| Premessa di D. Scaglione | La parola "tortura " | I dodici punti |
| Dichiarazione di P. Sanè | Grazie Amnesty di L. Sepulveda | Il commercio della vergogna |
| Torture in Europa - Introduzione (da una pubblicaz. di Amnesty International) |
| 1.La tortura sistematica | 2.Torture compiute dalla polizia | 3.Campi di prigionia e carceri |
| 4.Rifugiati vittime di tortura | 5. Torture sulle donne | 6. Torture su bambini |
Credo che la parola "tortura" raduni in sé un’immensità di significati, come poche altre. Nella tortura c’è la violenza brutale di esseri umani contro esseri umani, ma c’è anche l’ingegno di chi scientificamente studia le forme di violenza più terribili. La tortura è una pratica orribile, che mette angoscia solo a raccontarla, eppure per alcuni , i torturatori è un lavoro, un "mestiere" come un altro che "qualcuno deve pur fare". La tortura serve per far provare alla vittima una sofferenza estrema, a distruggerla, ma non a ucciderla. Anzi, la tortura è tanto più efficace quanto più riesce ad annientare la personalità della vittima lasciandola però in vita. Ancora, benché la tortura sia diffusa in tutto il mondo e colpisca migliaia di persone, quasi nessuno ne parla e i governi del mondo non la considerano certo un problema prioritario. Noi di Amnesty International, la tortura proprio non la sopportiamo e abbiamo deciso di fare un’azione ancora più forte per fermarla. Il 18 ottobre è stata lanciata una campagna mondiale che nelle nostre intenzioni dovrà essere una delle mobilitazioni più intense che mai il nostro movimento ha messo in atto. I nostri obiettivi sono tanto semplici quanto difficili. Vogliamo "far sapere", rendere noto al più ampio numero di persone che la tortura è una piaga ancora presente nel nostro pianeta. Vogliamo "far agire", chiedendo a tutti di impegnarsi contro questa vergogna. Vogliamo punire chi si macchia di questo reato. Vogliamo prevenire, tramite buone leggi e azione di formazione delle forze di sicurezza. Vogliamo aiutare chi della tortura è stata vittima, fornendo loro un’accoglienza adeguata, sostenendo i centri di riabilitazione. Vogliamo che il mondo diventi una "zona libera dalla tortura". Aiutateci a far sì che la tortura sparisca dai nostri rapporti e compaia solamente più nei libri di storia.
Daniele Scaglione Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International
La parola "tortura " a cura di Davide Cavazza
Il 18 ottobre Amnesty International ha lanciato in contemporanea in oltre 60 paesi la sua terza campagna mondiale per l'abolizione della tortura, dopo quelle del 1973 e del 198485: "Take a step to stamp out torture". Si tratta senza dubbio della più imponente campagna che il movimento abbia mai pianificato: per oltre 14 mesi, sino al 10 dicembre 2001, saranno chiamati a parteciparvi attraverso le forme più varie tutti gli iscritti in Italia e nel mondo. La campagna intende portare alla luce tutti quei comportamenti crudeli, inumani e degradanti che prendono il nome di tortura, una realtà oggi presente in oltre la metà dei paesi del pianeta. Vuole denunciarne la sistematicità, per farli cessare per sempre, nelle leggi e nei fatti, perché non ci sono giustificazioni plausibili alla disumanità. Le vittime di queste terribili pratiche saranno rappresentate da 14 persone che Amnesty International seguirà passo dopo passo. Casi che riguardano l'Argentina, l'Iran, la Sierra Leone, il Laos, l'Ungheria, la Cina, il Brasile, gli Stati Uniti, il Kenya, Israele e Territori Occupati, l'Egitto, l'India, la Repubblica Democratica del Congo, l'Austria. L'utilizzo delle cinture elettriche sui carcerati americani, le mutilazioni cui è sottoposta la popolazione della Sierra Leone, i rapimenti di cui è stata vittima Jeannine Bouchez Mwayuma da parte dei militari congolesi, i pestaggi e le violenze subiti da Norbert Batyi da parte delle forze dell'ordine ungheresi non sono purtroppo una follia, ma una vera e propria premeditazione criminale. "Dissi che avrei scritto e firmato qualsiasi cosa mi avessero chiesto… Firmai quei fogli. Poi mi portarono fuori dall'edificio e mi lasciarono andare" (Amal Farouk Mohammad alMaas, donna egiziana) o "Una delle tre volte che ero a terra [uno degli interroganti] mi ha messo le catene ai piedi e mi ha trascinato lungo il pavimento; [un altro] mi ha dato una ginocchiata rompendomi una costola" (Omar Ghanimat, palestinese) o ancora "Sono gravemente malato… Non posso mangiare niente. Non riesco a dormire. Mi lamento continuamente per il dolore." (Feng Sakchittapong, Laos) sono affermazioni rilasciate ad Amnesty International che documentano la sistematicità di trattamenti inammissibili per il diritto internazionale.
| Amnesty
International ha approntato un
"Programma in 12 punti per la
prevenzione della tortura praticata
da chi opera per conto dello
stato" e chiede a tutti i
governi del mondo di attuarlo.
