Bilal
Fabrizio Gatti
Rizzoli

Il teatro civile utilizza un linguaggio avvincente, il carisma dell'attore e gli accorgimenti dello spettacolo per fare informazione. Qualcosa di simile accade in letteratura. Bilal è un'opera di letteratura civile. Se vogliamo citare un altro testo pensiamo al celebratissimo Gomorra di Roberto Saviano. La letteratura civile evita il linguaggio giornalistico e si appropria degli stratagemmi narrativi del romanzo per un fine sociale.

Vivere civilmente vuol dire vivere insieme, da concittadini del mondo, con rispetto reciproco e al limite, ma proprio al limite, tolleranza. Invece purtroppo tolleranza non ce n'è e tantomeno rispetto nella storia di Bilal. Bilal è un granello di sabbia in un ingranaggio internazionale fatto apposta per stritolare granelli di sabbia. Per nutrire un bestiale commercio di granelli di sabbia. Bilal è Fabrizio Gatti e Fabrizio Gatti è Bilal. Un giornalista che ripercorre sotto copertura le strade degli schiavi del terzo millennio. Ci fa conoscere i luoghi e le persone, le vittime e i carnefici di un traffico disumano. Bilal è una storia di indagine, stratagemmi, travestimenti. E' una storia di paura, degrado, rassegnazione, speranza. E' una storia che è mille storie, la storia dell'emigrazione di oggi e di sempre. E' un romanzo, Bilal. Si legge in un baleno. Ma le avventure del suo protagonista nei villaggi del sahel, sulle piste sahariane, nel mare degli scafisti, nei centri di accoglienza, fino ai cantieri, alle fabbriche, alle aziende agricole, è storia vera. Vissuta sulla pelle e raccontata con commozione oltre che talento narrativo. Letteratura civile. L'indagine di Fabrizio Gatti non comincia sotto casa, dal pusher, dal clandestino, dalla prostituta, dal lavavetri, no, lì ci arriva ma parte da lontano, dall'Africa. Prima di tutto cerca i motivi per cui tutto accade. I motivi che spingono il flusso degli emigranti. Perché. Una cosa banale alla quale non pensa nessuno. Nei bar di quartiere sentiamo dialetti padani pontificare sulla necessità di rimandare gli immigrati a casa loro. Non possiamo che pensare al sonno della ragione che sta dietro quelle parole che non arrivano un palmo più in là dello slogan. Che non arrivano nemmeno alla cosa più banale, a domandarsi perché. Bilal ci porta a conoscere gli "stranded", i disperati, a dormire nella polvere e ad affrontare i militari. Leggendo Bilal ci prendiamo le botte, ci facciamo derubare. Leggendo Bilal soffriamo la fame e la sete, il caldo e il freddo ma soprattutto l'umiliazione di essere deportati. Deportazione è una parola che fa spavento ma non ce n'è un'altra per definire il viaggio di Bilal. Alla fine l'orrore più atroce è quando arrivi al punto in cui cominci a sentir parlare italiano. Sono le voci dei nostri concittadini, dei poliziotti di Lampedusa, dei capimastri di cantiere, dei caporali, dalla Puglia alla Sicilia, a Novara, a Treviso, che si uniscono al coro. A quello dei bar padani. Un coro di accenti diversi, settentrionali, meridionali, che proclamano slogan di intolleranza e disprezzo. L'orrore più atroce, leggendo Bilal, è sentir parlare la lingua di un paese che si vanta democratico e civile. Un paese nel quale il parlamento ha approvato una legge sull'immigrazione fatta da un ministro ex fascista e dal fondatore di un partito xenofobo. Una legge che ha rispedito in Libia centinaia di poveracci in catene calando un colpevole silenzio sulla loro sorte.

Bilal, come Gomorra, è un'opera di letteratura civile della quale l'Italia ha bisogno per creare una coscienza nuova. Anzi, per creare una coscienza.

Recensione di
Bruno Burdizzo


Il pittore di battaglie
Arturo Perez Reverte
Tropea

C'è mestiere in quel modo che ha Perez Reverte di catturare l'attenzione del lettore nonostante il suo narrare senza fretta. Lunghi dialoghi, istanti dilatati, cura per i dettagli, una buona dose di introspezione. Decine di volumi, centinaia di capitoli, migliaia di pagine sono all'attivo di questo prolifico narratore di avventura. Ambientazioni storiche e avvincenti vicende di marinai, soldati, investigatori, avventurieri. Tutto questo mestiere Perez Reverte lo mette a servizio di un romanzo che non ha più niente in comune con il mondo fittizio di carta e parole, o di cinepresa e celluloide, del racconto di avventura.

