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LA NASCITA DEL RAZZISMO |
Il concetto di razza fu applicato per la prima volta alla specie umana da due famosi biologi del '700, Buffon e Linneo, che classificarono gli esseri umani basandosi sul colore della pelle, sulla forma e sulla dimensione di alcune parti del corpo. Si pensò allora che i caratteri fisici influenzassero realmente lo sviluppo degli individui, al punto che vennero intrapresi in seguito studi sulla misura del cranio o sulla forma del volto, elementi che erano ritenuti importanti per lo sviluppo cerebrale. Tali studi, ormai del tutto superati perché senza fondamento scientifico, portarono all'elaborazione di due teorie in quel tempo molto importanti, quella frenologica e quella fisiognomica. Sebbene l'idea di una gerarchia delle razze, al vertice della quale vi era quella ariana, si fosse già diffusa nel '700, le teorie eugenetiche si affermarono in maniera più decisiva nel secolo successivo, favorite e influenzate dal movimento neoclassico che identificava la bellezza nel modello delle belle e bianche statue greche. In questo contesto si arrivò a pensare che la teoria dell'evoluzionismo di Darwin fosse valida anche per le società umane (darwinismo sociale), ovvero che esistessero degli individui più avvantaggiati di altri per quanto riguarda la capacità di adattarsi alla realtà circostante. La teoria darwiniana ebbe così l'effettodi una conferma della reale superiorità di alcuni individui rispetto ad altri. Al fine di legittimare alcune forme di discriminazione politica o sociale, o di schiavizzazione di popolazioni, questa superiorità venne ricercata ovunque: nel livello di sviluppo dei popoli e delle loro lingue messi in relazione alla cultura, alla spiritualità e infine alla razza. Il primo saggio di rilevante importanza sulla superiorità di razza nella specie umana fu pubblicato in Francia nel 1853 da A. De Gobineau che, assistendo al declino della nobiltà di cui egli stesso faceva parte e vedendola destinata ormai a perdere l'antico potere, utilizzò il concetto di razza per dare una spiegazione storica alla decadenza del genere umano.
Nel suo Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane De Gobineau sostiene che la razza bianca, dopo essersi diffusa in tutto il mondo grazie alle sue superiori capacità, si sarebbe unita alle razze inferiori, gialla e nera, per dare vita a individui ibridi "disgustosamente mediocri", contaminandosi fino a perdere completamente la propria purezza.
Chi ebbe un reale intento di istigazione al razzismo fu il britannico H. Chaberlain, che pochi anni dopo pubblicò I fondamenti del secolo diciannovesimo, in cui esaltava la superiorità razziale, civile e politica del popolo tedesco (egli stesso si era fatto naturalizzare tedesco, ed era diventato genero del musicista Wagner), e incitava alla riproduzione mirata e alla parallela eliminazione degli inferiori. Sulle orme di quest'ultimo si mosse A.Rosemberg, che ne Il mito del ventesimo secolo predicava quel razzismo violento che ispirerà le dottrine del partito nazista tedesco.
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RAZZA E CULTURA |
Sulla questione razziale il "peccato originale" dell'antropologia consiste nella confusione che essa ha consentito di compiere tra il concetto puramente biologico di razza e le produzioni sociologiche e psicologiche delle culture umane. Questo, a esempio, fu l'errore di De Gobineau. Quando si parla del contributo originale delle razze umane alla civiltà, non si vuol dire che gli apporti culturali dei vari continenti dipendano dalla razza di coloro che li abitano. Se tale originalità esiste, ed è certo, essa dipende da circostanze geografiche, storiche e sociologiche, non da specifiche e distinte attitudini connesse alla costituzione anatomica o fisiologica della popolazione in questione. Ciò significa che l'umanità non si sviluppa in un regime di uniforme monotonia, bensì attraverso modi molto diversificati di società e civiltà. Tale diversità intellettuale, estetica e sociologica non è unita da nessuna relazione causale a quella che, sul piano biologico, esiste tra alcuni aspetti osservabili nei raggruppamenti umani. Infatti due culture elaborate da uomini appartenenti alla stessa razza possono differire quanto due culture appartenenti a gruppi razzialmente lontani. Per trattare in modo completo il tema in questione bisogna dunque prendere in considerazione anche il problema della diseguaglianza o diversità delle culture umane.
Diversità
delle culture:
La diversità delle culture umane è ed è stata certamente maggiore di
quanto noi siamo in grado di misurare. Alcune culture sembrano essere diverse,
ma siccome emergono da un tronco comune, non si distanziano allo stesso modo di
altre che non abbiano avuto rapporti tra loro in nessuna fase del loro sviluppo.
Viceversa, società entrate recentemente in strettissimo contatto sembrano
offrire l'immagine della stessa civiltà, mentre sono arrivate allo stadio di
sviluppo in cui si trovano, per vie diverse. Nelle società umane agiscono
simultaneamente forze orientate in direzioni opposte: le une tendenti al
mantenimento e all'accentuazione dei particolarismi, le altre agenti nel senso
della convergenza e dell'affinità. Sembra quasi che le società umane
manifestino un certo grado di diversità, al di là del quale non potrebbero
spingersi, ma al di qua del quale non possono rimanere senza pericolo. E' chiaro
quindi che il concetto di diversità delle culture non va inteso in maniera
statica: vi sono differenze dovute all'isolamento e differenze dovute alla
prossimità.
L'etnocentrismo:
La diversità delle culture raramente è apparsa agli uomini per ciò
che è, ovvero un fenomeno naturale, risultante dai rapporti diretti o indiretti
fra le società. Si è visto, piuttosto, in essa, una sorta di mostruosità o di
scandalo. L'atteggiamento più comune consiste nel ripudiare puramente e
semplicemente le forme culturali che sono più lontane da quelle con cui ci
identifichiamo. Così l'antichità confondeva tutto quello che non faceva parte
della cultura greca e latina sotto il nome di "barbaro"; la civiltà
occidentale nell'età moderna ha poi utilizzato il termine
"selvaggio". In entrambi i casi si rifiuta di ammettere il fatto
stesso della diversità culturale. Si preferisce respingere fuori dalla cultura,
nella natura, tutto ciò che non si conforma alle norme sotto le quali si vive.
L'atteggiamento di pensiero, nel cui nome si respingono i "selvaggi"
fuori dall'umanità, è proprio l'atteggiamento più caratteristico che
contraddistingue quei selvaggi medesimi. E' noto, infatti, che il concetto di
umanità è assai tardivo e che per molti popoli l'umanità cessa alla frontiera
della tribù, del gruppo linguistico, persino del villaggio. Dunque, questo
punto di vista ingenuo cela tale significativo paradosso: proprio nella misura
in cui si pretende di stabilire una discriminazione fra le culture e i costumi,
ci si identifica nel modo più completo con ciò che si cerca di negare.
Contestando l'umanità dei "selvaggi" non si fa altro che assumere un
loro tipico atteggiamento; il barbaro è anzitutto l'uomo che crede nella
barbarie. Nel senso opposto, la semplice proclamazione dell'uguaglianza naturale
fra tutti gli uomini e della fratellanza che deve unirli senza distinzione di
razza o di cultura ha qualcosa di deludente perché trascura una diversità di
fatto, che si impone all'osservazione. Questo è il falso evoluzionismo. Si
tratta precisamente di un tentativo di sopprimere la diversità delle culture,
pur fingendo di riconoscerla in pieno. L'evoluzionismo biologico, ovvero il
darwinismo, noto come una vasta ipotesi di lavoro fondata sull'osservazione, in
cui la parte lasciata all'interpretazione è minima, è diversissimo dallo
pseudoevoluzionismo, sopra accennato. Lo pseudoevoluzionismo, che è poi
l'evoluzionismo sociologico, deve ricevere un forte impulso dall'evoluzionismo
biologico; ma gli è anteriore nei fatti.
Culture
arcaiche e primitive:
Ogni società può dividere le culture in tre categorie:
quelle che sono contemporanee, ma fisicamente molto lontane;
quelle che si sono manifestate nello stesso luogo, ma precedenti nel tempo;
quelle che sono esistite sia in un tempo anteriore sia in uno spazio diverso.
