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50 giorni per Pechino

 

 

appunti di viaggio  

di carlo castagna   

 

Civate, dicembre 1989.  

 

1. Un’idea

2.  Un Kosovo da riconsiderare

3. Turismo: il futuro prossimo della Turchia è realtà

5. Una frontiera da scoprire con trepidazione: l’Iran

6. Nel dominio degli Iman: l`Iran di ieri e di oggi nella sua gente

7. Sequestrati dai pasdaran nella cittá santa

8.     Il mito di Isfhan prova a rinascere

9. Dal deserto del Lut alla terra di nessuno

10. Belucistan: il deserto dei predoni

11. Nell´inferno del Sind

12. Tracce dell´India nell´antico splendore di Lahore

13. Karakoram Highway

14. Verso gli ottomila

15. Alla frontiera dell´impero celeste

16. I nomadi dello Xinjiang tra montagne e deserto

17. Attraverso le oasi del Taklimakan

18. Ürumqi: ai piedi dell´Altaj

19. Festa della natura e dell´arte a Turfan

20. Verso sud attraverso il corridoio del Gansu

21. Dunhuang: l´oasi sacra

22. Ai piedi del Tibet coi Berretti Gialli

23.Problemi di viaggio!

24. Il mito di Changan: l´antica capitale dell´impero celeste

25. Gli antichi guerrieri d´argilla

26. Finalmente a Beijing la cittá celeste

27.Ai ragazzi della Tien An Men

 

 

1. Un’idea

Possiedi un’auto e un po’ di spirito d’avventura? E allora, se Irma ti propone senza molti preamboli : “ Prendi la macchina, che facciamo un salto a Pechino! “, non pensare ad uno scherzo, perchè si può!  Perlomeno io l’ho fatto anche se Irma non è venuta. L’ho fatto nell’89 con un gruppo di amici che come me hanno voluto sperimentare questo percorso di più di sedicimila chilometri, senza pensare ad una impresa straordinaria, ma alla realizzazione di un itinerario che fino ad ora è stato legato solo alla leggenda. Una leggenda che per noi è divenuta  realtà.

L’idea era venuta da qualche tempo a Lele e Roberto, due amici legati profondamente dalle esperienze suggestive dei comuni  viaggi nei deserti africani. Poi, a tavolino, nelle serate d’inverno, si sono raccolte le mappe, misurati i percorsi, suddivise le tappe e rintracciate le vie possibili: quasi due anni di ricerca. E sì, perché naturalmente  eravamo i primi allora ed avevamo a che fare con qualche problema non da poco!

Si trattava di sapere ad esempio se i cinesi avrebbero concesso a noi, per la prima volta, il permesso di transitare al volante dei nostri mezzi lungo tutto il loro territorio. Passare attraverso l’Unione Sovietica, nel compiere il primo tratto, sarebbe stato quasi uno scherzo. Ma come mettere i russi d’accordo? Meglio allora l’Iran in guerra di Komeini o i deserti dei misteriosi emirati arabi di cui nulla si sapeva e un tuffo nel Golfo Persico?

Chi ci avrebbe saputo consigliare? Nessuno!

In verità, nel trascorrere di due millenni, oltre a Marco Polo più d’uno c’era stato che, un po’ a piedi ed un po’ a dorso di cammello, aveva percorso a tratti quegli itinerari cui, alla fine del secolo scorso, il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen assegnò, un poco romanticamente, il nome di “ Seidenstrassen “, ossia “ Via della Seta “. 

In realtà, una Via della Seta  non è mai esistita!  Al suo posto sono esistiti piuttosto un intrico di tantissimi e variegati percorsi, per mare e per terra, attraverso i quali sono transitate, per secoli e secoli, le carovane di merci d’ogni genere che, lentamente, dall’estremo oriente giungevano all’Europa o da questa, più raramente, prendevano la via del remoto e fascinoso regno del Kataj o dell’India.

É tra questi percorsi polverosi del tempo dunque, che occorreva rintracciare una direttrice comune e ovviamente ridisegnarla tratto tratto, adattandola alla situazione geopolitica del momento, sempre mutevole in verità, per rendere possibile un nuovo tracciato sulle orme dell’antico. Ed è nato da qui l’itinerario che può veramente essere considerato oggi l’erede delle vie commerciali del passato:  “La Via d’Oriente “, come l’abbiamo subito definita, che corre dal cuore dell’Europa fino alla lontana e mitica Beijing, la nostra Pechino, favolosa e incantevole capitale dell’impero celeste.

Non restava che provarlo. Detto e fatto!

 

2.  Un Kosovo da riconsiderare

Gli itinerari che possono attraversare l’Europa all’inizio di un viaggio che conduca in auto verso il Medio Oriente sono diversissimi, quanto ben noti al viaggiatore uso a percorrere in lungo e in largo il vecchio continente. Questi itinerari però vanno perloppiù riducendosi nel raggiungere Lubiana , capoluogo della Slovenia, collocata in un paesaggio alpino di dolci verdeggianti ondulazioni, di prati color pastello e conifere di smeraldo, qua e là punteggiate da boschi di querce, dalle cui radure occhieggiano le linde casette dai tetti  appuntiti ed i balconi di fiori, propri delle valli dinariche d’oltre confine.

Qui, anzi un poco oltre, nell’affollato camping delle terme di Catez , mette per la prima notte le tende il gruppo dei dieci amici partiti da Lecco a mezzogiorno del 16 luglio dell’89, con tre normali minibus un po’ vecchiotti, recuperati per l’occasione e stracarichi di tende e vettovaglie. Oltre a Lele, Roberto e me, c’è  Francesca, di tredici anni, che è la figlia di Roberto e la coccolata del gruppo; poi Mario, il fotografo e Fabio che fa il meccanico. Bruno, appena rientrato da un viaggio in Africa, è un tipo a cui piace girare per il mondo e che ci sarà utile col suo inglese, Maria, tedesca, è riuscita in qualche giorno a procurarsi tutti i visti ed aggregarsi in estremo a noi. Sarà la nostra interprete. Beppe invece ha già compiuto spedizioni come alpinista e fa coppia con Ferruccio, il dottore.

É solo l’inizio della grande avventura, cominciata con un po’ d’euforia e di trepidazione sulla vecchia strada slava, che sotto un sole infocato ripropone al turista, con banale insistenza, la visita alla celebre scuola equestre dell’Equile di Lipizza  o alle arcinote grotte di Postumia , con gli orari d’apertura stampigliati incomprensibili sul ticket autostradale e sfiora il castello medioevale di Otocec,  specchiato in un minuscolo lago.

Un tempo non molto lontano, il tragitto che taglia da nord a sud l’interno della Jugoslavia era sinistramente famoso come la “strada della morte”, a causa degli innumerevoli gravi incidenti che la complicità del percorso tortuoso, del fondo stradale sconnesso e dei conducenti maldestri o assonnati rendevano probabili. Oggi invece, l’autostrada l’ha quasi completamente sostituita fino a Slovonski Brod, da dove è in avanzata fase di costruzione, per riprendere ininterrotta su Belgrado e Nis, permettendo di superare d’un soffio Croazia e Serbia, sino alla deviazione per Sofia.

É quasi un sollievo così poter percorrere velocemente questo territorio monotono e mal coltivato, punteggiato qua e là da qualche centro industriale lungo la Sava e la piana della Slavonia. La gente che incontri ti osserva scura, con occhio annoiato, ai bordi di imitazioni di piazzole autostradali, tra cassoni d’immondizia maleodoranti, lividi nella pioggia e venditori di frutta ancora troppo acerba. Neppure la capitale slava, più oltre, può invogliare ad una sosta , con i monumenti celebrativi e l’architettura soffocante da socialismo reale che la rendono anonima e grigia nella sua immensa vastità.

Ben diversamente  attirano invece i richiami culturali che, dal passato più remoto, testimoniano di volta in volta i resti vivaci dell’arte bizantina e serbo-ortodossa, offerti ora dal monastero di Koporin in stile moravo, ora dalla badia fortificata di Manasija , centro di interesse culturale prezioso e culla della lingua e letteratura serba, i cui affreschi sono da annoverare come tesori d’arte per l’estrema espressività e la particolare ricerca cromatica, assieme all’architettura e  figurazione pittorica del monastero di Ravanica  o alle rovine della bizantina Iustiniana Prima,  oggi Caracin Grad , risalente al VI secolo e già posta nel territorio montuoso del Kosovo.

Nis è infatti, a sud della Serbia, città di confine ideale e storico del Kosovo stesso, tra il mondo balcanico a nord, segnato prepotentemente dalla cultura e dalla lingua slava  e il dominio recente dell’impero ottomano che, sotto l’egida della mezzaluna dalla metà del XV secolo sino alla fine ormai del XIX, ha conservato per sé riti e tradizioni che affiancano ancora la traccia religiosa dell’islam alla più antica tradizione cristiana, in un paesaggio di monti verdeggianti d’una bellezza e d’una armonia fascinosa, d’un cielo limpidissimo sui colli freschi e rigogliosi di viti e tabacco, amorevolmente coltivati e alberghi e minuscoli ristoranti pittoreschi e invitanti, segnati dalla scia profumata di spiedi che ruotano lenti le carni d’agnello.

Si tocca con mano quel segno di terra diversa e di gente suadente, che attrae sui monti al confine fra i popoli greci e albanesi, in Vranje, dove il palazzo del pascià Rajif Beg Dzinic raccoglie a tesoro i reperti d’una storia che risale a cinquemila anni prima di Cristo, per giungere all’epoca della fortezza serbo-turca di Markovo Kale, di cui restano significative parti di mura e le torri massicce nel verde intenso. É, passo passo, la scoperta di una natura rigogliosa, assecondata al bisogno razionale dell’uomo che l’ha arricchita con la preziosità dell’arte e della storia.

Non lontano, il monastero di Prohor Pcinjski, le cui origini riportano all’XI secolo e poi al leggendario re Milutin, conserva mirabili affreschi ed iconostasi del ‘400 e del ‘500. Si snoda da qui un filo sottile che inizia e che lega via via la Serbia alle gole rocciose ed impervie di Macedonia, in una ascesa sempre più faticosa ( un motore già tossisce!), in spazi angusti, in cui spesso c’è solo  posto per l’acqua del fiume che scorre e la strada scavata nel sasso più vivo; un filo di chiese ed affreschi e profili di cupole, pietre e mattoni, come in St. Djordje, in cui re Milutin ha ritratto sé stesso e la moglie e la Vergine Pelagonitissa o quel St. Bogorodice in cui  domina l’arte lo stile miniato. E più oltre, svetta improvvisa l’esile forma slanciata d’una prima moschea e le cupole tonde e lucenti  di un pubblico bagno: l’ham-am.  

A richiamo d’un vago passato più antico, dopo il suo capoluogo ch’è  Skopje e la verde città di Veles, sul Vardar, fondata dai greci col nome di Bylazora e poi battezzata Köprülü dai turchi, che qui costruirono case orientali e moschee. Risaltano le greche rovine di Stobi, antica città dei Peoni all’incontro fra il Crna ed il Vardar. Assoggettata dai primi macedoni e poi dai romani, nel IV secolo questi la resero  capitale dell’eroica Macedonia Secunda. Di questa storia gloriosa conserva gli intatti edifici: i resti di pubbliche case, teatri e basiliche, stupendi mosaici di daini e pavoni affrontati alla fonte di un kántharos. Regno passato, conserva, nell’abbandono di secoli, la propria ricchezza di vita e parla di sé fra le rocce e la terra assolata di Filippo e Alessandro,  i macedoni, di lotte e di scontri, conquiste e falangi agguerrite fra gole ed insidie dei passi resi ancora gentili da nuvole tenui di quasi purpurea lavanda disegnata sui ripidi dorsi dei monti.

É un procedere assiduo ed ininterrotto, sempre più popolato di viti, nel degradare assolato  d’un ampio cammino che porta ad Atene ed al confine che taglia di netto la piana del Vardar, ondulata fin giù al mare greco di Salonicco moderna, assordante, caotica e informe che soffoca, nei mille tentacoli di grande metropoli i resti dell’arte d’un tempo, dorata in plastiche forme. E poi oltre, si viaggia veloci inondati di pioggia scrosciante d’estate, oltre i laghi di Volvi e Koronia, schiacciati nella morsa di grigio del cielo a Asprovalta, che lascia alle spalle il tridente della penisola Calcidica e la fama dell’Athos, affacciato invitante sul mare di Tracia, punteggiato di  grigie cicogne e festosi bagnanti sino in fronte alla mitica Tasso, a Filippi e a Kavála, febbrile cantiere all’aperto fra il mare ed un lembo di terra percorso da uno scheletro muto, incombente, d’acquedotto romano. Qui i mastri d’ascia ripetono i gesti solenni, precisi e coscienti d’un’arte che perde se stessa nel tempo e affida le navi di legno da secoli e secoli al mare che vigile domina, dall’alta sua rocca, il castello-fortezza.

 

 

3. Turismo: il futuro prossimo della Turchia è realtà

La Grecia da sempre è terra di mare azzurrissimo e monti riarsi, in un alternarsi di ampie distese a tabacco, granturco, cotone nei campi ed industrie nuovissime e non, che si stagliano dolci nella piana in altura di Xanti , che mescola in sé i minareti minuscoli e bianchi, racchiusi fra i muri di cinta degli orti e i giardini in città e le macchie più scure dei preti ortodossi dalle ampie vestaglie e le barbe che nere incorniciano i volti. Le tracce dell’islam, perdute nel tratto che corre da Tessalonica a Kavála, giù lungo la costa, riaffiorano ora immediate sui fianchi dei monti, sempre più evidenti fra Xanti e Komotini, concedendosi una pausa più sotto, laddove la strada di nuovo discende sul mare, in un’ampia laguna in cui le cicogne e aironi, dal bianco e cinereo manto,  pescano attenti, accanto alla strada che viaggia diritta su un istmo sospeso sull’acqua e un lungo pontile conduce ad una isoletta irreale, uscita da un sogno, su cui si protende una candida chiesa. All’interno, la sola navata è divisa: ai fedeli le lignee pareti arricchite d’icone dorate e un leggio per l’enorme messale miniato. Al di là dei battenti d’un uscio, a metà sovrastato da immagini sacre, l’altare scolpito e un intenso profumo d’incenso, di cera dorata e purissima d’api e il colore lucente degli ori e gli argenti di addobbi e ricami.

Da Komotini si scende tra piccole case, povere e basse, di fango, e poi minareti ed i boschi più intensi ed estesi di querce su un’ampia nuovissima strada; al di là, sul fianco del monte, si scorge, magnifico esempio, l’intreccio di rami finissimo che segna un ovile d’un tempo.  Il recinto e i capanni son solo un tutt’uno di fronde, di semplice tecnica antica, che porta al ricordo di omerici canti e d’Ulisse e Laerte e i famelici Proci.

É la Grecia più antica, nascosta e immutata, che ancora riscende  al suo mare passando a sfiorare una chiesa bianchissima, eterea nel verde e protesa nel cielo sull’acqua fra portici e icone nuovissimi e un pope ridente nel sole.

E laggiù nella piana distesa, la città d’ Alessandro, moderna e assordante e vivace di nuovi colori e   reclames’ di prodotti e turistici  hotels.

Un salto e al di là di Feres c’è il sole al confine di una nuova Turchia, che spunta oltre i campi ondulati di grano e le macchie dei boschi di pino marittimo e querce.

Da Ipsala in poi, dapprima accompagna la strada asfaltata una lunga distesa di campi ingialliti di grano trebbiato ed immense infinite distese di fiori; girasoli dorati tra misere case di fango ed argilla, disperse qua e là od attorno al sottile elevarsi appuntito d’un sol minareto e poi sopra, moderna, Kescian, col suo insieme di vita. 

Sorprende improvviso l’incontro col mare di Marmara, stretto fra il Bosforo e navi fumanti che lente dirigono sui Dardanelli.  É qui ininterrotto il succedersi, in fila infinita, di case nuovissime che coprono quasi l’azzurro del mare. Migliaia e migliaia di candidi alloggi,  calcinati nel sole implacabile, che crudo le staglia già nitide fra il verde degli alberi e il giallo dei campi e il blu intenso del ciel di Turchia, solcato da sbuffi di nuvole appena, candide, eteree, leggere, che paiono suo naturale ornamento e ricamo.

Sul percorso, punteggiato senza soluzione di continuità dalla moderna architettura indiscriminata, fotocopia rovinosa delle coste europee e che rinverdisce qui d’incanto una attività turistica febbrile, forse malintesa rincorsa al progresso, perdono quasi d’importanza, lungo l’itinerario, a Malkara, la bella moschea  decorata ed il türbe , monumento funerario di Ömer Bey, generale di Mehemet II, conquistatore dell’imperiale Costantinopoli. Più oltre è l’antica Bisanthe, con le sue vestigia gloriose. Ora più semplice, il suo nome suona Tekirdag, ma un tempo divenne perfino capitale per il re di Tracia, Pezos, con l’appellativo di Rhaedestos, mentre Marmaraereglisi è il piccolo porto che protende se stesso sull’istmo, che lega l’immagine d’isola leggera alla terra costellata di camping e villini d’estate. Qui rimane anche un resto del Perinthos d’Heraclea e l’Ayaz Pasa Cami, moschea che ancora risale al XVI secolo. Anticipa la sgomenta visione dell’Istanbul moderna, per molti chilometri chiusa in enormi palazzi. La precedono, senza avere la forza di toglierne il fascino antico.

É l’eterea bellezza dei sei minareti della Moschea  Azzurra, il susseguirsi gentile d’incredibili variazioni cromatiche su ceramiche interne, d’un ceruleo leggero nelle cupole d’ombra soffusa ed il soffice tocco dei piedi su immensi tappeti di fini arabeschi e le luci spezzate  dei raggi del sole che piovono dolci dai vetri a colori, dipinti.  All’esterno, il cortile con le acque lustrali che zampillano insieme dall’ampia fontana coperta e magnifiche donne, in chador, dagli occhi vivissimi e scuri, poi uomini, invece, in gandura bianchissima e fieri.

Imponente di fronte, prepotente e stagliata nel cielo, c’è l’insieme di cupole d’oro dell’Aghia  Sofia; un tesoro prezioso di storia dell’uomo, un insieme di forza e potere, un succedersi lungo d’imperi e ricchezza dell’arte nei marmi maestosi, nei cerchi dorati, nei visi istoriati  di Vergini e Santi e del Cristo in tessere antiche ed antichi splendori di regni. E il Topkapi, che domina il mare, palazzo per secoli di ricchi sultani d’oriente con harem, giardini sospesi; è uno scrigno ricolmo di perle e diamanti, di antichi preziosi e di ori, di spade lucenti e mille e poi mille sottili lavori e ceselli e ceramiche uniche  e doni regali.

Il vortice in cui scorre la vita dell’odierna città, che non nega l’antica, si coglie all’esterno, volgendosi al vecchio bazar che al coperto ti immerge dapprima nel bagno di folla vivace della Yeniceiler Caddesi, nella quale si incrocia la Colonna Bruciata e poi i cimiteri muslim, racchiusi tra muri di cinta forati a ricamo e densi di verde tra steli corrose dal tempo. É una calca compatta di corpi, di suoni, colori, profumi, di voci, d’odori, profferte e immancabili imbrogli.

Nei vicoli esterni, che sotto si snodano e scendono al mare, c’è il vero mercato di sempre: portatori di cuoio, bancarelle o semplici drappi, distesi sul nudo selciato, con semplici povere merci dai vivi colori, venditori di acqua, incredibili e frutta, poi spezie multicolori, poi pane, poi pesci e uno spingersi, un continuo chiamarsi, un rincorrersi denso di folla e caotico, fra gente ch’è sempre diversa e  che offre alla vista un campionario incredibile d’uomini distinti da volti, da sguardi, lavori, costumi e linguaggi diversi.

E sul mare di fronte, il ponte di Galata, striscia d’asfalto su barche che lega la Istanbul d’oggi all’antica, segnata in profilo da ruderi e torri. Su questo ombelico che unisce e separa due mondi trascorre da sempre un fiume di gente che ha fretta e che supera rapida i  tipici bar con cucina alla brace,  di fronte ai battelli e sirene che suonano, arrivano e partono e ad un ampio barcone, su cui i pescatori friggono subito il pesce e lo offrono dentro un gran pane a chi sta in attesa. Il Corno d’Oro è questo tratto di mare, da cui in controluce  s’ammira il tramonto, sfumato di fuoco, sul ricco Topkapi e le cupole d’oro dell’Aghia Sofia ed i sei minareti dell’ azzurra Moschea.

Al centro dell’Istanbul moderna, tra i grandi edifici raggiunti dalle macchine nere e lucenti e assordanti sirene di scorta, si innalza una torre, tra tanta gente ch’è pronta a fermarsi, a parlare, ad offrire una merce ed un the, bevuto seduti su d’un muricciolo.

Istanbul è città di ricchezza e miserie, città dalle mille contraddizioni. Legata al passato e volta con ansia al futuro, è meta d’ognuno che cerca fortuna, come i lustrascarpe bambini, discesi dai piani più impervi ed interni dell’Anatolia, abbandonati a se stessi, ridenti e anche furbi: rompiscatole pronti ad entrare con ogni pretesto in un gioco di pianti e ricatti al turista da spremere, di cui s’ approfittano anche i tassisti più ‘furbi’.

La sera conduce al quartiere Kumkapi, con luci, colori e tavole ricche di cibo e chiacchiere e vino. Poi corse sui taxi nel buio, in una babele di idiomi e notti agitate e il brusco risveglio al livore dell’alba e all’acuto richiamo a pregare del cantilenante muezzin.

Attraversare Istanbul, raggiungere il Bosforo è un’impresa che richiede estrema perizia per districarsi dal traffico intenso e caotico ed altrettanta pazienza, sino al ponte a pagamento che conduce finalmente nella parte asiatica della città, densa di costruzioni moderne e immensi cantieri pur incapaci di fagocitare l’esodo delle popolazioni dai territori più interni dell’Asia Minore.

Ad  una settantina di chilometri, percorsi sul nuovo continente, si incontra Hereke, la Caracas latina, piccolo e delizioso villaggio al centro di una baia ridente. Qui sono poste da secoli seterie e fabbriche artigiane di tappeti, famose per la squisita arte delle botteghe artigiane già in epoca ottomana. In questo piccolo villaggio, dominato da un castello franco che si erge sulla vicina collina, morì nel 337 l’imperatore romano Costantino, del cui palazzo restano ancora antiche vestigia.

L’autostrada moderna che corre su costa, prosegue ininterrotta sino ad Izmit, porto vastissimo e centro industriale che si affaccia sull’estremità del golfo omonimo del Mar di Marmara, anonimo e triste fra i suoi enormi palazzoni. Trova fama quaggiù per un particolare dolce , la pizmanye , che si vende ovunque, nei negozi e lungo le strade, in piccole scatole colorate.

Lasciatosi alle spalle il mare, luccicante di onde e il suo paesaggio costiero un poco brullo, la strada verso Ankara si inerpica tra pascoli verdi profilati di boschi, frutteti e mandrie di bufale nere, sino al lago Kazim Pasa. Da qui si ammira un magnifico panorama riflesso nel scintillante specchio d’acqua, per poi risalire da Adapazari, dopo una piana ben coltivata a cupi boschi di noccioli e tenuta a pascolo, verso un passo di tipo alpino con felci, rare latifoglie e conifere.

Sulla cima del Bolu Dagi l’aria è pungente e la località attrae parecchi turisti in begli hotel moderni e ristoranti disseminati sull’erta verdissima, come sulla serie successiva  di passi sempre più alti e località montane, attraverso Gerede, Kyama e Kazan, villaggi popolati e percorsi dall’autostrada, inframezzati da coltivazioni, apiari numerosi ed oche al pascolo.

Ankara, infine, giunge enorme ed orribile nella sua struttura urbana. Capitale inventata, attraversata dal prolungamento dell’autostrada è preceduta dall’aeroporto militare e da nuclei di insediamenti in costruzione tra cui già si preannuncia il traffico caotico della metropoli che offre solo l’opportunità di una breve sosta tra le vie rumorose, prima di affrontare il percorso tortuoso che conduce a Sivas.

Finalmente da qui si abbandona la Turchia turistica, per affrontare la scoperta di un territorio ignoto, leggendario e suggestivo. Qui sentiamo più viva la percezione dell’avventura che ci attende.

 

4.Terra dei Kurdi: tra il confine e la storia

Nessuno di noi, tranne Roberto molti anni orsono, ha affrontato il percorso che risale l’altopiano ad est d’Ankara. La nostra attenzione perciò, man mano esce dalla routine del conosciuto per affacciarsi su un mondo di sensazioni nuove ed ignote, per registrare la realtà  entusiasmante di una diversa conoscenza.

La strada, che si inerpica sulla montagna in una vallata brulla con piccole casette misere e isolate, sembra presagire un nuovo paesaggio ed un nuovo mondo, chiudendo la periferia della metropoli, fatta di grande povertà e desolazione. E  via via, mentre si sale, la strada ombrosa è fincheggiata da piantagioni di pioppi dai caratteristici tronchi argentei, striati di nero,  che traspaiono appena su in alto fra tremule foglie.

Beppe, alla sera disteso sull’erba, osservava il percorso fin ad ora compiuto. Ha notato ch’è già una proiezione di fatto del collegamento che porta  alla Cina. E veramente, tutto l’itinerario, fin dalla Jugoslavia o è già autostrada o sta ora subendo lavori di raddoppio che lo rendono “ via per l’oriente “. Occorrerà verificare l’ipotesi un po’ oltre, considerato che da Pechino ci separano ancora diverse migliaia di chilometri!

Il traffico, naturalmente, qui è meno intenso. Poche sono le auto. Vi sono solo dei camion vecchiotti, che trasportano soprattutto prodotti agricoli, ammassati all’impossibile sui cassoni.

A destra si apre la vallata su Hasanoglan, mostrando edifici industriali e ciminiere fumanti, forse di una cava di calce.

Si viaggia in un continuo saliscendi in altura sino a Elmodag, che con i suoi diciassettemila abitanti è il primo ed unico centro importante prima di Kirikkale. La povertà si tocca sempre più con mano ed anche se vi è qualche edificio pretenzioso in costruzione, il villaggio è un agglomerato di piccolissime casette. La strada, che ha superato zizagando un passo montano, è a tratti fiancheggiata dalla ferrovia prima di incrociare il bivio per l’antica Kayseri.

Il bivio precede Kirikkale stessa, una immensa periferia di miseria e povertà, un insieme caotico di rudimentali officine e baracche su cui sorprende e sgomenta la presenza delle antenne televisive! Sono immagini tristi ed assurde, purtroppo già viste anche altrove, della conquista del terzo mondo alla civiltà del superfluo!

Termina pure qui la doppia corsia della strada , anche se questa continua a salire ampia e ben tenuta tra monti inariditi dal sole e vallate e pendii imbionditi dal grano, sino alla piana di Balisey, oltre cui c’è il bivio solitario per Sansun, località sul Mar Nero.

Verso Yozgat la valle si apre su un mare infinito di gialli girasoli da cui emerge Saray, centro agricolo in cui domina un magazzino dai silos enormi ricolmi e frumento nei campi e una fabbrica di sacchi di juta. Tra le rocce erose dal vento, il letame essicato, combustibile povero dei mesi più freddi, precede ammassato le case d’argilla.

Yozgat è città dignitosa, attraversata da un viale e un’aiuola centrale in cui pascolano liete le oche. La maggiore ricchezza del luogo è una fabbrica scura di birra e grandi depositi e camion, oltre alla Capanoglu Mustafà Pasa Camii di stile ottomano, elegante.

Più vive e felici son le immagini insolite di donne e ragazze che allegre si lavan la lana tosata, battendola grezza nel fiume coi piedi o una pala di legno, incuranti agli spruzzi, in un gioco ch’è quasi ritmato. L’ambiente montano si fa sempre più verde, con mandrie di bufale e mucche, boschi di querce e campi di bietole lungo il torrente, le case dipinte e facciate di mille ceramiche, fino al treno che lega Samsun ad Amasya e poi Sivas.

Quest’ultima appare città rara e moderna, dal lontano passato grandioso, che risale perfino all’epoca hittita e conserva dei resti di antiche moschee e medrese, come la Gök Medrese o Medrese Azzurra, antica scuola coranica del 1271 e la Muzafer Büruciye Medresesi, di stile selgiukide, cesellate negli archi imponenti d’ingresso, fiancheggiati da due minareti  svettanti che si innestano aerei. Nell’ombra delle antiche vestigia, sono stesi per terra e ricopron pareti e pareti tappeti magnifici d’ogni tipo e grandezza. La gente è felice e cordiale e t’invita curiosa a prendere un the, ti guarda stupita, mentre passa nei viali che son ampi ed in tenue penombra o è seduta un po’ oziosa a godersi l’ombrosa frescura e le chiacchiere solite e amiche.

Sono tutti gentili, anche a sera, quando decidiamo di accamparci nel piccolo bosco di pioppi sparuti dietro un vecchio distributore. Ceniamo anzi all’interno, sotto una  fioca luce e tra le mosche numerose. La televisione sforna notizie a tutto volume in una lingua incomprensibile, mentre ci fa visita la polizia.

Durante la notte, una pattuglia si apposta vicino e ci assiste!

L’aria del mattino è pungente sulla strada che dirige ad Erzurm, tra valli alpine con campi coltivati invasi da stormi di uccelli neri ed un falco che vola alto nel cielo.

Solo qualche laghetto  alpino ed una serie di passi e torrenti rompono la monotonia ripetuta del paesaggio tra i centri agricoli di Hafik, Zara e Imrauli,  preceduti da quella che pare una necropoli antica, abbarbicata sulla parete argillosa al di là del fiume.

Sono sempre più i picchi rocciosi che fiancheggiano il cammino lungo il corso d’acqua violento, fino a giungere sul pavé del Kizil Dag Gecidi, a 2190 metri d’altitudine. Anche qui, è incredibile,  vi è un piccolo villaggio contadino. Gli agricoltori sono intenti alla fienagione, mentre fervono i lavori per il raddoppio della strada che scende quasi a precipizio lungo l’Akarsu.

Tra un rigoglio di verde freschissimo, uno stormo di pernici si alza improvviso, in un battito d’ali stupendo, nei pressi di Refahiye, ultimo borgo che precede Erzican. Si raggiunge da qui il Cardakali, affluente del Firat Neheri, il biblico Eufrate, in cui confluisce nei pressi della piana assolata che si allunga d’attorno alle case.

Erzican, capoluogo di provincia, fu pure famosa un tempo per la disfatta qui subita dai Selgiukidi ad opera dei mongoli nel 1243. Gli abitanti furono duramente soggiogati dal successore mongolo di Gengis Kan sino alla estinzione della dinastia nel 1302. Oltre questo centro importante, l’itinerario inizia a costeggiare l’Eufrate, risalendone il corso verdastro e limaccioso, serpeggiante fra gli alberi, piane coltivate a grano, cotone ed ortaggi e vallate aride ed assolate, attorniate da monti brulli e tondeggianti, in cui spiccano al sole violento isolate piramidi di roccia. Il calore intenso fa sciogliere l’asfalto, facendo affiorare la ghiaia dall’impasto di nero bitume. Il caldo tremendo ci costringe alla sosta presso alcune abitazioni che poco si discostano dal ciglio della strada.

D’improvviso, giungono dalle misere case di pietra e argilla del villaggio, suoni ritmati di tamburo. Ci avviciniamo incuriositi attraverso un piazzale polveroso su cui sono posti mucchi di sterco, curiosamente modellati in tondo, ad essicare. Immediatamente ci attorniano i bambini e qualche ragazzo curdo incuriosito. Si scambia un saluto e si chiede cosa succeda. É un matrimonio. Ora siamo noi impazienti di vedere qualcosa del rito o di percepirne almeno l’atmosfera di festa ed allora ci accompagnano un poco perplessi, precedendoci.

La notizia del nostro arrivo giunge prima di noi e la musica si interrompe bruscamente. Siamo un poco sconcertati. Sono gli uomini soli a festeggiare dentro un cortile, bevendo il the e liquori.

L’imbarazzo dura solo un momento. Ci si saluta impacciati.  La musica allora riprende e scioglie ogni timore. Si balla insieme allegramente una danza ritmica e sfrenata, sudando in abbondanza. I padri vogliono far fotografare da Mario i figlioletti, ci si scambiano indirizzi, si beve una bibita d’alcol fortissima.

Lo sposo è un felice ragazzo ventenne che lavora in Germania. É tornato qui in ferie per sposare una ragazza del proprio villaggio sperduto e portarsela su, nel nord d’Europa. La sposa non si può vedere, ma lui ripete che è bellissima e guardando le ragazze dai grandi occhi neri e luminosi come i lunghi capelli, che di nascosto ci spiano tra le imposte socchiuse delle case affacciate alla strada, gli crediamo senz’altro.

Andandocene, penso a lungo a quella ragazza curda, che d’improvviso si troverà, trasportata come in un sogno, da un mondo di misere case d’argilla e pochi animali in una grande grande metropoli tedesca! In poche ore percorrerà un cammino di secoli nella storia, forse senza mai riuscire a capirlo.

Si riparte a malincuore. É domenica, ma al di là d’una piana coltivata e in parte annerita da una miniera di carbone, la gente lavora nei campi. Eppure d’un tratto, su un rettangolo di terra delimitato dalla rete metallica scorgiamo un campo di calcio. L’agonismo dei giocatori che calciano faticosamente la palla nella sabbia insidiosa che ricopre il terreno di gioco è intenso, come il tifo caloroso degli spettatori giunti anche da lontano sui cassoni dei camion che servono anche da spogliatoio. Nel clamore delle grida che eccitate li attorniano, i cacciatori sembrano insensibili alla calura intensa che segna di grandi macchie scure le casacche variopinte, e rincorrono  accaniti la sfera di cuoio.

Giungiamo ad Erzurum, dall’arabo Arz er Roum cioè Terra dei Romani. Sono le solite caserme rigidamente allineate che preludono all’abitato. La strada è ampia, a due corsie e conduce all’ingresso dell’Università. Del campeggio segnalato da una guida tedesca che consultiamo, neanche l’ombra e al piccolo ufficio del turismo, dove parlano anche francese, se ne scusano e ci ospitano gentilmente nel giardino interno alberato.

É ancora pomeriggio e proviamo a visitare la città, famosissima durante il periodo bizantino col nome di Teodosiopolis e contesa più volte tra l’impero d’oriente e l’islam.

Si scorge subito in essa, venendo da Sivas o da Trebisonda, il minareto tronco della Yakutiye Medresesi, realizzato durante il dominio mongolo ed oltre la Lala Mustafà Pasà Camii, in stile ottomano del XVI sec. L’Ulu Camii è invece la più antica moschea della città, costruita nel 1179; è abbellita da sette navate parallele ed una cupola che sovrasta il mihrab, mentre  la scuola coranica , la Cifte Minare Medresesi, con il portale a volta decorato con stalattiti e fiancheggiato da due minareti finemente ricamati, contiene il mausoleo della figlia del sultano Ala et Tin Kaykobat, l’Hatuniye Türbesi, tra la suggestione dei resti di ceramiche e mosaici d’epoche diverse raccolte in un museo.

L’interesse culturale è però quasi subito interrotto dalle gentili insistenze di un poliziotto che vuole offrirci un the. Vorrebbe addirittura ospitare due di noi a casa sua per la notte, ma cortesemente decliniamo l’invito, pensando alla partenza mattutina dell’indomani. Nel frattempo, il cortile dell’Ufficio Turistico si è riempito di altri automezzi. Il problema qui sono i servizi, che chiudono con l’ufficio alle venti! Vicino comunque c’è il circolo medico con un grande parco antistante in cui si potrebbe anche campeggiare. A sera ci faremo una capatina.

Oggi anche qui è festa grande e sulla via principale vi sono luci e bancarelle di dolci e di frutta profumata. Sono moltissime le caserme e proprio i militari divengono ad un tratto protagonisti di un pittoresco e minaccioso corteo celebrativo a bordo di camion preceduti da sirene assordanti. I soldati vi stanno schierati in atteggiamento marziale o danzano e suonano in costume, fra gli applausi della folla ammirata e la musica frenetica.

Riflettiamo sul fatto che i timori nell’affrontare questa terra di confine si sono dimostrati del tutto infondati e la gente si è dimostrata invece con noi sempre cordiale ed attenta, addirittura ospitale, sfatando il mito di un Kurdistan terra difficile ed ostile. É il duro lavoro e la povertà il vero volto di questa terra ed anche il desiderio di sentirsi liberi nella propria diversitá di lingua e di cultura e coscienti della propria storia di domini stranieri e di privazioni, di umiliazioni e di sconfitte e lacerazioni, che non hanno però cancellato l’orgoglio di questo popolo millenario. Ci tuffiamo in mezzo alla folla festante e cerchiamo di sentirci parte di loro in questa atmosfera di gioia, per cancellare un poco il timore nascosto o almeno la preoccupazione di ciò  che ci attende l’indomani.

 

5. Una frontiera da scoprire con trepidazione: l’Iran

L’alba ci sveglia con un po’ di trepidazione al canto di tre muezzin. É il giorno del passaggio della frontiera con l’Iran.

Si è piacevolmente dormito all’aperto, con la musica che ci è pervenuta dalla piazza poco lontana sino a notte fonda. Siamo a millenovecento metri d’altezza ed il fresco si fa sentire a quest’ora mattutina, col vento che deve essere di casa qui, perché rende la terra secca e arida.

Si riparte prima delle sei, imboccando una superstrada a doppia carreggiata che fiancheggia la ferrovia  in una vallata un po’ stretta, che punta in direzione di Agri, località posta ai piedi dell’Ararat. Ben presto si supera Pasiner, villaggio non lontano dalla tetra fortezza in rovina di Urzun Hastan, costruita dagli Armeni; poi, costeggiando il monte, si incontra un magnifico ponte progettato nel XVI secolo dal famoso architetto Sinan.

Al bivio di Kars la strada, agevole, risale ad ampie curve fra i monti alti e le gole e la miseria nera di piccolissimi  villaggi,  che sembra incredibile possa ancora esistere. Qui la storia è  davvero ferma da secoli.

Anche Eleskir è solo un pugno di piccole case fra i pioppi. I posti di blocco della polizia sono via via più numerosi che nel resto del territorio ed ogni tanto siamo fermati. Una rapidissima spiegazione e si riparte, in piena zona militare, per Agri, una città di 54 mila abitanti presidiata dalle truppe. É severamente proibito anche solo fotografare e non si trovano neppure cartoline del luogo.