Non rimane che la sua perizia del romanziere unita all'esperienza effettiva di lavoro sul campo del reporter di guerra. Il pittore di battaglie è "il romanzo" di Perez Reverte. Si intuisce la necessità non solo e non seplicemente di raccontare una storia, ma di affrontare un'inquietudine, un disagio, un tormento vissuto. La trama è presto detta: due personaggi, un fotografo e un soldato. Un ex fotografo, naturalmente reporter di guerra, e un ex soldato. Il primo si ritira in una torre in riva al mare a dipingere un affresco circolare che ritragga tutte le guerre, o l'unica guerra. Il secondo lo cerca, e lo trova, per ammazzarlo. Tutto qui. Tutto è chiaro fin dalle prime pagine. Ma l'intero romanzo, avvincente e teso, si dipana in lungo dialogo nelle solitarie riflessioni del protagonista. Parole nella notte. E' facile intuire che nelle riflessioni del personaggio si riflettano quelle autentiche dell'autore.

Emergono storie di guerra come immagini in bianco e nero, crude, sofferte, e a poco a poco si avvicina la resa dei conti dei rimorsi, dei rimpianti, del dolore intenso del testimone che deve essere imparziale, obiettivo. Non a caso la parola "obiettivo" nella nostra lingua rappresenta l'imparzialità del testimone, lo strumento del fotografo e il bersaglio del cecchino.

Recensione di
Bruno Burdizzo


SorgoRosso
Mo Yan
Einaudi

Se pensi che la letteratura cinese sia una cosa lontana prova a leggere Sorgo Rosso. Prova a leggere Sorgo Rosso se pensi che la cultura cinese sia una cultura esotica, incomprensibile. Se cerchi la conferma che tutti i popoli, il tuo come quelli più remoti del pianeta, sono uguali nella tragedia della guerra e della povertà, prova a leggere Sorgo Rosso.

In una prosa intensa e avvincente si snodano alcuni decenni della storia del villaggio di Gaomi. Una ragazzina data in sposa a un lebbroso, una famiglia che produce vino di sorgo, un bandito, un eroe, un bambino guerriero, due amanti, un giudice, soldati, contadini, poveracci, piccoli e grandi uomini, piccole e grandi donne. Sullo sfondo, l'atrocità della guerra. Una per tutte. Raccontata con una crudezza che a volte indulge nel macabro, scevra dal nostro moralismo occidentale che ci fa tacere l'orrido, come se tacendolo potessimo esorcizzarlo. Il conflitto tra la Cina e il Giappone è visto dal basso, dal villaggio, dai contadini, dai partigiani, dalle milizie sorprendentemente simili a quelle della nostra Resistenza, nel difficile e contrastato periodo di transizione tra la Cina imperiale e la Cina comunista.

Un bellissimo romanzo. Basti pensare che Zhang Yimou ha tratto uno splendido film solo dai primi due capitoli.

Recensione di
Bruno Burdizzo


La storia del giogo d'oro
Zhang Ailing
BUR

Ci sono romanzi che riescono, narrando piccole storie private, a raccontare la grande Storia. Il giogo d'oro è un romanzo così. La storia di Cao Qiqiao è la storia di una donna sposata a un uomo invalido e ricco, che non riesce a farsi accettare dalla sua famiglia. Una piccola storia.

Shanghai,1913, appena dopo la caduta dell'ultimo imperatore e la proclamazione della Repubblica. In quella Shanghai le famiglie dell'aristocrazia imperiale vivono ammassate in angusti appartamenti cercando tra tendaggi, divani e poltrone di foggia occidentale, gli ambienti lasciati nelle corti di Pechino. Nell'oblio dell'oppio, tra rancori e intrighi, essi scivolano verso la tragedia della guerra. Se vai a Pechino trovi i discendenti delle famiglie aristocratiche, come la famiglia Jing del Giogo d'oro. Se vai a Shanghai quei palazzi sono ancora lì e quasi riesci a immaginarli quei cinesi di allora, del dopo impero, del prima della Rivoluzione. Generazioni di passaggio. Lo stile con cui Zhang Ailing costruisce la storia è affascinante. L'inizio è teatrale, dialoghi serrati, i pettegolezzi delle serve, il tempo che scorre lentamente nell'arco della giornata. Emergono dal tessuto narrativo figure che non compaio sulla scena, presenze celate da un tendaggio, nell'ombra. Shanghai entra nel racconto attraverso i rumori, il canto dei venditori, il cigolio dei risciò.

