutti questi
strumenti sono complementari tra loro, ma necessitano di essere migliorati nelle
lacune, applicati rigorosamente, armonizzati, estesi a tutti gli Stati e a tutte
le categorie di armi, e, soprattutto, resi obbligatori.
Sipri:
nel 2008 l'Italia ottava per spese militari e nell'export di armi
Giorgio
Beretta da www.unimondo.org
9 Giugno 2009
Con 40,6
miliardi di dollari in valori correnti l'Italia mantiene anche nel
2008 l'ottavo posto nel mondo per spese militari: lo si
apprende dal Sipri
Yearbook 2009 (sommario in
.pdf), l'annuale rapporto reso noto ieri dall'autorevole Istituto
di ricerche di Stoccolma. L'incremento del budget militare nazionale
è dell'1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto
perchè la
spesa pro-capite del nostro paese è di 689 dollari, una delle
maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran
lunga quella Germania (568 dollari) e da diversi anni anche quella di
altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari).
L'Italia
ricopre il 2,8% della spesa
militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al
primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del
totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina
- i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si
aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi
dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del
totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna
(65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta
valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del
budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8
miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone
(46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al
2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e
completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari
(il 2,1%).
Nel complesso
- riporta
il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa
militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo
nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre
1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti
(era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così
la nuova cifra record dagli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo
decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde
oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un
anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.
La differenza
tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente
ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord
America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America
Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è
comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che
nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme
è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il
continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia
sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai
Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320
miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi
dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari
per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo
decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più
174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America
(più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del
56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007
e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.
A parte
l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo
hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare
- afferma il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di
George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non
si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi
dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito
all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati
sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal
regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" -
segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato
preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due
conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a
richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle
truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e
in Iraq sono costate agli Stati
Uniti circa 903 miliardi di dollari.
Per quanto
riguarda il commercio
internazionale di armamenti, nonostante una flessione
nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator
value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai
quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di
22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di
incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento
convenzionale". Va però notato che il "valore
finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre
51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al
ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di
altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati.
La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto
al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (col 31% del totale) e Russia
(il 25%) rimangono i principali esportatori mondiali di
armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran
Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del
volume di trasferimenti di armi convenzionali e sono stati i primi
cinque esportatori mondiali sin dalla fine della Guerra Fredda da
quando mantengono nell'insieme i 3/4 dell'export annuale di armamenti.
Tra i
maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11%
del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio
2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%),
Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina
rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono
"ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina
ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare
armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da
componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel
2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi
militari".
Il Sipri
Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8
esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti
per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti),
seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5
miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1
miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8
miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va
ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e -
come riporta il Rapporto
della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia
ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore
complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella
in .pdf),un record dall'entrata in vigore della legge 185
che dal 1990 regolamenta la materia.
I
PRINCIPALI PRODUTTORI DI ARMAMENTI
In generale la
produzione
globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007, anno nel
quale le vendite delle cento principali aziende del settore hanno
raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11%
in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le
proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende con sede
negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite
(nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori
industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della
produzione mondiale e le industrie di Russia, Giappone, Israele e
India hanno assunto il rimanente 8%.
Nel 2007 le dieci
principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle
cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5
miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9
miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4
miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5
miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata
l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3
Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales
(9,3 miliardi).
L'azienda
italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministero
dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni
occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di
armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di dollari di vendite,
mantiene il nono posto nel mondo. Finmeccanica è segnalata dal Sipri
anche per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica
militare DRS Technologies: "un'operazione del valore di 5,2
miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione
di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa
continentale" - riporta il Sipri.
Altri
importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza
internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota
che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla
sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del
globo", al crescente problema degli sfollati e rifugiati in
seguito ai vari conflitti regionali, al controllo del commercio di
armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato
per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster
bomb"), alla proliferazione e al controllo degli armamenti
nucleari, chimici e batteriologici e ai diversi embargo internazionali
di armamenti.
Giorgio
Beretta
*Le
cifre del commercio internazionale di armamenti sono riviste annualmente
dal Sipri e, proprio per i continui aggiornamenti apportati al Arms
Trasfer Database, i dati riguardanti i diversi anni non sempre
coincidono con quelli offerti precedentemente dal suddetto Database e
riportati in precedenti nostri articoli.