Visitiamo diversi poveri negozi, posti lungo le vie centrali disselciate e polverose, per fornire di uno chador Maria, ma non ve ne sono. Anzi, siamo guardati con meraviglia e stupore. Scopriremo solo più tardi che anche in Iran, dove lo chador sembra essere di rigore, ogni donna si prepara il suo su misura.

Agri si adagia nella valle del Murat Nahir, affluente dell’Eufrate ed introduce una steppa arida, solcata, fra il pietrisco e la ghiaia grigia, dal letto del fiume, che scorre lambendo una cittadella in rovina fondata un millennio a.C., ai tempi del regno di Urartu. In alto incombe il massiccio dell’Ararat, verso cui risale la strada del confine, ancora ampia, anche se il fondo è un poco rovinato.

Si ascende rapidamente tra le alture spoglie e battute dal vento. Il calore intenso rende l’immagine del paesaggio lontano sbiadita. Cerchiamo ansiosi con lo sguardo di discernere la cima del mitico monte biblico.

Finalmente, quasi sospeso nel grigio-azzurro del cielo, compare, al di sopra delle alte cime che l’attorniano, il cono bianco di neve dell’Ararat. La sua altezza raggiunge i 5.156 metri. É incredibile, ma anche qui, ai piedi di questa gigantesca montagna, vi sono misere costruzioni di fango e qualche arido campo coltivato. Sui tuguri svetta l’antenna televisiva.

La piana che percorriamo ora è di pietra lavica e ricorda le distese di sciara alle falde dell’Etna. Conduce a Dogubaiazit, che rappresenta l’ultimo centro abitato turco, preceduto da un bell’hotel moderno, un camping ed altre costruzioni di tipo occidentale. Dietro si stende alla rinfusa il villaggio di semplici mattoni disseccati al sole e pietra. É da qui che partono le escursioni che si arrampicano faticosamente sulla montagna, da millenni sacra per diverse religioni.

Un vento forte e caldo spazza la piana. Siamo a milleottocento metri ed a fatica riusciamo a fare il pieno di benzina. Anche qui comunque, si sta preparando la nuova autostrada e a ridosso del gigante si scorge il Piccolo Ararat.

Dopo un tratto di strada asfaltata, su cui transitano parecchi camion, bianchi per la polvere finissima che si alza in continuazione dalla massicciata in costruzione, spazzata dal vento insidioso, giungiamo al posto di blocco che precede il confine. Di fianco alla piccola costruzione, da cui parte una rete metallica che corre scintillante sulla terra disseccata lungo l’altopiano brullo, c’è un ufficio postale. Dei ragazzini offrono coca cole ghiacciate.

Beppe scende a spedire le ultime cartoline dalla Turchia, mentre il dottore contratta sul prezzo delle bibite. Teme che siano le ultime da qui sino a Pechino e ne vuole forse fare una scorta. Il funzionario che ci deve accompagnare però ha fretta e ci intima di proseguire senza indugio. Dopo qualche attimo di vana attesa abbandoniamo i due al loro momentaneo destino. Ci avviamo in direzione di un enorme edificio grigio, dalle finestre accuratamente allineate ed anonime, con un tunnel che lo attraversa e permette l’accesso all’interno anche a grossi veicoli.

Sono le 12,45 quando arriviamo alla frontiera turca di Gürbulak.

Chi non conosce la burocrazia asiatica dovrebbe provare almeno una volta cosa significa! Prima però deve dimenticare la nozione di tempo, che qui ha una dimensione molto elastica e possibilista. Il numero di controlli e permessi che si devono ottenere per procedere è incredibile ed anche i doganieri turchi, tanto veloci e sbrigativi a Ipsala, non scherzano nel prolungare le pratiche, gli andirivieni e l’apposizione di bolli e timbri per persone e mezzi.

Noi attendiamo pazienti sotto un sole cocente, in un grande piazzale rettangolare, di terra battuta, diviso equamente tra Iran e Turchia, con i soldati di frontiera iraniani che ci osservano assai divertiti. Noi uomini indossiamo le camicie con le maniche lunghe, sudando solo all’idea di stare così coperti. Siamo comunque più fortunati di Maria e Francesca, che compaiono dopo un po’ dal fondo del furgone interamente vestite a lutto, con le gonne nere fino alle caviglie ed in testa dei foulard scuri che, decisamente, le invecchiano di colpo. Giungono nel frattempo anche i due ritardatari, che si sono fatti una scarpinata sin qui e non di buon animo!

Finalmente tutto è pronto, ma la novità è che in Iran con l’automezzo può entrare solo l’autista, mentre i passeggeri devono seguire un’altra via attraverso gli uffici di frontiera. Lentamente mi avvio col primo furgone e varco la frontiera iraniana! Dei giovani pasdaran mi salutano gentilmente e cominciano il controllo, per la verità abbastanza sommario, dei bagagli. Sono soprattutto interessati ai libri ed alle riviste che sfogliano con interesse, anche se non v’è nulla di particolarmente eccitante a mio avviso.

Scoprono in una borsa un mazzo di carte. É nuovo e mi fanno capire che vorrebbero aprirlo. Non c’è problema. Guardano le carte da gioco come se le vedessero per la prima volta. Va a finire che se le tengono senza dir nulla ed io lascio perdere. Passo allora attraverso l’edificio grigio col piccolo bus e mi ritrovo al di là della costruzione, su un piazzale al sommo di una collina. Più sopra, di qua e di la’ della rete metallica, si fronteggiano a non più di due metri, sotto il sole che dardeggia impietoso, due giovani soldati, un turco e un iraniano, con gli elmetti lucenti ed il mitragliatore in pugno.

Mi guardo in giro incuriosito. É un brulicante via vai di gente di ogni condizione e un vociare quasi assordante. Colpiscono soprattutto le donne, interamente coperte di nero dallo chador, che lascia loro libero solo il viso, ma non c’è tensione, solo una grande confusione.

Una signora giovane, dal viso ben curato, richiama su di sé l’attenzione. Invece dello chador indossa un soprabito leggero e scuro, sopra i jeans ed in testa porta  un foulard, da cui lascia intravvedere i capelli accuratamente ondulati. Va avanti e indietro senza posa, nervosa, lo sguardo fiammeggiante, risoluto, cercando una risposta impossibile al suo problema. Il marito statunitense, al di là del posto di frontiera, da ore attende invano un visto di ingresso che gli viene sistematicamente e fieramente negato. Ed ella non si arrende, non vuole arrendersi all’evidenza irrazionale di un contrasto fra stati che coinvolge la sua storia personale.

Arrivano lentamente anche gli altri due mezzi e si avvicinano . Alcuni camionisti ci chiedono da dove proveniamo e quando capiscono che siamo italiani fanno a gara per pronunciare qualche parola nella nostra lingua e dirci che sono stati in Italia a fare dei trasporti: Brescia, Milano, Torino... Anche qualche pasdaran, ma non sarà un soldato o un poliziotto?, viene ad ascoltare e poi commenta insieme agli altri lungamente.

In fondo al piazzale assolato, un edificio si annuncia a grandi lettere ormai sbiadite come ufficio turistico! Non siamo completamente fuori dal mondo.

La burocrazia però è un’altra cosa! Come ovunque bisogna fare la fila, cercare di capire cosa serve ed imitare per lo più chi ci precede e... trovare una raccomandazione per fare più in fretta. Chi poi vuole esercitarsi a rispondere ad un questionario in farsi è subito accontentato.

Un giovane funzionario volonteroso parla però l’inglese ed al bancone del controllo di polizia ci dà qualche suggerimento utile per passare avanti, presentandoci ad un ufficiale gallonato dai modi spicci, che con noi si mostra gentile e sorride.

Il giovanotto ci chiede intanto di ripetere i numeri in italiano e se li scrive, poi passa all’attacco a chiederci di fare il cambio nero dei dollari. Non sappiamo che fare, ma non ci fidiamo. Con tutti i preconcetti che abbiamo non rischieremmo neppure di slacciarci il collo della camicia!

Frattanto scorgiamo i nostri amici-passeggeri in uno stanzone al di là di un cancello chiuso da una catena ed un grande lucchetto. Cercano di farsi largo alla meglio per consegnare i passaporti ad un funzionario di polizia che ogni tanto apre, fa uscire qualcuno ed entrare altri in attesa. Tentiamo di far capire che sono con noi, ma non serve a nulla.

Il caldo è sempre più intenso e l’atmosfera pesante.

Accanto, c’è la fila per la dichiarazione di valuta. Vi sono due ragazzi ed una ragazza giapponesi. Sono entrati con un visto di pochi giorni, all’ avventura, dopo essersi incontrati per caso. Viaggiano coi mezzi pubblici. Studiano come operatori turistici e hanno pensato di fare così  “esperienza sul campo”!

Solo uno di loro parla un poco l’inglese. Ci scambiamo impressioni e ci auguriamo reciprocamente buona fortuna. Forse, per il momento, loro ne hanno più  bisogno di noi!

Intanto, nell’ufficio si contano i soldi: solo dollari, marchi e franchi svizzeri! Le lire non hanno quotazione e vengono rigettate con sufficienza. Il funzionario superiore che deve apporre la firma di convalida però bisogna cercarselo personalmente, girando per un po’ di uffici e fuori nel cortile e al bar, tra gente che parte e gente che ritorna. Anch’io ritorno all’ufficio per riappropriarmi del passaporto. Frattanto i “pedoni” sono ancora in eroica e sudata attesa del loro visto, dietro all’inferriata!

Noi, fortunati autisti, dopo le peripezie burocratiche negli uffici anonimi, in cui spiccano severi quadri dell’iman Komeini, ci prendiamo un po’ di respiro sugli automezzi posti in attesa, sotto il sole, ormai da due ore.

Ancora un poco e finalmente sono liberi anche gli altri, affamati e soprattutto assetati. Qualcuno ha già anche perso la calma.

Ho l’incarico di cambiare un po’ di dollari in banca. Quest’ultima è un semplice ufficio con due sportelli e qualche impiegato che dà malvolentieri retta ad una ressa di iraniani. I presenti ci consigliano calorosamente di non cambiare in banca, ma in nero. Lo stesso impiegato non vorrebbe accettare i miei duecento dollari ad un cambio tanto basso e me li restituisce, ma abbiamo bisogno di soldi ufficiali per il gruppo!

Nel frattempo qualcuno si è recato all’ufficio turistico. Vuoto e deserto! Si rintraccia in un cortile allora un incaricato del turismo, ma non ci è di nessun aiuto pratico. Di turisti qui non ne transitano.

Ci riavviamo verso un ennesimo ufficio di dogana per sistemare i ‘carnet de passagÉ delle autovetture. Sono anche qui molto gentili, ma il controllo è più o meno meticoloso a discrezione del singolo funzionario. A noi va benissimo. Ci fanno scaricare un bel po’ di bagagli  per farceli ricaricare subito.

Meno fortunato è Mario, il nostro fotografo, che ha il suo da fare con camere e rullini! Non si sa che fare del materiale ed il controllo si fa minuzioso!

Ne approfitto per intrufolarmi nell’ufficio, lasciando all’esterno le lunghe file in paziente attesa. L’impiegato sorride e me la sbrigo presto, cerfugliando un po’ d’inglese, almeno spero! Del resto lui ne sa quanto me.

Seguo poi l’istinto alla ricerca di un bagno ed un po’ d’acqua. Vedo persone, uomini e donne, che entrano in quello che intuisco debba essere un W.C. Sono, infatti, una serie di servizi disposti a quadrato ai lati di un grande stanzone con dei lavandini smaltati di bianco al centro. Mancano le serrature alle porte , i rubinetti e la pulizia!

Fuori, al di la’ della strada, un’autobotte d’acqua rimasta incustodita dà l’occasione a qualche intraprendente di spillare un poco di liquido. Mi avvicino anch’io indifferente e un giovane studente mi sorride e mi fa posto accanto a lui. Ci laviamo le mani e la faccia, rinfrescandoci. Mi chiede se sono un turista. Siamo così inusuali qui, che non possiamo certo passare inosservati! Non mi parla bene dell’Iran. Teheran è bella, mi confessa, ma non Tabriz. Vedremo.

Qualcuno nel gruppo ora è stanco e innervosito. Medita di allontanarsi il più  in fretta possibile da qui. Lo vorremmo tutti, ma occorre ancora aspettare.

Intanto osserviamo incuriositi un arabo, in un’ampia veste bianca, dietro un carrello portabagagli agganciato a un fuoristrada, zeppo di giovani ragazze che scherzano. Pensiamo subito con curiosità che siano tutte sue  mogli! Maria è spiccia e si avvicina a loro. Sono studentesse del Kwait, parlano l’ inglese e sono le figlie dell’arabo barbuto. Si dichiarano entusiaste di tutto: la Turchia è meravigliosa, l’Iran fantastico! E mentre parlano, gli occhi nerissimi brillano loro per la gioia, lanciandoci sguardi divertiti e provocanti.

Finalmente si riparte. Più oltre c’è però un ennesimo controllo militare. Cominciamo a temere che non ci sia più fine a questo gioco di controllo dei controlli!

Un pasdaran dall’aria di incorruttibile verifica i carnet. C’è una discussione serrata sulla confusione fatta nel riportare i numeri di motore e la potenza dello stesso.  Noi restiamo fermi nel ribadire le nostre ragioni.

In qualche modo si transita anche qui, mentre accanto a noi l’arabo, in veste candida e barba scura, scarica pazientemente per l’ennesima volta tutti i suoi bagagli dal carrello e poi riparte alla ricerca di chissà quale milionesimo documento o permesso. A noi invece  viene data via libera!

Al di là della recinzione che delimita la zona di frontiera, cui si accede attraverso ampi cancelli e una sbarra bianca e rossa, che viene  di volta in volta pazientemente alzata ed abbassata, scopriamo quasi un bazar vivacissimo, gaiamente popolato di persone in attesa e di venditori di ogni genere di cibo e cianfrusaglie, in un vociare altissimo.

Solo un chilometro abbiamo percorso ed ecco un primo posto di blocco dei pasdaran. C’è stupore al vederci. Il comandante è molto giovane, ma dagli occhi mobilissimi e vivaci si intuisce che è sveglio. Ha studiato a Vienna ed è felicissimo di scambiare qualche parola in tedesco con Maria, senza porsi tanti problemi e con molta cordialità. Ci dà il benvenuto nel suo paese, quasi scusandosi del caos che gli sta intorno. Ci consola apprendere che, a solo una quindicina di chilometri, si trova la cittadina di Maku.

É ormai il crepuscolo e le ombre si allungano pigramente su un paesaggio dapprima brullo, fra montagne spoglie e villaggi molto poveri, che sembrano ritagliati sull’immagine delle misere case del Kurdistan turco. I cartelli stradali, che ne indicano i nomi, purtroppo sono solo in farsi e per noi è impossibile leggerli per saperne di più.

La cittadina, invece, è posta sui mille metri, incuneata fra due alte montagne rocciose, quasi in una gola. C’è gente sfaccendata in giro, che chiacchiera e fa le compere al calar della sera. I negozi sono inondati di luce e mostrano varie merci esposte, ma non hanno insegne, almeno non ne hanno di appariscenti e luminose. La gente è simpatica e ci dà subito indicazioni, sorridendoci con benevolenza.

Tra i quattro alberghi di qui, noi scegliamo il Makuinn. Non è  il migliore, ma neppure il peggiore. Le stanze sono decorose, ma all’interno fa tremendamente caldo.

Ceniamo all’esterno dell’albergo, su una terrazza, con le nostre provviste. Una doccia ci rigenera e dopo aver commentato i fatti della giornata, ci buttiamo volentieri su un letto. É da quando siamo partiti che si dorme nei sacchi a pelo alla meglio e ci pare incredibile di esserci sistemati tanto bene in questo nuovo paese, verso il quale forse nutriamo un po’ troppi pregiudizi.

 

6. Nel dominio degli Iman: l`Iran di ieri e di oggi nella sua gente

Stamattina la sveglia è rinviata. Manca l’acqua e la corrente elettrica sino alle 5,30. Per la verità non riesco a capire quale sia la tensione adottata. Il rasoio elettrico tende a surriscaldare maledettamente in ogni modo. Desisto e mi rado col rasoio di sicurezza. Poi facciamo colazione e ripetiamo il rito della preparazione dell’acqua potabile, che viene messa nelle taniche e disinfettata, anche se pare sia stata già trattata col cloro.

Maria osserva  che, stranamente, nessuno ha ancora sentito il richiamo del muezzin. Forse non è ancora arrivato sin qui l’uso degli altoparlanti.

Si esce lentamente dalla città per imboccare un’ampia piana coltivata. Vi sono stormi di cicogne e un gruppo di cammelli, che incedono col tipico passo lento e misurato, che conferisce loro un portamento distaccato e superbo. É il primo grande branco che vediamo sulla nostra strada, che peraltro è ben asfaltata e in ottime condizioni.

Incontriamo pure il primo posto di blocco dei pasdaran. Fingono di leggere con attenzione i passaporti, ma è chiaro che capiscono solo quanto dice il visto d’ingresso in farsi e confrontano le foto coi volti. Anche qui mi si chiede se mia figlia, i cui dati con l’immagine fotografica sono sul mio documento, sia con me. Quindi si prosegue per una vallata sempre più brulla.

Le auto che circolano sono molto vecchie e malconce e la gente viaggia volentieri anche sui cassoni dei camioncini. Il traffico comunque è scarsissimo e si continua dolcemente su un pianoro interrotto a tratti da rilievi aridi e rocciosi, in direzione di Tabriz, la prima nostra meta.

É strano, ma dopo una sola notte passata qui, ci sentiamo tutti più tranquilli e spiritosi!

Raggiungiamo presto Margantar, mentre Evoghlu è segnalato ancora a sessantacinque chilometri. La gente dei villaggi, sulla strada, ci osserva attenta, ma non fa alcun gesto. Anche i bambini non ci vengono incontro salutando e chiedendo sigarette o anche soldi e i fiammiferi, strofinando le dita contro il palmo della mano come in Turchia.

Dopo tanta terra riarsa, la piana diviene d’improvviso una distesa di campi ben coltivati, con fiori di un viola intenso e sconosciuti. Nei villaggi, non si scorgono minareti svettanti. Il paese è sciita ed anche da questo riconosciamo una differenza coi sunniti turchi.

A destra si intravede un grande villaggio e la vallata ampia si fa sempre più verde con alberi da frutto, pioppi e girasoli in gran numero, scuri campi di tabacco e altre colture. Le mandrie di mucche e bufale al pascolo sono numerose. Le case però sono ancora del tipo curdo, cubiche, in mattoni di argilla cruda e testimoniano tanta povertà.

Il paesaggio montano invece, più sopra, è stupendo nella luce del mattino. In lontananza, questo movimento di linee addolcite sotto il cielo terso, a tratti interrotte bruscamente dal riemergere di rocce grigie, richiama molto la conformazione delle Prealpi. Avvicinandoci le scopriamo invece più brulle e sassose.

Sulla strada, al  riparo di una capannuccia di frasche e canne, si incontra  a tratti qualche venditore d’angurie che attende annoiato un improbabile cliente. Due donne dormono su una specie di baldacchino in mezzo ad un campo e più in là si scorgono altri graticci di rami e foglie, sollevati alquanto da terra su pali robusti. Ci viene il dubbio che vi siano serpenti fra la vegetazione.

Frattanto si è superato Markau, un villaggio con qualche pretesa, dove c’è un posto di polizia, distributori di benzina ed una serie di fattorie a tetto piatto, protette all’intorno da lunghi muri di terra argillosa, frammista a pietre. La strada, sempre agevole e ben curata, si arrampica ora lungo una vallata arida sino all’ incrocio per Julfa e Konya, dove ci bloccano i pasdaran.

É un ragazzo molto giovane che si avvicina a noi, nella divisa cachi senza mostrine o altri segni di riconoscimento e ci chiede se siamo jugoslavi. É di origine turca ed è anche lui felice di scambiare qualche parola in tedesco con Maria, tradendo l’esodo dei lavoratori della sua terra d’origine verso la Germania. Ci dice, senz’altro esagerando, che mancano duecento chilometri a Tabriz e seicento a Teheran, mentre si avvicina un compagno. Sorride dicendoci: “ I love you!”. É l’unica frase che conosce e la ripete ancora. Ridiamo insieme. Mentre ripartiamo divertiti, noto che la pronuncia del farsi ha una cadenza armoniosa,  lievemente musicale.

Nella piana sottostante risaltano le piazzuole protette per i cannoni, ricordo della guerra recente con l’Iraq, che sta nascosto ancora minaccioso, oltre la catena di montagne. Sono abbandonate.

A Sofyan si sta costruendo una moschea e osserviamo con interesse l’intera intelaiatura in legno che sembra l’ossatura di una gigantesca imbarcazione, curata nei minimi particolari, fin su alle cupole che in parte sono già lucenti di sottili lamine di metallo iridescente. Accanto, si susseguono varie fabbriche tra cui spiccano una centrale elettrica, depositi di benzina, una cementeria ed una fabbrica di laterizi.

Frattanto, sulla ferrovia ci affianca quasi un curiosissimo minuscolo pullmino giallo e azzurro, che corre rapidissimo sulle rotaie. Ha sullo sfondo una vastissima pianura arida e sassosa, di cui non si scorge la fine e in cui si staglia la sagoma inequivocabile di una postazione di contraerea. Poi, lungo la strada che sorprendentemente continua ad essere molto ben curata, si scorgono i segni sempre più evidenti dell’approssimarsi della grande città, con un vasto scalo merci ai bordi della massicciata.

Il traffico si è fatto abbastanza intenso, anche se composto soprattutto da camion e veicoli commerciali.

Fuori città si imbocca ora una superstrada recentissima, che funge da circonvallazione esterna. Tabriz, infatti, è una grande città moderna ed antica, caotica, con gli ingorghi tipici delle città orientali. Le auto qui sono veramente tante e procedono in modo alquanto disordinato e indisciplinato, nonostante la puntuale segnaletica.

Capitale storica dell’Azerbaigian, solo nel 1946, dopo la seconda guerra mondiale, è divenuta definitivamente parte integrante del territorio iraniano.

Il suo monumento più bello ed interessante dal punto di vista culturale è senza dubbio la Moschea Azzurra. Il suo nome in farsi è Masjid-i-Kabud e raccoglie in sé, armonizzati, gli influssi architettonici eterogenei dell’arte mongola e con richiami alla favolosa capitale dell’antico e ricco regno di Samarcanda ed esprime, nei mosaici variopinti della decorazione esterna ed interna, influssi selgiuchidi, mongoli e cinesi, portati nei secoli lungo uno degli itinerari più conosciuti e favolosi della via della seta.

La gente qui è molto gentile ed affabile. Ci fermiamo per acquistare del pane entrando in un negozio che espone dei dolci e da cui esce un invitante profumo di forno.

Purtroppo, è solo una pasticceria, ma questo non preoccupa ne’ il proprietario, che immediatamente ci offre in assaggio i suoi dolci e vari tipi di pane dolce, ne’ un avventore, il quale, con estrema semplicità, ci regala addirittura un gran pacco di pane acquistato per sé. É una schiacciata finissima ed azzima, sottile come un’ostia, buonissima come gusto e del tutto nuova per noi, che la divoriamo in un attimo.

Frattanto, attorno ai nostri mezzi si sono radunati alcuni ragazzi, che sono curiosi di conoscere da dove veniamo e cercano di fare amicizia. Abbiamo fretta di proseguire il nostro viaggio ed anche i nostri preconcetti, pur rivelandosi via via infondati, ancora ci incutono un senso di insicurezza.

Proseguiamo, dopo aver riattraversato il traffico caotico di Tabriz, nella direzione di Teheran. La strada è bella, anche se per le nostre abitudini la segnaletica si dimostra insufficiente ed è spesso solo in farsi. Non è comunque un grande problema.

Poco distante incrociamo un ulteriore posto di blocco, dove le formalità del nostro riconoscimento sono ormai svolte con estrema rapidità e terminano con un augurio di buon viaggio.

Qui la strada è addirittura nuovissima e molto ampia. Si inerpica fra alture tondeggianti ed erbose, che anticipano un lago ed una piana molto fertile, coltivata ad ortaggi e frutta di molte varietà, mentre sullo sfondo si intravedono ampie coltivazioni di grano. Équindi un susseguirsi di vallate verdeggianti  e gole rocciose e gallerie.

Ad un villaggio, lungo l’ultimo tratto di percorso, facciamo sosta per telefonare a Teheran. É un centro abitato abbastanza grande, con le case disposte in linea lungo la via principale in terra battuta, non tanto ampia e fiancheggiata da alberi e da due canaletti in cui scorre il rigagnolo d’acqua della fognatura.

Accompagno Lele e Maria all’ufficio telefonico. C’è gente che attende in una specie di sala d’aspetto su panche di legno, simili a quelle di una sala d’aspetto di stazione ferroviaria. Nell’angolo vi sono cinque cabine numerate, in fila. L’impiegato è gentilissimo e solerte dietro il vetro che divide una parte dell’ampia stanza. Attendiamo pazientemente anche noi il nostro turno, mentre tre ragazze molto giovani, avvolte nello chador da cui spuntano i jeans, ci guardano incuriosite e sorridono. Parlottando vivacemente tra di loro, lanciano lunghe occhiate. Fingono di assestare i loro veli neri, mostrandoci i bei volti giovanili, dai tratti delicati, incorniciati dai capelli scurissimi. Un richiamo dell’altoparlante lancia un avviso a noi incomprensibile e le risucchia in una cabina, che dal vetro lascia intravedere i loro scherzi in un suono gaio di risate, che giunge un po’ soffocato attraverso le esili pareti di legno lucido.

Sulla strada la gente si accosta a noi con semplicità e sono molte le proposte di operare il cambio nero dei dollari. Del resto, Bruno ha da poco pagato un normale pacchetto di sigarette ben 1100 real. Al cambio ufficiale sono ventidue mila lire, mentre al cambio nero sarebbero un dollaro o poco più.

Siamo tentati da questa differenza incredibile al cambio nero, che tutti sono intenzionati a proporci. Ma come fidarsi? Il ricordo di un bulgaro fermato in frontiera da tre giorni per soli dieci dollari di ammanco è ancora troppo fresco per noi. Vale la pena rischiare?

Comunque, ancora perplessi, riprendiamo il cammino. Abbiamo fatto anche provvista di pane ed ormai è pomeriggio inoltrato. La nostra fretta ci ha portati ad essere in vantaggio sulla tabella di marcia e decidiamo di trovare una sistemazione per la notte.

In Iran non vi è divieto di campeggio libero e pertanto sostiamo, facendo tappa presso un fiume, il cui letto, quasi completamente asciutto, si allarga fiancheggiato da un’ampia fascia verde, accanto alla strada.  Al di là vi sono dei prati e dei campi e l’ombra fresca di ciuffi di vegetazione rigogliosa.

Al nostro approssimarci, ci vengono subito incontro alcun contadini, cui chiediamo se è possibile accamparci su quella che sembra la loro terra.  Sono felici ed entusiasti per la nostra scelta. Per noi invece è meno gradita la successiva visita di un gregge, che conduce con sé un incredibile stuolo di mosche. Immediatamente e voracemente ci assalgono e penetrano numerose negli automezzi.

Siamo vicini anche ad un pozzo, da cui viene pompato un grande getto d’acqua fresca per l’irrigazione. I contadini la bevono, per mostrarci che è potabile, ma restiamo un poco titubanti.

Dopo cena, giungono improvvisamente tre giovani iraniani. Sono ragazzi simpatici ed aperti e  chiedono se abbiamo whisky, vodka o birra. Poi vedono che alla cintola porto, come una fondina, un borsello in pelle nera, che ho acquistato ad Istanbul per i documenti e vogliono vedere se ho una pistola. Li rassicuriamo della nostra inoffensività e incominciamo a fare noi domande.

Siamo, in effetti, molto curiosi e subito il discorso volge sulla politica. Voteranno indubbiamente per Rafsanjani nelle elezioni che si terranno di lì a pochi giorni; infatti l’altro candidato è praticamente uno sconosciuto. Non sono komeinisti e sono contenti del  cambiamento recentemente avvenuto.

Il dialogo è un po’ faticoso, perché non parlano che il farsi e un po’ di turco ed occorre molta pazienza e diversi tentativi prima di capirsi e non sempre rimane la certezza di essersi veramente intesi. Vorrebbero che suonassimo la chitarra, ma non l’abbiamo. É un’idea stereotipata sugli italiani che cantano e suonano arrivata sin qui.

Due di loro hanno partecipato alla guerra con l’Iraq, vedendo morire accanto a sé i loro compagni. É stata una esperienza terribile, di cui si legge l’orrore nei loro occhi prima che nelle loro parole, ma inevitabile, dal momento che il loro paese era stato attaccato. Il regime komeinista è stato forse duro, ma ha portato indubbiamente loro quella libertà che prima era sconosciuta e un certo benessere. Sono felicissimi che la guerra sia finita. Parliamo poi del nostro viaggio e impiegano un poco a capire cosa stiamo compiendo. Sembrano increduli e affascinati. Certo, per loro una esperienza come la nostra va oltre ogni concezione della realtà in cui vivono.

Il giorno successivo il risveglio è solerte, anche perché abbiamo trascorso praticamente una notte insonne. Per pigrizia e faciloneria, un gruppo di noi ha dormito sui tetti dei furgoni. Oltre all’indolenzimento della schiena, cui ormai siamo abituati, abbiamo anche dovuto subire l’assalto feroce di zanzare e tafani. Il più colpito è Fabio, il nostro meccanico, che porta i segni tumefatti della battaglia notturna sul viso.

Una rapida sciacquata e via per Teheran. Avevamo forse l’albergo prenotato per la sera precedente e ci sarà difficoltà a trovare un alloggio in città in concomitanza con le elezioni. Ci stiamo comunque abituando alle improvvise variazioni, inevitabili del resto, che però tentiamo di contenere al massimo per non stravolgere la nostra programmazione. Ieri, quando si è  telefonato a Teheran per accordarci, si prospettava magari l’ospitalità presso una scuola italiana.

Certo questo è un paese strano e contraddittorio, con le ragazze in chador e i jeans ed i fuseaux e i tacchi a spillo, che ci guardano, come se venissimo da un pianeta distante ed irraggiungibile, coi loro magnifici occhi neri contornati da lunghe ciglia. I segni della guerra non si vedono, mentre si incontrano ancora molti ritratti di Komeini.

Maria, che ha visitato l’Iran ai tempi dello scià, sostiene che, nonostante lo sforzo bellico che deve aver sostenuto in questi anni, il paese è cambiato in meglio. I poveri hanno certo di più, anche se è enorme la distanza fra la miseria della campagna e dei villaggi curdi del nord e la ricchezza cittadina. Accanto ai contadini a cavalcioni dell’asinello, che corrono nella polvere, ci sono fiammanti auto straniere.

É difficile e complesso valutare dall ‘esterno i tentativi di Komeini di cambiare il paese e sottrarlo all’influenza del neo-colonialismo. Difficile perché noi non riusciamo a penetrare la logica di un credo religioso che domina la realtà, fino al fatalismo estremo ed al fanatismo, di cui non si riesce a valutare la misura. Qui però, sino ad ora, nessuno ci è parso fanatico od ha assunto degli atteggiamenti ostili o irrazionali.

All’ingresso di Zanjan scorgiamo una serie di officine. Ci fermiamo allora per risistemare il fermo di un finestrino che, coi colpi subiti, s’è spezzato. Frotte di bambini e ragazzi si avvicinano e mentre sto registrando le mie impressioni un ragazzo chiede una maglietta con una scritta pubblicitaria. Gliela cedo volentieri e sembra felicissimo, come gli altri che hanno ottenuto qualcosa anche dai miei compagni. La riparazione frattanto è stata subito eseguita, con estrema gentilezza ed assolutamente non è stato possibile pagarla in alcun modo. Anzi, ci è stato offerto del the.

Percorriamo poi un viale alberato, grande, verso il centro. Qui sono sempre più frequenti le scritte e le indicazioni in inglese. I nostri improvvisati aiutanti ci seguono addirittura con un camion per indicarci la direzione giusta per Teheran.

La gente ci osserva stupita, ma in effetti il traffico è intenso e non è facile districarvisi in mezzo. All’esterno della città c’è un luna park in allestimento, con una enorme ruota tipo Prater! Sono anche questi tanti piccoli, ma significativi segnali di un mutamento che si sta vivendo in questa società?

La strada è sempre agevole e ben tenuta, con un asfalto perfetto e scorre in una vasta pianura ben coltivata, in cui ogni tanto compaiono villaggi con case in mattoni di argilla, collocate entro il tradizionale recinto dai muri in terra battuta o mattoni cotti.

Attraversiamo d’un soffio la cittadina di Abhar. Vi fervono i preparativi per le elezioni. Lo si legge chiaramente sui numerosi pannelli e striscioni di invito a votare, in cui troneggia una immagine di Komeini che introduce la scheda nell’urna.

Siamo, qui, a circa venticinque chilometri da Takestan. La regione è ancora molto verde nonostante la stagione estiva ormai avanzata e la campagna si presenta ben lavorata. Vi sono tante viti, con un’uva dagli acini piccolissimi e ancora molto acerba. Le viti sono basse e senza sostegno.

Sull’asfalto sfrecciano sempre più camion ed auto. Lungo una serie di curve poste tra ripidi saliscendi, qualche camion si esibisce paurosamente in sorpassi spericolati, incurante degli altri veicoli che sopraggiungono nell’altro senso di marcia. Proseguiamo così, con estrema attenzione, sino ad incontrare l’inizio della grande autostrada per Teheran, superando un territorio in cui si alternano brevi pianure a rilievi montuosi poco accentuati, sotto un cielo limpidissimo.

Alla periferia della capitale giungiamo di primo pomeriggio. Scorgiamo subito, numerosi, grandi agglomerati residenziali in costruzione. La città, nel suo complesso, sembra recente e moderna per il suo sviluppo e senza alcun segno che testimoni  le  distruzioni della guerra. Si vedono solo, a tratti, rottami accatastati in alcuni depositi ben recintati anche a fianco dell’autostrada. Vi si trovano camion e mezzi militari, diligentemente sistemati in bell’ordine, accanto a travi di ferro già ricavate in parte dalla loro trasformazione.

Entrando in città prendiamo la ex Reza Palhevi, come indicano le nostre guide antiquate; è una delle strade del centro che conduce ai punti nevralgici della capitale, percorsa da un traffico intensissimo. Éuna bella via ampia, un boulevard alberato al centro e vi sostiamo sotto il sole, in attesa che si riesca a stabilire il contatto col nostro ospite,  dirigente di una azienda italiana, che ci accoglie qui a Teheran.

I negozi lungo la via sono ben riforniti. Fa molto caldo e la gente, ben vestita all’occidentale, ci osserva senza troppo stupore. Solo qualche donna anziana indossa lo chador nero, classico. Signore e ragazze portano perloppiù un soprabito scuro, che arriva appena sotto le ginocchia ed un foulard in testa, attributi che, tutto sommato, sembrano abbastanza estranei al gusto ed al tipo del resto dell’abbigliamento, che potrebbe essere portato nelle città europee, anche se a noi appare oramai un poco fuori moda.

Alloggiamo nella magnifica zona residenziale, all’Hotel Azadi, che potrebbero certo competere coi migliori alberghi occidentali. Si trova sulla collina che domina Teheran, accanto ad un gigantesco luna park, che alla sera è scintillante di luci nel vortice di canzoni trasmesse a tutto volume e di persone di ogni età, che si divertono spensieratamente in un caleidoscopio di colori e di felicità.

Ceniamo a casa del nostro ospite italiano, nel quartiere abitato da occidentali, accanto alla residenza estiva dell’ambasciatore, che spunta in un magnifico parco.

Ci racconta che attualmente la situazione in Iran è tranquilla. La gente è filoeuropea e l’astio che nutre è verso gli U.S.A. a causa della loro aperta collusione con Reza Palhevi. Di questa animosità restano solo per formalità degli slogan minacciosi. Qui, del resto, si riescono ad avere molte notizie sull’Europa, regolarmente e gli europei sono benvoluti.

Il vero problema viene dal potere che ha assunto il clero in seguito alla reazione di chiusura, di fatto negativa, operata dall’occidente dopo il 1979. Questo ha aiutato il prevalere di un radicalismo religioso che è stato unico elemento possibile di coesione per affrontare l’isolamento economico e politico e la guerra non voluta, a discapito anche delle forze più liberali che avevano contribuito alla rivoluzione.

Attualmente, l’intenzione è quella di operare una maggior apertura verso l’Europa, anche attraverso il turismo, di cui si percepiscono primi timidi segni. É in preparazione anche una guida turistica per questo e l’ente nazionale sta lavorando all’allestimento delle strutture, mentre buoni alberghi già esistono, soprattutto nelle maggiori città. Del resto, l’operatività di tante aziende europee è continuata ininterrotta durante tutto questo periodo difficile del conflitto.

Discutiamo del fenomeno dell’involuzione attuale della rivoluzione. La realtà, in Iran, sta cambiando ed i messaggi lanciati dal governo sono indirizzati ad una maggior elasticità, anche se è difficile districarsi positivamente nelle molteplici situazioni internazionali ed interne in cui il paese si trova coinvolto.

La cena, veramente sontuosa per noi, è preparata dalla moglie del nostro amico che è iraniana; una bella e giovane signora, simpaticissima, aiutata da due figliolette che frequentano la scuola italiana di Teheran. Del resto vi è anche la scuola media ed il liceo italiano qui.

Si serve il chelo khorese, cioè riso con salsa acidula di uvette. É molto buono, anche se il sapore per noi risulta completamente nuovo. Vi si aggiungono datteri e pollo ed una specie di paté molto chiaro. Poi c’è carne, cetrioli, salsicce di pollo in salsa agrodolce, olive, insalate varie e frutta con il the.

Al nostro ritorno in albergo, sui taxi che fanno a gara ad una velocità forsennata per giunger primi, siamo euforici e passiamo accanto allo sfavillio di luci del luna park. Solo due giorni fa non avremmo mai pensato di sentirci tanto a nostro agio in questo strano paese!

