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EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO

 

Un’esperienza didattica per l’Europa

di carlo castagna

        

 

Scuola media superiore

             

Civate   -  Gennaio 1989


 

SOMMARIO

 

1. NOTA INTRODUTTIVA

2. L'EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO COME IDEA

3.  NASCITA DI UN PROGETTO

4.  IDEALITÀ  E  PROGETTUALITÀ

5.  PROGETTO DI RICERCA E SUA EVOLUZIONE

Piano d'intervento per l' ‘EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO’: 1985-86

a) Contenuti

b) Ambiti

c) Modalità

d) Obiettivi

e) Finalità

f) Strumenti audiovisivi

g) Sussidi audiovisivi e bibliografici

h) Finanziamento

6.  SCHEDA INTRODUTTIVA AL LAVORO DI RICERCA

SCHEDA DI RIFERIMENTO PER ARGOMENTO O SETTORE

SCHEDA DI RIFERIMENTO PER UNITÀ DIDATTICA

7. LE UNITÀ DIDATTICHE E GLI ESEMPI

PRIMA UNITÀ: Analisi della situazione storico-politica dell'A.L. dal 1930 al 1985

Unità didattica n° 1

Analisi della evoluzione storico-politica dell'America Latina dal 1930 al 1985, con retrospettive adeguate sui momenti e movimenti caratterizzanti le fasi più significative del periodo in oggetto 

EL SALVADOR (parte di ricerca per il primo settore)

Relazione sul particolare lavoro svolto inerente il primo settore

Commento ad un argomento particolare trattato

Tipo di problematiche poste all'esperto

E qualche annotazione

Le risposte dell'esperto Giancarlo Costadoni

SECONDA UNITÀ: Analisi economico-geografico-etnologica

Unità didattica n°2

L'unitàdidattica’ Analisi economico-geografico-etnologica complessiva dell'America Latina e problematiche ad essa connesse’, è strutturata in lavoro di gruppo (otto) e procede attraverso il seguente sviluppo metodologico:

Esempio comparativo di ricerca e commento dei dati, con parte di ricerca esemplificativa del lavoro di base

Cuba: situazione economica

E un commento ai dati

Strutturazione del lavoro di sintesi (parte)

MESOAMERICA E AMERICA CENTRALE

LE DIECI PRINCIPALI CARATTERISTICHE GEOGRAFICHE DELLA MESOAMERICA  

....SCONTRO FRA CULTURE

.... IL TURISMO:INDUSTRIA PROVOCATORIA

......L'EREDITÀ AFRICANA

Questioni poste all'esperto

TERZA UNITÀ: rapporti commerciali internazionali

Unità didattica n°3

Alcuni esempi di ricerca

REGOLAMENTO INTERNAZIONALE DELLE MERCI

PRESTITI INTERNAZIONALI

LE ESIGENZE DELL'AMERICA LATINA

ed ecco un'altra opinione in merito di Gigi Eusebi in 'tempi di fraternità' del giugno 1988

Il marketing internazionale

La cooperazione internazionale

Altre istituzioni a livello mondiale per la cooperazione tra i popoli

L'intervento dell'esperto, dott. Luigi Dante, sul tema ‘Intervento bancario nel commercio internazionale: prestiti e finanziamenti internazionali.’

QUARTA UNITÀ : diritto internazionale

Unità didattica n°4

Alcuni esempi di lavori prodotti

ACCORDI DI FINANZIAMENTO FRA LE IMPRESE

LE MULTINAZIONALI ( di Piero Marcucci

LE PREOCCUPAZIONI CHE SUSCITANO LE IMPRESE MULTINAZIONALI

Intervento di Enrico Dante, esperto di diritto internazionale

Qualche domanda all'esperto

QUINTA UNITÀ DIDATTICA: La Chiesa in America Latina

Unità didattica n°5

APPUNTI SULLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE IN AMERICA LATINA (di Riva Pietro)

I.PREMESSA

II.BREVI CENNI STORICI SULLA CHIESA IN AMERICA LATINA (cfr. R/15-67)

III. LE COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE LUOGO DI NASCITA DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE (cfr. R/354-375)

IV.PUNTI QUALIFICANTI DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE LATINOAMERICANA (cfr. R/101-142)

Incontro con Giulio Girardi

Qualche domanda

8.  LA RISCOPERTA DELLA SCOPERTA DELL´AMERICA: 1492-1992

9.  INTERVENTI DEGLI ESPERTI

Alcune domande all´esperto

Dall´intervento di Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano

E di Don Tomàs Balduino, vescovo di Goias Velho (Brasile)

10.   DIMENSIONE EUROPEA DELL`INTERVENTO

11.   CONCLUSIONI?

Bibliografia

Bibliografia sul curricolo e la programmazione curricolare ( a cura di G.Zani)

Bibliografia sulla tematica dello sviluppo e del terzo mondo ( a cura di G.P. Salvini)

Rapporti

Riviste italiane e francesi

1. NOTA INTRODUTTIVA

                                                                                            

Chi vive  e lavora da anni nella secondaria superiore ha sentito parlare spesso, troppo spesso anche, di sottosviluppo ed educazione allo sviluppo, dentro e fuori l'ambiente scolastico. Non altrettanto spesso ha scoperto dietro tanta eloquenza qualcosa di concreto, che avesse un rapporto serio non solo con una impostazione teorica corretta, di metodo e di principi, ma che finalmente sfociasse in un lavoro organico, didatticamente preparato, discusso, vissuto e criticato in una scuola reale, una scuola che accettasse cioè il rischio di una programmazione complessiva della problematica del sottosviluppo da vivere sulla propria pelle e nei propri programmi.

È infatti noto che è pressoché naturale trattare l'argomento nella scuola dell'obbligo, con  relativa facilità di approccio per insegnanti e alunni, che vivono tale tematica come una delle tante opportunità, più o meno entusiastiche, di approfondimento di problematiche umane e sociali. Quando invece l'argomento ha bisogno di divenire problema specifico, quando deve uscire dall'alone di vago senso dell'umanitario, per misurarsi con conoscenze strutturate e critiche, con capacità tecniche di elaborazione concettuale, con gli strumenti e gli elementi di una educazione mentale tesa a formare e definire una complessa personalità ed attuale professionalità, normalmente scompare. O meglio, diviene altro nelle forme più varie: l'intervento una tantum dell'esperto, la campagna di raccolta 'dì o 'per' , la discussione ad hoc nell'assemblea, l'emotiva reazione al fatto di cronaca, l'attenzione pomeridiana  dei volontari più sensibili, la stimolazione  del singolo insegnante coinvolto e... , non ultima, l'elaborazione metodologica e critica  dei docenti.

 Tutto ciò mimetizza il problema reale e lo elude. E tale problema è l'inserimento concreto di contenuti precisi, qualificati e qualificanti nella proposta programmatica, non del singolo insegnante, ma del consiglio di classe, che valuta le prospettive teoriche e metodologiche ed elabora un piano di intervento didattico, disciplinare ed interdisciplinare, individuando spazi e temi, tempi e modi, materiali e strumenti, oltre che i soggetti dell'esperienza strutturata.

 Il M.L.A.L., nell'ottobre 1985, ha raccolto con convinzione questa idea, l'ha fatta propria ed ha incoraggiato l'esperienza non di un solo consiglio di classe, ma direi di una scuola, che direttamente e indirettamente ha vissuto, con tutti i suoi pregi e difetti, l'educazione allo sviluppo in modo effettivo.

 Questo vissuto dell'educazione allo sviluppo, dentro e non oltre o con la scuola, ha costituito materia di riflessione concreta, non come racconto di una storia, ma riproduzione e proposta di quanto effettivamente prodotto ed elaborato passo passo da alunni e docenti, nel corso degli anni scolastici '85-86, '86-87 e '87-88, presso l'istituto tecnico commerciale di Oggiono (Como) e continua a tutt'oggi in dimensione internazionale.

  L'esperienza ha avuto modo di ampliarsi infatti, durante il secondo anno, in un ambito europeo, iniziando un interscambio con una scuola olandese, la ‘Hertog Jan’ di s'-Herogenbosch, che già aveva individualmente  aperto un discorso didattico concreto per l'educazione allo sviluppo. Ciò ha permesso di operare un confronto fra due realtà anche strutturalmente dissimili, permettendo di inserire nel progetto ulteriori elementi disciplinari e di interrelazione fra docenti e alunni e di sottoporre un progetto comune agli organismi preposti ai piani di educazione allo sviluppo della C.E.E.

 Al di là di elaborati, schede, riflessioni, problematiche ed interventi, in queste brevi annotazioni qui raccolte, si suggerisce qualche spunto indicativo per chi volesse accostarsi all'esperienza per conoscerla, valutarla e criticarla sulle tracce di un percorso globale, cogliendone gli spunti di originalità, le smentite del concreto, gli errori succedutisi in un processo programmatico di didattica reale, che non si può mai fermare, né cancellare, ma solamente tentare di guidare con intelligenza verso obiettivi e finalità propostisi. Pertanto è opportuno da subito disilludere chi cercasse qui la teoria dell'educazione allo sviluppo, una sua conferma o il metodo scientifico applicato e moltiplicabile. Chi non parla solo d'educazione, ma vive dal di dentro il processo educativo e formativo concreto, può invece capire come, nella prassi didattica, metodo e contenuto non solo divengono inscindibili ed interagenti, operando intrinsecamente una serie infinita e a volte anche improvvisa di condizionamenti, ma che anch'essi sono sottoposti alla variazione del reale e contingente, oltre che alla scoperta e alla verifica costante che l'unicità dell'individuo e della sua formazione non sono coercibili ed uniformabili in un software teorico dell'educazione !

 

 

    2. L'EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO COME IDEA

 

Durante i miei anni di studio e di insegnamento nella secondaria superiore mi sono posto spesso l'interrogativo di come riuscire ad inserire fra gli interessi didattici miei e di apprendimento dei miei alunni, la proposta di quella realtà che troppo spesso la nostra società emargina, etichettandola semplicemente come terzo o quarto mondo. L'attenzione programmatica dello studio scolastico occidentale raramente pone infatti l'accento su aspetti che esulano dalla cerchia ristretta del proprio modo di pensarsi e di strutturarsi, se non per ricordare una vaga presenza geografica nell'ambito di quanto può risultare utile o adeguato ai propri interessi economici e di dipendenza socio-culturale. La storia stessa di quanto non ha l'etichetta di occidentale, comunemente è letta solo come storia coloniale, cioè di dipendenza ineluttabile. Prima ed anche dopo non esiste, semplicemente, al di fuori di questa naturale funzione ! Del resto, chi ha tempo per questi particolari di secondo piano nella scelta degli approfondimenti dei programmi didattici da svolgersi?

Eppure, la scuola secondaria superiore, in Italia, fornisce per i più un bagaglio  strumentale e  culturale, almeno nella sua strutturazione, definitivo!

Se il livello di attenzione conoscitiva di quanto non è occidentale tocca allora tali standard di normalità, non occorre un grande sforzo per immaginare quanto lontani si possa essere dal problema di una formazione complessiva completa, che tenga conto anche di realtà diverse dalle consuete immagini, nel processo di formazione educativa della personalità individuale e della costruzione di una particolare professionalità.

Tutte queste sono comunque osservazioni forse ingenue e generali, che leggono solo in modo macroscopico e lontano una situazione di fatto, che non rappresenta per nessuno una novità sconvolgente, tanto si è abituati ed educati a considerarla ineluttabile e secondaria rispetto a problemi ben più urgenti, relativi alle nostre istituzioni scolastiche.                O almeno così pare, perchè...!

Fortunatamente, a mio avviso, questo narcisismo non è condiviso da tutti: né da chi, purtroppo, si trova in prima persona oggetto  del sottosviluppo, né da chi, in questo mondo felice dei più belli e dei più bravi che è il nostro mondo occidentale, si pone il problema di essere anche soltanto un pochino più informato e, magari, anche più giusto! In questo caso qualcuno, individualmente, nella scuola sente bruciante la contraddizione non solo fra la sua funzione docente e la credibilità di quanto insegna in relazione a finalità e contenuti, ma la contraddizione che coinvolge lui stesso, come persona e come educatore, in una società particolarmente e, ancora a mio avviso, stupidamente miope oltre che ingiusta!    Tutto ciò evidentemente costringe perlomeno a riflettere su come si possa essere coerenti!

Tale opinione nasce innanzitutto dalla considerazione di fondo, che fa esprimere un giudizio negativo sui parametri in base ai quali il nord del mondo ha scelto ed imposto un certo tipo di progresso, misurando sullo stesso il benessere di ogni individuo sul globo e programmando su di esso gli impegni e la realizzazione di piani educativi. In modo particolare si capisce come alcuni parametri, quali la preminenza del tempo sullo spazio, la creatività, il senso di popolo e di continuità culturale, il senso dell'immaginario, l'intuizione come strumento di conoscenza per un contatto costante con la realtà, l'inserimento nella storia mondiale  della propria presenza storica, come di tutte le presenze storiche, il significato di comunità e di umanità scompaiano di fronte alla razionalità mercantile, perpetrando un sistematico genocidio culturale con la cancellazione della continuità della trasmissione culturale stessa fra generazioni e la sostituzione impositiva di un unico progetto di cultura e di educazione in base a calcoli utilitaristici, calcoli che inoltre, ultimamente, non tornano molto.

Ciò, come peraltro richiama bene G.Martignani nel volume ‘ La geografia come educazione allo sviluppo ed alla pace ‘, sancisce l'omogeneizzazione culturale, primo livello della conquista economica e politica non solo del terzo mondo, ma anche della capacità creativa del nostro pensiero. Mas media, armi convenzionali ed alimentari, ricatti di prestiti monetari e dittature manovrate sono strumenti validissimi di integrazione per tale scopo. Nel contempo, in occidente, programmi scolastici ed educativi, concepiti sulle basi di questa cultura omogeneizzata in base a nazioni e gruppi prevalenti, sradicati da pericolose identità culturali, ci autoconvincono insensibilmente dell'unicità e ineluttabilità di una imposizione culturale sempre più informatizzata e telematicizzata, lontana da qualsiasi considerazione dell'umanità dell'individuo.

I modelli educativi tradizionali nel frattempo sono scomparsi, lasciando un vuoto di fronte a richieste di innovazione culturale sempre più urgenti, di fronte a nuovi modelli socio-culturali che richiedono una risposta non più etnocentrica ed eurocentrica. Ne deriva la necessità di aprirsi a nuove culture ed a tutti i popoli, non in senso generico o ideale, ma programmando praticamente una preparazione pure professionale cosciente ed adeguata.

È allora possibile e credibile proporre una inversione di marcia od una riconsiderazione progettuale all'interno della istituzione scolastica in generale e soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado? Oppure questa è solo una illusione da guardare con speranza e da allontanare con rimpianto?

Credo che l'esperienza dimostri che, seppur in casi sin qui sporadici, possa nascere nella realtà e non solo nella fantasia, un progetto che con coraggio affronti il tema della educazione allo sviluppo, come idea attorno cui strutturare una serie di iniziative didattiche, un coinvolgimento dei docenti e degli alunni in una scoperta di un nuovo rapporto con la conoscenza e con la ricchezza della sua dimensione totale.

Ecco allora che si possono individuare iniziative molteplici, per ovviare alle carenze strutturali dell'intervento didattico, sia in ambito metodologico che nell'insieme dei contenuti, tenendo ben presente sempre in quale struttura si opera e la finalità che essa si propone di conseguire. È infatti indispensabile convincersi che ogni proposta, anche innovativa,per essere immediatamente credibile ed integrabile deve mantenersi entro la prospettiva di una struttura già esistente ed operante. Solo in questo modo ogni iniziativa ritengo possa considerarsi non solo veramente proponibile e realizzabile, ma anche ripetibile nei suoi elementi di fondo.

Chi opera nella secondaria superiore è cosciente peraltro che non esiste un modello unico di questo tipo di scuola, come può invece essere per i gradi dell'obbligo. Quindi occorre tener presente che ogni singola istituzione non solo ha una sua particolare strutturazione dinamica, ma pure una serie di obiettivi e di finalità intermedi e finali che si discostano a volte in modo sensibilissimo. È pertanto una illusione pensare ad una uniformazione degli interventi o ad una teorizzazione generalizzata di specifiche esperienze in altri tipi di istituto. Ne consegue che ogni iniziativa non può prescindere dalla conoscenza approfondita della costituzione strutturale della singola realtà scolastica in cui intervenire, con particolare riferimento alle discipline, alla proporzionalità del loro intervento, ai tempi, alle modalità, alla continuità, al peso ed ai contenuti dei singoli programmi ed al loro rapporto interdisciplinare come all'utilizzo dei docenti nel curricolo.

Sembra che la deduzione più ovvia e conseguente sia la constatazione che non  si possano costituire  allora metodi universali in astratto, come non si possono inserire contenuti casuali in un contesto programmatico preciso, ma che metodo e contenuti debbano essere strettamente interdipendenti, interagenti e finalizzati con estrema particolare attenzione ed intelligenza.

Con queste premesse, nel giugno del 1985, è iniziata a farsi strada, in altri docenti ed in me, l'idea di una  scommessa sulla possibilità di realizzare un vero e proprio progetto di educazione allo sviluppo presso l'Istituto Tecnico Commerciale di Oggiono, da inserirsi nella normale programmazione didattica ed alla scoperta dei possibili caratteri di positività relativi alla preparazione professionale degli alunni. Tutto ciò era comunque sottolineato dalla scelta burocraticamente quasi obbligata, per tempi e modalità reali d'intervento,  di operare all'interno degli spazi consentiti dagli attuali programmi ministeriali relativi al triennio di questo tipo di istituto. Questa scommessa é a tutt’oggi aperta e valida, dopo sviluppi allora ancora imprevedibili.

 

 

3.  NASCITA DI UN PROGETTO

 

Qualche anno fa, nel 1984, il M.L.A.L. (Movimento Laici per l'America Latina) si era fatto promotore di un progetto, conosciuto in Italia sotto la sigla ‘Mi dai una penna ?  ‘, in favore della campagna di alfabetizzazione in Nicaragua, cui, tra i tantissimi altri, ha aderito l'istituto tecnico in cui da anni insegno. La partecipazione è stata allora entusiastica da parte di alunni ed anche di operatori della scuola, con il coinvolgimento di altre realtà ed istituzioni scolastiche e con risultati quantitativi che andavano oltre ogni aspettativa. Per sensibilizzare con più incisività sulle motivazioni e sul problema, si è fatto uso di audiovisivi e pannelli informativi, che in realtà per molti costituivano per la prima volta, coi loro specifici contenuti, una conoscenza più ravvicinata e corretta dei problemi del terzo mondo o una informazione alternativa alla superficialità dei mass media sull'argomento. La necessità di questo tipo di coscientizzazione nasceva anche dalle precedenti esperienze già vissute sul territorio, in occasione dell'allestimento di una nave di soccorsi per lo stesso paese dell'America Latina, che improvvisamente, con la sua recente storia, aveva suscitato entusiasmi di rinnovamento nei più sensibili ed il sorgere di nuovi organismi, come l'associazione Italia-Nicaragua, anche a livello nazionale oltre che locale.

La positività dell'iniziativa pertanto veniva a sollecitare la continuazione di un impegno per vari organismi già interessati al problema dello sviluppo del terzo mondo, ma lasciava alla fine un senso maggiore di vuoto nella situazione scolastica, dal momento che l'entusiasmo evidentemente moriva col chiudersi dell'iniziativa e la possibilità di intervento culturale era stato pur esso precario e sfuggente, nonostante alcuni tentativi di aprire un canale privilegiato di mantenimento di contatti più vivi con alcune realtà parallele, ad esempio sollecitando la corrispondenza diretta fra alunni di istituti italiani e scuole nicaraguensi, esperimento già però limitato all'ambito della scuola elementare.

Gli operatori scolastici, dunque, constatavano il ripetersi del difetto ineliminabile di altre iniziative, buone in sè, ma mancanti di un requisito fondamentale: la continuità. Tutto ciò che di positivo era stato realizzato pertanto, in poco tempo svaniva, lasciando un senso di incompiutezza se non di inutilità in docenti e alunni.

Invero, il mondo della scuola è di difficile penetrazione ed iniziative come questa sono affidate al volontarismo di alcuni docenti e precariamente legate a spazi quasi marginali di intervento dall'esterno. Sembrerebbe impossibile cercare di ampliare ed introdurre con continuità esperienze di questo tipo, che reggano ad una analisi sulla loro valenza culturale, se non attraverso il tentativo di operare sperimentazioni, che in una istituzione secondaria di secondo grado trovano non poche difficoltà e credibilità iniziale, oltre a doversi misurare con lo scetticismo di consigli di classe e collegi docenti.

Proprio queste difficoltà oggettive, superate ogni volta con caparbietà per aprire una breccia nell'ostico mondo della scuola, hanno allora stimolato la ricerca di spazi di intervento positivo, che non fossero esterni alla istituzione scolastica, né si dovessero inserire al suo interno con un carattere di eccezionalità e sperimentazione, togliendo ad essi l'effettiva possibilità di realizzazione concreta e continuativa. Occorreva cioè rispondere all'interrogativo: ‘ Veramente i programmi delle varie discipline del nostro istituto non prevedono lo sviluppo di argomenti relativi al complesso problema dell'educazione allo sviluppo nelle sue molteplici possibilità di approfondimento e di studio?’. Ed ancora: ‘ È possibile che tali argomenti possano costituire dei contenuti qualificanti per questa specifica preparazione professionale di perito aziendale, rispondendo anche alle esigenze attuali e future del mercato del lavoro di questo particolare territorio in cui ha sede l'istituto?’.

La risposta a tali quesiti non poteva certo essere né immediata, né individuale!  La complessità stessa dell'argomento, considerato nella sua totalità, era già di per sè quasi impossibile da affrontare. Non bastava però cercare un ‘pool’ di colleghi di varie discipline, in grado di produrre una analisi dei programmi alla ricerca di spazi fruibili. Si doveva operare una scelta all'interno di tanta materia possibile, per chiedersi infine chi tra i docenti in realtà possedesse delle conoscenze individuali sufficienti, non solo per permettere personalmente una sicura lettura dei problemi, ma l'accostamento ad una attività di trasmissione didattica dei contenuti in forma corretta.

È a questo punto che, trovando in una O.N.G. (Organizzazione non Governativa) come il M.L.A.L. un referente qualificato e interessato alla nostra proposta, iniziava man mano la soluzione di tanti problemi a prima vista insormontabili.

 

 

        4.  IDEALITÀ  E  PROGETTUALITÀ

 

Da anni il M.L.A.L., nell'ambito delle sue iniziative d'attività  in favore dell'America Latina, opera anche una azione costante di informazione sui problemi del terzo mondo, ed è proprio in questo ambito che, naturalmente, uno dei referenti possibili diviene la scuola. Un ufficio particolarmente attento a questo mondo è senz'altro quello dell'educazione allo sviluppo di via Tacito a Roma, a cui veniva pertanto lanciata la proposta di collaborazione al progetto e con cui si è poi ininterrottamente lavorato in questi anni. Il progetto però, positivamente ed entusiasticamente accolto, partiva dall'interno stesso della istituzione scolastica, per trovare nel M.L.A.L. un referenza competente ed un collaboratore rivelatosi non solo esperto, ma anche indispensabile per la concretizzazione del lavoro.

La scelta di questa O.N.G. non ha avuto particolari motivazioni, se non quella della conoscenza e dell'amicizia con alcuni appartenenti al movimento e la già collaudata cooperazione nell'ambito della campagna ‘Mi dai una penna? ‘ del precedente anno scolastico. Ciò del resto non ha impedito l'accostamento ad esperienze operate da altri organismi come la F.O.C.S.I.V., il C.E.M. o il C.E.I.A.L., su suggerimento stesso ed insieme al M.L.A.L., che però è rimasto il referente certamente preferenziale, pur senza che alcun docente facesse effettivamente parte di questo organismo. Tale scelta comunque, già da sola risolveva il problema della ricerca di uno specifico campo di indagine all'interno di tutti i possibili problemi ed  ambiti accostabili dall'educazione allo sviluppo. L'America Latina e le sue problematiche assumevano quindi, un po’ casualmente, una posizione di centralità nella  la strutturazione generale del progetto stesso!

Se l'ambito d'interesse era così stabilito in questo semplice ed occasionale incontro, le considerazioni profonde, che dovevano condurre alla formulazione di una ipotesi operativa in un istituto tecnico commerciale, prendevano spunto da considerazioni di carattere economico-giuridico più specifiche, che dovevano rimanere, in fondo, le basi costitutive di una finalità ultima per la possibile  costituzione di una futura sperimentazione nuova e realistica. Ciò, evidentemente, al di là di ogni mistificazione socio-umanitaria del problema, in una visione funzionale, che non lascia spazi a cedimenti e suggestioni di tipo egualitario.

L'analisi obiettiva della situazione economica internazionale oggi, non può infatti prescindere dall'esame dei problemi relativi ai rapporti commerciali, monetari ed anche politici fra nord e sud del mondo. E proprio l'esame oggettivo di tale rapporto nella sua realtà non  concede di portare all'illusione di un congelamento prolungato della situazione attuale, letta solamente col parametro generale della dipendenza del sud dal nord. Questa situazione in effetti, non può essere considerata certo come fisiologica, ed i recenti interventi della Banca Mondiale di finanziamento e prestiti, che fa capo al Fondo Monetario Internazionale, hanno sottolineato come i problemi relativi alla restituzioni dei prestiti monetari e di finanziamento concessi al terzo mondo diventino sempre più incontrollabili ed inesigibili col perdurare del mantenimento di una situazione costante di sottosviluppo. Il rapporto Brandt del resto, già anni fa poneva l'accento sulla impossibilità di proseguire nell'illusione di una dilazione indeterminata nel tempo del sovvertimento di questo rapporto. Oggi perciò, innanzitutto, è indispensabile  al riequilibrio della bilancia commerciale internazionale rendere capaci i paesi del terzo mondo di produrre di più e meglio. Occorre pertanto un salto qualitativo e quantitativo in campo economico e ciò risulta inconciliabile col mantenimento della attuale situazione di sottosviluppo.

Tutto questo peraltro non richiede ancora come conseguenza immediata l'introduzione dell'educazione allo sviluppo, intesa come prima informazione e conoscenza della realtà e dei problemi del terzo mondo, nella scuola. Questa esigenza nasce, infatti, da una considerazione solo successiva e prospettica sul modo con cui affrontare nel prossimo futuro i problemi sopra accennati. Scontata infatti la necessità di un rapporto economico commerciale diverso col terzo mondo e stabilita la ineluttabile maggior interdipendenza fra nord e sud della terra, vi sono perlomeno due grandi modalità di intervento per realizzare tale miglioramento:

 

a)continuare nel genocidio culturale del sud del mondo, per dare spazio solo ad una cultura occidentale prospettata come unica ed indiscutibile, da innestare universalmente a danno di ogni spazio alternativo presente all'esterno, ma anche all'interno della nostra civiltà occidentale, accentuando ed omogeneizzando il divario fra 'status' decisionale economico-politico della società e 'status' operativo-produttivo, con ogni mezzo di coercizione possibile;

 

b)aprire la prospettiva di una crescita autonoma, graduale e cosciente del sud del mondo, nel rispetto delle diverse concezioni culturali, considerando i mutamenti relativi alla nostra epoca e ponendo le stesse in un rapporto di scambio economico paritario e di naturale interrelazione e compenetrazione culturale, con la vicendevole cosciente accettazione dell'influenza dei rispettivi valori positivi di civiltà , di vita e d'ambiente.

 

È naturale che l'una e l'altra scelta portano a situazioni di fatto diametralmente opposte ed in cui i risultati raggiunti possono essere di disequilibrio o di equilibrio per l'umanità!

A favore certamente della prima scelta vi é l'egoismo storico dell'occidente, abituato ormai al diritto di prensione, di triste memoria medioevale, come diritto naturale della forza, sancito dalle grandi scoperte geografiche fino ad oggi. Non è detto però che tale supposto diritto della violenza fatta norma di diritto sia ancora del tutto privo di contraccolpi fortemente negativi. Anche al suo interno attualmente, ogni giorno si ritrova  a dover fronteggiare una fase di saturazione dei mercati e una crescente coscientizzazione del danno irreparabile che tale filosofia ha regalato all'ambiente ed alla società civile. È la stessa società che, con conoscenza del reale, vede messa in discussione sempre più la sua stessa esistenza e scopre la stupidità e l’illusorietà di un progresso tecnologico ottenuto a qualsiasi costo ed a qualsiasi prezzo, a scapito della sicurezza della propria vita e del futuro possibile dell'intera umanità.

D'altro canto, di parere contrario sono anche i popoli del sud del mondo, man mano sempre più intenzionati a far sentire la propria voce di giusta ribellione a tale situazione e decisi a riappropriarsi con qualsiasi mezzo del potere decisionale sul proprio destino futuro. E l'unità per un simile processo la ritrovano naturalmente attorno alla riscoperta di comuni origini ed elementi di cultura condivisibili. Non sembra più pertanto il tempo dei regimi fantoccio e della manipolazione incontrollata dei governi del terzo mondo, che dettano incontrastati la loro volontà politica ed economica attraverso infiltrazioni più o meno occulte, ricatti e svendita di interi territori e popolazioni di individui allo sfruttamento indiscriminato delle multinazionali. Testimonianza ne sono in questi anni i cambiamenti di regime manovrati dall'esterno nelle Filippine ed Haiti, inizialmente meno condizionati e scaturiti dalla ribellione popolare in Nicaragua, come il rifiuto della logica antidemocratica in Cile o la costituzione autonoma e tenacemente coriacea del gruppo di Contadora.

Pur ancora con molti limiti pertanto, queste realtà sono affiancate alla sempre più numerosa presenza di gruppi pacifisti, antinucleari, ambientalisti, che si assommano all'opera di movimenti già da decenni impegnati nella conoscenza, nell'informazione, nella sensibilizzazione e nella soluzione dei problemi del sud del mondo. Tutto ciò crea una situazione sempre più presente di differenziazione rispetto alla teoria dominante, coriacea  e restia a rimettere in discussione se stessa ed i propri interessi, che costituiscono il fondamento del proprio benessere a scapito soprattutto del sud del mondo.

È certo come a noi docenti dell'istituto tecnico di Oggiono la prima opzione più sopra espressa sia parsa naturalmente inaccettabile. Abbiamo allora cercato di cogliere come la seconda fosse veramente realizzabile e quanto fosse in nostro potere per accostare la nostra esigenza d'educazione allo sviluppo alle prospettive di tale scelta. La scoperta  ingenua è stata che la stessa introduzione dell'educazione allo sviluppo nella scuola è la strada intelligente e ineluttabile da percorrere per adeguare e formare gli studenti anche come operatori economici in tale nuova realtà, con la prospettiva di un rapporto non di sopraffazione, ma di scambio paritario di possibilità di sviluppo economico.

La modalità di riappropriazione dei valori culturali del sud del mondo innanzitutto, in una logica di libera scelta, non devono certo essere da noi prospettati in alcun modo, ma lasciati all'iniziativa di chi li possiede, li conosce a fondo e può ricercare la formula migliore di riproposta specifica degli stessi e il loro sviluppo ed inserimento nella realtà attuale. Anzi, è la stessa scelta del modo in cui rapportarsi alla realtà che deve essere liberamente fatta dalle diverse culture. Il contributo dell'occidente può essere quello di fornire gli strumenti ed i mezzi economici e tecnici per permettere la ricostruzione e la riscoperta di un patrimonio culturale troppo spesso da noi deliberatamente distrutto con la prevaricazione o stupidamente sottovalutato dalla nostra altezzosa ignoranza. Il rapporto stesso che ne può derivare, ha l'assoluta necessità di basarsi sul rispetto e sulla comprensione anche nella  diversità.

Il punto di partenza comunque di un istituto scolastico superiore, che intenda accostarsi al problema dell'educazione allo sviluppo, è senz'altro la ricerca di una conoscenza preliminare degli elementi di fondo relativi agli aspetti culturali delle realtà prescelte in un preciso ambito, cominciando dalla conoscenza storica, geografica ed etnologica delle stesse. Anche questo però, se inserito in un contesto interdisciplinare, deve caratterizzarsi con la specificità stessa della preparazione professionale già propria dell'istituto, oltre che adeguarsi ai principi di formazione generale, per rimanere negli ambiti delle finalità specifiche e generali proposte dalla nostra scuola.

L'istituto tecnico commerciale pertanto, richiede che ogni intervento venga operato proprio partendo dalle direttive contenute nei programmi ministeriali, nell'ambito soprattutto di una formazione tecnico-aziendale, economica e giuridica. Anche l'impostazione dello studio storico, geografico ed etnologico dovrà pertanto avere un carattere particolarmente attento agli aspetti di strutturazione e mutazione economico-giuridica  della realtà.

Partendo da questi presupposti, veniva individuata all'interno dei programmi ministeriali una serie di argomenti, il cui approfondimento particolare avrebbe permesso l'accostamento e lo sviluppo di argomenti specifici relativi allo studio dell'America Latina in diverse discipline. Alcune scelte programmatiche interne al progetto portavano alla selezione  iniziale, privilegiata, di alcune discipline per il suo sviluppo: storia, geografia economica, tecnica aziendale ed economia, diritto e scienze politiche, scienze religiose.

L'anno successivo ha permesso l'inserimento di altre discipline in un piano più ampio di intervento. È perciò la conoscenza della strutturazione specifica del progetto  che permette di entrare gradualmente e progressivamente nella sua realizzazione pratica.

 

 

   5.  PROGETTO DI RICERCA E SUA EVOLUZIONE

 

La profonda riflessione iniziale ha  sviluppato una dialettica fra chi l'educazione allo sviluppo la vive come scelta e chi opera nella scuola secondaria con la finalità di una formazione tecnico professionale ed umana, adeguata alle richieste sempre più stringenti della realtà e società attuale. Sono due specificità a prima vista diverse, ma veramente non intersecabili? La scuola di Oggiono, un istituto in espansione progressiva nel 1985, con quattordici anni di vita, trecentosettanta studenti, quindici classi e una quarantina di docenti poteva costituire un campo di verifica? E come? Era proponibile in Brianza, un territorio radicalmente e indissolubilmente legato al concetto di produzione e di utilità, di fruibilità immediata e di rendimento, l'approfondimento di tematiche così lontane all'apparenza dallo sviluppo di conoscenze economiche e giuridiche specifiche? Poteva divenire parte integrante di discipline non solo umanistiche, ma tecniche, giuridiche e professionali la serie di contenuti evidenziati dal sottosviluppo?

L'analisi generale del problema ha sottolineato come il tema dell'educazione allo sviluppo comprenda tutti gli aspetti della realtà culturale, economica ed etica della società. I programmi ministeriali, nella loro ampia caratterizzazione degli argomenti, offrono spunti incredibili ed originali per l'inserimento di contenuti, lo sviluppo delle tematiche, il confronto critico, l'approfondimento, la valutazione, se interpretati con elasticità ed intelligenza. A chi poteva però rivolgersi la proposta? Chi ne dovevano essere i soggetti-protagonisti?

L'istituto tecnico commerciale si pone in modo imprescindibile lo scopo di una formazione professionale sempre più adeguata ed articolata di tipo economico-giuridico. Tale centralità dell'attenzione formativa non può e non deve essere deviata o stravolta. Pertanto, ogni proposta deve volgersi in tale direzione, comunque! Non si consente che sia altrimenti!

Se questa può sembrare una restrizione dell'ambito di intervento, ciò va subito smentito. In effetti, con un pò di attenzione, ci si accorge che non è importante da quale angolo si studi la realtà, ma che la si conosca con capacità. Anzi, la specificità della visione non significa altro che poter disporre in anteprima di mezzi e strumenti d'analisi adeguati e professionalmente corretti. Significa cioé dare spazio allo sviluppo e all'ampliamento non solo della propria progressione umana e culturale, ma pure professionale. Per farlo, evidentemente, occorre già possedere un grado di conoscenze generali e specifiche e l'uso degli strumenti economico-giuridici necessari.

In quest'ottica, la riflessione limitava la proposta iniziale alle classi quarte e quinte dell'istituto e, di conseguenza, ai rispettivi consigli di classe.

È stato sorprendente ciò che ne è seguito, tenendo presente la stessa professionalità e serietà dei docenti. Di fronte ad una proposta ancora globale, ogni docente, con vivo interesse, ha sviluppato criticamente le possibilità d'inserimento e di coincidenza di contenuti disciplinari e temi d'educazione allo sviluppo. La difficoltà del progetto, dopo un naturale momento di perplessità, ha didatticamente affascinato tutti, ma non tutte le discipline evidentemente hanno potuto, per il momento, ritenersi idonee allo scopo. La selezione è stata rigida  e purtroppo si sono dovuti escludere docenti che avrebbero inteso già portare oltre l'esperienza.

Oggi l'istituto di Oggiono è autonomo, costituito da venti classi e cinquecento studenti.In tre anni, evidentemente, si sono succeduti diversi progetti, che di volta in volta si sono avvalsi delle precedenti esperienze e si sono evoluti anche con la prospettiva, praticamente realizzata, di un allargamento della cooperazione ad una scuola secondaria olandese. Vale però la pena, a mio avviso, di ripercorrere soprattutto l'esperienza iniziale di progettazione con le sue ingenuità e perplessità. È in essa infatti che si ritrova intatto l'entusiasmo dell'iniziativa, la spontaneità del lavoro di ricerca e l'indicazione metodologica e di prassi della conoscenza. Eccone dunque le prime documentazioni.

 

 

Piano d'intervento per l' ‘EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO’: 1985-86.

 

I Consigli di classe dei trienni Sez. A e B dell'I.T.C. ‘Parini’ - sezione staccata di Oggiono, nell'ambito della pianificazione dei progetti di programmazione per l'anno scolastico 1985-86, hanno elaborato un piano di lavoro per le classi quarte e quinte, che prevede, nell'ambito interdisciplinare e disciplinare, l'inserimento di un piano di intervento didattico, all'interno della programmazione ministeriale e delle sue disposizioni, su argomenti specifici legati ad un centro d'interesse prospettato dal M.L.A.L. sull'America Latina.

