COMMERCIO
EQUO E SOLIDALE
Il Mondodomani (Unicef) n° 2 -
febbraio 1999
SOMMARIO:
IL
MONDO IN UNA BOTTEGA
«Non
è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci
aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio
interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e con
loro non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi».(Adam
Smith, Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni, 1776).
Qualunque studente che abbia studiato per un esame di economia politica,
ricorderà senz'altro anche a distanza di anni l'eco del celebre aforisma di
Adam Smith sopra citato: esso racchiude efficacemente l'essenza dei rapporti che
si instaurano tra soggetti economici in un'economia di mercato. Generalmente,
tale reminiscenza ha l'effetto di far attribuire a Smith la paternità
intellettuale di tutto ciò che, nel bene e nel male, è stato compiuto in nome
del libero mercato nei due secoli successivi. In realtà, gli economisti non
creano l'egoismo degli uomini, ma si limitano ad osservarlo e a tradurlo in
formulazioni teoriche più o meno raffinate. La tendenza a ricercare il proprio
tornaconto è insita in ogni homo economicus, dal negoziante sotto casa al
global manager, a nord come a sud dell'equatore. A volte l'homo economicus ha
tentato di addomesticare il proprio egoismo rinunciando al principio del
"dare per avere" in favore del criterio "a ciascuno secondo i
propri bisogni", ma alla lunga l'esperimento si è rivelato fallimentare:
l'economia socialista è crollata non soltanto per l'asfissia delle libertà
politiche, ma anche per il peso insostenibile della sua stessa inefficienza. Mai
come oggi l'economia di mercato trionfa sovrana, assoggettando alle proprie
logiche tutte le dimensioni dell'individuo e della società, e mai come oggi la
sua filosofia è accettata acriticamente nei centri di potere e nelle università.
Le merci si muovono nel mercato globalizzato al ritmo di 6.000 miliardi di
dollari all'anno, e gli spostamenti di capitali semplicemente sfuggono a
qualsiasi valutazione precisa. E' evidente che l'egoismo di cui parlava Adam
Smith è un carburante davvero eccezionale, se da secoli fa funzionare la
"mega-macchina" (definizione di Serge Latouche) con una potenza in
perenne crescita. La grande maggioranza degli economisti odierni, mediamente
meno inclini alle preoccupazioni etiche che invece agitavano il vecchio Adam
Smith, afferma che il liberismo è l'unico orizzonte economico possibile e che
le sue disfunzioni vanno imputate non al meccanismo in sé, ma ai soggetti che
vi sono coinvolti. Più che della possibilità, si dubita della stessa necessità
di mettere in discussione i fondamenti del capitalismo. Per affrontare la
miseria che affligge i quattro quinti dell'umanità, si propone a costoro di
migliorare la propria efficienza produttiva e la propria capacità
imprenditoriale, al fine di inserirsi nel grande gioco della globalizzazione e
trarne i ricchi frutti. Ancora una volta, la ricetta segnalata come vincente si
basa sull'egoismo: quello della competitività.
Riavvicinare etica ed economia Un pensiero antitetico, seppure nettamente
minoritario, si sta tuttavia facendo faticosamente strada. Esso intende
riavvicinare etica ed economia, ponendo come parametro prioritario l'equità
dello scambio. Il movimento del commercio equo e solidale ne è il cuore, e
soprattutto il braccio operativo. Esso rende infatti possibile a chiunque di
realizzare dei concreti, quotidiani atti di "economia giusta",
attribuendo al contadino o all'artigiano del Sud del mondo una remunerazione
sensibilmente maggiore rispetto a quello che egli ricaverebbe vendendo i suoi
prodotti alle imprese nazionali o multinazionali. Come è noto, molti PVS hanno
ereditato dal passato coloniale la piaga delle monoculture (cacao, caffè,
frutti tropicali, prodotti minerari), circostanza che li rende perennemente
dipendenti dal prezzo mondiale di tali beni, che vengono quotidianamente decisi
nelle Borse europee e nordamericane. Le oscillazioni dei prezzi delle materie
prime sono piuttosto frequenti e possono mandare in rovina milioni di contadini.