I punti del programma sono i seguenti: condannare la tortura, assicurare l'accesso ai prigionieri, non ricorrere alla detenzione segreta, fornire garanzie nel corso della detenzione e degli interrogatori, proibire la tortura nella legislazione, indagare sulle denunce, punire i responsabili, vietare l'utilizzo di dichiarazioni estorte mediante tortura, addestrare in modo adeguato, risarcire le vittime, ratificare i trattati internazionali, esercitare la responsabilità internazionale. In Italia la campagna si chiama "Non sopportiamo la tortura." |
Anche nel nostro paese, come in tutto il mondo, correrà il nastro simbolo della campagna, che delimiterà via via zone sempre più ampie, le "zone libere dalla tortura". Quando si vedrà questo nastro giallo e nero, si saprà che Amnesty International sta lavorando, sensibilizzando, dialogando con le istituzioni e con il mondo della cultura, della scuola, dell'imprenditoria, dei media, delle associazioni, dello sport… E che si sta rivolgendo a quante più persone possibile vorranno sostenere questa campagna: firmando le petizioni, partecipando a iniziative pubbliche, iscrivendosi, sostenendo con una donazione il lavoro degli oltre 7000 soci attivi italiani.
| "Qualunque sia la motivazione e il modo,la tortura è un attacco premeditato contro la dignità,un tentativo di distruggere la nostra "umanità ". E per questo deve essere fermata. Deve essere fermata perché può essere fermata." Pierre Sanè,Segretario Generale di Amnesty International |
L'inserimento del reato di tortura nel vigente codice penale. Una garanzia legislativa che oggi non c'è e che è necessaria e richiesta a livello internazionale sia dal Comitato dei diritti umani che dal Comitato contro la tortura. Nei fatti, solo la previsione per legge della specifica condotta vietata ("tortura") consentirebbe l'inflizione di pene adeguate. Un passo obbligato, che affermerebbe senza mezzi termini né sofismi legislativi la necessità di combattere l'impunità fino in fondo. L'impegno di Amnesty International è chiaro. Non sopportiamo la tortura. La Sezione Italiana dedica questa campagna a tutte le vittime della tortura e alle attiviste e agli attivisti per i diritti umani che ogni giorno lottano, rischiando la vita, perché la tortura diventi un ricordo del passato.
Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere i dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì. Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, i lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, i simulacri di fucilazione, i compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui i militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere
"Grazie Amnesty!" di Luis Sepúlveda
( Strumenti di tortura)
di
Emilio Emmolo e Marita Villa
da
"Amnesty international" primavera 2001
La
tortura è un mercato. Dietro chi commette le atrocità ci sono
finanziatori, campi d’addestramento, forniture
Alcuni
governi sono direttamente coinvolti nel commercio della tortura, altri
preferiscono tenere gli occhi chiusi.
Negli
ultimi anni c’è stata un’enorme espansione dell’addestramento all’uso e
dell’utilizzazione di moderne tecniche da parte delle forze di polizia e di
sicurezza. Il numero dei paesi produttori e fornitori è aumentato da 30 negli
anni ‘80 a più di 130 nel 2000.
La
produzione, il commercio e la pubblicizzazione di equipaggiamenti che possono
essere usati per torturare rappresentano un grande business. E il commercio
parallelo in addestramento nelle tecniche di tortura fisica e psichica può
essere ugualmente vantaggioso. Aziende e individui in tutto il mondo sono
coinvolti nella fornitura di conoscenze e servizi progettati per il controllo
del crimine e la sicurezza, ma che in pratica sono utilizzati per
Il
campionario dell’ orrore
Manette,
ceppi, serrapollici, catene e fruste sono tra gli strumenti di sicurezza più in
uso. In ogni regione del mondo vengono regolarmente usati per violare i diritti
umani dei prigionieri. Questi equipaggiamenti a bassa tecnologia sono trasferiti
con pochissimo o addirittura nessun controllo governativo sui destinatari. La
segretezza e l’assenza di controlli facilita la loro fornitura a chi li
utilizza per commettere torture. Alcuni di questi strumenti, come i ceppi, sono
di per sé crudeli, inumani e degradanti e dovrebbero essere vietati.
Nuove
“armi non letali” vengono continuamente sviluppate e immesse sul mercato
senza adeguati controlli sulle possibili violazioni dei diritti umani che
possono essere commesse con questi strumenti. Amnesty International ha raccolto
molte prove sull’eccessivo uso della forza da parte di forze di polizia che
hanno usato spray chimici
Spaventosa
è stata, poi, in questi ultimi anni la diffusione di svariati modelli di armi
elettriche, tra cui scudi, bastoni e le pistole “laser”, che sparano ami
appuntiti collegati attraverso fili che permettono a chi le usa di “sparare”
la scossa a distanza. Queste armi vengono regolarmente utilizzate in molti paesi
per infliggere torture e maltrattamenti, per estorcere confessioni e per
intimidire gli attivisti per i diritti umani.
Già
dai primi anni ‘90 gli Stati Uniti non hanno impedito l’uso distorto delle
moderne armi elettriche ad alti impulsi e alto voltaggio. Al contrario, le hanno
esportate in paesi dove la tortura è assai praticata. Nel corso dell’ultimo
decennio ne è stato fatto uso in prigioni, centri di detenzione e stazioni di
polizia di oltre 60 paesi, molti dei quali in Africa. L’uso di tali armi è
difficilmente individuabile.
I
torturatori spesso preferiscono usare
la tortura con scosse elettriche proprio perché pensano che non lasci segni sui
corpi delle vittime, impedendo a queste ultime di denunciare i crimini che hanno
subìto. Gli effetti immediati di queste forme di tortura comprendono dolori
atroci, perdita del controllo dei muscoli, nausea, convulsioni, svenimenti,
defecazione e urinazione involontaria. Sono stati anche documentati
Uno
dei più drammatici sviluppi in questo commercio crudele è rappresentato dalle
cinture elettriche, originariamente fabbricate negli Stati Uniti. Come afferma
Dannis Kaufman, presidente
Il
detenuto cui viene fatta indossare la cintura rimane fisicamente in contatto con
essa per un tempo che
Ceppi:
Nel
1993 il cittadino britannico Patrick Foster è sorpreso a bere alcool in un
luogo pubblico, comportamento che in Arabia Saudita costituisce reato.Viene
imprigionato e in torno alle sue caviglie sono serrati dei ceppi di ferro.Su una
delle “pagine ”del suo diario, scritto su pacchetti di sigarette,
Nel
1997 sono emerse prove che cinture elettriche “made in USA” sono state
sperimentate in Sudafrica, un paese con persistenti problemi di tortura
soprattutto nei confronti di detenuti in stato di fermo o in prigione.