Il falso evoluzionismo si è manifestato soprattutto paragonando le società primitive contemporanee a quello del terzo gruppo sopra citato: delle civiltà scomparse noi conosciamo aspetti tanto meno numerosi quanto più è antica la civiltà considerata. Il procedimento consiste quindi nel prendere la parte per il tutto, e nel concludere che quegli aspetti di due civiltà (l'una attuale e l'altra scomparsa), i quali offrano rassomiglianze, garantiscono dell'analogia di tutti gli aspetti. Inoltre, per ciò che riguarda il secondo gruppo sopra citato, la continuità del sito geografico non impedisce che, sullo stesso suolo, si siano succedute popolazioni diverse con credenze, tecniche e stili diversi. I tentativi compiuti per conoscere la ricchezza e l'originalità delle culture umane, e per ridurle a repliche più o meno arretrate della civiltà occidentale, urtano contro un'altra difficoltà, molto più profonda: in generale, tutte le società umane hanno dietro a loro un passato che è approssimativamente dello stesso ordine di grandezza. Per considerare alcune società come "tappe" dello sviluppo di altre, bisognerebbe ammettere che quando per queste ultime succedeva qualcosa, per le prime non succedeva nulla. Il punto è, invece, che la loro storia è e rimarrà sconosciuta, ma non che essa non esiste. In verità non esistono popoli bambini: tutti sono adulti. Sarebbe lecito probabilmente dire che le società umane hanno utilizzato in modo disuguale il tempo passato: le une bruciavano la tappe, le altre indugiavano lungo il cammino. Si potrebbero così distinguere due tipi di storie: una storia progressiva, acquisitiva, che accumula i ritrovati e le invenzioni per costruire grandi civiltà, e un altra storia, forse altrettanto attiva e altrettanto ricca di talenti, ma in cui mancherebbe il dono sintetico che costituisce il privilegio della prima.
L'idea
di progresso:
Siamo abituati a considerare il progresso come la concatenazione di
forme successive di evoluzione che hanno prodotto forme superiori e altre
inferiori. I progressi compiuti dall'umanità sono stati ordinati in successione
(dall'archeologia e dalla paleontologia, per esempio, conosciamo, in serie,
l'età della pietra tagliata, della pietra levigata, l'età del rame, del
bronzo, l'età del ferro) secondo un schema di crescita lineare che ultimamente
è stato messo in discussione. Si è infatti iniziato a ritenere che non ci sia
stato un progresso a senso unico, disposto in più tappe, ma una realtà a più
aspetti, a più facce in cui avvenivano contemporaneamente diverse fasi
evolutive. Si tende insomma, a dislocare nello spazio forme di civiltà diverse
e parallele che eravamo soliti disporre come successive nel tempo: il progresso
diventa quindi un processo non necessario, discontinuo e non consequenziale.
Possiamo paragonare l'umanità in progresso a un giocatore la cui fortuna è
divisa in parecchi dadi che, lanciati, danno vita a situazioni e somme diverse:
solo di tanto in tanto i dadi addizionati formano una combinazione favorevole
dando origine a una parte di storia cumulativa. Se quindi prima si pretendeva di
definire quali fossero le forme di civiltà più progredite e avanzate, questa
pretesa diventa, con questa interpretazione, sicuramente più difficile. Lo
stesso vale per le razze, poiché non è escluso, anche scientificamente, che
siano coesistiti i tipi più vari di ominidi.
Culture
cumulative:
Noi riteniamo cumulativa ogni cultura che si sviluppi in senso analogo
al nostro. Questo atteggiamento è tipico della psicologia umana: gli anziani
considerano in modo negativo l'epoca contemporanea alla loro vecchiaia e in cui
non sono più attivamente impegnati; in cui cioè o non accade nulla di
significativo per loro o accadono solo avvenimenti per loro disastrosi,
contrapponendola alla storia cumulativa di cui erano stati protagonisti da
giovani. In modo analogo le culture ci sembrano tanto più attive quanto più si
spostano nella stessa direzione della nostra: il nostro giudizio risulta sempre
dalla prospettiva etnocentrica nella quale ci poniamo per valutare una cultura
diversa. Riteniamo la nostra cultura più evoluta perché consideriamo solo gli
argomenti, i campi che interessano noi, o meglio la nostra civiltà. Se
dovessimo stabilire il paragone su altri piani, quali ad esempio l'adattamento
all'ambiente o l'armonia dei rapporti umani o tra il corpo e la mente, i
rapporti ci apparirebbero ribaltati. A seconda della prospettiva scelta si
possono stabilire classificazioni differenti e diventa, quindi, chiaro quanto
sia difficile e forse impossibile per una cultura giudicare con serietà di
analisi una differente.
Il posto
della civiltà occidentale:
Non esiste, quindi, teoricamente una cultura totalmente superiore alle
altre: ma dobbiamo riconoscere che, in pratica, il mondo si sta
occidentalizzando. Il mondo intero sta progressivamente adottando le tecniche,
il genere di vita, le distrazioni, gli abiti, il punto di osservazione, il metro
di giudizio della civiltà occidentale. Si può riconoscere una adesione unanime
per una singola civiltà: ormai popoli considerati sottosviluppati non
rimproverano agli altri di averli occidentalizzati, ma di non aver dato loro i
mezzi per farlo rapidamente. Attraverso il consenso o la forza la civiltà
occidentale è risultata superiore; da dove deriva questa superiorità che, agli
atti, tutti possiamo constatare?
La collaborazione
fra culture:
Le culture che sono riuscite a realizzare forme di storia più
cumulative e che, quindi, sono risultate predominanti, sono quelle che hanno
combinato i rispettivi "giochi" e hanno realizzato, con vari mezzi,
delle coalizioni. La possibilità che una cultura ha di totalizzare quel
complesso insieme di invenzioni che chiamiamo civiltà è funzione del numero e
della diversità delle culture con cui essa partecipa all'elaborazione di una
comune strategia. Tornando alla nostra questione, possiamo risolverla
analizzando l'Europa come civiltà "avanzata" e l'America Meridionale
come civiltà più "arretrata", ben sapendo che questi sono giudizi
relativi. L'Europa agli inizi del Rinascimento era luogo di incontro e fusione
delle influenze più diverse: le tradizioni greca, romana, germanica,
anglosassone, le influenze orientali si scontravano e si confrontavano
continuamente ed erano esse stesse il prodotto di una differenziazione di decine
di secoli. L'America non aveva meno contatti culturali, ma le sue culture hanno
avuto meno tempo per divergere, dal momento che il suo popolamento era più
recente, offrendo così un quadro più omogeneo, stabile ma meno attivo se
consideriamo la diversità come elemento dinamico. La "coalizione"
americana per l'evoluzione era stabilita fra civiltà meno differenti fra loro
(Maya, Inca, Aztechi) rispetto a quelle europee. L'Europa arricchita, cresciuta
ed evoluta dalla sua instabilità interna è riuscita a far crollare con un
pugno di conquistatori la realtà americana iniziando così a vestire i panni di
civiltà superiore, almeno per quanto riguarda le forze che era in grado di
mettere in campo. Non esiste, dunque, nessuna società cumulativa in sé per
sé. La storia cumulativa e il progresso non sono prerogativa di alcune razze o
culture o della loro natura, ma risultano dai comportamenti, dalla maniera di
coalizzarsi, di agire insieme. L'unico impedimento per una società nel
realizzare in pieno la propria natura è quello di agire da sola. E' quindi
compito molto arduo analizzare il contributo delle razze e delle culture umane
alla civiltà. La stessa civiltà mondiale non può essere altro che la
coalizione di culture delle quali ognuna preservi la propria originalità.
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PSICOLOGIA DEL RAZZISMO |
Premettiamo che per uno studio del fenomeno razzistico (ovvero, che produce l'atteggiamento razzista) dal punto di vista psicologico occorre studiare la psicologia dell'individuo o del gruppo razzizzante. Cioè, basandoci sull'affermazione di Sartre secondo la quale "è l'antisemita a creare l'ebreo", cerchiamo le cause del problema non in una situazione storicoeconomicosociale ma nel soggetto del razzismo. Presentiamo varie teorie a riguardo, concentrando l'attenzione sul pregiudizio, passaggio primario e necessario (ma non sufficiente) nello sviluppo del razzismo.
Il
pregiudizio:
Secondo Dollard, questo nasce nella psiche dell'individuo in
conseguenza di privazioni vissute durante l'infanzia e di problemi della vita
adulta; privazioni che creano frustrazioni e quindi aggressività e ostilità.