La soluzione ottimale consisterebbe nella diversificazione delle colture, che
richiede però tempi lunghi e soprattutto consistenti investimenti che quasi
nessun paese in via di sviluppo è in grado di permettersi. Nell'immediato, il
circuito del commercio equo e solidale riesce quantomeno a garantire ai
produttori un prezzo di acquisto stabile, anche quando il prezzo di mercato
scende in picchiata. Per chi vive sulla soglia della sussistenza, questa
garanzia equivale ad una vera e propria assicurazione sulla vita. Il
funzionamento del commercio equo e solidale è ben descritto nell'articolo di
Angelo Caserta; come si vedrà, una delle sue caratteristiche consiste nel
"saltare" numerosi passaggi intermedi tra il produttore e il
consumatore. In sostanza, il consumatore equo e solidale non è più un
individuo intento a trarre il massimo di utilità personale, ignaro del destino
di chi ha lavorato per produrre il caffè del suo risveglio o il cacao della sua
merendina, ma è un consapevole alleato del produttore. L'equità, assicurata
oggettivamente dal meccanismo di formazione del prezzo (vedi tabelle), è
arricchita dall'elemento soggettivo della solidarietà: di qui l'espressione
"commercio equo e solidale", ancora più significativa dell'originale
inglese Fair Trade ("commercio giusto").
Il legame che si stabilisce tra consumatore e produttore nel commercio equo e
solidale non si limita ad uno scambio economico (merce contro denaro), ma è
arricchito da un flusso di informazioni che seguono l'inusuale direttrice
Sud-Nord: ogni prodotto venduto nelle "botteghe del mondo" porta
scritto su di sé la propria storia e quella di chi vive producendolo. Storie di
ordinaria lotta per la sopravvivenza, di ingiustizia e di riscatto, che nessuna
etichetta di frutta in conserva o di snack "normale" oserebbe
riportare, per non turbare la coscienza dei suoi acquirenti. Non si tratta
ovviamente di un modo per rovinare l'appetito alle persone, bensì di rafforzare
il patto tra i due poli dello scambio. Inoltre, il consumatore equo e solidale,
essendo informato della destinazione del denaro speso per l'acquisto, è
cosciente di finanziare un piccolo progetto di sviluppo di cui non beneficia
soltanto la famiglia del singolo contadino. Lo scambio impersonale del commercio
tradizionale si trasforma così in un rapporto tra comunità locali, addirittura
in un (micro) progetto di cooperazione allo sviluppo! E' lecito a questo punto
domandarsi quale sia la portata del fenomeno. A livello quantitativo, in
effetti, essa rimane trascurabile. Appena un decimillesimo del movimento
mondiale di merci e servizi è attribuibile al circuito del fair trade, ma
quest'ultimo è in continua crescita: in Italia sono duecentotrenta le
"botteghe del mondo" (erano appena una decina nel 1990), e questo in
un paese che insegue ancora da lontano paesi come la Svizzera, dove il 5% dei
consumi pro-capite sono effettuati nelle botteghe del mondo (in Italia siamo
allo 0,2%), o l'Olanda con una bottega ogni 24.000 abitanti (in Italia, circa 1
ogni 285.000). Potenzialmente, però, il commercio equo e solidale può ambire a
conquistare ampie quote di mercato - persino il 20-30%, secondo alcune stime -,
entrando in concorrenza aperta con i prodotti del commercio tradizionale. Ma
questi scenari saranno decisi dall'aspetto che il movimento del fair trade
intenderà darsi in futuro.
Non tutte le anime del movimento sono infatti d'accordo su un'espansione del
fair trade al di fuori delle "botteghe del mondo". E' diffuso il
timore che il commercio equo e solidale, entrando nella grande distribuzione
(fenomeno in parte già avviato: alcuni prodotti equi e solidali compaiono sugli
scaffali della Coop), possa perdere parte della sua identità e finisca per
riprodurre strategie tipiche della concorrenza commerciale, a partire dalla
pubblicità. Per altri versi, del resto, maggiori visibilità e professionalità
sono percepite come necessarie al fine di diffondere la pratica degli acquisti
equi e solidali al di là del segmento di mercato già sensibilizzato. Benché
semplificati, sono questi i termini essenziali del dibattito in corso nel mondo
del fair trade, chiamato a trovare un contemperamento tra le diverse esigenze e
culture al suo interno, non senza contrasti a volte aspri. E non ci sembra
superfluo affermare che l'esito di tale dibattito riguarderà da vicino
soprattutto coloro che più sono lontani: quei milioni di contadini e artigiani
la cui vita è ormai indissolubilmente legata alle "botteghe del
mondo".