Un
mercato mondiale
La
produzione delle armi elettriche si è inizialmente sviluppata negli Stati
Uniti. Ora tanti altri paesi, da cui arrivano numerose testimonianze di torture
e maltrattamenti, hanno iniziato a fabbricarsele da soli. Una recente ricerca di
Amnesty In ternational ha rivelato che, tra il 1998 e il 2000, 185 aziende di 25
paesi sono state coinvolte nella produzione, diffusione e intermediazione di
equipaggiamenti che sono stati poi usati per infliggere torture. Gli Stati Uniti
sono al primo posto tra le aziende produttrici di armi elettriche oltre che di
ceppi, serrapollici e altri strumenti. Ma la produzione si effettua anche in
Asia, Europa e in Sudafrica. Per quello che riguarda in particolare
le
armi elettriche, queste sono state prodotte e vendute, nel periodo preso in
esame, da 42 aziende statunitensi, cui vanno aggiunte 30 aziende in Germania, 19
a Taiwan, 14 in Francia, 13 in Corea del Sud, 12 in Cina, 9 in Sudafrica, 8 in
Israele, 6 in Messico, 5 in Polonia, 4 in Russia, 3 in Brasile e Spagna, 2 nella
Repubblica Ceca…
Questa
espansione del mercato ha enormemente aumentato la disponibilità di armi
elettriche di vario tipo,
Torture in Europa Introduzione
La tortura è proibita dalle Costituzioni, dai codici penali e dalle convenzioni internazionali, ma è ancora praticata e, anzi, rappresenta un’emergenza internazionale. I responsabili non sono degli squilibrati, dei sadici, delle persone che vivono ai margini della società e delle istituzioni. Sono individui che agiscono, sia pure in segreto e in violazione di regole di condotta interne e internazionali, per conto di chi esercita il potere. Nonostante l’esistenza di idonei strumenti preventivi, Amnesty International continua a denunciare anche in Europa la diffusione di tortura e maltrattamenti, e a documentare l’impunità di cui gode chi si renda responsabile di tali violazioni. I paesi europei fanno poco per perseguire i colpevoli di questi crimini e, spesso, le autorità di governo respingono con sdegno le stesse accuse formulate dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani. L’impunità trasmette a chi compie torture e maltrattamenti un messaggio inequivocabile, e cioè che non saranno mai chiamati a rispondere delle violazioni dei diritti umani. Portare i colpevoli davanti alla giustizia non soltanto li scoraggia dal ripetere i loro crimini, ma rende ben chiaro anche agli altri che tali abusi non verranno tollerati. Combattere l’impunità dei torturatori significa inoltre rispettare gli obblighi che gli stati hanno volontariamente sottoscritto, come, quello che la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite impone ai 119 paesi che l’ hanno ratificata, di processare ogni persona su cui pendono seri sospetti di esser responsabile di tortura, a prescindere dalla sua nazionalità, da quella delle vittime, dal luogo dove il crimine è stato commesso. Si tratta di un principio che raramente viene messo in pratica.
1.La tortura sistematica e le leggi di emergenza
In Europa orientale si registrano ancora oggi casi di tortura sistematica, pur essendo meno ricorrenti che nel passato. Le nuove democrazie e l’uscita di scena di figure autoritarie quali Slobodan Miloseviç e Franjo Tudjman, protagonisti della repressione in Serbia e Croazia, hanno contribuito a rafforzare la speranza che in questi paesi vengano riconosciute le libertà fondamentali. Fino a poco tempo fa, in Croazia la detenzione per motivi di opinione era all’ordine del giorno, come anche torture e maltrattamenti finalizzati all’annientamento di oppositori politici, attivisti per i diritti umani, giornalisti e scrittori: monito chiaro a chiunque desiderasse intraprendere attività ostili al governo. Casi di tortura sistematica per motivi di opinione erano comuni anche nella Serbia di Miloseviç dove oppositori politici, prigionieri politici, giornalisti e attivisti per i diritti umani venivano detenuti, torturati, maltrattati e sottoposti a processi sommari. I paesi balcanici hanno conosciuto anche la tortura sistematica su base etnica, inflitta alla popolazione civile durante i conflitti di Bosnia (1991-1995) e Kosovo (1997-1999). Le torture a sfondo sessuale sono state predominanti e ne sono state vittime soprattutto le donne. Tra gli episodi di tortura di massa avvenuti nei diversi conflitti, vanno ricordate le operazioni croate nella Krajina, nel maggio e nell’agosto 1995, con le quali la maggior parte dei territori ribelli serbocroati è stata riportata sotto il controllo del governo. Un uomo, che ha chiesto ad Amnesty International di restare anonimo, ha raccontato di essere stato ripetutamente controllato da soldati in uniforme. Durante una di queste visite, nel settembre 1995, i militari lo hanno legato a un albero e hanno appiccato il fuoco. Un attivista per i diritti umani che l’ ha incontrato una settimana dopo, ha riferito che l’uomo non poteva camminare a causa delle ustioni alle gambe. La settimana successiva, i soldati si sono nuovamente recati da lui e, dopo aver saccheggiato la casa, lo hanno preso a calci portandolo fino a un torrente vicino alla sua abitazione e spezzandogli due costole. Nel 1996, durante il processo per un caso di omicidio – accaduto in villaggio vicino e non collegato a questo caso – alcuni militari in congedo hanno testimoniato di aver legato un uomo ad un albero e di avergli dato il fuoco, ma i pubblici ministeri presenti non hanno dato seguito a questa confessione. Alcune delle misure coercitive più drammatiche vengono adottate nell’ambito delle legislazioni di emergenza. In Turchia, il codice penale consente di detenere una persona per quattro giorni in incommunicado (cioè senza la possibilità di avere contatti con un avvocato, con un medico o con la famiglia): tale periodo, però, può essere esteso fino a dieci giorni nelle zone del paese in cui vige lo stato di emergenza (le regioni del sudest, a maggioranza curda) e fino a sette giorni nel resto del paese. Durante la detenzione in incommunicado è altamente probabile che i prigionieri vengano sottoposti a torture di ogni genere, poiché il loro isolamento dal mondo esterno attribuisce ai carcerieri un reale potere di vita e di morte. Il sindacalista e giornalista Süleyman Yeter, prelevato dalla polizia il pomeriggio del 5 marzo 1999, è morto due giorni dopo a causa delle torture subite, nella sezione antiterrorismo della sede centrale della polizia di Istanbul. La sua morte risulta ancor più sospetta dal momento che era appena stato convocato per identificare alcuni agenti di polizia, sotto processo per aver torturato lo stesso Süleyman Yeter e altri quattordici detenuti nel 1997. In passato, in Irlanda del Nord la legge antiterrorismo consentiva l’arresto senza mandato e l’incarcerazione senza processo. Tra l’agosto e il dicembre 1971, per esempio, 882 persone sono state internate per lunghi periodi senza alcuna imputazione. Durante la detenzione, tutti i prigionieri sono stati sottoposti a varie forme di maltrattamenti e torture (privazione sensoriale tramite incappucciamento prolungato, mantenimento di posizioni scomode per lunghi periodi, privazione del sonno, pestaggi, percosse ripetute alle orecchie e conseguente perforazione del timpano, aggressioni con i cani, finte esecuzioni, minacce continue ai detenuti e alle loro famiglie), che hanno provocato conseguenze permanenti per la maggior parte dei detenuti e causato la morte di Patrick Shivers e Sean McKenna. L’internamento senza processo è stato sospeso nel 1975, ma la nuova legge antiterrorismo, approvata nel 2000, prevede che esso possa essere reintrodotto in qualsiasi momento nel territorio nordirlandese.