Queste non possono essere manifestate all'interno del proprio gruppo, e di
conseguenza si riversano su un oggetto particolarmente determinato ed isolato
all'interno della società, e che sia facilmente individuabile. Questa
teorizzazione si accosta dunque all'idea di capro espiatorio, secondo la quale,
a un livello più ampliato di quello del singolo, la società che ha subito uno
sconvolgimento deve trovare qualcuno su cui scaricare le tensioni accumulate e,
nello stesso tempo, qualcuno a cui imputarle. Infatti anche in questo il capro
espiatorio svolge la sua funzione "purificatrice", come secondo la
tradizione religiosa: il sacrificio del capro libera il gruppo del male che vi
è entrato e che ne ha spinto i membri a compiere un'azione turpe. Una parte
della teoria di Dollard, però, suscita alcune critiche: come si spiega il fatto
che l'odio verso l'Altro, in particolari situazioni, sia maggiore quando più
difficilmente questo si può individuare, soprattutto se anche la
caratterizzazione fisica è una costruzione totalmente immaginaria? In ogni
caso, ciò che è importante è che Dollard abbia individuato nel pregiudizio un
atteggiamento difensivo mirante a preservare lo status sociale dell'individuo
razzista e del gruppo a cui appartiene. In questo discorso si inserisce la tesi
di Dumont che vede, alla base del pregiudizio, il passaggio dall'olismo
all'individualismo. Infatti è quando la struttura gerarchica della società
viene sostituita da una fondata sulla parità di diritti per tutti, che il
razzismo è reso possibile, dato che di fatto si preoccupa di ristabilire una
distanza verticale tra i gruppi. Dunque, come osserva Morin, questo bisogno di
ricreare una distanza e una superiorità nei confronti di un gruppo da cui non
si è più completamente separati in termini sociali, per poter mantenere il
proprio status, denota un'effettiva paura del cambiamento e della modernità. E
per questo motivo non a caso il pregiudizio si è fissato particolarmente sugli
ebrei, che rappresentano la figura classica di contrapposizione tra tradizione e
modernità. Secondo alcuni psicanalisti il razzismo rappresenta l'incapacità di
gestire la differenza ma anche la somiglianza con l'altro, nel quale si proietta
il conflitto tra Vecchio, ancora persistente, e Nuovo, presente ma ancora non
del tutto completamente affermato. E in questo rispecchiarsi, come nota
Kristeva, l'Altro è il nostro stesso inconscio, il ritorno di ciò che è stato
rimosso. E poiché ha l'Altro in sé, colui che fugge da lui o lo combatte,
fugge da se stesso e lotta con il proprio inconscio. Non a caso quindi, secondo
Jacquard, la prima reazione nei confronti dell'Altro è di terrore: terrore che
è una fascinazione, un'attrattiva, in quanto lo "straniero" è anche
un simile. Il razzismo non sarebbe dunque un rifiuto radicale dell'Altro, bensì
una conseguenza dello sconvolgente incontro con un simile, con il proprio
doppio.
L'uccisione
del padre:
Freud si chiese come fosse mai stata possibile la conservazione di una
specificità etnica e religiosa propria degli ebrei così marcata, nonostante un
millenario processo li avesse dispersi per tutta la terra, chiamandoli spesso a
convivere con maggioranze oppressive e violente. Pervenne alla conclusione che
tutto ciò fosse spiegabile risalendo alle fonti del monoteismo ebraico e al suo
particolare fondamento psicologico e propose, nella sua analisi, di intrecciare
psicanalisi e religione, cercando di scoprire la verità simbolica di
quest'ultima. Freud ricorre ad una spiegazione tipicamente psicanalitica: come
nella vita degli individui certi fatti apparentemente incomprensibili possono
essere spiegati con avvenimenti che riguardano i primi anni dell'esistenza,
così nella preistoria dell'umanità potrebbero essersi prodotti avvenimenti
dimenticati per millenni ed ora riemersi. Altro elemento della riflessione di
Freud è la funzione del Capo, cioè Mosè, che in seguito avrà grande
importanza nella sua analisi psicanalitica. Ma procediamo con ordine: le nevrosi
sono ricondotte in gran parte ai traumi, soprattutto di natura sessuale, subiti
nella fanciullezza. Gli effetti di questi traumi operano nel nostro livello
inconscio e condizionano i nostri comportamenti arrivando in certi casi a
produrre veri e propri cambiamenti della personalità. Freud cerca di applicare
lo stesso modello alla storia dell'umanità interpreta in essa i fenomeni
religiosi con gli stessi criteri con cui, nella vita dei singoli, interpreta le
nevrosi. La vita dell'uomo primitivo si svolgeva nel clan, dominato dal maschio
più forte, che non esitava ad allontanare e a uccidere chiunque, anche fra i
propri figli, lo minacciasse o gli insidiasse il possesso delle femmine del
gruppo. Talvolta i figli riuscivano a ribellarsi, uccidendo e divorando il
padre; si manifestava così un rapporto di paura e odio verso il padre, il
quale, però resta anche un esempio da imitare (e il pasto antropofagico ha
appunto lo scopo di far acquisire ai figli la forza del padre). Questo rito
venne poi sostituito dal pasto totemico, nel quale l'oggetto dell'uccisione è
un animale sacro. E si arriva così al simbolismo cristiano dell'ultima cena e
della eucarestia. Dunque il peccato originale, ovvero l'uccisione del padre,
può essere espiato solo con la morte del figlio. Tale è anche l'accusa
storicamente mossa agli ebrei: di aver ucciso il loro padreDio. Inoltre la
gelosia degli altri nacque con l'affermazione che gli ebrei "erano i figli
primogeniti e favoriti del Diopadre". Qui si inserisce, secondo Freud, il
significato della figura di Mosè, il quale non fece altro che esaltare alcune
qualità della sua gente, finendo per essere percepito nel ruolo di padre. La
massa degli uomini sente un gran bisogno di autorità a cui sottomettersi.
Questo bisogno si manifesta con il desiderio di ritrovare il padre, il
grand'uomo che svolge nella psicologia collettiva il ruolo che nella vita del
singolo è svolto dal "Superio" (cioè la nostra coscienza che ci
rende piacevoli e gratificanti le rinunce imposte dalle regole sociali). Quando
in un uomo si produce un'istanza di natura erotica o aggressiva, l'Io cerca
immediatamente di soddisfarla, tramite un'azione che produce piacere (mentre il
suo contrario, l'insoddisfazione, produce dolore). Ma quando ciò non è
realizzabile, ecco, si ricerca l'autorità del Superio o, appunto, del
grand'uomo. Il Superio, dunque, che si contrappone all'Io istintivo, altro non
è che "il successore ed il rappresentante dei genitori".
La
personalità
autoritaria:
Pur ammettendo che i pregiudizi possano essere incoraggiati da
lontanissime paure dei nostri progenitori, stratificatesi nel subcosciente, la
scienza moderna è arrivata a concludere che i bambini non nascono già con
questo fardello, e che lo acquisiscono per l'azione combinata di una
molteplicità di fattori. L'analisi si arricchisce anche con le cosiddette
"disposizioni d'animo" e la differenza fra il proprio gruppo
(ingroup) e quello estraneo (outgroup). Un bambino può acquistare il
pregiudizio mediante l'identificazione con genitori intolleranti, severi,
rigidi, autoritari e opprimenti. Quindi, i bambini che hanno pregiudizi hanno
anche una personalità più rigida, tendono a pensare in modo categorico in
termini di "buono" e "cattivo" e non tollerano ambiguità o
anticonformismi, acquisendo insicurezza e ossequio alla forza, fino a darsi una
propria struttura interiore che corrisponde alla personalità autoritaria,
studiata da Freud, da Fromm e da Adorno. Infatti Adorno riteneva che le persone
dall'Io più debole fossero quelle più soggette al pregiudizio, quelle incapaci
di dominare la propria aggressività che, anzi, tramite i pregiudizi, si
scaricano sugli altri facendoli così diventare responsabili della nostra ansia
e insicurezza. Dunque, questi individui sono facile preda della sindrome
antidemocratica che si manifesta nei seguenti comportamenti:
un'adesione superficiale e rigida ai valori convenzionali (convenzionalismo);
un profondo desiderio emotivo di sottomettersi ad un capo forte, poiché l'individuo non è riuscito a stabilire in se stesso una fonte di autorità e indipendenza, di aggressività e ostilità verso gruppi estranei (aggressione autoritaria);
una svalutazione delle qualità umane e una sopravvalutazione delle qualità fisiche;
la tendenza a rifugiarsi nella superstizione o nell'attribuzione delle responsabilità a cause esterne;
la tendenza al cinismo.
Questo è ciò che crea la personalità autoritaria, che si manifesta a diversi livelli e della quale tutti abbiamo alcune componenti. Lo stato ansioso, di perenne incertezza e di paura ha due principali conseguenze:
il pregiudizio, come meccanismo di difesa;
il conformismo, come ricerca di un giudizio autorevole che si presenta nella forma di regole già socialmente consolidate.
La riflessione
di Adorno viene criticata da Asch, con l'obiezione che non devono essere
trascurate le pressioni esercitate sull'individuo nella scuola, negli uffici, in
fabbrica, nel quartiere, e dalle preoccupazioni economiche. Da questo punto di
vista si potrebbe allora affermare che certe "predisposizioni"
psicologiche non sono tanto essenziali alla creazione di determinati rapporti
sociali, quanto alla loro conservazione.
Il pregidizio "funzionale": Allport spiega che la nostra vita è
condizionata in ogni istante dai pregiudizi, che costituiscono lo schema di
riferimento dei nostri cambiamenti. Questi schemi ci consentono di conformarci
al gruppo di appartenenza: ecco perché si può parlare di pregiudizio
funzionale.