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Che
cos'è il Commercio equo e solidale
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IL
CONSUMO DEI GIUSTI
Mi è capitato già alcune volte, nella mia vita da vegetariano, di essere
invitato a cena da amici che, coscienti della mia scelta, mi avevano preparato
un bel piatto di "pasta col tonno!" Non è uno scherzo, ma la verità.
Abituati a vedere il tonno in scatolette (quanti di noi l' hanno visto vivo in
mezzo al mare?) alcuni perdono, sia pur momentaneamente, la cognizione animale
del tonno, assegnandogli di diritto lo status di vegetale... in fondo si trova
nelle scatolette, come i piselli, i funghi, le olive! Questo per dire che spesso
perdiamo il contatto con la realtà dei prodotti che consumiamo, ignorandone non
tanto la natura (caso estremo, dovuto certamente a distrazione), ma certamente
la storia; il processo, cioè, che ha portato un mucchio di semi di piante
diverse a trasformarsi in un barattolo di sottaceti. Questa storia è fatta di
evoluzione vegetale e di intervento umano. E se della prima conosciamo
abbastanza (eventualmente un buon libro ci può aiutare), del secondo ci vengono
nascosti molti particolari. Infatti nel mercato capitalistico (il nuovo dio
dell'era moderna) ai consumatori finali viene nascosta la storia del prodotto
che stanno consumando. Quando beviamo un caffè la mattina, per esempio, non
sappiamo nulla delle donne e degli uomini che hanno coltivato la pianta, hanno
raccolto i grani, li hanno imballati, li hanno trasportati fino in Italia, li
hanno tostati, hanno collocato i pacchetti sul ripiano del negozio o del
supermercato dove li abbiamo comprati. Non sappiamo nulla dei salari che sono
stati pagati a tutte queste lavoratrici e lavoratori, che ci consentono tutte le
mattine di gustare l'aroma della bevanda nera.
Un mercato "sovversivo" Gli unici elementi distintivi che
orientano le nostre scelte sono il gusto ed il prezzo; il resto non ha nessuna
importanza. Eppure, spesso, dietro i prodotti che acquistiamo c'è una storia di
sfruttamento e di ingiustizia. A molte donne e uomini nei paesi economicamente
meno sviluppati, infatti, vengono negati i più elementari diritti: il diritto
ad una retribuzione dignitosa per il proprio lavoro, il diritto alla tutela sul
lavoro, il diritto ad una vita dignitosa e serena, come quella che tutti noi
pretendiamo per noi stessi. Ma le imprese tradizionali non hanno interesse a
rivelare i meccanismi che si celano dietro alcuni prodotti. Il Commercio equo e
solidale, invece, entrando nei meccanismi di mercato, sovverte l'impostazione e
i principi su cui si regge il mercato capitalistico e ricongiunge i produttori
di materie prime ai loro consumatori finali. Se, infatti, il mercato
capitalistico fonda la propria forza sulla mancanza di conoscenza che il
consumatore ha del produttore e viceversa, il commercio equo e solidale crea
rapporti diretti fra produttori e consumatori, e su questo fonda la propria
forza. Vediamo, allora, come funziona il commercio equo.
Da quando è nato, quasi quarant'anni fa in Olanda, si sono sviluppate in
tutt'Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone e in Australia, delle
imprese, spesso legate ad Organizzazioni Non Governative di aiuto allo sviluppo
(ONG), che entrano in contatto diretto con i produttori (di caffè, tè, cacao,
zucchero, spezie, artigianato) comprando i loro prodotti a prezzi giusti, e
rivendendoli ai consumatori finali attraverso negozi specializzati, le Botteghe
del Mondo. Nella scelta dei produttori c'è una selezione ben precisa: vengono
scelti preferibilmente quelli organizzati in cooperative o associazioni in cui
la democrazia interna sia garantita ed i processi decisionali trasparenti. I
lavoratori devono essere ben retribuiti e avere garantiti i diritti sindacali.