Il M.L.A.L.(Movimento Laici America Latina), organismo internazionale riconosciuto idoneo in base alla legge n° 38/79 sulla Cooperazione Internazionale e presente da oltre quindici anni in America Latina con programmi nei settori della salute, dell'agricoltura, dell'educazione e dell'informazione, allo scopo di favorire la conoscenza in Italia delle problematiche legate al terzo mondo, propone degli interventi di programmazione in conformità alle disposizioni ministeriali (cfr. circolare n°320 del 17/11/80 ‘Iniziative culturali per la solidarietà e la comprensione fra i popoli’).

Tale iniziativa si inserisce inoltre nell'ambito dell'Anno Internazionale dei Giovani promosso dall'O.N.U. per il 1985, sui temi:’ Partecipazione, sviluppo, pace’.

Gli interventi sono previsti nell'ambito della elaborazione ed attuazione dei piani di lavoro concordati nei loro contenuti e nelle linee metodologiche mediante contatti con gli insegnanti, per un pieno inserimento del progetto di Educazione allo Sviluppo nell'ambito della programmazione scolastica, lo svolgimento delle unità didattiche definite ed i momenti di verifica.

Dopo una prima progettazione di massima, preparata dai docenti interessati ed una valutazione della stessa in un incontro avuto a Milano il 21/10/85, durante il convegno C.E.E. per lo Sviluppo, con il presidente del M.L.A.L., dott. Cesare Taviani, in data 30/10/85 si è avuto ad Oggiono un incontro preliminare con la coordinatrice designata dal M.L.A.L. per la attuazione del progetto, dott.ssa Stella Ventola.

La definizione ultima del piano, dopo attenta analisi critica e valutazione degli insegnanti dei trienni, è scaturita tenendo presenti i principi generali contenuti nella costituzione del network internazionale, progettata nella Conferenze di Brescia,  Gardone Riviera, Napoli e Milano, da cui è scaturita la Bozza Programmatica di cui si allega copia.

Il piano di lavoro viene pertanto così strutturato:

 

- Classi interessate al progetto n° 4 ( 4/A, 4/B, 5/A, 5/B).

- Discipline : lettere, geografia economica, tecnica commerciale, economia, diritto e finanze, scienze religiose.

- Insegnanti inizialmente interessati n°9.

 

a) Contenuti

 

    Si intendono intraprendere programmazioni didattiche specifiche, relative alle discipline in oggetto, che prevedono lo sviluppo conoscitivo delle seguenti tematiche per centri di interesse interdisciplinare:

 

1) Analisi dell'evoluzione storico-politica dell'America Latina dal 1930 al 1985, con retrospettive adeguate sui momenti e movimenti caratterizzanti le fasi più significative del periodo in oggetto.

Relatore proposto: dott. Luis Badilla, collaboratore ufficio stampa e radio vaticana, formatore di volontari  per l'America Latina.                                   

2) Analisi economico-geografica ed etnologica complessiva dell'America Latina e problematiche ad essa connesse.

Relatore proposto: dott. Alberto Castagnola, storico ed economista, docente all'Università di Torino

                            

3) Commercio internazionale e rapporto fra paesi sviluppati e terzo mondo, con particolare riferimento all'America Latina.

a) commercio internazionale;

b) rapporti valutari;

c) prestiti e finanziamenti internazionali;

d) sistemi e rapporti interbancari;

e) cooperazione internazionale.

Relatore proposto: dott. Alberto Orlandi economista, già operatore in ambito C.E.E., collaboratore del ministero degli esteri e collaboratore al progetto O.N.U. per l'Interpress.

                                                             

4) Diritto internazionale pubblico e privato con particolare approfondimento sulle multinazionali.  

Relatore proposto: dott. Enrico Dante, giurista di diritto internazionale formatosi all'Aia, membro della Lega dei Diritti Umani con conoscenza operativa in A.L.

                                                                   

5) Chiesa e potere in America Latina:

a)la dimensione del problema religioso;

b)rapporto chiesa-potere-economia;

c)teologia della liberazione.

Relatore proposto: dott. Giulio Girardi, teologo, docente all'Università di Sassari.

                             

 

 

b) Ambiti

 

Lo svolgimento dell'attività strettamente didattica rientra nel piano di programmazione individuale per le singole discipline dei rispettivi consigli di classe dei trienni sez.A/B. Ogni unità didattica deve porre in evidenza le modalità specifiche di accostamento alle varie tematiche e i tempi di intervento necessari alla sua attuazione.

 

c) Modalità

 

Il piano generale prevede l'intervento di esperti del M.L.A.L. distribuiti in cinque incontri della durata di tre ore. Gli incontri si struttureranno in ordine alle tematiche, progressivamente ed alla distanza di 30-45 giorni.

1^ modalità: l'intervento stabilisce contenuti, ambiti e strutture del centro d'interesse. Da esso si sviluppa il lavoro didattico delle unità classe o gruppo, da verificarsi attraverso lo scambio di risultati singolarmente ottenuti e socializzati;

2^ modalità: l'intervento si struttura come momento di verifica e di confronto alla fine di un percorso di ricerca specifica attuata nell'unità classe o gruppo. L'esperto convoglia i dati ottenuti, li mette in discussione e li confronta con la realtà.

Da qui le seguenti modalità specifiche e tempi d'intervento:

Unità 1) Classi coinvolte: 4/A e B; 5/A e B. La ricerca viene operata per gruppi di studio a classi aperte. L'intervento dell'esperto è previsto come momento di introduzione iniziale durante la prima decade di dicembre; la socializzazione è prevista per la prima decade di gennaio.

Unità 2) Classi coinvolte: 4/A e B; 5A/ e B. L'intervento viene operato globalmente su ogni unità classe. L'esperto interviene ad inizio gennaio in fase preliminare ed include la fase di dibattito conclusiva dell'unità 1.

Unità 3) L'inizio del lavoro è previsto a fine gennaio. L'intervento dell'esperto coincide con fine febbraio-inizio marzo, come momento di verifica dello sviluppo del punto 3 e introduzione del punto 4. Le classi coinvolte sono la 4/A e B. Le modalità di lavoro prevedono il modulo di gruppi a classi aperte. Per le classi 5/A e B è prevista la partecipazione alla fase di socializzazione.

Unità 4) Le classi interessate sono la 5/A e B. Il lavoro viene svolto con classi parallele e l'apporto dell'esperto è previsto in fase conclusiva e di verifica a fine marzo.

Unità 5) Sono interessate le classi 4/A e B; 5/A e B. Lo svolgimento della ricerca è previsto in maniera distinta per le singole classi, con  momento di socializzazione finale. L'intervento esterno viene previsto in fase finale all'inizio di aprile.

Ogni unità didattica dovrà produrre come momento conclusivo una relazione di contenuti e problematiche svolte da ogni singolo gruppo di lavoro o unità classe, oltre alla sintesi dei momenti di relazione e socializzazione. Successivamente si procederà ad una strutturazione unica di quanto prodotto dall'attività didattica.

 

d) Obiettivi

 

Deve considerarsi positivo il raggiungimento progressivo e graduale di elementi conoscitivi che permettano una crescita di conoscenze specifiche confrontabili coi dati disciplinari tradizionali e che inducano a rapportare i risultati ottenuti da una ricerca in ambito didattico, approdando alla verifica e socializzazione.

 

e) Finalità

 

Realizzare un piano di lavoro e una programmazione di questo tipo deve condurre ad una preparazione disciplinare ed interdisciplinare, raggiunta mediante una professionalità docente appropriata, con gli strumenti e i metodi di studio previsti dai programmi ministeriali, nell'ambito dei contenuti degli stessi, raggiungendo un adeguato bagaglio di conoscenze a valenza professionale e culturale, attraverso una visione corretta delle problematiche legate al terzo mondo ed un responsabile confronto critico, collettivo ed individuale, con le stesse.

 

f) Strumenti audiovisivi

 

Sono a disposizione per gli interventi: registratore, proiettori a 8 e 16 millimetri, proiettore per diapositive, TV color, videoregistratore, lavagna luminosa, episcopio.

 

g) Sussidi audiovisivi e bibliografici

 

A supporto dell'attività di ricerca e conoscenza, il M.L.A.L. mette a disposizione i sussidi audiovisivi e bibliografici di cui agli allegati e di volta in volta richiesti.

 

h) Finanziamento

 

Viene inoltrata al consiglio d'istituto la richiesta di finanziamento di un milione, come finanziamento del piano.

 

Elaborare un piano di lavoro con metodi, strumenti, obiettivi e finalità non basta. Anzi, ben presto ci si accorge che le teorie o che le intenzioni non sempre coincidono con le possibilità. E tale evidenza è subito esplosa quando si è trattato di utilizzare quegli strumenti di cui il piano sottolinea l'esigenza. In ogni piano, del resto, e in ogni proposta metodologica, si è soliti inserire un elenco di strumenti bibliografici e non, utili e a volte indispensabili alla realizzazione. E per questo il M.L.A.L. ha provveduto a predisporre una dettagliata bibliografia sul curricolo, sulla tematica, di rapporti e di riviste, come eventuale suggerimento indicativo. In effetti, per Oggiono, il suggerimento è stato solo molto indicativo!

In breve: la distanza ( seicentocinquanta chilometri), i tempi, le disponibilità non hanno permesso di fatto l'utilizzo diretto del materiale di Roma, se si eccettua qualche rivista o pubblicazione A.S.A.L. Una indagine rapida presso le biblioteche di Lecco e centri minori denunciava la quasi totale assenza dei testi indicati. L'acquisto dei testi stessi da parte dell'istituto, per disponibilità e tempi di attuazione è posta fuori discussione.

Possibilità alternative: gravitare sulle biblioteche di Milano ( a cinquanta chilometri e con quanti viaggi?!) o costituire una propria biliografia sul territorio. Si è optato, per ovvie ragioni, per la seconda soluzione.

Ne è derivata una ricerca sistematica a tappeto, estesa alle biblioteche del circondario, con scoperte e situazioni a volte  pure esilaranti! Si scopre subito che generalmente l'America Latina e le tematiche relative costituiscono ‘l'oggetto misterioso’ della maggior parte delle biblioteche. Risultato ne è comunque una indicazione bibliografica abbastanza ampia, di carattere generale e specifico, veramente consultabile e fruibile presso la civica biblioteca di Lecco.

Un pò più di fortuna accompagna gli strumenti ed i supporti audiovisivi: films, diapositive con e senza commento sonoro, videotapes. Anche qui gli elenchi esistono ed esiste il materiale, un po’ più facilmente reperibile perchè inizialmente dislocato a Verona. Possedere però un elenco di titoli è un buon inizio. Ma giustamente un inizio! Dietro quei titoli quali contenuti si celano veramente? L'interrogativo è d'obbligo! Non esiste una guida ragionata; gli insegnanti d'istituto propongono una scelta disciplina per disciplina; un esperto di audiovisivi M.L.A.L., nel frattempo, telefonicamente, dopo aver conosciuto il piano ed avere discusso le problematiche a livello didattico, consiglia scelte adeguate ed essenziali. Il suo aiuto è veramente prezioso!

Non è facile però sincronizzare i tempi di lavoro e le disponibilità del materiale per rispettare le scadenze del piano! Oltre a ciò gli strumenti audiovisivi sono interessanti, ma richiedono lunghi tempi didattici per la visione e la discussione! L'esperienza è però molto utile. Su questa base il Centro di Educazione allo Sviluppo del M.L.A.L. struttura una guida ragionata e approfondita degli argomenti trattati dai supporti audiovisivi. Potrà essere senza dubbio indispensabile!

Così, senza entrare ancora nel vivo dei contenuti del lavoro didattico, ci si può rendere conto di come l'appoggio di un organismo di volontariato, in questo caso il M.L.A.L., sia indispensabile per il supporto e l'indicazione orientativa, oltre che per l'esperienza e le capacità professionali che può esprimere. Tuttavia non basta e non deve illudere. Occorre infatti sottolineare come il progetto deve essere condotto e vissuto  dai docenti, da ogni singolo docente, costantemente, e come tale esso viene spesso messo nella condizione di reggersi a tratti su questa sola componente.

Nel piano programmatico, l'intervento dell'esperto viene previsto secondo due tipi di modalità, rispetto alle diverse unità didattiche: a) introduttiva; b) conclusiva. I tempi burocratici di approvazione da parte degli organi scolastici d'istituto sono ad esempio sufficienti a ritardare e capovolgere le modalità del primo intervento. Ciò non ha significato peraltro un momento negativo, anzi! L'episodio, il primo di diversi, ha imposto una riflessione ed una necessità.

La riflessione ha evidenziato l'estrema precarietà dell'affidarsi con certezza a tempi e modi precisi per l'intervento degli esperti. Poi, ad esperienza ultimata, tutto sommato la loro presenza è risultata globalmente più efficace dopo lo sviluppo del lavoro di ricerca delle singole unità didattiche, anche se per le discipline e le tematiche prettamente tecniche e giuridiche si sottolinea una certa carenza d'indirizzo più competente in fase orientativa iniziale.

La necessità è stata invece quella di studiare ed elaborare da parte mia una scheda in due allegati, che costituisse non tanto o soltanto un momento di sintesi, ma divenisse strumento metodologico strutturato per condurre, o meglio orientare, le fasi della ricerca, ne definisse gli ambiti, le priorità, le modalità, gli scopi e ne indicasse una verifica e valutazione obiettiva dei risultati.

Una breve nota: è evidenziabile come il progetto già inizialmente vedesse come referenti alunni e docenti. Questi ultimi non sono partiti con conoscenze specifiche particolari sulle problematiche dell'America Latina, ma con un bagaglio culturale, di conoscenze ed esperienze ‘standard’ e individuali di ogni insegnante! Non si è prevista neppure, perchè impensabile, operazione alcuna precisa di ‘specializzazione preventiva’ dei docenti. La competenza viene data per acquisibile dagli stessi nell'operatività della ricerca gradualmente progressiva condivisa con gli alunni.

La scheda, da questo punto di vista, è divenuta strumento metodologico d'indagine che ha consentito, anche in tal senso, una modalità omogenea di percorso per le cinque unità didattiche. La stessa comunque ha richiesto in seguito una recisione in alcune parti ed una maggior precisazione specifica per unità didattiche strettamente tecniche.

 

 

      6.  SCHEDA INTRODUTTIVA AL LAVORO DI RICERCA

 

Le schede All.I e All.II sono proposte non solo come momento di sintesi dell'operare di ogni singolo gruppo in merito ad un settore specifico di sviluppo dell'unità didattica, ma vogliono soprattutto costituire le tracce indicative di un percorso di ricerca, sottolineandone i momenti più significativi e imprescindibili.

A tale proposito si richiama l'attenzione sul fatto, non sempre ovvio per tutti, che la ricerca non consiste nella elencazione, copiatura o accettazione acritica di tesi già predisposte da altri, ma nella proposizione di molteplici interrogativi che si pongono di fronte ad alcune problematiche proposte all'attenzione del gruppo di lavoro e che ne suscitano una stimolazione conoscitiva e di approfondimento.

La risposta a questi interrogativi costituisce l'obiettivo intermedio della ricerca stessa, che trova il suo sbocco definitivo nella sintesi di tutti gli elementi scoperti e raggiunti con l'indagine.

Ciò comunque non deve illudere che tutti i quesiti trovino una risposta o che a volte ne trovino una soltanto, e soprattutto non deve indurre nella presunzione che quanto raggiunto sia da considerarsi per questo definitivo per la conoscenza dei problemi!

 

Allegato I

 

SCHEDA DI RIFERIMENTO PER ARGOMENTO O SETTORE

 

1.   Argomento

 

2.   Settore specifico

 

 

3.   Classe

 

4.   Insegnante coordinatore

 

5.   Studente coordinatore

 

6.   Questioni preliminari

 

7.   Ambito geografico

 

8.   Ambito storico

 

9.   Caratterizzazioni specifiche

 

10. Riferimenti fuori settore o argomento specifico

 

11. Elementi interdisciplinari

 

12. Problematiche derivate

 

13. Problematiche autonomamente soddisfatte

 

14. Problematiche poste all'esperto

 

15. Problematiche rimaste irrisolte

 

NB. Viene allegato il testo di ricerca problematica prodotto dal gruppo interessato al lavoro, sottoscritto da tutti i componenti che vi hanno operato.

 

 

                                                                           Il Coordinatore

 

 

Allegato II

 

SCHEDA DI RIFERIMENTO PER UNITÀ DIDATTICA

 

 

1.   Argomento

 

2.   Modalità d'intervento: a) unità classe

                                                    b) gruppi di classe

                                                    c) gruppi di interclasse

                                                    d) classi parallele

 

3.   Settore specifico

 

4.   Classe interessata

 

5.   N. alunni (gruppo o classe)

 

6.   Insegnante coordinatore

 

7.   Studente coordinatore

 

8.   Strumenti didattici: a) registratore

                                                b) proiettore film

                                                c) proiettore diapositive

                                                d) T.V. videoregistratore

                                                e) lavagna luminosa

                                                f) episcopio

 

9.   Sussidi audiovisivi : a) film

                                                 b)diapositive

                                                 c) videocassette

 

 

10. Bibliografia: a) generale

                                  b) specifica

 

11. Relatore

 

12. Tempi di realizzazione: (periodo - ore didattiche - ore aggiuntive)

 

13. Partecipazione:  ottima

                                        buona

                                        insufficiente

                                        scarsa

 

14. Interesse: originale e creativo

                            scientifico

                            professionale

                            approfondito

                            umanitario

                            scolastico

 

15. Note

 

16. Giudizio di valutazione

 

 

                                                          Il Coordinatore

 

 

 

Oltre alla scheda di riferimento, gli strumenti inizialmente indicativi per l'accostamento al lavoro  didattico sono certamente le bibliografie ed i supporti audiovisivi.

Per quanto concerne le bibliografie, si deve distinguere fra una bibliografia suggerita inizialmente dal MLAL ed una bibliografia effettivamente reperita ed utilizzata presso la biblioteca civica di Lecco. Infatti, la bibliografia qui sotto riportata, oltre ad avere in un certo senso il difetto dello scarso aggiornamento, si è nella realtà rivelata inutilizzabile ed è pertatanto stata sostituita dalla bibliografia presente sul territorio e di cui si vedrà traccia nei singoli esempi delle unità didattiche realizzate.

 

 

7. LE UNITÀ DIDATTICHE E GLI ESEMPI

 

PRIMA UNITÀ: Analisi della situazione storico-politica dell'A.L. dal 1930 al 1985.

 

L'assenza di una reale introduzione specifica da parte dell'esperto, che in fase progettuale ha lo scopo iniziale di stimolare l'interesse degli alunni, per una attività didattica che opera su quattro classi  al completo e che comunque rappresenta una novità sostanziale per i contenuti che propone, è subito sentita, perchè l'esperto ha anche funzione di suggerimento indicativo negli ambiti di ricerca stessa.

Il problema primo comunque è quello di dare agli alunni una conoscenza di base, di carattere storico-economico e geografico-economico, dei paesi che compongono politicamente e geograficamente l'America Latina, conoscenza che supplisca le carenze della normale rassegna di studio superficiale e serva ad inserire su basi più consistenti i contenuti di carattere tecnico-professionale.

Metodologicamente viene allora individuata la proposta di una suddivisione in settori, che servirà anche per l'unità didattica di geografia economica, di questo tipo:

 

Unità didattica n° 1

 

Analisi della evoluzione storico-politica dell'America Latina dal 1930 al 1985, con retrospettive adeguate sui momenti e movimenti caratterizzanti le fasi più significative del periodo in oggetto

 

Argomenti specifici:

 

1° settore: Ai confini degli U.S.A.; Mexico, Belize, Guatemala, El Salvador.

2° settore:Isole nord dei Caraibi; Cuba, Giamaiche, Haiti, Rep.Dominicana.

3° settore:Isole sud dei Caraibi; Puerto Rico, Dominica, St.Vicent, Grenada, St.Lucia,  Barbados, Trinidad, Tobago.

4° settore:Altri stati del centroamerica; Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama.

5° settore:Costa Atlantica del Nord; Colombia, Venezuela, Guyana.

6° settore:Catena andina dell'ovest; Ecuador, Bolivia, Perù e Cile.

7° settore:Paesi atlantici dell'est; Suriname, Guyana Fr., Brasile.

8° settore:Stati centrali ed atlantici del sud; Paraguay, Uruguay, Argentina, Falkland o Malvine.

 

I settori, come si noterà, sono divisi per ambiti vagamente geografici, peraltro con la coscienza della discutibilità di tale suddivisione. Giustificazione: 36 stati, indipendenti o colonie, che costituiscono  l'America Latina complessivamente non sono certo divisibili con criteri matematici o geometrici! Quanto a precise suddivisioni geografiche o etniche o storiche o politiche......! Si assicura, senza tema di smentita, l'opinabilità di tutte le alternative!

A ciò si deve aggiungere che ogni settore corrisponde ad uno degli otto gruppi di alunni in cui sono state suddivise le classi, dopo aver rinunciato all'intenzione di lavorare con gruppi misti di alunni delle diverse classi: intenzione lodevole, ma praticamente irrealizzabile senza sconvolgere totalmente l'orario di un istituto o determinarne il blocco delle normali lezioni. L'aggregazione degli alunni è comunque libera e fino ad un certo punto spontanea è pure la scelta dei settori, anche se, è comprensibile, dopo le prime scelte tocca quel che rimane.....!

Anche questi problemi, pur risibili, ma per la prima volta affrontati, creano una certa perplessità di fronte all'intenzione di un lavoro sempre rigorosamente scientifico nella sua strutturazione, poi si capisce come, con una buona dose di responsabilità e responsabilizzazione, siano brillantemente superabili. Ne è conferma il fatto che gli alunni si ritrovano autonomamente a scuola anche durante le vacanze natalizie per operare la ricerca!

Il lavoro, che come previsto richiede circa un mese per la sua completa elaborazione, una volta ultimato viene raccolto in questi gruppi di documenti:

a) suddivisione per settori dell'unità;

b) elaborati di ciascun gruppo di lavoro;

c) schede di riferimento sistematiche;

d) intervento dell'esperto.

 

Durante lo svolgimento del lavoro si scopre come le schede siano utilissimo strumento di classificazione dei problemi, degli strumenti e delle proposte. Per quanto concerne gli elaborati, essi si collocano come prodotto grezzo dei lavori dei gruppi di lavoro, con ingenuità espositiva, errori, originalità, problematiche, dubbi e perplessità. Gli stessi sono in seguito fatti oggetto di socializzazione tra i gruppi, di verifica e valutazione didattica all'interno del programma disciplinare. I tempi di realizzazione hanno impegnato ciascun gruppo per circa 6 ore didattiche, 6 ore aggiuntive ed un lavoro pomeridiano individuale non precisamente quantificabile.

È impossibile evidentemente qui riproporre tutti i contenuti di questo lavoro, che con gli altri delle cinque unità didattiche, solo per l'anno scolastico 1985-86, è stato raccolto in originale in un volume dattiloscritto e fotocopiato di 503 pagine a cura del MLAL! Per dare comunque un'idea del tipo di prodotto della ricerca eccone qualche esempio.

 

 

EL SALVADOR (parte di ricerca per il primo settore)

 

El Salvador è il più piccolo stato del centroamerica: ha una superficie di 21200 Kmq ed una popolazione di quasi cinque milioni di abitanti, di cui il 70% costituito da meticci, il 20% da Amerindi puri e il 10% di bianchi.

Attualmente è una repubblica presidenziale: il presidente, eletto ogni sei anni, detiene il potere esecutivo, mentre quello legislativo è affidato all'Assemblea nazionale Legislativa.

Per quanto concerne la storia di questo periodo (1930-1985), le premesse sono nascoste nel sec.XIX, al cui inizio si legano le lotte di indipendenza del paese dalla Spagna, lotte che accomunarono spesso la sua storia a quella del Guatemala e del Mexico. L'indipendenza era desiderata soprattutto a causa della crisi economica attribuita all'apparato economico-amministrativo. In questi anni si verificò il passaggio dalla produzione base di mais, anil ed indaco, a quella del caffé. E questa produzione venne a modificare ulteriormente l'assetto della società salvadoregna per la diversa strutturazione produttiva. Variavano infatti:

a) il ciclo di produzione, che per il caffé, pianta perenne, richiede una attesa di quattro anni per il primo prodotto e perciò esige il possesso della terra fino ad allora di proprietà comunale;

b) un diverso modo di coltivare;

c) una diversa dislocazione geografica della produzione;

d) una diversa ricerca per la mano d'opera.

Anche lo scontro fra borghesia in ascesa e altre fazioni segnò la vita del paese: ben 47 furono i colpi di stato nella seconda metà del secolo, con un continuo alternarsi di gruppi al potere.

Verso gli anni trenta apparve in Salvador l'imperialismo, richiamato dal tipo di liberismo economico che si venne a creare, diverso da quello degli altri paesi centroamericani. Se ad esempio in Guatemala fu necessario l'acquisto di terre per mantenere il potere economico e sfruttare l'economia, in Salvador, al contrario, ci si interessò soprattutto al miglioramento delle vie di trasporto e al loro controllo. È quindi attraverso concessioni a compagnie ferroviarie straniere che penetra in questo piccolo paese centroamericano il capitale straniero.

Si tratta di contratti di concessione che esistono tuttora. E la presenza straniera fu determinante anche per fissare i prezzi dei prodotti: il mercato USA divenne il maggior importatore di caffe dal Salvador e il maggior esportatore verso questo paese. Ciò determinò il monopolio del mercato nordamericano nel fissare i prezzi e in questa situazione di interdipendenza si incentivarono la coltivazione della canna da zucchero e del cotone.Si verificò anche un tentativo di industrializzazione legata alla trasformazione dei prodotti agricoli, ma la crisi del '29 colpì naturalmente anche l'economia salvadoregna: il prezzo del caffè crollò del 45%.

La situazione instabile portò al potere il generale Massimiliano Hernandez Martinez, che suggellò, anche sul piano politico, una nuova fase legata all'imperialismo, ma soprattutto portò direttamente i militari al potere nella vita salvadoregna. Da allora i generali si alternarono al comando dello stato, a seconda della propensione della classe dominante, che pur essendo unita nella conservazione del proprio potere, si diversificò al suo interno fra chi era favorevole alla industrializzazione e alla modernizzazione e chi, più legato alla organizzazione agraria, era contrario ad ogni innovazione.

La crisi economica venne a colpire principalmente il proletariato agricolo. Negli anni trenta, mantenendosi molto basso il prezzo del caffé, non vennero effettuati i raccolti ed i contadini vennero espulsi dalle piantagioni. Le proteste e le ribellioni furono represse nel sangue e a farne le spese fu il gruppo dirigente del Partito Comunista, che fu completamente annientato. L'avvenimento più grave si verificò il 22/1/'30 a Sanranete, dove con l'inganno i contadini vennero convocati nella piazza del paese e, una volta sbarrate le uscite, furono sterminati dai soldati agli ordini del generale Josè Tomas Calderon. Nell'arco di una settimana furono trucidati trentamila oppositori! Da allora agli anni settanta si sono susseguite diverse dittature.

La crisi attuale del Salvador si può far risalire allo scoppio della cosiddetta ‘guerra del calcio’ con l'Honduras, nel 1969. Infatti, l'economia salvadoregna, basata sull'esportazione di pochissimi beni agricoli, non poteva assorbire tutta la forza lavoro presente nel paese, forza lavoro in aumento sotto la spinta di due fenomeni coincidenti negli effetti: il rapido sviluppo demografico e il processo di proletarizzazione di piccoli proprietari espropriati ed espulsi dalle loro terre, per favorire  l'espansione delle piantagioni di caffé e cotone. La guerra si risolse in un disastro per il Salvador, sconfitto in meno di cento ore. Le conseguenze più gravi si riscontrarono sul piano sociale ed economico. Trecentomila emigrati furono espulsi dall'Honduras e vennero ad aggravare seriamente la situazione, creando maggior scontento nel proletariato agricolo. L'incapacità della classe dominante, attaccata al latifondo, di far evolvere la situazione verso rapporti sociali più giusti, sono alla base della conflittualità sociale che attraversa la storia degli ultimi quindici anni.

In questa situazione di crisi economica e di tensioni sociali, il paese giunge alle elezioni presidenziali del 1972. L'opposizione si presenta sotto l'unica sigla dell'Union Nacional de Opposicion (UNO), composta dal partito democristiano e dal movimento nazionale rivoluzionario, di ispirazione comunista. Il suo candidato, Napoleon Duarte, democristiano, fu opposto al candidato militare, colonnello Arturo Armando Molina. Mentre ancora si svolgono le elezioni e si profila il successo di Duarte, Molina, con un colpo di mano, conquista il potere e da inizio ad una feroce repressione, senza modificare la struttura del paese.

Vengono allora alla luce le prime organizzazioni popolari che nascono, oltre che dallo scontento, sfruttando anche la campagna di coscientizzazione condotta da piccoli gruppi esterni alla vita dei partiti. Comunque, la frode elettorale si ripete nel 1977 allo scadere del mandato di Molina. Il candidato dell'oligarchia è il generale Carlos Humberto Romero, partigiano della repressione più violenta. Anche l'UNO presenta un candidato militare, il colonnello Ernesto Claramount, di tendenze democratiche. Con brogli, frodi e colpi di mano vince Romero e da inizio ad un nuovo giro di vite: gli oppositori sono costretti all'esilio.

Comunque, la feroce repressione trova, nel corso di due anni, ostacoli sempre maggiori. Da un lato c'è la risposta delle organizzazioni popolari e delle forze della guerriglia ormai ben radicate nella realtà del paese. Dall'altro l'opposizione della Chiesa, espressa soprattutto dal nuovo arcivescovo di San Salvador, monsignor Oscar Romero. È attorno alle archidiocesi e alla repressione che subiscono preti e catechisti che sale il grido di protesta da parte della Chiesa. Sono di questo periodo l'assassinio del gesuita Rutilio Grande e del padre diocesano Agoreso Navarro Oredo.

Sotto la spinta della vittoria sandinista in Nicaragua e del pericolo di una simile evoluzione in Salvador, viene meno l'appoggio USA di Carter al governo, considerato impresentabile di fronte all'opinione pubblica internazionale e incapace di risolvere i problemi del paese. Si giunge così al golpe del 15/10/'79. Esso nasce all'interno delle forze armate, preoccupate dell'evolversi della situazione e desiderose di arginare lo strapotere del generale Romero. Due giorni dopo il golpe viene composta una giunta con due militari e tre civili. I due militari sono il tenente colonnello Jaime Abolul e il maggiore A.Mayano, mentre i tre civili sono il rettore dell'Università R.M.Quros, il segretario del MNR, G.M.Ungo e il rappresentante della borghesia produttiva M.Andino.

Diverse sono le reazioni delle forze sociali e politiche all'indomani della rivoluzione: la destra non reagisce, ma cerca di collocare i suoi uomini nei punti chiave; le organizzazioni popolari e i gruppi della guerriglia scelgono la strada dell'opposizione, ritenendo l'esperimento un diversivo dell'oligarchia e delle forze armate. La Chiesa, attraverso mons. Romero, resta in attesa senza pregiudiziali preclusioni all'esperimento: esprimerà il proprio giudizio in base al tipo di politiche che il governo attuerà nei confronti dei diritti umani.

Gli atti di guerriglia suscitano ben presto una repressione feroce, togliendo credibilità al processo. Il governo, nonostante alcune iniziative confortanti come lo scioglimento del gruppo paramilitare ORDEM, l'aumento dei salari ai lavoratori agricoli, il congelamento della proprietà terriera in attesa della riforma agraria, la nazionalizzazione del commercio estero e la costituzione di una commissione di indagine sui crimini del precedente regime,fallisce il suo compito più difficile, ossia il controllo delle forze dell'ordine e della destra, sia economica che militare. A fine anno del '79 nasce il COPEFA (Consesso Permanente delle Forze Armate) che formalizza il dissenso all'operato della Giunta.

È il cambio della guardia. Il Comando Supremo e il COPEFA convocano la Giunta per rammentare ai civili chi detenga il potere. Nonostante la decisione dei civili di non scendere a patti, la situazione li costringe alle dimissioni, mentre i militari li sostituiscono con due democristiani e uno sconosciuto medico. La DC, debole di fronte ai militari, essendo rimasta sola ed isolata, condiziona la sua partecipazione ad un programma che coincide largamente con gli obiettivi del precedente governo, ma la sua debolezza le impedisce di agire da freno all'azione dei militari. I primi quattro mesi dell'anno sono ricchi di avvenimenti  che segnano una svolta: l'assassinio di mons. Romero, il processo di unificazione delle opposizioni militari e civili, la spaccatura all'interno della Democrazia Cristiana.

Mons. Romero cade vittima di un sicario mentre sta celebrando la messa. I gruppi paramilitari della destra non gli perdonano la protesta che il vescovo leva ogni domenica nelle omelie, contro l'ingiustizia e la repressione di cui è vittima il popolo. Con lui si tenta di far tacere tutta una Chiesa che si è schierata dalla parte del popolo oppresso. Non si tratta più del singolo prete o catechista, ma è tutta l'archidiocesi di San Salvador, dal suo pastore fino ai fedeli, che agisce in difesa dei più poveri.

Il processo di unificazione, che ha portato alla creazione del Fronte Democratico Rivoluzionario, non è veloce né agevole. In gennaio si annuncia la nascita della Coordinadora Rivolucionaria de Mosas, che vede unificate alcune organizzazioni popolari e l'UDN. Poco più di un mese dopo, la Coordinadora, a seguito di numerose discussioni, presenta la Piattaforma Programmatica del Governo Rivoluzionario Democratico. Nello stilarla si cerca di evitare le spinte estremistiche per aggregare su un progetto comune il maggior numero di forze possibili e per superare il momento di disgregazione dell'opposizione. L'iniziativa ha successo e nasce il Fronte Democratico Rivoluzionario, che vede con il MNR numerose altre organizzazioni politiche. La situazione sempre più insostenibile e l'evidenziarsi dell'impossibilità di incidere sulle forze militari portano alcuni membri del PDC ad abbandonare la Giunta. Il più importante di questi è Dodo Hirezi ed al suo posto ricompare Napoleon Duarte. La spaccatura però, attraversa anche le forze armate e in maggio l'ex maggiore d'Aubisson, colui che si ritiene a ragione il mandante dell'assassinio di mons.Romero, accusa il maggiore Mayano di favorire le sinistre con la sua azione e tenta una sollevazione. Mayano reagisce e lo fa arrestare, ma dopo pochi giorni è costretto a liberarlo. È la sua sconfitta politica che lo obbliga a cedere il comando delle Forze Armate al suo collega di Giunta, colonnello Gutierrez.

Nel gennaio '81 ha inizio l'offensiva generale dei gruppi di guerriglia, che riescono a creare all'interno del paese degli accampamenti sotto il loro controllo. Ma l'escalation militare senza tregua non porta con sè nessuna soluzione. Per uscire da questo blocco Messico e Francia si incontrano e redigono una dichiarazione congiunta, in cui sostengono come indispensabile la presenza del FDR per una soluzione negoziata. La proposta è rifiutata dalla Giunta.

Marzo 1982: si svolgono le elezioni respinte dalla opposizione, data la situazione in cui si sarebbero svolte. Vince il PDC, che però non ottiene la maggioranza assoluta. Questa va alle destre, guidate dal famigerato d'Aubisson.

La scelta politica che ne scaturisce è quella dello scontro militare con la guerriglia. Ma nell'ottobre è la stessa guerriglia che lancia un'offensiva su grande scala. Sono quattro mesi di storia paragonabili ad un bollettino di guerra, in cui tuttavia si evidenziano alcune interessanti caratteritiche. Innanzitutto il FMLN da prova di aver raggiunto un alto grado di coordinamento militare e strategico, in qualche caso decisamente superiore allo stesso esercito. Danno prova di ciò i dati riguardanti il numero delle armi catturate, che fanno dell'esercito salvadoregno il maggior fornitore d'armi alla guerriglia; la presa di importanti città come Berlen; l'alto numero di prigionieri fatti dai guerriglieri!

Si assiste di conseguenza al nascere di contrasti all'interno delle forze governative, sia tra i militari di tendenze favorevoli o contrarie alle trattative con la guerriglia, sia nella stessa assemblea parlamentare, dove si tende ad emarginare d'Aubisson. Il FMLN, infatti, lancia, insieme alle offensive militari, anche ripetute proposte di dialogo, che non possono non trovare ascolto all'interno delle forze governative e degli stessi USA.

Il coinvolgimento USA è l'ultimo dato preoccupante della situazione attuale. Esso è sottolineato in primo luogo dal sempre maggior aumento in aiuti sia finanziari che militari, che incidono pesantemente sulla economia salvadoregna, in alcuni casi stravolgendola; sia in un impiego sempre più esplicito in azioni di guerra dei ‘consiglieri militari’. A questo si aggiunge un esplicito tentativo di influenzare, se non controllare, la strategia militare dell'esercito salvadoregno, con l'impiego di consiglieri militari statunitensi nello stato maggiore e con la sostituzione del ministro della difesa, generale Garcia, con un uomo più vicino alle posizioni USA, Eugenio Vides Casanova.

 

Relazione sul particolare lavoro svolto inerente il primo settore

 

In questa fase della nostra ricerca, si è trattato della evoluzione storico-politica dell'America Latina dal 1930 ai giorni nostri, con particolare riferimento a Mexico, Belize, Guatemala e El Salvador.

