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Lavoro
minorile nel mondo |
Da
una pubblicazione dell' Unicef sul Lavoro Minorile, che può
essere molto utile nei corsi di approfondimento sulla mondialità, che
alcune scuole stanno programmando, e dai dati presenti sul nostro sito
riporto un estratto che spero sia utile. La pubblicazione può essere
richiesta a progscuola@unicef.it
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Nessuno
sa con certezza quanti sono i bambini e le bambine che lavorano
nel mondo. In mancanza di cifre esatte, l’OIL (Organizzazione
Internazionale del Lavoro) stima che siano coinvolti nel
fenomeno circa 250 milioni di bambini
fra i 5 e i 14 anni nei paesi in via di sviluppo (cfr. grafico):
di questi, 120 milioni lavorano a tempo pieno, 130 milioni
solo per una
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parte
della giornata. A questi vanno poi aggiunti i bambini-lavoratori del
mondo industrializzato, Europa (soprattutto nei paesi ex-socialisti),
Nord America e Oceania.
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Per
l’Italia è stata finora ipotizzata la cifra di circa
530 mila casi, secondo studi CGIL. Negli Stati Uniti lavorano
circa 5 milioni e mezzo di ragazzi, e le violazioni delle norme
che regolamentano il lavoro dei minori sono aumentate del 250%
tra il 1983 e il 1990. Oggi possiamo sperare che il nuovo secolo
bandisca dalla storia il lavoro minorile forzato, al pari di
quanto già accaduto
con la schiavitù e con l’apartheid.
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Non sarà certamente una strada facile né breve, poiché gravi cause
strutturali sono alla fonte del lavoro dei più piccoli, ma non vi è
complessità o difficoltà che possa giustificare l’inerzia di
fronte a un’ ingiustizia assurda, che colpisce i soggetti più
deboli per il profitto di pochissimi e che, oltre tutto, vanifica in
maniera miope le stesse potenzialità di sviluppo economico e sociale
dei paesi di appartenenza.
La
prima, fondamentale causa del lavoro minorile, a tutte le latitudini,
è la povertà. Ciò non equivale ad affermare che la
povertà conduca necessariamente al lavoro minorile: lo Stato indiano
del Kerala, ad esempio, ha virtualmente abolito questa piaga al suo
interno, pur essendo tutt’altro che ricco. Tuttavia, sono le
famiglie economicamente più vulnerabili quelle da cui provengono i
piccoli lavoratori e le piccole lavoratrici. Per le famiglie povere,
il contributo offerto dal reddito di un bambino che lavora può fare
la differenza tra la fame e la sopravvivenza.
«Più
una popolazione è povera, più ha tendenza ad avere molti figli che
possano contribuire a mantenere le famiglie. Più una popolazione è
povera, più è analfabeta, in quanto i bambini, costretti a lavorare,
non vanno a scuola. E più
una popolazione è analfabeta, più rimane nel sottosviluppo e nella
povertà»: così il
sociologo pakistano Nazar Ali Sohall sintetizza il circolo perverso
che lega povertà, ignoranza e sfruttamento del lavoro minorile.
L’UNICEF
giudica necessario affrontare il problema del lavoro minorile con una
visione globale, coinvolgendo il maggior numero possibile di attori
sociali ed istituzionali: i bambini, le famiglie, i governi, le
organizzazioni non governative locali e internazionali, ma anche
sindacati, datori di lavoro, leader spirituali. Non ci sono ricette
univoche, riproducibili ovunque, ma è indispensabile produrre uno
sforzo di creatività progettuale, modulando interventi diversificati
e calibrati, con l’unico obiettivo della massima efficacia. E’
fondamentale offrire sempre un’alternativa al lavoro, altrimenti si
rischia semplicemente di creare nuove forme di miseria. Per questo, l’UNICEF
ritiene che il boicottaggio sia soltanto una extrema
ratio e non un’arma
utilizzabile ripetutamente per combattere il fenomeno
in oggetto. Quando, nel 1993, il senatore degli Stati Uniti Tom Harkin
presentò un progetto di legge (il Child Labor Deterrence Act) volto a
proibire l’importazione negli USA di prodotti tessili realizzati con
manodopera minorile, la reazione immediata degli imprenditori tessili
in Bangladesh fu di licenziare circa 50mila minorenni dalle loro
fabbriche. Indagini condotte nei mesi successivi scoprirono che la
gran parte di questi ragazzi, privi di qualsiasi alternativa
organizzata, erano finiti a fare lavori ancora più degradanti e
faticosi (facchinaggio, carrettieri, spaccapietre) oppure a rubare o
prostituirsi.