2.Maltrattamenti e torture compiuti dalla polizia
I decessi durante il periodo di custodia, causati dai maltrattamenti e dalle torture, non sono una prerogativa dei paesi in cui vigono norme di emergenza. Nella cittadina svedese di Karlstad, il 30 maggio 1995, Osmo Vallo è morto a causa delle percosse subite durante l’arresto. Alcuni agenti, intervenuti dopo una segnalazione per disturbo della quiete pubblica, lo hanno colpito ripetutamente con calci alla schiena, lo hanno fatto mordere più volte da un cane poliziotto e gli hanno schiacciato la schiena mentre giaceva ammanettato faccia a terra. Osmo Vallo è svenuto, ma gli agenti non hanno neppure tentato di rianimarlo: lo hanno invece condotto all’ospedale, dove è giunto ormai privo di vita. Soltanto nel dicembre 2000, a cinque anni di distanza dalla sua morte, il ministro della giustizia svedese ha annunciato di voler istituire una commissione d’inchiesta sul caso di Osmo Vallo e su altri decessi avvenuti in custodia. In Portogallo, nel gennaio 2000, a Oporto due uomini sono morti nella stessa notte per le ferite provocate dai maltrattamenti subiti ad opera della polizia di pubblica sicurezza (Psp). Il primo era Alvaro Rosa Cardoso, di etnia rom, duramente percosso con manganelli e con il calcio di una pistola da alcuni agenti intervenuti per schiamazzi notturni. È morto poco dopo il trasporto in ospedale: il comandante della Psp ha affermato che era stato colpito da due attacchi cardiaci, ma l’autopsia ha rivelato che il decesso era da attribuirsi alla rottura della milza e che il corpo di Alvaro Cardoso presentava numerose lesioni interne ed esterne. In seguito a ciò, due agenti della Psp sono stati arrestati e indagati per omicidio, mentre il comandante è stato rimosso dall’incarico. La seconda vittima è Paulo Silva: anch’egli è morto per la rottura della milza dopo essere stato duramente percosso da alcuni agenti. Secondo il racconto della madre, Paulo Silva si è recato nel quartiere Cerco di Oporto per comprare stupefacenti, ma è stato fermato e picchiato dalla Psp. Tornato a casa in piena notte, lamentando dolori allo stomaco e ai reni, è morto sull’ambulanza che lo trasportava in ospedale. Nove agenti sono stati posti sotto inchiesta per la sua morte e la polizia ha avviato un’indagine interna per fare luce sul tentativo, da parte dell’ufficiale che comandava l’unità intervenuta a Cerco, di falsificare documenti riguardanti il caso. Amnesty International ha raccolto denunce di maltrattamenti durante l’arresto, spesso accompagnati da insulti razzisti, in quasi tutti i paesi europei. In Belgio, il 14 ottobre 2000, Charles Otu, cittadino belga d’origine ghanese, è stato ripetutamente aggredito, minacciato e sottoposto ad abusi razzisti da parte delle forze dell’ordine di Bruxelles. Mentre era fermo a un semaforo, Otu è stato avvicinato da due gendarmi che gli hanno intimato di consegnare le chiavi della sua auto. Lui si è rifiutato, ma si è offerto di presentare i propri documenti. Gli agenti lo hanno trascinato fuori dell’auto e lo hanno colpito con calci e manganelli. Le percosse sono poi continuate nella stazione di polizia: un agente lo ha preso a calci nell’addome con tale violenza da farlo defecare involontariamente. Un certificato medico emesso dopo il suo rilascio ha riscontrato tagli ed ematomi sul volto, contusioni a gola, schiena, stomaco e ginocchio destro. I gendarmi si sono difesi sostenendo che Otu aveva resistito con violenza all’arresto e aveva ferito due agenti. In Austria, il 6 novembre 1999, il cittadino austriaco Johannes G. è stato deliberatamente picchiato al volto da alcuni poliziotti mentre si trovava in detenzione. In conseguenza di tale violenza, dopo il rilascio è stato ricoverato per dodici giorni in ospedale con la diagnosi di emorragia cerebrale, distaccamento del nervo ottico destro e lesioni nella zona oculare. Pare che le ferite inferte abbiano provocato la cecità - non si sa ancora se permanente o temporanea - dell’occhio destro. Arrestato per ragioni di ordine pubblico, è stato condotto in una stazione di polizia di Vienna dove è stato ripetutamente colpito in faccia da alcuni agenti, fino a perdere conoscenza ed essere portato in ospedale. Nel proprio rapporto gli agenti hanno affermato che, durante l’arresto, Johannes G. aveva sbattuto il volto contro un citofono ed era caduto da una sedia. In Irlanda del Nord, nel febbraio 1994, David Adams è stato duramente picchiato dalla polizia nel centro di detenzione di Castlereagh. In seguito al brutale pestaggio ha trascorso tre settimane in ospedale, dove gli sono state diagnosticate la frattura di una gamba e di due costole, la perforazione di un polmone e numerose ferite sul viso e sul corpo. A sette anni dall’episodio, nessun funzionario di polizia è stato ancora riconosciuto colpevole di queste violenze. Il caso di Cevat Soysal, attualmente in carcere con l’accusa di separatismo e appartenenza al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), è eccezionale se si considera che nel 1995 egli ha ottenuto asilo politico in Germania e che, il 13 luglio 1999, è stato rapito in Moldavia dai servizi segreti turchi e ricondotto in Turchia. È stato detenuto in incommunicado per undici giorni, durante i quali è stato torturato con scariche elettriche, appeso per le braccia, costretto a giacere nudo sul ghiaccio, investito da getti di acqua pressurizzata e privato del sonno. Fonti non ufficiali hanno affermato che Cevat Soysal è stato ricoverato due volte in ospedale durante la detenzione, a causa delle torture subite. A due settimane dall’arresto, durante una visita, il