Il periodo che va dal 1930 al 1950 è soprattutto caratterizzato dalla crisi economica mondiale, che ebbe sulle economie latinoamericane conseguenze gravi, poiché acuì ulteriormente gli squilibri generati dal commercio estero e dal settore industriale, influenzando negativamente anche la struttura sociale e politica. In seguito alla seconda guerra mondiale si manifesta, infatti, un grave squilibrio economico fra i vari settori, che a livello sociale e politico si traduce in un aumentato potere delle oligarchie locali e del capitale statunitense e pure in un semi-fallimento delle politiche riformiste promosse dalle classi medie con l'appoggio della classe operaia sindacalizzata. La caratteristica di questi tentativi è quella di essere solo  riformistici, cioè di dare un riassetto parziale alle strutture economiche, sociali e politiche, per permettere alle classi medie di aver maggiore peso decisionale.

Negli anni successivi al 1950, gli squilibri e le tensioni acquistano dimensioni tali da preoccupare non solo le classi dirigenti dei paesi latinoamericani, ma anche quelle potenze, specialmente gli USA, per le quali il problema latinoamericano potrebbe diventare così esplosivo da intaccare l'equilibrio politico mondiale. Inoltre, in numerosi paesi si sono scatenati fenomeni di guerriglia, che hanno la caratteristica di sviluppare lotte violente, volte alla conquista di un'indipendenza economica, che dovrebbe servire come punto di partenza per un reale riassetto economico, sociale e politico, capace di eliminare gli squilibri strutturali.

Per quanto concerne il Mexico, ci si è soffermati sui seguenti punti:

- riforma agraria sulla base collettivistica dell'Ejida;

- nazionalizzazione delle ferrovie;

- regolamentazione governativa della produzione;

- nazionalizzazione delle imprese petrolifere.

Prima del secondo conflitto mondiale, la politica estera accentua in Mexico l'avvicinamento agli USA e la rottura con le potenze dell'Asse. Nel 1943/'44 , si verificano le rivoluzioni operaie per combattere l'inflazione e si ha la trasformazione del Partito Rivoluzionario in Partito Rivoluzionario Istituzionale.

A questo proposito, sarebbero utili degli ulteriori approfondimenti su questo partito:

- quale è la sua posizione?

- quali i suoi scopi?

In riferimento al Guatemala, invece, sarebbe utile conoscere qualcosa di più in merito alle riforme del 1944 sui diritti dei lavoratori.

Di El Salvador si sono percorsi i seguenti periodi:

- fase dell'imperialismo degli anni trenta;

- la crisi degli anni settanta.

È opportuna una ulteriore indagine sulla guerriglia e la formazione di organismi come il FDR. Sarebbe anche interessante approfondire le politiche riformistiche in Mexico, avvenute dopo la seconda guerra mondiale.

 

 

Commento ad un argomento particolare trattato

 

Trujillo venne assassinato il 30 maggio 1961, dopo aver detenuto il potere per più di trent'anni. Dopo la sua morte si temeva una rivolta popolare che invece non avvenne, perchè le masse erano in preda ad un attonito terrore. Centinaia di persone persero la vita in una furibonda caccia all'uomo scatenata dalla polizia a Santo Domingo. Finiva così nel sangue quella che era stata chiamata ‘l'era di Trujillo’.

Sulla dittatura di Trujillo alcuni esperti di problemi latinoamericani hanno espresso un giudizio complessivamente positivo, analizzandola da un punto di vista distaccato,’scientifico’! Essi affermano che, nonostante la sua crudeltà, anzi grazie ad essa, Trujillo è riuscito a fare uscire Santo Domingo dal totale sottosviluppo, dalla desolata arretratezza, dal caos e dal disordine.

Nessun altro governatore dell'America Latina offre una migliore testimonianza di risultati materiali positivi e di repressione più brutale dei diritti dell'uomo. Quando nel 1930 Trujillo prese il potere, la repubblica era sull'orlo del fallimento, con ingenti debiti verso l'estero e con un bassissimo reddito nazionale. Nel 1957 i debiti erano stati pagati e il reddito nazionale si era alzato di molto.

Trujillo aveva fatto costruire imponenti opere pubbliche e trasformato la capitale in una città moderna ed elegante. Progredì notevolmente l'industrializzazione sotto il suo governo, si ridusse l'analfabetismo, si moltiplicarono ospedali e cliniche. Lo stesso Galindez, suo oppositore, considera positiva l'opera di Trujillo che consiste nel mantenimento dell'ordine pubblico, nel progresso materiale e nel progresso culturale: strade sicure anche di notte, poca delinquenza comune, aumento del reddito pro capite, anche se quelli che ne hanno tratto più beneficio sono gli uomini d'affari; costruzioni di strade, di canali d'irrigazione, di aeroporti, di una nuova città universitaria; l'aumento degli studenti e la riduzione degli analfabeti!

Forse il problema sta in altri termini: i benefici furono acquisiti a spese della libertà! Ma non è questo il solo punto tragico! Trujillo non creò nulla di stabile, di solido, di duraturo, di lungimirante! Trujillo, in fondo, non era altro che un energico ed abile uomo d'affari. La prova più concreta, più drammatica, del carattere provvisorio, oltre che camorristico, del suo pur così lungo regime personale è proprio la catastrofe in cui Santo Domingo è piombato dopo la sua morte.

Dopo Trujillo, nonostante gli sforzi di uomini onesti come Juan Bosch e Francisco Caamano Deno e di partiti quali il Partito Rivoluzionario e il Partito Socialista Popolare, la Repubblica Dominicana fu incapace di governarsi. Nel 1965 i marines statunitensi sbarcarono nell'isola e a Santo Domingo tornarono quelle stesse forze straniere che avevano insegnato a Trujillo a ‘usare le armi e anche contro chi’, per decidere con la forza i destini di un popolo che la dittatura aveva reso inattivo ed inerme, non solo materialmente, ma anche politicamente, culturalmente e spiritulmente, se si eccettuano le élites rivoluzionarie coraggiose e sincere, ma incapaci di organizzare, di orientare e di guidare alla lotta le grandi masse popolari!

 

 

Tipo di problematiche poste all'esperto

 

- Per la questione delle Falkland-Malvine, dopo il conflitto del 1982, vorremmo sapere quali interessi la Gran Bretagna cura su questo possedimento e il motivo per il quale l'Argentina ha rivendicato le Malvine, visto che non sono territori economicamente interessanti.

- Sempre a proposito delle Falkland-Malvine, abbiamo appreso che il presidente Alfonsin propose il recupero delle isole ricorrendo a trattative diplomatiche. Questo tentativo è stato realmente effettuato? E con quali risultati?

- Che tipo di politica si è avuta fra governo ed opposizione in Argentina in questi ultimi anni?

- Durante la prima guerra mondiale l'Argentina ha avuto uno sviluppo economico rilevante. Ora la situazione è diversa. Quanto ha influito la storia sulla situazione dello sviluppo economico e qual è la programmazione attuale?

- Nell'analisi storica dei paesi considerati, abbiamo rilevato i frequenti e continui cambiamenti di governi conseguiti ai colpi di stato. Data una situazione interna così delicata, quali sono i rapporti che intercorrono tra il governo e la popolazione? I desparecidos in quale contesto si inseriscono e come vengono ora considerati?

- Di che genere sono le relazioni che intercorrono fra popolazione e Chiesa e tra Chiesa e Stato?

- All'inizio degli anni settanta le svalutazioni si sono susseguite (sette svalutazioni solo nel 1971 e nello stesso tempo il costo della vita è salito del 30% !) e il peso (moneta argentina) ha continuato a perdere valore nei confronti delle altre monete, specialmente nei confronti del dollaro, mentre i salari sono rimasti più o meno stazionari. In una situazione simile l'Argentina può contare solamente sui prestiti dei capitali stranieri, il che comporta gravi limitazioni alla sua autonomia. Inoltre, gran parte dei quadri specializzati, non potendo mettere a frutto la loro preparazione, lasciano il paese e si trasferiscono all'estero, specialmente in America del Nord. Quali sono le cause che hanno condotto l'Argentina in questa difficile situazione economica e quale è l'attuale programmazione economica al fine di eliminare questi squilibri interni?

 

 

E qualche annotazione

 

Una delle maggiori difficoltà riscontrate nel lavoro riguarda la ricerca di materiale aggiornato relativo ai paesi analizzati. Infatti, se per la storia venezuelana abbiamo potuto documentarci col materiale fornito dal MLAL e per quella colombiana abbiamo tratto spunti da articoli pubblicati in seguito alla catastrofe che ha recentemente colpito il paese, le notizie recenti riguardanti la Guyana sono scarse e ciò ha compromesso in parte il risultato finale del lavoro, impedendo cioè un'analisi più completa del settore. Inoltre, abbiamo verificato che è impossibile isolare gli elementi della ricerca, ciò infatti limita l'approfondimento dell'analisi e quindi suggeriamo un più stretto rapporto ad esempio fra elementi storici ed economici, fra storia e religione. Tuttavia, la ricerca ha permesso un accostamento ad alcuni problemi, che avendo a tratti suscitato un discutibile interesse, non hanno portato all'integrazione completa del gruppo. Ciò è da attribuirsi al fatto che tale iniziativa, a causa della sua strutturazione, non è stata sempre recepita come momento di crescita.

 

 

Le risposte dell'esperto Giancarlo Costadoni

 

(L'esperto lavora come formatore di gruppi ed operatori, scrivendo anche articoli sul terzo mondo. Ha avuto fino ad ora una sola esperienza diretta di lavoro con l'istituzione scolastica, con una classe di scuola media, per quanto concerne le problematiche sull'A.L. Le domande complessivamente poste preventivamente dagli otto gruppi di lavoro sono 64! Decisamente troppe! Avrà modo di rispondere solo a 24 quesiti inerenti la prima unità didattica.)

D.:Quali sono state le politiche riformistiche in Mexico dopo la seconda guerra mondiale?

R.:Il Partito Rivoluzionario Istituzionale è al potere dopo le rivoluzioni di inizio secolo. Negli anni '50, fa una politica di sostituzione delle importazioni (e ciò vale anche per altri paesi) per sviluppare il settore industriale senza importazioni. È una politica molto esaltata dai teorici dell'A.L., ma trova la sua difficoltà di attuazione nella dipendenza comunque per l'importazione di macchinari atti alla produzione! Negli stessi anni viene rafforzata la riforma agraria, che già era nata prima della seconda guerra mondiale, per mantenere stabili i prezzi dei prodotti e distribuire equamente sul territorio i sistemi produttivi. Questo negli anni '70.

Gli investimenti stranieri devono essere minoritari, come anche la presenza di tecnici e dirigenti nella conduzione delle imprese. Ciò ovviamente per tutelarsi dopo la normalizzazione delle imprese. Nello stesso periodo si liberalizza la stampa e si arriva ad ampie amnistie politiche. Prima il Mexico subiva praticamente il controllo di un solo partito, pur esistendo gli altri partiti. In questo periodo vi è anche la nazionalizzazione delle banche. È uno degli strumenti di controllo dei redditi per il governo.

Vi fu una riforma importante nel '76 per la liberalizzazione in assoluto dei partiti verso la democraticizzazione del paese. Il popolo per due volte ha assegnato la maggioranza assoluta dei seggi al PRI e l'opposizione è aumentata di poco. Ciò significa che è difficile cambiare nei paesi del terzo mondo, là dove ci sono politiche anche popolari.

Tre milioni di nuovi posti di lavoro sono stati creati da questo governo con grandi piani di investimenti pubblici. È un buon segno di questa politica, anche se ha aumentato il debito estero aumentando un poco anche i problemi, ma in misura minore di tanti altri stati.

 

D.:In cosa consiste la riforma per i diritti dei lavoratori del '44 in Guatemala?

R.:Nel '44 sale al governo un potere rivoluzionario per quei tempi. Abolisce i lavori forzati cui erano sottoposti gli indios per legge! E nel '47 assicura alcune conquiste sociali (infortuni sul lavoro) e la protezione delle donne in maternità ed il diritto di sciopero. Nel '49 promulga la legge sull'affitto forzoso delle terre incolte a favore dei contadini. Il prezzo è naturalmente stabilito dal governo, come canone. Un terzo del reddito viene destinato alla costruzione di scuole ed ospedali e si interviene nei confronti delle industrie che non hanno effettuato i pagamenti nei confronti della manodopera. Nel '54 è varata una riforma agraria di un certo interesse, ma subito dopo avviene il colpo di stato che annulla i frutti di tale iniziativa non ancora sviluppata.

 

D.:Quali sono le cause della formazione di organismi come il FDR in El Salvador?

R.:Siamo alla fine degli anni settanta. In Salvador, di fronte al governo di destra si era formata una opposizione, sia armata sia politica, ma né l'una né l'altra hanno ottenuto risultati considerevoli. Si costituì quindi una alleanza tattica, preparando una piattaforma politica da mettere in atto alla caduta del governo, ma il governo non è ancora caduto, anche se vi è stata una parvenza di elezioni politiche. Il FDR esiste tuttora, come la guerriglia e le sinistre non si sono presentate alle elezioni.

 

D.:Perchè la Chiesa appoggia le dittature?

R.:I motivi sono molteplici e diversi. Si deve distinguere innanzitutto fra le dichiarazioni verbali e ciò che, effettivamente, dopo si fa. Molta parte delle gerarchie latinoamericane, mentre affermava i valori umani non credeva in essi. Le alte gerarchie appartengono infatti alle classi al potere come provenienza. E la moralità spesso nella Chiesa cattolica è considerata solo nella sfera personale, individuale, ma non tocca il problema sociale. Le dittature poi si professano anticomuniste, irretendo la mentalità della Chiesa. Ogni religione può essere comunque strumentalizzata in ogni modo dal potere politico!

 

D.:Quali importanti fatti sono sopravvenuti nell'area nord dei Caraibi fra il '70 e l'85?

R.:Giamaica: è uno stato dove nel '72 al potere va un partito di tipo socialdemocratico, proponendo riforme: salari minimi per gli operai, tutela delle donne in maternità e tagliatrici di canna da zucchero, sistema progressivo delle tasse sul reddito, espropriazione e distribuzione delle terre, distribuzione di alcuni articoli di prima necessità alle classi bisognose, esclusione di società straniere da alcuni settori produttivi. La destra rispose con il terrorismo, creando instabilità e nel 1980 il partito laburista, che lì è di destra, vinse le elezioni e mise fine alle riforme. Si erano aperte relazioni diplomatiche con Cuba e ciò è grave in A.L., anche se questo non era un governo comunista. Ma ci sono gli USA!

Haiti: Duvallier è morto e lo ha sostituito il figlio. È un paese, l'unico in A.L., ‘a livelli africani’!

Repubblica Dominicana: è cambiato il potere.

 

D.:Quale è il suo giudizio sulla dittatura di Trujillo?

R.:Tutti i giudizi in difesa di Trujillo sono delle fandonie! È stato uno dei più sanguinari dittatori dell'A.L. Non basta costruire strade e stabilimenti! Non è un criterio di giudizio valido calcolare solo l'espansione economica. In economia infatti, vale una regola: non corrisponde all'aumento di ricchezza una diminuzione di povertà. Si deve capire cosa vogliono dire le cifre ed andare al di là.

 

D.:Il turismo non danneggerà per sempre le isole dei Caraibi?

R.:La preoccupazione è legittima, ma questo turismo non è di massa. Il turismo d'elite non danneggia, anzi, porta valuta pregiata. Per cui, per il momento, la situazione non è grave. Disastri economici ed ecologici per questo, in linea di massima, sono per ora esclusi.

 

D.:Le isole a sud dei Caraibi a che punto sono della loro operazione di rinascita?

R.:Questa domanda è suggerita dalla situazione di non allineamento e da rapporti positivi sulla nazionalizzazione delle materie prime. Questo però non mi risulta e non posseggo dati relativi. Solo esempio concreto di rinascita è stato a Grenada, tentativo tragicamente concluso! Questi paesi infatti sono non allineati come tutti i paesi del terzo mondo, ma il non allineamento è solo apparente e fittizio.

 

D.:Quale importanza riveste l'istruzione in questi paesi?

R.:Non è questo un argomento che si riesca a trattare validamente. Gli elementi conoscitivi sono solo statistici rispetto al bilancio. Il paese che dedica più parte del bilancio all'istruzione è Cuba. A sud dei Caraibi le isole Barbados sono al quarto posto nell'A.L. come bilancio per l'istruzione su 24 paesi e sono al decimo posto su 106 paesi del terzo mondo! Ma le statistiche costano e difficilmente vengono veramente effettuate nella maggior parte di questi paesi! Per elaborare poi delle teorie, il lavoro è molto più complesso.

 

D.:Perchè gli USA rivelano tanto interesse per il Nicaragua?

R.:Il Nicaragua poteva rappresentare il punto di costruzione del canale fra Atlantico e Pacifico, poi non costruito per difficoltà geofisiche. C'è anche un interesse economico delle multinazionali per caffè e zucchero, ma questo non è rilevante. L'interesse degli USA è sostanzialmente geopolitico, come per tutto il Centroamerica. Gli USA vogliono il perfetto gradimento dei governi del cortile di casa! E il pericolo di una invasione degli USA da parte del Nicaragua è logicamente una panzana!

 

D.:Quali sono le relazioni tra USA e stati del Centroamerica?

R.:Ciò che vale per il Nicaragua, vale anche per gli altri stati. È la dottrina Monroe, l'America agli Americani! Ma l'America non sono solo gli USA e gli americani non sono solo statunitensi! Mai confondere o parlare di America identificandola con i soli USA! Questo putroppo è un errore che si fa spesso ed è indice di una certa mentalità anche nostra, seppur inconscia, nell'accettare questa logica di predominio! Anche il rapporto fra CEE e alcuni paesi dell'A.L. disturba notevolmente gli USA.

 

D.:La presenza nel potere temporale del clero ha o potrebbe avere un peso determinante nello sviluppo del Centroamerica?

R.:Non è questo un problema attuale solo per il Nicaragua. Anche in passato in altri stati vi erano simili situazioni. Un peso determinante lo ha di sicuro: positivo e negativo! Positivo sul piano politico, perchè cristianesimo e marxismo aprono fra loro un dialogo e una collaborazione, evidenziando una novità. Negativo perchè dovrebbe valere il principio di ‘libera chiesa in libero stato’! Occorre cioè la separazione fra politico e religioso a livello di potere. È seccante che una classe politica strumentalizzi la religione per fini propri, positivi o negativi che siano! Ferdinando Cardenal stesso è d'accordo. Chiede solo di essere una eccezione, con motivazione veramente profonda ed intelligente.

 

D.:Come può uno stato ricco di petrolio come il Venezuela perdere l'occasione per risolvere molti problemi interni?

R.:Non c'è da stupirsi. La maggior parte delle classi dirigenti, anche di paesi ricchi, non sono incapaci o più capaci delle nostre. Hanno altri tipi di interessi! Non importa loro risolvere i problemi del popolo e il Venezuela non rappresenta il caso peggiore. È la regola. Si è ricercato solo il benessere urbano.

 

D.:Quali sono le soluzioni per superare l'arretratezza?

R.:Èutile distinguere tra l'arretratezza, che è identificabile con il grado di non sviluppo economico all'interno di un paese e la dipendenza, che invece è un rapporto del paese con altri. Per risolvere i problemi della arretratezza occorre avere chiari gli obiettivi e gli strumenti per raggiungerli. Alcuni paesi stanno applicando questa strategia: minimo di calorie giornaliero, acqua potabile vicina a disposizione, un alloggio per difendersi dalle intemperie, minimo di sanità per tutti e diminuzione della mortalità infantile, istruzione, redistribuzione del credito.

Per quanto concerne la dipendenza il discorso è più difficile ed indiretto. I paesi del terzo mondo vogliono un nuovo ordine economico internazionale. La decisione sul prezzo del petrolio da parte dei paesi produttori è un fatto unico. I prezzi delle materie prime li hanno sempre decisi i paesi occidentali industrializzati e sono sempre aumentati meno di quelli dei prodotti industriali. Ora si sta prendendo coscienza di ciò all'ONU. Ma evidentemente i paesi industrializzati non sono dello stesso avviso. Anche l'Italia deve prendere una decisione in merito e la decisione dobbiamo condizionarla anche noi. L'opinione pubblica, in questi casi, è importante: esempio sono stati il Portogallo e le sue colonie, il Vietnam e lo sta divenendo anche l'Afganistan per l'URSS.

 

D.:Quale è la linea che segue il governo colombiano dopo il recente attacco al Palazzo di Giustizia?

R.:La Colombia è un paese di cui si parla pochissimo. Come posso sapere cosa succede dopo un fatto recentissimo? Contatti diretti non ne ho. Le notizie arrivano con molto ritardo e non sono diffuse in Italia, se non con ulteriore ritardo. Comunque, questo governo è conservatore, ma gode di un certo entusiasmo perchè ha trattato con la guerriglia ed ha messo insieme un pò le forze democratiche e non, in parlamento. Però vi sono anche discriminazione e sospetto nei confronti della popolazione e lo si è visto nel caso della recente tragedia.

 

D.:Quale è il problema degli interventi esterni per il Cile?

R.:Ogni stato è sovrano e quindi ogni ingerenza esterna è illegittima in termini giuridici, perchè non esiste un governo mondiale cui rendere conto del proprio operato. Solo il Sudafrica non può essere ritenuto tale, perchè è una colonia anche se non lo dice! In Cile perciò l'intervento  esterno sarebbe un'ingerenza, anche se sacrosanta! Perciò si sono proposte all'ONU delle sanzioni, ma non si è trovato un accordo: i paesi socialisti hanno bloccato le sanzioni come troppo tenui, i paesi occidentali non hanno votato a favore per paura di una deviazione comunista, secondo la paranoia reganiana e il terzo mondo, rappresentato spesso da dittature, non ha voluto creare precedenti che potessero rivolgersi contro se stesso. E per questo è più colpevole!

 

D.:Quali sono i risultati della lotta della Chiesa per una maggiore libertà, per il diritto alla dignità, per ottenere condizioni almeno superiori al minimo della sopravvivenza?

R.:È una domanda articolata, che si potrebbe dividere fra i vari stati. I risultati comunque dell'ultimo cinquantennio sono stati enormi. La Chiesa è passata dal sostegno agli oppressori al sostegno degli oppressi. Dal Vaticano II la Chiesa ha una mentalità diversa, soprattutto in A.L. La teologia della liberazione ne è un frutto, anche se vi sono situazioni diversificate. In alcuni casi vi sono state anche ambiguità, ad esempio in Cile inizialmente vi fu un appoggio a Pinochet. Consiglio di leggere un romanzo al proposito: ‘La casa degli spiriti’, di Isabel Allende, edizione Bompiani. Oggi comunque la Chiesa è una forza culturale e sociale, che è schierata contro le dittature in questa zona, favorendo la presa di coscienza sociale e politica.

 

D.:Quali scopi si proponeva la linea capitalistica adottata da Pinochet inizialmente e poi abbandonata?

R.:Dopo aver smantellato tutte le iniziative della recente esperienza democratica, Pinochet ha adottato all'inizio le tesi keynesiane. Il mito che vi si espone è la libertà di mercato, che peraltro è il regno della giungla! Ma questo progetto economico-politico è evidentemente solo per una parte della  popolazione; la repressione deve controllare l'altra parte. Ora la linea è stata abbandonata, perchè il montare del malcontento l'ha resa praticamente ingestibile. Evidentemente gli economisti di Chicago, attraverso questa politica, facevano gli interessi degli USA e non certo del Cile! La promessa di soluzione politica di tutti i problemi del paese era evidentemente un grande falso!

 

D.:In quali condizioni e perchè si è creata la crisi del caffé nel 1930-34 in Brasile?

R.:La domanda esige una risposta tecnica. Prima del 1930, a livello internazionale si erano create delle condizioni favorevoli alla produzione di caffé per il Brasile: molti raccolti in altre zone erano stati azzerati per diversi motivi. È stata di conseguenza aumentata la produzione di caffè.

Il recupero successivo di altri paesi sul mercato ha comportato l'abbassamento dei prezzi. Il Brasile è intervenuto con sussidi ai produttori, ingenerando un aumento di investimenti e di produzione. Addirittura si era arrivati a rasentare la non convenienza della raccolta del prodotto. Nel frattempo il consumo mondiale di caffé non poteva essere aumentato, avendo questo la caratteristica di essere anelastico. Ciò non permette di allargare o aumentare il mercato. Il caffé pertanto è stato distrutto dal momento che il danno era minore. Questa crisi era comunque inevitabile. Solo oggi si può avere settimanalmente un aggiornamento della situazione internazionale di mercato, da cui non si può prescindere per la produzione.

 

D.:In quali condizioni Vargas, il populista, nel 1930 è salito al potere in Brasile?

R.:Vargas, salito al potere nel '30, sarà ricordato come populista! Il populismo in A.L. è caratteristico. Era il momento di avanzata della classe industriale. Vargas è riuscito ad avere un apporto eterogeneo, giocando nella situazione un ruolo di unione. È comunque stato molto popolare. Rimane comunque un momento atipico questo, sia per l'A.L. in generale, sia per le nostre concezioni politiche europee.

 

D.:Per quale motivo nel '37 Vargas, con altri governi, ha emanato leggi contro l'assunzione di manodopera straniera?

R.:Non vi è alcun particolare motivo, se non la necessità di protezione contro l'affluenza esagerata di manodopera straniera in una regione di grande mobilità naturale. Il Paraguay, ad esempio, ha espulso trentamila cittadini brasiliani, che col tempo avevano occupato le terre del paese. A volte i motivi sono anche razzisti. A Dominica, ad esempio, si sono massacrati i negri, perchè di origine africana.

In Brasile l'opposizione, in questi ultimi anni, ha lavorato per riportare alla democrazia il paese. Tutti i partiti sono intervenuti nelle ultime elezioni, tranne quello comunista. L'opposizione ai militari ha fatto eleggere un suo rappresentante, Alfonsin, alla presidenza della repubblica ed ora anche il partito comunista è stato riconosciuto legittimo.

 

D.:Il tentativo di recuperare diplomaticamente le Malvine è stato attuato? E con quali risultati?

R.:È stato attuato il 18 luglio 1984, quando si sono incontrati Argentina e Gran Bretagna. Ma la Gran Bretagna non intende cedere le Malvine per motivi nazionalistici! Non esistono neanche motivi militari. L'ONU deve intimare alla Gran Bretagna di andarsene, come la Francia deve andarsene dalla Nuova Caledonia e come tutti devono lasciare le colonie!

 

D.:Quali rapporti vi sono con USA e URSS in A.L.?

R.:Sono troppi i paesi per poter dare una risposta complessiva. L'URSS è lontana e non ha quindi una grande influenza. Pertanto, se il paese latinoamericano è democratico cerca di aiutarlo, se è dittatoriale aiuta l'opposizione. Non c'è comunque molto da dire.

 

D.:Cosa si può dire della politica interna e del rapporto fra governo ed opposizione in Paraguay negli ultimi anni?

R.:Il Paraguay è un paese con una delle più lunghe dittature militari. Formalmente esistono elezioni e parlamento, ma tutto ciò è una burla. L'opposizione è clandestina e continua la dittatura. Solo il Brasile, tra gli stati confinanti, non concede più appoggio militare al Paraguay, ma solo economico. Questo è già un piccolo passo!

 

 

SECONDA UNITÀ: Analisi economico-geografico-etnologica

 

In realtà, la prima unità, qui data per conclusa in modo consequenziale, non si conclude affatto nel tempo previsto. Non come ambito di ricerca  e di lavoro dei gruppi, ma come chiusura finale col già procrastinato intervento dell'esperto, che per vari motivi e in modo rocambolesco sfuma! Anche questo ha però permesso ulteriori considerazioni positive, avendo garantito uno spazio in più nella fase di socializzazione, in parte sostitutiva dell'intervento programmato.

Gli elaborati dei gruppi, oltre che essere molto problematici (gli alunni hanno proposto complessivamente 64 domande per l'esperto!) sono proporzionali, come spessore, alla vastità e quantità dei problemi e delle realtà analizzate per 36 stati. Ne è conseguita una lunga fase di socializzazione, che induce a riflettere su qualche modifica. Si propone pertanto, per la seconda unità didattica, una o due sintesi degli specifici elaborati, da operarsi già in fase di socializzazione preliminare dei lavori. Ciò è permesso e facilitato anche dal fatto che l'unità ha un solo docente coordinatore per le quattro classi.

Già ingenuamente, durante la ricerca relativa ai problemi storici, i gruppi di lavoro si sono accorti della necessità ineluttabile di operare un lavoro interdisciplinare, soprattutto in rapporto alle conoscenze e problematiche storiche, geografiche, economiche ed etniche. Ne consegue un naturale riallineamento degli stessi gruppi sui rispettivi precedenti settori, per un ulteriore approfondimento delle tematiche aventi tali requisiti o fuori settore specifico! L'unità inoltre viene strutturata concretamente secondo una precisa metodologia di intervento.

Tutto concluso? No! L'intervento dell'esperto, tenutosi al termine del lavoro di ricerca, dovendo conglobare due unità didattiche, nonostante il notevole sforzo, non riesce ad essere esaustivo rispetto a quest'ultima. C'è però da precisare che le problematiche poste per la prima unità didattica spesso contengono aspetti specifici interdisciplinari riguardanti la geografia economica e l'etnologia. Ciò aiuta l'esperto a dare il massimo in tal senso.

Alla fine di questa seconda unità, le sintesi degli elaborati, strutturate in due grandi temi significativi, sono interessanti. Tuttavia, l'attenta analisi di revisione dei singoli lavori di gruppo sottolinea una originalità di lettura di dati, di confronti, di riflessioni e di prospettive, la cui sostanziale e incredibilmente vivace interpretazione viene soffocata dalla sinteticità dovuta all'unificazione dei lavori. Soprattutto scompare in questa operazione ciò che suscita un rilievo sostanziale: gli alunni esprimono delle concezioni, delle modalità di accostamento mentale ai problemi, una cristallinità di visione degli stessi, che scavalcano tutti gli stereotipi di lettura dell'adulto, nonostante tutto risucchiato da principi e questioni ideologiche o più semplicemente ideali.

Gli alunni invece, per intuizione, ma anche con metodo, giungono ad una risoluzione dei dati della realtà, così scientifica, oserei dire quasi da computer, che gli insegnanti obiettivamente non sarebbero stati in grado di elaborare con la stessa originalità, sottolineando principalmente l'umanità oggettiva del giudizio critico. È utile proporre pertanto, accanto alle sintesi, alcuni passaggi di riflessione ed il percorso di ricerca operato da qualche gruppo.

Tempi di lavoro: circa 10 ore scolastiche e 5 ore aggiuntive, oltre ad un impegno individuale non rigidamente quantificabile.

 

Unità didattica n°2

L'unitàdidattica’ Analisi economico-geografico-etnologica complessiva dell'America Latina e problematiche ad essa connesse’, è strutturata in lavoro di gruppo (otto) e procede attraverso il seguente sviluppo metodologico:

 

1.Fase descrittiva:bibliografia, audiovisivi, dati statistici.

2.Fase critico-riflessiva:modalità di lettura delle diverse realtà con individuazione delle cause di tipo a) storico, b) naturale, c) umano e sociale.

3.Formulazione delle problematiche e loro soluzione: impostazione delle conoscenze derivate; strutturazione organica dei contenuti; esposizione degli interrogativi insoluti; intervento dell'esperto.

 

 

Ogni gruppo produrrà un elaborato sui contenuti del proprio lavoro. Gli elaborati stessi verranno sintetizzati in un unico testo di evidenziazione delle maggiori caratteristiche e riflessioni cui si è complessivamente pervenuti attraverso la socializzazione di tutti i lavori di gruppo.

 

 

Cuba: situazione economica

 

Cuba è un paese essenzialmente agricolo, con un basso livello di industrializzazione. L'importanza del settore agricolo è più grande di quanto risulti dalle cifre ufficiali. L'agricoltura cubana è poco nazionalizzata; il settore privato, per metà organizzato in cooperative, occupa il 63% delle terre coltivabili. La dipendenza della sua economia da un solo prodotto, lo zucchero, ne è la principale caratteristica. Cuba produce l'8,6% della canna da zucchero del mondo e ne è il primo esportatore con il 25% dell'intero mercato. La canna da zucchero copre 1,55 milioni di ettari di terre arabili, cioé la metà delle zone coltivate dell'isola.

Seconda principale coltura di esportazione - a grande distanza però dalla canna- é quella del tabacco, che ha nella provincia di Pinar del Rìo la zona più produttiva. Seguono per importanza il caffè, le cui piantagioni sono per lo più situate sui rilievi orientali e varie culture frutticole, destinante sia all'esportazione, come gli ananas e gli agrumi, sia al consumo interno.

È stato compiuto un notevole sforzo produttivo per raggiungere l'autosufficienza per i cereali, specie per il mais ed il riso, che entrano largamente nella alimentazione locale con le patate, le patate dolci e la manioca. Notevole successo ha avuto la coltivazione del pomodoro, mentre riveste una certa importanza la crescita di piante tessili come il kenaf e l'henequen.

In costante progresso sono il settore zootecnico, che annovera 7 milioni di bovini da carne e da latte e 1,5 milioni di suini, e la pesca, che alimenta una diffusa industria conserviera.

Importanza non trascurabile ha infine lo sfruttamento forestale. Boschi e foreste coprono il 26,1% della superficie del territorio e danno una produzione annua di oltre 2 milioni di metri cubi di legname (rappresentato quasi interamente da pini) e che proviene in prevalenza dalle province di Pinar del Rìo e di Oriente.

L'attività mineraria rappresenta, secondo le nostre stime, dall'1,5% al 2% del Pnl. Cuba possiede infatti giacimenti, in ordine di importanza, di nichel (6° produttore del mondo nel 1982), cobalto e rame. In futuro forse potrà essere aggiunto a questo settore il petrolio.

Il settore industriale è ancora in fase iniziale, diretto a soddisfare i bisogni più elementari della popolazione. L'industria più importante è quella zuccheriera, che da lavoro ad oltre un terzo della popolazione attiva. L'industria del tabacco impiega 50 mila operai. Gli altri settori manifatturieri più attivi e che registrano un consistente aumento della produzione, sono quelli dei fertilizzanti, del tessile, dei copertoni per autoveicoli, del cemento e delle calzature.

Come già precedentemente affermato, Cuba é un paese essenzialmente agricolo, la cui economia dipende quasi esclusivamente da un solo prodotto: la canna da zucchero. Il massiccio peso economico di questa monocultura, che il regime castrista ha tentato di eliminare invano, rappresenta inoltre, unitamente alle non cospicue risorse naturali ed alla assenza di manodopera qualificata, un  ostacolo assai grave allo sviluppo del paese.

La rivoluzione, nata in una terra di contadini e da questi sostenuta e vinta, si propose come primo e fondamentale compito la riforma agraria. Nel 1959 infatti, l'economia era ancora prettamente di tipo coloniale. Le leve del potere erano in pratica nelle mani di alcune famiglie di latifondisti cubani e soprattutto di grosse società statunitensi, che possedevano immense distese riservate all'allevamento e ancor più alla coltura della canna da zucchero. In particolare le imprese statunitensi, oltre ad essere proprietarie di un milione di ettari di terreno coltivato a canna, controllavano i trasporti, le banche, il settore energetico, quello industriale, rappresentato essenzialmente dagli zuccherifici, dalle manifatture di tabacco e da alcune raffinerie di petrolio. Il commercio estero era inoltre, per il 65-70%, in mano USA.

Quando Fidel Castro formulò il suo programma di riforma, si trovò fin dall'inizio ostacolato, oltre che dalla realtà di una economia coloniale a basso rendimento, dalla presenza di una massa contadina culturalmente e socialmente arretrata, del tutto impreparata ad una trasformazione in senso socialista delle strutture economiche. Costretto a muoversi in ambiti ristretti, su un terreno ignoto, e conscio dell'effettiva lontananza geografica dei paesi sui quali poteva contare per appoggi internazionali (URSS, Stati dell'est europeo), Castro attuò le sue riforme piuttosto cautamente e perloppiù in modo autonomo rispetto ai tradizionali schemi degli stati ad economia socialista.

Pochi mesi dopo la salita al potere di Castro fu votata la legge della riforma agraria e venne istituito l'ente (INRA) che doveva attuarla. Furono espropriate aziende e trasformate in cooperative agricole o in fattorie di stato; le piccole terre furono invece assegnate gratuitamente a coloro che le coltivavano. Nello stesso tempo il governo si prefisse il compito da un lato di aumentare la produttività dei terreni a canna, dall'altro di introdurre e incrementare altre colture, nonché di incrementare l'allevamento intensivo del bestiame, specie bovino e suino, per alleggerire la pesante dipendenza dall'estero per le derrate alimentari.

Come era avvenuto in tutti gli altri paesi a regime socialista, Castro diede il via all'ambizioso progetto di industrializzare il paese, ponendo in primo piano il settore dell'industria pesante, di cui Cuba era in pratica priva. A partire dal 1960 furono nazionalizzate le raffinerie di petrolio e le altre imprese statunitensi, poi gradatamente l'intera industria, le banche, i trasporti, i servizi pubblici, il commercio.... Malgrado il ricorso a tecnici stranieri dell'Europa orientale, le cospicue importazioni di macchinari per impiantare nuove fabbriche ed i rilevanti finanziamenti dell'URSS e di altri paesi socialisti, il piano di industrializzazione non riuscì ad essere attuato, così come diede scarsi risultati il programma di incremento e diversificazione delle colture.

Nel 1963 fu decisa una generale ristrutturazione degli indirizzi economici, le cui linee essenziali furono: espropriazione di tutti i terreni superiori a 67 ha; progressivo abbandono del sistema cooperativistico e conseguente passaggio allo stato della maggior parte delle terre, accompagnato però da un certo decentramento del potere, in modo da lasciare maggior libertà d'iniziativa alle ‘unità di produzione’, per cui era data la possibilità di raggrupparsi in unità specializzate in una determinata attività; ritorno all'incremento prioritario della produzione dello zucchero, che URSS e Cina, con altri paesi socialisti, si impegnavano a ritirare; infine, politica di potenziamento e ammodernamento dell'intero settore agricolo, coi cui proventi si sarebbe, in un secondo tempo, finanziata l'industria necessaria per un duraturo sviluppo del paese.

