COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

          Il Mondodomani (Unicef)  n° 2 - febbraio 1999

SOMMARIO:

IL MONDO IN UNA BOTTEGA

«Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e con loro non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi».(Adam Smith, Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni, 1776). Qualunque studente che abbia studiato per un esame di economia politica, ricorderà senz'altro anche a distanza di anni l'eco del celebre aforisma di Adam Smith sopra citato: esso racchiude efficacemente l'essenza dei rapporti che si instaurano tra soggetti economici in un'economia di mercato. Generalmente, tale reminiscenza ha l'effetto di far attribuire a Smith la paternità intellettuale di tutto ciò che, nel bene e nel male, è stato compiuto in nome del libero mercato nei due secoli successivi. In realtà, gli economisti non creano l'egoismo degli uomini, ma si limitano ad osservarlo e a tradurlo in formulazioni teoriche più o meno raffinate. La tendenza a ricercare il proprio tornaconto è insita in ogni homo economicus, dal negoziante sotto casa al global manager, a nord come a sud dell'equatore. A volte l'homo economicus ha tentato di addomesticare il proprio egoismo rinunciando al principio del "dare per avere" in favore del criterio "a ciascuno secondo i propri bisogni", ma alla lunga l'esperimento si è rivelato fallimentare: l'economia socialista è crollata non soltanto per l'asfissia delle libertà politiche, ma anche per il peso insostenibile della sua stessa inefficienza. Mai come oggi l'economia di mercato trionfa sovrana, assoggettando alle proprie logiche tutte le dimensioni dell'individuo e della società, e mai come oggi la sua filosofia è accettata acriticamente nei centri di potere e nelle università. Le merci si muovono nel mercato globalizzato al ritmo di 6.000 miliardi di dollari all'anno, e gli spostamenti di capitali semplicemente sfuggono a qualsiasi valutazione precisa. E' evidente che l'egoismo di cui parlava Adam Smith è un carburante davvero eccezionale, se da secoli fa funzionare la "mega-macchina" (definizione di Serge Latouche) con una potenza in perenne crescita. La grande maggioranza degli economisti odierni, mediamente meno inclini alle preoccupazioni etiche che invece agitavano il vecchio Adam Smith, afferma che il liberismo è l'unico orizzonte economico possibile e che le sue disfunzioni vanno imputate non al meccanismo in sé, ma ai soggetti che vi sono coinvolti. Più che della possibilità, si dubita della stessa necessità di mettere in discussione i fondamenti del capitalismo. Per affrontare la miseria che affligge i quattro quinti dell'umanità, si propone a costoro di migliorare la propria efficienza produttiva e la propria capacità imprenditoriale, al fine di inserirsi nel grande gioco della globalizzazione e trarne i ricchi frutti. Ancora una volta, la ricetta segnalata come vincente si basa sull'egoismo: quello della competitività.