suo avvocato ha osservato sul suo corpo segni delle torture. Nel novembre 1999, la procura di Ankara ha deciso di non aprire alcun procedimento giudiziario contro presunti torturatori. In Grecia, nell’agosto 2000, due cittadini britannici arrestati dalla polizia di Creta sono stati condotti alla stazione di polizia, insultati e colpiti con calci e pugni. Dopo essersi rifiutati di firmare una dichiarazione scritta in greco, lingua che non conoscevano, sono stati minacciati di morte. Dopo quattro giorni, uno dei due uomini è stato rilasciato mentre l’altro, Michael Tonge, è stato trasferito in un carcere di Atene. Durante il trasferimento in traghetto, per tutte le tredici ore del viaggio è rimasto ammanettato al sedile nella posizione del "crocifisso", mentre un poliziotto frustava le gambe con una fune ricoperta di gomma. In Svizzera, nell’aprile 1997, la polizia ha arrestato Clement Nwankwo, un illustre avvocato nigeriano e attivista per i diritti umani che si trovava a Ginevra per partecipare ai lavori della Commissione Onu per i diritti umani. Gli agenti lo hanno fermato per strada senza fornire alcuna spiegazione, lo hanno colpito con calci, pugni e manganelli e lo hanno ingiuriato con insulti razzisti. Quindi, gli hanno bloccato il collo con un manganello, esercitando una pressione tale da fargli perdere conoscenza. Trasferito alla stazione di polizia, è stato nuovamente schiaffeggiato, costretto a spogliarsi e, con addosso la sola biancheria intima, ammanettato in una posizione dolorosa alla gamba di un tavolo nella stanza degli interrogatori per oltre un’ora, senza mai essere informato delle ragioni del suo arresto. Dopo 72 ore di detenzione e un processo sommario,è stato riconosciuto colpevole di taccheggio e resistenza alle forze dell’ordine. Grazie a un ricorso in appello, Nwankwo è stato prosciolto dall’accusa di taccheggio, ma le autorità svizzere si sono rifiutate di perseguire i responsabili dell’aggressione, annullando anche le sanzioni disciplinari precedentemente inflitte ai tre agenti e respingendo una richiesta di risarcimento per i danni morali e materiali subiti. In Spagna, Nekane Txarpartegi è stata vittima della "bolsa", il soffocamento attraverso un sacchetto di plastica. Arrestata a Tolosa (Guipúzcoa) nel 1999 per presunta appartenenza al gruppo armato basco Euskadi Ta Askatasuna (Eta), durante il trasferimento da Tolosa a Madrid è stata sottoposta a una finta esecuzione, ammanettata e legata con una corda e con del nastro isolante, sottoposta alla "bolsa" e picchiata sulla testa e sulle spalle. Giunta in una stazione della Guardia Civil di Madrid, è stata nuovamente percossa, sottoposta alla "bolsa" e molestata sessualmente. Il referto del medico del carcere, in cui è poi stata rinchiusa, ha certificato la presenza di numerose ferite. Anche nell’Est europeo avvengono torture e maltrattamenti da parte della polizia. Nell’agosto 1998, cinque rom sono stati presi a calci e a manganellate nella centrale di polizia di Stip (Macedonia), dopo essere stati arrestati. Un episodio ancora più grave si è verificato l’11 gennaio 2000, quanto tre agenti di polizia sono stati uccisi in un posto di blocco a Arainovo, un villaggio a maggioranza albanese vicino a Skopje. Gli omicidi non erano di natura politica, ma legati al traffico di droga e ad altre attività criminali. Ciò nonostante, nei giorni seguenti decine di persone provenienti da Arainovo e da Skopje sono state torturate, picchiate o comunque maltrattate dalla polizia. Alcuni uomini sono stati detenuti in incommunicado fino a undici giorni e, molto probabilmente, Sabri Asani, morto durante la custodia, è stato vittima di una esecuzione extragiudiziale. In un rapporto sull’incidente, Amnesty International ha sottolineato come la gravità dell’omicidio degli agenti di polizia avrebbe potuto giustificare una vigorosa reazione da parte della polizia, ma certamente non le violazioni dei diritti umani. Ha inoltre chiesto l’apertura di indagini imparziali ed esaurienti sugli incidenti collegati al caso Arainovo, al fine di individuarne i responsabili e condurli in giudizio. La polizia ha fatto un uso eccessivo della forza anche nel corso della perquisizione di alcune case di Arainovo, il 14 gennaio 2000, quando uomini e ragazzi sono stati picchiati in numerose abitazioni. A uno di loro è stata fratturata la mascella, probabilmente con il calcio di un fucile. Sei uomini e due ragazzi di 15 anni sono stati fatti sdraiare a terra, picchiati e presi a calci. Solo a un anziano di 70 anni è stato permesso di alzarsi, mentre gli altri sono stati costretti a restare a terra per circa tre ore. Almeno otto uomini sono stati condotti alla stazione di polizia, trattenuti fino a notte fonda e sottoposti a ulteriori pestaggi mentre venivano interrogati. L’estrema povertà e la dilagante criminalità, nonché un grande potere concesso alle forze di polizia, hanno portato anche la polizia albanese a un uso eccessivo della forza. Una situazione analoga a quella che si registra in Romania, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica ceca e Ungheria. In Romania, molte persone rom hanno subìto pestaggi e violenze da parte della polizia. Nel giugno 1998, a Sarulesti, nel distretto di Calarasi, decine di membri della polizia hanno fatto irruzione in case rom e hanno picchiato indiscriminatamente uomini, donne e bambini. Tre agenti hanno picchiato Gabriel Mihai, che è corso fuori di casa; un poliziotto gli ha sparato alla schiena e a una gamba, ferendolo gravemente. Margareta Mihai è stata presa a calci nella schiena e, mentre cercava di aiutare suo