In effetti, i risultati conseguiti nell'ultimo decennio hanno confermato la validità di queste scelte, anche se non sono stati pienamente raggiunti gli obiettivi prefissati.

 

 

E un commento ai dati

In base alle statistiche ufficiali riportate nella tabella, il prodotto nazionale lordo di Cuba deriverebbe per il 51% dall'industria. In realtà, la produzione di manufatti è molto ridotta e Cuba vivrebbe soltanto della sua agricoltura e dell'aiuto sovietico. Infatti, il commercio estero cubano avviene per l'85% con l'URSS ed i paesi del COMECON e lo zucchero, nel 1981, costituiva l'80% dell'esport merci.

Un altro elemento conferma questa ipotesi. Non risulta da dati ufficiali che Cuba esporti manufatti. I prodotti industriali costituiscono, invece, la maggior parte dell'import di merci. Di conseguenza sembra ragionevole valutare la produzione industriale attorno al 15% del Pnl, anche se i valori ufficiali gli attribuiscono il 51% del Pnl.

Altri dati non coincidono! Secondo la Banca Mondiale, Cuba è un paese povero. Secondo l'ufficio di statistica cubano sarebbe un paese ‘mediamente ricco’, con un Pnl di 26,3 miliardi di $ nel 1981. Ma altri indizi indicano che il livello di vita della popolazione è molto modesto: le tessere di razionamento si usano ancora, la disoccupazione sarebbe inesistente, ma il governo precisa che ‘l'unico fattore  in eccedenza a Cuba è la manodopera’!

Se si confrontano gli aiuti forniti dall'URSS (esclusi quelli militari) valutati dalla CIA e accreditati dall'OCDE, e il Pnl del paese, secondo la Banca Mondiale, si ottengono questi valori per il 1979:

 

Pnl valutato dalla B.M.                                                            17,19

Prestito URSS                                                                          440 milioni $

Sostegno del prezzo dello zucchero                                         2287 milioni $

Sostegno del prezzo del petrolio                                              365 milioni $

 

Così l'aiuto sovietico rappresenta circa il 51% del Pnl, escluso l'aiuto militare che, si sa, è molto rilevante.

Osservando invece gli indicatori sociali, si può notare che Cuba rappresenta il paese latinoamericano con la minore percentuale di analfabetismo e di mortalità infantile e dove la denutrizione è scomparsa. Negli ultimi cinquant'anni la popolazione di Cuba si è quasi triplicata e un fattore importante dell'incremento demografico è l'elevato tasso di natalità, ma soprattutto quello assai basso della mortalità infantile.

 

                                                                                                     CILE

 

 

 

 

Strutturazione del lavoro di sintesi (parte)

 

MESOAMERICA E AMERICA CENTRALE

 

La Mesoamerica, così come noi la consideriamo in questa sede, comprende tutti i paesi ed i territori della terraferma e delle isole, compresi tra gli USA e il continente sudamericano. Talvolta, per indicare quest'area, viene impiegata l'espressione 'America Centrale, ma in realtà l'America Centrale è una regione che fa parte della Mesoamerica e comprende le repubbliche che occupano la striscia di terraferma situata tra il Mexico e la Colombia: Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama. La colonia britannica del Belize, ex Honduras Britannico, che gode di un regime di autogoverno ed è adiacente al Guatemala, fa anch'essa parte dell'America Centrale.

 

LE DIECI PRINCIPALI CARATTERISTICHE GEOGRAFICHE DELLA MESOAMERICA

 

1. La Mesoamerica è una regione frammentata, costituita da tutti i paesi che vanno dal Mexico a Panama e da tutte le isole del Mar dei Caraibi.

2. La terraferma mesoamericana forma una completa barriera tra le acque dell'Atlantico e quelle del Pacifico. In termini di geografia fisica essa forma un ponte terrestre intercontinentale.

3.La collocazione nella fascia tropicale e gli ambienti climatici della Mesoamerica vengono resi temperati, in grandi aree, dall'altezza e dalla zonatura che ne deriva.

4. In termini di superficie, di demografia e di forza economica quest'area è dominata dal Mexico.

5. La geografia della Mesoamerica è altamente caratterizzata dal coinvolgimento in essa del suo potente vicino, gli USA.

6. La geografia culturale dell'area è complessa. Influssi africani dominano nei Caraibi, mentre la tradizione indiana sopravvive sulla terraferma.

7. La Mesoamerica è un'area di forte frammentazione politica e culturale. La geografia politica ostacola gli sforzi di unificazione e l'instabilità è un fattore ricorrente.

8. Il sottosviluppo è un elemento endemico della vita di questa regione, nella quale si trovano i territori meno sviluppati delle Americhe.

9. L'emigrazione della popolazione, per ragioni di carattere economico e politico, è un fattore dominante.

1O. L'area (in particolare il Mexico) ospita grandi riserve effettive e potenziali di combustibile naturale.

 

MESOAMERICA: caratteri generali

Idee e concetti

Nucleo culturale

Ponte terrestre

Determinazione ambientale

Paesaggio culturale

Transculturazione

Concetto di area principale e area marginale

Zonatura altitudinale

Pluralismo

 

La Mesoamerica è un'area di forti contrasti, di grandissima diversità, con una storia turbolenta e con un futuro incerto. Dal punto di vista fisico, la Mesoamerica comprende il territorio dal Mexico a Panama e le isole grandi e piccole del Mar dei Caraibi.

Dal punto di vista culturale questa regione popolosa penetra nel territorio dei suoi vicini: attraverso il Rio Grande negli Stati Uniti, dove comunità di lingua spagnola dominano una vasta regione, e verso la costa del Sud America dove la popolazione e i modi di vita riecheggiano più quelli dell'area caraibica che quelli dominanti nell'America Meridionale.

Il confine settentrionale della Mesoamerica costituisce, come è facile immaginare, una zona di transizione culturale, ma alcuni studiosi sostengono che vi sono diversi paesi di questa regione che condividono i loro tratti culturali dominanti con il Sud America, soprattutto attraverso la lingua spagnola e la religione cattolica. Ma nella Mesoamerica esiste una grande varietà etnica. Larghe fasce della popolazione hanno origini tanto asiatiche ed africane quanto europee. E in nessuna parte del Sud America la cultura indiana ha dato un contributo alla civiltà moderna confrontabile con quello dato in Mexico.

L'area caraibica è un mosaico di stati indipendenti,territori in fase di transizione sul piano politico e di possedimenti. La Repubblica Dominicana parla spagnolo, la vicina Haiti parla francese. L'olandese è parlato a Curaçao e dai vicini di quest'ultimo territorio, mentre l'inglese é usato in Giamaica. Da ciò si deduce che la Mesoamerica é un tipico esempio di quanto si definisce pluralismo.

La diversità culturale della Mesoamerica è pari alla sua diversità fisica. Le numerose isole caraibiche hanno una conformazione che va dalla piattaforma orlata di corallo, quasi del tutto piatta, al paesaggio montagnoso di origine vulcanica. Alcune hanno una superficie di meno di un ettaro, mentre altre si estendono per migliaia di Kmq, come Cuba, la più grande, che copre 114 mila Kmq, un pò più di un terzo dell'Italia.

La maggior parte di queste isole è però formata da cime e creste delle catene montuose che sorgono dai fondali del Mar dei Caraibi, protendendosi al di sopra delle acque. E come le montagne della terraferma mesoamericana, queste catene sono soggette a terremoti ed eruzioni vulcaniche. Dal momento poi che anche gli uragani colpiscono le isole caraibiche e le coste della terraferma, l'ambiente della Mesoamerica è instabile oltre il normale.

La terraferma mesoamericana ha una forma che ricorda quella di un camino, più ampia in Mexico e via via più stretta e irregolare, fino ad una striscia di soli 65 Km, all'altezza di Panama. La Mesoamerica pertanto costituisce un collegamento lungo 6.000 Km, tra il Noed ed il Sud America, come un ponte terrestre.

Siccome il livello del mare cambia, questi ponti terrestri possono anche scomparire. Infatti, quando il livello del mare era più basso, terre come l'Australia e la Nuova Guinea erano connesse tra loro, così come lo erano la Corea ed il Giappone, l'India e lo Sri Lanka, la Malaysia e l'Indonesia. Sconvolgimenti geologici si combinano con la variazione del livello del mare, fino a creare o a distruggere questi ponti terrestri, ma questi ultimi hanno svolto un ruolo cruciale nella distribuzione di fauna, flora e popolazioni in varie parti del globo.

La Mesoamerica, tra le acque dell'Atlantico e del Pacifico, ha rappresentato un fattore importante nel processo di distribuzione degli indios attraverso l'America. È importante notare fin d'ora che la terraferma mesoamericana non favorisce facili spostamenti. A nord il grande altopiano americano è fiancheggiato da grandi catene montuose e l'America Centrale è dominata da una dorsale cosparsa di laghi, montagne, vulcani ed è soggetta a movimenti tellurici. Le fasce costiere sono spesso paludose e una foresta densa, a tratti impenetrabile, ricopre i bassopiani dell'interno. Panama, coperto da queste foreste, ostacolò per lungo tempo il completamento della Strada Intercontinentale Panamericana.

 

....SCONTRO FRA CULTURE

Noi occidentali abbiamo spesso la sensazione che la storia di molte regioni abbia avuto inizio quando gli europei giunsero in alcune aree della terra e vi portarono una potenza tale da far ritenere quasi del tutto insignificante ciò che prima lì esisteva.

La Mesoamerica sembra confermare questa sensazione: il grande e temuto stato azteco cadde di fronte ad una piccola banda di invasori spagnoli in un lasso di tempo incredibilmente breve. Non si devono però sottovalutare i fatti seguenti!

Al principio gli spagnoli vennero considerati divinità bianche, il cui arrivo era preconizzato dalle profezie azteche; entrati nel territorio azteco, i primi avventurieri spagnoli furono in grado di determinare la grande ricchezza concentrata nelle città azteche. Inoltre, Ferdinando Cortés, alla testa di 508 soldati, non rovesciò da solo l'autorità azteca, ma si unì ad una ribellione da parte delle popolazioni che erano cadute sotto il dominio azteco e che avevano visto portar via i propri membri per essere sacrificati agli dei aztechi. Guidati da Cortés, con i suoi cavalli e le sue artiglierie, queste popolazioni indiane insorsero contro i loro oppressori aztechi e seguirono la banda degli spagnoli. Migliaia di essi caddero in combattimento contro i guerrieri aztechi. Essi guidarono e protessero i soldati spagnoli, mantennero i collegamenti fra questi ultimi e la costa, portarono rifornimenti dalle spiagge del Golfo del Mexico al punto dove si trovava Cortés, resero sicuri e mantennero sotto controllo i territori conquistati, mentre gli uomini bianchi avanzavano. Cortés quindi diede il via ad una guerra civile. Ed aveva le credenziali per riuscirci. È tuttavia ragionevole ritenere che Tenochtitlan non sarebbe caduta così facilmente davanti agli spagnoli, senza il sacrificio di molte migliaia di vite di indios.

In verità in America, come in Africa, gli spagnoli ed i portoghesi, gli olandesi e altri invasori europei consideravano molti dei popoli cui si trovavano di fronte come uguali, che dovevano sì esser invasi, attaccati e se possibile sconfitti, ma pur sempre uguali. Le città e le fattorie della Mesoamerica, i centri urbani dell'Africa Occidentale, le grandi strade incaiche del Sud America dimostravano agli europei che, sul piano tecnologico, essi erano soltanto un gradino più avanti dei popoli con i quali venivano in contatto.Se si determinò uno scarto rilevante fra le potenze europee e i popoli indigeni di molte altre potenze del mondo, ciò fu soprattutto allorché la rivoluzione industriale si verificò in Europa, diversi secoli dopo Colombo, Cortés e Vasco de Gama.

Purtroppo, nella Mesoamerica lo scontro tra la cultura spagnola e quella degli indios si tradusse in un disastro totale per questi ultimi. La rapida sconfitta dello stato azteco e di quello di Tarasca fu seguita da una catastrofica diminuzione della popolazione. Sia che gli indios mesoamericani fossero 15 milioni, sia che fossero 25 quando arrivarono gli spagnoli (le stime al riguardo sono discordi), sta di fatto che dopo un secolo essi erano ridotti a 2,5 milioni. Gli spagnoli si rivelarono colonizzatori spietati, ma, dopo tutto,  non molto più delle altre potenze europee che sottomisero le altre culture!

È pur vero che per prima cosa gli spagnoli resero schiavi gli indios e si mostrarono decisi a distruggere la società indigena, ma é la biologia che ha compiuto ciò che la brutalità bestiale non avrebbe potuto ottenere in così breve tempo. Allo stesso modo che nelle isole caraibiche, gli indios non erano immuni dalle malattie introdotte dagli spagnoli: vaiolo, tifo, morbillo, influenza e parotite! Essi non erano neppure immuni di fronte alle malattie introdotte dai bianchi attraverso i loro schiavi africani, cioé la malaria e la febbre gialla, che fecero molte vittime nelle aree più calde e più umide dei bassopiani mesoamericani.

Il paesaggio culturale della Mesoamerica, le sue grandi città, i suoi campi terrazzati e i dispersi villaggi degli indios subirono sconvolgimenti drastici. Le città cessarono di funzionare e gli spagnoli portarono nel territorio nuove tradizioni e cambiamenti di modelli di urbanizzazione, nell'agricoltura, nella religione e in altri campi.

Distrutta Tenochtitlan, gli spagnoli riconobbero comunque le caratteristiche strategiche della sua posizione dominante e decisero di ricostruirla, facendone il loro quartiere generale sulla terraferma. Ma mentre gli indios avevano usato prevalentemente la pietra come materiale di costruzione, gli spagnoli utilizzarono grandi quantità di legname e impiegarono il carbone di legna allo scopo di fondere i metalli, per il riscaldamento e per la cottura degli alimenti. In questo modo l'abbattimento della foresta fu tale che grandi fasce del territorio disboscato si formarono rapidamente attorno alle maggiori città spagnole. E non solo attorno a queste ultime! Anche gli indios adottarono i metodi di edificazione e l'uso del carbone di legna, contribuendo anch'essi al degrado della foresta. Ben presto le cicatrici dell'erosione cominciarono a rimpiazzare le distese di alberi ad alto fusto.

Gli indios erano coltivatori, ma non avevano animali domestici, bisognosi di un nutrimento vegetale naturale. Solo il tacchino, il cane e l'ape erano stati addomesticati nella Mesoamerica. Gli spagnoli portarono invece bovini e pecore in numero tale, che essi si moltiplicarono rapidamente, provocando una grande richiesta non solo di superfici erbose, già inesistenti, ma anche di quei terreni che fino ad allora erano stati coltivati. E l'abitudine di allevare animali fu adottata dagli indios, causando un'ulteriore pressione sulla terra.

L'effetto sulla disponibilità di cibo fu in compenso sfavorevole. Bovini e mandrie erano un mezzo per arricchirsi ed i proprietari di mandrie e di greggi ne approfittarono. Il bestiame però era in concorrenza con gli uomini per l'accesso alle risorse e ciò contribuì a determinare la dissoluzione dell'equilibrio nutrizionale esistente nella regione. La fame divenne un grosso problema della Mesoamerica nel corso già del XVI secolo e, senza dubbio, contribuì a determinare la vulnerabilità degli indios alle malattie che li minacciavano.

Gli spagnoli diffusero inoltre le proprie coltivazioni, soprattutto il grano, e la loro attrezzatura agricola, nella quale l'aratro rappresentava l'elemento più importante. Così vaste aree coltivate a grano cominciarono a fare la loro apparizione, accanto ai piccoli appezzamenti coltivati a mais dagli indios. E inevitabilmente i campi di frumento si sovrapponevano a quelli degli indios, riducendoli ulteriormente. Ma il frumento era coltivato da spagnoli per spagnoli. Così ciò che persero gli indios in termini di terre coltivabili non fu da essi riguadagnato in termini di prodotto.

Non furono risparmiati neppure i sistemi di irrigazione. E distruggendo questi ultimi, gli spagnoli lasciarono i campi degli indios privi di acqua o insufficientemente irrigati.

I cambiamenti però più significativi portati dagli spagnoli nel paesaggio culturale riguardarono le loro tradizioni urbane. Allo scopo di facilitarne il controllo, fu presa la decisione di togliere dalla terra gli indios e di concentrarli in villaggi fondati e sistemati dagli spagnoli. In questi insediamenti sarebbe stato possibile praticare il tipo di governo e di amministrazione a cui erano abituati i dominatori.

Il centro di ogni insediamento era costituito dalla chiesa. Infatti, fino al 1563, il reinsediamento degli indios fu affidato soprattutto a missionari cattolici. La posizione di ognuno di questi centri era scelta in modo tale che essi si venissero a trovare vicino a quelli che si pensava fossero terreni adatti alla coltivazione, perché gli indios potessero uscire dai villaggi ogni giorno e recarsi sui campi. Ancora una volta però la scelta non fu sempre felice, sicché un certo numero di villaggi fu situata in regioni non adatte alle attività agricole condotte dagli indios. Ne risultò che, appena creato, il villaggio doveva sopravvivere e raramente un villaggio fu interamente abbandonato per un insediamento migliore!

 

 

.... IL TURISMO:INDUSTRIA PROVOCATORIA

 

Le città dell'America Caraibica costituiscono una potenziale fonte di reddito per la qualità di luoghi turistici e di richiamo per le navi da crociera. L'industria turistica sta infatti prendendo quota, dopo un periodo di stagnazione prodottosi durante la recessione dei primi anni settanta e località come Porto Antonio (Giamaica) e Puerto Plata (Rep.Dominicana), sono stati inclusi nei programmi delle crociere, che già comprendono San Juan, Port au Prince e Montego Bay. Il Mar dei Caraibi é, infatti, da molto tempo rinomato per le sue magnifiche spiagge e per i suoi spettacolari paesaggi insulari, ma i visitatori sono attirati anche dalla vita notturna e dall'esotismo di luoghi e popoli.

Il turismo costituisce certamente una fonte di guadagno per molte isole caraibiche. Esso é già al primo posto o quasi nelle attività di paesi come le Isole Vergini (USA), la Martinica e Curaçao. Il turismo però ha anche risvolti di carattere negativo. L'invasione di comunità chiaramente povere da parte di ricchi occidentali porta talvolta all'ostilità, mentre su alcuni residenti del luogo i turisti producono un effetto di ostentazione, che induce solo a comportamenti forzati ed enfatizzati per piacere o interessare i visitatori.

Turisti spendaccioni e talvolta volgari, contribuiscono a suscitare nella popolazione un senso di rabbia e di risentimento. Inoltre, il turismo produce l'effetto di far sparire la cultura locale, inadatta a conformarsi al gusto dei visitatori, se non resa fenomeno spettacolare.

Del resto, il turismo é fonte di reddito dove le alternative sono poche, ma il flusso dei turisti nordamericani non può essere considerato come un beneficio per la maggior parte degli abitanti dell'area dei Caraibi. Nelle aree turistiche più sfruttate, l'intervento delle multinazionali e del governo ha fatto scomparire l'opportunità per gli imprenditori locali, a vantaggio dei grandi operatori e delle grandi agenzie internazionali. È per questo che spesso il turismo é ritenuto, in queste regioni sottosviluppate, una benedizione solo parziale!

Comunque, date le scarse opportunità alternative, esso procura redditi e lavoro laddove ciò non potrebbe verificarsi in alcun modo. Ma vi é un effetto cumulativo di segno negativo che intensifica i contrasti e le liti. Le torri sfavillanti degli alberghi, che sovrastano case modestissime, le lussuose navi da crociera che sfilano davanti a villaggi colpiti da una miseria endemica, i pasti succulenti che vengono serviti dove per le strade i bambini soffrono di malnutrizione sono il simbolo della contraddizione e dell'ingiustizia evidente. Per cui, se l'industria turistica da un contributo positivo ad una certa parte dell'economia di un paese, ne mette a dura prova l'assetto della società e della cultura, scavando un solco sempre più profondo fra ricchezza e povertà.

 

......L'EREDITÀ AFRICANA 

L'area caraibica è un'eredità dell'africano e vi sono luoghi dove il paesaggio culturale assomiglia enormemente a quello dell'Africa Occidentale ed equatoriale. Nella costruzione delle abitazioni, dei villaggi, nelle operazioni relative ai mercati rurali, nel ruolo delle donne nella vita rurale, nella preparazione di certi cibi, nei metodi di coltivazione, nella natura dell'istituzione familiare, nell'espressione artistica e in moltissimi altri campi é possibile rintracciare il retaggio africano dell'America caraibica.

È nondimeno possibile sostenere che, in linea generale, gli europei o i bianchi sono qui in una posizione favorevole sul piano politico ed economico, seguiti dai sangue misto o mulatti e quindi dai neri che occupano l'ultimo posto. Ad Haiti, per esempio, dove il 95% della popolazione è nera e il 5% è mulatta, è quest'ultima minoranza che detiene le redini del potere. In Giamaica solo recentemente i britannici hanno ceduto il controllo istituzionale e il 17% della popolazione mista ha una parte preminente negli affari politici dell'isola, in modo assolutamente sproporzionato rispetto al numero.

Nella Repubblica Dominicana la piramide del potere colloca il 25% della popolazione, di razza bianca, al proprio vertice, poi il gruppo dei mulatti, pari al 60%, ed infine il 15% della popolazione nera alla sua base. Questo è certamente il paese più tenacemente legato alla sua eredità ispano-europea, di fronte ad un secolo e mezzo di ostilità da parte della vicina afro-caraibica Haiti.

A Puerto Rico, similmente, i valori spagnoli vengono difesi di fronte alla presenza nordamericana nell'isola e al settore non bianco della popolazione, che costituisce meno di un quinto della stessa. Perfino nella Cuba socialista inoltre, il 15% della popolazione, formato da neri, si trova più svantaggiato rispetto all'altro 15% formato da meticci e al 70% di bianchi.

In termini assai generali é ancora possibile individuare quali fossero le funzioni della popolazione nera nell'area caraibica. Esiste, infatti, ancora un rapporto tra la distribuzione delle aree produttrici di canna da zucchero e le popolazioni nere dell'isola.

La composizione della popolazione delle isole é ulteriormente complicata dalla presenza di asiatici, provenienti da Cina ed India. Nel corso del XIX secolo, l'emancipazione degli schiavi e la conseguente carenza locale di manodopera portò a soluzioni a lungo raggio. A Cuba, alla fine del XIX secolo, arrivarono centomila cinesi in qualità di lavoratori a contratto. Da allora comunque il loro numero è notevolmente diminuito. Giamaica, Trinidad, Guadalupa e Martinica videro sbarcare quasi duecentocinquantamila lavoratori provenienti dall'India per lo stesso motivo. Alle forme africanizzate dell'inglese e del francese parlate nei Caraibi, si possono così aggiungere parecchie influenze e lingue asiatiche. Anche l'hindi è oggi diffuso pertanto, principalmente a Trinidad, a testimonianza che la varietà etnica e culturale dell'America caraibica è infinita.

 

Questioni poste all'esperto

D.:Può realmente esistere l'autonomia per i paesi del terzo mondo, oppure tutto, anche nel caso dei paesi non allineati, non si gioca attorno o in dipendenza dalle grandi potenze?

R.:Innanzitutto, in effetti è da chiarire cosa si intende per non allineamento. Senz'altro questo non è decidere pro o contro altri paesi in astratto, ma decidere ciò che la propria storia, la propria situazione determina. In effetti, non esistono realmente dei termini di equidistanza, ma il rispetto delle proprie decisioni.

In A.L. l'URSS ha ben poca influenza, se non nel caso di Cuba. Senz'altro non ce l'ha in Nicaragua. Solitamente, in genere sono gli USA che spingono verso il campo avverso stati che cercano una propria autonomia: è successo per Cuba, lo si sta determinando per il Nicaragua. Pensano:’ Meglio contro, che immagine di democrazia esportabile in altri stati!’. Questo gli Usa non lo vogliono consentire. E secondo Reagan, l'ONU stessa è in mano ai comunisti. Ciò è falso. Al limite si può dire che l'ONU è sotto il controllo del terzo mondo. Che poi su certi suoi problemi l'URSS sia dalla parte del terzo mondo è un'altra faccenda!

L'influenza degli USA in A.L. dipende soprattutto dalla vicinanza, ma l'autonomia può essere raggiunta e lo si deve! Comunque, in molti casi, l'impressione di estrema dipendenza di tutti i paesi dalle superpotenze è data dalla disinformazione della stampa e dall'estrema improvvisazione che la domina!

 

D.:Nei paesi dell'A.L. sono sviluppate soprattutto le colture per l'esportazione e non quelle di sussistenza. Gli agricoltori non possono fare nulla?

R.:No! I contadini non possono molto. Non sono loro che decidono cosa coltivare, ma le multinazionali che sfruttano quei paesi.La 'rivoluzione verdè, ad esempio, aveva scoperto sementi miracolose anche per la coltivazione di alimenti di sussistenza, soluzioni tecniche e biologico-genetiche vantaggiosissime. Ma queste costano: in sementi, in attrezzature, in istruzione ed i governi non si impegnano per questi investimenti! Basterebbe agevolare il credito dei contadini per l'acquisto di sementi o il prestito di macchinari e l'istruzione agraria. La povertà dei contadini non permette questo, i governi non lo fanno e le multinazionali non hanno certo interessi di questo genere. Allora condizionano gli investimenti nei vari paesi.

 

D.:Il Salvador è lo stato più piccolo del Centroamerica. Sono stati solo i fattori geografici a determinare la sua situazione attuale o anche fattori antropologici e storici e in quale misura?

R.:Si può dare una risposta valida anche per tutti gli altri paesi del terzo mondo. Importantissimi sono stati i fattori storici ed antropologici! Il fatto che il Salvador sia uno stato con un piccolo territorio non costituisce una eccezione. In effetti, il tentativo di formare una federazione di stati in Centramerica, anche con Simon Bolivar, si è formulato, ma non ha funzionato per molto. Si volevano superare i confini innaturali posti dal colonialismo. Ciò va ancora oggi a vantaggio dei paesi ex-colonizzatori, che sfruttano in più il frazionamento del territorio. Questo significa maggior debolezza e possibilità di controllo esterno.

Il Salvador è caratterizzato da monoculture di esportazione, soprattutto verso gli USA. Quindi è estremamente dipendente, povero e di nessun peso politico. In questa zona solo il Mexico esce da questo quadro, pur se solo in una certa misura. Sul piano antropologico, le classi dominanti sono i discendenti dei colonizzatori. L'A.L. non ha mai infatti conosciuto la decolonizzazione. Gli indigeni, gli amerindi, sono spesso una minoranza, separati e non hanno in mano nessuna leva del potere. C'è quindi un discorso di tipo razziale! In certi casi, come per i neri dei Caraibi, pur essendo in maggioranza, non hanno il potere.

Altro fattore da sottolineare è l'enorme diffusione della varietà di etnie di diversa provenienza: europei, nordamericani, asiatici, africani....

 

D.:Cuba ha nell'URSS l'unica valvola di sfogo commerciale e questo forse consente all'URSS stessa di dominare politicamente le scelte di Cuba?

R.:Il rapporto fra Cuba e l'URSS può definirsi fuori dalle regole.In effetti, economicamente, Cuba è un grosso peso per l'URSS, che ne compra i prodotti a prezzi maggiorati, come lo zucchero, e non trova certo una enorme contropartita politica, se non quella pubblicitaria. Non è però facile dare una risposta in assoluto!

L'URSS del resto non fa neppure molto per far uscire dal sottosviluppo il terzo mondo. Dice:’ Questa situazione è stata creata dal colonialismo. Tocca perciò agli occidentali risolverla!’. Però, oggettivamente, può anche fare poco. Non è infatti certo ricca come gli USA. Molto del suo bilancio è investito militarmente solo per pareggiare gli armamenti USA ed occidentali. Oltre a ciò, la sua economia interna non è assolutamente né ricca, né dello spreco!

 

D.:Quale influenza ha il capitalismo sui paesi dell'A.L.?

R.:Occorre distinguere tra capitalismo interno ai paesi, che al limite ciascuno può scegliere o meno, dal sistema capitalistico internazionale che governa gli scambi e si deve per forza accettare. Anche l'URSS e Cuba devono sottostarvi: è la regola. Per cui, in realtà, le multinazionali statunitensi e il sistema capitalistico dominano su tutto il mondo. I sistemi capitalistici internazionali, a loro volta, possono essere diversi fra loro, dal totalitarismo alle socialdemocrazie.

 

D.:La riforma agraria e lo sviluppo industriale e minerario non hanno permesso a Panama di raggiungere l'aumento del 7% di prodotto interno lordo che si era ultimamente proposto. Perchè?

R.:Il 7% di aumento produttivo è enorme per un paese industrializzato. Figurarsi per Panama o un altro paese in via di sviluppo! In un solo anno poi è impensabile. Però molti paesi si pongono degli obiettivi velleitari, sia come propaganda, sia per incentivare comunque il raggiungimento di risultati positivi, anche se normali.


 

 

TERZA UNITÀ: rapporti commerciali internazionali

 

Una delle difficoltà riscontrate operativamente nello sviluppo delle prime due unità didattiche si è rivelato senz'altro essere la compatibilità con la struttura scolastica di un lavoro di ricerca, inserito in un programma disciplinare, ma che tocca ambiti interdisciplinari e fasi di socializzazione collettiva e generalizzata. Il problema si pone soprattutto in relazione al rispetto dell'orario didattico, che chi opera nella scuola sa già derivato da calcoli minuziosi e da equilibri di per sé precari.

Ora, una prima constatazione nei confronti della teoria è quella dell'impossibilità di poter suddividere veramente quattro classi in otto gruppi di lavoro completamente eterogenei, pena il blocco di ogni attività per una serie di giorni e il rischio del caos organizzativo generale per l'istituto.

Soluzione: prendere atto della realtà e formare i gruppi all'interno della stessa classe! I gruppi così costituiti hanno il pregio di essere omogenei, abituati al lavoro e al confronto al loro interno, oltre che dotati di un bagaglio culturale ed un livello di apprendimento molto simile e strutturato.

Seconda constatazione della verifica metodologica è quella sul tempo richiesto dalla socializzazione del lavoro. L'utilizzo di ore didattiche, infatti, non può superare un certo quantitativo approssimativamente calcolato in rapporto allo sviluppo di altri argomenti disciplinari. Fortunatamente, l'improvviso forfait del primo esperto ha permesso di utilizzare una intera mattinata di lavoro, con la presenza di tutti i docenti operatori del progetto, alla fase di socializzazione. E si è già detto a quale riflessione abbia portato questo avvenimento per l'evoluzione finale della seconda unità didattica: sintesi dei lavori di gruppo in un testo unico, come fase preliminare alla socializzazione.

Anche i tempi di lavoro progettati con gli esperti suscitano un certo disagio nella struttura. La richiesta presenza in contemporanea, non solo degli alunni, ma di tutti i docenti interessati, provoca uno sconvolgimento dell'orario didattico per entrambi gli interi corsi coinvolti e non solo per quelli. Pertanto l'incontro con l'esperto per la prima e seconda unità didattica viene riprogrammato per il pomeriggio, in orario extrascolastico. Ciò è possibile perchè l'esperto è di Milano! Gli altri tre esperti sono di Roma. Nula da fare! Tre mattinate saranno completamente dedicate agli interventi specialistici su queste unità.

Sembrerebbe  che l'affrontare un argomento con gli strumenti di una disciplina tecnica e professionale debba focalizzare le positività dello stesso. In effetti lo è, non tanto tuttavia  per la scomparsa dei problemi fino ad ora esposti (e la fase di socializzazione è qui lungo e travagliata ),  ma perchè l'attenzione elaborativa è richiesta a sole due classi, le due quarte, dal momento che gli argomenti ne riguardano specificamente l'amplificazione di parti del programma ministeriale e le tematiche non sono, per forza di cose, numerose come per i problemi di natura storica e geografico-economica. Pertanto, pur attraverso una strutturazione del lavoro in gruppi, magnificamente e professionalmente sviluppato, le centralità dell'indagine non sono più tanto dispersive.

Se c'è un rilevo da sottolineare è che gli argomenti sono così nuovi ed importanti, che richiederebbero ancor più sussidi, soprattutto di carattere bibliografico e di riviste molto specializzate, oltre che di dati statistici ed il contatto con enti veramente qualificati. L'intervento dell'esperto apre uno spiraglio su queste prospettive e possibilità per il futuro.

Le ore didattiche utilizzate vanno da 13 a 27, con da 7 a 12 ore aggiuntive extrascolastiche per i lavori di gruppo, differenziate per le due classi.

 

Unità didattica n°3

L'unità didattica sviluppa i seguenti argomenti:

a) commercio internazionale in generale;

b) bilancia dei pagamenti;

c) bilancia commerciale;

d) paradosso ricardiano;

e) teorie di Olin e Leontief;

f) protezionismo e liberismo.

 

 I lavori di gruppo di tecnica commerciale esaminano questi argomenti:

 

1. caratteri generali del commercio con l'estero;

2. la cooperazione internazionale;

3. intervento bancario e regolamenti valutari.

 

Vengono anche affrontati i particolari rapporti esistenti fra Italia, Europa e America Latina.

Da questi argomenti sono in seguito derivate problematiche che riportano allo spostamento di capitali tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. In questi casi  si sono pertanto posti numerosi interrogativi sulle funzione svolte dalle banche ordinarie, i riferimenti possibili con la Banca Mondiale ed i rapporti commerciali che realmente intercorrono fra Italia e America Latina.

 

Alcuni esempi di ricerca

REGOLAMENTO INTERNAZIONALE DELLE MERCI

 

Il regolamento delle merci importate od esportate costituisce uno degli aspetti principali delle contrattazioni tra operatori appartenenti  ai diversi paesi. La tecnica dei regolamenti internazionali offre diverse possibilità ed ha presentato un'evoluzione nel tempo, passando da forme di baratto, che escludevano il movimento di valuta, a forme più comode e razionali, rappresentate appunto da pagamenti in valuta.

Nelle situazioni difficili, ossia nei periodi successivi alla guerra mondiale, oppure nei rapporti con paesi con cui si hanno delle relazioni valutarie stabili, si attuano delle compensazioni, ossia dei baratti, che evitano di trasferire le valute occorrenti per regolare i debiti ed i crediti sorti in conseguenza degli scambi effettuati. Nelle situazioni normali, quando vi sono particolari ostacoli politici ed esistono  relazioni valutarie stabili, le forme di baratto sono sostituite dai regolamenti in valuta. I regolamenti in valuta si attuano mediante ‘cambi valutari’ di vario tipo, tenuti dagli operatori presso le banche, sotto il controllo dell'UIC. Il regolamento in valuta viene attuato in base alle norme che regolano accuratamente il settore e che sono oggetto di frequenti modifiche per effetto dei provvedimenti di politica economica; esso si basa sulla possibilità, accordata agli operatori, di convertire la propria moneta in moneta estera o viceversa, in base ad un cambio che i pubblici poteri si sono impegnati a mantenere entri i limiti prefissati di oscillazione......

 

PRESTITI INTERNAZIONALI

Gli istituti per i prestiti internazionali sono costituiti allo scopo di integrare (e forse minimizzare) i movimenti di oro. Una delle funzioni del Fondo Monetario Internazionale è quello di fornire prestiti a breve termine a paesi che si trovino temporaneamente con una bilancia dei pagamenti deficitaria. Questi prestiti fruttano un interesse e possono avere la durata di dieci anni. I prestiti a lungo termine sono favoriti dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo della Export-Import Bank degli USA. Anche nel caso di istituti internazionali vengono soprattutto richiesti dollari. Inoltre, vi sono il grande prestito degli USA alla Gran Bretagna e prestiti minori ad altri paesi; ora vi sono anche i previsti prestiti ed aiuti economici a sedici paesi europei nel quadro del Piano di Ricostruzione Europea (ERP).

Nel complesso, queste somme sembrano rilevanti, ma in realtà sono modeste, quasi insignificanti, rispetto alle enormi spese di guerra! I prezzi già concessi e quelli previsti rappresentano infatti un prezzo molto basso per la pace mondiale.                           

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo furono costituiti non solo per concedere prestiti, ma anche promuovere l'equilibrio internazionale, nell'intento di rendere minimo il bisogno di regolare i conti fra paesi per mezzo di oro e di divise estere. A questo fine il FMI è deputato a studiare, promuovere ed istituire un sistema di tassi di cambio tendenti ad assicurare l'equilibrio nei conti internazionali. La Banca Internazionale  per la Ricostruzione e lo Sviluppo dovrebbe, dal canto suo, rafforzare, mediante investimenti in progetti di sviluppo (industriali ed agricoli), la struttura delle varie economie, così da renderle più produttive e aiutarle ad equilibrare le loro esportazioni ed importazioni.

Allorchè vennero organizzati questi istituti, si sperava di poter realizzare un equilibrio internazionale su base commerciale multilaterale, con una libera convertibilità delle valute estere in moneta corrente di ciascuno dei paesi membri. Purtroppo, questo risultato è ancora lontano e può darsi che non venga mai raggiunto del tutto. Nel prossimo futuro, molto probabilmente, ci troveremo di fronte ad un mondomisto, in cui il sistema dei prezzi internazionali svolgerà una funzione importante, ma nondimeno sottoposto in misura considerevole a continui controlli di diverso genere. Il controllo dei movimenti di capitale non verrà eliminato.