Riavvicinare etica ed economia Un pensiero antitetico, seppure nettamente minoritario, si sta tuttavia facendo faticosamente strada. Esso intende riavvicinare etica ed economia, ponendo come parametro prioritario l'equità dello scambio. Il movimento del commercio equo e solidale ne è il cuore, e soprattutto il braccio operativo. Esso rende infatti possibile a chiunque di realizzare dei concreti, quotidiani atti di "economia giusta", attribuendo al contadino o all'artigiano del Sud del mondo una remunerazione sensibilmente maggiore rispetto a quello che egli ricaverebbe vendendo i suoi prodotti alle imprese nazionali o multinazionali. Come è noto, molti PVS hanno ereditato dal passato coloniale la piaga delle monoculture (cacao, caffè, frutti tropicali, prodotti minerari), circostanza che li rende perennemente dipendenti dal prezzo mondiale di tali beni, che vengono quotidianamente decisi nelle Borse europee e nordamericane. Le oscillazioni dei prezzi delle materie prime sono piuttosto frequenti e possono mandare in rovina milioni di contadini. La soluzione ottimale consisterebbe nella diversificazione delle colture, che richiede però tempi lunghi e soprattutto consistenti investimenti che quasi nessun paese in via di sviluppo è in grado di permettersi. Nell'immediato, il circuito del commercio equo e solidale riesce quantomeno a garantire ai produttori un prezzo di acquisto stabile, anche quando il prezzo di mercato scende in picchiata. Per chi vive sulla soglia della sussistenza, questa garanzia equivale ad una vera e propria assicurazione sulla vita. Il funzionamento del commercio equo e solidale è ben descritto nell'articolo di Angelo Caserta; come si vedrà, una delle sue caratteristiche consiste nel "saltare" numerosi passaggi intermedi tra il produttore e il consumatore. In sostanza, il consumatore equo e solidale non è più un individuo intento a trarre il massimo di utilità personale, ignaro del destino di chi ha lavorato per produrre il caffè del suo risveglio o il cacao della sua merendina, ma è un consapevole alleato del produttore. L'equità, assicurata oggettivamente dal meccanismo di formazione del prezzo (vedi tabelle), è arricchita dall'elemento soggettivo della solidarietà: di qui l'espressione "commercio equo e solidale", ancora più significativa dell'originale inglese Fair Trade ("commercio giusto").
Il legame che si stabilisce tra consumatore e produttore nel commercio equo e solidale non si limita ad uno scambio economico (merce contro denaro), ma è arricchito da un flusso di informazioni che seguono l'inusuale direttrice Sud-Nord: ogni prodotto venduto nelle "botteghe del mondo" porta scritto su di sé la propria storia e quella di chi vive producendolo. Storie di ordinaria lotta per la sopravvivenza, di ingiustizia e di riscatto, che nessuna etichetta di frutta in conserva o di snack "normale" oserebbe riportare, per non turbare la coscienza dei suoi acquirenti. Non si tratta ovviamente di un modo per rovinare l'appetito alle persone, bensì di rafforzare il patto tra i due poli dello scambio. Inoltre, il consumatore equo e solidale, essendo informato della destinazione del denaro speso per l'acquisto, è cosciente di finanziare un piccolo progetto di sviluppo di cui non beneficia soltanto la famiglia del singolo contadino. Lo scambio impersonale del commercio tradizionale si trasforma così in un rapporto tra comunità locali, addirittura in un (micro) progetto di cooperazione allo sviluppo! E' lecito a questo punto domandarsi quale sia la portata del fenomeno. A livello quantitativo, in effetti, essa rimane trascurabile. Appena un decimillesimo del movimento mondiale di merci e servizi è attribuibile al circuito del fair trade, ma quest'ultimo è in continua crescita: in Italia sono duecentotrenta le "botteghe del mondo" (erano appena una decina nel 1990), e questo in un paese che insegue ancora da lontano paesi come la Svizzera, dove il 5% dei consumi pro-capite sono effettuati nelle botteghe del mondo (in Italia siamo allo 0,2%), o l'Olanda con una bottega ogni 24.000 abitanti (in Italia, circa 1 ogni 285.000). Potenzialmente, però, il commercio equo e solidale può ambire a conquistare ampie quote di mercato - persino il 20-30%, secondo alcune stime -, entrando in concorrenza aperta con i prodotti del commercio tradizionale. Ma questi scenari saranno decisi dall'aspetto che il movimento del fair trade intenderà darsi in futuro.
Non tutte le anime del movimento sono infatti d'accordo su un'espansione del fair trade al di fuori delle "botteghe del mondo". E' diffuso il timore che il commercio equo e solidale, entrando nella grande distribuzione (fenomeno in parte già avviato: alcuni prodotti equi e solidali compaiono sugli scaffali della Coop), possa perdere parte della sua identità e finisca per riprodurre strategie tipiche della concorrenza commerciale, a partire dalla pubblicità. Per altri versi, del resto, maggiori visibilità e professionalità sono percepite come necessarie al fine di diffondere la pratica degli acquisti equi e solidali al di là del segmento di mercato già sensibilizzato. Benché semplificati, sono questi i termini essenziali del dibattito in corso nel mondo del fair trade, chiamato a trovare un contemperamento tra le diverse esigenze e culture al suo interno, non senza contrasti a volte aspri. E non ci sembra superfluo affermare che l'esito di tale dibattito riguarderà da vicino soprattutto coloro che più sono lontani: quei milioni di contadini e artigiani la cui vita è ormai indissolubilmente legata alle "botteghe del mondo".