Fromm
e la fuga dalla libertà:
Secondo la teoria di Fromm l'uomo è perennemente costretto entro due
tendenze contrastanti: quella a uscir fuori dal grembo materno, passando a
un'esistenza più umana (dalla schiavitù alla libertà) e quella a ritornare
alla madre, alla natura, alla sicurezza. Si tratta di una continua lotta fra
istinto vitale e istinto mortale, intorno a cui gravita il problema
esistenziale. Se la risposta che si dà alla domanda esistenziale è adeguata,
recidendo quindi i legami primari che ci tranquillizzano, si può scegliere tra
due vie nel proiettarci all'esterno: con la prima si giunge alla libertà
positiva, che consente di unirsi spontaneamente al mondo senza rinunciare
all'autonomia e all'integrità della propria personalità; con la seconda si
rinuncia alla propria libertà, cercando di superare il vuoto tra sé e il
resto. Il primo meccanismo di fuga dalla libertà è la tendenza a cercare nuovi
legami secondari in luogo di quelli primari, rinunciando all'indipendenza del
proprio essere e cercando all'esterno la forza che ci manca. Ne nasce un
desiderio di sottomissione, di dominio, di potere proporzionato alla debolezza o
forza del soggetto cui ci si contrappone. Il secondo meccanismo di fuga è la
distruttività che consente di sfuggire alla propria impotenza verso il mondo
esterno, distruggendolo. Il terzo meccanismo di fuga comporta che l'individuo
cessi di essere se stesso, adottando completamente la personalità che gli viene
offerta da modelli culturali esterni e cancellando il divario tra sé e il
mondo. La personalità diventa quella di un automa, che ha rinunciato al proprio
io, e cerca di confondersi in mezzo a milioni di altri automi, traendone
sicurezza.
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BIBLIOGRAFIA 1 |
F. Giustinelli, Razismo, scuola e società, Firenze, La Nuova Italia.
G. Gliozzi, Le teorie della razza nell'età moderna, Torino, Loescher, 1986.
Marco Fossati-Silvia Levis, Guida al tema di attualità, Milano, Bruno Mondadori, 1996.
Levi-Strauss, Razza e storia, Torino, Einaudi, 1967.
Michel Wieviorka, Lo spazio del razzismo, Milano , Il Saggiatore, 1996.
L. Dumont, Essais sur l'individualisme, Ed. du Seuil, Paris, 1987.
L. Dumont, Homo aequalis, Milano, Adelphi, 1984.
E. Morin , Medioevo moderno a Orléans, Torino, Nuova Eri, 1980.
J. Kristeva, Stranieri a se stessi, Milano, Feltrinelli, 1990.
Per descrivere le forme elementari del razzismo e analizzare i fenomeni di intolleranza che si manifestano all'interno di una società multietnica occorre prendere in esame le caratteristiche fondamentali di questi comportamenti sociali e considerare, in primo luogo, con quali logiche e a quali livelli il razzismo si manifesti. Innanzitutto è bene distinguere tra due logiche diverse mediante le quali si determina la discriminazione razziale, la prima, che possiamo denominare logica differenzialista, tende ad affermare la dominazione e la purezza di una razza superiore sulle altre, rendendo impossibile ogni convivenza e portando a manifestazioni di segregazione, epurazione o addirittura sterminio; la seconda, chiamata logica inegualitaria, postula invece l'esistenza di più razze, in relazione alle diverse culture, da organizzare in gerarchie e porta a casi di sfruttamento e discriminazione.
Livelli
di razzismo
Questo ci conduce ad analizzare i livelli del razzismo e della violenza ad esso
collegata: In alcune esperienze storiche, per esempio, il razzismo è stato
debole e sarebbe più esatto parlare di xenofobia, in altre è stato
così forte da travolgere addirittura tutte le strutture sociali e politiche.
Schematicamente possiamo indicare quattro livelli d'intensità: in primo luogo
l'infrarazzismo, fenomeno minore e apparentemente disarticolato; in
seguito il razzismo frammentato, più netto e dichiarato, del quale è
possibile valutare l'estensione; al terzo livello il razzismo politico,
che si manifesta quando il razzismo diventa programma di un partito politico e
si traduce nelle sue manifestazioni di intolleranza; infine il razzismo
totale, che compare quando lo Stato stesso è promotore della politica
razzista di massa e fa in modo di giustificare legalmente e giuridicamente
questa posizione. E' significativo osservare come proprio il carattere politico
del razzismo rappresenti il punto di svolta nella storia di questo fenomeno
sociale.
Il pregiudizio
Per comprendere le forme dell'intolleranza un altro importante elemento da
analizzare è il pregiudizio. Spesso esso nasce collegato al dominio o al
privilegio di un gruppo etnico su un altro, e serve per razionalizzare o
giustificare questo dominio per mezzo di fittizie caratteristiche
inferiorizzanti assegnate al gruppo sottoposto. D'altra parte il pregiudizio
può anche comparire come risposta a una condizione di crisi, e a un senso di
pericolo provocato dal contatto con altre etnie. In questi casi esso serve a
ristabilire le distanze fra il proprio e un altro gruppo di persone annullando
il pericolo di entrare in concorrenza con quello. In ogni caso nemiche del
pregiudizio sono consapevolezza e cultura, il cui sviluppo determina la
diminuzione del pregiudizio stesso.
Segregazione e discriminazione
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Consideriamo infine le due manifestazioni principali del razzismo: segregazione e discriminazione. La segregazione, legata alla logica differenzialista di cui abbiamo già parlato, tiene a distanza il gruppo oggetto di intolleranza razziale, lo confina in spazi definiti e gli impedisce di uscirne. Si presenta quindi con diversi livelli di gravità, nella forma della separazione spaziale e dell'esclusione dalla società. La discriminazione, figlia della logica inegualitaria, tende invece a imporre un trattamento diverso e inferiore al gruppo discriminato, che viene però mantenuto sempre all'interno della società ed è fatto oggetto di sfruttamento. In realtà segregazione e discriminazione spesso si combinano, come nel caso dell'apartheid in Sud Africa, o si confondono, confluendo in un'unica ondata razzista. Da questi meccanismi e dall'interazione di questi elementi, sorge dunque la violenza razzista, che consapevolmente o meno impregna la società, mescolandosi facilmente anche con interessi economici, politici. |
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Il lungo insediamento coloniale in Sud Africa, iniziato dagli olandesi alla metà del XVII secolo e rilanciato dagli inglesi alla fine del '700 (la colonia inglese nel territorio del Capo è costituita nel 1814) ha avuto una storia complessa, caratterizzata dal conflitto fra inglesi e coloni di origine olandese, conclusosi nel 1910 con un accordo di comune sfruttamento del paese e di sottomissione della popolazione nera.
All'interno di questo quadro nacque nel 1948 l'apartheid, termine che indica la completa segregazione della popolazione di colore. Essa era mantenuta in uno stato di inferiorità rispetto ai bianchi da una serie di misure legislative razziste, come la proibizione di unioni miste e il divieto d'accesso a strutture e servizi pubblici, che ne limitavano pesantemente capacità giuridica e diritti politici e civili.
Nel 1964 Nelson Mandela, leader del Congresso Nazionale Africano (ANC), autore della "Carta della libertà", venne condannato all'ergastolo, e sebbene nel 1968 l'assemblea generale delle Nazioni Unite avesse inserito le manifestazioni di apartheid tra i crimini contro l'umanità (arrivando alla condanna definitiva nel 1973), questa politica continuò a regolare per molto tempo la Repubblica Sudafricana.
Fra gli anni '70 e i primi anni '80 ebbe luogo in Sud Africa una tremenda stagione di sangue caratterizzata da sollevazioni popolari (come quella di Soweto) e durissime repressioni. si verificò inoltre un'impressionante serie di omicidi di oppositori politici compiuti dalla polizia, di cui le responsabilità cominciano a conoscersi solo oggi, come nel caso dell'uccisione in carcere di Steve Biko la cui storia ha anche ispirato il film Grido di libertà di Richard Attenborough (1987).
Verso la fine degli anni '80 dietro la spinta dei movimenti anti-apartheid, la situazione è gradatamente migliorata, passando per la nomina a presidente di Frederik W. De Klerk nel 1989, per la liberazione di Mandela nel 1990, e per le prime elezioni multirazziali del 1994, in seguito alle quali lo stesso Mandela ha assunto il titolo di presidente e l'apartheid è stato definitivamente abrogato.
Oggi il Sud Africa rappresenta un esempio di concreta vittoria sul razzismo e una speranza per il mondo intero, e mentre il paese prosegue nel suo sviluppo, Nelson Mandela si avvia a diventare un riferimento di pace e tolleranza anche per i paesi limitrofi, ed è auspicabile che possa ricoprire per l'Africa lo stesso ruolo che ha svolto per il suo paese.
Il fenomeno dell'insorgenza etnica, comune alle società moderne e a quelle tradizionali, va ricollegato al bisogno di tutelare l'identità collettiva che, pur senza assumere un aspetto definito una volta per tutte, è considerata essenziale per garantire il senso di appartenenza.