Gruppi di paesi, dove il commercio internazionale è abbastanza equilibrato, potranno anzitutto stabilire una convertibilità reciproca, senza estenderla a tutti i paesi. Si potrà agevolare una più ampia convertibilità delle divise permettendo ad un paese, in periodi di temporanea tensione, di istituire un sistema di controllo selettivo dei cambi, come è stato istituito dal Dott. Roberto Triffin e già accettato come procedura normale in alcuni paesi dell'A.L. In virtù di tale sistema, quando vi è carenza di valuta estera, gli importatori di beni non considerati 'preferenziali o di prima necessità' debbono acquistare la valuta stessa all'asta, sopportando il conseguente rincaro del cambio. Tutte le importazioni ed esportazioni necessarie saranno invece negoziate al cambio ufficiale. Non appena superato il periodo di emergenza e ripristinata la disponibilità di valuta sufficiente a far fronte a tutte le richieste, il cambio dell'asta tenderà ad avvicinarsi al cambio ufficiale e, alla fine, potrà anche sparire del tutto....

 

LE ESIGENZE DELL'AMERICA LATINA

Come nel caso dell'Europa, le situazioni interne ed internazionali dei paesi latino-americani hanno bisogno, per il mantenimento della stabilità sociale e politica, della realizzazione di alcune esigenze fondamentali che non possono essere trascurate da nessun governo. Una esigenza primaria è, per i paesi in via di sviluppo, la riformulazione del debito estero, in modo da contabilizzarlo con le esigenze minime per la stabilità nazionale.

Sulla questione, largamente discussa, del colossale debito estero latino-americano, è anche necessario riflettere su alcuni punti, in merito alle opinioni prevalenti negli ambienti conservatori europei e nordamericani. Infatti, il debito estero non può essere imputato ad irresponsabilità o a cattiva amministrazione! Mentre in realtà circa la metà del debito ha una origine funzionale, il disequilibrio è dovuto in parte alla decisione unilaterale degli USA di aumentare il tasso di interesse molto al di sopra del tasso stesso di inflazione USA, ed in parte alla caduta dei prezzi della maggior parte delle materie d'esportazione latino-americane negli ultimi anni, in contrasto con i costanti aumenti dei prezzi delle importazioni.

Il problema però, attualmente, non è tanto quello di arrivare a conoscere le cause di questo colossale debito di circa 300 miliardi di dollari, ma trovare la soluzione al problema di gestirlo in condizioni compatibili con le esigenze minime della società latino-americana ed i diritti dei creditori. Indipendentemente dai dettagli tecnici, ogni soluzione ragionevole sembrerebbe dover tenere in considerazione il rimborso o il risarcimento dei principali prestiti e, al tempo stesso, porre condizioni di tempo e di interesse compatibili con le possibilità sociali ed economiche dei debitori. Esiste allora un largo consenso tra gli esperti nel riconoscere che tali condizioni richiedano una rinegoziazione globale del pacchetto, che dovrebbe prevedere un periodo di garanzia di sospensione del debito di circa tre anni, compresi gli interessi, e circa 25 anni addizionali per l'ammortamento del capitale, con tassi molto moderati di interessi reali....

 

ed ecco un'altra opinione in merito di Gigi Eusebi in 'tempi di fraternità' del giugno 1988.

Il debito estero brasiliano, stimato in più di 110 miliardi di dollari, è già stato pagato più volte. La tesi è del Dipartimento di Studi Socio-Economici-Politici (DESEP), appartenente alla Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), frutto delle ricerche di economisti come Aloisio Mercadante Oliva e giornalisti come Bernardo Kocinski e Paulo Schilling.

L'analisi del CUT è già stata presentata in diverse occasioni: durante la Conferenza Sindacale Latinoamericana e Caraibica sul debito estero - realizzata a Campinas (San Paolo) nel maggio 1987 - e, più recentemente (dicembre '87), in un incontro continentale di economisti svoltosi all'Avana (Cuba) e nella riunione sul debito estero di varie ONG a Lima (Perù) negli ultimi giorni di gennaio '88.

La posizione della CUT brasiliana è considerata una delle più avanzate e sarà presentata, con tutti i dettagli, in un prossimo libro di Paulo Schilling. Anticipiamo alcuni dei vari punti principali di questo lavoro.

 

Produttore d'inflazione.

 

La questione del debito estero è oggi il problema più grave in America Latina. Nel caso del Brasile genera molti problemi, primo fra tutti l'aggravamento della spirale inflazionistica. Il governo federale ha due alternative per comprare i dollari derivanti dall'incremento delle esportazioni: una attraverso l'emissione di denaro della 'Casa della Moneda (la Zecca brasiliana), con il risultato di creare artificialmente inflazione; l'altra con l'emissione di letras de càmbio della Banca Centrale che, lanciate sul mercato finanziario interno, diventano competitive con il settore privato, provocando l'aumento degli interessi e, nuovamente, l'innesco dell'aumento dell'inflazione.

Un'altra conseguenza dell'aumento dell'esportazione - dovuto al pagamento del debito estero - è la contrazione dell'approvvigionamento interno, che comporta l'aumento dei prezzi dei cibi e di conseguenza più inflazione. Alla stessa stregua, diminuendo le importazioni, l'aumento dei prezzi dei prodotti esteri produce inflazione...

Diminuire le risorse interne significa aggravare lo stato di denutrizione in cui vivono 86 milioni di brasiliani, che consumano meno di 1.240 calorie giornaliere (numero minimo di calorie quotidiane necessario per la sopravvivenza secondo la FAO).

 

Sovranità nazionale.

 

Un altro grave effetto collaterale del debito brasiliano é la dipendenza politica, che ridicolizza la sovranità del paese. Gli accordi firmati dal regime militare nel 1964 (e che corrispondono al 90% del debito del paese), prevedono che le controversie giudiziarie relative agli impegni finanziari brasiliani siano risolte dai tribunali di New York e Londra. Ciò contraddice ad una legge del 1934, approvata dal governo di Getùlio Vargas, secondo la quale il Brasile non accetta verdetti giuridici emanati all'estero che possano minacciare la sovranità nazionale.

Il debito estero brasiliano è stato contratto dai governi militari in modo illegittimo e soffre gli effetti perversi della variazione dei tassi di interesse internazionali; questa ragione sarebbe di per sè sufficiente per annullare gli impegni presi.

 

Pagato molte volte.

 

Tra il 1973 ed il 1985 - periodo in cui il debito estero aumentò del 90% - entrarono in Brasile 121 miliardi di dollari e ne uscirono 145, tra interessi e ammortamenti. In quel periodo, secondo un documento del Morgan Guarantee Bank (secondo istituto di credito USA), una cifra tra i 18 ed i 20 miliardi di dollari non giunse nemmeno in Brasile, andando ad atterrare in conti particolari presso banche svizzere. Altri 16,6 miliardi di dollari consistevano in prestiti contratti da multinazionali e, non essendo investimento diretto, non pagavano imposte. Inoltre la fluttuazione dei tassi di interesse internazionali portò il debito a 34 miliardi di dollari.

Sommando i 18 miliardi (di evasione del debito perchè versati su conti bancari particolari e segreti), ai 16,6 miliardi (di mancato pagamento d'imposta da parte delle multinazionali), ai 34 miliardi (di aumento dei tassi di interesse) si ottiene un totale di 68 miliardi di dollari, che deve essere detratto dal debito estero brasiliano. Per chi ce l'ha fatta ad arrivare fino a qui, c'è da fare un'altra operazione: questi 68 miliardi di dollari, sommati ai 41 derivanti dal deterioramento della tassa d'interscambio brasiliana (stimolata dal governo per mantenere un utile sulla bilancia commerciale), raggiungono la cifra di 109 miliardi di dollari, vale a dire quasi l'equivalente dell'attuale debito estero del paese.

 

Paradisi fiscali.

 

Un'altra forma di evasione avviene mediante il ribasso delle esportazioni ed  il superamento delle importazioni, imposto dalle multinazionali installate nel paese. Queste operazioni sono realizzate attraverso i cosiddetti paradisi fiscali, nazioni dove non si pagano le imposte. Tra i paradisi più corteggiati ci sono le isole Cayman, nei Caraibi, protettorato inglese. In queste isole, di 259 chilometri quadrati, abitate da 21 mila persone, sono presenti circa 500 banche straniere e 17 mila multinazionali. Per mezzo di questi equilibrismi finanziari escono ogni anno dal Brasile 7 miliardi di dollari vergini, esenti da imposte. Tra il 1973 e il 1985, pertanto, si sono volatilizzati 80 miliardi di dollari di evasione fiscale: quasi l'equivalente del debito estero del Brasile.

Ci sono altre due forme di emorragia: 1) lo sfruttamento della mano d'opera. Un operaio della Wolkswagen brasiliana, ad esempio, riceve un salario 8,5 volte minore rispetto a quello del suo collega tedesco; 2) l'esportazione di prodotti nazionali è praticata con prezzi nettamente inferiori a quelli del mercato internazionale: dal 1973, ad esempio, il Brasile esporta ferro in Giappone ad un prezzo di 15 dollari brasiliani a tonnellata. Peccato che il dollaro valga oggi 25 centesimi di dollaro rispetto al 1973. Si calcola che nel 2000 il dollaro avrà un valore di 1 centesimo, sempre comparandolo con il dollaro del 1973.

Per tutti questi complessi motivi la CUT sostiene il rifiuto del pagamento del debito estero brasiliano e di tutti i paesi del terzo mondo. Non concorda nemmeno con la proposta di Alan Garcia, presidente del Perù, di destinare solo il 10% delle esportazioni dei 'paesi in via di sviluppò al pagamento degli interessi del debito.

‘Pagare qualunque quota è legittimare un debito illegittimo, che è già stato pagato!’.

 

Il marketing internazionale

Il marketing internazionale ha lo scopo di creare la domanda del compratore estero, ma i problemi, a differenza di quelli riguardanti il mercato interno, sono molto più rilevanti, in quanto si trovano diversi ostacoli. Gli ostacoli oggettivi aumentano man mano che si passa da un paese ad economia di mercato ad uno ad economia pianificata e ancor più in un regime ad economia centralizzata. Quindi i problemi sono dovuti alla politica del paese importatore, infatti esistono istituzioni commerciali pubbliche e gruppi privati che si oppongono all'entrata nel paese stesso di beni stranieri; ciò perchè temono di ridurre la loro distribuzione ai consumatori.

Se queste istituzioni hanno l'appoggio del governo sarà difficile esportarvi le merci. Il problema può essere compreso meglio dal seguente schema:

 

 

Il marketing, quindi, deve individuare una strategia per aggirare gli ostacoli e di solito il mezzo migliore è crearsi un alleato nel paese in cui si vuole vendere il proprio prodotto.

Un primo esempio di alleato può essere il grossista, un'impresa estera importatrice con capacità finanziarie di acquisto di grossi quantitativi di merce, la quale venderà il bene sul mercato ad un prezzo superiore a quello di acquisto.

Poi c'è l'agente che, reclamizzati i prodotti sul suo mercato, invia gli ordini di acquisto all'azienda esportatrice, la quale si assume i relativi rischi, mentre l'agente riceve come compenso una commissione. Infine si ha il promotore commerciale che si occupa della fornitura a clienti di natura pubblica ( enti, associazioni....). Questi svolge una mansione simile a quella dell'agente, ma ha compiti più ristretti e può essere una personalità politica. Le aziende che non esportano regolarmente si servono di canali indiretti, costituiti dal già citato grossista o dalla Trading Company ( organizzazione specializzata negli scambi internazionali con alta competitività tecnica, risorse finanziarie e una vasta rete di uffici).

I mercati diretti in genere si utilizzano quando si vuole acquisire una posizione di un certo peso nel mercato di un paese straniero; si impostano con l'aiuto di un agente e in seguito si stabilizzano con una propria filiale.

Esistono pure canali concertati, che prevedono contratti con aziende operanti nel paese estero. I più conosciuti sono:

- il piggy back, per mezzo del quale le aziende distribuiscono il prodotto attraverso la rete distributiva dell'azienda straniera;

_ il franchising, che è un contratto di affiliazione in cui i commercianti vendono i prodotti utilizzando il nome ed il marchio dell'azienda che concede il franchising;

- Le joint venture, che permettono, attraverso una cooperazione di aziende locali, di partecipare all'attività economica esercitata nel proprio paese da aziende straniere.

Gli ostacoli soggettivi che possono intervenire nell'ambito del commercio estero riguardano prodotto e organizzazione. Infatti, la merce presenta un aspetto materiale-teonologico ottenuto assommando i vari fattori produttivi necessari alla sua realizzazione ed un aspetto estetico-funzionale proprio del design, che ne caratterizza forma e funzionalità. Tutto questo, di fronte all'esportazione, comporta una modificazione dell'aspetto del bene per adattarlo alle esigenze, aspettative e consuetudini del paese importatore. Occorre cioè rendere il prodotto facilmente commerciabile e consono alle aspettative culturali del fruitore.

 

La cooperazione internazionale

Molteplici sono le ragioni che inducono i governi di varie nazioni a porre in essere rapporti che, globalmente, si possono definire accordi per la cooperazione internazionale.

Tra le motivazioni più ricorrenti vi sono quelle:

- a carattere politico, in genere usate per salvaguardare e rafforzare la pace;

- a carattere scientifico, per promuovere e potenziare le ricerche nei vari rami della scienza ed a beneficio di tutta l'umanità;

- a carattere economico, per garantire e migliorare il livello di vita dei popoli;

- a carattere umanitario, per soccorrere ed aiutare tangibilmente i popoli di quei paesi che trovano ancora gravi difficoltà per raggiungere almeno l'autosufficienza in campo alimentare.

 

L'aspetto che qui viene evidenziato è quello economico, anche se, evidentemente, questo è da porre sempre in stretta relazione con gli altri, in quanto tutti insieme contribuiscono in maniera integrante a formare la politica di cooperazione praticamente attuata da tutte le nazioni del mondo.

In alcuni casi, la cooperazione è frutto di una libera scelta e manifestazione disinteressata di altruismo. Basti ricordare l'aiuto internazionale prestato in caso di calamità naturali, quali terremoti, inondazioni, carestie, siccità.

Spesso però, la cooperazione internazionale viene attuata per risolvere comunemente specifiche esigenze, onde trarne reciproco vantaggio. È il caso della cooperazione di carattere economico, anche se essa può contribuire indirettamente a determinati risultati in altri campi, come quello scientifico, della pace e della stabilità.

L'esigenza di questa cooperazione nasce e si rafforza costantemente per almeno due motivi:

- l'affermarsi a livello mondiale di economie di tipo industriale a scapito di altri settori di produzione tradizionali e in particolare del settore agricolo;

- l'affermarsi nell'ambito delle industrie di moderne tecniche di produzione di massa, che impongono di non disperdere in impianti troppo piccoli le risorse a disposizione del territorio.

Questi due motivi hanno portato ad una estrema specializzazione delle industrie, ed all'esigenza di poter disporre di mercati sempre più grandi per collocare l'ingente produzione. Pertanto, grandi produzioni di massa, specializzate nella realizzazione di numerosissimi beni di consumo e strumenti, non possono essere concentrate in uno paese, anche se ciascuno si dedicherà all'attività più consona alla propria dotazione di ricchezze naturali ed umane.

 

Altre istituzioni a livello mondiale per la cooperazione tra i popoli

IL F.M.I (Fondo Monetario Internazionale), è un organismo internazionale, fondato il 27.12.1946, allo scopo di ovviare alle difficoltà dei rapporti fra le nazioni nel campo della politica monetaria, valutaria e dei pagamenti internazionali. Di questa istituzione fanno parte, per successive adesioni, quasi tutti i paesi del mondo, ad esclusione dei paesi dell'orbita sovietica (area del rublo) e della Repubblica Popolare Cinese.

Tra le attività programmatiche dell'ente, le principali sono:

- sollecitazione e coordinamento in materia valutaria e monetaria fra i paesi aderenti;

- controllo periodico della condizione finanziaria e valutaria dei singoli paesi;

- messa a disposizione, su richiesta di uno stato aderente, del materiale tecnico-statistico e di esperti finanziari che collaborino ed assistano il governo locale;

- fornitura in prestito a ciascuno stato della valuta necessaria per superare momentanee difficoltà nei pagamenti internazionali.

L'organo dirigente del fondo è il Consiglio dei Governatori, delegati di ogni nazione aderente.

Il funzionamento inoltre è il seguente:

- ciascun paese aderente fissa una parità iniziale della propria moneta in dollari o oro;

- ciascun paese si impegna a mantenere tale parità entro i limiti di oscillazione dell'1%;

- ciascun paese può modificare unilateralmente la parità fissata inizialmente nella misura del 10%, solo per gravi motivi interni;

- nessun paese può apportare modificazioni alla parità iniziale superiori al 10% senza il consenso del fondo, impegnandosi comunque a non compiere svalutazioni monetarie a scopo di concorrenza;

- ciascun paese contribuisce al fondo versando una somma in oro e moneta nazionale;

- ciascun paese ha diritto ad ottenere dal fondo un prestito per eliminare eventuali squilibri della propria bilancia dei pagamenti.

A parecchi anni dall'entrata in funzione del F.M.I. si deve costatare che esso non ha raggiunto gli obiettivi propostisi: non riesce infatti a colmare squilibri duraturi e non è in grado di influire sulle cause dell'enorme squilibrio fra gli stati.

Molti hanno individuato le cause di questo insuccesso nel fatto che parecchie nazioni, che precedentemente erano mercati di sbocco, ora industrializzate, si stanno chiudendo in se stesse, ma le radici di molte incongruenze vanno ben al di là di tali considerazioni. Inoltre, si deve considerare che il valore esterno di una moneta è l'espressione della razionalità con cui funziona il sistema economico all'interno dello stato e quindi non si possono considerare i problemi monetari come problemi indipendenti, che non subiscono forti pressioni estranee al mondo finanziario!

 

Contemporaneamente alla nascita del F.M.I. , sorse la B.I.R.S.(Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo), con lo scopo iniziale di promuovere la ricostruzione post-bellica. Oggi questa istituzione vuole favorire lo sviluppo dei paesi del terzo mondo, agevolandoli con prestiti che possano permetter loro di raggiungere l'autosufficienza alimentare. Tuttavia, gli sforzi della B.I.R.S. sono rivolti anche a paesi più industrializzati, con finanziamenti a medio e lungo termine, per consolidare e potenziare le loro attività produttive.

Anche l'Italia, ad esempio, ha ricevuto a più riprese prestiti da questa banca internazionale, in particolare per favorire lo sviluppo del mezzogiorno. Questo ente comunque può finanziare anche aziende private, purché vi sia la garanzia dello stato di appartenenza.

Il G.A.T.T. (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) invece, non è una istituzione, ma un accordo rinnovabile tra i numerosi paesi del mondo che rappresentano l'80% circa del commercio internazionale. Questa libera associazione è nata nel gennaio del 1948 ed ha come scopo quello di evitare che ciascuna nazione, per difendersi commercialmente dalle barriere protezionistiche poste da altri stati, rafforzi le proprie, creando così sistemi economici isolati e chiusi.

Esistono però anche delle eccezioni, come quella prevista per la politica svolta nei confronti dei paesi in via di sviluppo, dove il protezionismo economico è necessario per difendere e proteggere economie troppo deboli ancora per affrontare la concorrenza e la competitività del mercato internazionale.

I paesi aderenti al G.A.T.T. si riuniscono periodicamente per discutere le proprie misure restrittive sugli scambi, per pattuire reciproche concessioni e per comporre eventuali vertenze sorte dal non rispetto dei precedenti accordi.

 

L'intervento dell'esperto, dott. Luigi Dante, sul tema ‘Intervento bancario nel commercio internazionale: prestiti e finanziamenti internazionali.’

L'impostazione che a livello didattico si da ai problemi di finanza internazionale, collegati poi ai problemi strettamente politici ed economici, non solo dei paesi del terzo mondo, ma di tutte le diverse aree mondiali,  è una impostazione spesso molto schematica. Quello che cercherò di fare oggi, invece, è un tentativo di far coesistere aspetti di natura macroeconomica, quindi di natura generale, con aspetti strettamente operativi. Una cosa è infatti esaminare un problema dal punto di vista generale, un'altra è vederlo calato nella realtà e costatare il tipo di problematiche che pone non solo ai suoi utilizzatori, ma anche a chi questo problema già lo gestisce.

Il mercato internazionale dei capitali è un mercato che nasce dalle eccedenze di attività, cioè dai 'surplus' di capitale che detengono o stati o società multinazionali o privati. Al di là cioè dei singoli sistemi finanziari nazionali, esiste un mercato a livello più generale, che viene chiamato 'Euromercato ' e che si definisce come mercato in cui gli operatori sono operatori non residenti rispetto alla divisa che si utilizza nelle transazioni finanziarie.

In realtà, queste masse ingenti di capitali che sono gestiti dalla Banca Mondiale, dalle banche di credito ordinario, da investitori istituzionali e da altri, nascono dalle eccedenze di capitali che non vengono impiegati nei singoli mercati finanziari in cui risiede il singolo operatore. Ad esempio, se il Banco di Roma avesse delle eccedenze di attività (e intendo con ciò eccedenza di valuta, principalmente in dollari), che non impiega nel mercato interno italiano, potrebbe metterle a disposizione di utilizzatori dell'Euromercato. E tale premessa è importante, perchè se non riusciamo a capire chi in pratica presta questi capitali, non riusciremo nemmeno a comprendere il perchè li presta, a chi li presta e quali sono i problemi che questo prestare capitali pone agli utilizzatori stessi!

La sommatoria di tutte queste posizioni attive da parte dei singoli operatori (che come già si è detto possono essere singoli individui, investitori istituzionali, fondi d'investimento, banche, le stesse banche centrali e soprattutto società multinazionali) formano un quantitativo di capitale a disposizione in campo internazionale, che può essere utilizzato in vari modi. Infatti, questi fondi vengono utilizzati o per il finanziamento del commercio internazionale o a livello strettamente finanziario, e quindi senza alcuna correlazione con operatori commerciali da parte delle banche.

Esiste dunque una netta distinzione all'interno del mercato dei capitali tra mercato monetario e mercato finanziario. Il mercato monetario utilizza a breve questi capitali: i capitali sono cioè scambiati a breve termine. Nel mercato finanziario invece i capitali vengono prestati ed utilizzati a medio e lungo termine.

Il volume di queste attività è enorme. Ad esempio il volume globale dell'Euromercato ammonta a circa 2.000 miliardi di dollari. Al netto delle transazioni che avvengono tra banche si riduce a circa 1.400 miliardi di dollari. Questi capitali vengono pertanto utilizzati in parte a breve, in parte a medio e lungo termine. Questo spiega perchè il mercato dei cambi ha continuamente delle oscillazioni paurose: esiste una massa di capitali, all'incirca 400-500 miliardi di dollari, che ogni giorno si sposta sul mercato alla ricerca di migliori investimenti. Ciò fa sì che da una parte il mercato sia estremamente instabile, dall'altra che sia estremamente difficile per gli operatori commerciali operare in questo mercato. Allora all'interno del  mercato dei cambi esistono degli strumenti che servono a limitare il rischio di cambio per gli operatori commerciali. Tali strumenti sono le coperture a termine. Si può cioè fissare oggi il prezzo della merce che si venderà fra sei mesi, aggiungendo al prezzo corrente un premio, che si paga come copertura del rischio di oscillazione del cambio.

In realtà, la quota del commercio internazionale che viene finanziato attraverso questo mercato non è grande. All'incirca il 36% del commercio internazionale, infatti, avviene tramite baratto. 1/3 del rimanente viene finanziato a breve, attraverso operazioni sul mercato dei cambi e attraverso l'intervento di banche di credito ordinario. Il resto viene finanziato a medio e lungo termine.

Quali sono dunque i problemi che si pongono da un punto di vista più generale, sia ai datori di questi fondi che ai loro utilizzatori?

In primo luogo, chi sono questi datori?

Sul mercato a breve sono essenzialmente le banche e i tesorieri delle grosse compagnie multinazionali, che hanno a disposizione un'enorme massa di capitali. Gli utilizzatori di questi fondi, per l'80-90%, sono le stesse banche, che impiegano a favore della propria clientela o per conto proprio queste attività sul mercato.

Problemi particolari nell'attività di reperimento di questi fondi e nel loro utilizzo a breve, il mercato internazionale non ne pone. Quello che invece è diventato un problema enorme è cosa sia successo a quei fondi che, prestati nel tempo ad alcuni debitori, non sono stati più rimborsati! Per esempio il debito estero italiano, per la parte concernente i debiti esteri contratti, è di circa 20 miliardi di dollari. Il Brasile ha utilizzato negli ultimi anni 92 miliardi di dollari; l'Argentina 80-85 miliardi di dollari; il Cile 20 miliardi di dollari; la Cina 6 miliardi di dollari. E ciò può dare un'idea di dove vadano a finire i fondi prestati dalle banche. Sono quindi impiegati secondo dei principi molto particolari, in diverse aree mondiali.

Fino a quattro o cinque anni fa, le grosse banche operatrici a livello internazionale non avevano degli schemi precisi di intervento nei confronti dei singoli paesi. Il problema rischio paese nell'impiego dei capitali veniva sommariamente analizzato e, in pratica, qualora un operatore nazionale si trovasse a dover esportare in un paese dove non vi era spazio d'intervento, le banche commerciali, nonostante da un punto di vista teorico non avessero spazio d'impiego, non facevano altro che ‘allargare’ l'ambito territoriale, presentando ai propri consigli d'amministrazione delle proposte d'impiego relative a  diversi paesi, tra cui quello in questione e la regolazione veniva fatta.

All'inizio degli anni '80, alcuni paesi, a cominciare dal Messico, iniziarono a sostenere che non avrebbero più rimborsato gli ingenti capitali che avevano preso in prestito e utilizzato. Successivamente seguì la dichiarazione di moratoria dei debiti contratti da altri paesi: Argentina, Cile, Venezuela, Colombia seguiti da quasi tutti i paesi del Sudamerica e del Centroamerica, oltre ad alcuni paesi dell'est europeo, come Romania e Polonia e molti paesi asiatici ed i più grossi paesi africani. Il problema che si è posto, non solo alle grandi banche, ma anche a tutti i grandi organismi internazionali, di fronte a questa dichiarazione di non pagamento, è stata terrificante! Ad esempio, le banche statunitensi hanno circa il 35-36% del totale dell'indebitamento del sistema bancario internazionale verso il Brasile!

In pratica, una banca prende a prestito capitali sul mercato e, a sua volta, li concede in prestito a un certo debitore, fidando sul pagamento degli interessi e sul rispetto dei piani di rimborso dei capitali stessi. Se questo non avviene, le banche sono tenute, per il controllo che le autorità nazionali esercitano sulle singole banche, a immobilizzare in conti particolari (i fondi rischi su crediti) delle cifre in percentuale rispetto a questi crediti che sono divenuti 'difficili o inesigibili. Se si pensa che le banche statunitensi ed europee hanno prestato circa 400 miliardi di dollari a questi paesi negli ultimi anni, ci si rende conto di quello che può significare per queste banche sentirsi dire che non avrebbero ottenuto il rimborso dei crediti che avevano concesso!

Qui si inserisce allora un discorso che è soprattutto di tipo politico:’ Perchè questi paesi non pagano?’.

Le fonti di approvvigionamento di dollari sul mercato, per quasi tutti questi paesi, derivavano essenzialmente dal 'surplus' che essi ottenevano dalle loro esportazioni, soprattutto di materie prime. Dal 1981 in poi c'è stata una caduta verticale dei prezzi delle materie prime, che ha reso impossibile a questi paesi introitare dollari per poter rimborsare i debiti che avevano contratto nel tempo. ed ora esiste un grossissimo dibattito, portato avanti non solo dal presidente messicano, ma anche da quello peruviano e da vari esponenti di banche centrali di paesi fortemente indebitati, i quali accusano non solo il sistema monetario internazionale, ma il funzionamento stesso del commercio internazionale, di essere responsabili di questa situazione.

Bisogna in effetti rilevare che, in realtà, i prezzi delle materie prime ed i prezzi dei capitali non sono dettati soltanto dal libero mercato e quindi dalla domanda e dall'offerta, ma sono influenzati in misura maggiore da decisioni in sede politica. Ci sono molti casi di paesi, come attualmente il Nicaragua, che sono classificati all'ultimo posto fra i paesi potenzialmente percettori di credito internazionale e quindi non hanno nessuna linea di credito con le banche, che sono le uniche che potrebbero aiutarli a procedere autonomamente nel commercio internazionale. In termini reali questo significa che chi deve gestire la politica di quel paese non ha a disposizione dollari per far fronte al pagamento per esempio del petrolio che deve importare.

Per tornare al discorso riguardante il ‘rischio paese’, dopo il 1981 è successo che le banche internazionali hanno deciso di essere estremamente restrittive nei loro criteri di valutazione dei crediti internazionali da erogare. Praticamente hanno chiuso il rubinetto del mercato dei capitali, che è stato oggetto soltanto di transazione tra le singole banche, rendendo così impossibile ogni scambio tra paesi che non avevano a disposizione del credito per finanziare le loro importazioni ed esportazioni. Questo principio elementare ha fatto sì che molti paesi, tra cui l'Italia, risolvessero il problema in modo diverso, cioè creando società assicurative nazionali (ad esempio la Sace) che, mediante contratti di assicurazione, salvaguardino le banche dal rischio di insolvenza dei paesi debitori, sostituendosi ad essi qualora non paghino.

Gli altri organismi, oltre alle banche di credito ordinario, che finanziano il commercio internazionale sono: la Banca Mondiale, alcuni organismi internazionali regionali e, a livello di finanziamenti delle banche dei pagamenti, il Fondo Monetario Internazionale. L'insolvenza di alcuni paesi, oltre che alle banche di credito ordinario, ha posto problemi anche a questi organismi ed in particolare alla Banca Mondiale. Questa finanzia dei progetti non solo ad un tasso agevolato rispetto a quello corrente sul mercato, ma soprattutto finanzia a lungo termine (15-20 anni).

La Banca Mondiale comunque pone sempre nelle clausole dei contratti di finanziamento la clausola per la quale, in caso di insolvenza di un paese, questo non potrà più ottenere finanziamenti. Per questo motivo, ultimamente, i prestiti internazionali della Banca Mondiale sono sempre stati negati.

Le banche di credito ordinario hanno perciò proposto alla Banca Mondiale di attuare dei finanziamenti congiunti, nei quali la Banca Mondiale partecipasse sostenendo il peso maggiore, in termini di tempo e di finanziamento. I prestiti si concedono a condizione di finanziare singole opere ben definite e non vengano utilizzati ad esempio per spese voluttuarie da parte dei governi.

Oggi il problema dell'indebitamento dei paesi del terzo mondo ed in questo caso particolare dell'America Latina,  si pone più in termini politici che economico-finanziari. Infatti, è in atto un dibattito piuttosto serrato a livello politico, per far sì che questi paesi abbiano delle risorse disponibili per pagare i loro debiti. Se non pagassero questi debiti nei prossimi cinque anni, potrebbe saltare tutto il sistema bancario internazionale e le principali banche internazionali, cioè praticamente tutto il sistema monetario e finanziario internazionale non avrebbe più ragione d'essere!

Ora si sta studiando un meccanismo, per cui si costituiranno alcuni grossi organismi internazionali, a cui le banche di credito ordinario cederanno dei crediti che hanno con questi paesi ed il finanziamento di questi crediti sarà assunto dai singoli stati. In pratica ci sarà una sorta di moratoria a lungo termine per questi paesi e ci sarà un finanziamento da parte dell'erario di questi paesi per i debiti contratti.

Quello che serve ai paesi in via di sviluppo sono soprattutto le infrastrutture : strade, ponti, acquedotti, centrali elettriche, cioè tutto quello che rende possibile lo sviluppo industriale di un paese. Ciò che oggi si sta cercando di riattivare sono i finanziamenti di progetto. In pratica, le banche, invece di dare dei fondi ad un potenziale debitore senza richiederne l'utilizzo specifico, ne vincolano l'uso alla realizzazione di certe opere specifiche o singoli progetti. Tutto questo da la possibilità a questi paesi di costruirsi le infrastrutture. In caso contrario, questi finanziamenti servirebbero solamente ad aumentare la capacità di spesa di alcune persone che occupano posizioni di comando in questi paesi.

In conclusione, quindi, le risorse, in termini di capitali, vanno utilizzate con estrema intelligenza ed oculatezza, tenendo presente che la ripartizione di queste risorse è un problema di distribuzione politica. Con ciò non si nega che esista un libero mercato in cui domanda ed offerta privilegiano alcuni settori di investimento, però è anche vero che il libero mercato in realtà non esiste, o perlomeno, nel settore dei finanziamenti internazionali, è un discorso tutto da verificare.

 

 

QUARTA UNITÀ : diritto internazionale

La precedente unità ha coinvolto nella fase di studio, ricerca ed elaborazione gli alunni delle classi quarte. Gli argomenti trattati dalla quarta unità didattica sono invece relativi alle classi quinte.

Anche qui si elaborano alcuni indirizzi per l'intervento, anche se in modo abbastanza conciso. Soprattutto, gli alunni sono invitati a riflettere, partendo da considerazioni profonde di carattere specifico per quanto concerne l'educazione allo sviluppo, predisposte da uno dei due coordinatori del lavoro didattico, che possiede una lunga esperienza non solo di insegnamento, ma pure di riflessione e di partecipazione sui temi svolti. Gli elaborati stessi che ne derivano non possono che riflettere gli spunti indicativi di queste osservazioni e, pur nella loro concisione, rispetto ai precedenti lavori elaborati dagli stessi alunni, assumono un carattere di notevole importanza nell'accostamento di questi argomenti e nel loro inserimento in un programma giuridico che senz'altro sarà oggetto, nelle sue componenti di metodo e contenuto,  delle prove dell'esame di maturità.

Una particolarità non prevista, ma molto interessante: la socializzazione del lavoro, operata nel momento dell'intervento dell'esperto, viene allargata alle classi terze, il cui coinvolgimento non veniva previsto in fase preliminare di strutturazione del piano. I motivi che hanno indotto a tale iniziativa sono presto esposti. Conditio sine qua non  per essere soggetti attivi del lavoro di ricerca è il possesso di un bagaglio tecnico-giuridico  tale  che permetta l'accostamento soprattutto ai momenti strettamente professionalizzanti. Tale condizione non poteva essere propria degli alunni all'inizio del triennio, cioè all'effettivo inizio dell'acquisizione di tali strumenti. La proposta comunque, come si vedrà infine, non può e non deve essere unica e legata al solo anno scolastico in corso. Pertanto, una volta in possesso di requisiti indispensabili, si è ritenuta idonea una prima introduzione socializzante al lavoro delle stesse classi. Per questo, l'intervento dell'esperto, che ancora per ragioni contingenti ed organizzative in effetti è stato l'ultimo della serie, si è ritenuto opportuno suddividerlo in due momenti, per introdurre, non come solo spettatori,  i nuovi soggetti.

Un primo momento pertanto si è finalizzato alla soluzione di questioni problematiche di carattere generale, concernenti il diritto internazionale nella sua realtà effettiva; dopo di che tutti gli alunni si sono distribuiti in gruppi di lavoro e di riflessione critica su quanto recepito ed hanno elaborato problematiche più precise e puntuali su quanto precedentemente presentato. Ne è risultata una stimolazione viva ed una risposta partecipativa entusiasmante, anche per le straordinarie e notevoli doti comunicative e didattiche dell'esperto! Tale modalità è pertanto divenuta prassi normale di lavoro durante gli interventi degli esperti negli anni successivi.

Man mano che si procede nel lavoro di ricerca e si affrontano questioni relative a discipline professionali, ci si accorge che i discorsi si approfondiscono sempre più e che difficilmente sia gli alunni che gli insegnanti e gli esperti possono trattare in modo asettico la materia. Per cui, accanto alla conoscenza di carattere scientifico, si pongono sempre più spesso considerazioni ineluttabili di carattere sociale e politico, dettate dalla riflessione sui dati relativi alla scoperta di sempre nuovi elementi conoscitivi. Questo non ha reso imbarazzante o traumatica la situazione, né ha suscitato elementi di frattura all'interno della realtà scolastica,  anzi, la stessa scoperta conoscitiva, correttamente gestita in modo equilibrato, ha stimolato in modo crescente non solo l'interesse, ma pure la partecipazione critica ed il dibattito attorno ai temi trattati, rendendo efficace il lavoro anche da un punto di vista educativo più generale per la formazione completa della personalità di alunni e docenti,  aumentandone la valenza positiva.

Il lavoro ha richiesto complessivamente un impiego di circa otto ore di lezione, oltre ad una decina di ore extrascolastiche per l'operatività dei gruppi di lavoro.

 

Unità didattica n°4

L'unità didattica sviluppa le tematiche inerenti il diritto internazionale, con particolare riferimento ai problemi costituiti dai rapporti giuridici fra paesi in via di sviluppo e le multinazionali. Da questo percorso di ricerca emergono degli interrogativi specifici,  relativi al lavoro delle classi e che non trovano adeguata documentazione per giungere a risposte esaustive.

 

1) Quali effetti positivi o negativi provoca la presenza delle multinazionali nei paesi dell'A.L.?

2) In che modo e in quali settori economici si sono insediati in questi paesi le multinazionali?

3) Quali rapporti intercorrono fra multinazionali e governi locali?

4) Il contratto scaturito dall'accordo FIAT - governo brasiliano di Minas Gerais del 1973 presentava clausole per un'esenzione dall'imposta sui prodotti industriali (IPI), esenzione dai dazi doganali, ecc. Il contratto è scaduto il 31 dicembre scorso (1985). Quale seguito ha avuto questa situazione?

5) Quali motivi spingono le multinazionali a insediarsi preferibilmente nei paesi sottosviluppati?

6) La presenza delle multinazionali incoraggia veramente lo sviluppo economico di questi paesi, oppure è solo una forma di neocolonialismo?

7) Dal punto di vista economico e giuridico, quali vantaggi offre l'opportunità di operare all'interno di questi paesi esteri?

8) Per evitare gli inconvenienti prodotti dalle multinazionali occorre necessariamente una regolamentazione internazionale. Forse questa è già allo stato di progetto; comunque cosa si sta facendo?