marito, colpita al volto con il calcio della pistola. Tra le 6 e le 7 del mattino del 2 dicembre 1999, più di cento poliziotti in equipaggiamento antisommossa con armi e cani sono entrati negli edifici in cui vive la comunità rom di Zehra, in Slovacchia. Nel corso delle operazioni gli agenti hanno picchiato con i manganelli alcuni abitanti dell’insediamento, sparando inoltre proiettili di gomma contro alcune persone. Tra le vittime c’era un ragazzo quattordicenne, ferito a una gamba. Dalle testimonianze emerge che alcuni agenti hanno gridato ai rom insulti di stampo razzista come "dovete morire" o "siete dei cani". La polizia è entrata in diversi appartamenti e ha obbligato gli uomini a sdraiarsi a terra, per poi picchiarli. Durante le perquisizioni, i poliziotti hanno danneggiato porte, finestre e mobili degli appartamenti. Il 9 giugno 1999, lo studente rom László Sárközi stava camminando nel Parco del popolo di Budapest, Ungheria, quando da un’auto sono scesi tre agenti di polizia in borghese che gli hanno chiesto di esibire un documento d’identità e di svuotare le tasche. László Sárközi ha mostrato il contenuto delle tasche a eccezione di un foglietto di carta sul quale aveva scritto una poesia, che si è rifiutato di consegnare. A quanto risulta, gli agenti lo hanno gettato a terra e colpito, premendogli varie volte la testa e il volto contro il terreno. In attesa dell’ambulanza è rimasto ammanettato, in piedi e con il viso rivolto contro il muro di un corridoio, mentre gli agenti lo insultavano e lo ridicolizzavano.
3.Campi di prigionia e carceri
Nella Federazione russa, diverse testimonianze confermano l’esistenza di cosiddetti campi di selezione, dove cittadini ceceni vengono detenuti senza accusa né processo. I prigionieri dei campi di selezione segreti – uomini, donne e bambini – sono sistematicamente torturati: vengono stuprati, bastonati, colpiti con martelli, torturati con l’elettroshock, gli vengono strappati i denti e sono colpiti alle orecchie per perforarne i timpani. Musa (il nome è di fantasia), testimone sopravvissuto a un campo di selezione segreto, ha raccontato la situazione esistente tra il 16 gennaio e il 5 febbraio 2000. Musa è stato arrestato con altri dieci uomini il 16 gennaio nel villaggio di Znamenskiy (nel distretto di Nadterechniy, in Cecenia), mentre viaggiava su un autobus con sua madre e suo fratello. È stato condotto al locale Dipartimento temporaneo degli affari interni (Vovd), e trattenuto fino al giorno dopo insieme ad altri detenuti. Il 17 gennaio, l’intero gruppo è stato condotto nel campo di selezione segreto di Chernokozovo. Un esame medico indipendente, dopo il suo rilascio, ha certificato che Musa aveva una costola fratturata e diverse altre ferite in tutto il corpo, soffriva di dolori addominali e aveva subìto un serio trauma cranico. Musa era stato picchiato per almeno mezz’ora ogni giorno, tra il 16 gennaio e il 5 febbraio, soprattutto con un bastone. Ha riferito ad Amnesty International: "Le guardie hanno cominciato a colpirci nel momento stesso in cui siamo entrati nel campo. C’erano almeno 20-25 uomini mascherati nel cortile, disposti su due file in modo da formare come un ‘corridoio umano’. Siamo stati spinti nel ‘corridoio’ e ognuna delle guardie ha cominciato a picchiarci con una mazza. Poi ci hanno ordinato di spogliarci completamente e siamo stati costretti a entrare in una cella frigorifera, in precedenza usata per la carne. Ci hanno tenuto nudi per un po’, per poi ordinarci di rivestirci e uscire. Hanno continuato a picchiarci anche nelle celle. Durante la prima notte al campo io sono stato picchiato quattro volte. La sera era impossibile dormire, a causa delle urla che si sentivano dalle altre celle. I soldati, infatti, prendevano le persone dalle stanze e le torturavano. C’erano circa 25 celle e io ne ho cambiate 21 durante i giorni di prigionia. Sono stato condotto all’ufficio investigativo per firmare un documento nel quale dicevo di essere un combattente o di aver aiutato i guerriglieri. Le guardie mi hanno detto che dovevo rispondere "sì" a ogni domanda dell’investigatore. Quando sono entrato nel suo ufficio, c’erano due fili elettrici che pendevano dal soffitto. Mi hanno minacciato che se non avessi confessato e firmato le carte sarei stato sottoposto alle scosse elettriche. Le guardie hanno spinto la mia faccia sui fili e in quel momento sono svenuto". Durante i conflitti balcanici, i luoghi in cui si sono consumati le più gravi torture sono stati i campi di concentramento in cui uomini e donne detenuti erano costretti a subire violenze di ogni tipo da parte di soldati che agivano senza controllo o eseguivano gli ordini. Attualmente, i luoghi dove avvengono tortura e maltrattamenti oltre alle carceri e ai commissariati (come in Romania, Bulgaria, Albania) sono anche i centri di detenzione per i richiedenti asilo, come accade in Ungheria. Nei casi di conflitto armato (in Kosovo, per esempio) i campi profughi si sono talvolta trasformati in teatro di ulteriori violenze per gli sfollati, che sono particolarmente esposti alle violenze compiute dalla polizia locale, dalle forze internazionali e da privati. Nello specifico caso dei rom, etnia particolarmente penalizzata in Europa orientale, gli episodi di tortura avvengono non solo nei luoghi di detenzione, ma anche nel corso di operazioni repressive notturne in abitazioni e villaggi. Fonte primaria di preoccupazioni per Amnesty International è anche la situazione delle carceri. Dal Portogallo giungono continue denunce di maltrattamenti da parte della polizia penitenziaria. Nel luglio 1999, duecento