Che cos'è il Commercio equo e solidale


Il Commercio equo e solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l'ambiente, attraverso il commercio, l'educazione e l'azione politica.
Il suo scopo è riequilibrare i rapporti con i paesi economicamente meno sviluppati, migliorando l'accesso al mercato e le condizioni di vita dei produttori svantaggiati, attraverso una più equa distribuzione dei guadagni. Il Commercio equo e solidale è una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo, importatori e consumatori.





IL CONSUMO DEI GIUSTI



Mi è capitato già alcune volte, nella mia vita da vegetariano, di essere invitato a cena da amici che, coscienti della mia scelta, mi avevano preparato un bel piatto di "pasta col tonno!" Non è uno scherzo, ma la verità. Abituati a vedere il tonno in scatolette (quanti di noi l' hanno visto vivo in mezzo al mare?) alcuni perdono, sia pur momentaneamente, la cognizione animale del tonno, assegnandogli di diritto lo status di vegetale... in fondo si trova nelle scatolette, come i piselli, i funghi, le olive! Questo per dire che spesso perdiamo il contatto con la realtà dei prodotti che consumiamo, ignorandone non tanto la natura (caso estremo, dovuto certamente a distrazione), ma certamente la storia; il processo, cioè, che ha portato un mucchio di semi di piante diverse a trasformarsi in un barattolo di sottaceti. Questa storia è fatta di evoluzione vegetale e di intervento umano. E se della prima conosciamo abbastanza (eventualmente un buon libro ci può aiutare), del secondo ci vengono nascosti molti particolari. Infatti nel mercato capitalistico (il nuovo dio dell'era moderna) ai consumatori finali viene nascosta la storia del prodotto che stanno consumando. Quando beviamo un caffè la mattina, per esempio, non sappiamo nulla delle donne e degli uomini che hanno coltivato la pianta, hanno raccolto i grani, li hanno imballati, li hanno trasportati fino in Italia, li hanno tostati, hanno collocato i pacchetti sul ripiano del negozio o del supermercato dove li abbiamo comprati. Non sappiamo nulla dei salari che sono stati pagati a tutte queste lavoratrici e lavoratori, che ci consentono tutte le mattine di gustare l'aroma della bevanda nera.


Un mercato "sovversivo" Gli unici elementi distintivi che orientano le nostre scelte sono il gusto ed il prezzo; il resto non ha nessuna importanza. Eppure, spesso, dietro i prodotti che acquistiamo c'è una storia di sfruttamento e di ingiustizia. A molte donne e uomini nei paesi economicamente meno sviluppati, infatti, vengono negati i più elementari diritti: il diritto ad una retribuzione dignitosa per il proprio lavoro, il diritto alla tutela sul lavoro, il diritto ad una vita dignitosa e serena, come quella che tutti noi pretendiamo per noi stessi. Ma le imprese tradizionali non hanno interesse a rivelare i meccanismi che si celano dietro alcuni prodotti. Il Commercio equo e solidale, invece, entrando nei meccanismi di mercato, sovverte l'impostazione e i principi su cui si regge il mercato capitalistico e ricongiunge i produttori di materie prime ai loro consumatori finali. Se, infatti, il mercato capitalistico fonda la propria forza sulla mancanza di conoscenza che il consumatore ha del produttore e viceversa, il commercio equo e solidale crea rapporti diretti fra produttori e consumatori, e su questo fonda la propria forza. Vediamo, allora, come funziona il commercio equo.
Da quando è nato, quasi quarant'anni fa in Olanda, si sono sviluppate in tutt'Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone e in Australia, delle imprese, spesso legate ad Organizzazioni Non Governative di aiuto allo sviluppo (ONG), che entrano in contatto diretto con i produttori (di caffè, tè, cacao, zucchero, spezie, artigianato) comprando i loro prodotti a prezzi giusti, e rivendendoli ai consumatori finali attraverso negozi specializzati, le Botteghe del Mondo. Nella scelta dei produttori c'è una selezione ben precisa: vengono scelti preferibilmente quelli organizzati in cooperative o associazioni in cui la democrazia interna sia garantita ed i processi decisionali trasparenti. I lavoratori devono essere ben retribuiti e avere garantiti i diritti sindacali. Le produzioni devono essere rispettose dell'ambiente e della salute umana, ed è proibito il lavoro infantile. La possibilità di impiego dei minori deve essere regolamentata nel rispetto delle Convenzioni internazionali (ILO e UNICEF).
Gli utili dell'attività devono essere reinvestiti a beneficio di tutti, e non per arricchire i dirigenti delle imprese. Con produttori che rispettino questi criteri, le organizzazioni di importazione concordano un prezzo che tenga conto del costo di produzione, delle esigenze di autosviluppo, di eventuali progetti sociali che tendano a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie. In questo modo il prezzo pagato è superiore a quello che i produttori riceverebbero dalle normali imprese di importazione o dagli intermediari: questo è un elemento importante del commercio equo che si configura, in questo senso, come una forma moderna di cooperazione allo sviluppo.
I contatti con i produttori avvengono spesso tramite ONG locali, missionari, o gruppi di solidarietà internazionale, che spesso si fanno carico anche di seguire e fornire assistenza ai produttori finché questi non sono in grado di camminare da soli. Anche le organizzazioni di importazione, comunque, devono rispettare delle regole: devono essere organizzazioni trasparenti e democratiche, assicurare il prezzo giusto, fornire assistenza alla produzione, effettuare il pre-finanziamento della merce, se richiesto dai produttori. Pre-finanziamento vuol dire che gli importatori, ancor prima di ricevere i prodotti, ne pagano ai produttori fino al 50% del valore. Quest'ultimo elemento è molto importante, perché consente ai produttori di non indebitarsi con le banche e di poter contare su finanziamenti a tassi agevolati. Viaggi diretti degli importatori presso i produttori e viceversa, consentono di aumentare il livello di conoscenza e di fiducia, elementi fondamentali nel Commercio equo.