 

7. Sequestrati dai pasdaran nella cittá santa

L´unico modo per passare indenni attraverso lo spaventoso traffico indisciplinato di Teheran, vasta come una provincia coi suoi forse dodici milioni di abitanti, é quello di seguire un taxi. E´ un´operazione non facile, cui ci atteniamo scrupolosamente, anche se con qualche difficoltá, considerati i tentativi di penetrazione di estranei nella pur breve carovana, per girare  la cittá e pure per uscirne. Sfioriamo dopo un po´ il bianco monumento dedicato allo sciá e rimasto a testimonianza di un´epoca passata, seppur recente, della storia. Questa specie di moderna “porta della cittá” si staglia nel cielo azzurro come una vela candida, svettando sopra una roboante fiumana di automezzi che l´assediano letteralmente all´intorno.

Intanto si rifanno i conti del giorno precedente. C´é  chi, per una semplice telefonata in Italia, ha speso qualcosa come 7.600 real, circa centocinquantadue mila lire al cambio ufficiale. In media una telefonata é costata ottanta mila lire! Il problema dei cambi é incredibile. Al cambio ufficiale un dollaro vale 72 real. Al cambio nero lo stesso dollaro vale dagli 800 ai 1200 real,  a seconda della “borsa” del giorno!

Ai tempi dello sciá, al vecchio bazar, una via era assegnata alle bancarelle dei cambiavalute in nero, che lavoravano nella piena legalitá ed a pieno ritmo. Oggi, essi continuano a fare altrettanto, illegalmente, almeno per l´ufficialitá. Quando la valutazione tende troppo al rialzo, pare che da parte di chi conta si buttino su questo mercato insolito un po´ di dollari per raffreddare la piazza e tutto continua.

Chi ne fa le spese é lo straniero sprovveduto, che questo gioco lo capisce troppo tardi e magari si mette nei guai con la dichiarazione di valuta. Dal di dentro poi é un po´ difficile porvi rimedio senza timori. Certo che presto occorre che il governo stesso provveda a riequilibrare la situazione, ponendovi valide alternative, se non vuole soffocare sul nascere il turismo nel momento stesso in cui vuole stimolarlo!

Frattanto, uscire da Teheran si dimostra una impresa incredibile, che fa impallidire il paragone col traffico di Istanbul e riconosciamo che, sino ad ora, forse questo é il maggior pericolo corso nel nostro viaggio.

Finalmente, dopo aver superato da tempo l´estremitá nord-ovest della cittá, per dirigere a sud, ci affidiamo alla moderna autostrada per Qom, il cui ingresso si trova proprio accanto alle costruzioni del grande nuovo bazar, cui si accede da un portale decorato, simile ad un arco grandioso, ma esteticamente non molto apprezzabile.

Percorriamo abbastanza agevolmente i primi chilometri di questa autostrada che sembra bella e funzionale. Accanto ad essa cominciano a far capolino piccoli villaggi di terra rossa, con tetti costituiti da una serie di diverse cupole di argilla, simmetricamente disposte. Sembrano le cupole di un ham-am turco.

Alcuni veicoli, perloppiú  camion o camioncini, sono decorati con disegni fantasiosi e cornici colorate, oltre che addobbati con pizzi e tendine ai finestrini e vasetti di fiori finti, di plastica, sul cruscotto.

Ben presto si penetra nella zona desertica centrale dell´Iran. Spuntano, per ora, solo piccole dune di sabbia e ghiaia, costellate di ciuffi d´erba disseccata e ingiallita.

Il deserto si allunga arido ed inospitale da Rey attraverso Qom, Kashan, Natanz, Naim e Yazd per cinquecento chilometri. C´e´ anche una antica strada, abbandonata ormai, che segue un vecchio percorso costeggiando le montagne. E´ il percorso antico delle vie carovaniere.

Noi preferiamo tagliare in due il deserto seguendo la moderna autostrada. Essa segna una striscia scura, che si perde nella calura prima di toccare l´orizzonte. All´uscita tuttavia delle arterie minori, come quella per Alí Abad, l´asfalto scompare presto fra le asperitá del terreno ghiaioso, che, accentuando la sua montuositá trasformata spesso in roccia, nascondono alla vista i villaggi polverosi.

Poi, sulla sinistra, in un´ampia distesa di sole, compare Qom, dalle moschee scintillanti.

Restiamo ad ammirarla dal bordo dell´autostrada stessa, indecisi. Vi entriamo quindi, con una certa circospezione. Sappiamo che questa é la cittá  santa e proibita.

All´ingresso c´e´ il grande luna park, che ormai ci abituiamo a considerare un´opera sociale immancabile nelle cittá iraniane. Sullo sfondo delle case, brilla lucente e sempre piú attraente la cupola d´oro della moschea, tra quattro guglie: tre minareti sottili piú alti e uno un poco piú tozzo.

Un viale a doppia carreggiata conduce sino ad una aiuola spartitraffico verde e fiorita. Sulla sinistra si distende un altro ampio viale, fiancheggiato da case e negozi ed in cui ferve una vita intensa e frenetica. In fondo, rimane il luccichio della cupola del santuario, tra i minareti i cui tetti  appaiono da qui finemente traforati.

E´ la cittá santa degli iman, e si vedono molti mullah camminare tra la gente per le strade, con le loro vesti ampie e le immancabili barbe che incorniciano i volti severi.

Sostiamo in una piccola piazza ombrosa. Vi sono dei giardini invitanti, presso cui la gente di qui si ferma volentieri, sedendo  sulle panchine sotto le piante a rinfrescarsi. Siamo subito attorniati da alcuni ragazzi e qualche persona piú anziana. Parlano tranquillamente con noi. Gli studenti conoscono l´inglese e ci pongono molte domande. Siamo allora noi che, impazienti, chiediamo se sia possibile avvicinarsi senza problemi alla moschea. Ci dicono che possiamo tranquillamente visitare tutta la cittá.

Questa mattina, il direttore dell´ufficio turistico all´hotel si é complimentato con noi, rivelandoci che siamo i primi turisti ad attraversare l´Iran dopo dieci anni coi nostri mezzi. Ci ha fatto piacere sentirlo ed in questo momento ci rendiamo conto che forse deve essere vero e che nessun altro straniero é venuto liberamente da turista a Qom in questi anni.

Certo, siamo anche gli unici a essere giunti sin qui il giorno precedente le elezioni! L´impressione é che tutti siano enormemente meravigliati per la nostra presenza. E´ forse solo una percezione, mentre ci godiamo tranquillamente il fresco tra la curiositá generale.

Percorriamo dunque, coi nostri mezzi, lentamente, la via che conduce al perimetro esterno della moschea, transitando di fronte all´entrata principale. Si intravede l´ampio cortile interno attraverso il magnifico portale d´ingresso: una miriade di colori stupendamente combinati in cui dominano gli azzurri, i verdi ed il rosso-arancione.

E´ un brulicare incredibile di folla entro il cortile e sul grande piazzale antistante, vietato ai veicoli.

Parcheggiamo lungo un viale laterale, discosto e quasi opposto all´entrata. Giá qui peró comincia a profilarsi la serie variopinta delle merci poste in vendita. Sono “bancarelle” di bigiotteria di plastica, terracotte con impresse preghiere islamiche, semplici specchietti, nastri, collane da pochi soldi, anellini di metallo dorato, bracciali lucenti, giocattoli, dolci al miele e frutta profumata, coi piccoli oggetti-ricordo del santuario in cui riposano le spoglie di Fatima, la Sposa Profumata, sorella dell´iman Reza, oggetto del culto che richiama centinaia di migliaia di pellegrini devoti.

Copriamo a piedi, ancora titubanti, la distanza che ci separa dal tempio, tra le macchie nere, sempre piú fitte, degli chador, che contrastano con i colori vivaci delle mercanzie sparpagliate a terra su panni multicolori e stuoie.

Le venditrici ci osservano attonite. Sono soprattutto Maria e Francesca che richiamano su di sé la loro attennzione e forse suscitano riprovazione. Non si percepisce peró alcuna ostilitá.

Mario ed io ci avviciniamo allora all´ingresso laterale di un cortile e qui chiediamo, ad un compunto incaricato della sorveglianza, se sia possibile entrare. Purtroppo, l´ingresso é severamente vietato ai non mussulmani. Peró pensiamo si possa osservare il pregevole complesso monumentale dall´esterno e scattare qualche fotografia.

Proseguiamo pertanto di qualche metro sulla via che fiancheggia il sacro edificio. Una specie di cappella laterale si affaccia sulla strada. Mi accosto incuriosito e pencolo un po´ oltre l´ingresso, protendendomi ad osservare nella penombra. Di fronte ad una specie di catafalco, ricoperto da un pesante drappo bianco e nero, dietro il quale troneggia la grande effige  incorniciata di un vecchio iman dalla barba grigia, pregano alcuni fedeli, mentre un uomo, forse un custode, accanto all´ingresso dorme tranquillo nell´ombra fresca della piccola e silenziosa navata. Si respira una piacevole atmosfera di torpore.

Roberto, all´esterno, sta frattanto acquistando una piccola torta, un dolce tipico simile ad una schiacciata di manorle, fichi e noci impastate con zucchero e miele. Mario scatta qualche foto e Bruno conversa con una giovane donna, rigorosamente in chador, che, di fianco ai negozi di dolci e ricordi, chiede da dove veniamo. Non possiamo certo passare inosservati, e nemmeno lo vogliamo, coi nostri abiti spiccatamente europei, nonostantante i nostri tentativi iniziali, piú o meno riusciti, di integrarci all´ambiente.

Improvvisamente, vedo Roberto affiancato e fermato da un ragazzo non ancora ventenne in divisa marrone, sceso in quell´istante da un motociclo. E´ un pasdaran della polizia. Chiede al nostro compagno se parla inglese, sentendosi rispondere negativamente.

Il conducente della motoretta é anch´egli un tipo giovane e tracagnotto. Sembra particolarmente sconvolto e parla in modo concitato.  

Mario si avvicina tranquillo per chiedere cosa succeda e il pasdaran gli intima perentoriamente di seguirlo.

Sono attimi un po´ confusi. Non si capisce molto, ma il pasdaran continua a farci segno di seguirlo. Si tenta di sapere il perché e la risposta é di quelle che rendono difficile un confronto razionale.

“Io sono fedele di Allah! - dice serio il militare rivolto a Mario- E tu hai offeso il mio Dio!”. Ogni spiegazione e tentativo di sostenere le nostre piú che buone intenzioni é vana. Egli compie gesti perentori . Il suo inglese é abbastanza approssimativo.

Ci avviamo allora, seguendolo un poco perplessi, mentre la gente ci osserva muta e questo silenzio ci intimorisce e preoccupa un poco.

La nostra guida intanto non risponde direttamente alle domande, ma sostiene di avere uno zio a Roma e di essere stato a Bucarest. Non che questo ci aiuti granché.

Poi, d´un tratto, domanda a Mario, che tenta inutilmente di impostare un dialogo piú diretto, se stia compiendo dello spionaggio! La risposta eloquente che ottiene in italiano e che riguarda le sue facoltá mentali non é lusinghiera! Tentiamo invano di mostrare la lettera di presentazione preparataci dal consolato iraniano di Milano. Non la prende neppure in considerazione.  

Frattanto, Beppe ed il dottore, che sono rimasti un poco discosti dal gruppo,  cercando di svignarsela inosservati, vengono spintonati dal fervente ed indignato proprietario della motocicletta ed obbligati ad affrettare il passo per raggiungerci. Cosí, in curiosa comitiva, si ripassa di fronte all´ingresso principale della moschea, tra l´interesse crescente dei devoti.

L´ufficio di polizia non é altro che un bugigattolo stretto, un poco discosto dal piazzale, ingombro giá d´una panchetta in ferro azzurra, occupata da una vecchia donna in nero che sembra sul punto di piangere, ed una scrivania, cui é seduto un altro giovane miliziano. In dieci e piú riempiamo all´inverosimile la stanza minuta ed il pasdaran tenta di farci sedere, sottraendo anche la sedia al commilitone, ma la situazione non é granché risolta, perché solo tre del gruppo riescono a sedere in qualche modo.

Ci ritirano il passaporto e assistiamo all´abituale inutile rito del tentativo di decifrazione. Come se, del resto, da un passaporto si potessero dedurre le nostre personali vicende e le loro motivazioni. Poi, pur sempre con molta gentilezza, veniamo definitivamente sequestrati.

Il primo soldato, che pare abbia qualche grado a giudicare dal portamento e dalla divisa ben tenuta, scosta una tenda e ci introduce in una piccola camera dal pavimento interamente ricoperto di tappeti. Unico arredo e´ uno sgabellino con sopra un televisore acceso. E´ la piccola sala di permanenza delle guardie, ma siamo indotti a fare un repentino ed impacciato dietrofront. Nella nostra scarsa conoscenza delle abitudini locali e nella confusione della vicenda, siamo entrati con le scarpe ai piedi. Educatamente ce le togliamo, vergognandoci un poco della nostra ignoranza e lasciandole all´esterno ben appaiate.

Una volta all´interno, ci sediamo per terra, con la schiena contro le pareti bianche, guardando malinconicamente lo spazio vuoto al centro.

Fino ad ora la preoccupazione non ci ha presi piú di tanto. Non abbiamo fatto nulla che ai nostri occhi appaia tanto grave. Solo il fanatismo di quello che, intuiamo solo ora, deve essere stato il nostro accusatore, ci ha inquietati un poco, mentre qualche attimo prima parlava concitato all´orecchio del graduato, indicandoci ripetutamente e guardando verso le donne.

Lo schermo televisivo, frattanto, invia insulse immagini di fiori, api ronzanti al lavoro e limpidi torrenti montani, intercalate da interviste che presumiamo sulle elezioni dell´indomani. La musica degli intermezzi floreali é sempre identica e monotona ed i dialoghi rigidamente in farsi! Dopo un primo momento un tantino euforico, anche la nostra conversazione langue e qualche battuta, per rompere il pesante silenzio, sembra forzata.

“Male che vada - ci ripetiamo - ci toglieranno i rullini!”. Ed ad ogni buon conto, Mario ne approfitta per sostituire velocemente il suo con uno nuovo. Abbiamo qualche immagine che probabilmente nessuno ha.

Passa cosí una mezz´ora. Il silenzio ora si puó toccare con mano. Roberto e Fabio tentano un improbabile sonno. La stanza non é grande, ma é resa fresca dal ventilatore che soffia regolare attraverso un pertugio in alto. Ascoltiamo un sottofondo di voci ed i rumori che giungono dal locale attiguo.

Pare allora finalmente arrivato qualcuno che scambiamo per il comandante, richiamato a piú intervalli da una ricetrasmittente . Dai messaggi carpiamo soltanto la parola “turists, photo e chador”.

Il nuovo arrivato capisce comunque solo il farsi, ma non si dimostra aggressivo, anzi sorride e questo atteggiamento ci rassicura. Legge un po´ la lettera e ci restituisce i passaporti, non senza aver prima insistito nel chiedere se le donne sono le mogli di qualcuno. Sono loro quelle sottoposte ad occhiate furtive ed indagatrici. Francesca é figlia di Roberto, ma: “ Maria deve pur essere moglie di qualcuno!”, sembrano voler dire gli sguardi impacciati!

Comunque, coi passaporti restituiti in tasca, stringiamo la mano al primo pasdaran. Anzi, visto che capisce un poco d´inglese, gli lasciamo anche la cartolina del nostro viaggio. L´equivoco é finito, pare!

Ed invece, oltre la soglia, non si puó proseguire liberamente! Una camionetta rossa e bianca ci aspetta. E´una Patrol, in cui ci infiliamo come é possibile noi dieci, dietro a due pasdaran. Cosí pigiati si spera ancora di essere brevemente ricondotti ai furgoni ed invitati ad andarcene. Invece, le sagome beige delle nostre macchine ci sfilano davanti e cosí scomodi proseguiamo sbigottiti verso l´altra parte della cittá.

Con uno stridio di freni la Patrol ferma di fronte ad un cancello di robuste lastre di ferro, che chiude un alto muro di mattoni, difeso alla sommitá da volute di filo spinato. Una prigione?

Una sentinella col mitra spianato ci apre. Abbiamo la netta sensazione che questi giocattoli siano sempre usati con una eccessiva disinvoltura e col dito costantemente sul grilletto. Un vizio? Un maledetto vizio per noi, in questo momento!

Oltre l´ingresso, siamo subito bloccati al riparo di una tettoia, mentre nuove conoscenze militari si consultano con le vecchie. Ritiro dei passaporti e discussioni!

Si chiama infine uno spilungone con gli occhiali, che dall´aria sembra istruito ed annoiato. Si riferiscono i fatti, si presume. Inizia allora ad osservarci, lanciando qualche occhiata piú intensa verso Maria e Francesca. Sorride ed anche gli altri allora ridono e si rilassano un poco. La situazione tesa forse si sgela.

Bruno, frattanto, che sembra parecchio preoccupato, cerca di tenersi il piú possibile contro il muro. Sul taschino posteriore dei pantaloni ha una innocente etichetta: U.S.A. E´ ridicolo il fatto, ma chissá quali reazioni, pensa, potrebbe suscitare questa scoperta nella nostra situazione. Ma ecco spuntare, in una divisa sbiadita, il tipico fustigatore dei costumi.

Segaligno, sguardo acceso, capelli corvini sottili e trasandati, naso adunco, sembra non aver mai sorriso in vita sua e dagli occhi traspare una freddezza tagliente. Ci risospinge rudemente, senza far motto, contro il muro ed integerrimo, fa aprire le borse delle macchine fotografiche, controllando gli obiettivi con gesti sgarbati e volutamente disattenti, che provocano la giusta reazione preoccupata di Mario.

Incredibile! Cerca  degli alcolici! Vanamente.

Perquisisce anche le altre borse. Ma Maria non é moglie di nessuno di noi? Possibile? Il dottore, prontamente, diviene per l´occasione il legittimo marito.

Frattanto, Francesca tenta disperatamente di tirarsi il piú giú possibile la gonna nera. Sono le sue caviglie nude che destano tanto scalpore e lo si fa ora capire con gesti eloquenti!

Tutto sommato peró, é probabile che non si sappia bene di che cosa accusarci. Ed infine, ci ridanno i passaporti, dopo che a Roberto viene fatto un lungo discorso, forse relativo alla sua responsabilitá morale per l´abbigliamento della figlia, ritenuto poco consono ad una cittá santa. Siamo tutti d´accordo e svicoliamo velocemente attraverso il pertugio apertosi nel cancello.

Non sappiamo esattamente se possiamo ancora restare. Per il momento ci facciamo una bella scarpinata, attraverso tutta la cittá quasi deserta sotto il sole del meriggio, fino alle macchine, concedendoci anche una gassosa gelata in uno dei tipici locali in cui i pellegrini consumano in piedi un po´ di riso e carne. Poi lasciamo questa cittá assolata e strana, che sembra incarnare fino in fondo l´estremismo komeinista, applicandolo alla lettera, ma senza convinzione.

 

8. Il mito di Isfhan prova a rinascere

Dopo l´avventura, che perlomeno sará servita a rompere il ghiaccio in questa cittá, per chi vorrá seguire la nostra via attraverso questo paese verso l´ancora lontanissima Cina, riprendiamo, sotto il sole che dardeggia impietoso, il cammino per Isfhan, felici per l´esito positivo della nostra inaspettata esperienza a Qom.

La strada indicataci all´uscita della cittá é asfaltata, ma non tanto bella, perché é una strada secondaria. Sulla destra si stendono a tratti anche campi coltivati, mentre a sinistra il paesaggio é costituito da bassi rilievi, su cui resiste solo il verde di qualche tenace arbusto. I lievi pendii man mano divegono alture. Fra queste montagne, che hanno un loro strano fascino nella particolaritá dei profili spigolosi e allungati, grigiastri nel colore del meriggio, il fondo stradale si fa piú sconnesso e “balliamo” un poco.

Fa maledettamente caldo quando giungiamo all´incrocio con la strada principale che porta da Safalchegan Rahjerd a Neizard. Il fondo qui ridiviene ottimo e la stessa strada, dopo Deijan, si inerpica rapidamente fino ad un passo posto a 2100 metri, per poi ridiscendere sul grigio abitato di Meymeh. L´ambiente ora é quello tipico del deserto, tuttavia i monti sfumano in colori sempre piú stupendi, mentre si distende lentamente la luce dorata del tramonto ed incrociamo l´autostrada che ci guida alla meravigliosa Isfhan.

Nella zona di Mürcheh Klvort, le forme primitive delle abitazioni ed i colori sbiaditi del suolo riarso sono interrotti a tratti da qualche solitario campo coltivato o un numeroso gregge di pecore e capre. Preceduto da un fortino posto all´incrocio, c´e´ il cartello dipinto di fresco che indica la strada per Kashan. Qui le case sono raggruppate entro grandi cinte di mura, mutando stranamente l´architettura individuale, fin qui comune, in architettura collettiva.

Un deposito naturale di salgemma, che candido spicca in una naturale conca montana, simile ad un nevaio, prelude l´incontro con varie industrie e una centrale termoelettrica, indice ormai della vicinanza della cittá di Isfhan.

Vi giungiamo all´imbrunire, mentre le luci delle strade e delle case si accendono via via ad illuminare quasi a festa piazze e negozi, che fanno da sfondo al vivace  e caotico traffico cittadino. Siamo quasi coinvolti insensibilmente in questa tenue atmosfera di festa che si percepisce nei saluti, nei sorrisi, negli sguardi della gente.

Ed a sera ci concediamo addirittura il lusso di una cena iraniana, in un ristorante tipico, per risollevarci un poco lo spirito dopo l´odierna esperienza. Poi c´immergiamo in un bagno di folla festante, che riempie le strade  felice, tra il rumore assordante dei clacson delle auto che compiono lunghi e spericolati caroselli sui viali alberati ed intorno alle aiuole. Camminiamo protetti dalla penombra, creata dalle chiome degli alberi che schermano i lampioni. L´oscuritá é chiazzata ogni tanto dalle luci delle insegne. Anonimi, ci lasciamo trascinare dalla folla in una atmosfera gioiosa di cui non comprendiamo la ragione, ma che ci dá un´immagine viva e multicolore di questo paese.

Il ventotto luglio é il venerdí delle votazioni. L´albergo, presso cui abbiamo preso alloggio la sera precedente, é invaso questa mattina dal sole. L´Hotel Abbasi, uscito dal racconto delle “Mille  e una notte”, sembra un sogno ad occhi aperti.

La hall é tutta lucente di ricami dorati. Nei soffitti e sulle balaustre, intarsi raffinati, ceramiche   ricercatissime, specchi ed argenti fanno da sfondo ai pavimenti di marmo, coperti di preziosi tappeti ed ai mobili dalle linee sinuose in legno massiccio. E´ un palazzo che ha fermato se stesso nel tempo. Antico caravanserraglio, restaurato dallo sciá, ha continuato a vivere la sua funzione di luogo d´ospitalitá per i passeggeri, rispecchiando la ricchezza dorata di mille incontri, nelle fontane dei meravigliosi giardini interni decorati da piante, luci ed archi e nella lucentezza trasparente degli alabastri.

E´ costruzione meravigliosa, d´incanto, che porta solo una leggera patina d´incuria recente, come quel grande gioiello dell´arte, quella perla della bellezza che é Isfhan, coi suoi palazzi regali, le cupole variopinte, lucide di maioliche che brillano nell´armonia fantastica degli arabeschi ed i minareti slanciati nell´azzurro del cielo ed il ponte Khwaju, presso cui la gente si raccoglie allegramente a parlare, inondata dalla luce del sole e dal frastuono delle grida dei bambini che giocano e ridono e corrono, pescando e tuffandosi nell´acqua frizzante di schiuma dello Zayandeh Rud.

In questa mattina, in cui il sole la rende dorata come i suoi palazzi, la cittá sembra svegliarsi pigramente e noi la percorriamo lungo i suoi viali alberati, titubanti dopo l´esperienza vissuta a Qom, consci che oggi si vota. Ma qui la gente é piú aperta e cordiale  ed i soldati e la polizia si limitano ad osservarci da lontano, quasi con noncuranza, nonostante si avverta la loro discreta presenza.

Non sono ancora molte le persone per le strade e sbirciamo curiosi le vetrine e nei negozi che sono purtroppo per la piú parte chiusi.

In una grande piazza, ai piedi di un ampio edificio pubblico, preceduto da una larga scalinata di marmo bianco, troneggia un enorme cartellone con immagini nere e rosse di soldati che combattono. Su tutti domina imponente la figura di Komeini. La gente sale lentamente, alla spicciolata, i gradini, per recarsi a votare, quasi silenziosa, in una atmosfera di estrema tranquillitá. E la scena si ripete piú avanti, di fronte ad un altro edificio, forse una scuola, presso dei giardini pubblici, che conservano all´interno qualche resto di antiche vestigia.

Cosí passeggiamo lentamente per le strade del centro, accarezzando con lo sguardo le moschee ed i minareti, sfiorando antichi palazzi, finché penetriamo sotto le volte a sesto acuto del vecchio bazar,  che si affaccia sulla Piazza Reale, Maidan-i-Shah.

Il bazar oggi é quasi vuoto nella giornata festiva. Solo qualche artigiano é intento, con gesti antichi, a cesellare pazientemente un piatto d´argento sull´uscio della sua bottega, nella penombra dei grandi porticati, bui corridoi, impressionanti nella loro vuotezza. In fondo ad uno di questi sembra ci sia del movimento. Un capannello di gente che chiacchera. Mi avvicino ed avverto che é un seggio elettorale e ritorno sui miei passi, appena in tempo per non creare imbarazzo.

La piazza centrale é immensa, dominata da enormi fontane zampillanti, simili a piscine e da giardini verdissimi e freschi, ricchi di fiori colorati. Tutt´intorno si innalzano i maggiori edifici pubblici, che portano ancora le tracce di una immensa ricchezza e magnificenza passate, che dieci anni di abbandono sembrano aver invecchiato di secoli. I muri  scrostati e le maioliche, le soffittature dorate e le colonne lignee della grande terrazza che si affaccia sulla piazza si squamano atrocemente al passare del tempo e nel perdurare dell´incuria. E non é l´enorme ritratto di Komeini, che troneggia sulla balconata di questo Ali Qapur, da dove gli sciá assistevano alle feste sfarzose ed alle esecrabili esecuzioni, che puó ridare loro miracolosamente la vita.

Ovunque, Isfhan dá l´impressione di una cittá bellissima, una perla, che sta agonizzando, verde e vivace nei colori delle piante e dei fiori , fresca nelle acque azzurre che scorrono nei suoi canali, ma sorda al richiamo di vita che l´ha animata nel tempo.

Eppure qualcosa si muove. Accanto agli antichi palazzi, di fronte alla grande moschea, nei girdini che si vanno riempiendo oramai di gente, che spensierata si siede sui prati e conversa gioiosa, nella esuberanza dei ragazzi che  rincorrono un pallone sull´erba e nei gruppi di famglie che siedono allegramente in frotta, sotto le piante, gustando dolci e focacce,  si percepisce una voglia di cambiare, di tornare a vivere.

Non sono solo le timide impalcature che denunciano i primi lavori di ripristino di cupole e facciate che ci convincono di questo. E´ il desiderio della gente, che si traduce  nell´accoglienza che ci riserva, nei sorrisi e nei tentativi di parlarci, nella voglia di chiederci tante cose, di stare ad ascoltarci e raccontare e provare a stare con noi. É la gioia di capire che noi rappresentiamo i primi turisti dopo anni di solitudine e rinverdiamo i ricordi di una cittá che era viva nella sua fantastica bellezza e che   desidera rinascere in tutto il suo splendore, riaprendo alla vivacitá della gente i suoi bazar e le sue botteghe, riproponendo a tutti la ricchezza della sua arte e la varietá della sua cultura.

Lasciamo Isfhan a malincuore. Vorremo avere il tempo di conoscerla meglio, di conversare piú a lungo con la sua gente, di soffermarci fra i ragazzi che chiaccherano e si rincorrono felici sul ponte Khwaju, ma dobbiamo andare, perché la nostra meta é ancora lontana.

 

  

9. Dal deserto del Lut alla terra di nessuno

Un deserto bianco, punteggiato irregolarmente da ciuffi d´erba riarsa e tagliato dal solco scuro della strada, si inerpica faticoso sino al passo montano a sud di Isfhan, per poi riallargarsi in una piana assolata e brulla, in cui l´asfalto riluce ben levigato ed ampio.

All´orizzonte appaiono, improvvise, due sagome tozze e massicce, rinforzate  ai lati da torrioni possenti. La strada quasi vi si accosta. Sono due caravanserragli di diversa epoca, posti a fianco della pista millenaria percorsa dalle lunghe carovane che provenivano dall´insidioso deserto del Lut.

I distributori di carburante, sulla strada asfaltata ed agevole, su cui corrono veloci le auto, riconducono con difficoltá i nostri pensieri al mondo attuale, che vive pur tracce d´antico. Ci vengono incontro eteree moschee di stile persiano, decorate all´esterno di stupende maioliche e costruzioni a cupola, a volte singole, altre raggruppate insieme come abitazioni collettive o multiple nelle verdi oasi di palme, finché il deserto ghiaioso e d´argilla non lascia il posto alle gialle dune di sabbia infuocata. E le dune si susseguono dolcemente sinuose, nell´immagine del tipico allungarsi di onde che le accarezzano e sopra vi spunta, a tratti, qualche tenace ed ispido cespuglio semisommerso.

Intanto, il percorso insensibilmente si é snodato da Isfhan  per Sistan e Cuhpayeh sino a Nain. Quest´ultimo, centro di una certa importanza prima di Yazd, accorpa un insieme di basse casupole d´argilla, sbiadite e polverose, quasi a sottolineare al suo centro la stupenda antica moschea del venerdí, del XII secolo, incorniciata dallo stupendo mihrab, decorato finemente di maioliche.

L´oasi piú prossima é Aqda, colta nel suo torpore meridiano dopo una settantina di chilometri. A fianco, annidato ai piedi di monti che appaiono sfumati in lontananza, sotto un incombente dirupo, si distende pigra Meybad, da secoli abitata da famosi vasai. E poi Arkadan.

Yazd appare invece solo verso sera, come una cittadina linda, assai ampia e moderna. Pare impossibile racchiuda la sua storia piú antica in alcuni edifici in cui trabocca lo stile orientale, portato sin qui dai mongoli. Eppure lo si ammira nella Mastjid-i-Jami dall´altissimo portale, la cui struttura, originalissima, evidenzia magnifici mosaici in ceramica racchiusi all´interno del mihrab sotto gli esili, svettanti minareti. L´edificio del Mastjid-i-Uaqt-Saat, il Tempo e l´Ora, protegge ancor oggi un affascinante e raro orologio astronomico, da cui evidentemente gli deriva il nome. Un tempo esso era parte di un piú ampio complesso arricchito da una madrase, l´antica scuola coranica e e da una biblioteca la cui fama é giunta a noi attraverso il racconto dei secoli passati.

Ci accoglie qui l´hotel Inn in Tourist, senza pretese, ma pulito e con aria condizionata. Vi é stata un poco di perplessitá nell´accoglierici. Questa sera in albergo vi é una grande festa di matrimonio e una terrazza ampia, riparata dal sole e dal vento caldo é giá pronta ad accogliere gli invitati.

Il direttore é preoccupato: non ci puó preparare la cena. Sorridiamo e lo rassicuriamo. Nulla di irrimediabile! Spieghiamo che siamo attrezzati benissimo per affrontare queste evenienze. Anzi, lo invitiamo senzáltro a condividere il nostro cibo.

E´ un simpatico giovanotto, cosí entusiasta per la nostra avventura, che quasi dimentica tutti gli ospiti della cerimonia nuziale per stare con noi.

Il caldo é ad ogni modo intensissimo sino al calare dell´oscuritá. Ad ogni piano dell´albergo, un frigorifero incredibilmente zeppo di bottiglie d´acqua fresca é pronto per gli ospiti. Sulle tavole imbandite, troneggiano variopinti panieri di frutta e tantissimi dolci diversi, a noi gentilmente offerti sin dall´arrivo per scusare l´impossibilitá di una completa accoglienza.

Solo gli uomini siedono all´esterno, chiaccherando senza troppo entusiamo. Le donne invece, sono riunite in un´ampia sala interna da cui proviene un forte cicaleccio, inframezzato da uno scrosciare di battimani e canti.

Riusciamo con difficoltá a spiare un poco fra le tende. Esse non portano lo chador  mentre ballano felici tra di loro e danno un senso di festa e d´allegria intensa.

Anche a noi sono offerti té, dolci e frutta. Discutiamo a lungo con un iraniano, che ha molto viaggiato, sul Pakistan. Per noi é un´incognita ormai molto prossima. Qui nessuno ha una buona opinione dei pakistani, ma ci chiediamo se in effetti ne conoscano qualcuno. I pregiudizi sono molto comuni e le informazioni che si possono raccogliere sono molto scarse e soprattutto contraddittorie!

L´indomani si parte all´alba in direzione di Kerman. Viaggiamo ormai da tredici giorni e fino ad ora abbiamo percorso 5.585 chilometri.

Oggi, attraversiamo di nuovo una fascia di zona desertica con un´alta catena di montagne che si allungano sulla destra del percorso. Ci inoltriamo nella regione antichissima, dove ancora sopravvive il misterioso e atavico culto di Zoroastro. Dall´epoca dell´avvento di Komeini al potere, temiamo siano sopravvenuti dei cambiamenti anche per i seguaci del culto del fuoco.

Una volta i loro templi erano numerosi tra Yazd e Taft. Dedicati all´Essere Supremo, Ahura Mazda, che chiede per sé soprattutto il corretto comportamento dell´uomo, preferendo la rettitudine morale alla celebrazione dei riti, essi conservano, nella cella piú interna, l´urna di bronzo del fuoco sacro, che deve ardere ininterrotto notte e giorno. L´ingresso al sancta sanctorum é rigorosamente riserbato  ai sacerdoti del dio.

Tra i pochi riti connessi al culto, particolarmente suggestiva é la cerimonia dell´iniziazione ed il rito della morte, quando il corpo del defunto viene posto nella Torre del Silenzio, una torre costruita senza finestre, dove, nel giro di poche ore, la salma viene divorata dagli avvoltoi. Le ossa vengono poi gettate nella profonditá del pozzo della torre, affinché né l´acqua ne´ la terra, ne´ il fuoco, né l´aria siano contaminati dalla materia impura.

Dopo qualche chilometro percorso su una strada un poco stretta, ma dal fondo ben tenuto, si staglia all´orizzonte un primo caravanserraglio, poi un secondo ed un terzo. Sono molto piú bassi di quelli che ho incontrati un tempo in anatolia, nel breve deserto che si distende arido fra  Urgup e Pamukkale. Le costruzioni, massicce, da lontano assomigliano a dei fortini. Due di essi li scopriamo in precarie condizioni, quasi diroccati. Un altro, piú recente, sembra ancora in buono stato. 

All´ingresso, il grande portale, sormontato da decorazioni in tessere d´argilla cotta e qualche fregio blu e bianco in ceramica, ha i battenti in vecchio legno scrostato solo accostati. Entriamo.

La cornice rosso argilla dell´intera costruzione avvolge a corona una zona d´ombra e racchiude, in alto, un ottagono blu sfumato di cielo. Nel mezzo del cortile é collocato un basso e ingombrante parallelepipedo esagonale, che mostra sui lati, ritmicamente disposti, i tondi anelli di ferro cui annodare le cavezze dei cammelli. Tutt´intorno, addossata all´intero perimetro delle mura, sorge la costruzione a piú piani. Il contrasto tra l´intensa luce esterna e il tenue barlume di qui, d´un tratto impedisce di vedere. Gradualmente peró l´occhio si abitua alla penombra. Un corridoio buio, a galleria, piú interno e basso, adibito a stalla, mostra ancora evidenti tracce di paglia sparse sul pavimento di terra battuta. Vi si sprigiona un intenso ed aspro odore animale. Nella parete si aprono piccole stanze quasi buie, simili a nicchie.

Affacciate invece sul cortile e sollevate dal suolo, altre stanze di soggiorno, freschissime nell´ombra, hanno un piccolo vano annerito, ricavato nella parete di mattoni e predisposto per cuocere le povere vivande dei cammellieri ed un altro, poco discosto, serve a riporvi bagagli ed indumenti. Il soffitto, altissimo, termina acuto, a cupola; nel centro, un foro d´areazione lascia trasparire in un barlume la luce.

A fronte del grande portale, decorato anche nella sua parte interna con arte rustica,  si allarga un ambiente piú grande, adibito a luogo di incontro e preghiera, che mostra resti di decorazioni tenui in ceramica smaltata di rosso.

Dalla penombra d´una delle stanze presso l´ingresso esce un filo di fumo. Steso su un pagliericcio, un guardiano sonnecchia, dopo la veglia della notte.

Ci accoglie con stupore e ci invita subito ad entrare. Prepara il tè dell´accoglienza. Noi vogliamo invece salire, inerpicandoci su una scala strettissima, un pertugio quasi scavato nell´ampiezza del muro, fin sui bastioni. Sopra, il tetto é una grande terrazza ad anello, inondata dal sole, interrotta ad intervalli regolari dai coni di cupole interne e dai letti di  canapa e legno intrecciati, disposti lassú per godere piú appieno il fresco e l´incanto di limpide notti stellate.

Dalle mura si scorge un vastissimo e chiaro orizzonte desertico, ognidove. E noi possiam solo sognare la vita che intensa e vivace s´e´ svolta al serraglio in tempi remoti. Le grida, le urla e i rumori, i richiami e i profumi alla vista dei lenti cammelli che ondeggiano ancora lontani. E la sera i ricordi narrati durante gli incontri, che ancora quest´oggi permangono, esili tracce di un´ombra  passata.

E´ rimasto, per noi, solo  il senso di calma infinita e di pace nel tardo mattino e il silenzio irreale; solitudine ampia, che segue la partenza eccitata di mercanti e cammelli al lieve levarsi del roseo bagliore dell´alba.

Il complesso é bellissimo e potrebbe riviver nel tempo e ospitare i moderni viandanti, continuando per secoli ancora la sua originaria funzione.

Ritorniamo sereni e felici al nostro cammino, che tenta di ripercorrere in senso moderno quegli antichi itinerari che sentiamo ormai un poco anche nostri, sulla strada che qui si mantiene agevole e bella, di recente asfaltata. E´ incredibile come anche in questo aspro deserto ogni tanto si vedano sorgere improvvise delle misere case isolate. Non  riesco a capire come il duro deserto permetta la vita!

Siamo giá transitati attraverso uno stillicidio di piccoli centri: Quekmanshahum, Shemsh, Anar, Bayaz, Ahmadabad e Rafsanjan, un centro davvero importante ch´e´ prima di Kerman.