detenuti del carcere di Linhó (Sintra) hanno organizzato uno sciopero della fame denunciando la pratica dei pestaggi quasi quotidiani da parte degli agenti di custodia. Nel corso degli ultimi anni, il governo portoghese sembra aver preso coscienza della grave situazione in cui versano le carceri e gli istituti di detenzione, dove le precarie condizioni igieniche e il sovraffollamento sono la norma. Le misure finora adottate, comunque, non hanno sostanzialmente modificato un quadro che, nel 1999, lo stesso presidente della repubblica Jorge Sampaio aveva definito "un vero scandalo". Grande scalpore ha suscitato di recente, in Francia, la pubblicazione di un libro scritto dall’ex responsabile medico del carcere La Santé di Parigi, in cui denunciava le condizioni di detenzione inumane e degradanti. Nell’ottobre 2000, la ministra della giustizia ha annunciato di avere allo studio un progetto di legge riguardante l’intero sistema penitenziario. Anche dall’Italia pervengono denunce di maltrattamenti inflitti da agenti di polizia penitenziaria. Inoltre, in diverse carceri e in alcuni centri di detenzione temporanea per stranieri, le condizioni di vita dei detenuti si configurano come trattamento crudele, inumano e degradante (da segnalare il sovraffollamento, la scarsa igiene, l’alta percentuale di suicidi e tentati suicidi). Numerosi procedimenti penali aperti nei confronti di guardie carcerarie per maltrattamenti hanno subìto forti ritardi, contribuendo a creare un clima d’impunità. Grande attenzione ha ricevuto quanto avvenuto nel carcere di Sassari: nel dicembre 2000, novantasei persone (tra cui il direttore del carcere e il direttore regionale delle prigioni sarde), sono state rinviate a giudizio dopo le denunce presentate da oltre 40 detenuti, sottoposti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti e, in alcuni casi, a vere e proprie torture. Numerosi agenti penitenziari li avevano percossi con calci, pugni, bastoni e manganelli e li avevano costretti a restare nudi per ore, faccia a terra, investiti da getti d’acqua fredda. Altre indagini sono in corso per i maltrattamenti e i decessi avvenuti nelle carceri di Reggio Calabria (decesso di Francesco Romeo, settembre 1997), Nuoro (decesso di Luigi Acquaviva, gennaio 2000), Biella, Bolzano, Secondigliano (Napoli) e Torino (carcere minorile Ferrante Aporti).
4.Rifugiati vittime di tortura
I richiedenti asilo sono vittime particolarmente vulnerabili alla tortura. Uno dei modi per contrastare i maltrattamenti è quello di garantire rifugio a chi ha subìto o potrebbe subire persecuzioni nel suo paese di origine: il rispetto della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati e un’efficace normativa statale in materia di asilo, sono strumenti che possono offrire ai profughi un’adeguata protezione dagli abusi. Nel dicembre 2000, inoltre, l’Unione europea ha adottato la Carta dei diritti fondamentali, che proibisce la tortura e i trattamenti e le pene inumani e degradanti. La Carta vieta anche la discriminazione in base alla razza, colore della pelle, origine etnica o appartenenza a una minoranza. Tuttavia, i rapporti di Amnesty International mostrano una situazione in cui in Europa continuano i maltrattamenti da parte delle forze di polizia e di sicurezza contro cittadini di paesi terzi o appartenenti a minoranze, inclusi rifugiati. La frequenza delle denunce esaminate fa pensare che questi episodi non siano incidenti isolati. Amnesty International nota con preoccupazione l’uso persistente di pratiche quali la detenzione di richiedenti asilo – inclusi i minorenni – nella maggior parte degli stati membri dell’Unione europea. Nonostante l’incarcerazione di richiedenti asilo debba conformarsi agli standard internazionali per i rifugiati e i diritti umani, questo non sempre accade. Le autorità europee non esitano a espellere rifugiati e immigrati, anche quando sono in pericolo di vita. La pratica delle deportazioni forzate è comune a molti paesi dell’Unione europea e, in numerose occasioni, la condotta degli agenti incaricati di scortare gli espulsi, spesso recalcitranti, ha originato gravi maltrattamenti nei loro confronti, provocando anche una sequenza impressionante di decessi. Il 22 settembre 1998, la cittadina nigeriana Semira Adamu è morta durante la deportazione forzata dal Belgio. Stessa sorte è toccata nel marzo 1999 al palestinese Khaled Abuzarifa mentre veniva deportato dalla Svizzera, il 1 maggio 1999 al venticinquenne nigeriano Marcus Omofuma espulso dall’Austria e, il 28 maggio 1999, al trentenne sudanese Aamir Ageeb deportato forzatamente dalla Germania. In tutti questi casi, gli agenti di scorta hanno impiegato tecniche di contenimento volte a bloccare ogni resistenza da parte dei deportati, ammanettandoli, immobilizzandoli ai sedili dell’aereo, somministrando sedativi e narcotici, imbavagliandoli con nastro adesivo, premendo cuscini o guanti imbottiti sulla faccia perché non gridassero o mordessero e ostruendo, in tal modo, le vie respiratorie. Soltanto dopo il decesso di Semira Adamu, le autorità belghe hanno proibito la "tecnica del cuscino", mentre le autorità cantonali di Zurigo hanno fatto sapere ad Amnesty International di aver vietato l’uso del nastro adesivo e di un casco appositamente studiato per impedire al deportato di gridare: tale misura è stata adottata poiché i deportati non vengono più imbarcati su normali voli di linea, ma su speciali voli charter. In Europa orientale, oltre all’Ungheria, paese di transito di profughi, l’attenzione di Amnesty è rivolta a tutti coloro che con estrema difficoltà cercano di rientrare.