Dove acquistare i prodotti Al termine della catena verso i consumatori ci sono le Botteghe del Mondo, negozi specializzati gestiti da cooperative e associazioni senza fini di lucro, il cui scopo è dare uno sbocco di mercato ai prodotti del commercio equo, e diffondere un'immagine diversa dei paesi economicamente sviluppati, fornendo informazioni sui produttori e sui paesi nei quali vivono. Ai consumatori viene così offerta la possibilità di essere protagonisti nel tentativo di riportare su binari più umani le relazioni commerciali internazionali. I prodotti del commercio equo possono arrivare fino a noi anche attraverso imprese normali che hanno compreso l'importanza di commerciare secondo principi di equità. Esse acquistano da produttori che rispettino i criteri del commercio equo, pagando loro un prezzo minimo, più un eventuale sovrapprezzo per progetti particolari (per esempio coltivazione biologica). I prodotti così importati vengono certificati da organizzazioni, chiamate Marchi di Garanzia, il cui compito è garantire i consumatori finali sul rispetto dei criteri del Commercio equo. Produttori, importatori, Botteghe del Mondo, marchi di garanzia, consumatori, sono i protagonisti di un'attività che pone, in controtendenza rispetto alla visione attuale del mondo, le persone e non i profitti al centro delle attività umane.
Per diventare protagonisti di questo nuovo modo di consumare, basta rivolgersi all'Associazione delle Botteghe del Mondo oppure visitare il sito Internet che contiene gli indirizzi delle botteghe del mondo in tutta Italia www.citinv.it/equo

di Angelo Caserta

 

 

 

NON SOLO "ANIMA BELLA"