Sino a questa cittá sappiamo di percorrere la via su cui é transitato Marco Polo. Anch´egli ha lentamente percorso il nostro stesso cammino, provenendo come noi dalla turca Erzurum e da Tabriz, scoprendo secoli e secoli fa, ció che noi osserviamo oggi con lo stesso meravigliato stupore: l´incanto di questi paesaggi selvaggi e l´armonia fuori dal tempo della sua gente. Percepiamo con malinconia che presto le nostre comuni sensazioni saranno solo un ricordo, cancellate dall´inarrestabile piena del progresso d´occidente che tutto travolge e i cui segni giá si leggono troppo numerosi all´intorno.

La ferrovia, che fiancheggia tenace il percorso, é giá uno di questi. La lasciamo per soffermarci a Rafsanjan. Qui, per la prima volta, notiamo incuriositi la presenza di diversi profughi afgani. Portano una specie di lunga tunica ed un turbante in capo. Uno di essi, quasi sul ciglio della strada, sta scavando metodicamente un pozzo alla maniera tradizionale, immergendo ritmicamente la ghirba di cuoio a togliere il fango, aiutato dai due figli. Il pozzo pescherà in uno dei millenari canali sotterranei, tipici dell´antica Persia e poi da lí diffusi in altre regioni dell´Asia. E´un sistema che sfrutta ancor oggi un´opera umana incredibile, che ha piú di duemila anni! Ed i bassi crateri di terra, attorno ai pozzi scavati, segnano nella pianura senza fine delle lunghe linee rette, che tagliano i tratti sassosi del deserto.

Un poco oltre, la piana, fino ad ora arida e brulla, rinverdisce d´incanto, irrigata e coltivata. Sono estese piantagioni di frutta e  richiamano la nostra attenzione strani grappoli, dagli acini duri e allungati, dall´intenso profumo di spezia. Dromedari e scure tende di nomadi interrompono la monotonia della solitudine, tagliata a tratti da strisce di rena finissima sino a Baghin.

A Kerman si giunge lungo un´autostrada: é un bel viale che inizia solo alcuni chilometri prima della cittá.

Al primo impatto, questo insediamento sembra interamente costituito dai blocchi inconfondibili e anonimi di grandi edifici moderni. Al Kerman Inn, l´accoglienza non é delle migliori: molta burocrazia e niente gentilezza. E´un albergo di stato e lo si fa rimarcare nei modi tenuti dagli impiegati, non certo granché solerti e disponibili.

Nel pomeriggio caldo, usciamo quasi subito per visitare la vecchia cittá e d´un tratto, in centro, tra la gente indaffarata che ci osserva al solito stupita, un giovane insegnante con la moglie ci rivolge la parola tra la folla. Ha studiato tedesco da autodidatta ed é felicissimo di poter parlare con Maria. Si offre gentilmente di guidarci nella visita ai monumenti, interrompendo con estrema naturalezza i suoi impegni.

Con lui accediamo senza problemi addirittura all´interno della moschea del venerdí. Entriamo dal fianco aperto su una via, scendendo una lieve scalinata, che mucchi di terra quasi ostruiscono. Sulla sinistra v´e´ un alto portale d´ingresso, che da accesso al grande spazio interno. Altri edifici si affacciano sui fianchi; in essi hanno sede una biblioteca religiosa di testi in arabo ed una cappella, usata in caso di pioggia. Entrambe le costruzioni sono chiuse da un´ampia vetrata. Di fronte all´ingresso si apre, come una grande abside, il mirhab, decorato con maioliche finemente disegnate e colorate.

Al centro domina il grande spazio del cortile della preghiera. E´ un cortile semplice, selciato con lastre di arenaria grigia, su cui vengono di volta in volta distesi i tappeti durante le celebrazioni. Ora questi sono in un canto, enormi e arrotolati.

Da principio, la moglie della nostra improvvisata guida non vorrebbe seguirci. Non indossa infatti lo chador, ma un semplice foulard. Entrare cosí nella moschea le pare troppo sconveniente. Il marito la prende un poco in giro, incoraggiandola ed ella si decide infine ad accompagnarci, anche se con una certa titubanza.

Da qui, poi, ci tuffiamo nei vecchi vicoli del bazar. E´ il bazar di tutti i giorni e di merci utili alla vita quotidiana, perché qui non ci sono turisti, ma vi si trova ugualmente di tutto: tappeti, vestiti, spezie, ori e gioielli.

Ci intrufoliamo nell´antico Ham-am, ora trasformato in interessante museo. Habim, questo é il nome della nostra guida, ci illustra, con minuzia di particolari, tutte le fasi successive del rito del bagno. E´ una struttura veramente notevole, sia per l´architettura, che per la decorazione e la documentazione contenutavi. Habim ne é orgoglioso. Risale, come prima costruzione, addirittura a mille anni fa.

Ritorniamo a visitare un´altro angolo piú interno di bazar alla ricerca di spezie rare. Poi ci dissetiamo sicuri con l´acqua freschissima e profumata attinta da uno dei contenitori d´acciaio lucente che abbiamo visto spesso nelle vie delle varie cittá.

Alla cittá moderna, la moderna city finanziaria, giungiamo senza preavviso. E´ l´occasione per visitare una mostra antologica d´arte moderna d´un artista locale.

Troviamo lo stile un poco lugubre. I quadri, quando non sono immagini celbrative di guerra e sangue, sono raffinate “sure”, elaborazioni quasi miniate in oro di scritte coraniche su sfondo nero. Qualcosa di meglio sembrano sortire le sculture.

Sono ore ormai che camminiamo attraverso la cittá e stanchi, tentiamo di bloccare dei taxi per il ritorno. L´oscuritá é scesa quasi improvvisa ed il traffico intenso e rumoroso ci circonda in un caleidoscopio di luci e colori violenti, in un carosello impazzito di mezzi.

Ceniamo festosamente, tutti insieme, mentre siamo un poco preoccupati per i pericoli che nasconde la strada da percorrere attraverso il deserto, perche´ essa segue ad un tratto il confine afgano. Ma anche su questo vi sono, come al solito, pareri discordi!

Il trenta luglio é domenica, ma noi partiamo senza aver potuto far colazione. Anche questo ci conferma il pessimo livello del servizio dell´albergo. In compenso, ci consola l´ospitalitá di un giovane iraniano, che ricorda con entusiasmo  l´amichevole collaborazione durata ben quattordici anni con lavoratori italiani. Ci ha giá  aiutato ieri sera per il cambio dell´olio e qualche riparazione, mettendo a disposizione l´intera officina. Anch´egli ha cenato con noi, portandosi il figlio. E´ molto orgoglioso di stare in nostra compagnia e di poter parlare italiano. Alle prime luci del mattino giá ci attende con grandi pezzi di ghiaccio, perché, insiste, il caldo sará intenso. Il problema é  che non sappiamo neppure dove e come conservarlo!

Si riparte allegramente alla volta di Bam e Zahedan, l´ultima nostra tappa prevista in Iran.

Il primo incontro d´interesse sul nostro cammino é il villaggio di Maham, su cui domina la magnifica moschea dai quattro minareti ed una cupola, finemente decorata con maioliche variopinte. E giá dopo la stessa Maham, veniamo bloccati ad un posto di controllo della polizia. Intuiamo dal loro atteggiamento la vicinanza d´una zona calda di confine e questo ci é in continuazione rammentato dalla minacciosa presenza di torrette calcinate, rotonde e merlate come castelli medioevali. Tutt´attorno é teso il filo spinato. Sulla sommitá si intravedono soldati armati. Sono intercalate a dei veri e propri fortini in grigi blocchi di cemento, che costellano regolarmente la nera striscia d´asfalto della strada, tagliata di netto da una precisa linea bianca.

Il percorso corre ininterrotto lungo una pianura stepposa, fiancheggiata da catene allungate di monti non molto alti. Poi, d´improvviso si sale un massiccio montuoso e disabitato, finché la vallata si allarga vieppiú in un´ampia piana desertica, cui fa sentinella la lussureggiante oasi di Bam, che staglia i suoi nitidi contorni rossastri nel bagliore della sabbia infocata, qua e lá punteggiata da arbusti.

Bam é ancor oggi cittadina fiorente, ombreggiata da ricche palme da dattero che crescono alte in recinti scrostati di terra e d´argilla. Nel XVIII secolo, l´antico avamposto medioevale nel deserto fu abbandonato e dell´antica presenza rimane soltanto la rocca, protetta da doppia e possente cinta di mura. E´ una vera cittadella fortificata, che svolse una importantissima e preziosa funzione di protezione dalle selvagge incursioni dal vasto deserto del Lut che si estende a nord-est. L´antico bastione mostra la tipica e semplice architettura del deserto, dominata da un vero castello, dalle cui feritoie si domina l´intera oasi sino al piú lontano orizzonte.

Al di lá  dell´insediamento, sul percorso, solo qualche cammello e dromedario rompe la noia del succedersi di dune sabbiose spazzate da un caldo vento, tra i miseri avamposti militari di Shurgaz e Cahurac. Sinché, dalla moschea di Fahrady, si distingue, stupenda, altera ed antica una torre. E´ forse l´ultima torre di guardia rimasta su uno dei millenari percorsi chiamati della via della seta.

Oggi, recentissime torri, costruite a causa della guerra, a controllo  dei ribelli sulla via dall´Afganistan, sostituiscono le antiche distrutte.

Il vento a tratti é cosí  forte che costringe a chiudere i finestrini delle auto. Il calore annebbia anche il cielo, rendendolo cupo, grigiastro e quasi faticano a penetrare quest´ombra anche i raggi del sole. E´ l´ultima propaggine del deserto del Lut, che lambisce le montagne del sud, verso Zahedan.

D´improvviso la strada risale, accostandosi alla linea del confine afgano. S´inserisce tra le gole montane, rendendo suggestivo il paesaggio fra le rupi a strapiombo. Qui in alto, l´aria, piú  limpida e pura, si rinfresca un poco, mentre la lingua scura d´asfalto s´infila in una serie di corte gallerie tagliate precise nella roccia.

Zahedan ci appare, nel sole del meriggio, una cittadina insignificante, un ammasso  di recente costruzione, i cui edifici portano giá i segni di una rapida decadenza. E´ un crogiuolo di razze: turchi, mongoli, irani, beluci, afgani...., crocevia della droga. Qui si gira armati ed attenti a chi si avvicina.

Siamo alloggiati al Tourist Inn, l´albergo migliore della cittá, che ci fa rimpiangere la pulizia e il conforto delle nostre tende. Le camere sono calde e umide, perché per rinfrescarle si bagna abbondantemente la moquette dei pavimenti. Dappertutto si respira un dolciastro odore di muffa, che corrode e scrosta anche i muri. L´aria condizionata solo a tratti funziona e momenti di respiro s´alternano  ad altri di afa soffocata.

Al buio, usciamo a sedere sui gradini del cortile d´ingresso per goderci il fresco della notte. C´e´ gente al di lá della strada, ma il consiglio é di non girar soli. La strada é completamente oscura. Finalmente due vivaci ragazzi ci accompagnano. Un gruppetto di persone chiacchiera in crocchio, mentre si vendono bibite ghiacciate in bottiglie di coca-cola, sigarette ed altra merce a noi sconosciuta. La bibita ha un gusto particolare, strano, ma disseta.

Il mattino é piacevolmente fresco quando si riparte. Ho inutilmente insistito perché  il direttore dell´albergo mi vendesse due tappeti con magnifici pavoni d´una vetrinetta all´ingresso. Per la veritá, non é chiaro se si possano portare fuori dal paese, ma sono troppo belli. Al mercato posso trovarne quanti ne voglio, suggerisce.

Non possiamo aspettare.  Abbiamo ancora una ottantina di chilometri da percorrere lungo la frontiera in una zona desertica. Poi ci attende la frontiera di Mirjaveh.

La strada é fiancheggiata dalla ferrovia che percorre incredibilmente il tratto da Kerman a Quetta. La seguiremo sino a quella cittá?

Oggi finisce anche il mese di luglio ed é il sedicesimo giorno di viaggio.  Ci attendiamo di passare l´intera giornata bloccati dalle pratiche di frontiera, anche se non dovrebbe esserci molta gente di passaggio.

Per la veritá, di notizie ne abbiamo ben poche o nessuna. Dopo un posto di blocco militare ( l´ultimo?), inizia la terra di nessuno fra la cittá e la frontiera stessa. Il traffico, su questo tratto, é piú intenso. Sono soprattutto furgoni Toyota scoperti, pick-up, con parecchi passeggeri sballottati violentemente sul cassone. Ogni tanto qualcuno mi guarda sospettoso. Indosso una camicia militare e qui fa sempre un certo effetto e fa sorgere qualche dubbio in chi ci incontra.

I posti di blocco da superare sono numerosi. Anche questo tratto difficile, smentendo tante voci timorose, é ben controllato dai pasdaran. Noi presentiamo sempre l´ormai consunta lettera del consolato di Milano. La lettura é sempre una finzione.

Siamo a Marjaveh, il villaggio di frontiera, alle 8,30: sosta al distributore per il pieno, ma non c´e´ benzina. Occorre aspettare fino alle 9,  ci dicono!

Un pasdaran armato protegge il distributore. Facciamo amicizia. Disprezza i beluci, che ritiene dei folli. Per questo si sente solidale con noi. Possiamo esaminare addirittura il suo M.G. che ci consegna senza timore, mentre ci offre dei grossi cocomeri per dissetarci ed ingannare l´attesa. La sua speranza é di emigrare negli U.S.A. Siamo impazienti. Vorremmo telefonare, ma tutto é inutile. In compenso, al forno, ci riservano un pane favoloso, che assomiglia a una pizza fragrante.

Alle 11,30 finalmente arriva il carburante e si riparte. Raccogliamo su un furgone anche un saldato. Ci fará da garanzia per questo breve tratto. Abbiamo ancora del denaro. Non possiamo esportarlo e allora lo abbandoniamo lungo la strada. Qualcuno sará fortunato quest´oggi. Forse un profugo afgano.

Dopo un´ultima torretta di guardia, la strada affianca il doppio filo spinato che corre lungo il confine. Attraverso grandi buchi nelle maglie, che costituiscono degli agevoli varchi, passano decine e decine di persone che si affrettano con fagotti vari sulla schiena e sul capo. E´ questa la frontiera indisturbata dei disperati: clandestini afgani e pakistani. Hanno una specie di permesso provvisorio di recarsi al villaggio, in attesa del visto, che senza documenti non verrá mai. Forse é il sistema piú semplice per arginare la loro disperazione, finché un giorno non torneranno piú indietro.

Piú oltre, c´e´ lo scheletro di un nuovissimo edificio di dogana in costruzione.

Entriamo invece nel cortile retrostante i vecchi uffici doganali poco discosto. I muri sono decorati con datate scritte antiamericane e sovietiche ed incitamenti alla diffusione dell´Islam. Siamo su un ampio piazzale polveroso, in terra battuta, quasi completamente deserto.

Le pratiche qui sono svolte senza alcuna pignoleria dai funzionari iraniani, che praticamente non controllano nulla. Velocemente otteniamo tutti i timbri di rito.

Passiamo allora attraverso i cancelli che immettono nella zona doganale pakistana, per ritrovarci di colpo, direttamente in un altro mondo.

La frontiera di Taftan, un tempo caravanserraglio su una delle vie della seta, si é fermata nel tempo!

Al di lá della barriera di transito, l´asfalto scompare dalla carreggiata. In un piazzale dissestato si alternano bancarelle con bibite e i cibi piú strani. Lo spettacolo é insieme incredibile ed affascinante. Gente di varie razze, soprattutto afgani e beluci, ma anche vari indú e un giapponese, indiani ed altri individui di cui non é chiara la provenienza, sono riuniti in una sola stanza, adibita ad ufficio unico, attorno ad un vecchio tavolo di legno. E´ un contrasto stupefacente di colori, volti, lingue, costumi ed espressioni veramente pittoresco.  Ci par di capire che sono i passeggeri del treno che transita fra Pakistan ed Iran. Attendono il timbro sui visti. Un solo impiegato, paziente e tenace, trascrive con precisa grafia araba tutti i dati di ognuno, detergendosi a tratti il sudore.

Riusciamo ad intrufolarci in tre nella calca. Abbiamo giá con noi una lista coi nostri dati e ci fanno passare avanti, ma all´interno la confusione cresce in maniera incredibile. La maggior parte dei viaggiatori viene messa fuori ad aspettare, tra grandi proteste. Chissá da quanto tempo attende questa gente!

All´esterno, al riparo di una tettoia, si puó acquistare una coca-cola! Sembra una ben magra rivalsa della povertá pakistana di fronte all´intolleranza iraniana.

In mezzo ad una confusione indescrivibile, cerchiamo inutilmente dove far verificare i carnet delle auto. Alle spalle del primo ufficio c´e´ un vero e proprio accampamento di tende e baracche di latta, profughi e nomadi con capre, asini, camion dai colori e disegni incredibili e gente che svolge lavori o che vende, fra il fumo ed i letti di legno sistemati all´aperto. Tra le tende e le basse, fatiscenti casupole, si legge anche l´insegna malandata di una improbabile banca.

 

 

 

10. Belucistan: il deserto dei predoni

Finalmente, una guardia gentile, la prima che incontriamo, si prende cura di noi, che non riusciamo a capire quale sia la giusta direzione da prendere in questa specie di arca di Noe´ . Ci conduce, poco distante, ad un grande edificio militare, protetto all´esterno da mura. V´é un ampio salone deserto. Dal soffitto pendono grandi ventilatori di tipo coloniale. Non vogliono saperne di funzionare, nonostante i disperati tentativi di un soldato belucio dal cranio rasato e la pelle bruciata dal sole. Lungo la parete opposta all´ingresso sono allineate delle scrivanie.

Ci sediamo sulle panche sistemate tutt´attorno, guardati a vista da un belucio armato e sorridente, in una pesante divisa grigio-azzurra. Ha un vecchissimo fucile, forse un residuato inglese. Sopraggiunge un graduato, dalla notevole mole. I suoi capelli ed i baffi sono rossi d´henné. Sorride inorgoglito, ma dobbiamo attendere ancora.

Restiamo cosí, a lungo in attesa dell´ufficiale incaricato e cerchiamo di ingannare il tempo leggendo e sonnecchiando per scacciare il caldo, la noia e le mosche voraci.

Alle diciassette, con fare imperturbabile, appare un colonnello, tirato a pomice, in una divisa impeccabile e con dei baffetti sottili, attentamente curati. Sorride affabile e, senza fretta, inizia una piacevole conversazione con noi.

Domanda, con noncuranza, se siamo intenzionati a partire o desideriamo trascorrere la notte nel recinto dell´edificio. Considerata l´ora e l´esplicito consiglio, sottinteso alle sue parole, decidiamo di rimanere.

Frattanto, con calma estrema, si procede alle operazioni burocratiche da parte di due subordinati, deferentissimi, mentre la conversazione continua e si serve il té bollente.

Verso sera possiamo accamparci di fianco all´edificio della dogana, che é una delle varie costruzioni militari, poste all´interno delle mura di protezione. I sevizi igienici sono praticamente come inesistenti e peschiamo l´acqua per lavarci alla meglio da un pozzo, a cui accedono anche alcuni passeggeri con un asinello che porta come soma una botte da riempire.

La notte trascorre protetta dalla rumorosa presenza della sentinella belucia, che si sente andare  su e giú pesantemente e conversare allegramente con vari personaggi che transitano stranamente nel buio della notte. C´é peró la luna, luminosa e grande nel cielo stellato. Arrivano anche dei pick-up, che puntano minacciosi i fari su di noi, mentre al di lá del muro transitano, lente nelle tenebre, carovane di cammelli silenziose, illuminate di tanto in tanto da lanterne e camion rombanti. L´atmosfera é di incertezza, mentre le immagini e le fantasie che sprigionano sono suggestive.

D´un tratto si alzano grida d´aiuto. E´ Mario che urla, assalito! Il parapiglia che ne segue ed il brusco risveglio verifica che i predoni, per ora, son soltanto un terribile incubo vissuto nel sogno.

Alle tre del mattino, é la guardia armata che insiste a svegliarci e finisce per rompere l´unico filo di sonno agitato finora a fatica tessuto.

In realtá, dovremmo partire alle quattro , ma il cambio sbagliato dell´ora fa sí che sia ancor buio pesto e nel cielo nerissimo brillino vivide ed alte le stelle.  Ormai non ci resta che togliere il campo ed attendere l´alba che spunti. Osserviamo, giá stanchi, quel cielo infinito ed il lento chiarore che spegne le luci ed annuncia l´aurora.  Finalmente alle sei siam decisi a partire.

Non é semplice qui ritrovare la via giusta. Dopo l´Iran, infatti, é scomparsa ogni traccia d´asfalto e al di fuori dell´accampamento arruffato e confuso che costituisce la frontiera, non é facile orientarsi nella fioca luce del giorno nascente. In assenza di una via unica e di segnalazioni di direzione, ognuno deve aver preso una propria strada, creando un intrico di solchi diseguali, segnati dalle tracce dei pneumatici.

Un poco oltre la situazione si sbroglia e migliora, nel senso che rimane da seguire quasi soltanto una pista di terra battuta. Anche  questa é estremamente disagevole ed il fondo profondamente rovinato dal continuo passaggio dei camion. L´hanno trasformato in “toles ondulées”  come i tracciati dei deserti africani, tanto da costringere, quando capita, a indovinare un passaggio meno “mosso” in fianco alla pista stessa, con risultati non sempre positivi. La guida diventa particolarmente impegnativa e faticosa ed i mezzi, sballottati qua e lá, risentono paticolarmente dei colpi che i continui saliscendi non permettono sempre di evitare. Un fortino che incontriamo sul percorso é l´unico segno che ci dá una  conferma della via da seguire.

Naturalmente, anche la velocitá, in queste condizioni,  si riduce alquanto ed una nuvola di polvere avvolge densa il passaggio degli automezzi, costringendo a disseminarci per  evitare ai polmoni quella scia sgradevole di pulviscolo. Il suolo é di terra compatta e ghiaia.

D´un un tratto peró compare traccia dei lavori di costruzione della strada. Lungo la sua linea appena incisa sono disseminati regolarmente, per chilometri e chilometri, piccoli mucchi di ghiaia  e pietrisco, che costringono ad inventare un percorso completamente alternativo, impedendo il passaggio.

Son piú di cento i chilometri cosí  percorsi zizagando, sbalzati in ognidove,ed ecco ci troviamo fra dune di sabbia dorata. Il sole é giá alto ed occorre perizia per non finire bloccati. Ed infatti, proprio accanto ad un gruppo di camion ed ad un enorme caterpillar che spiana per chilometri la pista, Bruno, che ci precede d´un attimo, finisce con le ruote su una duna insidiosa. Vi sprofonda.

Un camion, accorso in aiuto, non ha miglior sorte, anzi, il suo peso l´affonda ancor piú.

Ed allora il deserto si anima. E´ una gara a chi corre in aiuto. Sopraggiunge persino un bisonte tedesco e scopriamo un ragazzo che appena ventenne, da solo, trasporta le merci sin qui dalla Germania. L´altrieri é rimasto bloccato cosí e per dodici ore cocenti!

Frattanto, é il caterpillar che lento interviene e provvidenzialmente ci toglie dai guai, sia il camion che noi. Ringraziamo. Un saluto e partiamo di nuovo prudenti, cercando  il percorso piú solido. E questo costringe ogni tanto a tornare sui passi giá fatti. Anche spesso!

Si continua cosí, sperando di ritrovare al piú presto una striscia d´asfalto. Nel deserto, in un caldo secco tremendo, non si trovano segni di vita per miglia e miglia. Solo una miserrima caserma fa capolino, bianca, nel mezzo di tanta desolazione. Ogni tanto un Toyota ci supera rapido, viaggiando nel sole .

Finalmente, dopo piú di centocinquanta chilometri di pista sterrata, alla ricerca di un passaggio possibile, raggiungiamo un villaggio che non trova il suo nome neppure segnato su mappa. Un pugno di case cadenti d´argilla, attorno a quella che sembra una locanda. Davanti al rudimentale porticato, che si apre su un piazzale polveroso, delle persone mangiano, sedute per terra, prendendo con le dita un riso giallo frammisto a carne secca e scura. Altri , piú in lá, bevono té. Vestono miseramente alla meglio e ci guardano con occhi acquosi, infossati nei magri volti scuri, bruciati dal sole e solcati da rughe prodonde.

Chiediamo una coca, ma non possediamo rupie pakistane, non avendo ancora avuto la possibilitá di operare il cambio. La cifra richiestaci in dollari é altissima, irreale. Ci rendiamo conto che il valore di un dollaro é sconosciuto. Non servono neppure i pochi spiccioli iraniani rimasti.

Dal villaggio, ricompare quel nastro d´asfalto che abbiamo tanto atteso. Purtroppo! La strada, peraltro strettissima e simile a un viottolo di campagna, infatti, é costellata di enormi buche, che, improvvise,  costringono a brusche frenate, rischiando di coglierle in pieno sui tratti dal fondo insidioso. E´una gara di nervi e un battere sordo di colpi.

Il deserto all´intorno, si é fatto di dune di sabbia finissima, che assume alle volte un colore nerastro che sfuma stupendo e si perde lontano, nell´orizzonte infuocato. I chilometri oggi non finiscono mai. Forse é il modo che ho scelto per far che m´aiuti a ingannare l´attesa. Si seguono attenti le pietre miliari che segnano, alterne, chilometri e miglia, rimaste con scritte: una traccia in rosso od azzurro su cippi ora bianchi, sbiaditi, calcinati nel sole.  A tratti si incontrano gruppi isolati di quieti cammelli. E´ un segno sicuro che segna villaggi vicini o semplici case di terra, ch´é raro riuscire a vedere.

Giungiamo, nel pieno meriggio infuocato, a Dalbandin, un nome nero segnato sulla carta, cui corrispondono poche case di disperati, disposte affacciate sulla strada, precedute da una linda scuola dipinta di bianco e azzurro tra qualche palma avara. Non ci rassicura l´idea di dormire all´aperto senza conoscere la zona e chiediamo al posto di polizia dove trovare un alloggio sicuro.

Dietro la caserma, tenuta con cura, c´é la Guest House. Si attraversa lo stesso viale della stazione di polizia per arrivarci. Sembra deserta e coperta in ognidove da un sottilissimo strato di sabbia portata dal vento. Chiediamo inutilmente delle camere. Dopo lunghe discussioni, ci viene affittata una camera per tutti e dieci. Perlomeno possiamo metterci un poco all´ombra. Ma manca l´acqua, che viene pescata con estrema parsimonia da un pozzo. Un secchio deve bastare per tutti. Fortunatamente i militari, a malincuore, ci consentono di attingere al loro pozzo.

La rena finissima é portata ovunque dal vento caldo e penetra in bocca e sotto i vestiti.Il calore é tremendo e ci sdraiamo fin sul pavimento per riposare, rubando alla terra l´illusione di un poco di fresco. Inutilmente!

Esco con Lele a fare quattro passi nel villaggio. Non c´e´molto da osservare, se non una grande miseria. La povertá estrema, come una patina naturale che riveste oggetti e persone, finora é la caratteritica che piú colpisce. Ora capisco perché tanti pakistani cercano di emigrare in Iran, nonostante i problemi attuali. Come sará possibile porre limite a questa miseria cosí radicata?

La notte é stellata, bellissima, in un cielo d´inchiostro che pare piú immenso e profondo. Il vento al crepuscolo  é calato d´un tratto, consentendo il riposo notturno all´aperto. Da sopra i pullmini, godiamo all´oscuro il piacere del fresco, ascoltando le voci che popolano il buio, annusando i diversi profumi.

Al mattino siamo pronti a ripartire con nuovo entusiasmo. Prendiamo l´unica strada possibile che porta a Quetta, continuando la nostra lotta quotidiana su un percorso accidentato per un lungo tratto.

L´asfalto infine migliora, mentre si supera una zona desertica, divisa tra le colline rocciose e brulle e lunghe lingue di sabbia, le cui dune arrivano, spinte da vento, fin sopra la strada, invadendola. Squadre di uomini sono intente a liberare il percorso dalla rena finissima. Sullo sfondo permane una sequenza di profili montani, sfumati nella calura che si fa sempre piú intensa.

Ci avviciniamo decisamente alle montagne ed il deserto di sabbia si trasforma sempre piú in un pietrisco grigiastro. A lato del percorso si incomincia ad intavvedere una striscia di verde. Un lago ora asciutto, a sinistra, allunga il suo alveo vuoto e melmoso; sulle rive d´intorno c´e´ un rigoglio di folti ciuffi d´erba. Lo spettacolo, nei suoi vivaci, contrastanti colori, immerso in una stupenda varietá di sfumature di verde é meraviglioso a vedersi dopo giorni di deserto. Dá perfino una sensazione di fresco. Si avverte il primo segno che il deserto sta finendo.

Infatti, dopo pochi chilometri ci circondano i campi coltivati con rado granoturco di un verde smeraldo. L´acqua scorre abbondante in rozzi canali che passano appena sotto il manto d´asfalto e, purtroppo, ogni tanto anch´esso viene trascinato via dal torrente e si entra coi mezzi in enormi pozze fangose di cui non si riesce a misurare la profonditá se non quando si é dentro. Non riusciamo a capire come riescano le corriere, strapiene dentro e fuori di gente e animali, a superarle inedenni. Numerosi operai, a tratti, sono intenti a risistemare la strada. Alcuni, da veri fachiri, sistemano attenti, col semplice uso dei piedi, l´asfalto ancora fumante!

Per Quetta si superano passi montani diversi, in un paesaggio vario ed interessante di verde e di rupi, in cui si coglie soprattutto la stratificazione delle rocce basaltiche. Il piú  alto é  il Lake Pass, posto quasi all´incontro con la strada proveniente da Karaci.

Quetta si annuncia ben diechi chilometri prima con un ampio viale alberato e fresco, campi coltivati d´un verde intenso e un formicolio frenetico di uomini e mezzi di ogni tipo: dai cammelli enormi e maestosi, che incedono trascinando un carro dalle grandi ruote, ai piccoli asinelli, cosí  comuni qui, stracarichi di pesi o usati per il traino. C´e´ qualche macchina frammista alle stravaganti corriere, ai camion, ai taxi. Questi ultimi sono semplici furgoncini, quasi piccoli risció che ospitano due o tre persone e svicolano ad una folle andatura tra  il caotico traffico cittadino.

La cittá é vasta e spaziosa, con grandi boulevards e la caratterizzazione di una metropoli che porta ancora evidenti i segni della colonizzazione inglese in diversi suoi aspetti, riconoscibili nelle divise degli ufficiali, dal taglio preciso, linde e impeccabili ed il fazzoletto del reggimento al collo ed i sottili baffetti, come nelle caserme, nelle banche ed gli hotel preceduti dal green, rasato e smagliante, che profuma di fresco.

L´hotel Lourdes, dove ci fermiamo per la notte, ha un nome che suona stonato in terre che percepiamo tanto lontane e diverse. É una bassa costruzione coloniale, che mantiene, nella ormai vetusta struttura, i caratteri della lontana origine inglese.

In questi giorni di stress e fatica si sono allentati i rapporti nel gruppo. Interessi, sentimenti, paure ed idee si infrangono a tratti, incompresi. I nervi son affioran per tutti. Nel continuare a capirci sono le difficoltá maggiori del nostro viaggio. E il chiudersi in sé stessi e nel proprio egoismo di alcuni, é un pericolo forte per noi.

 

11. Nell´inferno del Sind

Considerando troppo pericolose le incognite della strada dissestata che transita completamente tra i monti e che passa per Lorelelai, si é deciso, anche se a malincuore, di dirigere il nostro itinerario a sud , scendendo verso Sukkur. Sono circa quattrocento chilometri in piú aggiunti al nostro primitivo percorso, ma la strada dá certamente maggior affidamento per i nostri mezzi e questo é importante per noi.

Transitiamo, alla ricerca della giusta direzione, di fronte ad una graziosa moschea bianca,  dai contorni delicati e sottili.

Gli edifici religiosi dell´islam sono qui piú piccoli e decorati alla sommitá, con una facciata molto piú grande del corpo centrale, quasi un intero frontone decorato con pinnacoli vari e traforato. Questa raffinatezza di stile decorativo, pur semplice, la si incontra anche nei piccoli villaggi, dove la moschea, intonacata di bianco é collocata presso la stazione ferroviaria.

Lasciamo finalmente Quetta, dopo un breve zizagare mattutino nel traffico caotico e variopinto della cittá. Molti nomadi sono accampati lungo il percorso, subito oltre l´abitato; forse profughi afgani.

Si sale attraverso una gola stretta e rocciosa, in un passaggio rupestre, qua e lá segnato da frane. Vi scorre il fiume Balan, affluente dell´Indo. Un gregge attraversa tranquillo la strada. La gente  é paziente ed aspetta mansueta.

Piú avanti, anche un ponte é in parte crollato. Si attende che una ruspa tracci un guado possibile attraverso il letto del fiume. Anche noi impariamo che la fretta non esiste e ci mescoliamo alla gente. Una frotta di bambini ci assale curiosa. Gli uomini sono orgogliosi di posare di fronte all´obiettivo, e sistemano i baffi ed il turbante, mentre le donne, dagli ampi vestiti variopinti, si nascondono il volto, sorridono, mostrando dei denti bianchissimi.

L´itinerario, per ora, si snoda ancora attraverso le gole montane solcate da un limpidissimo fiume, poi scende in un´ampia pianura.

Si fa sosta a Sibi, un villaggio immerso nel verde all´ingresso del Sind, la regione che attornia Sukkur e discende poi sino a Karaci. Il caldo é umido e torrido. Si suda in abbondanza. L´abitato é una serie incredibile di negozietti colorati in cui si ammucchia ogni genere di prodotti, mentre la gente cerca di farsi strada in un traffico intenso di persone e carri ed una calca di bancarelle di frutta e sementi tra tricicli, carretti, biciclette e moto rombanti.

Ci inoltriamo oramai nel Sind e il paesaggio cambia rapidamente. Il verde si fa sempre piú intenso e l´esplosione della natura diviene tropicale. Ricchissimo d´acqua, questo territorio é un intrico di fiumi, canali, stagni e paludi. Dá la vita a milioni di persone in un formicolio disordinato, costituito dall´insieme di tante attivitá artigianali e domestiche, che vengono svolte invariabilmente a terra, tra un fango nerastro frammisto a rifiuti ed escrementi di animali e uomini.

Tutti qui cercano e traggono la vita dall´acqua, col riso, i datteri, l´argilla, la legna. Bufali e bambini si bagnano insieme nel canale.

La stessa acqua peró, fonte di vita, é anche simbolo di morte nelle inondazioni recenti, nel turbinio dei monsoni, di cui si trovano fresche tracce nei villaggi devastati come sulle strade distrutte  e provvisoriamente, quanto precariamente risistemate. Nelle risaie pescano, volteggiando leggeri, gruppi di aironi bianchi e sul ciglio ghiaioso numerosissimi corvi neri dal collare grigio, su qualche carcassa d´animale abbandonata, banchettano con gli avvoltoi.

Sprofondiamo nella miseria assurda dei villaggi, legati da lunghi viali alberati che mitigano nell´immagine il colore della disperazione umana e l´afa, verso Sukkur. Essa non differisce dai villaggi, se non in ampiezza e per le tracce remote della ricchezza di decorazioni e architettura delle abitazioni e nel mercato, che riempie quasi tutte le vie. Anche qui, in una atmosfera pesante di fumo, convivono in promiscuitá uomini e animali, in una babele di merci, odori, colori e profumi, in un vociare intenso e armonioso, in un sudiciume incredibile che intacca ogni cosa e la riveste  con la sua patina inconfondibile di miseria. Nel cielo si stagliano, tra tanta povertá, moschee bianche ed azzurre, dai ricami sottili e dai pinnacoli leggeri. Nelle vie, al nostro passaggio, nel colore dorato del tramonto, le mucche sacre circolano indisturbate, mentre bufali neri ed enormi, in stalle improvvisate che danno sui vicoli, muggiscono regolari in un fetore acido di letame e donne velate di nero fuggon veloci da noi. Venditori insistenti e vanitosi di fronte all´obiettivo.... e musica assordante.

L´albergo che ci accoglie é l´Inter Park Inn. Sembra aver vissuto certo tempi migliori! Ma tant´e´ ! Non c´e´ di meglio. Del resto, in quest´afa  umida e soffocante, con zanzare enormi e voraci, non sapremmo proprio dove collocare le nostre tende.

A sera l´afa attanaglia alla gola, quasi materializzandosi in perle dense di sudore appiccicoso. La gente usa un henné rosso chiaro per tingersi o sfumarsi capelli e baffi. Si cerca il gelo malvagio dell´aria condizionata. Guardie armate, nel buio tagliato dalla luce violenta dei fari, controllano il passaggio sull´enorme diga che chiude il fiume irruento e che non si puó fotografare.

Al mattino, attraversiamo l´Indo presso Sukkur, sul ponte di chiuse, lunghissimo, che abbiamo intravisto la sera. Il fiume é enorme ed attorno vi cresce la vita. Sull´argine, grandi quantitá di datteri sono distese ad asciugare e poi, mucchi e mucchi enormi di cipolle attendono un compratore lungo la strada; accanto, ci osservano giovani donne dagli abiti variopinti e bellissimi. Si viaggia su una strada asfaltata finalmente, abbastanza ampia e ben tenuta rispetto alle strade fino ad ora percorse, immersi nel verde degli alberi che quasi formano una verde galleria sul nostro passaggio. L´acqua, l´elemento di cui c´e´ piú abbondanza, é quello di cui si deve diffidare maggiormente e che spesso impedisce il percorso.

Nei villaggi, accanto a piccole moschee bianche antiche, si scoprono nuove moschee con l´alto minareto. Alcune case hanno una architettura particolare, con archi, balconi e ricami in legno e pareti che paiono traforate per permettere la circolazione dell´aria.

Teniamo la strada piú ad est rispetto all´Indo, per timore delle inondazioni, le cui tracce si colgono spesso anche su questo transito fino alla deviazione per Ahmadpu-est e Bahawalpur. Qui si abbandonano la zona paludosa ed i canali, per avvicinarsi maggiormente al deserto del Thar, che peró resta ancora lontano e nascosto.

Sul percorso si  incontrano, in numero maggiore, donne senza velo e ragazze dalla lunga treccia nera e lucente che accarezza loro la spalla. Da chilometri ormai ci accompagnano ricche coltivazioni di mais, sorgo e cotone, oltre al grano. Numerosissime sono anche le fornaci per per la produzione di mattoni d´argilla.