Le produzioni devono essere rispettose dell'ambiente e della salute umana, ed è
proibito il lavoro infantile. La possibilità di impiego dei minori deve essere
regolamentata nel rispetto delle Convenzioni internazionali (ILO e UNICEF).
Gli utili dell'attività devono essere reinvestiti a beneficio di tutti, e non
per arricchire i dirigenti delle imprese. Con produttori che rispettino questi
criteri, le organizzazioni di importazione concordano un prezzo che tenga conto
del costo di produzione, delle esigenze di autosviluppo, di eventuali progetti
sociali che tendano a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle
loro famiglie. In questo modo il prezzo pagato è superiore a quello che i
produttori riceverebbero dalle normali imprese di importazione o dagli
intermediari: questo è un elemento importante del commercio equo che si
configura, in questo senso, come una forma moderna di cooperazione allo
sviluppo.
I contatti con i produttori avvengono spesso tramite ONG locali, missionari, o
gruppi di solidarietà internazionale, che spesso si fanno carico anche di
seguire e fornire assistenza ai produttori finché questi non sono in grado di
camminare da soli. Anche le organizzazioni di importazione, comunque, devono
rispettare delle regole: devono essere organizzazioni trasparenti e
democratiche, assicurare il prezzo giusto, fornire assistenza alla produzione,
effettuare il pre-finanziamento della merce, se richiesto dai produttori.
Pre-finanziamento vuol dire che gli importatori, ancor prima di ricevere i
prodotti, ne pagano ai produttori fino al 50% del valore. Quest'ultimo elemento
è molto importante, perché consente ai produttori di non indebitarsi con le
banche e di poter contare su finanziamenti a tassi agevolati. Viaggi diretti
degli importatori presso i produttori e viceversa, consentono di aumentare il
livello di conoscenza e di fiducia, elementi fondamentali nel Commercio equo.
Dove acquistare i prodotti Al termine della catena verso i consumatori ci
sono le Botteghe del Mondo, negozi specializzati gestiti da cooperative e
associazioni senza fini di lucro, il cui scopo è dare uno sbocco di mercato ai
prodotti del commercio equo, e diffondere un'immagine diversa dei paesi
economicamente sviluppati, fornendo informazioni sui produttori e sui paesi nei
quali vivono. Ai consumatori viene così offerta la possibilità di essere
protagonisti nel tentativo di riportare su binari più umani le relazioni
commerciali internazionali. I prodotti del commercio equo possono arrivare fino
a noi anche attraverso imprese normali che hanno compreso l'importanza di
commerciare secondo principi di equità. Esse acquistano da produttori che
rispettino i criteri del commercio equo, pagando loro un prezzo minimo, più un
eventuale sovrapprezzo per progetti particolari (per esempio coltivazione
biologica). I prodotti così importati vengono certificati da organizzazioni,
chiamate Marchi di Garanzia, il cui compito è garantire i consumatori finali
sul rispetto dei criteri del Commercio equo. Produttori, importatori, Botteghe
del Mondo, marchi di garanzia, consumatori, sono i protagonisti di un'attività
che pone, in controtendenza rispetto alla visione attuale del mondo, le persone
e non i profitti al centro delle attività umane.
Per diventare protagonisti di questo nuovo modo di consumare, basta rivolgersi
all'Associazione delle Botteghe del Mondo oppure visitare il sito Internet che
contiene gli indirizzi delle botteghe del mondo in tutta Italia www.citinv.it/equo
di
Angelo Caserta
NON
SOLO "ANIMA BELLA"
In un mondo dominato dalla globalizzazione come potrà il commercio equo e
solidale trovare uno spazio economico rilevante e non rimanere un'utopia di
pochi?