Le etnie misurano la propria identità su elementi diversi come il territorio, la lingua, la religione. Oppure su una combinazione di abbinamenti specifici che vengono richiamati quando il gruppo si sente minacciato e cerca di sviluppare al proprio interno nuove forme di solidarietà collettiva.
Anche l'esasperazione dell'individualismo delle società industriali avanzate, fondate sull'utilitarismo e sulla logica di mercato contribuisce all'insorgere di reazioni simili.
L'isolamento degli individui è percepito come una condizione di pericolo da cui essi si difendono riscoprendo il legame comunitario del proprio gruppo etnico.
Un altro atteggiamento culturale ricorrente nelle società industriali avanzate è la contrapposizione schematica e polarizzata fra tradizione e modernità, nella quale la prima coincide con tutto ciò che è passato e in questo è compreso anche il radicamento etnico.
I fondamenti
della nazione
La nazione moderna è "costruita su fondamenta premoderne e modelli etnici
che non sono stati cancellati" ma solo modificati nel corso della
costruzione degli Stati contemporanei. Ascendenza, storia, cultura comune,
solidarietà, sono gli elementi della identificazione etnica, che le
trasformazioni tecnologiche e i mutamenti socio-politici non necessariamente
disperdono. E negli avvenimenti contemporanei se ne hanno molte conferme. Così
che resta prevedibile un'attività anche futura di rivendicazione etnica da
parte di comunità culturalmente omogenee, nonostante la differente evoluzione
tecnica ed economica. Naturalmente tutto questo si combina con una serie di
variabili di carattere geo-politico: si vedano ad esempio le manifestazioni
razziali diffuse negli Stati Uniti, che coinvolgono neri, chicanos e latinos
(ispanofoni di antico impianto e di più recente immigrazione), etnie asiatiche,
nativi americani, tutti fortemente ostili alle celebrazioni per il
cinque-centenario dello sbarco colombiano. Negli Stati Uniti d'America,
piuttosto che parlare di multiculturalismo si preferisce ricorrere al
termine panetnicità. Anche se può essere colta come sinonimo di
multiculturalismo, si ritiene che questa parola esprima con maggior efficacia il
profilo di una società che rifiuti nello stesso tempo la logica
dell'assimilazione, e quella del particolarismo etnico. Il modello panetnico
vuole mediare le due posizioni estreme, riconoscendo l'importanza della
diversità per il radicamento sociale e culturale, ma realizzando condizioni di
interscambio capaci di trasformare in ricchezza di apporti la pluralità delle
culture.
L'identità
etnica
Più o meno tutti gli studiosi statunitensi concordano nel ritenere l'etnicità
un fenomeno sociale e dinamico, mentre esistono notevoli divergenze riguardo
alle dinamiche che lo determinano. Le variabili di maggior peso nella cultura
etnica, anche per la valenza simbolica che recano in sé sono la lingua e la
religione. Quest'ultima, può essere un fattore di reciproca indifferenza ed
estraneità, o addirittura di antagonismo tra fedi, ma può anche offrire
opportunità di interazione a gruppi che condividono lo stesso credo. Riguardo
alla lingua, è chiaro che la condivisione di questo codice essenziale fra due
gruppi accresce la potenziale disponibilità alle relazioni interetniche, almeno
altrettanto quanto la diversità linguistica può sollecitare i particolarismi.
La lingua è un elemento culturale che ha la doppia funzione di unificare il
sistema di relazioni, e di marcare la linea di separazione fra un sistema e
l'altro. Gli Stati Uniti stanno vivendo un forte rimescolamento delle componenti
etniche e razziali. Secondo stime di questi anni, entro un secolo i bianchi non
ispanici potrebbero divenire minoranza, mentre la California sembra in buona
parte già approdata a questa realtà. Già nel 1980 la città di Los Angeles
censiva solo il 48% di bianchi non ispanici. Questa profonda trasformazione è
stata resa possibile dalle più recenti leggi sull'immigrazione. Le norme del
1965 stabilirono gli accessi secondo contingenti per aree continentali, non più
per nazioni. A quell'epoca i nuovi immigrati non arrivavano più dall'Europa ma,
nella misura dell'80%, dall'Asia e dall'America Latina. Nelle metropoli si
trovarono a convivere con la cospicua presenza degli afro-americani, che già
dal primo dopoguerra avevano abbandonato il Sud agricolo per cercare impiego
nelle industrie urbane.
Il conflitto
interetnico
Un aspetto del confronto fra culture negli Stati Uniti, è relativo alla
tensione tra minoranze razziali non bianche, soprattutto neri e ispanici Questi
conflitti risultano pericolosi anche in considerazione dell'andamento
demografico e della consistenza dei flussi migratori che non si arrestano. Ad
esempio nell'area di Los Angeles gli ispanici sono raddoppiati in 20 anni: erano
il 14% della popolazione nel 1970, nel 1990 hanno superato il 28%. Il primo
grande segnale di conflittualità tra queste due minoranze risale al 1980: a
Miami negli scontri tra neri e latinos (per lo più cubani), morirono 14 persone
e si ebbero danni per oltre 100 milioni di dollari. Le cause di questo tipo di
rivolte sono da ricollegarsi alle condizioni di vita degradate e all'alto tasso
di disoccupazione. Quest'ultimo aspetto in particolare aveva acceso
l'antagonismo e la rivalità dato che, per lavori non specializzati, i cubani
accettavano salari minimi inferiori a quelli richiesti dai neri. Lo stesso
scenario ha caratterizzato la rivolta nera nel 1992 a Los Angeles, con una
variante: la componente etnica aggredita è stata quella di origine coreana,
accusata di praticare prezzi troppo alti nei negozi. In questo caso latinos e
neri si trovarono affiancati contro un "nemico comune", rappresentato
dalla polizia. Lo scontro portò alla morte di 58 persone, a oltre 13.000 feriti
e a ripetuti saccheggi e incendi di edifici. Tutto questo sottolinea che il vero
problema del futuro, e non solo negli USA, sarà proprio quello dei rapporti
interetnici sia in campo economico sia sul piano dei diritti civili. Lo scoppio
della rivolta di LA fu determinato dalla assoluzione, da parte di una giuria di
soli bianchi, di quattro poliziotti accusati di aver bastonato un nero che
opponeva resistenza all'arresto. Le nuove minoranze si sono trovate a dividersi
l'offerta di lavoro non specializzato, nel momento in cui questo veniva
sostituito dalle moderne tecnologie, e quindi drasticamente ridotto. La rabbia
dei neri nei confronti dei latinos, in una città come Los Angeles, è aumentata
dalla crescente presenza dei cosiddetti "undocumented mexicans", gli
immigrati clandestini accusati di portare via il lavoro agli Americani, e, in
particolare, ai neri. La guerra tra minoranze acquista caratteri non solo
economici, ma anche sociali e politici e, ancora una volta, il conflitto scoppia
tra neri e ispanici. Questi ultimi accusano i primi di "avidità di
potere" basando l'accusa sul fatto che è assai più frequente vedere ai
vertici di una città un sindaco nero piuttosto che ispanico. Questo avviene
anche per la forte concentrazione etnica del voto nero, unitario, contrapposto a
quello eterogeneo dei latinos. Tutte questi fattori di tensione si sommano ai
motivi di frizione già esistenti con la cultura dominante, tra i quali ha molta
importanza il dibattito sull'uso della lingua inglese rispetto a quello di altre
lingue. L'inglese non è mai stato proclamato da una legge lingua ufficiale, ma
alcuni Stati, come California e Florida, hanno sentito la necessità di farlo
per fronteggiare la diffusione dello spagnolo. Per gli anglosassoni infatti, il
plurilinguismo è un elemento di regresso, che porterebbe allo scollamento della
nazione, in quanto ritengono che la loro lingua sia la più naturale per gli
Stati Uniti. Contro questi provvedimenti sono insorti sia gli immigrati sia le
associazioni studentesche di orientamento liberale, affermando che non è
possibile condannare la discriminazione individuale e nello stesso tempo
ribadire quella culturale: democrazia individuale e democrazia culturale sono
interconnesse. In alcuni casi, ovvero laddove ci siano almeno 20 alunni
appartenenti ad una stessa etnia di madre lingua diversa dall'inglese, il
governo federale, i singoli Stati, o le contee, finanziano programmi di
insegnamento bilingue. La politica multiculturale è però regolata anche
dall'andamento economico del paese, per cui, in situazione di crisi, le
iniziative in favore dei gruppi minoritari subiscono una riduzione del
finanziamento pubblico, come ogni altro servizio sociale. Il che pone il
problema della diretta responsabilizzazione da parte delle singole etnie che
sono chiamate a sostituire il finanziamento statale.