Non è così che si risolvono i problemi.
Situazione
in Bangladesh
I
bambini sono purtroppo una fonte importante di lavoro sia nelle zone
urbane che nelle città.
Il lavoro minorile viene estensivamente usato e già ad 8/9
anni hanno cura completa del bestiame, aiutano nella pesca etc.
A 11 anni sono attivi quanto un adulto; soltanto in lavori più
pesanti, quali la messa a dimora delle piantine di riso neicampi
allagati, vengono utilizzati da 13/14 annidi età. Si
può calcolare in definitiva che a 7/9 anni lavorano come ½
adulto, come ¾ di adulto a 10-12 anni e già a 13 anni
come un adulto. Quindi già negli anni della scuola elementare i
bambini sono integrati nelle attività di sostentamento dell’intera
famiglia.
Un
contadino non può assolutamente permettersi di dar lavoro ad altri
adulti estranei e pagarli, ricorre quindi ai suoi figli, anche se
giovani, per i vari lavori nei campi.
Solo i proprietari di sufficiente terreno possono permettersi di non
far lavorare i bambini e di mandarli a scuola, compensando la perdita
di lavoro dei figli con personale a pagamento.
Nelle zone rurali sono i bambini poveri che diventano servi
nelle case altrui, sono loro quelli che hanno raramente la
possibilità di andare a scuola, sono loro che hanno la loro infanzia
distrutta dalla povertà.
Ma
anche nelle città è la classe sociale che influisce sullo stile di
vita del bambino. Anche se è vero che mediamente nelle città la
frequenza alle scuole è superiore, coloro che abitano negli slums
non hanno accesso alle scuole per il motivo molto semplice che
negli slums non vi sono scuole! La visita ad una delle poche
scuole presenti in uno slum (Manda, ad esempio) fa toccare con mano la
triste esistenza di questi derelitti, abbandonati da tutti, che
passano quella che dovrebbe essere la parte più bella e serena della
propria vita in mezzo ai rifiuti, cercando qualcosa da mangiare.
L’
accesso indiscrimanato alle aree urbane porta ad agglomerati umani in condizioni
di vita subumane, in cui la mancanza di strade, di acqua, di fogne
e di elettricità, che sono bisogni primari, fanno passare la
scuola in secondo piano.
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LAVORO
E SCUOLA
: SU 100 BAMBINI CHE LAVORANO
89 sono senza istruzione, 9.2 vanno dalla I alla V, 1.4
dalla VI all’ VIII, e 0.4 alle superiori.
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Moltissimi
bambini quindi vivono alla giornata, di accattonaggio o di lavori che
sono inventati sul momento e il censimento nemmeno li considera: noi
sappiamo che esistono soltanto perchè li vediamo. Chi li ha
visti razzolare in enormi depositi di immondizia, assieme a
porci, topi, galline alla ricerca di qualche cosa non può restare
indifferente. Persino le buste di plastica si recuperano e una volta
lavate in qualche pukur si vendono a 15-20 taka al chilo. Poi si
fondono e si ricava qualche oggetto di plastica.
Le bambine lavorano generalmente come domestiche e, nel 1974 si
calcolò che almeno 80000 bambine di 10/14 anni facevano servizi
domestici in case altrui; ma anche in età inferiore molte di esse
lavorano a servizio e continuano a farlo sino a che si sposano in età
giovanissima.
In queste condizioni andare a scuola è una chimera: soltanto
le più fortunate, se hanno una scuola pubblica vicina e se il loro
datore di lavoro permette di assentarsi per 2/3 ore, possono
frequentare la scuola per almeno un anno o due.
Un
ottimo esempio è reso dal lavoro del BRAC, una ONG del Bangladesh che
ha creato oltre 30mila centri educativi non formali. In questo paese,
fra i più poveri e sfortunati del mondo, con un tasso di
analfabetismo del 65% e uno di scolarizzazione superiore del 3,3%, il
BRAC coinvolge centinaia di migliaia di bambini tra gli 8 e i 14 anni,
che altrimenti non potrebbero studiare. Molti di loro lavorano nei
campi o nell’ industria tessile, e non possono smettere di farlo da
un giorno all’altro. Per questo il BRAC propone loro giornate
scolastiche di due ore e mezzo in media, in unità di quartiere
Le scuole BRAC non comportano oneri economici per i genitori, e
questa è una delle cause che permette l’incredibile successo del
programma: oltre il 95% degli iscritti completa il corso triennale e
può così accedere alla quarta classe delle normali scuole
elementari. La scuola nello slum di Manda, a cui nel nostro piccolo
contribuiamo, è basata sugli stessi principi.
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