«In un mondo abbandonato alla globalizzazione non è utopistico pensare che le
centinaia di milioni di contadini e artigiani possano stare a guardare la loro
fine senza fare niente? Se è vero che 1,2 miliardi di persone sopravvivono, e
spesso muoiono, con meno di un dollaro al giorno dopo più di due secoli di
capitalismo globalizzato, non è utopistico che il mercato equo possa offrire
ancora una chance a quattro/quinti dell'umanità?». Comprare i prodotti del
commercio equo e solidale può davvero contribuire a risolvere i problemi dei
piccoli produttori o serve più facilmente a quietare la propria coscienza?
«Circa un milione di produttori (contadini e artigiani) del sud del mondo sono
oggi in rete con i canali di commercializzazione del fair trade. Mediamente i
loro guadagni per unità di prodotto, in questa rete commerciale alternativa,
vanno da due fino a dieci volte quelli che si ottengono sul mercato
capitalistico. Inoltre, una parte degli utili (mediamente il 5%) viene
reinvestito in investimenti sociali in favore della comunità di appartenenza.
Se i consumatori europei comprassero in misura più consistente i prodotti del
commercio equo, decine di milioni di persone potrebbero vivere con maggiore
dignità e sicurezza. Rispetto a quest'ultimo fattore - la sicurezza - bisogna
ricordare che il fair trade anticipa ai produttori circa la metà del valore dei
prodotti ordinati, oltre che garantisce gli acquisti sul lungo periodo a prezzi
certi. Questo fa sì che molti produttori locali possano liberarsi dello
strozzinaggio praticato dagli usurai, che specie in Asia costituiscono una piaga
endemica e uno dei più importanti fattori d'impoverimento».
Il commercio equo e solidale non rischia di rivolgersi solo a un segmento di
mercato già sensibile e disposto anche ad autotassarsi pur di perseguire degli
obiettivi etici e politicamente corretti? «Se prendiamo il caso europeo
troviamo che la fascia dei consumatori coinvolti va al di là del numero dei già
sensibilizzati. Vale a dire: nelle quasi 4.000 botteghe del mondo nei quindici
paesi europei dove si è sviluppato il fair trade non troviamo, come acquirenti,
solo i consumatori più sensibili. Certo i clienti, gli acquirenti stabili fanno
parte della quota della popolazione che è più sensibile ai problemi del sud
del mondo e che è stimabile, mediamente, intorno al 15% della popolazione. Una
percentuale che va letta in quanto è frutto di una media tra classi sociali e
anagrafiche diverse: è più alta tra i giovani e soprattutto le giovani donne,
tra la popolazione istruita, tra la popolazione di reddito medio. Ciò non
toglie che le botteghe abbiano anche clienti occasionali che si avvicinano più
per la varietà dei colori e delle forme dei prodotti artigianali che per il
messaggio e il significato. E fra questi non pochi poi ritornano perché sia
pure indirettamente - il messaggio è piaciuto o sono contenti di quello che
hanno comprato o hanno respirato un'atmosfera ricca di relazioni sociali che sta
scomparendo nell'era degli ipermercati».
Obiettivo futuro: riuscirà il commercio equo e solidale a entrare in
concorrenza con il commercio tradizionale o è destinato, per sua natura o per
scelta, a rimanere una nicchia per pochi, buoni e danarosi consumatori? «Il
commercio equo e solidale si è posto, fin dall'inizio, l'obiettivo di
"contaminare" tutto il commercio internazionale e di non restare a
svolgere il ruolo di "anima bella". E i risultati sono già
consistenti. Fra tutti vorrei citare la risoluzione del 3 luglio 1998, votata
dal Parlamento europeo, che impegna la Commissione ad adottare i principi
fondamentali e le norme del commercio equo. Ma già oggi, come si può
dimostrare in tanti casi concreti, il maggior prezzo ottenuto dai produttori
legati alle reti del commercio equo e solidale ha provocato un innalzamento del
prezzo anche per gli altri produttori in diverse zone del mondo».