I NERI NELLA SOCIETA' STATUNITENSE
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Affermative
Action: uguaglianza e identità Purtroppo, queste politiche sono sempre andate in modo del tutto sproporzionato a vantaggio dei ceti medi. Il potere politico del grande mondo degli affari del governo federale limita la portata delle misure di ridistribuzione e quindi impedisce che tali misure vadano realmente a vantaggio di coloro che hanno troppo poco o addirittura nulla. |
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Anche se all'Affermative Action si giunse dopo una lunga lotta condotta dai liberali e dai progressisti americani nelle aule dei tribunali e nelle piazze, non bisogna considerare che essa sia né la migliore soluzione del problema della povertà, né l'unico strumento capace di condurre da solo all'eguaglianza. L'aspetto principale per cui quella politica va apprezzata è il ruolo essenziale che può svolgere in particolare nel garantire che le pratiche discriminatorie nei confronti delle donne e della gente di colore vengano abbattute. Anche se la Affermative Action non riesce a ridurre la povertà dei neri o a mettere fine alle discriminazioni razziste sui luoghi di lavoro, senza di essa diventerebbe ancor più difficile per i neri d'America accedere alla prosperità, e il razzismo sui luoghi di lavoro non verrebbe in ogni caso liquidato. Questa considerazione si fonda sullo scarso entusiasmo che l'America ha sempre dimostrato storicamente per la giustizia razziale e per misure di ridistribuzione davvero efficaci.
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Gli
afroamericani e il problema dell'identità |
Ma l'ossessione del razzismo bianco spesso ostacola il formarsi di ampie alleanze capaci di operare un cambiamento sociale e rischia di far cadere in una mentalità tribale impedendo così ogni progresso verso una più equa ridistribuzione dei redditi. In conseguenza di questo stato di cose si manifestano fra i neri forme di xenofobia che sono del tutto speculare a quelle dei bianchi.
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Neri
ed ebrei L'odio degli europei per gli ebrei è fondato su premesse religiose e sociali, in particolare sul mito cristiano del popolo deicida e sul risentimento per la sproporzionata presenza di ebrei in certe attività commerciali. |
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Il fanatismo religioso si basa sullo stereotipo degli ebrei come popolo maligno e sacrilego, quello sociale sui presunti complotti ebraici per impadronirsi del potere.
La storia degli ebrei in America va sostanzialmente contro corrente rispetto a questo tragico passato. La maggior parte degli immigrati ebrei giunse in America tra la fine del secolo scorso e i primi decenni del nostro. Gli ebrei erano depositari di un forte retaggio culturale, portato a privilegiare gli elementi che più avevano contribuito alla loro sopravvivenza e al loro senso di identità: l'autonomia istituzionale, l'insegnamento rabbinico e lo zelo negli affari. Come gli altri immigrati di origine europea, gli ebrei si fecero in gran parte complici del sistema di classe americano fondato sulla razza. Anche nell'America cristiana , con le sue formidabili varianti semite, e nonostante una ricca tradizione progressista che portò gli ebrei, più di qualsiasi altro gruppo di immigrati, a provare compassione per i neri oppressi, un gran numero di ebrei tentò di assicurarsi una solida posizione allineandosi agli stereotipi anti neri e cercando di trarre profitto dai privilegi concessi agli Americani non neri. Nonostante ciò, ci fu un periodo di autentica empatia e di alleanze fondate sul principio del rispetto reciproco tra ebrei e neri, e questo costituisce un pilastro fondamentale della politica progressista americana del nostro secolo (1910-1967). Ai giorni nostri questo periodo, ispirato ai principi della collaborazione, viene spesso sminuito dai neri e mitizzato dagli ebrei. I neri tendono a sottovalutarlo nella misura in cui sottolineano la sorprendente rapidità con cui la maggior parte degli ebrei è entrata a far parte del ceto medio e medio-alto in quel breve periodo, suscitando un forte conflitto con il ceto medio nero, più lento nella sua ascesa, ma anche un vero e proprio risentimento nella classe, in forte crescita, di neri impoveriti. Gli ebrei, dall'altra parte, tendono a mitizzare questo periodo perché il loro presente status di membri di classi medio alte e alte all'interno della società Americana stravolge l' autoimmagine storica che si sono dati di progressisti aperti alla compassione nei confronti delle classi inferiori. Nell'epoca attuale, i contrasti fra neri ed ebrei riguardano soprattutto due temi. Il primo si riferisce agli attacchi che alcuni ebrei muovono alla politica dell'Affermative Action e che vengono vissuti come attacchi alla vita dei neri, dal momento che la stragrande maggioranza di loro vive dei sussidi governativi. La dichiarata opposizione degli ebrei ai programmi di Affemative Action e alle spese federali a sostegno dei meno abbienti fa apparire alcuni di essi come oppositori del progresso nero. La seconda area di conflitto riguarda il significato e la pratica del sionismo così come è condotta dallo Stato di Israele. Senza una comprensione delle profonde radici storiche che sono alla base dei timori e delle angosce degli ebrei per quanto riguarda la loro sopravvivenza in quanto gruppo, i neri non potranno mai comprendere l'attaccamento viscerale della maggior parte degli ebrei ad Israele. Analogamente, senza un sincero riconoscimento della condizione di permanenti diseredati che i neri vivono nella società americana, gli ebrei non comprenderanno mai quanto le circostanze simboliche e le difficoltà reali dei palestinesi in Israele pesino per i neri. I neri spesso vedono nella tutela dello Stato di Israele da parte degli ebrei americani un esempio di pura e semplice difesa degli interessi particolari del loro gruppo e, ancora una volta, il segno dell'abbandono di una politica fondata su principi morali sostanziali. Per parte loro, gli ebrei tendono a considerare le critiche dei neri a Israele come la negazione del diritto alla loro sopravvivenza come gruppo, quindi un venir meno dell'impegno preliminare che renderebbe possibile un'alleanza tra ebrei e neri. Voltando le spalle alla triste verità dell'oppressione palestinese, da una parte, e dall'altra rifiutandosi di riconoscere la falsità delle accuse relative a una presunta congiura ebraica, entrambi i gruppi si sono mostrati incapaci di definire il carattere morale delle loro identità. L'attuale crisi dei rapporti tra ebrei e neri verrà superata solo quando si avrà uno scambio di autocritiche dentro e tra le comunità nera ed ebraica, e non soltanto sui rispettivi interessi di gruppo ma anche su cosa significhi essere nero o ebreo in termini etici.
La sessualità
nera: un argomento tabù
Gli americani sono ossessionati dal sesso e impauriti dalla sessualità nera.