Lontano dalle zone paludose, la miseria tremenda e l´abbandono sembrano stemperarsi ed anche la vita delle persone ci pare vissuta con maggiore dignitá. Fa caldo, ma é un caldo piú secco e soffia anche una lieve brezza, che dura finché si riincontrano delle estese risaie.

A novanta chilometri da Multan s´incrocia la strada nazionale del Punjab. Dal grande ponte posto sul fiume Satlaj ci si inoltra in una zona molto verde e ben coltivata. La strada é agevole e corre tra filari di grandi alberi verdi di mango, sino a Multan, segnalata in anticipo dal solito caos cittadino.

A sera, in albergo, ci coglie il monsone. D´un tratto s´é alzato fortissimo il vento. Inizia a cadere una pioggia violenta con gocce pesanti ed intense in un turbine da vero uragano.

Ci lascia sgomenti al mattino la vista di alberi enormi, veri giganti, sradicati, capanne distrutte e campi allagati in mezzo ad ampie coltivazioni di manghi.

 

 

12. Tracce dell´India nell´antico splendore di Lahore

. La strada, in direzione di Lahore, piacevolmente alberata, é contornata da belle coltivazioni. Appena un pó fuori cittá, si sfiora una grandissima fabbrica chimica, i cui fumi anneriscono completamente il cielo. É in questi paesi lontani che ormai si nascondono alla vista i veleni prodotti dalla nostra civiltá.

Per fortuna il percorso si snoda sempre tra un piacevole camminamento verde, che ci protegge dai raggi violenti del sole.

Il territorio nel Punjab é pianeggiante e attraversato da numerosi canali. Abbiamo sempre piú la conferma, osservando anche il paesaggio circostante, che in questi giorni i forti monsoni hanno causato serie inondazioni nella vallata a sud dell´Indo ed anche qui continuiamo a costatare la presenza di alberi divelti e coltivazioni interamente distrutte. Le inondazioni devono essere frequenti, poiché la strada spesso viaggia rialzata, su una stretta striscia di terra, una specie di istmo tra due stagni d´acqua e di fango in cui si muovono uomini e animali.

La piana comunque pare essere molto fertile ed a tratti, dove non é giunta la furia delle precipitazioni, é anche molto ben coltivata con grandi estensioni di cotone.

Oggi deve essere un giorno di festa, perché  si incrociano pochi camion. In compenso transitano molti autobus, caratteristicamente dipinti e decorati con centinaia di specchietti, luci e lustrini, e al solito stracarichi di gente. E la gente stessa invade con ogni mezzo i luoghi di transito nei villaggi e nelle piccole cittá: gente che non lavora, festante, curiosa ed attenta. A volte insiste un po´ troppo anche solo per voler stringere la mano. Siamo costretti cosí a  salutare centinaia di persone; visi sconosciuti e sorridenti che ci offrono  il té.

A Lahore é pomeriggio inoltrato. Fortunatamente, l´ultima parte del percorso si snoda su quella che qui viene pretenziosamente definita autostrada. Non é, in veritá, che una strada, finalmente normale, divisa da una semplice linea tratteggiata .

Non che questo comunque preoccupi gli automobilisti. Fanno esattamente come se non ci fosse! Gli automezzi la ignorano gioiosamente e volentieri vi transitano sopra innocentemente. Capiamo allora perché  l´unica soluzione escogitata qui per dividere il traffico nei due sensi é stata di mettere degli spartitraffici in cemento nei viali cittadini.

Lahore é la cittá perla del Pakistan per i suoi monumenti e per la sua storia. Oggi é anche una grande metropoli con piú di tre milioni di abitanti e quindi metropoli dai mille volti. All´ingresso della cittá scorgiamo, per la prima volta, delle stupe buddiste, accanto ad una larga pozza, quasi un lago limaccioso, in cui sono immersi numerosi bufali. Il sole fa scintillare la loro pelle bagnata e li rende ancor piú lenti giganti d´uno strano mondo.

La periferia é naturalmente caotica, mentre i quartieri alti, al centro della cittá moderna, sono molto simili a quelli delle cittá europee da cui hanno peró ereditato i difetti con l´intensissimo traffico.

Poliziotti in divisa impeccabile e rigidamente inflessibili controllano gli incroci e dividono rigorosamente il traffico dei carretti trainati da buoi e cavalli da quello automobilistico. Solo i mezzi motorizzati ed autorizzati sono infatti ammessi nella “city”.

I taxi sono i buffi furgoncini variopinti e folli, giá sperimentati anche a Multan e Sukkur, ma i passeggeri trasportati qui possono essere solo due. In compenso, essi sfrecciano ancor piú veloci e paurosamente nel traffico come in una gara, sfiorando in continuazione pedoni, motociclisti, cavalli imperturbabili e buoi, uscendone sempre miracolosamente indenni.

La cittá stessa é un caos organizzato e roteante, in cui tutto sembra ricollocarsi esattamente per caso al punto giusto, in un turbinio di suoni, colori e movimento prestabiliti come nell´ingranaggio perfetto di un orologio.

Alloggiamo al Falettis Hotel, di tipica architettura coloniale, un tempo certo piú maestoso, ma ancora piacevolmente immerso nel verde del quartiere residenziale e difeso da un alto muro dallo strepito esterno.

La cittá vecchia  ci accoglie nel suo immenso bazar senza fine. E´ il mercato perenne della gente, colorato e rumoroso, profumato e armonioso, lontano e diverso dalla miseria ed il sudiciume di Sukkur. Lahore é una cittá che mostra se stessa pulita e vissuta in modo pieno.

Dal cuore del bazar stesso, che si snoda tra i vecchi vicoli stretti, si accede ad una piazzuola su cui incombe l´intarsio di colori e d´agili architetture del portale della moschea di Wazir Kan, sottolineato appena da un loggiato lieve, quasi scolpito.

Conduce all´interno una galleria trasversale, in ombra. Qui, come tutti, lasciamo le calzature in una lunga fila, come in un rito . Un ampio spazio rettangolare ci accoglie . Di fronte all´ingresso si ammirano le cappelle di preghiera, arricchite da stupende maioliche all´esterno e da finissimi affreschi floreali e ricami geometrici ed arbeschi nella parte interiore.

In un angolo, un allegro parlottare di bambini tradisce la presenza di una scuola coranica. Gli scolari giacciono quasi distesi sui tappeti e vociano allegramente con cappelli di paglia, a cupola, sul capo. Approfittano della distrazione momentanea e benevola dei maestri dalle candide barbe e dai tratti severi, che discutono pacati ed assorti.

Una giovane donna, seduta all´ingresso, si copre il volto alla nostra vista con un velo variopinto. Ha occhi bellissimi e scuri, dallo sguardo intenso e ridente. Altre donne, lí accanto, chiacchierano tranquillamente, serene entro il recinto traforato d´una tomba ricoperta da un drappo di damasco.

Il tempo e lo spazio si perdon lontani. oltre le cupole tonde e dorate ed i minareti. Nel cielo blu intenso, sul far della sera, s´impennano e s´alzano cento aquiloni.

Piú giú, nell´intrico piú oscuro dei vicoli, si intravede il lindore accecante dei pinnacoli su cui riverberano le cupole della Moschea d´Oro, scintillanti all´ultima luce sanguigna del sole.

La luce tenue del mattino  invece ci guida tra i bellissimi ed ampi Shalimar Gardens, in cui la gente passeggia e si immerge in un mondo verdissimo di piante e fontane, di prati ed animali. Vi sono stupendi balconi di marmo bianco e zampillanti giochi d´acqua in lunghissime vasche e piscine. Frotte vocianti di ragazzi si riuniscono qui, marinando la scuola e ci vengono incontro, incuriositi dalla nostra presenza, desiderosi di parlare con noi.

Nella cittá, la Badshahi Mosque, dall´imponente architettura, é profilata finemente sotto il sole che oramai abbaglia. Le pietre che pavimentano l´amplissimo cortile interno e l´ingresso in marmo scuro al mirhab, sono rese infuocate ed impraticabili, scalzi come siamo. Ci conduce una stretta passatoia in canapa. Sotto le volte dipinte, seduti per terra, la gente ci osserva e commenta ridente. Intorno, circonda il cortile deserto un fresco porticato, da cui si osserva la cittá moderna, la Texali Gate ed il nuovo, futuristico monumento alla cittá moderna.

Il Forte di Lahore, tanto decantato da Kipling, si erge di fronte alla moschea, imponenete.

Si puó  salutare, in una piazza cittadina, anche Kim, il famoso cannone. Piú oltre, una enorme figura di elefante in bronzo richiama ancora l´appartenenza per secoli della cittá  alla cultura della penisola indiana.

Lahore é preziosa e bellissima; desta in noi un rimpianto, ma si deve partire.

Da Khavian, giá iniziamo ad inerpicarci in un paesaggio di basse rocce ed arbusti.  Il paesaggio, ancora collinare,  sale dolcemente e nella sua conformazione di alture argillose e fortemente erose, richiama una lontana immagine di Cappadocia, seppur in un paesaggio piú inframezzato di verde e meno suggestivo. Sul percorso si incontrano diverse moschee finché non si giunge a Rawalpindi, posta fra verdeggianti colline.

Alloggiamo al vecchio Hotel Flashman, non tanto gradevole nell´anonima architettura da guest house. Anch´esso é  formato da un insieme di basse costruzioni bianche e verdi d´epoca coloniale.

Per una birra facciamo la fila allo spaccio e compiliamo una serie di documenti:  generalitá, professione, religione... Qui, la religione islamica chiude un occhio davanti ai turisti stranieri!  Accanto si scorgono magnifici hotel. Questo perché Rawalpindi é  cittá di passaggio obbligato per chi vuole accedere alle vette della catena del Karakorum.

Rawalpindi non presenta nessuno degli storici monumenti di altre cittá pakistane, ma solo un incrocio di vie strette e di bazar affollatissimi e rumorosi. Sviluppatasi sotto il dominio britannico, come caposaldo delle truppe, ha conservato anche oggi questa funzione di quartiere militare.

La stessa Islamabad, cittá protetta da attenti blocchi di polizia, é solo sede di ambasciate e palazzi governativi, con grandissimi viali alberati, che si incrociano perpendicolarmente, ma assolutamente priva di vita e di movimento.

Nurpur é invece, nella sua primitiva realtá, un villaggio di poche povere case ai piedi delle colline di Marvalla, che dominano la capitale. Ma accanto é collocata la tomba pittoresca del santo Syed Abdul Latif Shah. Essa é solo una piccola costruzione scavata al di sotto del livello del suolo, protetta da un recinto metallico; un modesto luogo di preghiera e di devozione.

I pellegrini accorrono qui numerosi, all´ombra imponente di un centenario ficus del Bengala, per impetrare grazie pregando ed appendono umilmente brandelli di stoffa ritagliati dai propri vestiti e ciuffi di capelli ai rami dell´albero gigantesco. Strofinano le ceneri sacre del fuoco sui volti e le ferite. Toccano con devozione l´ingresso della tomba, i pilastri, la pietra che un tempo pendeva dal collo del santo, in preghiera. Esprimono, nei lenti e sacrali gesti di sempre, i riti e la fede che riporta a passati millenni.

 

 

13. Karakoram Highway

Rawalpindi é posta ai piedi delle grandi montagne della catena del Karakorum. Richiederanno alcuni giorni di lenta ascesa per giungere, con un ultimo balzo, al confine con la Cina.

Partiamo al mattino e osserviamo divertiti gli studenti dei colloge e della universitá che attendono disciplinati gli autobus. Qui le vacanze sono finite e le lezioni riprese.

La strada ampia ed asfaltata prende dapprima la direzione di Peshawar, per incontrare sulla sinistra del percorso le antiche case scavate direttamente nell´argilla delle colline. E´ solo il preannuncio dell´antica cittá di Texila. Da qui passa l´incrocio delle vie che portano in ogni direzione. E da questa regione sono transitati tutti i grandi invasori nei secoli.

Ognuna delle tre grandi epoche della civilizzazione pakistana vi ha lasciato le sue tracce: il caravanseraglio dei mongoli ad Attock, l´Hasa Abdal centro di spiritualitá dei Sikh e la moderna Tabela Dam.

La strada é bella, finché si stringe presso il villaggio  di Haripur, costellato di college e facoltá universitarie. Qui sorge l´antica acropoli di Texila, seguita da verdi colline rotonde che precedono la vera montagna. Fu il piú grande centro di cultura del Gandhara a partire dal sesto secolo a.C. sino all´undicesimo d.C. Lo stesso Alessandro Magno, giuntovi nel 326 a.C., non disdegnó di tenere discussioni filosofiche con gli intellettuali della cittá. Asoka, prima di divenire imperatore della dinastia dei Maurya, fu viceré a Taxila e vi introdusse il buddismo e da qui esso dilagó nell´Asia centrale, in Tibet e nella stessa Cina. Successivamente i nuovi conquistatori, Battriani Greci, provenienti dall´Afganistan, costruirono qui una nuova cittá coi caratteri ellenistici, seguiti da Saka e Parti.

Si deve tuttavia alla dominazione dei Kushani la costruzione di piú di cinquanta stupe buddiste ed il diffondersi della piú grande arte buddista. Immagini del Budda e scene della sua vita scolpite su pietra e pareti decorano stupe e monasteri. Solo nel 445 gli Unni Bianchi, collegati ad  Attila, che nello stesso periodo compiva distruzioni in Europa, devastarono ed annientarono per sempre Taxila. Della sua ricchezza passata restano ora i resti di stupe e monasteri ed un museo, che raccoglie i ricchissimi reperti del passato.

Al di lá s´incontra sgradito un segno del nostro recente e preteso supremo sapere del viver civile: enorme, una macchia di fabbrica chimica.

Si supera il fiume, Dor River, e la strada da qui veramente risale ed inizia a farsi piú erta fra verdi pendii di pascoli e piante, giungendo in due rapide ore di attento cammino ad Abbottabad.  Siamo giá molto in alto, ma é dopo Mansera che incontriamo le iscrizioni rupestri di Ashokan. Sembra sian le piú antiche iscrizioni esistenti del difficile ed impervio passaggio del buddismo dall´India alla Cina, anche se, veramente, sugli enormi pietroni  granitici, posti sotto le ampie tettoie, su cui vennero incisi i messaggi, si riesce a distinguer ben poco, sia per la luce del sole che vi batte diritta, che il difficile leggersi di contorni diversi, per noi sconosciuti. Son le iscrizioni piú antiche lasciate su una via della seta.

In questa zona montana sono parecchie le api dei nomadi, tra campi di riso e poi pioppi ed olmi e betulle, eucaliptus e acacie e perfino dei pini che paiono marittimi, dal ciuffo su in alto un po´ stretto. Il paesaggio oramai, da montano trasforma se stesso in alpino e la strada si inerpica a curve piú strette, ma agevoli e bene asfaltate e per questo noi siamo sicuri.

D´un tratto, improvviso, dopo il solco tagliato dall´uomo tra le valli cosparse di verdi terrazze di riso in germoglio, ecco l´Indo. Limaccioso e possente accarezza lambendoli i fianchi specchiati dei monti e lasciando qua e lá una striscia di sabbia cinerea, finissima, che quasi si fonde al colore d´un grigio verdastro di acque solcate di spuma biancastra. La fragile forma d´un ponte di corda ondeggia nel vuoto, a richiamo dell´esile eterno travaglio dell´uomo. E se il fiume dirompe violento, le montagne vi incombon riarse, ripide e avare di vita. Or s´e´ davvero sul ciglio della grande Karakorum Highway e l´augurio d´un cippo stupisce: Pechino!

A sera, a Besham, pernottiamo accampati sul bordo piú alto del fiume. Fa caldo e durante la notte un´umida afa ci inzuppa invadente. Un branco di grandi molossi selvaggi e famelici circonda le tende nel buio e lottando contende i miseri avanzi del pasto. Li vedo, attraverso la mia zanzariera, sbiancate le agili forme dalla pallida luce lunare, che ringhiano astiosi e si azzuffano. Nessuno ha il coraggio di uscire e affrontarli: saranno anche venti. I tratti dei musi si fanno a momenti vicini, indecisi.

Il cielo é in parte stellato, ma lampi repenti illuminano i monti in silenzio e si ode, profondo e lontano, il mormorio minaccioso del fiume che scorre laggiú nella gola. E´una pessima notte d´insonnia!

Ed ecco che mentre si sgombera il campo, al mattino, improvviso ci coglie  violenta la pioggia e poi rapido torna a brillare un bel sole fra nubi grigiastre.

Una linea precisa e sottile ricalca il profilo melmoso del fiume, tagliandolo netto dal lembo di fitta, cinerea sabbia. Ragazzi vi spingono sopra una piccola mandria di nere giovenche, che spiccano scure sul chiaro bagliore di spiaggia. Una bimba decenne compare scendendo tra i massi che chiudono il letto del fiume. E´ un rapido udirsi di gridi di gioia, un cadere, un saltare un rincorrersi e un lieto giocare di bimbi e animali. E´semplice il gioco di sabbia, di acqua, di spinte e di tonfi e di risa: antica armonia tra la terra ed il cielo ed il fiume, momento di tregua e di pace, d´incontro fra eterno e finito, tra rapido sciogliersi e antico durare. E il muoversi fragile e dolce di bimba, con rapide mosse di schiva e ammaliante allegria, ripete, nel lento ondeggiar delle ciocche, che nere accompagnano la lieve carezza del corpo ed il bianco brillante dei denti, il profondo mistero femmíneo che affascina l´uomo e rigenera in esso la vita.

La strada, tagliata di netto nel monte, prosegue spostandosi a destra e sinistra del fiume su esili ponti e tra frane continue. Sul fianco pendente del monte i rari villaggi raccordan se stessi ai sentieri segnati nel sasso e ai terrazzi a colori di riso e di mais. Son case un po´ sparse, dai fragili tetti appiattiti, di fango. Si vende uva spina ai banchetti all´aperto a Pattan e poi lungo le valli si scorgono alberi e paiono ulivi, dalla piccola, densa ed argentea foglia.

La vallata é sempre piú impervia ed il fiume si stringe anche lui, sempre piú vivo e compatto nel letto che scava profondi dirupi. Vi sono incisioni rupestri che s´incontran vicine, tra Dassu ed a Chilas. E´ arte visiva scalfita in silenzio in millenni dall´uomo. Sono stupe buddiste ed immagini indú dell´eta´ di Gandhara. Pellegrini, a migliaia han percorso la via del monte e del fiume dal millennio ancor prima di Cristo.

L´hotel Sangrila, a Chilas, é posto nel verde possibile qui, ma gioca a rimpiattino con lui la corrente elettrica che se ne va e se ne torna con molta libertá. Ma fors´é giá un miracolo che essa faccia capolino ogni tanto, portata sui fili disposti a corona attorno alla strada tagliata nel sasso piú vivo, scoscesa tra il fiume ed il monte che incombe dall´alto. I monsoni impietosi la sferzano, lasciando su essa incresciose ferite, cui gli uomini tentano invano di porre rimedio.

E´ un percorso sempre piú accidentato e ben presto si lascia il solco dell´Indo e si sale col corso a ritroso il Gilgit, su di un ponte che abbraccia la valle e riflette nell´acqua piú chiara le teste di cento e piú bianchi leoni di guardia, sospesi all´azzurra ringhiera di ferro battuto. Le teste assomigliano a draghi sacrali e provengon da oltre il confine a ricordo lontano, per tutti, del sempre piú prossimo impero celeste e della agognata cittá proibita. La gente é armata quassú e i negozi di armi diffusi.

Si scorge lontana una cima coperta di nubi, qualcuno sussurra del Nanga Parbat, il mitico monte che svetta lassú a ottomila, nel cielo piú alto, imponente e maestoso. E´ zona di grandi montagne che stanno a corona d´attorno a Gilgit, distesa di fianco a una florida valle adagiata sul monte: Rakaposhi, Domani e poi l´Hunza coperti di neve.

  

 

14. Verso gli ottomila 

Appare, Gilgit, come un´oasi ricca di fronde e di campi e di uomini e alberghi. Ma il bazar della via principale non regge al suo mito di favola e mostra prodotti di povera terra e delude. Qui a notte fa freddo ed il cielo é piú chiaro; sbiadita la notte da stelle e da luna e riflessi e bagliori di candida neve.

Partiamo alle otto per Karimabad. Fa freddo e poi il sole interviene picchiando impietoso bruciando la pelle. Si passa il Gilgit, di nuovo, su un ponte protetto dai cento leoni. La strada costeggia tra poco il corso dell´Hunza che irrora la valle, ghiacciato, girando a spirale d´attorno al massiccio gigante del gran Rakaposhi. Continuano i posti di blocco anche qui e giá prima d´entrare in Chilas e Gilgit abbiamo dovuto segnare di dati il nostro passaggio.

A tratti la valle é occupata da bianchi villaggi nascosti nel verde e disposti vicino alla riva del fiume. Continua poi il lento salire scavato nel sasso del nostro percorso, che improvviso si ferma alla vista d´un lungo, lunghissimo ponte sospeso di corda: suggestiva e magnifica ampia vallata, che fa da riscontro all´ergersi impervio e brunito dei monti ai suoi fianchi.

La zona qui sembra piú ricca e pulita, costellata di belle abitazioni. A una svolta si ripresenta di fronte, in tutta la sua imponenza, la cima del Rakaposhi. E´ certo il piú bel tratto percorso finora in questa vallata. La montagna, imperiosa, domina il cielo purissimo, solcato da sbuffi di nubi bianchissime. Nella valle, profondo e impetuoso dirompe potente il suo fiume, nel solco strappato via via alla montagna nel passar dei millenni degli anni. Tra i due, rettangoli verdi d´un tenue colore e macchie piú scure di pioppi che svettan sottili ed altissimi  su esili e gialli albicocchi frondosi, rivelan pazienti la mano dell´uomo feconda fra l´apice in alto e l´abisso.

Proseguiamo alla ricerca del Park Hotel, indicato nel fitto del borgo sul monte. Purtroppo, confermando la guida, la strada diviene a tratti impossibile ai mezzi e solo con sforzo e perizia si giunge all´albergo.

Arrischiamo e rischiamo arrivando all´hotel a metá in costruzione. Siamo a Karimabad, capitale dell´Hunza, a duemilaottocento e piú metri sul mare! Dall´alto sovrasta il Baltit, la fortezza che, bianca, é stata rifugio del re della valle. Si erge stagliata nel cielo a ridosso dei monti, mostrando bastioni di legno e di roccia a contrasto, in uno scenario imponente di cime innevate. E l´Ultar lassú, solitario, misura piú di settemila metri.

Hunza é devota all´Aga Kan, di cui si vedono immagini varie e interventi in favore della gente di qui.

L´acqua, ch´é gelida, scorre scura e libera in canali di fianco alla strada e proviene diretta dai ghiacciai soprastanti. A sera lo spettacolo dei monti illuminati dalla luna é impagabile oltre le fronde che fremono degli altissimi pioppi che svettano a trenta e piú metri dal suolo. Sono tanto alte le cime, che a Karimabad, in questa notte stupenda d´agosto, si scorge solo il timone del piccolo carro e rimane coperta anche la stella polare.

Son giunte notizie allarmanti che annunciano ferma la dogana di Sust. Notizie che corrono e danno sgomento, ma sempre ricorre alla fine il buon senso e la norma che spinge ciascuno a provare. C´e´ festa, sappiamo, il quattordici e noi siamo attesi tra un giorno in frontiera!

Partiamo da Hunza alle nove, scendendo qui a piedi e osservando quei monti vicini e grandiosi in un´aria leggera leggera. La gente ci osserva stupita, in attesa paziente d´un mezzo che salga o che scenda la valle. I furgoni han tentato, riuscendo, una facile strada da Karimabad per Aliabad e poi Hunza, in parte sterrata, ma bella.

Si passa sul Shishkot Bridge, dopo il forte di Altit che protegge la valle dall´alto. C´e´ una vista magnifica, impossibile a dirsi. Da qui si comincia a parlare lo Wakhi, una lingua minore, diffusa fin oltre il confine e la torre di pietra cinese di Tashkorgan.

Qui l´uomo, per rendere fertili perfino i pendii, ha scavato canali sul fianco del monte. Adagiati in un fascio cosí, lungo l´erta parete, vi tengono sempre irrigata la terra filtrandovi l´acqua, che lenta vi penetra e rende fecondo quell´humus avaro di vita. E´ questa, da quando c´e´ vita, una zona battuta dal vento e priva di vegetazione, in cui riesce incredibilmente a pascolare qualche yak. In fianco si affaccia il Pamir delle minoranze tagike, che usano sposarsi quindicenni e kirghisi nomadi, che si spostano solo d´estate con le yurte tonde e bianche in cerca di pascoli.

Man mano che si sale la gola del fiume si fa sempre piú stretta, tra pareti di roccia a strapiombo. Finché piú oltre si apre la piana coltivata di Gulmit.

Qui il frumento é  raccolto in covoni, ma anche in grandi mucchi a forma di yurta. I camoi, bene prezioso, sono circondati da bassi muretti di pietra per segnarvi i gelosi confini e a protezione dal bestiame.

La valle, oltre l´ennesimo ponte sull´Hunza, é improvvisamente ingombra di una gigantesca frana. Il ghiacciaio giunge ad un tratto col suo fronte morenico fin sulla strada, striato dai solchi dei grepacci profondi. Lo circondano cattedrali di roccia d´ogni tipo, in un fiabesco susseguirsi di guglie e picchi, masse immense e distese di colori che sfumano dal violetto, all´intenso colore d´acciaio, al bruno e al rossiccio, solcate di bianco e di grigio, striate, contro un cielo blu intenso e infinito, purissimo. Enormi massi, giganti di pietra, restan lí solitari ad attendere ancora il lavorio delle acque che d´un tratto trascina ogni cosa, impetuosa, come fosser fuscelli, fra mille bagliori di spruzzi spumosi e una festa di gorghi piú oscuri.

E la strada ogni tanto scompare per piú tratti, inghiottita dal flusso ed impone sobbalzi ed arrischi paurosi. Ma ecco Sust, finalmente, che acceca il meriggio raggiante. E´ frontiera assolata, cosparsa di infimi alberghi e negozi, ma nel sole non ha certo, tra il verde ed il grigio dei monti, quell´aspetto di fine del mondo civile della piú desolata Taftan. Vi son pioppi verdissimi ed erba e poi pascoli freschi.

Anche se é una speranza, la nostra, si avvera. Riusciamo a passare in frontiera in un tempo irreale, affrontando da sotto la strada del Kunjerabpass con sollievo. E´un vantaggio per noi fino ad ora insperato. Procediamo tra muri di roccia e ghiaioni, che ad un tratto si muovon, rovesciando dall´alto le pietre ed i massi, riempiendo la strada. Qui rischiamo davvero di restare schiacciati tra i monti ed a tratti é un nonnulla che separa il passaggio dalla nuvola densa di polvere che annuncia la frana in arrivo. Si controllan le gole piú strette e si passa veloci e il rumore procura cadute di sassi. Sono canyon davvero, il cui spazio nel fondo é diviso equamente tra la strada ed il fiume, come buoni compagni.

Dal momento che la sera s´avanza, ci fermiamo alle case di Dih e troviamo, fra vivai di betulle, uno spiazzo in cui porre le tende e i furgoni.

Siamo tesi. Ad un passo da noi, oltre i monti piú alti, ci attende la Cina ed un lembo piú estremo d´Afganistan.

Incontriamo perfino, in quel luogo sperduto tra i monti, un ragazzo di Praga. Nella valle vicina sta compiendo uno studio. Son due anni che osserva d´estate le marmotte che vivon lassú e racconta di valli incredibili, animali selvaggi e di lupi, leopardi e pastori tagiki che il governo vorrebbe cacciare da una terra in cui vivon da sempre, per formare un bel parco protetto. Ha anche fame. E´ da mesi che nutre la moglie ed i figli con schiacciate di pane ed il riso. Sono i soli alimenti che nutron la gente di qui ed i soli che riesce a trovare. Lo riempiamo felici di cibo, superfluo per noi e di cui  abbiamo gran scorta, inutile ormai, dal momento che sin da domani  siamo ospiti attesi dal governo cinese.

 

 

15. Alla frontiera dell´impero celeste

Son le sei del mattino del tredici agosto e partiamo da Dih. Siam quaranta chilometri prima del passo, all´interno del parco bellissimo del Kunjerab e si attraversano ancora gole profonde dove spesso la strada é distrutta. Questa strada del resto é un miracolo. Ogni anno é in piú parti scomparsa dopo il grande disgelo e ogni anno la crea di nuovo il lavoro paziente dell´uomo, che si scontra con l´immane potenza della grande natura. Son migliaia e migliaia le vite pagate per questo caparbio lavoro.

Ad un tratto incontriamo delle scritte cinesi, per noi sconosciute. Pensiamo si tratti di un benvenuto, non certo soltanto per noi. Siam comunque felici ed ansiosi. E improvviso un torrente piú grande c´interrompe la via. E´un fiume di acqua e di ghiaia che scende impetuoso. L´affrontiamo con molto timore ed il primo furgone, indeciso, rimane bloccato nel mezzo dai massi!

E´ un momento e gia´ il fiume dirompe ed inghiotte la ghiaia da sotto le ruote. Noi invano tentiamo con forza d´alzarlo e di spingerlo via. Sprofonda! Il momento é tremendo, di paura e d´angoscia dopo tanta fiducia. Non perdiamo il coraggio. Con solerzia iniziamo il lavoro per togliere massi e allargare cosí tutto il letto del fiume su cui incombe da vicino il ghiacciaio. Pensiamo cosí d´alleviarne la forza e riuscire a evitare che la furia trascini nel gorgo quel mezzo. Son tre ore e anche oltre di lotta feroce ed intensa, tra la nostra tenacia e la furia dal monte. Ed il sole che sale, irridente alla nostra sventura, aumenta vieppiú il disciogliersi lento e costante delle nevi ed i ghiacci.

Riusciamo a forza di braccia e di griglie ad alzare il furgone ed a spingerlo fuori, svuotato, dalla morsa feroce del fiume. E´ finita oramai e sfiniti ci godiamo la gioia un po` amara di una nostra vittoria, insperata anche a tratti e che a momenti pareva sfuggita.

Rombando decisi i due altri mezzi superano di forza l´ostacolo, senza bisogno di ulteriori interventi.

Si riparte con l´occhio alle cime innevate sempre piú prossime; l´altimetro segna di giá quattromila e sul fianco della montagna vediamo i primi yak. Sono sei o sette che stanno incollati incredibilmente alla parete scoscesa di ghiaia, tra cui spunta qualche rado ciuffo verde. Ve ne sono di bianchi e di marroni, col pelo lungo e arruffato. La strada si inerpica, affronatndo ampi tornanti verso il passo.

Sono le tredici e quindici e dopo aver superato un lungo pianoro verde, punteggiato di marmotte incuranti del nostro passaggio, giungiamo finalmente al confine.

Nevica e siamo un poco euforici. L´altimetro si avvicina ai cinquemila. Le guardie di frontiera si complimentano con noi.

Si fanno le foto ufficiali per gli sponsor dell´impresa. Arriva anche un camioncino giallo zeppo di guardie rosse, tra cui anche una giovane donna. Speriamo che ci sia anche la nostra guida, ma non é cosí. Sono semplicemente in gita! Siamo proprio in Cina! E mentre a noi sembra un fatto straordinario, per molti é la vita di tutti i giorni.

Oltre il passo la strada é sterrata. Le vette all´intorno continuano ad essere alte e innevate. Il cielo é nuvoloso e vi sono dei lavori in corso sull´itinerario per venti chilometri, con gruppi di operai in tuta blu che ci osservano e ci salutano. Il paesaggio é diverso rispetto al Pakistan, la vallata é subito ampia e verdeggiante, con qualche mandria solitaria di yak al pascolo.

Sono passate le tre quando si giunge a Pirali, un anonimo luogo di frontiera cinese, con basse costruzioni grige. Vi sono parecchie guardie con diverse divise e dobbiamo attendere un po´ prima di registrare i nostri documenti. Qui in frontiera vi sono pochi individui: pakistani che fanno i trasporti da Sust a qui ed altre persone, che non hanno peró i caratteri somatici dei cinesi.

Arriva anche la nostra guida. Il suo nome é Gao. E´un ragazzo sorridente con sottili baffetti neri. A prima vista sui venticinque anni, indossa un vestito azzurro e la camicia bianca aperta sul collo.

Anche lui ha subito i suoi problemi a spiegare la nostra situazione. Sono soprattutto le auto a creare qualche difficoltà. Tuttavia, ci consegnano le patenti cinesi. Dei piccoli documenti dalla copertina rossa di plastica con le scritte dorate. Siamo incuriositi dai nostri nomi scritti con caratteri cosí strani. Anche le nostre targhe vengono sostituite con targhe provvisorie. Poi passiamo nell´edificio che funge da banca per cambiare dei dollari, dal momento che c´e´ giá qualche tassa da pagare. Cento dollari valgono 362 yuan “foreign change”, cioé riservati agli stranieri: circa 373 lire a yuan.

La nostra guida, che ci accompagnerá sino a Pechino, é a bordo di una Toyota con autista in guanti bianchi, Coe. Parla solo cinese, ma sorride a tutti con simpatia.

Al di lá dei grigi edifici di frontiera la strada attraversa un altopiano chiazzato da rivoli d´acqua e pozze, presso cui ci sono delle yurte bianche, circolari, che paiono da qui fatte di pelli, accanto a qualche cammello al pascolo e dei cavalli. Incontriamo quello che sembra un primo piccolo villaggio, ma gli edifici sono bassi e lunghi, recintati da alti muri e cancelli, con porte azzurre disposte regolarmente, tutte uguali come le finestre. Sembrano costruzioni in serie. Non si vede anima viva accanto. Sono forse delle comuni abbandonate?

Ed ecco che a fianco della strada incrociamo un gruppo di Tagiki a cavallo, seguiti da un gruppo di cammelli. Portano in testa degli strani cappelli chiari, fatti a pagoda coi bordi neri o un berretto a colbacco di pelo nero, cappotti di pelo e stivaloni di cuoio.

Verso l´ampia piana, ci dirigiamo a Taskorgan, la cittá della Torre di Pietra. Qui le carovane provenienti da occidente scambiavano le merci con le carovane dell´impero celeste, che avevano superato il deserto del Taklimakan. Una catena continua di monti si profila ad ovest della prateria le cime sono rocciose e innevate.

Le abitazioni che incontriamo poco oltre sono molto simiglianti a quelle giá viste in Iran ed in Pakistan: basse, rettangolari, di terra argillosa e fango, con un recinto di muro esterno.  Vi sono molti cavalli, che sembrano il mezzo piú comune di locomozione. Dei contadini arano i campi, in lontananza, coi buoi. La strada é buona ed incontriamo delle donne dai grandi lineamenti asiatici, con una lunga treccia nera e dei cappelli rotondi coperti da un velo legato sotto il mento. Sono donne Uigure ed hanno vestiti variopinti.

Taskorgan é un´oasi circondata da una fascia di verde e grandi viali alberati, disposta nella piana in un grande spiazzo, che ci sembra irreale dopo aver attraversato tante strette vallate coi villaggi abbarbicati sui fianchi dei monti a strappare un minimo di terra ai terrazzamenti coltivati. Anche qui dominano i giganteschi pioppi, che veramente sono gli alberi piú diffusi fin dal nord del Pakistan.

Scopriamo presto che i calcoli orari fin qui eseguiti sono errati e occorre spostare avanti ancora di un´ora l´orologio. Vi sono cioé sette ore ormai tra noi e l´Italia. Ci sembra strano guardando il sole ed in realtá questa é l´ora di Pechino, che vale ufficialmente per l´intera Cina.

Ceniamo al ristorante popolare dell´albergo, il Pamiri Hotel, cui ci ha condotti la guida, che si é scusata della frugalitá e semplicitá dell´accoglienza che incontreremo in questa zona a nord-est, completamente desertica e un poco primitiva. Qui del resto di cinese vi é ben poco e la lingua usata, lo uiguro, é di derivazione turca e si scrive in caratteri arabi. Notiamo con piacere che si saluta la gente come in Turchia, Iran e Pakistan e tutti rispondono cordiali al nostro “Salam Haleikum”! Del resto qui la religione dominante é l´Islam.

Mangiamo per la prima volta con i bastoncini: spaghettini di soia, zuppa, servita in una piccola tazza, verdure a pezzettini, riso, panini caldi, ma scotti, birra, peperoni, un té strano e senza zucchero, mele cotte. Tutto é ridotto giá a pezzettini e servito in piatti comuni, posti su una piastra girevole, che rende ancor piú acrobatici i nostri goffi tentativi di pescare il cibo. Le verdure sono frammiste a minuscoli pezzetti di carne.

Mentre mangiamo il sole é ancora altissimo ed infatti tramonterá solo verso le ventitré, quando ritorniamo alle nostre camere, ridotte ad un minimo di servizi essenziali ed in un certo modo approssimativi. La sveglia per il mattino successivo é stabilita alle dieci. Gli orologi sono normalizzati con Pechino, ma la vita procede secondo il corso del sole!

Ed al mattino, la colazione ripete praticamente in buona parte il pasto della sera, con spaghetti, verdura e carne e zuppa. In piú c´e´del miele, che viene molto gradito.

Fuori dall´albergo, dove sostiamo in attesa che gli automezzi facciano il pieno di benzina, osserviamo transitare sul viale alberato centinaia di persone con vestiti e cappelli di varia foggia. Fa freddo e sui monti scende del nevischio. Alle nove del mattino era ancora buio.

 

16. I nomadi dello Xinjiang tra montagne e deserto

Siamo nello Xinjang, una regione che solo politicamente appartiene alla Cina. E´ un territorio, infatti, abitato soprattutto da uiguri, di antica origine turca e mussulmani, anche se vi sono presenti altre minoranze etniche. L´ndustrializzazione parziale, in tempi recenti e la costruzione della linea ferroviaria Lanzhou-Ürumqi hanno favorito la penetrazione di popolazione cinese, gli han, anche in questa parte nord-est della repubblica.

Iniziamo il primo giorno di viaggio in questo paese, grande come un continente, che dovremo praticamente attraversare da ovest a sud-est, compiendo un lungo giro, costeggiando la Mongolia. Ci avviamo innanzitutto verso le montagne che un tempo erano chiamate Conghlin, nel tragitto che conduceva da Kashgar a Hunza, ritenuto uno dei piú pericolosi e terribili, per il forte vento, tempeste di neve e di sabbia. Ed ancora le terre qui sono perloppiú incolte e si vede emergere qua e lá una striscia di sale che é frammisto al terriccio ed alla ghiaia e rende arido il suolo delle montagne, brulle e abbandonate.