Come mai in Italia la realtà del commercio equo e solidale fatica ad
affermarsi rispetto ad altri paesi europei? «E' vero che in Italia il
commercio equo è arrivato solo nel 1989, diversi anni dopo che si era già
affermato in diversi paesi europei - ma è anche vero che è cresciuto
velocemente. In un decennio, infatti, si è passati da qualche gruppo e bottega
a quasi 200 botteghe del mondo che hanno ormai superato i 20 miliardi di
fatturato. In alcune aree del paese poi, in particolare in Friuli e Trentino, i
tassi di consumo dei prodotti del commercio equo in % del consumo pro-capite
sono arrivati a livelli svizzeri, vale a dire ai livelli più alti d'Europa.
Resta, in questo caso, il grande buco nero del Sud, dove però si sta molto
recuperando in questi ultimi anni».
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Gli
obiettivi
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OCCHIO
AL MARCHIO
Esistono dei modelli di consumo che possono contribuire a uno sviluppo
rispettoso dei diritti dei bambini? La domanda non può che essere retorica e
per quanto ci si senta granelli di sabbia in una spiaggia battuta dal vento, è
pur vero che siamo a pieno titolo attori dello sviluppo, equo o iniquo che sia.
Si tratta di scegliere. E' per questo che vale la pena di riflettere sui nostri
consumi, sulle scelte che quotidianamente affrontiamo perché, come sottolinea
il nono Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il consumo
di alcuni non deve compromettere il benessere di altri.
Ed è per questo che alcune notizie giungono particolarmente gradite. Come
quella recente, tutta italiana, della presentazione di un disegno di legge al
Senato - su iniziativa del senatori verdi De Luca e Pieroni - sulla
"certificazione di conformità sociale dei prodotti realizzati senza
l'utilizzo di manodopera minorile". Praticamente un vero e proprio marchio
etico di garanzia allo scopo di porre le basi normative per costruire un sistema
commerciale più equo e solidale.
Il disegno di legge propone di istituire un Albo nazionale dei prodotti ottenuti
senza il lavoro dei minori al quale le imprese possono iscrivere i singoli
prodotti per i quali si ottiene il marchio. Il sistema dovrebbe essere di
adesione volontaria e si basa su una autocertificazione dell'impresa e sulla
disponibilità a sottoporsi a tutte le verifiche, sia in loco che documentali,
per accertare eventuali violazioni. Queste potranno essere segnalate anche da
associazioni impegnate sul fronte dei diritti umani e sindacali
Il
marchio etico L'introduzione del marchio etico sui prodotti non è nuova; è
stata lanciata per la prima volta nel 1977 in Germania dal programma Blue Angel
per indirizzare gli acquisti verso prodotti a basso impatto ambientale e per
indurre le industrie a realizzare prodotti rispettosi dell'ambiente. Nel 1989 è
stato introdotto il programma di etichette ecologiche Nordic e nel 1991
Environmental Choice Australia.Il marchio etico può garantire diversi aspetti
del ciclo produttivo di un manufatto, dalla sostenibilità ambientale, alla
garanzia di impiego di manodopera non sfruttata, in particolare infantile. Già
da qualche anno sono state lanciate alcune iniziative contro il lavoro dei
bambini, come quella del marchio Rugmark sulla produzione dei tappeti in India,
un mercato che coinvolge moltissimi minori. Le industrie che aderiscono a questa
iniziativa sottoscrivono un accordo, avente valore giuridico, che le obbliga a
non impiegare lavoratori con meno di 14 anni e a corrispondere un salario minimo
ufficiale: il marchio Rugmark attesta quindi che il prodotto è stato realizzato
senza il lavoro dei bambini. L'iniziativa ha avuto l'appoggio dell'UNICEF e di
alcune organizzazioni non governative. Rimane aperta però l'annosa questione
del controllo, anche quando il proliferare di iniziative e di normative sembra
avere la meglio. Se, come stabilisce l'art. 32 della Convenzione sui Diritti
dell'Infanzia, il minore deve essere protetto contro lo sfruttamento economico e
non deve essere costretto ad alcun lavoro pericoloso e se è vero che gli Stati
devono adottare misure legislative, amministrative, sociali ed educative proprio
per garantire l'applicazione di questo articolo, è un dato di fatto che le
leggi in molti paesi non vengono applicate.