L'ossessione è legata alla ricerca di stimoli e significati in una cultura dai
ritmi vertiginosi e dominata dal mercato; la paura è invece visceralmente
radicata in un'immagine dei corpi neri alimentata dai miti sessuali relativi
agli uomini e alle donne neri. Il paradosso della politica razziale in America,
per ciò che riguarda il sesso, è che in segreto, il sesso sporco, disgustoso e
animalesco associato ai neri viene spesso percepito come più eccitante e
interessante, mentre in pubblico parlare della sessualità nera é tabù. Il
più importante impatto degli anni sessanta sul piano culturale non è stato
tanto quello di aver demistificato la sessualità nera quanto piuttosto l'aver
reso i corpi neri e quelli bianchi su un piano di parità. La storia dei
rapporti sessuali fra i due gruppi si era risolta in precedenza con una serie di
stupri brutali e di abusi da parte dei bianchi. L'afro-americanizzazione della
gioventù bianca - dovuta alla preponderante presenza nera nella musica leggera
e nelle attività sportive - ha portato i ragazzi bianchi a entrare in un
contatto più stretto anche con il corpo dei loro coetanei neri facilitando
così anche i rapporti umani fra i due gruppi. Ascoltare i dischi dei Motown
negli anni sessanta o ballare al ritmo della musica rap negli anni novanta può
non rimettere in discussione i miti sessuali relativi alle donne e uomini neri,
ma quando i ragazzi bianchi e neri comprano gli stessi dischi di successo,
inneggiano agli stessi campioni sportivi, si viene spesso a creare uno spazio
culturale comune, in cui può sorgere una interazione sul piano umano. Questa
tendenza culturale sotterranea verso l'integrazione razziale è andata crescendo
negli anni settanta e ottanta insieme all'intreccio multiculturale che si è
avuto in questi due decenni sul piano della cultura popolare. Non c'è bisogno
di dire che molti americani bianchi ancora vedono con disgusto la sessualità
nera. Alcuni poi continuano a vedere con disgusto anche la loro. Il moralismo
vittoriano e il pregiudizio razzista sono duri a morire. Tuttavia un numero
sempre maggiore di americani bianchi è disposto ad avere rapporti sessuali con
i neri su un piano di parità anche se i miti ancora persistono. Perché
ci sia un rapporto di uguaglianza non solo bianchi-neri ma anche neri-bianchi
occorre una demitologizzazione; ciò è fondamentale per l'America nera in
quanto gran parte dell'odio e del disprezzo di sé vissuto dai neri è legato al
rifiuto di molti americani neri di amare i propri corpi (nasi, labbra, capelli,
fianchi neri). L'ideologia della supremazia bianca è fondata in primo luogo e
soprattutto sulla degradazione dei corpi neri a scopo di dominio e controllo. Il
terrorismo è uno dei modi più efficaci di far crescere la paura nei singoli
individui, e questa paura si accresce se si riesce a convincerli che i loro
corpi sono brutti, che il loro intelletto è per natura sottosviluppato e la
loro cultura meno progredita. Tuttavia gli sforzi per affermare e mantenere la
supremazia bianca si sono dimostrati, alla fine, relativamente fallimentari
grazie al coraggio e alla creatività di milioni di neri e di centinaia di
bianchi illuminati. Domande cruciali, (Come si fa ad accettare e a non
respingere un corpo tanto disprezzato dai propri concittadini? Come è possibile
trarre gioia dai momenti di intimità vissuti tra i neri in una cultura che nega
la bellezza estetica dei corpi neri? Possono sbocciare autentici rapporti umani
per i neri in una società che avvilisce l'intelligenza nera, il carattere
morale dei neri, le prospettive future dei neri?), sono state poste negli spazi
sociali all'interno dei quali i neri hanno cercato di ritrovare un fondamento
alla propria umanità,. Così nelle famiglie, nelle chiese, nelle moschee, nelle
scuole e nelle sue altre organizzazioni, la comunità nera è riuscita a
superare il bombardamento ideologico dei bianchi, anche se non si è mai voluta
interrogare sulla sessualità nera che è un punto fondamentale. Ciò è dovuto
soprattutto al fatto che le istituzioni nere sopra citate hanno insistito sul
tema della sopravvivenza nera in America. E la sopravvivenza dei neri esigeva
l'accettazione da parte dell'America bianca, una accettazione resa possibile da
una serie di compromessi. Le istituzioni nere militanti strinsero con l'America
bianca una sorta di patto faustiano: evitate con ogni mezzo di toccare il
problema della sessualità nera e la vostra sopravvivenza ai margini della
società americana sarà, quanto meno, possibile. La paura della sessualità
nera è un ingrediente fondamentale del razzismo bianco, e per i bianchi
riconoscere questa profonda paura proprio quando tentano di mantenere i neri in
condizione di inferiorità, equivarrebbe ad ammettere una loro debolezza. La
sessualità nera è un argomento tabù negli USA soprattutto perché è una
forma di potere nero sul quale i bianchi possono esercitare uno scarsissimo
controllo. Anzi, le manifestazioni visibili di quella sessualità suscitano una
reazione assolutamente viscerale nei bianchi, che può assumere la forma di una
seduzione ossessiva o di un vero e proprio disgusto. Da una parte, la
sessualità tra neri esclude i bianchi, mentre quella tra neri e bianchi agisce
sulla base di desideri sotterranei che gli americani negano o pretendono di
ignorare in pubblico. Di conseguenza, fare della sessualità nera un argomento
tabù, significa evitare di pronunciarsi su un tipo particolare di potere che i
neri avrebbero sui bianchi. Vie d'uscita ce ne sono, ma nessuna di esse può
valere per tutti i neri senza distinzione poiché si offrono agli uomini neri
opportunità molto diverse da quelle che si offrono alle donne nere. Gli uomini
neri hanno differenti immagini di sé e strategie per acquisire potere nelle
strutture patriarcali dell'America bianca e delle comunità nere. Il mito
dominante relativo alle prodezze sessuali dei maschi neri rende gli uomini
partner sessuali desiderabili in una cultura ossessionata dal sesso. In più,
l'afro-americanizzazione della gioventù bianca è stata opera più dei maschi
che delle femmine, data la preminenza degli atleti maschi e il peso culturale
assunto da alcuni artisti pop di sesso maschile. Questo processo si è risolto
nell'imitazione e nell'emulazione da parte dei giovani bianchi - maschi e
femmine - dei modi di camminare, parlare, vestirsi, gesticolare nei rapporti con
gli altri che sono propri dei maschi neri. Il caso delle donne nere è
completamente diverso, perché le dinamiche del patriarcato bianco e nero
agiscono su di essi in modo differente. Il mito dominante delle prodezze
sessuali delle donne nere rende queste ultime partner sessuali desiderabili, ma
l'ideologia della bellezza femminile bianca, attenua le conseguenze di questo
fatto. Le donne nere non sono le più ricercate in quanto "oggetti di
piacere sessuale", come avviene per i maschi neri. Sono le donne bianche a
occupare questa posizione "privilegiata" (ma in realtà degradata
perché trasforma appunto la persona in oggetto), soprattutto perché la
bellezza bianca assume un ruolo maggiore nella desiderabilità sessuale
femminile dell'America patriarcale e razzista.
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SCHEDA DEL FILM "FA' LA COSA GIUSTA" |
(USA 1989)
di Spike Lee con Danny Aiello, Ruby Dee, Richard Edson e Spike Lee
È una delle giornate più calde dell'anno; il fattorino Mookie, un giovane nero che vive con la sorella, si reca nella pizzeria in cui lavora, di proprietà di un italiano, nel ghetto di Bedford Stayresant a Brooklyn. Seguendo i suoi spostamenti, siamo testimoni della vita e delle vicende di persone diverse fra loro, che si trovano a convivere nello stesso quartiere: non solo neri, ma anche italiani, ispanici e coreani. L'intolleranza verso l'altro serpeggia in tutto il film: soprattutto i giovani, riuniti in piccole bande o singolarmente, attaccano chiunque non sia come loro. E il diverso può essere un giovane bianco, un WASP, che è venuto ad abitare nel ghetto, o anche un vecchio nero che predica la non-violenza e la fratellanza, e che viene deriso perché è spesso ubriaco. Questo personaggio, chiamato il Sindaco, è forse il più positivo di tutto il film, e allo stesso tempo il meno probabile: i suoi ideali di "pace fra gli uomini" sembrano i meno perseguibili negli Stati Uniti di oggi. In modo particolare gli attacchi sono contro i proprietari di un negozio arrivati da poco dalla Corea, che non parlano quasi inglese, e che vengono accusati di essersi arricchiti in un paese che non è il loro, di aver raggiunto un grado di benessere che praticamente nessuno nel quartiere può nemmeno sfiorare. Un altro bersaglio è Sal, il proprietario della pizzeria, di origine italiana, datore di lavoro di Mookie. All'interno del locale, sulla "parete delle celebrità", Sal ha appeso solo foto di italo-americani (come Stallone, De Niro e Sinatra): sarà questo il vero motivo della tragedia che sta per compiersi. Un ragazzo nero rimprovera aspramente perché su quella parete non c'è la foto di nessun "fratello nero", come Martin Luther King o Malcolm X; all'ennesimo rifiuto di Sal di appendere le immagini di quei personaggi, il giovane decide di boicottare la pizzeria. Solo un altro ragazzo chiamato Radio Raheen, si unisce a lui: anche lui infatti ha avuto occasione di litigare con l'italiano che non sopporta l'alto volume del suo stereo. I due giovani si presentano nel locale e ciascuno dei due attacca il proprietario con le proprie motivazioni. A questo punto la rabbia di Sal esplode e, con una mazza da baseball, distrugge lo stereo di Radio Raheen. Il ragazzo reagisce con violenza e nasce una rissa fra Sal e i suoi figli e i ragazzi del ghetto presenti nel locale. La scena si sposta sulla strada; qualcuno chiama la polizia. Gli agenti immobilizzano Radio Raheen e uno di loro, mentre gli stringe il manganello alla gola, finisce col soffocarlo uccidendolo. La folla che si è riunita in strada insorge e attacca la pizzeria di Sal che viene incendiata; gli uomini vorrebbero sfogarsi anche contro i coreani, ma i loro animi sono sedati dal Sindaco, che li convince a tornare a casa. Durante l'assalto alla pizzeria Mookie, che pure non ha nulla di personale contro Sal, decide di unirsi agli altri nell'opera di distruzione. Per solidarietà con il suo gruppo decide di "fare la cosa giusta". Sorge il nuovo giorno e la vita sembra trascorrere sempre allo stesso modo; Mookie vuole la sua paga per poi cercare un nuovo lavoro, mentre Sal piange davanti alla sua pizzeria distrutta. Ispirato a un fatto di cronaca (nel 1986 una banda di adolescenti uccise un nero), Fa' la cosa giusta è un film duro sull'intolleranza, dal ritmo sostenuto che si appoggia su musiche composte dal padre del regista. Tuttavia il regista non sembra prendere posizione, non si schiera con nessuna delle parti. Il film si chiude con due citazioni antitetiche sull'uso della violenza: la prima di Martin Luther King è assolutamente contraria a qualunque forma di violenza; la seconda di Malcolm X legittima l'uso della lotta violenta quando questa si dimostri necessaria. Spike Lee ha diretto quasi un documentario sulla difficile convivenza fra minoranze: ognuno vede l'altro come nemico o come qualcosa da evitare. Ad esempio Mookie è contro un possibile interessamento da parte di Sal nei confronti di sua sorella; allo stesso modo i figli di Sal si oppongono alle attenzioni che il padre ha verso la giovane ragazza nera.