La strada, a tratti asfaltata, é spesso interrotta ed allora si deve prendere qualche variante sterrata, che é una semplice pista molto provvisoria e precaria, tracciata sul piano accidentato del fianco della montagna. e ben presto inizia anche a farsi vicino qualche tratto di sabbia, indice del terribile deserto del Taklimakan.

Prima tuttavia, superato un passo a quattromila metri, si apre uno scorcio stupendo che converge verso il Kalakul Lake, un bacino montano sul cui sfondo stanno il Muztagata Shan ed il Kongur Shan, entrambi di oltre settemila metri. Sulla strada che si avvicina al lago notiamo qua e lá povere abitazioni, alcune delle quali sono decorate con semplici trafori e ricami in argilla ed hanno i tetti tondi, a cupola.

Il lago é un luogo incantevole, meta di visitatori e di chi effettua del trekking sulle vicine montagne. Vi é qui un ristorante presso due yurte dalle pareti ricamate. Le yurte hanno una struttura circolare, costruita con pali di legno. Le pareti sono doppie, in modo da formare una intercapedine fra la parte esterna e quella interna. Quest´ultima é di tela, foderata con tappeti, come il pavimento, mentre all´esterno la parete é di yuta bianca. L´intercapedine é una cortina di canne e paglia. Il tetto, di forma conica, presenta un grande foro di areazione al centro, che puó essere chiuso in caso di pioggia o neve.

Il lago di Kalakul é il primo di una serie di laghetti alpini che preludono alla continuazione di saliscendi montani, attraverso gole profonde e rocciose, dove l´agibilitá della strada é continuamente minacciata dalle frane e dagli improvvisi sbocchi di torrenti. Sono le gole che, seguendo il corso del fiume, giungono al bacino del Tarim. Qui, dopo ancora un breve tratto dai caratteri desertici, si presenta una verde piana coltivata con pascoli ed alberi, in cui si distinguono salici e pioppi. La terra é argillosa e serve alla fabbricazione dei mattoni con cui sono costruite le case di un´oasi. Le abitazioni sono contornate da un breve cortile, racchiuso in alte mura, a cui si accede attraverso un portale in legno decorato. Dopo un primo tratto di cortile, vi é una specie di portale costruito con uno stile che richiama l´architettura araba.

Nel villaggio vi é anche una piccola moschea dal portale decorato con ceramiche blu e gialle. Al suo interno si intavede un porticato, similmente decorato, sostenuto da lunghe colonne sottili in legno. La strada del villaggio é popolatissima e una folla variopinta vi transita con biciclette e carretti ed anche a piedi. Tutti sembrano tornare dal lavoro dei campi o dalle officine. E´ il primo incontro con tanta gente in Cina e fa un certo effetto trovarsi di fronte ad una cosí grande moltitudine di persone.

Fuori dall´oasi ricomincia il deserto, che ci accompagna fino alla successiva grande oasi di Kashgar, un tempo chiamata anche Kashi. E´, infatti, una cittá molto antica, anche se ora la sua periferia é adornata da moderni bianchi edifici, alcuni dei quali ancora in costruzione. Bellissimi sono gli antichi palazzi, decorati con fine disegno pittorico e forniti di un´ampia balconata frontale che attribuisce loro un notevole senso di leggerezza e raffinatezza architettonica. L´oasi é attraversata da due vie principali, alberate, su cui si affacciano gli edifici di maggior spicco ed una statua imponente di Mao, che pare sia, con quella di Ürumqi, l´unico monumento di questo tipo in tutto lo Xinjang.

Alloggiamo al Kashgar Guest House, un edificio grande, ben conservato nella sua architettura di tipo mediorientale, posto ai margini della cittá. E´ immerso in un grande giardino con ampi viali. Come hotel é discreto e ci permette una doccia calda dopo qualche giorno di improvvisazione.

Alla sera percorriamo il viale esterno, tra la gente, osservando tutto con curiositá. Vi sono tantissime biciclette, ma anche motocicli. Le donne sono molto piú libere che negli altri paesi mussulmani e solo raramente portano un velo sul capo. Siamo affascinati da un tipico luogo di ritrovo all´aperto, dove si serve té e cibo a dei tavoli posti sotto una tettoia di frasche. Gli spaghetti vengono preparati al momento. Siamo incantati al vedere il cuoco che, impastata la farina, la fa roteare nell´aria e la suddivide ogni volta acrobaticamente in strisce sempre piú piccole, finché non é ridotta ad una serie di sottilissimi spaghetti, che lancia in acqua bollente e ripesca dopo poco con un canestro allungato, di vimini, per sevirli fumanti e ricoperti di sugo di carne invitante ad un avventore chiaramente affamato.

E non é da poco neppure l´abilitá di quest´ultimo, che mangia questa pasta lunghissima, servendosi dei bastoncini e risucchiando rumorosamente il cibo filiforme. L´operazione si é svolta con una rapiditá incredibile.

La gente qui non é certo ricca, ma si vedono persone dai vestiti decorosi e ben puliti e il livello di vita non ci sembra neppure paragonabile a quello del Pakistan.

Dedichiamo una giornata alla visita della cittá, prendendoci cosí un giorno di riposo. Iniziamo dalla Abakh Hoja Tomb, un edificio costruito in onore di un santo mussulmano vissuto circa trecentocinquanta anni fa. L´edificio é pretenzioso, fiancheggiato da due torri e sovrastato da una cupola verde. Il tutto é decorato con ceramiche, che peró non hanno ne´ la perfezione ne´ creano la bellezza d´insieme delle moschee di Lahore o anche altre cittá iraniane minori, come Kerman. All´interno, sotto l´ampia cupola, vi sono settantadue tombe del santo e dei suoi discendenti, compresa una donna che pare fosse l´amante di un imperatore, secondo una leggenda popolare. La tomba é ormai un museo per i turisti ed anche una antica moschea che la precede viene frequentata solo da anziani fedeli, che pregano a terra distesi, incuranti dell´andirievieni dei curiosi.

L´opera del regime nel reprimere la religiositá dei cittadini traspare dalle parole della nostra guida e qui, dove predominano gli Uiguri, é verificabile con mano mentre si visita la Id Kah Mosque, la piú grande e famosa della regione. Ripete lo stile architettonico delle moschee all´aperto viste nel sud dell´Iran e nel Pakistan. La differenza é che all´interno del cortile, vastissimo, vi sono fossati e filari di pioppi che ombreggiano l´insieme.

Il via vai dei turisti é tollerato per volontá governativa, laddove esponenti di altre religioni non potrebbero essere ammessi. La libertá con cui si entra e si esce dal luogo sacro non é naturalmente gradita e se ne ha la certezza quando un gruppo di visitatori tedeschi, giunti qui naturalmente in aereo, forse interrompendo la preghiera, suscita le ire dei fedeli. Sono rinchiusi all´interno del cortile, in un poco rassicurante vociare di folla di uomini, i soli ammessi alla moschea secondo le disposizioni religiose. Sequestrati per qualche tempo, solo il deciso intervento della guida riesce ad evitare ulteriori complicazioni.

Il bazar coperto, a fianco della moschea, é riservato all´abbigliamento e vi si trovano merci provenienti da Russia, Afganistan, Pakistan, Giappone e Mongolia. La merce non é comunque di grande qualitá. Accanto vi é un laboratorio per la fabbricazione di strumenti musicali e di tappeti. Gli artigiani qui sono impegnati in un lavoro paziente e minuzioso da certosini, con legni e materiali preziosi e seta prodotta nel sud del paese. I disegni dei tappeti sono particolari, come l´accostamento dei colori ed é difficile darne una valutazione. I prezzi dei prodotti buoni sono comunque alti, mentre piú a portata sono i tappeti di lana, che peró non possono certo competere con le lavorazioni raffinate di Turchia e Persia, a mio avviso, anche se a Kashgar si fabbricano i migliori tappeti di tutta la Cina.

La cittá é pure famosa per gli strumenti musicali e per le feste canore, soprattutto quella religiosa di Korban Bairam. In questa occasione vi sono orchestre che suonano, canti e balli nella grande piazza che precede la moschea.

Al di lá della piazza c´e´ il bazar libero, dove predominano i venditori di pelli di animali selvatici, come lince, gatto selvatico, volpe, visone, marmotta e leopardo di montagna, oltre a cappelli tipici di feltro, impreziositi da ricami e lustrini. Si producono qui anche ottime lame d´acciaio per i pugnali variopinti ed impreziositi da fini intarsi e lavorazioni in madreperla. Il pugnale, del resto, é un elemento indispensabile dell´abbigliamento tradizionale degli abitanti della regione.

Il pomeriggio  lo trascorro girando incantato per le viuzze della cittá, dove fervono, perloppiú all´aperto, davanti a piccoli bugigattoli traboccanti di merci, i lavori piú vari ed antichi, frutto di una abilitá manuale straordinaria e di una conoscenza tramandata da secoli. Si lavora di tutto, dal legno alla lamiera zincata, al carbone, alla bigiotteria, ai preziosi, alle perle ed ai tessuti. Il tutto é operato con una semplicitá ed una intraprendenza sorprendenti con l´utilizzo massiccio di manodopera minorile. E´ solo una conferma della realtá che abbiamo incontrato in tutti i paesi attraversati fino ad ora e che si é fatta per noi abituale. Ma anche qui é il commercio l´attivitá che predomina e che sembra affascinare moltissimo. Peraltro, Kashgar rimane ancora oggi un crocevia commerciale importantissimo e da sempre é stato, nei secoli, punto nodale di incontro delle varie direzioni prese dalle vie della seta.

E´un ferragosto diverso quello che alla sera festeggiamo al bar, con vino cinese, in compagnia di un gruppo di ricercatori e geologi francesi e cinesi, al rientro da una spedizione durata cinque settimane a nord-est del Tibet. Il capo spedizione, un professore francese non nuovo a queste esperienze, ci parla dei processi geologici cui é sottoposta l´Eurasia da parte della placca indiana che avanza di cinque centimetri all´anno. E´ un territorio, questo su cui siamo, in piena attivitá geologica ed i cui aspetti sono interessantissimi, formidabili dal punto di vista scientifico, con una faglia di rottura di milleottocento chilometri di lunghezza. Sono moltissimi anche i fossili che si ritrovano, mentre ad occidente del Tibet vi é una quasi assoluta solitudine, con un villaggio nel raggio di quasi mille chilometri, mentre forte é la presenza militare.

Il sedici agosto ci trova pronti alla partenza, ma scopriamo che ancora non é stato rilasciato il permesso di transito. Fino qui siamo stati fortunati, ma ora é indispensabile rinnovare il permesso per gli automezzi, che ci é stato provvisoriamente rilasciato in frontiera. Nell´incertezza, decidiamo di partire comunque, uscendo dalla verdissima e fresca Kashgar per imboccare la strada del deserto, bella e spaziosa appena fuori cittá, oltre che diligentemente curata da squadre di operai, uomini e donne, di cui moltissimi assai giovani, armati di un semplice badile, di un cappello di paglia e una mascherina di tela candida che li ripara dalla polvere! Scopriamo che sul fuoristrada delle guide viaggiano oggi, misteriosamente, due giovani donne, di cui una con un bambino. Ci sorridono sempre gentili e verranno con noi fino a Ürumqi.

 

 

17. Attraverso le oasi del Taklimakan

Il traffico é trascurabile sul percorso ed anche qui, come in Pakistan, se un automezzo é guasto lo si abbandona, segnalandone la presenza con delle pietre poste in fila  sull´asfalto. La gente chiede un passaggio, aspettando pazientemente seduta ai bordi delle oasi ed alzando la mano all´arrivo di un veicolo. Strani rilievi di argilla, che paiono fatti di cartapesta, accompagnano il percorso, mentre si vedono lavori di canalizzazione per estendere le coltivazioni da oasi ad oasi attraverso il deserto.

Un grande lago salato, a circa centocinquanta chilometri da Kashgar, rompe la monotonia del tragitto. Durante la notte é forse piovuto accanto alle montagne e sullo sfondo si notano a tratti sagome scure e profilate di quelle che sembrano oasi. I monti sono quelli del Tian, con inconfondibili conformazioni policrome di rosso, giallo, grigio e verde, che le distinguono a distanza. Qui incrociamo una lunga colonna di autocarri che trasportano centinaia e centinaia di muli.

Ad un tratto, il vento del deserto inizia a sollevare una polvere di sabbia finissima, che nasconde ogni cosa e permette una visione limitatissima.

Sono pochissimi i villaggi che attraversiamo e giungiamo all´oasi di Aksu che é ormai sera. Anche Aksu del resto é solo un grosso villaggio agricolo, circondato dai caratteristici pioppi che si trovano ovunque oramai. Sta giungendo un monsone e il cielo si é fatto dapprima plumbeo e poi nero. Si alza un vento fortissimo, prima che il cielo cominci a rovesciare un violentissimo acquazzone.

Fortunatamente siamo giá alloggiati al ´binguan´ delle corriere, un albergo di posta, tipico delle oasi e che sostituisce i vecchi caravan serragli per chi viaggia nel deserto. Qui ovviamente non passano mai turisti e ci troviamo immersi in un caratteristico luogo di fermata cinese.

Nell´atrio, un nutritissimo gruppo di persone sta guardando un programma televisivo, che rimbomba a tutto volume. Essi non distogono neppure lo sguardo dallo schermo al nostro arrivo. Lo stupefacente per noi é osservare che lo spettacolo non é altro che un telefilm poliziesco prodotto dalla televisione tedesca.

Chi ci aspetta invece sono i cuochi del vicino ristorante, peraltro giá chiuso per ai normali clienti, che ci hanno preparato una cena cinese con moltissime portate, deliziosa ed anche presentata in modo vivace ed originale. E noi facciamo festa al cibo e cantiamo pure, con grande gioia di Coe, uno dei due amici cinesi, gran simpaticone, particolarmente amante della birra.

Il nostro ritorno serale non é dei piú tranquilli, considerato che al termine delle trasmissioni televisive che rimbombano ognidove, inizia una vita frenetica con chiacchere, discussioni, alterchi che si trasmettono da una camera all´altra e attraverso le finestre del cortile. L´abitudine cinese, lo impariamo subito, é quella di lasciare le porte delle camere spalancate e di parlarsi, visitarsi come in un mercato durante le ore piú impensabili. Anche a qualcuno di noi capita di avere ospiti notturni, che chiedono insistentemente forse di sistemarsi nella camera o di fare quattro chiacchiere!

Dopo la pioggia della sera, l´aria per un poco si é fatta fresca, mentre nella luce del mattino puntiamo sull´oasi di Kuqa. Viaggiamo nel deserto verso est ed a nord ci accompagna sempre la catena dei Tian Shan. La pianura qui é piú verde e coltivata. Un paragone col deserto del Belucistan é proprio improponibile, considerati i tratti irrigati che si alternano all´ancora lungo deserto. Accanto ad un´oasi scorgiamo un cimitero cinese. E´ il primo che vediamo di questo tipo: semplici steli verticali di pietra e cemento, su cui son dipinte delle scritte, davanto ad un tumulo tondeggiante di sabbia da cui spuntano degli arbusti.

Dopo le immagini mattutine, ci immergiamo di nuovo nella solitudine calda del deserto. La strda alterna tratti d´asfalto a molti tratti sterrati e polverosi, quanto sconnessi, in un procedere monotono nella distesa di terra arida e piatta, opposta alla catena di monti argillosi dal profilo ininterrotto. Poche sono le oasi, ma grandissimo é lo sforzo che si sta compiendo qui di coltivazione del deserto, con la piantagione di centinaia di miglia, milioni di piccoli pioppi in vivai accanto alla strada, a cui giunge l´acqua attraverso piccoli canali scavati in continuazione da squadre di giovani, tra cui tante ragazze che ci salutano sorridenti, interrompendo per un attimo il loro lavoro di scavo. Non osiamo pensare che siano studenti qui confinati dopo gli ultimi avvenimenti di giugno, ma lo temiamo molto, dal momento che sappiamo che lo Xinjang, col suo deserto, é una zona di confino molto usata per i dissidenti politici!

Kuqa é una cittá piccola, naturalmente posta in un´oasi, che si presenta dignitosa, con grandi edifici nuovi ed altri piú popolari. Anche l´albergo é un binguan del popolo, suddiviso in semplici e basse costruzioni con un corridoio al centro e le camere che si aprono sui due fianchi dello stesso.

Pranziamo, nel primo pomeriggio, ad un ristorante islamico tra la gente che ci osserva, ma senza troppo stupore. Assaggiamo per la prima volta una bevanda alcolica, trasparente, simile alla grappa, ma dal forte sapore amaro quasi di terra. Le portate dei cibi sono diverse, ma hanno sempre le medesime caratteristiche che ben conosciamo ormai. Il pomeriggio é molto caldo ed assolato e dobbiamo rinunciare purtroppo all´idea di recarci a piú di cento chilometri a nord dell´oasi per ammirare delle grotte buddiste che paiono molto interessanti. Sono le  Kyzil Qian Fotong. Piú vicina é la cittá antica di Sobash.

La sera cala presto e restiamo fuori dal padiglione in cui siamo alloggiati ad osservare l´andirivieni di persone che entrano ed escono. Sono perloppiú operai e viaggiatori, che discutono animatamente e sorridono. Chiacchieriamo volentieri con la nostra guida, che ci dá un po´ di lezione di cinese; soprattutto insiste sulle tonalitá della pronuncia, che non é affatto semplice. Nello spiazzo del cortile antistante, vi é un grande bollitore d´acqua a carbone e gli ospiti dell´albergo vengono con dei recipienti a prendere l´acqua calda per lavarsi.

Siamo risvegliati il mattino successivo dagli altoparlanti che inviano canzoni ed ordini per la ginnastica collettiva. E´un rito che si ripete ogni giorno, ma in veritá non siamo mai riusciti finora a vedere la gente che esegue gli esercizi. Quest´oggi ne vediamo alcuni dalla finestra, ma si muovono con una lentezza ed una noia deludenti. Probabilmente, anche questa tradizione instaurata dal regime ha fatto il suo tempo!

Partiamo attraversando il mercato, dove a terra e su piccole bancarelle lungo la strada si vendono soprattutto verdure varie, tra cui tantissimi peperoni, che non mancano mai sulla tavola, e formaggio di riso, bianco o affumicato, oltre a frittelle. Buona parte del percorso, per uscire dalla cittá,  é sterrato e pieno di buche, perché la via principale é sottoposta a lavori di rinnovo.

Korla é collegata a Ürumqi, il capoluogo della regione autonoma dello Xinjiang, oltre che da questa strada anche dalla ferrovia recente. E proprio all´incrocio della strada con la ferrovia si giunge alla periferia industrializzata di Korla, cittadina nuova, che dá un senso di pulito con grandi viali alberati ed edifici di tipo moderno, alti e bianchi.

É bello visitare la cittá percorrendo i grandi viali e ci soffermiamo ad osservare i giocatori di biliardo. Infatti, i tavoli da gioco sono messi direttamente a fianco della strada, all´aperto, molto numerosi e la gente di qui gioca molto volentieri. Guardiamo i negozi in cui é esposta poca merce in vetrine polverose e poi entriamo in un grande magazzino, che coi cinema, denunciati da grandi cartelloni con immagini coloratissime dei protagonisti dei film che si intuiscono di genere avventuroso, sono gli edifici piú notevoli.

L´edificio é a piú piani e le merci sono suddivise per generi sopra grandi banconi con vetrine e su scaffali. Sono merci di ogni tipo, dalle scarpe, alle penne, ai colori e vernici, alle biciclette ed ai ricambi e utensili agricoli. Giriamo particolarmente incuriositi da questi oggetti che rivelano una tecnica di costruzione per noi molto vecchia e non ci accorgiamo che la gente é tutta sparita attorno a noi. E´ orario di chiusura, ma naturalmente non ce ne siamo accorti e le commesse, tutte giovani ragazze, ci guardano divertite scambiandosi battute ad alta voce e ridendo apertamente al nostro impaccio, divertendosi un mucchio, simpaticamente. Usciamo infine da una porta secondaria che ci viene indicata fra grandi risa.

Accanto all´hotel vi é un grande salone, che funge da discoteca, sul cui fondo un piccolo complesso suona delle musiche ripetitive. Il ritmo é blando, ma ci sono molti ragazzi giovani ed adulti che ballano. A quanto pare, noi siamo gli ospiti d´onore, attesi ed obbligati ad intervenire. Siamo anche caldamente invitati a ballare ed il gestore, un omaccione grande e grosso, ripetutamente insiste. Sarebbe un´offesa per lui un nostro rifiuto. Purtroppo forse siamo deludenti, dal momento che solo pochi di noi si possono definire in possesso dei primi rudimenti di ballo. La sola Maria dá prova della sua maestria, volteggiando tra la gente. Si suonano perfino canzoni italiane, finché ad un ritmo assordante accontentiamo tutti, buttandoci in una danza forsennata dai movimenti molto liberi ed estrosi!

 

 

18. Ürumqi: ai piedi dell´Altaj

Da Korla, la strada si inerpica subito sui monti del Tian. La terra é qui piú verde e vi sono gruppi di cicogne accanto a molte pozze d´acqua. Vi sono persino dei pescatori che sono alle prese con le reti. Passando attraverso i villaggi si constata che é aumentata la diffusione delle antenne televisive: semplici tondini di ferro piegati e posti in cima a pali di legno.

Il percorso si snoda ora attraverso sempre piú numerosi centri abitati posti tra il verde, per lasciare poi spazio a zone aride e montuose, su cui la strada si inerpica tra gole rocciose, in cui si susseguono cave di calce e fabbriche primitive per la produzione del cemento, tra nugoli di polvere e fumo di carbone. Stiamo percorrendo l´itinerario piú lungo, ma meno dissetato, verso Ürumqi, avvicinandoci a Turfan. Dopo essere ridiscesi verso la depressione occupata da questo centro, si dirige a nord, verso i monti dell´Altaj, preceduti da praterie brevi, ma verdissime, solcate da canali ed un lago che si presenta a pochi chilometri dalla cittá.

Il milione di abitanti di Ürumqi lo si intuisce dalla grandezza della sua estensione e dal suo immediato apparire, dopo una povera periferia, con le caratteristiche di una grande metropoli densamente popolata. Appaiono all´istante le contraddizioni delle grandi metropoli asiatiche: enormi alberghi sfavillanti ed edifici pubblici mastodontici e decorati con fregi e statue, piazze e monumenti, accanto a tentativi non sempre ben riusciti di edilizia popolare, sottolineata dalla grigia presenza di tanti casermoni inframezzati al persistere di casupole a volte fatiscenti. Questi, piú di altri, portano una patina nerastra dovuta all´utilizzo costante del carbone per l´uso domestico e industriale.

Ürumqi é comunque una cittá importante, che ha tratto la sua fortuna dalla ferrovia, che ha portato ricchezza e commerci ed anche esplosione demografica. A sera percorriamo i viali della cittá, dopo aver preso alloggio all´Overseas Chinese. Accanto a piccoli negozi e venditori ambulanti di angurie, vi sono ristoranti con vasche di pesci, tartarughe e una specie di sottilissime anguille o serpenti d´acqua, pronti ad essere scelti e cucinati per i clienti. Ci viene il dubbio di aver giá mangiato anche noi qualcosa di strano senza essercene accorti, insieme a cetrioli ed alghe di fiume, che sono ritenuti una leccornia.

La domenica, come la gente di qui, la dedichiamo ad una escursione ai piedi delle montagne dell´Altaj. Usiamo una Jeep Toyota ed un furgone a noleggio per raggiungere le Southern Pastures. Sono situate incredibilmente in una verdissima vallata, con pini e pascoli che li identificano alle vallate alpine. E siamo solo a poche decine di chilometri dal deserto e dalle oasi rigurgitanti di pioppi!

Si fa la fila lungo la strada, perché questa é una zona di turismo locale, dove i cittadini di Ürumqi, oggi che non é giornata lavorativa, vengono a fare una passeggiata nella natura con gli autobus pubblici e cercano un posto per il picnic. L´attrazione piú grande é costituita da una cascata di una ventina di metri, che scende a picco dalle rocce, formando un bellissimo arcobaleno con le minuscole goccioline d´acqua che rimangono sospese nella luce del sole. Si raggiunge a piedi dal fondo della valle, oppure si sceglie di esservi trasportati sulla groppa di un cavallo da ragazzi e ragazze Kazaki, accampati alla fine della strada asfaltata. Tutti si accalcano qui per farsi scattare una foto ricordo, cercando di arrampicarsi un poco sulla roccia per dimostrare piú coraggio, ma perloppiú rischiando di inzupparsi i pantaloni buoni nel torrente.

Piú sotto, in un´ampia radura in cui la gente trova posto sull´erba sedendosi a gruppi in cerchio per magiare e chiacchierare all´ombra dei pini, ci sono anche delle yurte, erette su piattaforme dircolari di cemento, fatte ad uso e consumo dei turisti locali e poste qui come museo dei costumi kazaki. Anche noi mangiamo cibo kazako in un piccolo chiosco. Il piatto forte é la carne di montone fortemente pepata, fatta a piccolissimi pezzi, infilata su degli spiedini che vengono arrostiti direttamente su carboni. Sono molto simili al chebab turco o iraniano.

I veri pastori kazaki, i cui ragazzi guadagnano qualche soldo trasportando a cavallo i turisti, sono accampati piú sotto, pascolando greggi sui pascoli delle montagne con i cavalli e qualche cammello. Raggruppati in piccoli gruppi sono sparsi all´intorno su queste montagne; continuano con semplicitá la loro vita di nomadismo millenario, l´allevamento dei cavalli di cui sono maestri nell´arte della equitazione e cacciando con l´aquila, che utilizzano come un tempo in Europa si usava il falcone.

La sera percorriamo i viali della cittá, dove la gente si ritrova all´aperto godendosi il riposo. Oggi non é esattamente festa, ma non si lavora obbligatoriamente e la gente é libera di fare ció che vuole. Sul ciglio della strada vediamo uomini giocano a carte e ragazzi, in fila, giocano a scacchi con una rapiditá di mosse sorprendente. Vi é anche un ciarlatano, acrobata e fachiro, che si esibisce in mezzo alla folla, eseguendo i suoi numeri tra lo stupore ed il divertimento generale.

Il bazar ferve anche a quest´ora. Non ci sono grandi mercanzie, ma vestiti a poco prezzo, perle di fiume, collane, radici e corna di animali. Chiediamo una radice di Jin Seng. Ci viene mostrata una vecchia scatola polverosa con una specie di tubero; siamo perplessi e il prezzo non ci convince. Piú oltre i ristoranti “volanti” all´aperto sono semplicemente una serie di tavolini, posti gli uni accanto agli altri, a cui si gustano spiedini o pollo o riso o spaghetti di soia o anche solo interiora o lardo bollito. Ognuno ha una sua specialitá particolare.

Il museo etnologico delo Xinjiang, che ha sede ad Ürumqi si rivela veramente notevole per i suoi reperti archeologici, antropologici, artistici e la sua illuminante impostazione storica. Sono stupefacenti le documentazioni antiche sulla vita, la religione, l´arte ed anche la storia della seta e le sue magnifiche lavorazioni. Dal punto di vista etnologico, esso presenta una ricostruzione dell´ambiente familiare ed abitativo, oltre che di costume, delle tredici etnie che popolano la regione autonoma: Uiguri, Kirghisi, Tagiki, Kazaki, Russi, Han, Mongoli, Manciú, Tartari, Dahan, la stirpe qui piú antica, Hui e Sibo.

Ürumqi é pure famosa per la lavorazione della giada, che fin dai tempi piú antichi viene cercata nei fiumi, di notte, quando la luna con la sua luce delicata pone in risalto la trasparenza delle pietre, subito valutata dall´occhio piú esperto. Anche questa é un´arte che si perde nel tempo ed un simbolo di ricchezza e di potenza.

 

 

19. Festa della natura e dell´arte a Turfan

Dalla cittá capoluogo si riprende la strada giá percorsa nel primo tratto per Turfan. E´una bella strada, con demarcata la linea di divisione delle due corsie, che percorre la piana fra il Tian Shan e il Taj Shan, rinverdita da piantagioni di pioppi che giungono sino in riva ad un lago. Da qui peró inizia nuovamente la zona desertica: una piana interrotta ogni tanto dalle sagome caratteristiche dei pozzi di petrolio, ma nella zona vi sono anche ricche miniere di carbone. Vi é un piccolo bacino ed un lago salato, da cui la gente estrae blocchi di sale che poi macina artigianalmente, affiancandosi alla raccolta piú razionale operata in alcune saline.

Verso l´altura, l´acqua ritorna lenta a fluire fra i pioppi, che precedono la presenza di un piccolo villaggio, con gli abitanti che paiono tutti raggruppati presso il vociante mercato coperto, il cui portale d´ingresso é decorato con originali disegni dai vivaci colori. Un gregge e branchi di cavalli pascolano lentamente, frammisti a mandrie di mucche in un pascolo immenso, all´imbocco di una stretta vallata attraversata da un torrente. Oltre questa si estende la vasta depressione di Hami, al centro della quale si pone Turfan.

Piú si scende sotto il livello del mare, piú il calore si fa talmente intenso che sembra scendere una densa nebbia, che impedisce addirittura di vedere. Anche in questo deserto vi sono  i piccoli crateri di pozzi in linea, scavati per pescare dai canali sotterranei, costruiti ed utilizzati con una tecnica antichissima che é giunta sin qui dalla lontana Persia. E dopo una visione cosí cruda di tanta desolazione, non puó essere che stupefacente l´ingresso quasi improvviso nell´oasi di Turfan. Qui addirittura é cosí rigogliosa la natura, che le strade sono coperte da pergolati d´uva e si viaggia sotto l´ombra dei pampini verdissimi e dei grappoli dorati che pendono sopra le nostre teste come un miracolo nel deserto, in una esplosione di vita e di abbondanza.

Sopra Turfan si elevano le Flaming Mountains, che si raggiungono dopo aver percorso un tratto di deserto, per risalire una gola tra scoscesi pendii sabbiosi. Verso il mezzogiorno, colpiti in pieno dal sole, sprigionano quasi un intenso colore rosso fuoco dando l´impressione di incendiarsi. Da qui essi derivano il loro nome e cosí le vide anche il pellegrino Xuan Zang, famosissimo in tutta la Cina per il suo intrepido viaggio, che gli consentí di portare in questo paese i testi sacri del buddismo.

Egli é raffigurato in una immagine bianca e quasi eterea che precede l´ingresso delle grotte di Bezeklik, di origine buddista e risalenti al IX secolo. Sinceramente, le parti di affreschi rimaste dopo le evidenti deturpazioni ed i furti non sono molte e richiederebbero urgentemente un intervento di restauro! Le figure dipinte sulle pareti e sulle volte di molteplici vaste camere, perloppiú a volta e scavate direttamente nell´argilla del fianco della montagna, sono eseguite a fresco su uno strato di argilla impastata con paglia macinata e lisciate a mano. Le immagini sono di tipo buddista, incise nei contorni di perfetta sinuosa precisione in tondi e curve, in cui si inserisce a strisce il colore ben conservato sotto una sottile patina  trasparente di argilla.

Nella piana tra Turfan e le Montagne Fiammeggianti, si possono ancora visitare le rovine di Goachang, costruita in mattoni d´argilla seccati al sole. Questa capitale antica dello Xinjiang ha avuto le sue origine giá sotto la dinastia Tang nel settimo secolo ed é stata una delle piú famose stazioni poste su una delle vie della seta. La cittá stessa é racchiusa in una ampia cerchia di mura lunga sei chilometri ed alta a tratti piú di dodici metri. Nella cittá interna, a sua volta contornata da mura, si trovano ancora rovine bem conservate di palazzi e monasteri ed un tempio con scuola buddista.

Un poco oltre le rovine, si trovano le Tombe di Atsana, di particolare interesse artistico. Vi si accede attraverso una stretta scala che scende alla camera funeraria posta  sei metri sottoterra.

In una si conservano due corpi mummificati, nell´altra si possono ammirare sulla parete bellissime e raffinate decorazioni con immagini di uccelli d´acqua, simboli eloquenti di paradiso e felicitá ultraterrena. Un´ultima tomba mostra, affrescati, quattro personaggi. Di tre si puó leggere il nome e reppresentano la terra, la ricchezza e la pietra. Il quarto  potrebbe rappresentare l´acqua. Ai lati si aggiungono figure simboliche, come la campana rovesciata, colma d´acqua e posta in equilibrio. Un proverbio cinese antichissimo, qui richiamato dall´immagine, suggerisce che troppa acqua fa cadere la campana e perdere tutta la sua preziosa ricchezza. Una giara, sulla destra, presenta un unico piccolo foro entro cui puó entrare solo un chicco di grano: quando essa é piena si deve rompere per averne il contenuto, occorre pertanto che l´uomo faccia in modo di non colmarla mai, per mantenere uno spazio di vita! Poi, un fascia di fili di seta, invece, richiamano il senso della fragilitá dell´essere soli e la forza dello stare insieme, mentre un manipolo d´erba suggerisce che solo in questo modo si ottiene vita e abbondanza.

Turfan peró non finisce di stupire e accompagna attraverso percorsi polverosi da questi regni disseccati al sole del deserto e del passato, alla freschezza di una vita rigogliosa vissuta e pensata nella Valle dell´Uva, una comune agricola che ha trasformato la natura riarsa in una esplosione di verde e di vita con il magico tocco di fresche sorgenti ed abili cure.

Qui, il monumento senz´altro piú spettacolare é costituito dall´imponenza unica e dalla raffinata lavorazione del minareto circolare, culminante con una cupola, della moschea Sugongta, di stile afgano. Si eleva per ben quarantaquattro metri e risale alla fine del settecento, epoca della dinastia Qing. E´una realizzazione d´arte spettacolare nel riverbero del sole, col semplice ricamo geometrico dei mattoni, piacevole ed affascinante, che pare sfidare la cocente vampa nel mezzogiorno accecante.

Accanto, la moschea calcinata di bianco ha un pavimento di terra battuta e la soffittatura di stuoie intrecciate, ricoperte da un lieve strato d´argilla, piú riparo degli impietosi raggi del sole che d´una improbabile pioggia.

Siamo affascinati da tante scoperte, ma una novitá ancora ci attende. Quello che ormai da giorni si temeva, si é avverato, senza neppure lasciarci l´amarezza della sorpresa. Abbiamo capito che l´organizzazione della mente cinese deve essere nel contempo molto rigida e gentile. La nostra guida non vuole contrariarci e nel contempo non puó considerare come possibile non seguire le sue direttive. E queste dicono che il Qingai e la strada di Golmud sono ´off limits´ per noi. Il motivo ufficiale é l´impraticabilitá per motivi militari e logistici. La mia opinione personale sfiora solo i motivi organizzativi. Certo non siamo disposti a rinunciare al Qingai!

Il mattino, si prende la direzione delle Flaming Mountains, verso Hami. Dopo le colline di argilla e sabbia, la valle si apre al verde ed alle coltivazioni per un tratto. La strada é sterrata e ci abbiamo ormai fatto l´abitudine guidando con prudenza, anche se questo rallenta la nostra marcia.

Ció a cui non siamo abituati é il continuo pericolo dell´imprevisto che puó arrivare da un momento all´altro su questi percorsi dissestati. Ed ecco improvviso un sasso, lanciato violentemente da un camion in corsa, distrugge il parabrezza anteriore di un furgone. Il cristallo si sbriciola ironicamente in mille pezzetti finissimi e compatti; una minutissima ragnatela elastica e tagliente. Si é quindi costretti a viaggiare “al fresco” e rallentare maggiormente l´andatura.

Si incontrano oramai piú spesso, a tratti, villaggi solitari, preceduti da immancabili coltivazioni di pioppi ed apiari posti a ridosso dei cigli della strada. Nei campi coltivati spiccano le gradazioni diverse del verde del granturco, dei meloni e del cotone, che ha un bel fiore in boccio. Poi di nuovo ci si immerge nel deserto, con la catena del Taj che sullo sfondo accompagna il nostro itinerario.

La strada é tagliata diritta come una fucilata nella piana senza confine, se non il lontano baluginio dell´orizzonte. E´ questo il monotono susseguirsi delle ore.

Hami, piú che una cittá assomiglia ad un grosso villaggio, con la stazione ferroviaria sonnacchiosa ed alcuni edifici in costruzione, simili a palazzoni di foggia occidentale, tetri ed anonimi.   A parte qualche via principale, il resto del labirinto delle vie é un susseguirsi di tratti polverosi e sterrati, fra lavori in corso che ci costringono ad una gimcana imprevista. Approfittiamo del tour improvvisato per rifornire di benzina gli automezzi. Nel nord infatti non esistono normali pompe di distribuzione, ma un centro, solitamente militare, difeso, a cui possono accedere gli automezzi autorizzati col solo conducente. E´ cosí che, ogni giorno, il rifornimento diviene quasi un rito che ha una durata indefinita, in una attesa lunga e soffocante.

La Guest House é il solito binguan cinese, con una umanitá in fermento vociante, le camere spalancate in un andirivieni continuo, suoni e rumori ed il volume dei televisori che si mescola festoso e assordante alle risate dei giocatori di carte seduti nei corridoi. Siamo osservati come mosche bianche dai bevitori accaniti di té, preparato con i termos di acqua bollente che si trovano in tutte le camere. Qui di turisti non se ne deve mai vedere l´ombra! Fortunatamente, la sosta ci consente di apprezzare l´abilitá di due giovani artigiani vetrai, che con una lastra di plexiglass ricostruiscono abbastanza solidamente il cristallo distrutto, con un risultato esteticamente apprezzabile. Speriamo che sia altrettando resistente.

 

20. Verso sud attraverso il corridoio del Gansu

Ventiquattro agosto. Oggi é il giorno in cui lasciamo il Xinjiang per entrare nella regione del Gansu. La tappa odierna peraltro é preannunciata molto dura e lunga, a causa dei lavori di ripristino della vecchia strada. Questo significa che dovremo ritenerci fortunati se troviamo una pista giá segnata e non ancora resa un percorso di guerra dai camion. Per il momento procediamo fuori cittá, su una strada ampia e diritta in direzione sud, fra gli immancabili vivai ostinatamente piantati anche nella sabbia per congiungere il piú possibile le oasi.