I 250 milioni di bambini che lavorano in tutto il mondo, spesso in condizioni di
vera e propria schiavitù, sfuggono alle normative, alle statistiche e a
qualsiasi controllo. E' una storia vecchia: è più facile sfruttare i bambini
che gli adulti, i piccoli lavoratori hanno un potere contrattuale pressoché
nullo ed è più facile tenerli a bada, intimorirli e punirli. Spesso sono anche
più produttivi a un costo decisamente minore. Tra i molti provvedimenti per
combattere la triste realtà del lavoro minorile, c'è quello importantissimo
dell'adozione di codici di condotta da parte delle imprese, a garanzia che né
loro né le ditte subappaltatrici impieghino bambini in condizioni che ne
violino i diritti. I recenti scandali che hanno coinvolto aziende italiane e
multinazionali hanno posto all'attenzione dell'opinione pubblica di tutto il
mondo nuove realtà di sfruttamento minorile. L'UNICEF e l'OIL sono impegnati
sul fronte non solo della tutela dei bambini contro lo sfruttamento e del
recupero dei bambini lavoratori ma anche coinvolgendo le aziende nel rispetto
dei codici di comportamento.
L'iniziativa "Questo pallone non l'ho cucito io" avviata dall'UNICEF
in collaborazione Federazione Gioco Calcio, Lega Calcio, Associazione Italiana
Calciatori e TransFair Italia è stata lanciata in occasione dei Mondiali di
calcio Francia '98 (cfr. Susanna Bucci, Il pallone solidale, in "il
Mondodomani", n. 11, novembre '98, p. 7) per sensibilizzare il mondo
sportivo sul problema dei bambini lavoratori nelle fabbriche di Sialkot in
Pakistan, che assicurano l'80% della produzione mondiale dei palloni da calcio.
Proprio in quella occasione l'associazione TransFair ha distribuito il
cosiddetto pallone equo, senza marchio commerciale e con la sola dicitura
"Fair Trade Quality - Better Deal for Workers - Non Children Labour".
Il pallone è garantito da un marchio europeo che ha radunato una serie di
associazioni che promuovono il commercio equo e solidale attraverso il marchio
internazionale TransFair. L'UNICEF ha avviato nel 1981 un interessante progetto
di sviluppo in Nepal per la produzione della carta e dei cartoncini augurali che
vengono venduti dai Comitati nazionali UNICEF. Da circa un millennio nel cuore
dell'Himalaia gli artigiani fabbricano la carta manualmente utilizzando le
cortecce degli arbusti locali e rispettando l'equilibrio delle loro foreste.
Elaborati e stampati manualmente dalle popolazioni dei villaggi nepalesi, i
biglietti vengono colorati con l'impiego di tinture vegetali naturali,
utilizzando tecniche antichissime. Il progetto dell'UNICEF contribuisce allo
sviluppo delle comunità e ha dato la possibilità di lavoro a moltissime
persone, da quelle impegnate nella produzione e raccolta della "lokta",
la pianta dalle cui radici viene ricavata la carta, a quelle, soprattutto donne,
che lavorano nelle fabbriche. Attraverso l'acquisto si aiuta il laboratorio
artigianale di Bhaktapur, dove vengono realizzati nel rispetto della
sostenibilità ambientale e con l'obiettivo di promuovere l'attività
professionale dei contadini e degli operai che lavorano; il denaro ricavato
dalla vendita dei cartoncini UNICEF viene reinvestito dall'UNICEF nei progetti
di cui beneficiano proprio le comunità della regione centrale del Nepal che
lavorano nella produzione della carta.Il cammino intrapreso è irto di ostacoli,
eppure solo continuando l'opera di informazione e di sensibilizzazione è
possibile diffondere dei comportamenti più rispettosi dei diritti umani. Il
consumo del resto non è sinonimo di iniquità tout court, è linfa vitale e
generatore dello sviluppo. E modificare i propri modelli di consumo secondo
parametri più etici potrò solo consentire uno sviluppo più giusto.
di
Patrizia Paternò
Consigli
bibliografici e pagine web di riferimento