Poi passano dieci anni, il racconto subisce una spinta, gli eventi precipitano. Shanghai, da sfondo sfocato, diventa solida e imponente. Il teatro diventa cinema. Una grande storia.

Recensione di
Bruno Burdizzo


Il buio oltre la siepe
Harper Lee
Feltrinelli

Harper Lee è nata nel 1926 a Monroeville in Alabama. Secondo la sua biografia da ragazzina era una tomboy, un maschiaccio. Era compagna di scuola di un ragazzino che si chiamava, pensate un po', Truman Capote. Lui era nato a New Orleans ma era stato spedito a vivere con i parenti a Monroeville dopo il divorzio dei genitori. Fu poi lui a insistere perché Harper Lee mettesse in un romanzo i suoi racconti d'infanzia. Così videro la luce i personaggi di "To kill a mockingbird", letteralmente "uccidere un passerotto", tradotto in italiano con il titolo "il buio oltre la siepe".

Se avete in mente il celebre film con Gregory Peck tenete presente che la vicenda narrata nel film è solo una piccola parte del romanzo. Nelle prime pagine Scout, la ragazzina alla quale Harper Lee non a caso affida la voce narrante, si chiede quanto si debba andare indietro nel tempo per raccontare la storia dall'inizio. Decide di incominciare da un'estate di molti anni prima quando lei, suo fratello Jam e l'amico Dill decisero di far uscire di casa Boo Radley. Boo Radley è un mistero. E' un uomo di cui si sa che esiste e nient'altro. Vive rinchiuso in una vecchia casa e mai nessuno l'ha visto uscire. Gli abitanti della cittadina di Maycomb rispettano la sua riservatezza, tutti sanno perché non esce mai di casa ma nessuno, a parte Scout e i suoi amici, si sognerebbe di andarlo a disturbare. La tecnica narrativa di Harper Lee trascina il lettore nel microcosmo borghese della cittadina negli anni della grande depressione. Maycomb diventa plastica, tridimensionale, vedi le strade, i viali, i giardini, senti il rumore delle foglie al vento, senti la ghiaia sotto le scarpe, senti i discorsi della gente, entri nelle case, senti il tintinnio dei cucchiaini, entri a far parte della comunità.

Atticus Finch è il padre di Jam e Scout e io vorrei riuscire a immaginarlo diverso da Gregory Peck. Il suo buon senso, la sua onestà, la sua intelligenza suscitano in me una certa meraviglia. Sono abituato al buonismo pacchiano di cui trasuda certa letteratura americana e la cinematografia holliwoodiana ma Finch non è così banale. Finch ragiona asciutto come bisogna ragionare, è logico, obiettivo e sincero. I suoi dubbi, le sue certezze, le sue scelte, i suoi timori sono condivisibili, umani, civili. Il suo modo di educare i figli è indiscutibilmente ammirevole e tuttavia è, o dovrebbe essere, normale, semplicemente sensato. La famiglia Finch non è la famiglia media americana dell'olografia classica. Finch non è Gregory Peck. Maycomb è una città che vive il suo tempo con le sue contraddizioni e le sue difficoltà e Finch è un uomo che combatte una piccola grande battaglia quotidiana civile e sociale. Boo Radley è il passerotto che non si può ammazzare. E' l'uomo fragile da proteggere e rispettare. Finch alla fine si troverà a dover prendere una decisione che solo nell'ultimo capitolo, solo dopo aver passato un bel po' di tempo per le strade di Maycomb e tra le pagine di Harper Lee il lettore potrà comprendere e approvare. Senza buonismo, con onestà e saggezza.

Il protagonista della storia non è Finch, non è Scout, non è Tom Robinson, il ragazzo di colore che Finch si trova a dover difendere in tribunale ma anche per strada per salvarlo dal linciaggio. Quelli sono forse i protagonisti del film ma non quelli del romanzo. La protagonista vera è Maycomb. La città. La gente. L'America, quella America, questa America. Protagonista è Boo Radley, il passerotto, il misterioso vicino di casa che non si vede mai ma la cui presenza è costante dalla prima all'ultima pagina.

Grazie a Truman Capote Harper Lee ci ha consegnato un capolavoro che ancora oggi ci parla con semplicità e delicatezza di umanità, rispetto, tolleranza, buon senso. Cose che dovrebbero essere banalmente scontate e invece, adesso come allora, non lo sono affatto.

Recensione di
Bruno Burdizzo



Questa pagina e' stata realizzata da Bruno Burdizzo, scrittore e blogger,
che ti invita sul suo blog "Strade di polvere"