Alcuni esempi di lavori prodotti

ACCORDI DI FINANZIAMENTO FRA LE IMPRESE

Spesso le imprese, per evitare una reciproca concorrenza che può essere per loro rovinosa, procedono preferibilmente ad accordi di concentrazione tra industrie dello stesso settore, che possono assumere varie forme: cartelli, trust, holding trust e pool. La concentrazione si spiega con la necessità di riunire capitali ingenti per acquistare impianti ed attrezzature sempre più onerosi e per assicurare sbocchi indispensabili per una condizione ottimale dell'attività produttiva.

La concentrazione si svolge secondo alcuni processi: a) concentrazione orizzontale, che consiste nel riunire un numero sempre maggiore di fabbriche che producono lo stesso prodotto; concentrazione verticale, che associa all'interno di una stessa impresa produzioni che derivano l'una dall'altra, sia in ordine successivo che divergente. La concentrazione si realizza con l'ampliamento degli impianti produttivi, l'aggiunta di vari settori, il prelievo attraverso l'acquisizione di azioni di altre unità di produzione.

Una concentrazione può avvenire ad un livello superiore a quello dell'impresa attraverso la concentrazione dei controlli (associazione). In tal caso le imprese conservano la loro individualità giuridica, ma stipulano accordi che le vincolano su determinati punti. La concentrazione dei controlli può avvenire anche attraverso legami personali e familiari sussistenti fra diverse imprese (amministratori comuni a più società).

Il grado di concentrazione varia di molto  secondo e in dipendenza del settore industriale e dei paesi. La costituzione del Mercato Comune Europeo ha notevolmente accelerato il processo di concentrazione in Europa, permettendo a numerose aziende di acquistare lo status di multinazionali.

Se da un lato le concentrazioni consentono di ridurre i costi di produzione, dall'altro i rischi che il gigantismo comporta sul piano politico, con il sorgere di gruppi di pressione internazionali, nonostante la legislazione anti-trust, sono notevoli. Infine, tali raggruppamenti sono spesso all'origine di aumenti di prezzi (dominio del mercato).

Si è già detto che i maggiori tipi di concentrazione sono dati da trust  e holding : questi due tipi di concentrazione hanno avuto successo negli USA e si riscontrano quando le imprese si associano sotto un unico controllo e un'unica direzione.  Si ha il trust quando le imprese coalizzate perdono la loro autonomia economica, passando sotto un'unica direzione e dando luogo ad una sola grande impresa, le cui decisioni vengono prese dal Comitato Promotore del trust. Nel'holding trust invece, la coalizione di imprese viene attuata tramite una partecipazione finanziaria, consistente nel possesso della maggioranza delle azioni di altre imprese. L'holding è la società capogruppo che unifica le attività.

Si hanno i cartelli quando l'organizzazione dell'attività per il raggiungimento dello scopo comune da luogo a semplici rapporti contrattuali fra le imprese del gruppo.

I pool si determinano quando l'organizzazione prevede la formazione di un ufficio destinato ad entrare in rapporto con terzi per conto di tutte le imprese del gruppo.

 

LE MULTINAZIONALI ( di Piero Marcucci)

Questo tema è trattato con crescente interesse da una ventina d'anni, però le multinazionali operano sui mercati internazionali da vari decenni. Il discorso coinvolge problemi di ordine tecnico, economico, giuridico e, soprattutto, politico.

Le multinazionali operano su scala internazionale, con una sede principale in uno stato e numerose ramificazioni in altri stati, sotto forma di filiali, succursali, agenzie, ecc. La loro più evidente caratteristica è la grande dimensione e, quindi, un dominio di mercato, che riesce, il più delle volte, ad annientare la concorrenza e creare condizioni di monopolio. Si possono pertanto definire grandi società con molte patrie, che controllano circa  1/4 della produzione mondiale. La produzione stessa dell'occidente si avvia ad essere appannaggio delle multinazionali e il fatturato di alcune di queste società supera il prodotto nazionale lordo dell'Italia (Bayer, Shell, Singer...).  I tre quinti del giro d'affari sono appannaggio delle multinazionali statunitensi e le multinazionali giapponesi si avviano alla conquista di un'altra importante fetta di affari.

Le multinazionali riescono ad accumulare profitti sia attraverso i prezzi delle materie prime, sia attraverso i prezzi di vendita dei prodotti finiti, sia con una politica dei bassi salari.

Esse riescono ad imporre i prezzi delle materie prime con strumenti politici, che spesso non sono altro che collusioni con governi corrotti, e con strumenti economici, attraverso la partecipazione azionaria alle imprese  estrattive. Le multinazionali riescono perfino ad influire sulle più importanti decisioni di politica economica dei governi di vari paesi in cui operano. In America Latina sono riuscite ad ottenere cambiamenti di regime con l'instaurazione di dittature di destra e la soppressione di governi democratici, finanziando torbide azioni militari.

Le multinazionali riescono ad imporre anche i prezzi di vendita dei prodotti finiti, spesso monopolizzando i settori produttivi in cui operano, attraverso sistemi non sempre leali. Riescono infatti a sostenere costi produttivi più bassi, perchè producono in paesi dove la manodopera è largamente reperibile a basso costo a causa della forte disoccupazione, dell'impossibilità per i lavoratori di unirsi in sindacati per il divieto dei corrotti governi di destra. In tal modo le multinazionali accumulano profitti tali che consentono loro di divenire centri colossali di potere economico, che si traduce poi inevitabilmente in potere politico.

Ed ecco in genere come nasce una multinazionale.

- Dopo aver saturato il mercato nel paese d'origine, l'impresa tenta di ripetere gli stessi successi sui mercati esteri, avvalendosi di due fondamentali fonti di finanziamento: esportazione di capitali ed emissioni di azioni o obbligazioni all'estero.

- L'impresa multinazionale attenua poi i rischi propri, diversificando la produzione nei vari paesi dove opera, in modo da alleviare i danni derivati dalla congiuntura sfavorevole.

- Installa direttamente impianti produttivi nei paesi dove il rapporto costi-prezzi risulti più vantaggioso.

- Elimina il rischio di obsolescenza degli impianti e macchinari. Gli impianti obsoleti vengono trasferiti dai paesi a capitalismo più avanzato ai paesi in via di sviluppo, che permettono l'utilizzazione profittevole.

Tale situazione ha suscitato molte reazioni negli ambienti economici del MEC. La Continental Can statunitense, leader nel settore  dei contenitori metallici e dei tappi di bottiglia, operante anche in Europa, è stata la prima ad essere messa sotto accusa dalla CEE per inosservanza delle disposizioni antitrust. Successivamente è toccato alla Akzo, società chimica olandese, che riuscì ad imporre l'aumento dei prezzi sul mercato col ricatto del licenziamento in massa delle maestranze. La Corte di Giustizia della CEE dovette cedere per allontanare lo spettro di un forte aumento della disoccupazione.

La logica esasperata del profitto spinge queste imprese ad assumere scelte operate nel più assoluto disprezzo della dimensione umana. Valga come esempio il caso dell'ICMESA a Seveso! Per fortuna, l'opinione pubblica, perlomeno in Europa, è sempre più sensibile alle istanze socio-economiche-culturali e rifiuta la considerazione del profitto come unico supporto aziendale da difendere a qualunque costo. Se fino a ieri l'impresa si è preoccupata unicamente di produrre al minor costo economico possibile, senza tener conto né dei costi sociali, né del costo dovuto ai danni che i rifiuti prodotti dall'attività arrecano all'ambiente, oggi essa non può fare a meno di prendere coscienza di questi nuovi limiti che si pongono allo svolgimento della sua attività.

La logica del profitto continua comunque a spostare interi cicli di lavorazione da un paese all'altro, spostamento effettuato per trarre maggiori profitti dai più bassi salari. Per non parlare di quelle forme di investimento, consistenti nei finanziamenti di quei regimi totalitari, che si propongono, come fondamentali obiettivi, la protezione del grande capitale e la cristallizzazione di interessi precostituiti. Non raramente poi, tali maggiori profitti sono consentiti per il tramite di agevolazioni fiscali, permesse da alcuni paesi o, più spesso, come in Italia, da clamorose evasioni fiscali, rese possibili da governi compiacenti o finanziati e sorretti dalle stesse multinazionali. Complicate ed oscure manovre consentono poi di trasferire i profitti da un paese all'altro, in modo da raggiungere alla fine quei paesi che concedono le maggiori facilitazioni.

Non v'è dubbio che in futuro tutti i paesi adegueranno le loro legislazioni alla nuova realtà proposta dalle multinazionali, essendo il problema certamente non marginale. Negli ultimi anni si è avuta una vera e propria invasione di tali imprese in Italia. Queste hanno messo le mani su molte grosse aziende, specie nel settore alimentare. Anche il papa, Giovanni Paolo II, nell'enciclica 'Laborem exercens ', al capitolo IV, accenna al problema delle multinazionali, affermando che queste esercitano la loro influenza non solo sulla politica di un'azienda, ma anche  sulla politica nazionale del lavoro. Alcuni economisti hanno voluto far risalire la responsabilità dei più recenti terremoti valutari e monetari, nonché della crisi energetica, proprio alle multinazionali.

Altra osservazione importante da sottolineare è che le multinazionali stanno operando un vero e proprio 'saccheggio del terzo mondò. Infatti, agli iperbolici profitti derivanti dalla vendita dei prodotti hanno sommato quelli derivanti dalla cessione di macchine ed attrezzature già ammortizzate e risultanti obsolete in altri paesi. Si aggiunga poi che tali profitti, anziché essere reinvestiti nei paesi dove sono stati prodotti, vengono spesso rimpatriati.

Le tecniche delle multinazionali oggi non sono più nelle mani solo delle società USA. Anche l'Europa occidentale ed il Giappone hanno imparato ad esportare società, piuttosto che prodotti, verso il resto del mondo. Alla fase di industrializzazione e della corsa alla esportazione dei prodotti industriali, è succeduta una fase di penetrazione dei mercati: si esportano imprese capaci di produrre direttamente all'estero.

Si tratta di una manovra strategico-operativa, di una nuova forma di sfruttamento tesa al conseguimento di superprofitti.

Le conclusioni sono rimesse alla sensibilità di ciascuno, tenuto anche conto che alcune argomentazioni sono di ordine politico e, quindi, entro certi limiti soggettive e, comunque, non verificabili. È utile però esaminare quanto affermato a sostegno dell'istituto delle multinazionali e ciò che si è replicato contro le medesime imprese.

Ecco gli argomenti dei sostenitori e, di volta in volta, le risposte che si possono dare:

 

- Gli emarginati dei paesi in via di sviluppo vengono occupati e nel lavoro esprimono le capacità necessarie agli interessi del paese!

R.- Il paese ospitante subisce indebite interferenze politiche ed è costretto spesso a rinunciare alla libertà delle proprie scelte!

 

- Le multinazionali costituiscono uno strumento per diffondere le innovazioni ed i progressi tecnologici!

R. - Le multinazionali sono anche molto gelose dei loro utili studi e ricerche ed i risultati sono tenuti riservati!

 

_ Quella delle multinazionali è la via più rapida per trasferire capitali verso i paesi più poveri!

R. - Solo in piccola parte gli investimenti provengono da capitali della società madre e solo una parte modesta degli elevati profitti viene investita in loco!

- Le multinazionali diffondono nei paesi in via di sviluppo capacità menageriali e sviluppo economico!

R. - Non incoraggiano gli indigeni ad acquisire capacità menageriali, per paura che le tecniche possano essere applicate da società concorrenti!

 

- Le multinazionali rompono i cerchi parassitari dei monopoli locali a tutto vantaggio dei consumatori!

R. -Sono proprio indispensabili le multinazionali per evitare i monopoli locali? Non possono essere perseguiti questi obiettivi da governi onesti? A parte il fatto che le multinazionali fanno fallire le piccole società locali per instaurare il proprio monopolio!

 

- Le multinazionali riducono gli ostacoli alle comunicazioni tra i popoli e pongono le basi per uno stabile ordine mondiale!

R. - È un'ottica molto deformata per volere e comprendere l'internazionalismo. In realtà, le multinazionali costituiscono una forma di neocolonialismo. Per esempio, la Standard Oil statunitense ha versato ai partiti politici italiani contributi per l'ammontare di 250.000 dollari all'anno, dichiarando testualmente alla commissione d'inchiesta: ‘ Noi proteggiamo la democrazia. Bisogna ricordare che l'Italia ha il più forte partito comunista al di qua della cortina di ferro. I partiti avversari hanno bisogno di essere appoggiati....Perciò ammettiamo senza vergogna i pagamenti clandestini (Corriere della Sera del 20.5.'75)’.

 

 

LE PREOCCUPAZIONI CHE SUSCITANO LE IMPRESE MULTINAZIONALI

 

Le multinazionali rappresentano oggi il settore più dinamico della economia mondiale, ma mentre l'espansione a livello internazionale dell'economia procede a ritmo sempre più accelerato, si levano voci da più parti, preoccupate del loro immenso potere.

Nuove forme di colonialismo, che si identificano con la dominazione economica (sfruttamento delle risorse e della mano d'opera), dominazione politico militare (condizionamento delle scelte dei governi, appoggio a regimi oppressivi), dominazione culturale (attraverso il controllo dei mezzi di informazione, dei sindacati e delle chiese; diffusione di idee, valori e consumi più funzionali agli interessi delle multinazionali che allo sviluppo integrale del paese).

Si verificano quindi effetti negativi sui livelli di vita delle popolazioni, quando la legge del 'massimo profitto per la libera impresà (ovvero il capitalismo selvaggio) può esercitarsi senza controllo e senza nessuna attenzione al fattore umano.

 

Eliminazione di concorrenti locali.

Le multinazionali, allo scopo di operare in un mercato senza concorrenza, praticano dei prezzi più bassi per un certo periodo di tempo, in modo di mettere in difficoltà e poi assorbire le ditte locali concorrenti. È questo il caso del Brasile, dove il 70% delle industrie sono oggi in mano a società straniere ( Nestlè, Scotch, Brown Bovery ed altre).

 

Sviluppo distorto, basato sulla concentrazione delle risorse.

Questo si verifica, anzitutto, nel paese guida del capitalismo multinazionale, gli USA, dove è in aumento la povertà.

- A livello mondiale fra aree diverse.

Pochi sono gli investimenti nel cosiddetto quarto mondo (un miliardo di persone), che comprende paesi africani ed asiatici, poveri di infrastrutture e di materie prime.

- A livello dei paesi in via di sviluppo.

Il peggioramento dei livelli di vita della maggior parte della popolazione, nonostante la crescita economica verificatasi nel decennio precedente, può provocare il fallimento della stabilità politica di molti paesi.

La situazione oggi si è aggravata per le condizioni poste dal F.M.I. ai paesi del terzo mondo fortemente indebitati, per 'risanarè la loro bilancia dei pagamenti, inducendoli ancora una volta alla compressione dei salari e al taglio delle spese sociali.

 

Appoggio o imposizione di governi autoritari, purchè favorevoli allo sviluppo delle multinazionali.

Soprattutto quando gli investimenti sono ingenti, la compagnia multinazionale ha bisogno della disciplina dei lavoratori e della stabilità dei governi. E quale governo è più stabile di una dittatura militare, dove la stampa è imbavagliata e viene represso ogni movimento sindacale?

Con il supporto ideologico e il pretesto della sicurezza nazionale, gli USA e alcuni paesi europei come Francia e Gran Bretagna hanno appoggiato in questo decennio numerosi colpi di stato, che imponevano governi favorevoli alle loro compagnie e abbattevano altri governi, anche democratici, che stavano procedendo a riforme agrarie o nazionalizzazioni del petrolio e miniere. Per fare ciò non è sempre necessario lo sbarco diretto dei marines, come a Grenada, perchè prima si può ricorrere al boicottaggio economico, al blocco dei crediti internazionali, al finanziamento e addestramento di gruppi controrivoluzionari interni, attraverso la CIA o le stesse multinazionali, come sta avvenendo col Nicaragua.

 

Sfruttamento incontrollato della natura.

Segnali d'allarme vengono continuamente lanciati dagli scienziati sulla distruzione delle foreste tropicali ( che forniscono gran parte dell'ossigeno all'atmosfera) e sull'aumento della desertificazione del mondo, dovuto alla eccessiva estensione dei pascoli e allo sfruttamento irrazionale del territorio, praticato anche dalle multinazionali.

Nel terzo mondo inoltre, vengono collocate le industrie più inquinanti e venduti medicinali e pesticidi proibiti dalle legislazioni nazionali dei paesi sviluppati.

 

Condizioni di lavoro.

Molte imprese, che patteggiano con i sindacati dei paesi sviluppati salari adeguati al costo della vita, pagano spesso nel terzo mondo salari da fame. A questi accompagnano anche in genere:

- ritmi stressanti di lavoro e orari prolungati;

- una rotazione continua della manodopera, per evitare scatti di anzianità;

- una scarsa attenzione sanitaria e alle misure elementari di sicurezza;

- licenziamenti e intimidazioni contro dirigenti sindacali.

NB. Durante gli anni del 'miracolo brasilianò si constata una concentrazione progressiva delle entrate nelle mani del 5% più ricco della popolazione ( dal 27% del 1960 al 36,3% del 1970), mentre l'80% della popolazione, che disponeva nel 1960 del 45,5% del reddito, raggiunge solo il 34,8% delle entrate nel 1970 (dati dell'Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica).

 

Aggravamento del problema della fame nel mondo.

Sempre più terre produttive, nei paesi del terzo mondo, sono passate in questi anni nelle mani delle multinazionali, che concentrano oggi il 40% della produzione e distribuzione dei prodotti agricoli.

La produzione è rivolta al mercato dei paesi sviluppati, per cui si arriva al paradosso che, anche durante gli anni di carestia, si producono beni per l'occidente industrializzato. Crescendo la produzione agricola rivolta alla esportazione, restano sempre meno terre e meno alimenti per la popolazione locale e paesi una volta autosufficienti dal punto di vista alimentare sono costretti all'importazione di generi di sussistenza.

Un fenomeno drammatico, che si accompagna all'espansione delle multinazionali, è l'espulsione, spesso con l'inganno e con la forza, dei contadini e delle popolazioni indigene dalle terre che lavorano da secoli. Talvolta si ricorre alla lotta fra poveri, quando vengono mandati disoccupati e contadini senza terra a colonizzare e dissodare le foreste abitate da indigeni, per aprire la strada alle grandi compagnie multinazionali. Il caso forse più drammatico di colonizzazione violenta è quello del Guatemala, dove si sta procedendo al massacro sistematico delle popolazioni indie, che 'disturbano il progressò rappresentato da militari e multinazionali, che si spartiscono nel nord del paese terre e risorse!

Un altro dei grossi ostacoli alla soluzione del problema alimentare è rappresentato dai latifondi, non solo perchè spesso molte terre vengono lasciate incolte, ma anche perchè i latifondisti si oppongono alle riforme agrarie, che potrebbero ridistribuire più equamente le terre e aumentare la produzione agricola per il consumo interno.

 

Intervento di Enrico Dante, esperto di diritto internazionale

Solo qualche settimana fa non conoscevo neppure l'esistenza di un paese chiamato Oggiono; ora sono qui con interesse per fare una esperienza, credo positiva e valida, visto il lavoro fin qui svolto.

Sono avvocato e mi interesso professionalmente di diritto internazionale. Ho operato in America Latina, precisamente in Nicaragua, insegnando, poi ho lavorato all'Aja, in Olanda, dove ho soprattutto imparato. Ed è importante capire che occorre sempre porsi nell'ottica di imparare continuamente nella propria vita. La scuola è solo una breve parentesi per la formazione e la conoscenza. Occorre poi rinvigorire, attraverso una esperienza continua di ricerca conoscitiva, il nostro sapere. Più che insegnare, quindi, innanzitutto si impara!

Comunque, il diritto cos'è?

Vi sono enciclopedie che spiegano il diritto! Ma scopriamo che la sua definizione è come un francobollo, che poi applichiamo a diverse realtà in forme e modi diversi! Se chiedessimo a qualcuno poi, che cos'è il diritto, le risposte sarebbero le più varie e stravaganti!

Innanzitutto non si sa neppure con certezza da dove derivi il termine stesso: diritto. Pare da iure, che in latino a sua volta deriva da iubere, comandare, da cui con passaggi successivi si arriva all'italiano giubere ed infine al termine diritto.

Il diritto pertanto comporta un concetto di comando e di sanzione. È importante avere questo concetto di sanzione, per capire come il concetto di diritto internazionale poi si areni su questo aspetto. Pertanto, il diritto, ad un certo punto, si trasforma in sanzione e non c'è sanzione senza carabinieri! Purtroppo! Infatti, se esiste una norma, essa richiede che sia rispettata; cioè che vi sia qualcuno che la faccia rispettare! E in questo il diritto internazionale spesso risulta inefficace di fronte alle inadempienze. Perciò, nel diritto l'aspetto più importante è la sanzione!

Da ciò si capisce come non possa esistere un unico diritto per situazioni diverse, perchè esso dovrà adattarsi alle esigenze della realtà. In una società agricola si darà importanza ad una serie di necessità agricole e altrimenti avviene in una società fortemente industrializzata. Perciò una legge deve rispondere al rapporto di forza esistente in una società, in una determinata epoca. Ad esempio, il nostro codice è del 1930-42. È nato in un periodo abbastanza particolare, sotto il fascismo. La Costituzione è invece del dopoguerra, sorta in un periodo di democrazia e di repubblica. Ora, la Corte Costituzionale opera in modo di modificare opportunamente le disposizioni del codice, in base alla Costituzione ed alle nuove leggi vigenti.

A mio avviso pertanto, anche se altri vi diranno esattamente il contrario, non esiste un diritto naturale, ma solo un diritto positivo! Cioè i rapporti di forza e le regole che ne derivano sono legati alla storia ed alla situazione di un particolare momento, anche se logicamente vi sono delle norme generali nel diritto, che si mantengono inalterate nel tempo: non ammazzare, non rubare, o ruba un pò meno ....ecc! Ma ciò non significa che esistano delle leggi di natura che siano sempre valide in ogni momento! Questo infatti non cambia il principio della trasformazione!

Se ne deduce che di regole, nel diritto, ve ne sono tante, cioè che non si trova un diritto unico. Il diritto non è la sacra bibbia, che sta scritta in un codice!

Distinguerei comunque due filoni principali del diritto occidentale, escludendo, naturalmente, i paesi dell'est e il terzo mondo.

Per i paesi latini esiste un codice, per i paesi anglosassoni un corpo di diritto comune, costituito dalle sentenze e dalla tradizione di giudizio. Pertanto, mentre nei paesi latini si può fare riferimento ad un testo di norme, suddiviso in articoli ben precisi, nel sistema anglosassone (Gran Bretagna, Irlanda), ci si rifà ad una Magna Charta del sec. XII e per gli USA ad una Costituzione del 1700 e quindi, l'interpretazione dei giudici si fonda sui precedenti giudizi. La variazione, l'adattamento in questo ultimo sistema avviene man mano con un adeguamento ai tempi abbastanza soggettivo! I codici invece vanno cambiati, perchè nessun giudice può emettere una sentenza contro una disposizione ben precisa del codice! Per esempio, fino al '70 in Italia non esisteva l'istituto del divorzio e nessun giudice poteva inventarselo. Negli USA il divorzio c'è da molto tempo e le causali, che i giudici considerano valide per la concessione, variano a seconda dei tempi.

Questo incontro serve però a chiarire i rapporti legislativi e giuridici del sud del mando e, in particolare, dell'America Latina.

Anche se quando si parla di America si pensa agli USA, in questo continente, nel centro e nel sud, vi sono altri ventiquattro stati. E il loro filone legislativo è misto. Esiste infatti principalmente un codice alla base del diritto, ma la sua interpretazione si ispira al modello anglosassone!

Un'altra cosa molto buffa è che i codici di questi paesi sono molto spesso più moderni dei nostri! In effetti, i codici napoleonici, che sono il momento di passaggio fra il diritto praticamente medioevale e il diritto moderno, sono stati subito adottati in Sudamerica, perchè in quegli anni i suoi stati ottenevano progressivamente l'indipendenza dalla madrepatria europea. Per cui, anche i paesi che ai nostri occhi sembrano più barbari, hanno da moltissimo tempo codici fra i più moderni ed adeguati. E ciò induce a riflettere!

Cosa succede quando cambiano i regimi?

In Cile, l'11 settembre del 1973 e in Nicaragua, il 19 luglio 1979, vi è stato un capovolgimento di regime politico. In Cile le leggi non sono minimamente variate! Si è sospeso però il loro valore effettivo, la prassi di ogni legge e questo a discrezione dell'esecutivo! Quindi ogni garanzia di diritto è sospesa, eliminata con un decreto di eccezione! Possibilità che ne derivano sono il potere di carcerazione arbitraria, senza denuncia o processo, l'esilio o l'espulsione. Questo, ad esempio, non è permesso nei nostri paesi.

In Nicaragua crolla il regime e fugge la costituzione materiale, l'effettiva classe al potere. Succedono variazioni significative nel diritto. Viene abolito l'ergastolo, la pena di morte!

Se pensiamo che in Italia, nel 1981, la maggioranza italiana riconfermò la pena dell'ergastolo....!

Un altro aspetto d'interesse riveste il diritto di famiglia in America Latina. In Italia, questa materia è regolata dagli art. 150 in poi del codice civile, più varie leggi come quelle sul divorzio del 1970 e la 151 del 1975, che tenta di iniziare a parificare effettivamente i diritti fra uomo e donna.

La cosa strana, come patologia dei rapporti umani, è quella invece della famiglia di fatto, costituita per i più vari motivi. Come ci si regola nella nostra società? Ancora non ci si riesce! Le regole in effetti seguono lo stato dei figli, ma se si rompe la famiglia di fatto, la regolamentazione della tutela giuridica è diversificata e confusa fra il tribunale dei minori e il civile!

In Nicaragua, come anche nel resto dell'America Latina, questa situazione è diffusissima. Le unioni sorgono spontaneamente, al di fuori dello stato civile o della chiesa. È normalissimo! Allora in Nicaragua esce una legge sulla famiglia che si regola in base a questo. In America Latina il 70% delle situazioni familiari è così.

Per quanto concerne il diritto internazionale privato, esso riguarda principalmente le relazioni fra soggetti (persone fisiche o giuridiche) appartenenti a stati diversi. Anche per una società infatti vi è una cittadinanza. Il diritto pubblico invece concerne le relazioni fra i vari stati.

Nel nostro codice, i primi articoli, preliminarmente, regolano i rapporti giuridici con soggetti non residenti. Il giudice pertanto può istruire una causa e chi ottiene ragione può mettere in esecuzione la sentenza normalmente.

Nel diritto internazionale pubblico invece, il rapporto è diverso, in quanto prende in esame il rapporto fra due stati o più, che successivamente si aggregano. Questo rapporto non è comunque semplice!  Ad esempio, il golfo della Sirte è proclamato libico da Gheddafi. Normalmente si riconoscono dodici miglia di mare dalle coste come acque territoriali, ma normalmente non significa avere una regola da tutti riconosciuta e rispettata.

I modi allora per risolvere la questione sono due: uno è la forza delle cannoniere, l'altro è l'uso delle possibilità offerte dal consenso internazionale, come ad esempio l'Alta Corte dell'Aja. Oppure può esservi l'arbitrato di un terzo stato scelto di comune accordo fra i due contendenti. Ciò è ad esempio successo fra Cile ed Argentina per lo stretto di Bigols, con la mediazione e l'arbitrato dello stato pontificio. Purtroppo, all'Alta Corte dell'Aja, come anche all'ONU, da parte dei più forti paesi occidentali si pensa che questi organismi siano dominati dal terzo mondo, mettendo i maggiori poteri statali occidentali in minoranza. Pertanto il loro arbitrato non lo si accetta. È ad esempio successo per la condanna nei confronti degli USA, che avevano minato i porti del Nicaragua.

Pertanto vi sono momenti diversi, oltre all'uso della forza: l'arbitrato e l'Alta Corte di Giustizia. Se però uno stato non ottempera alle decisioni, non c'è nulla che possa garantire il diritto internazionale! Occorre pertanto, a livelli internazionali, legare gli stati da rapporti di interdipendenza reciproca, per cui le decisioni divengano effettivamente praticabili, avendo dei riflessi reciproci. Purtroppo, ultimamente gli organismi internazionali come FAO, ONU, UNESCO ecc. sono costantemente boicottati e messi in crisi dagli stati del nord, che in essi non trovano più un elemento di predominio e di controllo dei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo. Basandosi però questi organismi sui fondi che ciascun membro, in proporzione al proprio bilancio statale da, senza soldi essi si ritrovano senza validità effettiva.

Per il diritto internazionale privato c'è, invece, la possibilità di rendere effettiva ed esecutiva la sentenza nel rapporto fra i soggetti. Nel nostro codice è ad esempio previsto l'intervento giuridico anche per gli stranieri, con l'applicazione del diritto dello stato a cui gli stessi appartengono, con la trascrizione della sentenza nel loro paese.

Quanto al discorso delle multinazionali, esse sono riconosciute come persone giuridiche. Esse operano in tal modo per trovare, all'interno dei singoli paesi, il sistema migliore di funzionamento e di rendita economica. Questo però è in molti casi recente. Prima non esistevano multinazionali, ma società estere che intervenivano in ogni paese da cui potevano trarre materie prime o altro, senza alcuna restrizione o tassazione. La strutturazione in multinazionali è seguita alla presa di coscienza dei vari paesi dello sfruttamento dei loro territori e della relativa richiesta di pagamento delle tasse e l'applicazione delle leggi e disposizioni degli stati in cui operavano! Per aggirare il più possibile allora l'ostacolo si formano delle succursali, in modo da diversificare il più possibile le modalità di intervento nelle varie situazioni. In questo modo vi è una duplice convenienza: per lo stato e per il capitale

Qualche domanda all'esperto

D. :Perchè si preferisce l'adozione internazionale rispetto a quella nazionale?

R. :Banalmente si potrebbe rispondere che è perchè, fortunatamente, vi sono pochi bambini da adottare in Italia. Altro motivo è la legislazione che regola l'adozione. L'italiana è molto attenta e restrittiva. Nell'ultimo decennio, il calo delle nascite ha anche fatto innalzare il numero delle richieste. E la burocrazia ha spinto verso l'estero, soprattutto verso i paesi del terzo mondo, in cui il fenomeno dell'abbandono e della necessità di trovare un modo alternativo di sopravvivenza per moltissimi bambini è evidente.

Anche istituzioni religiose in loco hanno positivamente spinto in tal senso. False certificazioni di paternità sono il modo più sbrigativo, anche se non perfettamente legale! Oppure si ricorre alla adozione internazionale, più semplice da ottenere di quella nazionale. Oggi, comunque, anche questa forma è sottoposta ad un controllo più attento.

 

D. :La caratteristica dei regimi totalitari è quella di non tenere conto dei diritti umani. L'ONU, che dovrebbe tutelare tali diritti, come dovrebbe disporre per operarvi veramente e concretamente?

R. :Dovrebbe trovarsi un istituto di coercizione! Purtroppo non è così semplice trovare il modo per far sì che si realizzi una giustizia internazionale. Vi sono dei tentativi o dei modi, come l'unione di stati (USA,URSS,Mexico...). Esistono forme di collaborazione a vari livelli come la CEE, che però non trova accordi praticabili neanche per gli interventi economici.

L'unica possibilità effettiva è l'uso del giudizio morale. Cioè, si deve esprimere un valore di merito intorno a tutto quello che non va e rendere note queste opinioni. È enorme quello che può fare l'opinione internazionale nei confronti delle situazioni! Per cui è necessario rendere note le opposizioni alla stampa, ai rappresentanti politici ed agli organi di informazione!

Oltre a ciò esiste la possibilità, anche nel piccolo, di boicottaggio economico: è una forma validissima di convincimento!

 

D. :L'ONU è sorta dopo il fallimento della Società delle Nazioni, ma essa ha veramente superato le difficoltà che hanno fatto fallire la prima esperienza?

R. :Finché dura il dialogo fra le parti, l'ONU ha un suo grande valore. Finché infatti si parla non si fanno guerre! Però occorre anche ricordare che, dopo la seconda guerra mondiale, vi sono stati più di centocinquanta conflitti! Non è poco, se si pensa che in questo modo sono morte dai 25 ai 30 milioni di persone! Ciò chiarisce la difficoltà di formare istanze internazionali e sovranazionali, che possano evitare la guerra. L'ONU comunque ha questo compito. Purtroppo, in esso vi sono due momenti: l'Assemblea e il  Consiglio  di Sicurezza. L'Assemblea è plenaria, ma del Consiglio di Sicurezza fanno parte quindici membri di cui cinque permanenti e con diritto di veto (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina).

Si pensi poi che il recente referendum in Svizzera ha espresso il 75% dei voti contrari alla adesione di questo stato all'ONU!

 

D. :La multinazionale che viene sottoposta al controllo legislativo o viene nazionalizzata è protetta da diritti propri?

R. :Le multinazionali hanno come fine la miglior penetrazione nel mercato, pertanto ricercano la miglior accoglienza nel paese sfruttato.

Perchè allora si concentrano nel terzo mondo?

Fra le vostre domande ve ne era una sulla Fiat in Brasile. Nel 1982, durante gli scioperi alla Fiat, le auto arrivavano regolarmente da Spagna, Polonia e Brasile. E certo non perchè Agnelli è un benefattore di queste nazioni! Il costo CEE, trasporto, tassazioni ecc..., sarebbero insostenibili, ma un operaio in Brasile guadagna un decimo di un operaio in Italia! Poi vi sono le tasse. In Italia l'impresa è tassata del 42% sugli utili. Nei paesi del terzo mondo, praticamente le multinazionali non pagano tasse. Poi avviene la crisi, cioè anche lì avviene una evoluzione, soprattutto attraverso la TV, che resta a mio avviso uno degli elementi più rivoluzionari, perchè permette di vedere come vivono gli altri. Vi é allora la rivendicazione di una situazione di normalità, una presa di coscienza dei diritti propri.

Qual è il beneficio che da una multinazionale? Nullo per il cittadino, il lavoratore! Si tende quindi a far pressione sul potere per cambiare i rapporti di forza, per arrivare alla normalizzazione. Si pretende un contributo di tassazione pari al 10% degli utili! E non è vero che questo avviene solo dove vi sono dittature di destra o di sinistra. È vero invece che, di fronte a questa richiesta più che legittima, si levano accuse di comunismo da parte degli stati del Nord! L'Italia, in confronto, sarebbe allora una comune cinese dei tempi della rivoluzione di Mao! Ecco allora da dove vengono le spinte ai golpe, alla riacquisizione dei diritti indiscriminati di sfruttamento!

Altra tecnica di mantenimento dei privilegi è quella di porre proprie forze nei gangli, nei posti nevralgici del potere politico e militare. Eppure, in America Latina, alla nazionalizzazione si è sempre arrivati dopo un tentativo di trattativa e mediazione e sempre comunque parlando di rimborso, evidentemente facendo conguagli fra il dare e l'avere! Questi però sono esempi troppo pericolosi!

 

D. :La magistratura non può procedere ad una istruttoria se gli imputati si trovano all'estero. Cosa si può fare per superare questo ostacolo?

R. :Oggi si può già ricorrere all'estradizione fra gli stati che hanno stipulato questo accordo. Vi sono poi stati che, a volte, la praticano, se ritengono di averne interesse. Però l'Italia, ad esempio, non può estradare in uno stato per cui la pena prevista per il reato è maggiore che da noi. Ad esempio, non si estrada in Francia chi potrebbe essere condannato alla pena di morte.

 

D. :I giudici italiani sono obbligati a sottoporre gli stranieri ai codici del loro paese?

R. :Sì, è specificato nei trentun articoli introduttivi, dall'art. 16 in poi, anche nel caso di diverse nazionalità.

 

D. :Perchè alcuni stati hanno un diritto positivo in contrasto col diritto naturale?

R. :Personalmente ho già detto di non credere al giusnaturalismo. Io pongo innanzitutto il rispetto della persona umana. Questo è il limite invalicabile del diritto civile! Il resto è relativo. Ad esempio, il rispetto per la persona viene sempre prima del rispetto per la proprietà.

Vi è comunque un conflitto fra chi sostiene il diritto naturale e chi sostiene il diritto positivo. La realtà comprende sia l'uno che l'altro. Lo stato, comunque, perchè non vi ottempera? Perchè i principi dello stato spesso schiacciano i diritti della persona, dell'uomo. Mentre è l'uomo, la sua vita, che vanno difesi e tutelati innanzitutto! Soprattutto oggi, dove in Italia gli stranieri sono bistrattati e vessati spesso dalla polizia corrotta! E solo perchè stranieri!

 

D. :Il sistema del diritto anglosassone non è migliore di quello latino? Non è più facilmente adeguabile alla realtà?

R. :Ciò che mi fa paura in quel sistema è il modo di scelta dei giudici, che non vengono scelti dopo studi di legge e per pubblico concorso, ma eletti dai cittadini, in base a preferenze spesso solo politiche! In Gran Bretagna il sistema funziona, ma il confronto politico è relativo. In Italia sarebbe un disastro. Da noi non esiste un rispetto naturale per l'altro!

 

QUINTA UNITÀ DIDATTICA: La Chiesa in America Latina

Il momento di socializzazione degli elaborati prodotti dai gruppi non deve indubbiamente portare a credere ad una semplice intellettualizzazione dei problemi, operata in soli momenti espositivi. Lo stesso ha richiesto, per ogni singolo lavoro delle unità didattiche, una costante riproduzione degli elaborati, per fare in modo che ogni soggetto disponesse di tutto il materiale definito. Ciò ha comportato un impegno di organizzazione di lavoro di segreteria e manuale non indifferente, che ha impegnato gli alunni stessi al termine di ogni unità didattica. È questo sforzo che ha consentito, e consente anche ora in forma ridotta, di dare una visione d'insieme più completa e speculare possibile del percorso formativo.