In un mondo dominato dalla globalizzazione come potrà il commercio equo e solidale trovare uno spazio economico rilevante e non rimanere un'utopia di pochi?
«In un mondo abbandonato alla globalizzazione non è utopistico pensare che le centinaia di milioni di contadini e artigiani possano stare a guardare la loro fine senza fare niente? Se è vero che 1,2 miliardi di persone sopravvivono, e spesso muoiono, con meno di un dollaro al giorno dopo più di due secoli di capitalismo globalizzato, non è utopistico che il mercato equo possa offrire ancora una chance a quattro/quinti dell'umanità?». Comprare i prodotti del commercio equo e solidale può davvero contribuire a risolvere i problemi dei piccoli produttori o serve più facilmente a quietare la propria coscienza? «Circa un milione di produttori (contadini e artigiani) del sud del mondo sono oggi in rete con i canali di commercializzazione del fair trade. Mediamente i loro guadagni per unità di prodotto, in questa rete commerciale alternativa, vanno da due fino a dieci volte quelli che si ottengono sul mercato capitalistico. Inoltre, una parte degli utili (mediamente il 5%) viene reinvestito in investimenti sociali in favore della comunità di appartenenza. Se i consumatori europei comprassero in misura più consistente i prodotti del commercio equo, decine di milioni di persone potrebbero vivere con maggiore dignità e sicurezza. Rispetto a quest'ultimo fattore - la sicurezza - bisogna ricordare che il fair trade anticipa ai produttori circa la metà del valore dei prodotti ordinati, oltre che garantisce gli acquisti sul lungo periodo a prezzi certi. Questo fa sì che molti produttori locali possano liberarsi dello strozzinaggio praticato dagli usurai, che specie in Asia costituiscono una piaga endemica e uno dei più importanti fattori d'impoverimento».

Il commercio equo e solidale non rischia di rivolgersi solo a un segmento di mercato già sensibile e disposto anche ad autotassarsi pur di perseguire degli obiettivi etici e politicamente corretti? «Se prendiamo il caso europeo troviamo che la fascia dei consumatori coinvolti va al di là del numero dei già sensibilizzati. Vale a dire: nelle quasi 4.000 botteghe del mondo nei quindici paesi europei dove si è sviluppato il fair trade non troviamo, come acquirenti, solo i consumatori più sensibili. Certo i clienti, gli acquirenti stabili fanno parte della quota della popolazione che è più sensibile ai problemi del sud del mondo e che è stimabile, mediamente, intorno al 15% della popolazione. Una percentuale che va letta in quanto è frutto di una media tra classi sociali e anagrafiche diverse: è più alta tra i giovani e soprattutto le giovani donne, tra la popolazione istruita, tra la popolazione di reddito medio. Ciò non toglie che le botteghe abbiano anche clienti occasionali che si avvicinano più per la varietà dei colori e delle forme dei prodotti artigianali che per il messaggio e il significato. E fra questi non pochi poi ritornano perché sia pure indirettamente - il messaggio è piaciuto o sono contenti di quello che hanno comprato o hanno respirato un'atmosfera ricca di relazioni sociali che sta scomparendo nell'era degli ipermercati».

Obiettivo futuro: riuscirà il commercio equo e solidale a entrare in concorrenza con il commercio tradizionale o è destinato, per sua natura o per scelta, a rimanere una nicchia per pochi, buoni e danarosi consumatori? «Il commercio equo e solidale si è posto, fin dall'inizio, l'obiettivo di "contaminare" tutto il commercio internazionale e di non restare a svolgere il ruolo di "anima bella". E i risultati sono già consistenti. Fra tutti vorrei citare la risoluzione del 3 luglio 1998, votata dal Parlamento europeo, che impegna la Commissione ad adottare i principi fondamentali e le norme del commercio equo. Ma già oggi, come si può dimostrare in tanti casi concreti, il maggior prezzo ottenuto dai produttori legati alle reti del commercio equo e solidale ha provocato un innalzamento del prezzo anche per gli altri produttori in diverse zone del mondo».

Come mai in Italia la realtà del commercio equo e solidale fatica ad affermarsi rispetto ad altri paesi europei? «E' vero che in Italia il commercio equo è arrivato solo nel 1989, diversi anni dopo che si era già affermato in diversi paesi europei - ma è anche vero che è cresciuto velocemente. In un decennio, infatti, si è passati da qualche gruppo e bottega a quasi 200 botteghe del mondo che hanno ormai superato i 20 miliardi di fatturato. In alcune aree del paese poi, in particolare in Friuli e Trentino, i tassi di consumo dei prodotti del commercio equo in % del consumo pro-capite sono arrivati a livelli svizzeri, vale a dire ai livelli più alti d'Europa. Resta, in questo caso, il grande buco nero del Sud, dove però si sta molto recuperando in questi ultimi anni».