Il cielo é nuvoloso, ma occorre considerare che l´ora solare é almeno due ore in ritardo su quella ufficiale. Ci documentiamo sulla nuova regione, un territorio stretto, quasi un corridoio, arido e desolato posto tra il deserto del Gobi ed una lunga fascia montuosa che sale verso gli altopiani del Qingai e del Tibet. Nella storia cinese comunque, questo stretto passaggio ha visto il transitare obbligato degli eserciti e delle carovane che, dalla porta di Giada, a Dunhuang, dirigevano a nord, su una delle vie della seta. Regione un tempo completamente mussulmana, ha subito una violenta repressione a metá del secolo scorso dopo una rivolta nei confronti dell´impero cinese; il risultato é stato di riuscire a spopolare il territorio e soggiogarlo quasi interamente all´etnia han.

Dura settanta chilometri circa l´illusione di una miracolosa sistemazione della strada. Poi non resta che affrontare la pista disegnata debolmente nel deserto ed affidarsi al senso di orientamento della guida. Non é infatti semplice seguire la pista in questi casi, soprattutto mantenere quella giusta, fra le tracce molteplici dei pneumatici, che a tratti scelgono diverse direzioni. E´ facile invece perdersi e ci succede! Niente di grave per fortuna, solo qualche chilometro da percorrersi a ritroso dopo una fortunosa indicazione avuta da un camionista.

Si continua quindi a ballare su e giú, cercando di evitare le dune di sabbia che sono insidiosissime, mentre il vento spazza la piana, alzando una polvere finissima e fastidiosa. All´orizzonte si alza improvvisa anche una colonna di fumo denso e nero. Si pensa al fuoco in un villaggio, invece é un camion che si é incendiato su un passaggio obbligato fra due rocce ed impedisce il transito. Un po´ di gente si accalca intorno, tentando di spegnere le fiamme con la sabbia. Roberto porge ai soccorritori un estintore, ma il risultato é quasi nullo, data l´imperizia nell´uso. Incredibilmente giungono soccorsi da un camion cisterna, che peró non puó avvicinarsi senza pericolo. Degli intrepidi scagliano acqua e sabbia e qualcuno riesce a sopraffare il fuoco sprigionato sul cassone da bidoni di catrame e pneumatici. Finalmente la situazione sembra sotto controllo ed anche noi siamo invitati a passare in fretta accanto alla carcassa nera, ancora pericolosamente fumante.

Lo Xinjiang a sud-est é chiuso da un passo freddo e roccioso, su cui vi é una corona di resti di antiche torri di guardia disposte con regolaritá a controllo dell´unica via di transito. E´anche la fine dell´immenso bacino del deserto del Taklimakan, che ci ha richiesto piú di dieci giorni di marcia per superalo. 

Al di lá del passo, la discesa si apre su una piana stepposa, coperta da rade erbe ed arbusti, fino ai piedi di strane collinette dalla sommitá a pan di zucchero. E finalmente, dopo oltre duecentocinquanta chilometri di sterrato e pista, torniamo come d´incanto sull´asfalto, al bivio tra Dunhang ed Anxi. Si prova una sensazione dolcissima, quasi di morbido abbandono nel vento dopo tanti sobbalzi!

Al confine ci hanno atteso le nostre nuove guide, che con Min accompagneranno il nostro percorso. Siamo cosí solo a qualche chilometro da Liuyuan ed il fondo stradale é veramente buono e ben ripristinato. Le strade qui pare non siano neppure da paragonare agli itinerari avventurosi della Xinjiang, ma staremo a vedere. Intanto teniamo una velocitá incredibile di ottanta chilometri l´ora! E´ da quando abbiamo lasciato l´Iran che non ci succede piú di volare!

La pianura che attraversiamo é ondulata e desertica sino ad Anxi, dove si prende la direzione ovest, superando un ponte su un fiume abbastanza ampio. In tratti diversi del percorso si sfiorano rovine di antiche torri di avvistamento, poste a controllo della millenaria cittá, fulcro delle  diverse vie commerciali verso l´occidente. Stiamo infatti percorrendo la via che da Xian giungeva ininterrotta al punto d´incontro delle vie del deserto. Oggi, questo ganglio vitale d´un tempo, crogiuolo e passaggio obbligato di razze, lingue, culture e religioni, é preceduto da una verde campagna coltivata, ai cui margini pascolano pecore e cammelli ed é assordata dal rombo degli aerei che atterrano a fianco della strada, un lunghissimo viale fiancheggiato da pioppi. E´ giá sera quando giungiamo esausti al Dunhuang Hotel, mischiandoci ai gruppi di turisti giapponesi e di Taiwan giunti comodamente in volo da Pechino.

 

21. Dunhuang: l´oasi sacra

Dunhuang é una grandissima oasi nel mezzo del deserto del Gobi, un tempo stazione obbligata di transito fra Ürumqi e Lanzhou. Fu, durante la dinastia degli Han e dei Tang, un centro tra i piú importanti sulla via della seta che attraversava i territori a nord-ovest, come punto di interscambio commerciale, culturale e religioso per le carovaniere in transito per Taskargan o per ´Xian. Oasi sacra, ebbe il nome antico di Shanzhou, ultimo avamposto dei comandi militari collocati sull´itinerario importante dagli stessi Han.

Matrco Polo vi nota al suo tempo una grandissima attivitá spirituale del buddismo e la presenza dei numerosissimi templi a Mogao, scavati nella parete del Mingsha Shan, le Colline delle Sabbie Cantanti. Il  vento che vi soffia produce, infatti, un tipico suono armonioso simile ad un canto. La falesa d´argilla cade a piombo, ricoperta di sabbia sulle cime, tra cui occhieggia un lago raggiungibile solo a piedi. Dalla parte contrapposta si erge il Sanwei Shan, il monte dei Tre Perigli.

L´incontro millenario delle culture e delle idee trascorse per Dunhuang nel passare dei secoli, ha costruito attorno a questa cittá una fama di meraviglia e di sacralitá che solo in questi ultimi decenni sembra essersi affievolito con l´avvento di Mao al potere. E neppure questo ha peró potuto distruggere un patrimonio di storia e di arte che la fede buddista ha saputo proteggere per secoli da successive invasioni e distruzioni e dal sopravvento dell´islam. E tale tesoro, che forse non ha uguali per varietá e quantitá e continuitá di produzione nel tempo, é raccolto in quelle che sono chiamate oggi le Grotte dei Mille Budda a Mogao.

Luogo sacrale di pellegrinaggio nella storia lontana, oggi le grotte dei Budda sono solo meta turistica insostituibile per i visitatori, piú o meno attenti e consci del tesoro d´arte e di fede qui raccolto.

Con questa amara considerazione nell´animo, varco il portale pittoresco che introduce alle grotte, ridotte a museo spettacolare e mi accingo a seguire la spiegazione frettolosa della guida, che mi conduce a passi rapidi sulle balaustre esterne in legno che fungono da passaggio e permettono di accedere alle centinaia di aperture aperte direttamente nella parete d´argilla delle Colline delle sabbie Cantanti. Ogni tempio, custodito in ciascuna di queste grotte, é  indicato da un numero che spicca su massiccie porte di legno, chiuse a doppia mandata.

La realizzazione della prima grotta risale al 336 d.C., quando un monaco fu ispirato all´opera dal sogno dei volti di mille Budda. Fu cosí che per ben dieci secoli Dunuhang divenne un fiorente fulcro di religiositá, cultura ed arte buddista sulla via della seta, finché le grotte vennero chiuse ed abbandonate, affinché non cadessero nelle mani di invasori stranieri.

All´inizio del ventesimo secolo soltanto, Wang Yuan, un monaco taoista, scoprí per caso una grotta, in cui erano contenuti veri tesori d´arte e di cultura cinese, tra cui centinaia di manoscritti in antica scrittura cinese e tibetana e altre lingue dell´Asia Centrale, anche oramai sconosciute. La maggior parte di questi tesori é stata poi sottratta e portata in Europa ad opera dell´esploratore inglese Sie Aurel Stein ed altri avventurieri meno discreti di lui!

Le piú antiche realizzazioni artistiche datano dalla dinastia degli Wei del Nord e dell´Ovest, degli Zhou del Nord (386-581). Seguono opere dei periodi successivi delle dinastie dei Sui (581-618), dei Tang (618-907), della quinta dinastia dei Song del Nord, degli Xia dell´Ovest e degli Yuan (907-1368).

Perplesso, penetro nella grotta 17.  La vera e propria sala centrale é preceduta da un atrio, in cui si apre una sala minore. Le pareti sono affrescate con immagini femminili, figurate in delicati panneggi di stile indiano e volti e corpi scuri. Le raffigurazioni rivelano tratti di tono indubbiamente realistico, anche se i personaggi denotano una rigiditá ed una ieraticitá nei gesti e nelle posizioni dei corpi. Ghirlande di fiori e una cornice contornano e sovrastano le scene. Nella grande sala troneggia una enorme statua di Budda, in argilla, completamente e finemente dipinta. Sulla parete sono affrescati degli alberi, un uomo ed una donna. La donna porta nella destra un bastone e nella sinistra, coperta da un panno, tiene un oggetto sacro. L´uomo fa invece vento con un flabello.

La grotta contrassegnata dal numero 16 e´ piú  grande. Sulle pareti i contorni delle figure sono un poco in rilievo e la decorazione, formata da piccoli Budda nella parte superiore e una teoria di fiori in quella inferiore, é ripetitiva. Metá dello spazio é occupato da una enorme statua di Budda, contornato da quattro grandi immagini e altre quattro personaggi seduti in preghiera. L´insieme é digradante nelle misure in relazione alla grandezza morale delle rappresentazioni. La grotta risale al periodo Tang, come la successiva visitata, la 328, che presenta un insieme coreografico di scuture e decorazioni affrescate. L´insieme plastico ripete il soggetto della prima grotta, ma é finemente decorato sulle pareti, con immagini ripetitive all´interno e grandi figure ben conservate nel corridoio d´ingresso. Le statue rappresentano in successione, intorno al Budda, la Sofferenza, la Scienza, le donne del Budda e tre personaggi minori in preghiera.

Nella 329 colpisce la ricca decorazione delle soffittature, con l´immagine centrale della Terra Pura, circondata da centinaia di minuscole figurine con interessantissimi costumi dell´epoca della realizzazione; sopra un gruppo di cinque figure plastiche, due racconti allegorici. Il primo rappresenta un giovane trasportato su un cavallo, i cui piedi sono sostenuti da quattro persone che corrono; il secondo mostra un personaggio femminile su un elefante, con altre due immagini di donne, mentre sulla destra é  rappresentata la cittá.

La dinastia Sui ha lasciato le sue testimonianze artistche nella grotta 427. Le statue, enormi, hanno un atteggiamento ieratico nella rappresentazione dei Budda delle tre generazioni: passato, presente, futuro. Le pareti ed i soffitti sono quasi intarsiati con migliaia di figurine di Budda con le facce nere. Solo uno di questi volti ha conservato la patina d´oro originaria. Nel primo atrio, sei statue un tempo portavano delle spade e delle lance ed erano poste a custodia della grotta, schiacciando i popoli sconfitti sotto i loro piedi.

Figure femminili in ´topless´, di chiara influenza indiana, abbelliscono invece la 428, di epoca Zhan. I Budda, nella loro funzione decorativa, sono originali, posti su piccole formelle in rilievo come piccole piastrelle ovoidali incollate alla parete in modo simmetrico e continuativo. La fascia sottostante rappresenta migliaia di diversissimi personaggi del popolo che hanno contribuito alla costruzione del tempio. Gli affreschi, fra le due fasce decorative, narrano poeticamente le storie del Budda. Sono scene di derivazione e collocazione indiana.

Un padre, narra il racconto in immagini, permette ai tre figli di uscire a cavallo per divertirsi. Questi, sulla strada del ritorno, incontrano una tigre con sette cuccioli, affamati a tal punto che sono in fin di vita. Il piú giovane dei fratelli, commosso dalla sofferenza degli animali, chiede ai compagni di tornare soli, per poter aiutare le belve sofferenti. Gli animali sono cosí deboli da non poterlo uccidere ed allora lui stesso si procura la morte, infilandosi nel collo una scheggia di bambú. Solo in questo modo le tigri possono sfamarsi col suo corpo. Nel frattempo, i fratelli tornati alla sua ricerca ritrovano solo le sue misere ossa. I genitori, ascoltata la nobile storia del sacrificio si rattristano e in memoria del figlio costruiscono una torre in cui questi viene venerato come santo. Egli é il primo Budda.

Le immagini del racconto sono molto semplici, quasi naif. Piú caratteristiche sono le statue, che pur  avendo una grande testa hanno un certo equilibrio ed armonia nelle forme. Arricchiscono l´insieme pittorico immagini floreali ed arabeschi.

Le grotte, che ripetono gli stili delle tre dinastie, sono ben quattrocentonovantadue e sono disposte su una superficie di 45 mila metri quadrati, disponendosi su una parete di un chilometro e seicentometri. Purtroppo un pó buie o mal illuminate, non sono tutte visibili o perché non ancora restaurate o perché presentano immagini di arte Tantrica, come la grotta Mizong, 462, che con le sue esplicite rappresentazioni sessuali é ritenuta troppo sconveniente per essere aperta al pubblico. Pertanto solo una quarantina di queste sono accessibili.

Si lascia l´oasi sacra con un certo rimpianto il mattino, sul far dell´alba. Riattraversiamo Anxi, dopo solo qualche chilometro, accarezzando le torri di guardia sparse sul percorso. A sud della cittadina riprende il deserto, quasi subito interrotto dalla presenza di un piccolo laghetto solitario, prima di riabituarci al paesaggio monotono ed arido che fiancheggia il Gobi.

La sosta per il pranzo ci riserva una sorpresa. Entrati nell´edificio di un piccolo ristorante, udiamo dei botti giungere da molto vicino. Ci avviciniamo incuriositi al cortiletto, dove alcuni ragazzi fanno scoppiare allegramente dei petardi. Altra gente é riunita nelle sale: è un matrimonio.

Lo sposo e la sposa sono molto giovani. Lei ha un vestito rosso e dei coriandoli fra i capelli nerissimi. Sono cosí timidi ed emoziomati che a stento riescono a sorridere. Salutano e si inchinano tre volte di fronte al capo famiglia e poi ai parenti, ai vicini ed agli amici che li circondano, partecipando festosamente al banchetto. Oggi é festa per tutti.

Questa mattina presto, la sposa si é accuratamente agghindata nella sua casa con l´aiuto della madre. Ha indossato il vestito rosso e si é posta civettuola i fiori tra i capelli osservandosi lungamente allo specchio.

Verso le nove lo sposo, col vestito nuovo, giunge alla casa della sposa. Bussa dapprima debolmente, con timore, e poi sempre piú forte di fronte al silenzio che giunge dall´interno. Piú volte bussa ed altrettante volte nessuno risponde.

Improvvisa, dopo molto tempo, risuona una voce.

“Chi é?” azzarda la madre della sposa, dietro l´uscio chiuso.

“Sono io....!” risponde il giovanotto.

“Io chi?” ribatte la voce inflessibile.

“Sono.....Non mi riconosce?” insiste lui.

“Non ti conosco. Cosa vuoi a quest´ora?”.

“Sono venuto a portare via la mia amata!”, ribatte ancora.

“Chi é la tua amata?” fa la donna.

“E´proprio.........” insiste paziente lo sposo.

“Qui non c´é nessuno con questo nome!”.

“Certo che c´é!” si ribatte.

“Ma non sará per caso.....” e qui la madre fa un altro nome.

“No, é proprio.......!” risponde ostinato il giovanotto.

Finalmente, dopo che la scena si é protratta e ripetuta per parecchio tempo, la madre permette allo sposo di entrare ed egli porta via in braccio o sulle spalle la sua amata, dirigendosi verso la nuova casa, che, ahimé, deve essere sempre posta ad un piano piú alto della precedente dimora della ragazza! Qui si celebra la cerimonia con grandi scoppi di mortaretti, che per l´occasione si chiamano “fiamme”.

Poi la famiglia ritorna alla casa della donna, dove si riuniscono parenti, amici e tutto il vicinato per il pranzo, durante il quale si recita la formula di rito ed ai due sposi viene consegnato il libretto rosso e si beve in abbondanza un forte liquore trasparente.

Con negli occhi la felicitá sprigionata dalla semplice e cosí naturale cerimonia si riprende il cammino sotto il sole dardeggiante, risalendo chilometri e chilometri dolcemente, mentre sulla destra si profilano lontani i monti innevati del Qingai, sullo sfondo dei resti di antiche torri di guardia. Passiamo infatti attraverso il passo di Yumen, dominato da una torre fatta appositamente costruire dagli imperatori Han per controllare il passaggio delle carovane di cammelli ed a difesa delle regioni meridionali dagli invasori del nord. Di essa e della sua grandiosa struttura rimangono ora solo le tristi vestigia, corrose dai secoli e dall´implacabile erosione della sabbia del deserto.

Dirigiamo verso Jiayuguan ed incontriamo i primi resti della Grande Muraglia sparsi nella piana, finché si giunge a vedere il fortilizio che segna il suo limite occidentale, qui segnato dal periodo della dinastia Ming. E´ veramente incredibile questo capolavoro dell´ingegno umano, l´unico manufatto dell´uomo che possa essere visto sin dalla luna!

Il forte di Jiayuguan lo chiude con la sua struttura massiccia di avamposto militare recentemente restaurato. Due cerchia di mura lo circondano in forma quadrata. All´interno vi é il luogo di residenza della gurnigione, su cui svettano i tetti tipici a pagoda, sistemati l´uno sull´altro, a piú piani, intercalati da travi di smalto rosso e oro. La prima di queste costruzioni risale al 1372. Entro la prima cerchia delle mura, dove attualmente si apre il portale d´accesso, si incontra il tempio Guandi ed un vivace teatro all´aperto, che presenta le quinte delle scene finemente decorate con eterei paesaggi, uccelli e fiori.

Il forte, un tempo definito “Inespugnabile Gola sotto il Sole” o “ Imprendibile Passo sotto il Cielo”, controllava il passo di Jiayu, posto fra i Qilian Shan e le Montagne Nere della catena del Mazong. Vi si aprono due porte, la Guanghua Men, la Porta della Spiegazione, ad est e la Rouyuan Men, Porta della Conciliazione, ad ovest. Su entrambe si elevano due torri di diciassette metri di altezza.

Alloggiamo a sera al modernissimo Jiayuguan Binguan, cui si accede in modo rocambolesco attraverso una strada in rifacimento. I giovani della cittá e la borghesia arricchita si ritrova qui per ballare. Cominciamo ad incrociare frotte di turisti giapponesi e di Taiwan  attrezzati all´Indiana Jones per affrontare in brevi tratti di percorso su autobus riservati il percorso per la Grande Muraglia.

Ancora una volta peró é il nostro percorso che cambia verso Xining. La via d´accesso diretta non é accessibile, anche se si spera sino all´ultimo momento di affrontare l´itinerario a nord, che costeggia il lago, per Golmud. Motivi militari lo impediscono. La situazione instabile del Tibet, di cui anche il Qingai fa geograficamente parte per la sua struttura morfologica ed etnica, si fa sentire attraverso una forte presenza di truppe. Il Qingai ci dovrá attendere ancora un giorno.

Insistiamo comunque per arrivare direttamente a Xining. Non possiamo rinunciare alla visita di questa regione cosí affascinante. Dovremo scendere lungo l´intero Gansu, sino quasi a Lanzhou, per poi risalire il primo tratto dello Huang He per Xining.

Abbiamo discusso ed insistito a lungo, scoprendo che é inutile sperare in un cambiamento di programma in Cina. Le lievi variazioni peró sono possibili, con molta pazienza, meticolositá e gentile insistenza. Misteri cinesi!

Le vie di Jiayuguan sono un poco dissestate, ma in direzione di Zhangye il percorso si fa piú agevole. Dirigiamo lentamente sul Qingai, una regione che, eccettuata Xining, il suo capoluogo, non appartiene culturalmente e geograficamente alla Cina e politicamente vi é stata unita solo alla fine del ´700.

In essa vi é la piú alta concentrazione di campi di lavoro per prigionieri, perloppiú politici. Una Siberia cinese!

Come nelle regioni limitrofe di Tibet e Xinjiang, la politica cinese ha operato qui il progressivo insediamento di Han, che attualmente minacciano la singolaritá propria e la sopravvivenza di culture ed etnie indigene.

Il Qingai del resto si divide solo politicamente dal Tibet, conservandone la conformazione geologica e morfologica di altipiano come caratteristiche geofisiche. Esso si estende su un territorio che si colloca in media fra i 2500 e 3000 metri di altitudine, su una pianura molto erbosa, adatta al pascolo, inframmezzata da catene e picchi che superano i cinquemila metri. Tra questi si trova la sorgente del Fiume Giallo,  Huang he.

Le zone coltivate contornano la regione limitrofa di Xining, ma attorno al Lago Qingai é preferito l´allevamento di pecore, capre, cavalli e yak. A nord- ovest invece, il territorio ripete i paesaggi desolati e desertici, costellati di laghi salati, come nello Xinjiang e nel Gansu. Qui v´é ricchezza di petrolio e minerali vari. A sud, chiusi fra montagne che sovrastano un altipiano posto a 3500 metri, nascono lo Yangtse ed il Mekong.

La popolazione originaria fa parte dell´etnia tibetana, seminomade e dedita alla pastorizia.

La strada che intanto percorriamo corre lungo una vallata ampia, mantenendo sulla destra i monti innevati del Qingai. Alcune costruzioni nei villaggi richiamano l´attenzione sulla loro particolaritá. Realizzate con pietra ed argilla, sono circolari, con una cupola alla sommitá, simili a stupe o a trulli. Nei tratti desertici, che si estendono fra le alture, si incontrano numerose mandrie di cammelli da lana. Pare diano una resa di sette chilogrammi di lana pregiata all´anno. Seguono zone coltivate, dalla vegetazione molto rigogliosa, simile a quella delle oasi: grano, barbabietole, ravizzone e luppolo ed un piccolo arbusto con minuscoli fiori rosa da cui si estrae una particolare farina.

Sulla strada per Wuwei incontriamo il centro di Zhangye, una simpatica cittadina, al cui centro troneggia una porta monumentale foggiata a torre, restaurata di fresco. L´attrazione meravigliosa della cittá é peró il tempio del Budda gigante, costruito nel 1098 sotto la dinastia occidentale di Xia.

Originariamente conosciuto come il tempio di Kasyapa Tathagata, fu ribattezzato nel 1411 Baojuesi, cioé della “Preziosa Rivelazione” dall´imperatore Yomgle della dinastia Ming.

Due magnifici leoni in pietra proteggono l´ingresso. Nelle fauci trattengono un ciottolo rotondo, che é stato pazientemente scavato all´interno della bocca del leone, tanto che non puó esservi sottratto. Nel portale d´ingresso, laccato di rosso, due grandi cerchi intagliati permettono di vedere il verdissimo giardino interno che attornia il tempio stesso. La struttura di questo é tipica e variopinta, propria dei tempi buddisti e del Tao.

Il corpo centrale, a pianta rettangolare, é posto su una piattaforma, cui si accede attraverso un´ampia gradinata che raggiunge un porticato frontale a colonne di legno smaltate. L´interno é invece occupato quasi interamente dalla enorme statua di un Budda Paranirvana, Dormiente, della lunghezza di ben trentacinque metri ed alto cinque.

L´mponente immagine plastica, che ha un grandissimo e particolarissimo fascino proprio nella sua grandezza quasi sproporzionata rispetto allo spazio in cui é collocata, posta su un grande piedestallo, é modellata con argilla intonacata esteriormente e dipinta con vivaci colori. Dietro la stessa figura del Budda, si egono dodici grandi statue che sfiorano il soffitto a capriate, mentre ad entrambi i lati dell´unica sala che compone il tempio sono collocate altre nove statue dell´altezza di cinque metri, poste su piedestalli. Al centro dei due gruppi vi é ancora il Budda.

Alle spalle del Budda Paranirvana la parete divide la sua immagine dalle tre statue bronzee e dorate del Budda Sutra, che portano un vero mantello di drappo rosso, postovi dai fedeli. Dietro la figura centrale é dipinto in affresco il racconto favoloso del viaggio del grande pellegrino Xuan Zang in India, alla ricerca dei sacri testi. Tra la trabeazione finemente lavorata del soffitto e la parete a nord est, un drago tenta di penetrare minaccioso nel tempio.

Di fronte al colonnato posteriore, si affaccia un altro edificio sormontato da una torre, alla cui sommitá sono appese una serie di campanelle che suonano dolcemente accarezzate dal vento e sovrastano un piccolo teatro da cui provengono voci di ragazzi e canti melodiosi e ritmati.

Dopo Zhangye, sul nostro percorso si incontrano molti resti della Grande Muraglia in stato di completo abbandono, allineati spesso alla direzione della strada e della ferrovia. Sono blocchi enormi di argilla compatta, con resti di torri in mattoni. La strada addirittura, ad un tratto, l´attraversa accanto ai resti di una enorme torre o una porta d´accesso. L´immensa massa d´argilla ci sovrasta, correndo nella direzione nord-sud, richiamando alla memoria la fatica, i timori, le battaglie e le invasioni di cui essa é stata testimone nei secoli!

Poco dopo si incontrano ancora antiche abitazioni scavate sotto il livello del suolo, col cortile posto davanti all´ingresso. In questo modo gli abitanti della regione si difendevano dall´implacabile caldo estivo e dalle rigidissime temperature invernali, all´interno di queste vere e proprie grotte scavate nel terreno.

Siamo verso sera a Wuwei, una simpatica cittadina con una caserma, e che presenta d´interessante la visita ad un tempio buddista, una singolare torre circolare, costruita ad anelli concentrici ed un parco, posto tra il verde intensissimo del bosco pedemontano, in cui si trova la Porta del Deserto.

La fama di Wuwei é peró dovuta allo straordinario ritrovamento archeologico del Cavallo di Letai Han, in bronzo, le cui forme, straordinariamente raffinate, sono riprodotte nel monumento della piazza cittadina.

 

22. Ai piedi del Tibet coi Berretti Gialli

Da Wuwei il percorso veloce, per noi che siamo impazienti, continua in direzione di Lanzhou, attraverso lunghissimi viali di pioppi e una successione di apiari collocati pericolosamente anche sul ciglio della strada. La campagna é verde e vi é una coltivazione sempre piú intensiva di ortaggi e patate. Anche l´abbigliamento della gente é cambiato e qui é facile incontrare persone vestite con la blusa verde o blu ed il berretto con la falda anteriore, che richiama tante immagini conosciute della rivoluzione maoista. Questa gente peró denota pure l´appartenenza ad etnie diverse.

Il Gansu é infatti anch´esso popolato da diverse etnie tra cui  Hui, Mongoli, Tibetani, Kazaki, Dongxian (che sono originari dell´Altai e pare discendano da popoli emigrati dall´Asia centrale giunti qui perché trasferitivi forzatamente dopo la conquista dell´Afganistan, dell´Iraq, della Siria e dell´Egitto da parte di Kublai Khan), ed infine Yuguri, ormai decimati sino a rimanere in circa ottomila rappresentanti di questo popolo. Essi parlano una lingua parzialmente derivata dallo uiguro e sono seguaci del buddismo tibetano.

Frattanto il territorio si fa sempre piú verde, con grandi prati freschissimi e molti spazi coltivati a grano, mentre si sale sensibilmente. Vicino pascolano anche yak, mentre raggiungiamo e superiamo un passo montano. Sui crinali si inseguono moltissimi frammenti della Grande Muraglia, che risale i pendii che si inerpicano verdi e sembra una antica ossatura del territorio. I tetti delle abitazioni a volte si presentano concavi come quelli dei templi, mentre la struttura dell´edificio conserva i caratteri classici con il cortile antistante, delimitato da un alto muro d´argilla. I villaggi si fanno sempre piú numerosi e la gente  lavora a gruppi di famiglie alla trebbiatura del grano.

D´improvviso, l´affluente del Fiume Giallo che si é seguito da parecchi chilometri sfocia nel grande fiume proprio alla deviazione per Lanzhou e Xining. Naturalmente dirigiamo ad ovest, fiancheggiando lo Huang he per un tratto. La sua portata é giá qui enorme ed esso scorre incassato in una vallata profonda e stretta, fiancheggiata da monti quasi a strapiombo.

La strada qui deve entrare in vallate che risalgono la montagna, lasciando alle sue spalle il fiume dopo esservisi riaffacciata a tratti per piú volte. Il fondo della carreggiata é spesso molto dissestato e la guida richiede molta attenzione. Entriamo quasi subito in una zona fortemente industrializzata, presso una cittá dai grandi edifici popolari. Siamo oramai giunti nel Qingai. All´altezza di due grandi ponti in ferro e cemento, ancora in costruzione su un affluente dello Hang he, l´asfalto sembra ormai un lontano ricordo per un buon tratto. Ma improvviso esso ricompare al di lá della cittá, anche se la vallata si é ridotta ad una gola in cui c´e´ solo spazio per la strada, la ferrovia ed il fiume nel mezzo.

Appena peró il fondo valle si allarga sensibilmente, ricompaiono i campi coltivati ed i contadini dei villaggi che sulle aie trebbiano il grano, battendolo e poi buttandolo in aria per eliminarne la pula. All´intorno é un´unica nuvola di polvere dorata e tutti lavorano allegramente, scherzando, ma con alacritá. Serre costruite con canne di bambu, coltivazioni di ortaggi e frutta si alternano alle povere case lungo la striscia d´asfalto.

Qualcuno, per alleggerire la propria fatica, ha steso su di essa il grano ancora chiuso nella spiga, lasciandolo schiacciare dai pneumatici delle auto e dei camionse sperando cosí di  separare piú rapidamente i chicchi dal loro involucro.

E´ comunque uno spettacolo unico quello presentato dal ritmico lavoro collettivo, inframmezzato da canti e risate gioiose, smorzati dal brontolio dei motori dei trattori, che con l´elica di raffreddamento fungono da ventilatori per soffiar via la pula luccicante.

Purtroppo, la gioia suscitata in noi da queste scene agresti d´altri tempi si interrompe poco dopo. Un mozzo della ruota posteriore di un furgone si spezza. É proprio una sfortuna!

Non c´é purtoppo nulla da fare per il momento; il danno é grave. Si ricorre cosí al traino per arrivare almeno alla fortunatamente poco distante Xining, che é il capoluogo della regione.

Alloggiamo allo Xining Guest e mentre Roberto e Fabio si preoccupano di far riparare il guasto meccanico, incontriamo due italiani che dal 1985 vivono a Katmandu. Sono alla ricerca di compagni per formare un gruppo che possa transitare sino a Lasha, per poi da lí volare in Nepal. E´ infatti ancora chiusa la frontiera del Tibet e vi sono molte difficoltá anche per transitarvi.

Affidato il pezzo da riparare ad un meccanico locale, dopo incredibili tentativi di spiegazione, approfittiamo della giornata di sosta per raggiungere con due fuoristrada il favoloso Koko Nor, il lago chiamato anche Qingai, da cui la regione stessa ha preso nome. Esso nell´antichitá era conosciuto all´interno come il Mare Occidentale, data la vastitá del suo bacino che si estende a centotrenta chilometri da Xining.

Proprio da questa cittá si risale lungo il fiume Huon Swi, emissario del Koko Nor ed immissario dello Huang He, in una vallata verdissima, resa ancor piú lucente dalla pioggia che é iniziata a scendere un poco fastidiosa. E´ l´Altipiano Giallo, che risale gradualmente stringendosi poi, a poco a poco, tra i monti ricoperti di erba color smeraldo, inframezzata a piante e pascoli.

Nonostante il cielo sempre piú plumbeo il paesaggio é meraviglioso e comincia a sfumarsi nella nebbia sul passo Ri Yue Shan, Monte di Sole e Luna.

Posto a tremilacinquecento metri, il passo é collocato tra due alture su cui sorgono rispettivamente gli incantevoli templi dedicati ai due corpi celesti. Accanto ad essi sorge una pira sacrificale, formata da fasci di frasche poste su un grande piano d´altare e legate attorno ad una figura simbolica, posta al centro. Drappi gialli e bianchi vi sventolano al di sopra e d´attorno. E´uno spettacolo stupendo, nonostante il freddo intenso, la nebbia densa ed il vento che spazza le alture con raffiche gelide.

I pastori tibetani, presso il villaggio, hanno i costumi tradizionali e montano cavalli ed anche yak, con un particolare basto. Le case sono bianche, con una fascia decorativa multicolore che corre lungo la fascia superiore delle facciate. Su una collinetta vicina é recintato un luogo sacro su cui sventolano strisce di lana e cotone. Sono doni alla divinitá. Qui si tengono anche i riti della festa religiosa, per richiedere l´intercessione degli dei con atti propiziatori e si celebra il culto dei morti.

Ai piedi di un villaggio si stende il lago dalle acque grigie sotto un cielo minaccioso, carico di pioggia. Questo un tempo deve essere stato un fiorente cantiere navale ed un porto commerciale. Ora gli edifici che si incontrano sono perloppiú vecchia fabbricati dalle numerose finestre allineate e scure come occhi ciechi. Altri edifici, abbandonati come i primi, hanno le porte sbarrate con assi inchiodate. Lungo il molo sono ormeggiate tristemente delle chiatte arrugginite e due battelli, sul cui ponte sono ancora imbullonate due serie di seggiolini in plastica scura.

Piú all´interno si alternano le sbiadite e tonde yurte dei mongoli alle tende di pesante tela bruna dei pastori tibetani. Le donne hanno i lineamenti profondamente scavati dalla difficile vita. I capelli finemente intrecciati, sono portati lunghi sulle spalle. Le loro immagini rammentano quelle delle figure indios del nord america o anche delle Ande peruviane, con monili d´argento che pendonop sulla schiena e ampi cappelli rotondi di feltro. Accanto alle tende, in cui risalta l´immagine ingiallita del Dalai Lama ritagliata da tempo da una rivista, vi sono cavalli legati per la zampa ad un piolo, yak dal lungo pelo e un cane, il bellissimo mastino tibetano, marrone scuro con sfumature nere e la folta criniera, simile a quella di un leone.

Questo mondo, lontano dalla nostra realtá ,é peró indispensabile conoscerlo sino in fondo nel grande complesso di costruzioni che costituiscono nell´insieme il grande monastero della Tá Er,luogo sacro del buddismo tibetano dei Berretti Gialli. E´ situato a pochi chilometri a sud di Xining e vi é sepolto lo stesso fondatore della grande setta, Tsong Khapa.

L´insieme disorganico degli edifici che formano un intero villaggio, in cui vive coi monaci la popolazione  addetta al monastero stesso o che accoglie i pellegrini e vende ricordi, é solcato da ripide stradicciole occupate da tratti di acciottolato e fango.

L´accesso all´interno del complesso monacale, interamente costruito in legno al suo interno, dá innanzitutto su un cortile rettangolare, circondato da diverse fabbriche religiose, con cappelle votive e tettoie sotto cui sono collocat i grandi cilindri dipinti delle preghiere rotanti. Un tempio antico, che risale al 1577, racchiude tre distinte cappelle di preghiera con gigantesche e variopinte statue di Budda dal volto dorato e di altri molteplici santi del buddismo. Lunghe strisce di lana e cotone bianche e gialle pendono da una parte all´altra delle cappelle e passano attraverso le dita del Budda. L´atmosfera qui é di profonda poreghiera e fede e sono numerosi i pellegrini tibetani che svolgono le loro pratiche religiose con grande fede e slancio mistico, che comporta anche un vero sforzo fisico.

Nelle stesse cappelle, la cui penombra é rischiarata solo dalle centinaia di fiammelle votive che brillano in minuscoli contenitori di rame, diligentemente disposti davanti alle immagini sacre, i monaci pregano. Accudiscono pure le lampade aggiungendovi burro e grasso di yak offerto dai fedeli, che donano anche piccole monete, appiccicandole con un po´ di burro al rame delle decorazioni, e fasce multicolori per adornare le statue dei santi.

Accanto vi sono altri templi cui si accede attraverso portali di legno consunti dall´uso di migliaia di pellegrini. Quello che richiama maggiomente l´attenzione  e la pietá dei fedeli é naturalmente dedicato al lama fondatore della setta. Le scritte sono in tibetano.

L´architettura, nel suo insieme, raccoglie un poco i caratteri dell´arte cinese e le suggestioni religiose del lamaismo tibetano, con tetti dorati e decorati con statue di animali e pinnacoli che li sovrastano.

Piú oltre, un edificio, alla cui custodia é demandato un giovanissimo monaco di appena tredici anni, contiene le stupende immagini plastiche scolpite nel burro di yak e che vengono annualmente rinnovate durante la festa del monastero, cui accorrono decine di migliaia di pellegrini. La festa é quella del capodanno buddista e la tradizione si perde nel tempo, risalendo forse al milletrecento. Sono composizioni stupende ed incredibili alte piú di tre metri; un misto di abilitá  artistica incredibile, di espressione naif e di una raffinatezza d´elaborazione e di colore inimmaginabili. Riprendono soggetti sacri, paesaggi e personaggi della vita quotidiana, in grandi gruppi policromi, modellati nel materiale duttilissimo su supporti di legno.

Se il Qingai é culla, col Tibet, della religiositá ispirata al lamaismo, Xining ha invece conosciuto l´intreccio anche con l´espansione e la diffusione dell´Islam che ha interessato la Cina lungo tutti i percorsi occidentali della via della seta. Ed a testimonianza di ció sorge nella cittá stessa la grande moschea, Dongguan Qingzhen, che lascia sorprendentemente stupiti, per aver rinunciato alle linee caratteristiche dell´arte araba e persiana, per trasformarsi e fondersi in un tutt´uno con l´espressione architettonica e decorativa cinese. La moschea infatti, nel suo insieme, ricalca lo schema strutturale delle moschee pachistane, con un ingresso che immette in un ampio cortile interno su cui si affaccia nella parte opposta il mhirab. Gli edifici tuttavia sono tipicamente cinesi nella fattura, tanto che le colonne antistanti i porticati ed i tetti finemente lavorati e a pagoda, suggeriscono l´idea d´essere piú entro il cortile di un tempio buddista che in un monumento islamico. Additittura, i due minareti che fiancheggiano l´ingresso sono trasfornati in tempietti a colonne ed i soli segni che ne denunciano il carattere religioso sono gli altoparlanti che richiamano i fedeli alla preghiera rituale e le scritte in arabo.

  

23.Problemi di viaggio!