Perché
la Francia?
Oltre che degli USA, società multietnica per definizione, abbiamo scelto di
parlare della Francia come esempio di un paese nel quale convivono gruppi umani
differenti, perché in quel paese è particolarmente marcata la presenza di
cittadini originari delle ex-colonie e di immigrati di più recente comparsa
(nel 1996 si trovavano in Francia 2284000 immmigrati extraeruropei regolari e
500000 irregolari). Questo fa della Francia, all'interno del panorama europeo,
un paese nel quale possono essere più facilmente analizzati i fenomeni di
integrazione e di emarginazione interetnica che stanno ormai divenendo comuni a
tutto il mondo sviluppato. La presenza più massiccia è indubbiamente quella
proveniente dall'Algeria ed è profondamente legata alla storia recente di quel
paese. Dopo l'invasione francese del XIX secolo, e la successiva lotta di
liberazione (costata oltre 1 milione di morti ad una popolazione di circa 13
milioni) che si è conclusa nel 1962 in seguito al referendum per
l'autodeterminazione, l'Algeria è ritornata ad essere indipendente, senza però
trovare un assetto politico stabile. L'ondata migratoria iniziata negli anni '30
non si è fermata e, addirittura, il fenomeno è in continuo aumento,
specialmente dopo il colpo di stato del 1992 e l'aumento della tensione. Nel
1988 si trovavano in Francia circa ottocentomila algerini.
Conflitti
culturali e religiosi
Ma come in tutte le società multietniche anche in Francia si verificano scontri
di diverso carattere tra la cultura dominante e quella delle minoranze. Le
guerre di religione, gli scontri diretti tra Cristianesimo e Islam sono stati
una caratteristica del mondo mediterraneo per molto tempo, ma adesso il fenomeno
è diverso: l'Europa si è progressivamente laicizzata ed ha raggiunto uno
sviluppo tale da permetterle di mantenere senza sforzo la propria egemonia
politica e tecnologica. La regione islamica ha invece mantenuto un forte
carattere religioso e giunge ora a un bivio: scegliere la via
dell'europeizzazione e dell'emigrazione, che comporta l'abbandono, almeno
parziale, delle proprie caratteristiche, oppure perseguire la strada
dell'autonomia, della differenziazione e della ricerca di un nuovo modello
politico-economico che si distacchi dai già sperimentati e fallimentari modelli
capitalista e comunista prodotti dall'Occidente. In paesi come l'Algeria la
popolazione che decide di rimanere e lottare per migliorare le proprie
condizioni segue la seconda strada, ma, come abbiamo già sottolineato,
l'emigrazione è forte e tutti quelli che si ritrovano a dover abbandonare il
loro paese sembrerebbero fautori dell'europeizzazione. Tuttavia un emigrato che
arriva in un paese europeo si sente spesso oggetto di una scelta che gli è
stata imposta, essendo stato costretto dalle circostanze ad abbandonare la sua
terra d'origine, alla quale continua ad essere legato. I contrasti nel nuovo
paese sono inevitabili: da una parte troviamo la società
"accogliente" che non è disposta a cambiare la propria struttura
organizzativa in favore degli immigrati, dall'altra persone che si trovano
proiettate in un mondo diverso per costumi, regole e, spesso, lingua.
Inizialmente si tratta di singoli individui che arrivano e si trovano a creare
comunità di connazionali (infatti rimane sempre forte il sentimento di
nazionalità), ma poi i numeri crescono.
La difficile
integrazione
Naturalmente non possiamo definire la Francia un paese a segregazione razziale
come poteva essere il Sudafrica fino a pochi anni fa, ma è significativa la
presenza di grandi quartieri popolari abitati per la maggior parte da immigrati,
nelle banlieues delle città francesi (ad esempio, a Parigi, la
Goutte-d'Or). La vita in questi quartieri non è mai stata facile: per esempio,
gli scontri con la polizia sono violenti, seguiti da saccheggi indiscriminati di
negozi e centri commerciali e incendi. Inoltre i figli di immigrati frequentano
scuole pubbliche in cui l'insegnamento è improntato al più puro laicismo.
Così lo scontro religioso si trasferisce anche sul piano dell'istruzione: gli
studenti musulmani devono sottoporsi a regole che limitano la loro religiosità
e studiare nozioni che ignorano il sapere dei loro padri. Ritroviamo un esempio
di quest'ultimo aspetto nelle dichiarazioni di un ragazzo di origine algerina:
"Se hai dei bambini, la scuola francese diventa un ostacolo, perché te li
vogliono indottrinare [...] Studiano Darwin, per esempio, e lui ti dice a + b è
Darwin, e perché a scuola non ti dicono che c'è un Creatore? Tutto di colpo ti
dicono, le cose stanno così, c'è Darwin, eccoti indottrinato".
Il caso
chador
La scuola è forse uno dei problemi più sentiti, sia pure con grosse
differenze. Per i primi immigrati, che portavano la famiglia con sé, la scuola
era l'unico mezzo che offrisse ai loro figli un futuro migliore perché
permetteva loro di integrarsi nella nuova società; ora invece il problema
riguarda questi figli che, cresciuti in un mondo così diverso da quello a cui
erano abituati nell'ambito familiare, vedono la scuola come un ostacolo alle
loro tradizioni e al loro sentimento religioso. La laicità non è, secondo
loro, una conquista, la possibilità di un insegnamento libero da ogni
contaminazione religiosa, ma è una presa di posizione contro l'Islam. La
dimostrazione sarebbe nel fatto che, mentre sono ostacolate le espressioni della
religiosità islamica, gli ebrei non vengono colpevolizzati quando indossano la kippa
o si assentano di sabato, né tanto meno suscita scalpore un crocefisso appeso a
una catenina. Così non poteva non sollevare polemiche l'intervento del preside
di una scuola di Creuil, che nel 1989 convocò i familiari di tre ragazze
musulmane per far pressione su di loro e convincerli a far togliere alle figlie
il velo che esse indossavano anche in classe. Di fronte al loro rifiuto il
preside aveva poi espulso le studentesse dalla scuola. Il fatto fu ripreso dalla
stampa ed ebbe risonanza anche all'estero. Associazioni anti-razziste presero
posizione in favore delle ragazze dichiarando che si trattava di un atto di
discriminazione e di intolleranza religiosa. Le studentesse di Creuil non erano
certo le uniche vittime di fenomeni di questo tipo, ma non per questo il fatto
era meno grave. La vicenda si concluse con un compromesso tra il preside e le
famiglie: le studentesse si sarebbero tolte il velo in classe, ma lo avrebbero
tenuto nei corridoi e nei cortili della ricreazione. In seguito le ragazze,
abbandonando il compromesso, ricominciarono a portare il velo in classe e
vennero nuovamente escluse dalle lezioni. Un pronunciamento del Consiglio di
Stato affermò poi la libertà degli studenti a manifestare la loro fede
religiosa all'interno degli istituti scolastici, nel rispetto del pluralismo e
della libertà altrui. La stessa sentenza limitava questa libertà vietando
tutto ciò che fosse un atto di proselitismo o di propaganda, che compromettesse
la salute o la sicurezza, o che turbasse l'ordine. Se ci chiediamo perché
problemi di questo tipo si siano manifestati solo in tempi recenti dobbiamo
riconoscere che la ragione è nei cambiamenti avvenuti all'interno delle
comunità di immigrati islamici. I primi emigranti giungevano in Francia per
ottenere un certo benessere economico e ritornare al più presto in patria; non
avevano motivi di aggregazione, né si ritenevano (o erano ritenuti) detentori
di alcun diritto. Quando invece incominciarono a comprendere di poter avere un
ruolo all'interno della società in cui stanno vivendo, chiamate anche le
famiglie, si formarono le prime comunità di algerini, senegalesi, marocchini,
ecc. La religione è diventata così un simbolo di distinzione e di unità dei
diversi gruppi, ed è intorno a questa che si costruisce la comunità di
riferimento. Così anche per l'influenza dei movimenti di liberazione che
operano nei paesi islamici, tra gli emigrati, soprattutto tra i giovani, nasce
la consapevolezza della propria identità religiosa.
Tzvetan Todorov, La conquista dell'America (Il problema dell'"altro"), Torino, Einaudi, 1984.
Cornel West, La razza conta, Milano, Feltrinelli, 1995, Cap. 5,6,7.
Ulderico Bernardi, L'insalatiera etnica: società multiculturale e relazioni interetniche, Vicenza, N. Pozza, 1992.
Gilles Kepel, A ovest di Allah, Palermo, Sellerio, 1996.
L'immigrazione extra-europea a Milano, a cura di un gruppo di studenti delle classi 4C e 4D del Liceo Scientifico "S. Allende", Milano, 1993.