 

 

Gli obiettivi

Il Commercio equo e solidale promuove migliori condizioni di vita nei paesi economicamente meno sviluppati rimuovendo gli svantaggi sofferti dai produttori per facilitarne l'accesso al mercato.

Tramite la vendita di prodotti, divulga informazioni sui meccanismi economici di sfruttamento, favorendo e stimolando nei consumatori la crescita di un atteggiamento alternativo al modello economico dominante e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo

Organizza rapporti commerciali e di lavoro senza fini di lucro e nel rispetto e valorizzazione delle persone

Promuove i diritti umani, in particolare dei gruppi e delle categorie svantaggiate

Mira alla creazione di opportunità di lavoro a condizioni giuste tanto nei paesi economicamente svantaggiati come in quelli economicamente sviluppati.

Favorisce l'incontro fra consumatori critici e produttori dei paesi economicamente meno sviluppati

Sostiene l'autosviluppo economico e sociale

Stimola le istituzioni nazionali ed internazionali a compiere scelte economiche e commerciali a difesa dei piccoli produttori, della stabilità economica e della tutela ambientale

Promuove un uso equo e sostenibile delle risorse ambientali

 

OCCHIO AL MARCHIO


Esistono dei modelli di consumo che possono contribuire a uno sviluppo rispettoso dei diritti dei bambini? La domanda non può che essere retorica e per quanto ci si senta granelli di sabbia in una spiaggia battuta dal vento, è pur vero che siamo a pieno titolo attori dello sviluppo, equo o iniquo che sia. Si tratta di scegliere. E' per questo che vale la pena di riflettere sui nostri consumi, sulle scelte che quotidianamente affrontiamo perché, come sottolinea il nono Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il consumo di alcuni non deve compromettere il benessere di altri.
Ed è per questo che alcune notizie giungono particolarmente gradite. Come quella recente, tutta italiana, della presentazione di un disegno di legge al Senato - su iniziativa del senatori verdi De Luca e Pieroni - sulla "certificazione di conformità sociale dei prodotti realizzati senza l'utilizzo di manodopera minorile". Praticamente un vero e proprio marchio etico di garanzia allo scopo di porre le basi normative per costruire un sistema commerciale più equo e solidale.
Il disegno di legge propone di istituire un Albo nazionale dei prodotti ottenuti senza il lavoro dei minori al quale le imprese possono iscrivere i singoli prodotti per i quali si ottiene il marchio. Il sistema dovrebbe essere di adesione volontaria e si basa su una autocertificazione dell'impresa e sulla disponibilità a sottoporsi a tutte le verifiche, sia in loco che documentali, per accertare eventuali violazioni. Queste potranno essere segnalate anche da associazioni impegnate sul fronte dei diritti umani e sindacali