Entrando nel merito specifico dell'ultima unità didattica, ci si ritrova a sottolineare come la metodologia operativa non può avere una sua effettiva traduzione in essere se non misurandosi realmente con ogni singola disciplina ed i suoi tempi e contenuti, cioè con gli elementi che ne condizionano variazioni ed adattamenti specifici. Trattare ora di un'unità didattica di scienze religiose non può certo far presupporre un preliminare corso di teologia rapida, che consenta poi l'uso di strumenti consoni alla conoscenza! E neppure è consentibile la strutturazione di una ricerca conoscitiva degli stessi contenuti e il loro inserimento in temi specifici da trattare, in un solo mese di lavoro e con una sola ora didattica settimanale a disposizione del docente. Oltre ciò si aggiunga la particolarità con cui è sentita questa disciplina.

La dicotomia fra livello di conoscenza teologica e approfondimento tematico si è allora superata anche qui con forma originale. Più di una ricerca problematica da parte degli alunni, l'unità si è soprattutto strutturata come 'proposta problematica agli alunnì, svolta in una dispensa puntualmente e specificamente preparata e che ha affiancato le attente giustificazioni o relazioni teologiche alla trattazione particolare dei problemi.

In effetti, questa è stata forse l'unità didattica meno coinvolta in una ricerca operativa degli alunni, ma è stata attentamente impegnata in una stimolazione critica e propositiva profonda, vero momento di sintesi umana e sociale, altre che di riflessione spirituale e di proposta religiosa, di tutti i momenti e le scoperte storiche e geografiche, tecniche, economiche e giuridiche operate nel corso della ricerca stessa. La riflessione, che la funzione delle scienze religiose viste in quest'ottica può stimolare, è stata argomento positivo di un ampio dibattito che ha posto tutti di fronte ad una scelta che va oltre l'argomento religioso, per divenire scelta totale e che , con così grande precisione ed armonia,  anche l'oculato intervento dell'esperto è riuscito a focalizzare nel suo intervento particolarmente vissuto ed emotivamente partecipato.

La preparazione particolare di una dispensa da parte del docente, per lo sviluppo particolare del lavoro e la sua discussione, ha permesso di svolgere l'intera unità in nove ore complessive di lavoro per classe, anticipando l'inizio stesso dell'attività di ricerca rispetto ai tempi di svolgimento inizialmente ipotizzati.

 

Unità didattica n°5

Obiettivi:fornire elementi di conoscenza su:

*la situazione della Chiesa in America Latina;

*la posizione della Chiesa latinoamericana nei confronti dei principali problemi del continente;

*le comunità ecclesiali di base;

*i punti qualificanti della teologia della liberazione.

 

Metodologia: Lezioni dell'insegnate in ogni classe interessata al lavoro, discussione sulle problematiche emerse, approfondimenti. Lezione comune conclusiva, con la partecipazione di un esperto esterno all'I.T.C.

Verifica effettuata attraverso le discussioni di classe.

 

Problematiche fondamentali emerse nel corso delle lezioni:

*rapporto fra comunità ecclesiale e politica;

*liceità per il cristiano dell'utilizzo della lotta armata per la liberazione del popolo;

*rapporto tra marxismo e cristianesimo in America Latina;

*la posizione ufficiale della Chiesa sulla teologia della liberazione.

 

APPUNTI SULLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE IN AMERICA LATINA (di Riva Pietro)

I.PREMESSA

Questi appunti hanno l'unico scopo di stimolare la ricerca sulla teologia della liberazione, quindi non hanno alcuna pretesa di esaurire l'argomento.

Si toccano qui rapidamente anche alcuni problemi fondamentali dell'America Latina, che pure hanno avuto grande parte nella nascita e nello sviluppo della teologia della liberazione, perchè questa unità didattica viene a conclusione di un ciclo che già ha permesso di inquadrare la realtà etnologica, storica, culturale, politica e giuridica di questi paesi.

Contrariamente al metodo di lavoro utilizzato nelle precedenti unità didattiche, qui non si prenderà in considerazione la Chiesa facendo riferimento a particolari aree geografiche, ma si tenterà una lettura di insieme della Chiesa in America Latina, con particolare riferimento alla teologia della liberazione.

Gli appunti si sviluppano in tre capitoli:

1)Brevi cenni storici sulla Chiesa in America Latina.

2)Le comunità ecclesiali di base, luogo di nascita della teologia della liberazione.

3)Punti qualificanti della teologia della liberazione latinoamericana.

Come risulta evidente non si affronta in forma tematica l'ampia riflessione cristologica prodotta dai teologi della liberazione. Si rinvia, per una trattazione completa di questo tema e per un auspicabile approfondimento degli argomenti qui solo sfiorati, all'opera di J.R.Regidor, 'Gesù e il risveglio degli oppressì, ed. Mondadori, Milano, 1981, un pò filo conduttore di queste note.

Altri testi consigliati per l'approfondimento sono:

'Adistà, XIX, Dossier n°8/1985 (contiene documenti, interventi, rassegne stampa e bibliografia);

'Medellin. Testi integrali...', Quaderni Asal,1,Roma, 1974;

Gutierrez G., 'Teologia della liberazione. Prospettivè, Queriniana, Brescia, 1972;

'Puebla. L'evangelizzazione nel presente e nel futuro dell'America Latinà, EMI, Bologna, 1979;

Boff L.,'Ecclesiogenesi. Le comunità ecclesiali di base reinventano la chiesà, Borla, Roma, 1978.

 

NB. I riferimenti all'opera citata di J.R.Regidor sono indicati con R seguita dal numero delle pagine a cui si vuole rimandare.

 

II.BREVI CENNI STORICI SULLA CHIESA IN AMERICA LATINA (cfr. R/15-67)

Dallo sviluppo delle unità didattiche precedenti è apparsa chiaramente la situazione di dipendenza politica ed economica ed il conseguente sfruttamento dei paesi dell'America Latina da parte del potere nordamericano. Si cercherà di cogliere in questo capitolo quale ruolo ha avuto storicamente la Chiesa cattolica latinoamericana in questo contesto limitando il periodo al secondo dopoguerra.

Tre sono stati i momenti significativi di insieme della Chiesa in questo periodo storico:

1)Ia Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano (1955 a Rio de Janeiro), in cui furono prevalenti i temi relativi alle riforme necessarie per superare le ingiustizie e il sottosviluppo. In quella occasione fu creato il CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano).

2)IIa Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano (1968 a Medellin-Colombia),il cui obiettivo principale era quello di attualizzare l'applicazione delle costituzioni e dei decreti del Concilio Vaticano II alla situazione dell'America Latina.

3)IIIa Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano (1979 a Puebla-Mexico), il cui tema centrale dichiarato era quello dell'evangelizzazione.

Di grande importanza furono certamente, per l'evoluzione della Chiesa latinoamericana, le Conferenze di Medellin e Puebla.

a) Nell'assemblea di Medellin la Chiesa fece tre scelte fondamentali:

- per i poveri;

- per la liberazione integrale;

- per le comunità ecclesiali di base.

L'amore cristiano fu interpretato in termini di impegno per la giustizia e per la pace, nei confronti di una realtà che viene esplicitamente qualificata come rifiuto del Signore, come una situazione di peccato, come una situazione di ingiustizia che può essere chiamata violenza istituzionalizzata. La coscienza della dimensione storica della fede cristiana intesa come prassi di liberazione e del suo rapporto con la politica appare con frequenza nei documenti.

Nasce qui una nuova coscienza di essere Chiesa, in cui i cristiani si stanno abituando a:

-partire dalla realtà storica e non dai principi;

-interpretare questa realtà sia dal punto di vista delle scienze sociali che dal punto di vista della fede e della teologia;

-porre obiettivi che permettano un'azione comune per la trasformazione della realtà.

Quindi, di fatto, l'assemblea di Medellin stimolò la crescita del movimento dei cristiani impegnati nelle lotte di liberazione e la loro elaborazione teorica.

b) Nella conferenza episcopale di Puebla sono state sostanzialmente confermate le scelte di Medellin, anche se i documenti di Puebla sembrano possedere un minor slancio profetico.

 

III. LE COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE LUOGO DI NASCITA DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE (cfr. R/354-375)

1.Elementi generali

All'interno dell'esperienza di Chiesa dell'America Latina nasce un nuovo modo di essere Chiesa, quello delle comunità ecclesiali di base, che secondo alcuni rappresentano il 30% circa della Chiesa latinoamericana.

Per noi europei, abituati al modello di chiesa-grande-istituzione, è certamente difficile cogliere fino in fondo tutte le implicazioni che questa novità comporta. Cercheremo di coglierne alcune.

Secondo L.Boff, il sorgere delle comunità ecclesiali di base (CEB) è un tentativo di superare la massificazione e l'anonimato prodotti dalla crisi della società contemporanea. Inoltre, la loro nascita si riallaccia in modo specifico alla crisi della Chiesa istituzionale: è stata la mancanza di ministri ordinati che ha svegliato la fantasia creatrice delle comunità, che hanno trovato il modo di affidare responsabilità sempre maggiori ai laici.

In Brasile ciò è cominciato fin dal 1956, quando dom Angelo Rossi iniziò un movimento di evangelizzazione con le catechiste scelte tra il popolo per raggiungere regioni mai visitate dai parroci. Dom Angelo Rossi era allora vescovo di Barra do Piraj. Il risultato di questa sua campagna fu la nascita di 475 centri di comunità di preghiera. Altrove intanto si cominciavano ad utilizzare le scuole radiofoniche organizzate dalle diocesi. Nel 1963 nell'archidiocesi di Natal esistevano 1410 di queste scuole radiofoniche, presso le quali si riunivano gruppi di persone per imparare a leggere e scrivere, per formare una comunità più piccola di quella del villaggio e della parrocchia. Alla domenica le comunità si riunivano attorno alla radio per assistere alla messa celebrata dal vescovo. In altri luoghi, invece di aspettare l'arrivo del prete una o due volte l'anno, il catechista convocava la comunità cristiana una o più volte la settimana, mentre nelle domeniche e nei giorni di festa si aveva la messa senza sacerdote, il culto cattolico, la celebrazione della Parola, senza il momento della consacrazione. La conferenza nazionale dei vescovi brasiliani, dopo un'accurata ricerca durata tre anni, pubblicò il primo piano pastorale d'insieme per gli anni 1965-70, in cui si incoraggiava la formazione di una comunità di base come parte integrante della parrocchia. Nel frattempo l'esperienza si era diffusa in molti paesi dell'America Latina.

 

2.Reinventare la Chiesa

Fin dall'inizio, queste comunità si sono impegnate nella ricerca di due obiettivi:

-l'evangelizzazione e la vita crsitiana di molti fedeli che erano senza sacerdote;

-l'impegno per la liberazione dalle ingiustizie che colpivano i poveri.

Secondo L.Boff, ‘il nascere delle CEB e la prassi che in esse si sviluppa contengono un innegabile peso, che mette in questione l'attuale modo di vivere nella chiesa. Esse sbocciano da elementi minimi, come la fede, la lettura e la meditazione della Parola, l'aiuto reciproco in tutti i momenti della vita umana.....In esse si mettono in luce molte funzioni e nuovi veri ministeri: coordinare, assistere gli ammalati, alfabetizzare, interessarsi dei poveri, ecc...Tutto ciò nel clima di un profondo spirito fraterno, con senso di corresponsabilità e nella coscienza di edificare la chiesa e di vincere secondo le sue finalità. Il termine che meglio esprime tale esperienza, usato in questo contesto, è la reinvenzione della chiesa. La chiesa comincia a nascere dalla base, dal cuore del popolo di Dio. Questa esperienza mette in crisi il modo comune di pensare la chiesa. E ciò fa riscoprire la fonte genuina che permanentemente fa sorgere e sviluppare la chiesa: lo Spirito Santo.’.

In questo senso le comunità di base sono di stimolo per superare un limite interno della chiesa cattolica, accumulato nel corso dei secoli e che l'ha portata a chiudersi in se stessa e a concepirsi in termini giuridici, gerarchici, verticistici. È certo che per la struttura interna e per il numero ridotto dei suoi membri, che evita la burocratizzazione e favorisce il rapporto personale, la CEB può esercitare all'interno della chiesa un ruolo utopico e rinnovatore.

 

3.CEB e impegno politico

La chiesa e le CEB hanno promosso anche un processo di coscientizzazione politica, che deriva dalla scelta di essere 'una chiesa impegnata nel processo di liberazione, che ha fatto una chiara opzione per gli oppressì.

Per cogliere pienamente il rapporto CEB/politica può essere utile il documento conclusivo del primo incontro delle comunità di base del Brasile, del 1975.

‘2.1 Che la chiesa partecipi alla lotta di liberazione del popolo collaborando, perchè il popolo stesso scopra le cause dell'oppressione in cui vive, denunciando ogni forma di ingiustizia (tanto a livello di individui, quanto a livello di sistema), proponendo una società senza barriere, in cui si eliminino i privilegi e il monopolio dei mezzi di produzione e dei servizi ed equipaggiamenti collettivi, che adesso sono concentrati nelle mani di una minoranza. Che essa partecipi anche alla denuncia e alla lotta contro la dominazione esterna che impedisce la fraternità e la comunione tra i popoli.

2.2 Che il processo di liberazione sia iniziato all'interno della propria organizzazione ecclesiale. Solo così la parola liberatrice sarà autentica. Per essere reale il servizio di liberazione del popolo, è necessario che noi stessi entriamo in un processo di conversione e di cambiamento di classe.’.

Più in generale, ‘si può affermare che la caratteristica iniziale delle CEB in America Latina fu la preoccupazione di evangelizzare in un continente di battezzati che non avevano rapporti permanenti, costanti, con la vita sacramentale, con la parola di Dio e rapporti comunitari fra di loro; che non avevano la possibilità di dare vita e tempo all'evangelizzazione degli altri e di annunciare al mondo la parola di salvezza.

Unitamente a questa preoccupazione di evangelizzazione e partendo da essa, si sentì la responsabilità di guardare alla realtà globale del mondo, facendo in modo che i cristiani assumessero il capitolo di liberazione del mondo, impegnandosi CON i più poveri e CON coloro che pativano ingiustizia. Pure per questa ragione, le CEB sorsero soprattutto e più intensamente là dove c'era più bisogno di difendere l'uomo da situazioni di ingiustizia.’.

 

IV.PUNTI QUALIFICANTI DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE LATINOAMERICANA (cfr. R/101-142)

Fin dal suo inizio, la teologia della liberazione si è distinta dalle altre teologie per il suo metodo, per il suo tipo di approccio. Non nel senso dei metodi, delle tecniche o degli strumenti utilizzati nel lavoro teologico per interpretare la Bibbia o la Storia della Chiesa. Questi metodi infatti, non caratterizzano la teologia della liberazione, giacché sono in gran parte comuni con altri tipi di teologia. I punti qualificanti di questa nuova teologia sono quelli che si riferiscono al suo metodo, inteso come prospettiva generale, come approccio, orizzonte o indirizzo fondamentale di pensiero, entro il quale e a partire dal quale si realizza l'attività teologica.

Tre sembrano i punti più caratteristici di questa elaborazione teologica:

1)la centralità della prassi di fede;

2)la teologia considerata come atto secondo;

3)l'adesione ai problemi del popolo oppresso.

 

1.Teologia come riflessione critica sulla prassi

Il primo momento da cui sorge la teologia della liberazione è l'esperienza concreta della fede vissuta da molti cristiani come prassi di liberazione, cioè all'interno della lotta degli oppressi per la loro liberazione nella ricerca di una profonda trasformazione della società. Per questo la ‘teologia è riflessione critica sulla prassi’.

La categoria della prassi è ripresa dal marxismo; essa presuppone quindi una concezione dell'uomo capace di trasformare la realtà e l'esistenza di un rapporto dialettico tra teoria e prassi. ‘Tuttavia, quando Gutierrez introduce nella sua teologia il concetto di prassi, non lo fa senza che esso acquisti un nuovo significato assente dal concetto marxista al quale abbiamo accennato.’.

L'originalità di questo nuovo significato deriva dal fatto che questa prassi, su cui riflette criticamente la teologia della liberazione, è una prassi di fede, è l'esperienza dell'incontro col Signore vissuta all'interno della lotta di liberazione. ‘Solo in quanto la prassi storica dei cristiani è qualificata dall'esperienza di fede, essa può essere il punto di partenza della teologia.’. Così intesa, la prassi della teologia della liberazione è costituita da tre momenti inseparabili, anche se distinti: un momento trasformativo, in quanto si tratta di una prassi storica e impegnata a trasformare la realtà per la liberazione degli uomini; un momento teorico, che è costitutivo della prassi stessa, la quale diventa critica e acquista efficacia attraverso l'utilizzazione di strumenti teorico-scientifici, che possono garantire lo sviluppo del processo di trasformazione nel senso della liberazione; e infine un momento contemplativo, in quanto i due momenti precedenti sono vissuti all'interno di un'esperienza di fede e quindi all'interno di un orizzonte di comprensione, dato dall'incontro con il Signore, dalla sua Parola, dal suo appello e dalla promessa che egli ha fatto a tutti gli uomini in Cristo.

 

2.La teologia è ‘atto secondo’

Se la prassi è il punto di partenza, ciò vuol dire che la teologia, in quanto riflessione critica sull'esperienza di fede vissuta come prassi di liberazione, è atto secondo: ‘Viene prima l'impegno di carità, di servizio. La teologia viene dopo, è atto secondo!’.

 G.Gutierrez sostiene che ‘questo non significa però che il teologo debba presentarsi solo in un secondo momento; la sua presenza, in quello che chiamiamo l'atto primo, è condizione indispensabile per la sua riflessione. Quello che viene dopo è la teologia, non il teologo. E in questo contesto, il teologo deve essere un intellettuale organico, intrinsecamente legato al progetto popolare di liberazione, alle comunità cristiane che vivono la loro fede, avendo fatto proprio questo progetto. Questo impegno comporta a volte il rischio della morte fisica, sempre la morte dell'intelligenza degli intelligenti. Per questa ragione si può dire che parlare di un primo e di un secondo momento non è soltanto un problema di metodologia teologica, è una questione di stile di vita. Un modo di vivere la fede’.

 

3.La teologia con il popolo oppresso

Nell'opera ‘Teologia desde el reverso de la historia’ del 1977, G.Gutierrez cerca di analizzare il punto di rottura tra la teologia moderna e progressista europea e la teologia della liberazione.

La differenza tra le due teologie riguarda:

- l’interlocutore;

- la problematica e la sfida che da questo interlocutore proviene;

- la razionalità utilizzata;

il compito che ogni teologia intende svolgere.

*La teologia moderna o progressista ha come interlocutore privilegiato ‘ il borghese credente, ateo e scettico’.

La problematica di questa teologia è quella della critica alla religione che sorge dalla diffusione dello spirito moderno.

La razionalità utilizzata è quella delle classi dominanti, espressa soprattutto nella riflessione filosofica.

Il compito di questa teologia è quello di riscoprire il significato della fede, per rispondere alla critica della religione ed alla diffusione della non credenza.

*Invece, l'interlocutore privilegiato della teologia della liberazione è colui che vive in condizioni non umane ( e per questo viene definito da G.Gutierrez il ‘non-uomo’, la ‘non-persona’), sono coloro che sono ‘assenti dalla storia’, i ‘dannati della terra’, i poveri, gli oppressi, le classi sfruttate, le razze emarginate, le culture disprezzate.

Conseguentemente la problematica e la sfida posta dalla teologia della liberazione è quella della messa in questione dell'ordine economico-sociale e politico che emargina queste moltitudini e anche l'ideologia che pretende di giustificare questa dominazione.

La razionalità utilizzata è quella che si manifesta nell'elaborazione di un progetto storico di lotta per la liberazione, a partire dalle condizioni abituali di cattività, di oppressione, di repressione e di sfruttamento.

E il compito di questa teologia è quello di reinterpretare la fede, di rileggere la bibbia e la storia dall'interno di questa lotta di liberazione, per mostrare efficacemente e credibilmente agli oppressi il messaggio e la promessa del vangelo.

Ecco un passo di G.Gutierrez, che riassume queste caratteristiche:’In questo contesto, il nostro problema non è quello di parlare di Dio in un mondo adulto, che era il programma della teologia progressista. L'interlocutore della teologia della liberazione è il non-persona, ossia coloro che non sono riconosciuti come esseri umani dall'attuale ordine sociale: le classi sfruttate, le razze emarginate, le culture disprezzate. Il nostro problema è piuttosto quello di dire al non-persona e al non-uomo, che Dio è amore e che questo amore ci rende tutti fratelli e sorelle. L'esperienza e la riflessione di fede, che parte da questo contesto, non rimarrà soltanto a un livello religioso, come quella che parte dalla critica del non credente. In questo contesto lo hiatus (o punto di rottura e divisione) non è primariamente quello esistente tra credenti e non credenti, ma quello che esiste tra oppressori e oppressi.’.

È ovvio, dunque, ‘che i poveri, i dannati della terra non interrogano primariamente il mondo religioso, né i suoi presupposti filosofici. Essi mettono in questione piuttosto l'ordine economico, sociale e politico che li opprime e li emargina e anche, certamente, la ideologia che pretende di giustificare quel dominio. Soltanto in questo contesto può essere capita la sfida alla fede che viene dal mondo degli sfruttati’.

 

Incontro con Giulio Girardi

Dovrei dire di me : ‘ Non seguitemi. Mi sono perso anch'io!’. Nella mia vita c'è una ricerca che è ancora aperta. Sono stato sacerdote salesiano ed ho avuto conflitti con la mia congregazione e con la Chiesa a causa delle mie scelte politiche, dettate dalla necessità di vivere ed interpretare il vangelo nella società, anche attraverso il movimento dei ‘cristiani per il socialismo’, il rapporto fra cristianesimo e marxismo ed i movimenti di liberazione, storica e politica. L'interesse per la teologia della liberazione mi ha anche legato all'America Latina, dove la teoria di un avvicinamento del vangelo alla realtà era operante. Ho quindi scoperto il Nicaragua, attraverso la rivoluzione del '79 e me ne sono innamorato, per la partecipazione attiva dei cristiani. In questi ultimi anni mi sono dunque dedicato a questo come parte attiva. Teologia della liberazione ed interesse per l'America Latina sono qualcosa di vivo ed interessa anche l'Europa.

Ciò che ha portato alla ribalta, in questi ultimi tempi, la teologia della liberazione è la contrapposizione che essa ha destato sia nei governi dell'America Latina, sia nella gerarchia e nel papato. Questo ha creato uno scandalo, che ha attirato l'attenzione. Da ciò il successo delle pubblicazioni e la divulgazione delle idee. Ciò avviene quasi sempre in questi casi. Condannare ha significato esaltare le nuove tendenze, suscitando particolare interesse. L'opera di Boff non era granché venduta da Borla; poi ha avuto una diffusione enorme, suscitando interesse per le comunità cristiane, soprattutto di base, ma anche di gruppi non cristiani interessati ai risvolti politici e sociali della teologia della liberazione.

Ma questo fenomeno perchè è importante? Perchè la gerarchia cattolica se ne è tanto preoccupata e continua a preoccuparsene? Perchè è sorto questo movimento in America Latina? Perchè se ne occupa tanto il potere nordamericano?

Fin dal 1969, dopo l'assemblea dei vescovi dell'America Latina a Medellin, il rapporto Rockfeller paventava la fine degli interessi nordamericani se fosse stato portato avanti il programma dell'assemblea. Si è addirittura costituito, a Washington, un Istituto Superiore per lo Studio dei Problemi Religiosi, con particolare preoccupazione per le nuove teorie ed i fenomeni innovativi in America Latina e negli USA. Reagan stesso trova difficoltà da parte della Chiesa, che è sempre stata alleata del potere. Perchè?

Ufficialmente si risponde che è in gioco la battaglia fra ideologia cristiana e comunismo. Questa è la preoccupazione. E l'accusa di marxismo, nei confronti della teologia della liberazione, serve a mascherare la paura della perdita di grossissimi interessi economici in America Latina, sottoposta ad uno sfruttamento economico e politico assillante.

Questo problema può coinvolgere anche noi?

Per capirlo è necessario partire dai fatti, perchè esso nasce da esperienze di fede e di lotta.

Nella storia recente dell'America Latina, si legge che le rivoluzioni sono portate avanti in gran parte dai cristiani, anche con la lotta armata, come ad esempio in Nicaragua, Guatemala, Salvador. Questo mette i cristiani in una nuova luce, che non è più il conservatorismo tradizionale. Ed è un fatto molto nuovo, sia per l'America Latina che per l'Europa. Perchè l'idea fino ad ora del cristiano era del conservatore.

La partecipazione alle lotte di liberazione dei cristiani si capisce  percorrendo la storia della evoluzione della nuova generazione dei cristiani. Il cristiano di formazione tradizionale non si occupava e preoccupava dei problemi sociali. Se vi erano, non erano problemi suoi. Egli si interessava solo della sfera personale, della sua individuale salvezza. Il suo cristianesimo riguardava solo problemi spirituali individuali ed interpersonali.

Nel modo di vedere e di interpretare la fede nella vita ora c'è stata una trasformazione profonda, che nasce dalla scoperta della miseria dei fratelli. Tale scoperta segna gli itinerari di tanti militanti cristiani nell'esperienza dei quartieri popolari e nel terzo mondo: persone che muoiono di fame e di stenti, bambini senza avvenire, sfruttamento, malattia, prevaricazione.

La domanda che ne nasce è questa:’ Come si può realizzare una vita cristiana, se non tengo conto di ciò, se la mia vita non cambia?’.

Molte persone hanno capito questa realtà, che è divenuta non un problema, ma il problema della loro vita. Buona parte dell'umanità non ha il diritto di vivere, e non per caso, ma per situazioni ben precise e volute. Il problema diviene quindi il problema essenziale da risolvere! Si è anche capito che, per il cristianesimo, l'importante non è la forma, ma l'amore per il prossimo. Questo problema è centrale! In tale prospettiva, infatti, si riscopre il vangelo. Cristo dice:’ In questo vi distingueranno: se vi amerete gli uni gli altri!’. Volgersi ai poveri, ai più umili, ai più dimenticati è amore!

Molti cristiani l'hanno capito, soprattutto nel vedere la situazione del terzo mondo, favoriti anche da riflessioni, dal Concilio Vaticano II...Di tutto questo, allora, si sono ricercate le cause, scoprendo il motivo centrale nell'ordine mondiale voluto dal Nord del mondo, in quell'ordine sociale che significa, in realtà, sfruttamento e sopraffazione, spoliazione!

Si è rimessa quindi in gioco anche tutta la storia occidentale delle conquiste. Ad esempio, la scoperta dell'America appare come una aggressione, la spoliazione, l'asservimento, l'assoggettamento, il furto delle risorse messe al servizio dell'Europa. Da allora è cambiato solo il  padrone. Alla Spagna e al Portogallo si sono sostituiti gli USA, ma non è cambiato il concetto di dominio! La vita di questi popoli è organizzata e subordinata alle grandi potenze, in un ordine imperiale che continua. La storia è decisa da pochi grandi stati, che decidono per tutti, per gli altri che non hanno modo di reagire. Anche i fatti attuali della Libia denunciano quale sia la mentalità imperialistica degli USA, di Reagan in particolare, ma anche di tutti coloro che lo votano e lo appoggiano in Europa.

Ne nasce una nuova esperienza di fede: si deve mettere in questione questo sistema sociale. Altrimenti la fede non ha senso.

Ciò porta a rileggere la storia dal punto di vista degli oppressi e degli emarginati. Questo comporta anche la rilettura del vangelo, ritrovandone il senso originario che si era perduto, vivendo l'identificazione con i poveri, con gli oppressi di tutto il mondo. Si scopre che la volontà degli oppressi di tutto il mondo è quella di diventare anch'essi protagonisti, soggetti della storia. Si scopre che essere cristiani significa anche avere un progetto storico di liberazione degli oppressi.

Tutte queste prospettive vengono colte a partire dalla fede e dal modo di vivere il vangelo. Perciò non sono inficiate da scelte marxiste, anche se vi è in esse l'influenza pure di una esperienza di militanti marxisti, che dedicano la propria vita alla soluzione di questi problemi nel terzo mondo. Ma il punto di partenza è l'interpretazione integrale del vangelo!

Come mai, se questo messaggio è evangelico, preoccupa allora la Chiesa ufficiale e il mondo cristiano per bene? Perchè diventa segno di contraddizione fra i cristiani? Perchè provoca tante polemiche e contrasti anche per i poteri politici?

Occorre sottolineare la novità storica della partecipazione dei cristiani ai movimenti politici e sociali rivoluzionari. Del resto, Cristo è stato un personaggio scomodo, rivoluzionario. In seguito però, la Chiesa è divenuta strumento politico di legalità, di conformismo istituzionale. Quando? Dall'impero di Costantino, il primo che, invece di combattere il messaggio destabilizzante del cristianesimo, ha identificato la Chiesa col potere politico e viceversa, col riconoscimento e la legalizzazione del cristianesimo.

Ma quale cristianesimo e a quali condizioni? In effetti, diventare religione di stato significava grandissima diffusione del messaggio cristiano. Per il potere della Chiesa era un veicolo di ottenimento del consenso enorme. In ciò, naturalmente, la Chiesa ha dovuto attutire, smussare molto il messaggio di Cristo, ha dovuto studiare un rapporto nuovo col potere, che ha segnato  tutta la storia della Chiesa.

La conquista dell'America Latina, dal 1492, è segnata fortemente da questa concezione. Questo è il momento di unificazione del mondo, quindi il più importante per la storia dei popoli dell'era moderna. E qui si apre il fenomeno della colonizzazione. Attraverso questi rapporti è nato l'ordine imperiale del mondo, con al centro l'Europa ed il Nordamerica e ai margini il terzo mondo, che deve accettare di essere parte della storia del più forte. È anche il momento della nascita dell'Europa moderna, che colonizza altri popoli e ne organizza la vita per la sua grandezza.

A questo proposito interessante sarà il dibattito che si svilupperà attorno al cinquecentenario della scoperta dell'America fra qualche anno, per riportare l'attenzione su questi problemi!

L'occidente aveva questo diritto? Con quale legalità si è sviluppata la conquista?

Fino ad ora, la risposta cattolica ed occidentale è stata che il papa ha donato questi territori soprattutto ai re cattolici, perchè vi diffondessero il cristianesimo. Egli, il papa, come vicario di Cristo si considerava proprietario del mondo e quindi lo distribuiva!

Devastazioni, depredazioni, genocidi sono stati perpetrati in nome della diffusione del cristianesimo! Il cristianesimo predicato in quei continenti giustificava tutto questo!

Ecco perchè oggi vi è una novità per il cristianesimo nel mettersi dal punto di vista degli oppressi. Ciò varia concezioni insegnate per secoli, cristallizzate nella storia della conquista. Il ribellarsi a queste concezioni provoca reazioni feroci, preoccupazioni politiche, ma provoca anche contrasto fra la teologia della liberazione e la teologia dominante di una Chiesa alleata al potere. Quest'ultima evita di mettere in questione la struttura del potere, anche se chiaramente oppressivo, perchè ciò significa mettere in questione un certo tipo di Chiesa alleata al potere, che con la sua teologia era parte di questa organizzazione del mondo. La teologia della liberazione si mette dalla parte degli oppressi, che hanno rifiutato la colonizzazione e lo sfruttamento. È un conflitto fra cultura della prevaricazione e una della liberazione, un contrasto che evidenzia due diverse visioni della storia: quella che continua ad identificarsi nel dominio dei pochi e quella che vede il riscatto di tutti gli uomini.

Tutto ciò, evidentemente, richiede di fare una scelta. Si impone quindi una scelta e questa non riguarda solo i credenti. È la questione centrale di fronte a cui si trova, in questo caso, ogni latinoamericano. Ciò implica però anche una visione dell'essere e dell'esistenza. C'è, infatti, l'ideale dell'esistenza nel porsi dalla parte del più forte e quella della ricerca dei più deboli. È chiaro allora perchè questa scelta è importante per il terzo mondo.

E in Europa? La nostra situazione è diversa, non c'è miseria e fame. C'è consenso maggioritario sulla continuazione del capitalismo. Anche il cristianesimo è moderato e fa delle scelte di mantenimento dello status quo. I problemi del terzo mondo ci sono, ma sono lontani!

Tutto è aiutato da una campagna di distrazione, che fa considerare secondari i problemi della fame e della miseria, che allontana il problema del terzo mondo. Questo pure per i cristiani, che non mettono in discussione se stessi e la propria vita. Anche l'avvenire che si prepara nelle nostre scuole è un avvenire dei più forti e dei più ricchi. Io non posso pretendere di confutare tale scelta. Vorrei però suscitare un dubbio sull'evidenza del vivere tranquilli, quando il resto del mondo non ha diritto di vita. Non si può essere tranquilli di fronte a questa scelta. Ci si deve chiedere veramente se i problemi del mondo non sono anche i nostri.

Ognuno di noi è schiavo finché qualcuno è schiavo! E allora è necessario lottare per la libertà dei popoli. La scelta è attuale e futura: o coi più forti o con gli emarginati. Forse, non è poi così evidente che la scelta giusta sia di porsi dalla parte dei più forti!

 

Qualche domanda

D.:Ho qualche riserva a chiamare  scelte quelle che ciascuno di noi può realmente fare, di fronte al problema del terzo mondo. In realtà, la nostra società impone un incanalamento del pensare e del fare solo in senso occidentale! È vero questo?

R.:È molto vero. Le scelte sono per lo più inconsapevoli, perchè le ipotesi non vengono neppure presentate. Però ora, il minimo che si può fare è quello di renderle perlomeno evidenti, per permettere una scelta consapevole.

 

D.:L'intervento è stato realizzato all'interno di una unità didattica di scienze religiose ed ha preso in considerazione i cristiani. Ma quale discorso si può fare al di fuori di quest'ambito?

R.:La teologia della liberazione impone una scelta cosciente. Ciò deriva da una situazione di fatto, da un modo diverso di leggere la storia, per cui ognuno, anche prescindendo dal cristianesimo, deve porsi l'alternativa.

 

D.:La fede richiede la lettura delle situazioni concrete e richiede che ogni popolo diventi soggetto della storia. Qui si pongono pure in conflitto due modi di concepire la fede nell'ortoprassi e nell'ortodossia. Di fronte a questo modo di interpretare la fede da parte della teologia della liberazione, che tipo di rapporto c'è con il socialismo e il marxismo, che in America Latina come collaborazione c'è stato già?

R.:Come mai i cristiani che incontrano questa esperienza incontrano il marxismo? Perchè sentono il bisogno di dover analizzare in modo preciso e rigoroso la società. E guardandola dal punto di vista degli oppressi, trovano che il marxismo da una chiave di lettura reale. C'è poi chi critica e afferma che il marxismo è anche altro: la negazione religiosa, l'ateismo, il materialismo, ecc.. E dice che di esso bisogna accettare tutto. Non è vero! Non è storicamente dimostrato che accettare una parte della lettura della realtà significhi accettare tutto o anche ciò che non si condivide. I cristiani della teologia della liberazione non hanno accettato il marxismo come dottrina o ideologia. Il marxismo è solo uno strumento di analisi, di lettura della realtà. Per cui il marxismo non è stata l'accettazione di un dogma, cambiando anche una concezione europea del marxismo stesso.

Con i socialisti c'è un contatto come con chiunque operi in questa realtà. Perciò si incontrano in America Latina come in tutto il resto del mondo. E nella misura in cui il progetto di riscatto coincideva con il progetto cristiano, esso è stato condiviso. Come in Nicaragua, in cui vi è stata la convergenza fra il cristianesimo e il socialismo sandinista, realizzando una lotta comune. Sono progetti non ideologici, ma di reale liberazione dei popoli.

 

D.:Non c'è contraddizione fra il primo e il secondo documento di Ratzinger?

R.:No! Egli stesso dice che i due documenti devono essere esaminati insieme. Il secondo non dice nulla di nuovo rispetto al primo, cioè rispetto alla tradizione più antica. Vi si dice che la Chiesa non ha la necessità di ispirarsi al marxismo, perchè essa ha già una tradizione di dottrina sociale cristiana. Questa è stata elaborata all'interno dell'ordine imperiale capitalista e certo non lo mette in discussione. Da ciò deriva sempre il problema della scelta.

 

D.:Qual è il limite della partecipazione del cristiano a questa realtà? Può arrivare alla lotta armata?

R.:La risposta l'hanno data coloro che hanno condiviso i movimenti di liberazione, facendo una scelta radicale, anche di lotta armata, rifacendosi pure alla tradizione cristiana, che in condizioni evidenti di prevaricazione permette il ricorso alle armi.

Questo principio vi è sempre stato, ma si è rimproverato l'intervento in questi casi specifici, sostenendo che la Chiesa è contro la violenza, dimenticando le tantissime benedizioni e condivisioni della violenza degli eserciti nei secoli della storia cristiana! Non si può, infatti, affermare che la Chiesa sia e sia mai stata contro l'uso della forza. Piuttosto la Chiesa ufficiale è contro l'uso della forza rivoluzionaria.

Comunque, i cristiani devono scegliere la strada meno violenta o, come diceva Ghandi, la strada che più efficacemente si contrappone alla violenza, adattandosi ad ogni situazione, ma non possiamo illuderci di scegliere fra non violenza e violenza. Non esiste infatti mai una violenza pura. Ad esempio, in Europa sarebbe assurdo pensare di cambiare la realtà con la violenza, ma lo stesso non si può dire nelle Filippine, in Salvador, in Nicaragua, in Guatemala... Mons. Romero ha capito che non si poteva giudicare negativa la lotta armata.

 

D.:Ratzinger ha capito cosa vuole la teologia della liberazione?

R.:Secondo me, no! Perchè la legge con una chiave di interpretazione che è occidentale-capitalistica, rimanendo all'interno di un'altra cultura, di un altro progetto dominante. Per cui non esiste il progetto di teologia della liberazione di cui egli parla.