Il traffico di esseri umani è la terza più grande fonte di profitto del crimine organizzato internazionale, dopo la droga e le armi, con un guadagno annuale stimato in almeno 5-7 miliardi di dollari. Le Nazioni Unite sostengono che circa quattro milioni di persone sono comprate e vendute ogni anno. Le donne vittime della tratta, avviate al mercato della prostituzione, sarebbero 500 mila in tutta l’Europa occidentale. Secondo stime Interpol ciascuna donna vale 120-150 mila dollari l’anno. I governi hanno finora relegato la questione più in un ambito di ordine pubblico che di tutela dei diritti umani. Le donne coinvolte nella tratta subiscono una vasta gamma di violazioni dei diritti umani, molti dei quali costituiscono tortura o maltrattamento. Spesso vengono convinte a emigrare dal loro paese di origine con false promesse quali la speranza di un lavoro ben retribuito o di un matrimonio, oppure sono sequestrate. Le donne vendute per sfruttamento sessuale vengono in molti casi violentate, con il fine di annientarle fisicamente e psicologicamente per forzarle alla prostituzione. A volte vengono costrette a prostituirsi nell’illusoria speranza di saldare il debito che hanno con chi le ha fatte emigrare o le ha comprate. Molte vengono picchiate e stuprate per aver tentato di fuggire o per aver rifiutato di avere rapporti sessuali con i clienti. Nonostante il rischio di contrarre il virus dell’Aids, sono punite se si rifiutano di avere rapporti non protetti. Oltre alla violenza fisica, queste donne subiscono anche altri tipi di abusi come il sequestro illegale, la confisca dei documenti d’identità e persino la riduzione in schiavitù. A ciò si aggiunge il trattamento che ricevono dagli ufficiali dello stato, che spesso le trattano come criminali piuttosto che come vittime. Il traffico di esseri umani è proibito da numerosi trattati internazionali sui diritti umani inclusa la Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù, il commercio di schiavi e delle istituzioni e pratiche simili alla schiavitù. La Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni tipo di discriminazione contro le donne afferma che "gli stati devono prendere tutte le misure appropriate, legislazione inclusa, per sopprimere ogni forma di commercio e di sfruttamento della prostituzione delle donne".
Nel novembre del 1999, a Ginevra (Svizzera) un ragazzo angolano di 17 anni, fermato dalla polizia in seguito a una rissa, ha denunciato di essere stato sottoposto a violenze, colpito con manganelli e calci fino a perdere coscienza e chiamato con l’epiteto di "sporco negro". Anche lo stupro, che sotto ogni punto di vista è una forma di tortura, è stato usato a scopo intimidatorio e come arma di guerra. In Bosnia sono state testimoniate violenze sessuali su ragazze perfino dodicenni. La situazione in cui versano alcuni centri europei di detenzione giovanile è causa di trattamenti crudeli e degradanti per i giovani reclusi. Nel marzo del 1999, l’ispettore capo delle carceri del Regno Unito ha denunciato il trattamento e le condizioni dei centri di detenzione minorile britannici, che ospitano circa 900 ragazzi, definendole "inaccettabili in un paese civile". Nell’istituto Feltham, per esempio, gli ispettori hanno giovani detenuti rinchiusi anche per 22 ore al giorno "in celle fredde, fatiscenti e sporche". Altre istituzioni di ricovero per minori – per esempio in Bulgaria e in Russia – presentano delle situazioni assimilabili a trattamenti crudeli, inumani, degradanti. Come nel resto del mondo, anche in Europa i maltrattamenti dei ragazzi avvengono prevalentemente all’interno della famiglia o delle comunità di appartenenza. Sono però documentate anche torture e trattamenti inumani e degradanti a opera delle istituzioni statali che dovrebbero tutelare e proteggere i minori. Le situazioni più comuni sono le torture inflitte dalle forze dell’ordine su adolescenti facenti parte di gruppi politicamente o etnicamente minoritari, o socialmente discriminati. Nel centro di Chernokozovo, dove le forze militari russe trattengono i ceceni che fuggono dalla guerra, sono state documentate torture su ragazzi sospettati di appartenere ai gruppi ceceni armati: nel marzo 2000, alcuni testimoni hanno raccontato di una giovane di 14 anni, originaria di UrusMartan, morta in seguito a torture e maltrattamenti. Un’altra testimonianza parla di un ragazzo di 17 anni i cui denti sono stati segati con una lima di metallo e le cui labbra erano a brandelli, tanto da essere incapace di mangiare e parlare. In Bulgaria la violenza della polizia contro la comunità rom colpisce anche i bambini. Il 29 aprile 2000, un ragazzo rom di 16 anni, Tsvetalin Perov, ha subìto ustioni di terzo grado mentre era trattenuto dalla polizia a Vidin.