Sono le diciassette e ventisette del trenta agosto quando riusciamo a partire per Lanzhou. La riparazione del mozzo della ruota non ci tranquillizza affatto. Il lavoro é stato eseguito in modo approssimativo, nonostante gli sforzi di Roberto per un´esecuzione piú rassicurante e precisa.

E´ tornato almeno il sole e questo almeno ci consola quando, dopo solo una decina di chilometri percorsi, la ruota si rompe di nuovo!

Ritorniamo al traino per qualche tratto, finché non si trova una officina di fabbro ferraio un poco discosta dalla strada principale. Il laboratorio non offre molta scelta: una vecchia saldatrice, un trapano elettrico a mano che non funziona, un trapano a colonna ed un tornio antidiluviani e che, a considerare dalla polvere che li ricopre ed il nerume che li riveste non sono stati usati da chissá quando!  Del resto, non v´e´ altra scelta e Roberto si mette al lavoro con Fabio. Noi cerchiamo di dare una mano senza essere troppo d´impiccio.

Si inizia col riparare il trapano e fare del nostro meglio per riavviare gli altri utensili dell´officina. Speriamo solo che continui a giungere la corrente elettrica. Una sua sospensione improvvisa non sarebbe poi un fatto insolito e lo si é constatato piú volte durante le varie soste. Fortunatamente, l´abilitá di Roberto come meccanico specializzato é ancora intatta ed indispensabile per l´uso del tornio e la manutenzione degli utensili anche piú semplici.

Il mozzo viene perforato e quindi saldato direttamente sul semiasse. La riparazione non é certo secondo le regole. L´operazione ha un che di primitivo, ma al momento sembra l´unico rimedio possibile, anche se disperato!

Durante il lavoro siamo attorniati da una folla di curiosi, adulti e bambini, che si divertono un mondo a vederci lavorare e vengono attratti dalle attrezzature e dalle vettovaglie nei nostri mezzi. I bambini giocano attorno e tentiamo di parlare con loro con le poche frasi di inglese che conoscono. Ridono in continuazione e si divertono pazzamente ad ogni nostro gesto e parola.

Sono ormai le ventuno circa ed é buio. Si é sul punto di ripartire e discutiamo con le guide. Vorremmo tornare per la notte a Xining, ma si accampano mille scuse ed alla fine capiamo che stiamo solo perdendo molto tempo. Si deve in ogni caso puntare su Lanzhou. Per l´organizzazione cinese é inconcepibile un cambiamento di programma cosí drastico!

Affrontiamo il viaggio a malincuore e soprattutto con un certo timore per  l´itinerario notturno, che sappiamo non presentarsi dei migliori.

Il buio della notte é interrotto solo da poche luci rade e da tante persone che, incredibilmente, continuano ancora i lavori di trebbiatura approfittando del bel tempo, spesso direttamente sulla strada. Incrociamo tantissime persone che viaggiano pure la notte, con ogni mezzo ed anche a piedi. Fino alle prime ore del mattino sorpassiamo tantissimi trattori, molto piccoli, stracarichi di masserizie e persone.

I contadini peró battono il grano anche sulla stessa strada e se lo fanno schiacciare dall´andirivieni degli automezzi in transito, attendendo pazientemente sul ciglio ed osservando o trebbiando a mano alla luce dei fari di un trattore, che produce un vortice d´aria, separando i chicchi lanciati in aria con destrezza dalle pale di legno. Occorre fare estrema attenzione per non investire nessuno.

A tratti ci fermiamo per controllare la ruota ed il lavoro eseguito. Il perno che é stato inserito nel mozzo tiene, ma la ruota non gira perfettamente sul semiasse e surriscalda in modo preoccupante. Nell´oscuritá si intravedono i contorni sagomati di un paesaggio notturno nuovo per noi e brulicante di vita misteriosa.

Siamo estremamente fortunati! Superiamo infatti il Fiume Giallo all´incrocio con la strada per Ürumqi. Pochi chilometri ormai ci separano da Lanzhou. Forse ce la facciamo!

L´ultimo tratto ci sembra non finire mai ed i lunghi viali alberati che precedono la cittá sono infiniti! Un poco dopo le tre del mattino siamo di fronte all´entrata del Friendship Hotel. Proprio qui la ruota si rompe di nuovo! Peró siamo arrivati. Scendiamo e spingiamo a mano il mezzo lungo i viali oscuri dell´albergo. Siamo esausti e vogliamo solo dormire. Domani si vedrá il da farsi!

La sveglia suona tardi per noi l´ultimo giorno di agosto, anche se qualcuno non ha resistito all´abitudine di una sortita mattutina nei dintorni. Una passeggiata rinfrescante che schiarisce le idee. La prospettiva é quella di ricominciare da capo il lavoro di riparazione innanzitutto, per fare quello che oramai resta possibile.

Ne approfittiamo anche per prenderci un momento di relax e di riflessione. Si visita la cittá, che é enorme, posta proprio sulle rive dello Huang He. E´ metropoli moderna e parecchio industrializzata, capoluogo del Gansu, un tempo importante per la presenza di una guarnigione sulla via della seta che vi transitava verso nord-ovest, per l´Asia Centrale, ma anche per il Qingai ed il Tibet. Verso sud si collegava allo Sichuan, mantenedosi cosí fino alla seconda guerra mondiale il maggior centro carovaniero della stessa Cina. Alla vittoria dei comunisti della Grande Marcia, si é trasformata in cittá industriale, nodo di congiunzione dei collegamenti ferroviari.

Dal punto di vista artistico, la cittá non offre al visitatore grandi monumenti. D´un certo interesse é il museo regionale, in cui si conserva anche il famoso cavallo della Letai Han Tomb, scoperto a Wuwei con altre duecentoventi figure di cavalli, cavalieri e carri. Un poco discosto dalla cittá, a Xiguan, si trova il tempio della cittá divina e la Collina della Pagoda Bianca, mentre a Binglisi vi sono le Grotte Buddiste, cui si accede suggestivamente dal fiume con una barca. In cittá invece, vi sono diverse moschee, che testimoniano dell´attaccamento religioso all´Islam. Al centro stesso di Lanzhou una grande moschea circolare svetta sulle altre costruzioni, con una cupola su cui spicca lucente la mezzaluna maomettana.

Le donne mussulmane in Lanzhou e nel resto del Gansu e del Qingai portano un copricapo, formato da un semplice drappo di pizzo o velo che copre loro il capo, ma non il volto, come invece ho notato a volte nel Xinjiang. Gli uomini  ed anche  qualche donna, portano un berrettino a tubo, circolare e basso, di cotone bianco, diverso dal copricapo a zucchetto, diviso a spicchi in quattro falde e tutto decorato con disegni ed arricchiti da fili d´oro e d´argento, come a nord e nel Pakistan. Oltre a ció, tra essi é uso comune portare la barba.

All´uscita di Lanzhou, diretti a Pigliang, la strada ricomincia ad inerpicarsi verso le montagne. É ancora abbastanza dissetata e le ripetute opere di riparazione ci costringono a qualche sosta. Durante una di queste pause, attendiamo ad un passaggio a livello. Sul treno che transita vi sono vagoni scoperti stipati di arnie. L´apicultura é diffusissima in tutto l´oriente.

Dopo una vallata che risale verso un passo, scorgiamo sul versante opposto una serie di terrazzamenti che, letteralmente, ricoprono l´intera montagna. Ci fermiamo stupiti ed ammirati. Il lavoro é eseguito con tale perfezione da parere incredibile. E´ un vero dipinto posto tra il cielo azzurro ed il fiume, tra un digradare di verdi e di gialli contornati da un filo d´acqua che scorre nei minuscoli canali di irrigazione, plasmati con cura sui bordi naturali degli appezzameti terrazzati. Incantati, restiamo a lungo ad ammirare questa incredibile opera dell´uomo, che raccoglie in sé secoli di perizia e dedizione nata dal bisogno di sopravvivere in molti, in ambiente naturale non sempre  prodigo verso l´uomo.

La strada a zig-zag sale tra gli alberi. Il paesaggio montano é stupendo e l´aria piacevolmente fresca. Attraversiamo l´ultimo lembo a sud della regione del Ningxia. E´ un piccolo territorio incuneato fra la Mongolia Interna, il Gansu e lo Shaanxi. La sua autonomia dal Gansu é  del resto abbastanza recente e risale al 1958. Il suolo molto arido, intensamente freddo d´inverno e secco d´estate, ha richiesto una fittissima rete di canali per l´irrigazione dei campi fin dai tempi della dominazione della dinastia Han, quando, nel primo secolo avanti Cristo, fu conquistato dai cinesi.

Popolato oggi da soli quattro milioni di abitanti, pochissimi in una nazione che si avvicina al miliardo e duecentomilioni, per un terzo é occupato dalla etnia Hui, di religione mussulmana e di discendenza culturale antica degli Han. Essi hanno i loro antenati tra mercanti e lavoratori arabi e persiani, che lavoravano sotto la dinastia dei Tang ed hanno poi accresciuto il loro numero con l´immigrazione attraverso l´Asia Centrale sotto il dominio degli Yuan.

L´itinerario oggi sfiora anche la cittá di Guyan, famosa per le grotte buddiste che si trovano ad una cinquantina di chilometri da essa. Sono 132, scavate nella parete dell´Humi Shan, dove “Humi” in cinese ha il significato del termine “Sumeru”, che in Sanscrito si legge “Monte del Tesoro”. Ed il tesoro é costituito da circa trecento statue di Budda e dei suoi Santi, tra cui le piú antiche risalgono alla dinastia degli Wei del nord, per proseguire con opere eseguite dai Sui e dai Tang, come le grotte di Mogao. Il piú importante di questi templi scavati nell´argilla contiene una imponente statua di Budda, alta diciannove metri e di mole consistente. E´ il Maitreya Budda, un tempo protetto da una torre purtroppo ora crollata.

Altre numerose opere e miniature buddiste sono state rinvenute anche nel territorio attorno alla cittá di Xiji e risalgono alla dinastia Han.

Non solo i templi qui sono scavati nella roccia argillosa, ma anche le normali abitazioni dei contadini che coltivano i terrazzamenti sulla montagna. Alcune di queste dimore rupestri sono istoriate e decorate in modo raffinato nei portali d´ingresso. In questo modo, la gente lascia libera per la coltivazione veramente tutta la terra disponibile, in un succedersi ininterrotto di campi di miglio e di sorgo.

L´itinerario é cosí un continuo saliscendi, che incrocia a tratti qualche villaggio, sino ad un lago artificiale, formato da una grande diga che racchiude una estensione notevole di pianura verde e marrone, che emana un forte profumo di coltivazioni e di umiditá per la pioggia appena caduta. L´aria é fresca e l´atmosfera agreste, sottolineata dalle immagini dei contadini che seguono lentamente l´aratro di legno trainato dai  buoi, con semplici gesti millenari, ispira un grande senso di pace e tranquillitá. Un´altra diga precede l´ergersi di una alta montagna, che un passo taglia in due a notevole altezza. La strada a tornanti é viscida e pentra in una nebbia fitta. La vegetazione é composta dapprima da latifoglie e poi da pini e sempreverdi, indici dell´alta quota.

E´ cosí che dall´alto piombiamo a sera sulla cittadina di Pigliang mentre scende il crepuscolo ad indorare il cielo terso dalla recente pioggia, che ha rinnovato il verde smeraldino dei prati. L´hotel Pingliang é inserito in un dedalo di viuzze polverose di una cittá che non offre al visitatore alcunché di veramente interessante.

 

24. Il mito di Changan: l´antica capitale dell´impero celeste

Alla partenza da Pingliang le piazze sono giá un brulicare di vita. Una di esse ospita una specie di ristorante muslim all´aperto. Ai tavoli sono seduti parecchi avventori, tutti con lo zucchetto bianco che spicca sui volti non piú giovani, ponendone in risalto i tratti sorridenti. Alle prese con i bastoncini su cui si allungano i ritagli di pasta da cui sgocciola il sugo nella tazza di coccio smaltato, sembrano essere in pace con se stessi e con la vita che li circonda. La strada che conduce fuori cittá é ampia e ad un tratto sfiora l´edificio imponente di una moschea con una magnifica cupola di stile arabo, posta al centro di quattro svettanti minareti, quasi completamente trasformati al loro apice in tempietti a colonnine dal gusto per l´arte cinese. Il tutto é rivestito da lucenti ceramiche, che non hanno peró la raffinata espessivitá dei ricami ed arabeschi pakistani o iraniani.

Alte moschee si incontrano, sciorinate lungo il percorso, mentre si notano spesso anziane donne vestite di scuro che, aiutate da un indispensabile bastone, trascinano gli incredibilmente piccoli piedi, fasciati dalla tela, in pantofole scure.  Accanto sfrecciano rombanti motociclette con sidecar e sui tetti non mancano numerose antenne televisive. Sono i segni della contraddizione del vecchio e del nuovo che sopravvivono, incrociandosi e spesso fondendosi all´interno di questo immenso pianeta che é la Cina.

All´uscita dal Gansu la regione si fa meno montuosa e nelle piane sempre piú estese é tutto un fiorire di rigogliose coltivazioni. I bambini vocianti, lungo il ciglio della strada asfaltata, procedono a frotte recandosi a scuola con una borsa per i pochi libri piatta,  fatta di stoffa colorata, infilata sulla spalla.

Poi d´un tratto, la vallata ampia si restringe in una gola piú stetta quasi sino a Jin Ciuan, dove si puó ammirare il magnifico tempio buddista di epoca Sui, costruito sopra l´ingresso di una grotta, in cui sono conservate meravigliose sculture in argilla, di cui le piú antiche risalgono alla dinastia degli Wei del nord. La grotta, purtroppo, é malamente illuminata, anche se dai piccoli bracieri accesi, antistanti le sacre rappresentazioni dei Budda, si intuisce l´attualitá del suo uso per riti religiosi. Mentre le statue della grotta sono ditrettamente scolpite nella parete argillosa, il Budda del tempio d´ingresso é modellato in argilla e dipinto. La sua immagine é imponente, anche se é solo un rifacimento dell´antica statua risalente all´epoca della dinastia Sui.

Nel cortile-giardino del tempio é collocato un modesto padiglione, in cui sono gelosamente conservate tre steli in pietra nera, con iscrizioni di varie epoche. Il monolito centrale, risalente alla dinastia Sui, é stato ritrovato in una grotta poco distante ed a parte alcune incisioni superiori originali, esso racconta del ritrovamento miracoloso della grotta in cui essa era custodita. Le lapidi di destra e di sinistra sono sovrapposte al dorso di una enorme tartaruga, che ha preceduto simbolicamente, nelle figure mitologiche della cultura cinese, quella del drago. Drago e tartaruga, infatti, sono entrambi di origine marina e la tartaruga é il primo figlio dello stesso drago.

A sinistra, l´enorme pietra riporta un esempio di una scrittura di epoca Han, che é un misto di mangolo, tibetano e indiano, suggerita da un ministro dell´imperatore. A destra, in una scrittura cinese antichissima, molto simile al geroglifico, si narra l´incontro mitico della Madre del Paradiso con il primo imperatore degli Wei.

All´ingresso stesso del tempio, un poco discosto dal portale, é scolpito un enorme bassorilievo, quasi solo sbozzato nella roccia, con immagini di sacri animali posti a difesa del tempio stesso. Al centro, una grande scimmia accompagna due figure umane. Lo stile dell´opera in alcuni particolari e nella sua fattura richiama vagamente una influenza d´arte assiro-babilonese, mentre in altri tratti si accosta singolarmente all´arte azteca.

All´incontro con la provincia dello Shaanxi, le nuove guide, che attendiamo impazienti sulla strada maestra, ci introducono in una regione per noi nuova e che in realtá é senz´altro la piú antica della stessa Cina. Nel nord di questa, infatti, sono stati trovati resti umani risalenti alla piú lontana preistoria.

Fu il territorio originario degli Zhou, che da qui partirono alla conquista dello Shang e stabilirono il loro potere su molta parte della Cina. Qin vi stabilí la prima capitale, Xianyiang, presso la sede dell´attuale Xian e la sua fu la prima dinastia ad estendere il proprio potere fuori dai confini ad est della Cina.

Changan, oggi Xian, fu l´antica capitale dei Sui e dei Tang, centro commerciale ed incontro delle vie dall´est all´Asia Centrale.

Dopo aver costeggiato per un breve tratto l´affluente del Wei, che accompagna una pianura sempre piú ampia, fertile e popolata, la strada si fa piú ampia e sicura, fiancheggiata da migliaia di salici che testimoniano la presenza di terra rigogliosa, che contorna come una corona la zona densamente coltivata su cui sorge la grande metropoli di Xian, posta sulla ridente riva del Fun. La cittá si presenta enorme e giá molto diversa nei suoi nuovi quartieri residenziali dai centri delle provincie del nord cui ci si era abituati. Grandissimo centro turistico, si discosta nei suoi caratteri   dalla semplicitá dell´interno. All´albergo, il Concord Hotel Xian, incontriamo un lusso sin qui sconosciuto e la freddezza del nostro mondo gentile. Sinceramente rimpingiamo la nativa semplicitá umana dei “barbari del nord”!

 

 

25. Gli antichi guerrieri d´argilla 

Il tratto che conduce dal cuore di Xian alla tomba di Qin Shihuang percorre un cammino che esiste ormai da milleottocento anni. Da qui sono transitate nei secoli le antiche spedizioni commerciali, che hanno percorso i lunghi e pericolosi itinerari delle vie della seta. Qui sono giunte, scortate dai soldati e da una scia di curiosi e parenti, le ricche carovane di ritorno dalle lantane e mitiche Tashkorgan e Samarcanda e Dunhuang, cariche di merci preziose dell´occidente.

Accanto sorgono i resti dell´antica cerchia murata, alta quasi quattordici metri, dell´antica cittá proibita della dinastia Ming, sorta sui resti della piú vetusta capitale dei Tang. Era il tempo del regno di Hong Wu, primo imperatore Ming. Lunghe quattordici chilometri, le mura erano difese da torri di guardia poderose.

Sulla destra si stende il Lago del Loto. In origine l´antica capitale proibita aveva quattro porte rivolte verdo i quattro punti cardinali, cui si accedeva attraverso dei ponti levatoi ed accostata a ciascuna porta sorgeva una piccola cittá. Accanto alla cittá stessa scorre il fiume Cian.

Oggi, essa é un centro industriale e commerciale, attorno a cui i vasti campi di grano e cotone si profilano dietro le ciminiere fumose di una centrale termoelettrica a carbone, sotto un cielo annerito e fuligginoso. Tutt´attorno vi é una distesa di salici. La loro coltivazione risale alla dinastia dei Tang, che amavano d´inverno, durante la loro fioritura, veder volare nell´aria leggeri i loro fiori e depositarsi lievi sui campi e sul fiume come fiocchi di neve.

Qui a Lingtun, sul percorso, si producono i piú famosi melograni del mondo. Li vediamo sugli alberi, gonfi di chicchi succosi e accatastati in piccole piramidi, sulla strada, dove i venditori sono decine, disposti in fila gomito a gomito, e vendono solo questi meravigliosi frutti invitanti. Sulla montagna di fronte v´e´invece una torre d´avvistamento. É la montagna del Cavallo Nero ed i soldati vi bruciavano un lupo se si avvicinava un nemico, perché si credeva un tempo che il fumo sarebbe salito dritto nel cielo senza disperdersi.

Di fianco sorge la collina dove giace ancora intatta la tomba di Qin, il primo imperatore, cui é strettamente legata la storia di Xian come punto di partenza dell´unificazione della Cina nel 222 a.C. Ying Zheng era salito al trono della regione di Qin nel 246 a.C. all´etá di soli tredici anni ed a diciotto anni inizió a tenere le redini dello stato sino alla conquista della Cina. La morte lo colse nel 210 a.C., dopo un periodo di terrore e di assassinii e sospetti e la ricerca impossibile di un elisir dell´immortalitá.

La sua tomba ancor oggi giace sotto una collina e forse non sará mai portata alla luce, accondiscendendo al senso di rispetto e venerazione che il sensibile animo cinese vuole per sempre riservare al suo primo imperatore.

Uno storico del primo secolo a.C., Sima Qian, descrive per noi ció che ora non é possibile vedere. La tomba é composta da palazzi e padiglioni numerosi, decorati con rare gemme e ricchezze e balestre che colpiscono gli intrusi, oltre a passaggi segreti e trabocchetti. Le perle ingemmano il soffitto per imitare il sole, le stelle la luna. Oro e argento sono stati usati per cesellare figure di animali nei pavimenti. Le pareti sono rinforzate con pannelli di bronzo per isolare le acque sotterranee e il mercurio scorreva in paesaggi ad imitazione dei fiumi e delle onde dell´oceano. E misera fu la fine di artigiani e servi che lavorarono nel palazzo. Costretti sottoterra, vennero bruciati per far sí che il segreto della costruzione non trapelasse all´esterno!

Nelle storie del Li Shan, il monte che sovrasta la zona con le sue propaggini, scritte sotto la dinastia Ming, si rileva che la cinta interna delle mura é di circa tre chilometri e quella esterna di sei, d´attorno all´intera necropoli che aveva quattro accessi. I rilievi recenti hanno confermato questi dati, ma solo nel 1974 un contadino della zona, sotto la superficie di un campo di cotone, ad un chilometro e mezzo dalla tomba dell´imperatore, ha scoperto quella che oggi é ritenuta l´ottava meraviglia del mondo. Si tratta di un inestimabile tesoro archeologico conosciuto come “l´esercito di terracotta”, formato da una intera armata, con carri e cavalli, in formazione di battaglia. Avrebbe dovuto seguire la vita immortale dell´imperatore.

Di esso é visibile solo una delle quattro parti finora scoperte. In questa, una formazione di seimila guerrieri é disposta a rettangolo, con all´esterno arcieri e frombolieri barbuti ed all´interno soldati con lance e spade ed una trentina di carri con munizioni. Ogni volto di espressivitá incredibile ed ogni immagine é unica ed anche l´abbigliamento e le armature si differenziano per grado e funzione e corrispondono alle immagini di antichissimi testi di guerra. Gli ufficiali portavano armi di bronzo che si sono conservate nel tempo, insieme agli elmi ed a molti fregi e particolari. Si racconta che la maggior parte delle armi sia stata razziata dal generale Liu Pang, nel 206 a.C., colui che divenne il primo imperatore della dinastia Han.

Un museo, accanto all´edificio in cui sono conservati i reperti visibili, ricostruisce le tecniche di fabbricazione e le diversitá di immagine dei diversi elementi costitutivi dell´immenso esercito di statue.

Sulla strada del ritorno per Xian, presso Lington, scorgiamo una folla di turisti cinesi che si recano al palazzo estivo di Haquing. E´un palazzo di campagna costruito per il riposo dell´imperatore. Lo costituiscono diversi piacevoli padiglioni decorati e inframezzati da girdini e laghetti su cui galleggiano verdi le ninfee ed é sovrastato da un tempio sulla montagna, cui si accede per una ripida scalinata.

Il luogo é polo di attrazione per le gite domenicali degli abitanti della zona, che lo apprezzano moltissimo e vi scattano le foto ricordo e sono attratti dai racconti immaginosi sull´amante preferita dell´imperatore, per la quale il palazzo stesso sarebbe stato costruito e dalle immancabili crudeltá cui ella sottoponeva i suoi servi.

Piú affascinante é, in Xian, la Pagoda della Grande Oca Selvaggia, alta ben 64 metri, che contiene, all´interno del suo recinto sacro, il tempio della Grande Grazia Materna , costruito da Gao Zong, terzo imperatore dei Tang, nel 648 in onore della madre morta, quindi ricostruita dai Qing e poi dai Ming. La pagoda invece, fu inizialmete innalzata nel 652 ed aveva originalmente solo cinque piani. Fu realizzata per ospitare i testi delle scritture buddiste portati dall´India dal pellegrino Xuan Zhang, che furono tradotte in 1335 volumi!

Pare che il nome suo derivi da una leggenda, che narra di come un´oca selvatica, passando sopra un monastero i cui monaci disputavano per il diritto di nutrirsi di carne, lasciasse lo stormo e cadesse morta ai loro piedi. I suo gesto sacrificale fu interpretato come un suggerimento al rispetto della vita animale da parte dei monaci, che costruirono sul luogo, a ricordo, una pagoda.

D´interessante a Xian vi sono pure la Pagoda della Piccola Oca, la Torre della campana e la Torre del tamburo, due massicce costruzioni al centro della cittá vecchia. Accanto alla torre del Tamburo si stende il quartiere mussulmano della cittá, l´ultima in cui l´Islam sia giunto e si sia diffuso attraverso gli itinerari delle vie della seta.

E´un quartiere ancora pieno di una umanitá suggestiva, in cui si fondono gli odori, i colori, i profumi, le voci diverse e le architetture leggermente disegnate e sottili, quasi appena abbozzate.

Nella semplice povertá, pressoché abbandonata, v´é un´antica moschea. I ragazzini vi giocano nel cortile lastricato di pietra, posta liscia a selciare lo spazio angusto fra gli alberi. L´architettura dell´edificio é cinese, ma vi prevale l´uso della pietra grigia. Semplici stuoie sono stese a terra nelle cappelle di preghiera del mhirab. Le colonne ed i capitelli sono scolpiti finemente, resti di un´arte e di una religiositá millenaria lentamente perduta.

 

 

26. Finalmente a Beijing la cittá celeste

Di primo mattino percorro con i miei compagni la strada piena di traffico caotico che scorre sotto il Li Shan. Dirigiamo al confine dell´Henan, dove prevediamo di sostare a Zhenzhou, il capoluogo. Il lavoro di riparazione della ruota effettuato a Lanzhou sembra darci molta piú tranquillitá e procediamo spediti, con la sensazione malinconiaca che ormai il nostro viaggio giunga al termine.

Siamo ansiosi ormai di raggiungere Beijing, la nostra meta. Dentro di noi proviamo la convinzione che in questi giorni non avremo piú lo stesso entusiasmo di scoperta che ci ha condotti fino ad ora. La Cina che attraversiamo ha perso quel fascino dell´ignoto e del non sperimentato che ci ha tenuti spesso col fiato sospeso e altrettanto frequentemente ci ha ha colti di sorpresa con le sue immagini di vita e di storia incredibili.

A tratti, anche qui la strada é in rifacimento e si viaggia su una pista improvvisata e fangosa. Nella notte é piovuto ed il clima si é fatto piú fresco e il tempo si mantiene un pó uggioso. V´é pure su questo tratto una centrale termoelettrica molto grande, mentre il territorio, a seguito d´un tratto montuoso, si apre in un´ampia vallata che si distende in campio ben coltivati per poi incunearsi in ripidi saliscendi vertiginosi, in cui il percorso zizaga arrampicandosi su secche alture, per ripiombare improvvisa all´ingiú, in piacchiate mozzafiato, fino alla piana che accoglie la cittadina di Xian, omonima del capoluogo e che segna il confine con l´Henan.

Quasi subito la striascia d´asfalto recente si incunea fra la ferrovia, segnata dalle lunghe parallele lucenti dei binari e il vasto e torbido Huang He. In questo tratto i villaggi sono fangosi per la pioggia e ció dá loro un senso di minor pulizia e di disordine: carretti, bicilette, persone e maialini neri e sudici, insieme ai vitelli ingombrano le strade, a tratti di terra battuta e sovente malandate.

Le coltivazioni estese di ortaggi si alternano a quelle dei cereali, di patate, ricino e cotone. Sullo sfondo si scorge anche il profilo di Luoyang, che riconduce alla memoria la sua fama di cittá circondata da stupende peonie.

L´Henan ha in questo la sua maggior caratterista, ovvero d´essere la regione agricola, in un passato ora lontano, culla della civiltá cinese.

Divisa a nord dal Fiume Giallo, vide l´insediamento cinese durante la dinastia Shang, che giá l´occupava dal 3500 a.C. circa. Gli Shang risalivano come origine ad una popolazione che, ormai dai tempi preistorici, era insediata in questa zona.

Il loro potere sullo stato cinese duró dal sedicesimo all´undicesimo secolo a.C. col controllo sullo Shandong, Henan ed Hebei.

La primitiva capitale doveva essere nella localitá di Yenishih, posta ad est dell´attuale Zhengzhou, forse giá 3800 anni orsono. Nel sedicesimo secolo avanti Cristo venne portata nel luogo del capoluogo attuale e di essa rimangono antiche mura e resti di edifici. Piú tardi, comunque la capitale divenne Yin, posta al nord dello stesso Henan. Qui sono stati reperiti resti ossei con iscrizioni in una forma di cinese primitivo.

Di questa lontana civiltá si parla molto in antichissimi testi letterari.

Oggi peró, l´Henan é collocata tra le minori province, anche se il suo capoluogo é famoso dacché fu ricostruito, nel 1948, secondo i canoni dell´urbanistica rivoluzionaria e la sua struttura é divenuta modello per il regime.

Per la veritá, la nostra sensazione nell´entrarvi non diverge da quella che spesso abbiamo avuto nell´attraversare o giungere in altre cittá forse piú anonime, assediate da un traffico notevole, in cui prevalgono ancora pedoni e biciclette, tra lunghi e grigi caseggiati anonimi e d´architettura tutt´altro che entusiasmante.

L´Hotel Henan, in cui alloggiamo, ha invece derivato il suo stile da piú recenti imitazioni di caratteri costruttivi occidentali. Ed assieme allo stile, ha assimilato pure la fredda cordialitá del nostro mondo.

E´ un lunghissimo viale alberato quello che ci conduce fuori dalla cittá brulicante di vita in un mattino assolato.  E dopo solo qualche chilometro attraversiamo il Fiume Giallo, che scorre maestoso in tutta la sua imponenza, su di un lunghissimo ponte che pare non avere mai termine.

V´e´ pure qui un tentativo di costruzione d´autostrada a due corsie, fino all´imbocco di una bella strada agevole ed ombreggiata, che fiancheggia lungamente un canale limpidissimo ed una ferrovia, tagliando dritta la piana coltivata a riso, in un paesaggio da bassa padana, fresco e verdeggiante.

La campagna é anche densamente abitata a giudicare dal traffico veramente sempre piú intenso e dall´enorme numero di persone che si incrociano lungo il percorso. I cartelli di indicazione stradale sono piú numerosi e scopriamo con curiositá che sono anche in parte in inglese! Entriamo infatti nell´Hebei, la regione che circonda in una morsa Beijing e il Tianjin.

Al nord, dove é attraversato dalla Grande Muraglia, l´Hebei é montuoso e forma quasi una barriera naturale a difesa del sud pianeggiante ed agricolo. Vi si produce alacremente cotone, ma pure l´industria in questo periodo si é notevolmente sviluppata ed é incrementato anche il commercio, che si accompagna all´attivitá mineraria.

Purtroppo, per noi tutto il grande traffico significa un rallentamento e solo a sera inoltrata possiamo cosí raggiungere la Guest House di Shijiazhuang, il capoluogo.

La serata é magnifica e sappiamo che il sonno tarderá a venire questa sera. Ripensiamo al nostro viaggio che ormai volge al termine e siamo particolarmente eccitati. Qualcuno inizia addirittura a ricordarne gli episodi piú salienti, quasi giá tutto fosse lontano e pare incredibile riandare ai sentimenti ed alle emozioni suscitate, all´attesa ansiosa, alla curiositá ed allo stupore che tante volte ci hanno colto in questo viaggio che pareva interminabile e che invece giorno per giorno ha rosicchiato un pezzetto della sua avventura e l´ha resa vera e attuale! E su tutto questo l´indomani scriveremo la parola fine...

Il mattino, mentre anche Shijiazhuang diviene un puntino alle nostre spalle, abbiamo negli occhi la tomba del guerrigliero Norman Bethune, che con Marco Polo é certo lo straniero piú famoso e conosciuto dell´intera Cina. Ha infatti combattuto a fianco della armata comunista contro i giapponesi, dopo la sua partecipazione alla lotta contro Franco in Spagna.  Egli é addirittura citato ad esempio dallo stesso Mao. E´ per questo che  é stato a lui dedicato un mausoleo in questa cittá, che non offre grandi attrattive se non verso Zhengding, popolata da templi e monasteri, di cui il maggiore é quello di Longxing, del “Grande Ringraziamento”, caratteristico per l´intersecarsi di gallerie rosse e gialle  ed il suo prezioso Budda in bronzo, risalente alla dinastia Song, alto ben venti metri. A Zhaoxian invece, uno dei ponti in pietra ad arco piú antichi della Cina costituisce una delle quattro meraviglie dell´Hebei, con il Leone di Cangzhou e la pagoda di Dingzhou.

La strada é quasi un naturale prolungamento del lungo viale alberato che conduce fuori dalla cittá, quasi accompagnadoci in un malinconico saluto. Su essa scorre lentamente una teoria ininterrotta di biciclette che si affrettano luccicanti verso il lavoro che attende, nella tenue luce d´un pallido sole diafano, che a fatica riesce a profilarsi nella foschia mattutina. La campagna si stende pigra nella bruma soffusa, addolcendo insensibilmente il suo colore modellato nelle forme immutabili della natura.

I pioppi accompagnano la ferrovia a doppio binario d´acciaio che luccica intenso oltre Baoding, densa di vita. E la vita, all´ingresso del Beijing, risale a mille anni prima di Cristo almeno. Ce lo ricordano i resti umani rinvenuti all´incontro con le frontiere dei Mongoli, dei Coreani e delle tribú antiche dello Shandong.

Qui sorse la capitale del regno di Yan, col nome di Ji, all´epoca degli Stati Guerrieri. Preda di Mongoli e Manciú, fu ricostruita dopo la sua completa distruzione dal grande Gengis Kan nella sua forma attuale col nome di Dadu o Kanbaluc, la stessa conosciuta e descritta con profusione di particolari, dall´attonito Marco Polo.

Proprio il nipote di Gengis Kan, nel 1279, la rese capitale.

Da allora, essa ha mantenuto la stessa struttura urbanistica, anche dopo la conquista del potere da parte dei Ming, dapprima come Beiping, Pace del Nord, e quindi Beijing, Capitale del Nord, anche se il suo titolo per anni le fu conteso da Nanjing.

Dal pur recente 1949 molte sono state le sue ristrutturazioni successive, che l´hanno arricchita di nuove costruzioni, strade e monumenti e della piazza piú famosa e moderna della Cina attuale, la Tien An Men.

Metropoli caotica e lontana dal mondo reale cinese, di cui serba un ricordo sfumato nei palazzi antichi, nei templi ed in quella meraviglia suggestiva che é la Cittá Proibita, é centro di un universo che non le assomiglia e che essa domina da lontano, raccogliendo in sé i difetti e le contraddizioni di una metropoli proiettata nel futuro. Cosí essa ci appare, preceduta da una moderna autostrada fiancheggiata da un immenso cantiere di nuove costruzioni da megalopoli.

E´ passato da poco il primo pomeriggio quando i nostri mezzi si arrestano di fronte al Donfuang Hotel. Il contachilometri del furgone segna 96.527 chilometri.

La nostra gioia é indescrivibile. Ci abbracciamo. E´ il pomeriggio del 6 settembre 1989. Abbiamo percorso sedicimiladuecentocinquantun chilometri in cinquantuno giorni da Milano a Pechino! Siamo i primi che giungono sin qui nella nostra epoca, con i propri mezzi, dall´Europa, compiendo per intero tutto questo percorso!

Ce l´abbiamo fatta. Siamo anche commossi per questo. Il nostro viaggio é davvero finito!

Eppure abbiamo fretta. Ci attende il rinfresco all´ambasciata d´Italia e non vogliamo certo farci aspettare!

 

27.  Ai ragazzi della Tien An Me 

Dall´oblo´ dell´aereo la pista appare immersa in una sonnolenta oscuritá, punteggiata qua e lá da luci gialle e dalla sagoma grigiastra di un aereo in attesa di decollo. Il cambio dei fusi orari disorienta in questa sosta prevista durante il volo che da Pechino ci riporta in Europa. A Karaci scende una pioggerella fitta e insistente, che allevia un poco l´afa pesante e fa brillare l´asfalto nero nella notte. 

Torno col pensiero all´immensitá grigia in una desolata solitudine della piazza Tien An Men vista nel pomeriggio plumbeo. E´ l´ultima immagine che mi accompagna di un viaggio che pareva interminabile e si é concluso in quel cuore di Pechino che dal giugno scorso ha smesso di pulsare e mostra il suo selciato ruvido malinconicamente vuoto.  Segnato dai colpi che ne hanno scalfito i gradoni del monumento e dal fuoco che ha annerito le larghe pietre incise dai mezzi cingolati, é ora protetto sui bordi da giovani soldati disposti su una linea immaginaria, perfetta e continua, in assetto di guerra. L´emozione qui si tocca con mano nel silenzio dei nostri sguardi inquieti, mentre la giovane guida cinese mi sussurra con un filo di voce sgomenta:” Anche per me é la prima volta ... dopo...!”.

Piazza Tien An Men é stata per giorni e giorni la nostra meta, l´obiettivo da raggiungere di un viaggio che ha assunto i toni sfumati di una scommessa contro noi stessi e le nostre forze, contro l´altrui incredulitá, quasi contro un avvenimento della storia  certo piú grande di noi e da cui non volevamo, non dovevamo lasciarci travolgere. E proprio qui, proviamo un´ultima emozione fortissima, un sentimento di felicitá frammisto a grande tristezza, come sempre quando un sogno finisce ed é un grande sogno ed oggi questo spazio proibito ha assunto un significato veramente importante per tutti.

Della Grande Muraglia assediata dai turisti di Hon Kong e Taiwan, dello splendore del Tempio del Cielo e della maestositá delle tombe dei Ming ed anche dell´incredibile presenza di un mondo di religiositá nello stupendo Tempio dei Lama, tanto lontano nel suo essere dai moderni alberghi della cittá e dai suoi grandi palazzi ed empori pieni delle merci piú svariate, certo a tutti noi rimmarrá il ricordo nel tempo. Ma esso non potrá mai cancellare l´angoscia e l´emozione percepita mentre i nostri piedi attraversavano quell´immenso simbolo della Pechino di questi giorni! E´ ai ragazzi che hanno lasciato la vita su queste pietre che noi abbiamo anche pensato con sgomento in questi giorni, durante le fatiche di questo viaggio.

Ed é a loro che vogliamo dedicare la nostra pur piccola impresa; un itinerario che ha impegnati assiduamente noi ed i nostri mezzi in un viaggio fantastico, dal cuore dell´Europa fino alla favolosa Pechino, la capitale dell´impero celeste.

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