Il marchio etico L'introduzione del marchio etico sui prodotti non è nuova; è stata lanciata per la prima volta nel 1977 in Germania dal programma Blue Angel per indirizzare gli acquisti verso prodotti a basso impatto ambientale e per indurre le industrie a realizzare prodotti rispettosi dell'ambiente. Nel 1989 è stato introdotto il programma di etichette ecologiche Nordic e nel 1991 Environmental Choice Australia.Il marchio etico può garantire diversi aspetti del ciclo produttivo di un manufatto, dalla sostenibilità ambientale, alla garanzia di impiego di manodopera non sfruttata, in particolare infantile. Già da qualche anno sono state lanciate alcune iniziative contro il lavoro dei bambini, come quella del marchio Rugmark sulla produzione dei tappeti in India, un mercato che coinvolge moltissimi minori. Le industrie che aderiscono a questa iniziativa sottoscrivono un accordo, avente valore giuridico, che le obbliga a non impiegare lavoratori con meno di 14 anni e a corrispondere un salario minimo ufficiale: il marchio Rugmark attesta quindi che il prodotto è stato realizzato senza il lavoro dei bambini. L'iniziativa ha avuto l'appoggio dell'UNICEF e di alcune organizzazioni non governative. Rimane aperta però l'annosa questione del controllo, anche quando il proliferare di iniziative e di normative sembra avere la meglio. Se, come stabilisce l'art. 32 della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia, il minore deve essere protetto contro lo sfruttamento economico e non deve essere costretto ad alcun lavoro pericoloso e se è vero che gli Stati devono adottare misure legislative, amministrative, sociali ed educative proprio per garantire l'applicazione di questo articolo, è un dato di fatto che le leggi in molti paesi non vengono applicate.
I 250 milioni di bambini che lavorano in tutto il mondo, spesso in condizioni di vera e propria schiavitù, sfuggono alle normative, alle statistiche e a qualsiasi controllo. E' una storia vecchia: è più facile sfruttare i bambini che gli adulti, i piccoli lavoratori hanno un potere contrattuale pressoché nullo ed è più facile tenerli a bada, intimorirli e punirli. Spesso sono anche più produttivi a un costo decisamente minore. Tra i molti provvedimenti per combattere la triste realtà del lavoro minorile, c'è quello importantissimo dell'adozione di codici di condotta da parte delle imprese, a garanzia che né loro né le ditte subappaltatrici impieghino bambini in condizioni che ne violino i diritti. I recenti scandali che hanno coinvolto aziende italiane e multinazionali hanno posto all'attenzione dell'opinione pubblica di tutto il mondo nuove realtà di sfruttamento minorile. L'UNICEF e l'OIL sono impegnati sul fronte non solo della tutela dei bambini contro lo sfruttamento e del recupero dei bambini lavoratori ma anche coinvolgendo le aziende nel rispetto dei codici di comportamento.
L'iniziativa "Questo pallone non l'ho cucito io" avviata dall'UNICEF in collaborazione Federazione Gioco Calcio, Lega Calcio, Associazione Italiana Calciatori e TransFair Italia è stata lanciata in occasione dei Mondiali di calcio Francia '98 (cfr. Susanna Bucci, Il pallone solidale, in "il Mondodomani", n. 11, novembre '98, p. 7) per sensibilizzare il mondo sportivo sul problema dei bambini lavoratori nelle fabbriche di Sialkot in Pakistan, che assicurano l'80% della produzione mondiale dei palloni da calcio. Proprio in quella occasione l'associazione TransFair ha distribuito il cosiddetto pallone equo, senza marchio commerciale e con la sola dicitura "Fair Trade Quality - Better Deal for Workers - Non Children Labour". Il pallone è garantito da un marchio europeo che ha radunato una serie di associazioni che promuovono il commercio equo e solidale attraverso il marchio internazionale TransFair. L'UNICEF ha avviato nel 1981 un interessante progetto di sviluppo in Nepal per la produzione della carta e dei cartoncini augurali che vengono venduti dai Comitati nazionali UNICEF. Da circa un millennio nel cuore dell'Himalaia gli artigiani fabbricano la carta manualmente utilizzando le cortecce degli arbusti locali e rispettando l'equilibrio delle loro foreste. Elaborati e stampati manualmente dalle popolazioni dei villaggi nepalesi, i biglietti vengono colorati con l'impiego di tinture vegetali naturali, utilizzando tecniche antichissime. Il progetto dell'UNICEF contribuisce allo sviluppo delle comunità e ha dato la possibilità di lavoro a moltissime persone, da quelle impegnate nella produzione e raccolta della "lokta", la pianta dalle cui radici viene ricavata la carta, a quelle, soprattutto donne, che lavorano nelle fabbriche. Attraverso l'acquisto si aiuta il laboratorio artigianale di Bhaktapur, dove vengono realizzati nel rispetto della sostenibilità ambientale e con l'obiettivo di promuovere l'attività professionale dei contadini e degli operai che lavorano; il denaro ricavato dalla vendita dei cartoncini UNICEF viene reinvestito dall'UNICEF nei progetti di cui beneficiano proprio le comunità della regione centrale del Nepal che lavorano nella produzione della carta.Il cammino intrapreso è irto di ostacoli, eppure solo continuando l'opera di informazione e di sensibilizzazione è possibile diffondere dei comportamenti più rispettosi dei diritti umani. Il consumo del resto non è sinonimo di iniquità tout court, è linfa vitale e generatore dello sviluppo. E modificare i propri modelli di consumo secondo parametri più etici potrò solo consentire uno sviluppo più giusto.                                                       di Patrizia Paternò

 





Consigli bibliografici e pagine web di riferimento