 

D.:Come mai l'Argentina, come Chiesa, non si muove nel senso della teologia della liberazione?

R.:La Chiesa argentina è stata assente da richieste e interventi anche più umanitari, come per i desparecidos! Nel suo atteggiamento prevale uno dei temi più trattati in America Latina dal potere: la paura del comunismo, che paralizza spesso ogni presa di posizione.

 

D.:Perchè la Chiesa del Nicaragua, che prima ufficialmente ha appoggiato la rivoluzione, ora si schiera con i contras?

R.:La Chiesa, la gerarchia voleva veder sorgere una forma di potere occidentale, che consentisse la libera impresa praticamente impossibile sotto Somoza. Si voleva il funzionamento reale del capitalismo. Quando il sandinismo, come da sempre aveva proclamato, ha istituzionalizzato una forma di potere popolare, non ci si è più trovati d'accordo e si è cominciato a lanciare l'accusa di comunismo. Si preferiscono allora i contras, anche se ex-somozisti, al popolo nicaraguense. Gioca molto in America Latina l'anticomunismo, tanto che se, come dice Reagan, esso è da considerarsi l'obiettivo più importante, si ritiene legittimo, per combatterlo, anche andare contro la libertà dell'uomo.

 

 

8.  LA RISCOPERTA DELLA SCOPERTA DELL´AMERICA: 1492-1992

 

Lo sviluppo della ricerca nelle diverse dimensioni disciplinari, operata durante l´anno scolastico 1985-86, non solo ha permesso di rilevare un bilancio positivo del lavoro realizzato, ma ha stimolato il suo prosieguo con prospettive ancor più ampie: In effetti, l’ambito fin qui considerato, per ovvi motivi limitava il suo approccio didattico e conoscitivo ad una visione di caratteristiche generali in ambito geografico-economico e ad una realtà quasi contemporanea per quanto concerne gli aspetti storici, amministrativi e giuridici, oltre che religiosi.

Ciò comunque non poteva costituire ed esaurire tutti gli elementi che avevano suscitato l’interesse per l´indagine sull´America Latina. Anzi, proprio il loro limite ha significato l’evidenziazione dell’esigenza di andare oltre, partendo dai primi dati di base acquisiti, per cogliere possibilità d’espansione conoscitiva sempre maggiore.

Una esigenza di tal genere però andava ricondotta su binari precisi, affinché non disperdesse una quantità immensa di energie senza puntare in una direzione precisa. Se il tema centrale infatti del lavoro iniziale era rimasto ancorato alla dimensione un po’ vaga dell´America Latina, seppur delimitata in un ambito di tempo abbastanza ristretto, ora non sarebbe più stato giustificabile un accostamento tanto impreciso nella sua definizione. Occorreva cioè cogliere un indirizzo tematico piú preciso e convincente.

L’occasione l’offriva proprio il riesame dell’ultimo intervento di Giulio Girardi, laddove la situazione attuale dell’America latina veniva ricondotta ad un problema di origini; non tanto nel senso delle lontane origini etniche e culturali dei popoli latinoamericani, quanto alle origini storiche dell’attuale dimensione problematica: ‘la scoperta dell’America  da parte degli europei’.

Ben presto comunque si faceva sempre piú strada il dubbio che la definizione fosse perlomeno opinabile, dal momento che questa scoperta europea diveniva per contrapposizione la conquista europea per coloro che in realtà ne erano stati non il soggetto, ma l’oggetto. Il bipolarismo quindi di una situazione, questa situazione storica, suscitava come minimo la necessità di un approfondimento conoscitivo più adeguato. Del resto, la vicinanza del 1992, con la prospettiva certa della celebrazione del cinquecentenario di un avvenimento che ha sostanzialmente mutato la realtà non solo europea, ma, per imitazione e coinvolgimento, di tutto il globo, non poteva passare inosservata.

L’occasione di accostare all’inevitabile ‘celebrazione’ occidentale di un tale evento una lettura alternativa, pur esigua quanto può essere quella sviluppata da una ricerca scolastica, ma senz’altro positivamente critica, era troppo stimolante   per non essere colta. Il dubbio cartesiano, applicato con cosciente fraintendimento alla lettura della storia, diveniva pertanto tematica centrale, nucleo dell’indagine.

‘La riscoperta della scoperta dell’America: 1492 - 1992’ costituiva il punto direzionale cui volgere il lavoro didattico nella sua peculiare prosecuzione.

Gli sviluppi evidentemente prospettabili erano certo innumerevoli e le specifiche sottodirezioni della ricerca in vari ambiti trovava una ricchezza immensa di argomenti tale da richiedere senz’altro più di un anno da dedicare a questo tema. Già, perché la scoperta/conquista dell’America non poteva porsi come circoscritta al momento storico della stessa, ma doveva interpretarsi come punto di partenza di una diversa storia di cultura dominante/cultura soggetta, di oppressi/oppressori, di economia ricca/economia povera, cioè nell’insieme di quella evoluzione che nella dimensione di conquista, colonialismo e neocolonialismo, interpreta il rapporto di diversificazione nord/sud del mondo.

I primi passi su questo percorso così tracciato si sono compiuti con la nuova esperienza didattica sviluppatasi nell’anno scolastico 1986-87, partendo innanzitutto da una analisi comparata dei testi della scoperta/conquista, cogliendo le dimensioni della realtà dai due punti di vista dei protagonisti della storia. Le modalità di svolgimento del lavoro e le metodologie seguite, oltre naturalmente alle finalità generali e agli obiettivi intermedi proposti, pur avvalendosi delle esperienze operative già conseguite e delle successive lievi ed opportune modificazioni, restavano le medesime della precedente esperienza, divenendo quasi naturale prosecuzione istituzionale fin nei momenti di verifica e valutazione degli esami di maturità.

 

 

9.  INTERVENTI DEGLI ESPERTI

Reputo a questo punto superfluo ripercorrere qui, passo passo, l’evoluzione di ricerca che ha avuto uno sviluppo similare ed equiparabile alla precedente esperienza didattica descritta sopra nei suoi caratteri generali e nelle sue linee di conduzione. Sembra però interessante almeno riproporre significativamente l’intervento del prof. Marcello Carmagnani, docente di Storia Americana presso l’Università di Torino, perché in esso si possono rilevare gli aspetti di contraddizione che pagina dopo pagina gli stessi alunni operatori della ricerca traevano non solo dai manuali scolastici, ma dalle molteplici ed eterogenee letture della realtà storica della scoperta/conquista presentata criticamente da vari autori.  

‘La conquista degli imperi degli spagnoli e dei portoghesi non é cosí semplice come si potrebbe pensare. Infatti, come sembrerebbe dai vostri testi d’intervento, la conquista sarebbe il risultato di un gruppo  di uomini bianchi ridottissimo, inteso fra spagnoli e portoghesi, non piú di 10 mila, 10 mila cinquecento, che sono riusciti in un arco di tempo breve, circa quarant’anni, a dominare una popolazione india di circa cento milioni di persone.

Questa é l’immagine che in qualche modo mi é offerta dai testi correnti , anche da voi stessi, e guardando attentamente come è nata questa idea un po’ arbitraria della conquista, noi dobbiamo riferirci a uno dei testi di W.Prescott, ‘Storia della conquista del Perú e della conquista del Messico’.

Prescott é uno dei grandi esponenti della storiografia romantica; la storiografia romantica tendeva ad esaltare la volontà di un gruppo ridotto di persone, le più illuminate, che imponevano in qualche modo i loro pensieri su un gruppo di persone che erano loro subordinate. Questa immagine è evidentemente falsa e risponde ad una ideologia, ad una cultura del tempo.

E’ falsa soprattutto per quanto riguarda la conquista, perché la conquista non è stata cosí semplice come sembra. Infatti, al giorno d’oggi si può dire sostanzialmente  che si vedono separate l’invasione dalla vera conquista. Non basta che un gruppo di persone occupi un territorio, se queste persone non riescono a cambiare l’organizzazione produttiva, economica e sociale delle aree conquistate, in quanto in quella che intendiamo praticamente per ‘conquista’, cioé quel periodo che va sostanzialmente dal 1492 al 1550 e addirittura fino al 1620, non c´é una totale trasformazione delle culture produttive delle aree conquistate. Questo vuol dire che quello che è accaduto tra il 1492 e il 1550-60 è una invasione di un gruppo ridotto di persone, spagnoli e portoghesi, che si sono imposti su una popolazione di cento milioni di persone, non per la loro superiorità tecnica o mentale, ma semplicemente riuscendo, con un gioco abile e politico, a scalfire la vecchia struttura politica, sostituendo imperatori o personalità politiche con signori spagnoli. L’imperatore inca, l’imperatore azteco vengono sostituiti da un governatore spagnolo. Il meccanismo che essi vogliono adottare è lo stesso del precedente, in cui il cittadino inca deve pagare un tributo all’imperatore per mantenere un livello di vita civile.

E’ questo che sostanzialmete possiamo dire per aprire il discorso sulla conquista, o meglio, non conquista, ma sostituzione delle élites dirigenti.

Per cominciare comunque la discussione sulla conquista, dobbiamo tener conto anche della distribuzione delle diverse aree indio-americane: ci sono delle società semisedentarie e delle società nomadi.  Questa suddivisione tiene conto del fatto che il contesto americano era un contesto molto diversificato e questa diversità non è solo di tipo etnico, ma di caratteristiche fondamentali nell’organizzazione della vita, che in qualche modo si traducono in una forma di invasione e conquista estremamente diversificate.

Una volta detto che la conquista è stata solamente una sostituzione dell’élite dirigente india con gente spagnola, non abbiamo detto nulla. Abbiamo detto solamente qualcosa che caratterizza due aree americane, quella dell’altopiano peruviano e boliviano, dell’antico impero incaico, che comprende l’Ecuador ed il nord dell’Argentina fino al Cile e l’altra grande area, cosiddetta di alta civiltà azteca, che si trova nel segmento centro-sud dell’attuale Messico.

Per capire meglio la situazione, passiamo ad analizzare una per una queste zone.

Una prima parte è quella caratterizzata sostanzialmente dalla presenza delle colonie in seguito alla scoperta dell’America. Infatti, Colombo, che in seguito si convince di aver scoperto un continente diverso dall’Asia, scopre quelle aree che sono indicate come aree sedentarie, che avevano una organizzazione statale a livello tribale e in cui l’attività che propone l’organizzazione portoghese e del mediterraneo è quella di insediare soltanto  degli scambi con questi paesi. E questo primo insediamento non avviene a livello di sfruttamento diretto degli indios, ma di uno sfruttamento esclusivamente commerciale. Infatti l’idea di Colombo era quella di organizzare dei centri dove si attivasse lo scambio dei prodotti di entrambi i paesi.

Questo sistema fallisce in poco tempo (1492-1550), perchè agli europei interessava l’oro e una volta esaurito questo, gli indios non hanno più niente ed è in questo momento che entra in azione il meccanismo di sfruttamento della mano d’opera e il risultato è la catastrofe! Fra il 1502 e il 1520 un milione di incas, che si trovava nella zona dei Caraibi, viene soppresso, ed è il primo fenomeno di genocidio e si produce quindi come l’impossibilità di attuare una vera e propria conquista. La risposta della popolazione incas è stata di autoliquidazione e lascia i conquistatori spagnoli di fronte ad un interrogativo:’ Che fare? Tornare in Spagna o andare avanti? Ma avanti dove?’. Andando avanti sulla cosiddetta terra del sud-continente. Ed è non a caso che da queste isole ripartono le grandi spedizioni di Cortèz, che va verso la conquista dell’attuale Messico e quindi la seconda ondata di invasione iberica del continente americano.

Teniamo presente che in questo periodo è appena stato scoperto il Brasile e gli europei si ritrovano in una situazione particolare, perchè la corona spagnola è talmente in imbarazzo per la scoperta del nuovo continente che non sa cosa fare e decide di non finanziare più nessuna impresa in America e anche una cosa che sta alle origini del capitalismo, cioè decide di concedere l’autorizzazione a singoli privati di conquistare territori per conto proprio. Infatti, tutte le grandi invasioni sono in crisi finanziaria e non hanno nessun supporto né finanziario né amministrativo o politico dalla corona. Quindi il fenomeno è molto più complesso di quanto possa sembrare.

Passiamo ora alla dimensione della conquista dell’impero incas. Questo impero era risultato dall’unione di due grandi gruppi etnici: il Quechua, che era il più forte e l’Aimarà, che era il più debole e aveva una organizzazione molto diversa da quella della nuova Spagna, organizzazione fondata sulla diversità di livelli ecologici.

Infatti, l’attuale Perù è collocato nella zona delle Ande e il passaggio da 0 a 1000 metri può avvenire nell’arco di pochi chilometri. L’organizzazione economica e produttiva comprende tutti i livelli ecologici in modo da avere una produzione tropicale nella fascia bassa , una produzione di tipo temperato, a mais, nella zona media e una produzione di alta montagna che è data dalla patata.

Quindi è l’integrazione di questi tre livelli ecologici che aveva strutturato l’impero incas! Questa organizzazione metteva in movimento un sistema fondato su una sorta di redistribuzione. Il centro, collocato a Cuzco, la capitale, distribuiva alle unità locali protezione per garantire il raccolto e per la costruzione di sistemi di irrigazione. La periferia ed i centri locali restituivano al centro di conseguenza tributi, soprattutto in termini di beni e servizi. Con questo sistema l’impero incaico poteva funzionare su scala molto vasta ( un impero di quindici milioni di abitanti!) a livello nazionale e senza bisogno di circolazione della moneta.

Come viene conquistato un impero che presenta una così grande e salda organizzazione militare ed economica? Per un fatto anche qui politico.

Pizarro e Alparro in un primo momento si alleano col segmento debole dell’impero (Aimarà) e agiscono contro la popolazione Quechua, tanto è vero che la città di Cuzco cade in mano agli spagnoli senza difficoltà. Quindi la conquista avviene non tanto per la debolezza tecnologica o per altri motivi, ma per un gioco politico. Il risultato sarà, come abbiamo visto in precedenza, la sostituzione dell’élite dominante incas con quella spagnola. Però gli spagnoli ad un certo momento si trovano a contatto con un gruppo di persone nomadi e non soltanto nomadi, ma sempre alle prese con conflitti militari. Infatti, nella conquista di quello che è l’attuale Cile e l’attuale Perù, si vengono a creare degli ulteriori conflitti, perchè questi popoli vengono a sapere della presenza degli spagnoli. Questi erano abituati all’utilizzo del cavallo, che in queste zone non permette loro grandi spostamenti; vengono respinti nell’area del Cile e non riescono a conquistare i territori che sono collocati a sud di questa.

Perchè i nomadi erano più difficili da sottomettere e da conquistare?  Perchè i nomadi necessitavano di territori molto ampi e numerosi per potersi organizzare e vivere. Quindi avviene uno scontro tra una popolazione tendenzialmente sedentaria e una civiltà nomade. Non c’è qui possibilità di accordo; il meccanismo cambia e gli spagnoli decidono di distruggere gli indios, come avverrà nel corso dell’ottocento, cioè uccidendo la quasi totalità della popolazione india.

I meccanismi della conquista sono pertanto diversificati e la conquista è determinata non tanto dalla superiorità militare, tecnologica e culturale dei conquistatori, ma semplicemente da una maggiore capacità politica e dall’essere arrivati nel momento giusto, in cui c’erano grossi conflitti in questi imperi e delle rivalità fra i signori.

Perchè gli spagnoli avevano questa smania di distruzione invece di attuare un processo di assimilazione nei confronti delle popolazioni indigene?

Il processo non è in realtà quello di distruzione, perchè senza indios non ci sono le Indie e il sostenimento e il mantenimento di uno stile di vita da parte dei conquistadores dipende dalla resistenza di una popolazione india e quindi cosa succede? La popolazione, non per effetto delle azioni militari, ma per effetto di altri meccanismi incomincia a crollare dal 1543. Nel 1532 vi erano circa 17 milioni di abitanti; nel 1580 il numero degli abitanti era di circa 1.260.000.

Perchè questo crollo della popolazione? Gli spagnoli portano con loro i germi del vaiolo, una malattia sconosciuta agli indios, a loro volta portatori sani di un’altra malattia, la sifilide. E’ questo stato esclusivamente biologico, non voluto da nessuno, che provoca un tracollo della popolazione india così forte da determinare per gli spagnoli un salto di qualità, a partire dal 1580, nell’attivare un meccanismo produttivo diverso.

E non è con la conquista che nascono i grandi latifondi latini. Nascono perlomeno un secolo più tardi, un secolo dopo quindi il meccanismo di disfacimento delle popolazioni indie, cui va aggiunto un altro elemento che ha avuto una grande importanza: le grandi epidemie come quella della peste nera, che non sono state portate dagli spagnoli.

Un altro elemento è quello del ritmo di lavoro indio, che era di sei ore giornaliere, con un consumo di circa 1500-1800 calorie. Ora gli spagnoli introducono ritmi di lavoro europei, caratterizzati da otto-dieci ore lavorative, che necessitano di circa 2500-2800 calorie. Gli indios mantengono la vecchia dieta alimentare a base di fagioli e zucca, con contenuto proteico molto basso. Il risultato è che ora queste  persone muoiono come mosche per la differenza tra apporto nutritivo e quantità di lavoro. Ma anche prima che gli spagnoli arrivassero, le epidemie che portavano alla distruzione di queste popolazioni erano già in corso.

 

Alcune domande all’esperto

D: Gli Incas, senza conoscere alcuna forma di scrittura, erano riusciti ad elevare una città come Machu Pichu a quattromila metri di altezza e che si può ammirare ancora oggi. Non si utilizzavano animali da tiro, quindi come hanno fatto ad edificare costruzioni così possenti?

R: E’vero che non conoscevano la scrittura, ma avevano i ‘quipu ‘, una forma particolare di scrittura basata sul ricordo trasmesso e un tipo di ricordo fondato sul nodo; per questo noi non riusciremo mai a tradurre i quipu, perchè ci manca un referente che è quello storico, il quale è scomparso per effetto della riduzione delle persone che erano in grado di poter ricordare questo secondo referente. Quindi, per le loro costruzioni era necessario come supporto il quipu.

Una delle realtà fondamentali del quipu è il mantenimento del ricordo nell’organizzazione politica.

 

D: Nelle regioni in cui fiorì la civiltà del popolo Nazca, possiamo oggi ricostruire, con l’aiuto della fotografia aerea, figure non percettibili dall’occhio umano. Servivano per studi astronomici, erano sentieri cerimoniali oppure solamente monumenti dedicati ai loro dei?

R: Sono delle semplici coincidenze! Il sistema idrico ha una struttura che deve coprire i tre livelli ecologici, quindi per puro caso assume forme animali od umane. Il problema si ha quando la popolazione india diminuisce e si attiva un sistema fondato sul latifondo: non si riescono ad integrare i tre livelli, quindi il sistema di irrigazione non serve più, perlomeno ne serve uno diverso da quello che era stato organizzato durante l’impero.

 

D: In che modo sono scomparsi Atahualpa e Manco Inca?

R: Tutti e due furono uccisi, ma il fatto più interessante è che il figlio di Atahualpa riesce a riorganizzare una parte dell’impero che cadrà intorno al 1590, appoggiandosi a quel poco potere che gli era rimasto nell’impero della zona amazzonica. Questa resistenza durerà altri cinquanta anni dopo la conquista.

 

D: Quale ruolo hanno le religioni nella scomparsa della civiltà incas?

R: In questo tipo di società le religioni sono il fondamento dell’organizzazione sociale e politica. Sono religioni del tipo inglese, che hanno come valenza essenziale la figura del signore eretico. Molti signori eretici, che non si convertono spontaneamente al cristianesimo, vengono eliminati, mentre quelli che lo fanno spontaneamente vengono confermati nel loro ruolo dirigente. Il meccanismo della cristianizzazione avviene attraverso la figura del signore eretico. Solo in un secondo momento la diffusione del cristianesimo avviene attraverso la lingua dell’indio e non attraverso lo spagnolo o il latino. Quindi si crea la possibilità di trasformare le vecchie divinità in nuove divinità e di attribuire le caratteristiche di Gesù Cristo ad una divinità simile esistente presso di loro. Ecco perchè i santi hanno un significato notevole nella cristianità latino-americana. Ogni villaggio indio ha il nome di un santo che abbia le caratteristiche simili alla divinità più importante della zona. Il meccanismo della cristianizzazione non è quindi accolto drammaticamente. Più drastica è la sostituzione dei vecchi sistemi politici e culturali.

 

 

D: Quale era la ragione per la quale l’indio doveva vivere e morire nel luogo dove era nato?

R: Per un indio esisteva la possibilità di uscire dalla propria circoscrizione. Tra loro si distinguevano  nobili e plebei e la gerarchia era molto rigida, in quanto allontanandosi dalla circoscrizione si sarebbe potuti sfuggire al controllo.

La popolazione si poteva dividere in una metà superiore ed una metà inferiore. Se una persona doveva sposarsi non poteva farlo con un’altra della propria metà, ma doveva sceglierne una dell’altra metà. Nello stabilire una famiglia non vi erano quindi delle precise regole.

 

D: Alla luce di quanto detto non è emerso che Pizarro e Cortèz fossero dei sanguinari; eppure i libri di testo ce li illustrano come tali. Questa è una sua posizione personale oppure la realtà dei fatti è stata trasgredita?

R: Non è una mia posizione personale. Gli eserciti si combattevano con un gruppo di spagnoli molto limitato; praticamente sono gli indios che si combattevano tra di loro, seguendo le loro regole di guerra e non quelle europee. Mentre il primo tipo consisteva nel catturare il capo, accerchiandolo il più rapidamente possibile, il secondo si basava nel costringere il nemico ad arrendersi. Ecco perchè Cortèz e Pizarro si impossessarono dell’imperatore tenendolo come ostaggio, impedendo in tal modo che l’esercito avversario si muovesse.

Anche il tipo di corazza utilizzato è quello della popolazione india, costituito di cotone, poichè non dovevano difendersi dalle pallottole, ma dalle frecce. Infatti, era praticamente impossibile pensare di usare una corazza di tipo europeo con un clima così caldo ed era inattuabile l’uso delle armi europee, che dopo aver sparato il primo colpo necessitavano di due o tre ore per poter essere pronte a sparare il secondo. In quell’arco di tempo una guerra india era già finita!

Nel 1500 nasce la cosiddetta leggenda nera degli spagnoli in Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna. Questi stati, non essendo riusciti a costituire un impero, condannano e denigrano l’opera degli spagnoli. Nel 1529, il milanese Gerolamo Renzoni scrive il primo libro accusatore. Egli dice di averlo fatto dopo un soggiorno in America, ma probabilmente non c’è mai stato e il libro è stato scritto ampliando in chiave antispagnola alcune informazioni.

Pare invece che gli spagnoli siano stati accolti come divinità e siano per questo riusciti ad impossessarsi del potere sulla gerarchia incas e sull’impero eliminandone i capi. In effetti, gli stessi spagnoli, prima di approdare nelle terre degli Incas, avevano avuto inconcludenti contatti con popolazioni americane nella terra panamense.

 

Accanto all’intervento del prof. Carmagnani mi pare opportuno segnalare qualche tratto di due opinioni espresse durante il Convegno ‘L’America Latina alle soglie del V centenario della Conquista’, svoltosi a Milano nel novembre del 1987.

Dall’intervento di Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano.

‘Né leggenda nera, né leggenda rosa. I due stremi di questa opposizione, falsa opposizione, ci collocano fuori dalla storia: ci lasciano fuori dalla realtà. Entrambe le interpretazioni della conquista dell’America rivelano una sospetta venerazione del tempo passato, folgorante cadavere il cui splendore ci abbaglia e ci acceca nei confronti del tempo presente, delle nostre terre di tutti i giorni.

La leggenda nera ci propone la visita del museo del Buon Selvaggio, dove possiamo scioglierci in lacrime sull’annientata felicità di qualche uomo di cera che non ha nulla a che vedere con gli esseri di carne ed ossa che popolano le nostre terre. Simmetricamente, la leggenda rosa ci invita al Gran Tempio dell’Occidente, dove possiamo unire le nostre voci al coro universale, intonando inni in celebrazione alla grande opera civilizzatrice dell’Europa, che ha sommerso il mondo per salvarlo.

La leggenda nera scarica sulle spalle della Spagna, e in minor misura su quelle del Portogallo, la responsabilità dell’immenso saccheggio coloniale, che in realtà andò a beneficio, in misura molto maggiore, di altri paesi europei e rese possibile lo sviluppo del capitalismo moderno. La tanto menzionata ‘crudeltà spagnola’ non è mai esistita: ciò che invece è esistito e continua ancora ad esistere è un abominevole sistema che ha richiesto e richiede metodi crudeli per imporsi e svilupparsi. Simmetricamente, la leggenda rosa mistifica la storia, elogia l’infamia, definisce ‘evangelizzazione’ il saccheggio più colossale nella storia del mondo e calunnia Dio attribuendogliene la paternità.

No, no: né leggenda nera, né leggenda rosa. Recuperare la realtà: questa è la sfida. Per cambiare la realtà che è, recuperare la realtà che è stata, quella falsata, nascosta, tradita realtà della storia d’America....è arrivata l’ora per l’America di scoprire se stessa. E quando dico America mi riferisco principalmente all’America che è stata spogliata di tutto, persino del nome, durante i cinque secoli del processo che l’ha messa al servizio del progresso altrui: la nostra America Latina....’.

 

E di Don Tomàs Balduino, vescovo di Goias Velho (Brasile).

‘La evangelizzazione non è penetrata, purtroppo, in mezzo ai popoli dell’America Latina come una speranza di liberazione. Al contrario, è stata il sostegno ideologico della conquista che, in nome della religione cattolica, ha imposto laggiù la più completa dominazione col suo seguito di saccheggio delle ricchezze, la distruzione di alti valori culturali, di massacro di popoli interi in tutti i luoghi e attraverso i secoli.

Oggi però, stiamo vivendo una esperienza diametralmente opposta; riconosciamo che la nostra fede viene illuminata da quegli stessi che pretendevamo di evangelizzare. Ci rendiamo conto, al tempo stesso, che la nostra proposta liberatrice verso gli indios, in qualità di soggetti e non più di oggetti, ci sta immergendo nelle contraddizioni, tensioni e perfino repressioni inerenti tutto il processo di trasformazione della società.

E’questo cammino di fede che va dalla missione colonialista fino alla missione liberatrice che intendo esporre in questa conversazione.

Nel suo diario dell’11 ottobre 1492, Cristoforo Colombo riassume il clima cordiale del suo incontro con gli abitanti delle Indie Occidentali, nella seguente forma:’ Essi manifestano grande amicizia, poiché ho compreso che sono persone che più facilmente si salverebbero e convertirebbero alla nostra fede per mezzo dell’amore che con la forza e si sono dimostrati tanto amici nostri che è una meraviglia’. La meraviglia ,però, finisce subito. Il giorno seguente, il 12 ottobre, Colombo qualifica gli indios come ‘buoni servi’ e, nel diario del suo primo viaggio, parla 77 volte dell’oro. Nel secondo viaggio, nel quale portava con sè 1.200 persone fra cui marinai, soldati e coloni in cerca di oro facile, già fa la proposta di mandare schiavi alla capitale in cambio di beni di prima necessità.

A partire da questo quadro originale, la storia della conquista si svolge nella rigorosa realizzazione di due punti basilari: il radicarsi, a qualsiasi prezzo, nel nuovo continente, dei Regni delle loro Maestà i Re di Spagna e Portogallo e la conversione delle popolazioni, anche a costo dell’uso delle armi, alla fede cattolica. Queste azioni si svilupparono a seguito della graziosa concessione, fatta ai Re dal papa Alessandro VI, di tutte le isole e terre ferme, scoperte e da scoprire.

‘La conquista, dice Oscar Beozzo, è un trauma, un incubo che si è abbattuto sui popoli indigeni dell’America Latina. La esperienza di questi popoli è quella di un impatto con la distruzione. La ferita a tutt’oggi non è stata curata. Per essi non vi è stato ritorno dall’esilio, come per il popolo ebreo. Peggio, continuano ad essere esiliati dentro la loro stessa patria (Iglesia, Pueblo y Culturas n.4, p.45)’:

C’è una lamentazione indigena sul disastro di Tlatelolco, composto probabilmente verso il 1523, nel quale si intravede la strage irrimediabile della conquista sui popoli sottomessi.

 

‘Siamo stupefatti, angosciati

per questa triste sorte.

Nelle strade vi sono dardi spezzati

chiome sparpagliate,

scoperchiate le case

insanguinate le loro mura

vermi abbondano per le strade e le piazze

e le pareti sono macchiate dai sessi strappati.

Rosse sono le acque

come se qualcuno le avesse tinte

e se le beviamo, sono acque al salnitro.

...

Piangete amici miei

capite che, con questi fatti,

perdemmo la nazione messicana!’.

 

La lamentazione di questi popoli si dirige anche, e con parole dure, agli emissari della conquista spirituale. Così hanno detto i saggi di Tenochtitlàn ai missionari francescani nel cortile del convento costruito sulle rovine stesse del tempio indigeno:

‘ Avete detto che non conosciamo il Signore che è con noi e che è dinnanzi a noi?

Avete detto che non erano veri i nostri dei e ora distruggeremo l’antica regola del vivere?

I nostri progenitori, quelli che sono esistiti, quelli che sono vissuti sopra la terra non parlavano in questa maniera.

Ascoltate, signori nostri, non fate alcuna cosa al vostro popolo che gli causi disgrazia, che lo faccia perire.

Lasciateci dunque morire, lasciateci perire, poichè i nostri dei sono morti!’.

In questa stessa linea si esprime il discorso Guaranì di fronte ai Gesuiti che iniziavano il loro ingresso nelle loro terre, intorno all’anno 1628:’ Non hai timore che questi che si fanno chiamare Padri dissimulino con questo titolo la loro ambizione e rendano subito vili schiavi coloro che ora chiamano figli amati?

Forse mancano esempi in Paraguay di chi sono gli spagnoli e di quali stragi hanno compiuto fra noi? Giacchè né la loro superbia è stata corretta dalla nostra umiltà, né la loro ambizione corretta dalla nostra obbedienza: poiché questa nazione cerca la ricchezza propria e la miseria altrui!’.

Nella storia delle missioni nel resto del mondo non si è mai vista una pagina tanto tragica come questa dell’America Latina, nella quale l’evangelizzazione è stata strumentalizzata al servizio della rapina, della schiavitù e del massacro.

Emergono, pertanto, le figure di Las Casas e dei suoi compagni domenicani come Montesinos e altri, reagendo vigorosamente contro gli abusi della encomienda....

 

 

10.        DIMENSIONE EUROPEA DELL`INTERVENTO

Al termine del primo anno di ricerca, i risultati positivi della stessa, oltre a stimolare la continuazione dell’esperienza, hanno anche incoraggiato i docenti operatori ad ampliare anche le possibilità di confronto del lavoro complessivo realizzato e realizzabile con altre sperimentazioni. A questo proposito devo aggiungere che personalmente, con un’altra  docente dell’istituto, avevo accolto l’invito per la partecipazione ad un corso di aggiornamento sull’ ‘Educazione Europea’, promossa dal ministero, attraverso il provveditorato agli studi competente, per docenti dei vari ordini e gradi della scuola.

L’opportunità che mi prefissavo di cogliere era quella di poter ampliare l’esperienza di educazione allo sviluppo in termini di rapporti reali, che ponessero in contatto gli alunni con situazioni di realtà veramente diverse non solo da quelle vissute sul proprio territorio, ma anche da quelle legate alla limitata cultura italiana.  L’ideale ovviamente sarebbe stato l’accostamento a dimensioni operative presenti nel terzo mondo, ma ovviamente le possibilità effettive di attuazione erano e rimangono tuttora  grandemente ridotte. Interpretando invece lo spirito dell’iniziativa della educazione europea come possibilità di incontro e confronto per una vera conoscenza e collaborazione verso la pace tra tutti i popoli, ho verificato che questa mi permetteva di trovare all’interno della istituzione stessa scolastico-educativa uno strumento ed una indicazione per portare a realizzazione l’obiettivo di un confronto e una verifica.

Il M.L.A.L., infatti, d’accordo con questa impostazione, trovava i giusti canali informativi per porci in contatto con chi in Europa aveva, in ambito scolastico superiore, sviluppato un intervento similare a quello operato nell’istituto di Oggiono. E’ così che la nostra scuola ha iniziato un’indagine sulle esperienze scolastiche europee relative a ricerche didattiche e sperimentazioni sull’America Latina. Il Segretario Generale dell’EECOD (European ECumenical Organization for Development) ci segnalava pertanto diverse opportunità di contatti in vari paesi europei.

Naturalmente, l’istituto col quale metterci in contatto per una collaborazione doveva presentare determinate caratteristiche: essere un istituto secondario, avere un indirizzo di studi compatibile con quello giuridico-amministrativo, dal momento che lo sviluppo didattico doveva inserirsi in una programmazione curriculare simile a quella di un istituto tecnico commerciale. Per questo la scelta cadeva sulla Gemenshap School ‘Hertog Jan’ di ‘s-Hertogenbosch in Olanda, che ha sviluppato in questi anni una sperimentazione con l’inserimento dello studio delle problematiche relative all’America Latina nel curricolo di studio di alcune classi, producendo anche opportuni testi didattici per la conoscenza degli argomenti relativi.

Problemi molteplici e diversi sono ovviamente derivati da questo rapporto che si è instaurato con molta cordialità, interesse e simpatia fra docenti ed alunni delle due realtà scolastiche. Innanzitutto si è presentata la difficoltà della lingua: né l’italiano, né l’olandese potevano certo essere di grande aiuto per lo scambio di positive esperienze! Ciò però non ha allontanato o frenato la realizzazione dell’iniziativa, anzi la stimolava dando la possibilità ai docenti di lingua inglese e francese di entrare a pieno titolo didattico e programmatico nell’esperienza. Gli alunni stessi erano posti di fronte realmente e personalmente alle difficoltà di un rapporto con l’altro, da non potersi vivere ed accettare se non con uno sforzo d’attenzione e comprensione, non sempre facile, ma entusiasmante.

Purtroppo, inizialmente succede a volte che lo scambio si areni su intoppi pratici: le diversità notevoli nella strutturazione delle istituzioni scolastiche italiane ed olandesi; i testi nostri come della ‘Herog Jan’, bellissimi questi ultimi nella loro veste grafica, ma disperatamente in lingua olandese..., lo stesso difetto della raccolta italiana! Ciò ha allora stimolato l’idea che si dovesse iniziare a lavorare anche per rendere fruibili ad altri il frutto del proprio lavoro, con la traduzione in lingue veicolari comuni, quali l’inglese ed il francese. Nasceva così una prima raccolta in lingua straniera prodotta dagli alunni. Tale raccolta veniva personalmente consegnata dagli studenti di Oggiono ai nuovi amici di Den Bosch in occasione della loro prima visita alla scuola olandese.

In questi anni ,le visite di alunni e docenti delle due scuole si sono così ripetute e mentre proseguiva nei diversi ambiti il lavoro di ricerca, iniziava a farsi strada un progetto di lavoro comune, ben più ampio e forse ambizioso, che per realizzarsi avrebbe però avuto bisogno dell’aiuto di un vero e proprio organismo europeo.

E quale organismo avrebbe potuto meglio contribuire alla realizzazione di una nuova iniziativa che legava strettamente due scuole di diversi paesi del vecchio continente se non la Comunità Economica Europea?


 

 

11.   CONCLUSIONI?

Mentre termino di stendere queste note e ripercorro il cammino che in questi anni ha compiuto l’ipotesi educativa scaturita dall’entusiasmo di qualche anno fa, mi accorgo che è un pò assurdo e prematuro trarre delle conclusioni. Assurdo perchè delle conclusioni vorrebbero sembrare delle indicazioni precise, vagliate, verificate fino in fondo e fatte quasi regola da seguire. E nulla è vero di tutto questo, perchè un modello educativo di ricerca può rappresentare una esperienza, positiva senz’altro, affascinante, forse anche incoraggiante, ma che conduce con sè l’irripetibilità dei troppi elementi accidentali legati alla singola realtà per divenire direttiva o norma.

Se una precisazione però posso e debbo fare è che l’educazione allo sviluppo è possibile con successo nella secondaria superiore ed è estremamente valida, anche se dipende quasi completamente ancora dalla buona volontà dell’insegnante o degli insegnanti, anche se richiede parecchio coraggio, lavoro e costanza, gratuità e... una certa dose di incomprensione. E’ una esperienza quindi che tutti i docenti possono effettuare nel proprio ambito disciplinare ed oltre, con un pò di creatività ed originalità.

Inoltre, delle conclusioni potrebbero essere premature, perchè in effetti l’esperienza che sto conducendo è ancora in itinere. Il legame, infatti, fra l’iniziativa della nostra scuola e quella di Den Bosch è in attesa oggi di ulteriori ed interessanti sviluppi. Questo perchè  l’iniziativa, continuata nel progetto del provveditorato agli studi su indicazione ministeriale, ha innanzitutto permesso all’esperienza di collocarsi giustamente in una dimensione di ‘Educazione Europea come Educazione alla Cooperazione tra i Popoli’, costituendo pure un effetto di trascinamento per l’interesse che nei confronti dell’educazione allo sviluppo cominciano a manifestare alcuni altri istituti. Quindi, in due stages a Strasburgo e Bruxelles, ha anche consentito un approccio agli organismi comunitari che si interessano di progetti d’educazione allo sviluppo.

Da qui, col coordinamento del M.L.A.L. sta prendendo il via una iniziativa che in tre anni di lavoro comune dovrebbe consentire a docenti ed alunni di Den Bosch ed Oggiono di realizzare testi didattici a struttura modulare per diversificate unità didattiche, in lingua inglese e francese, che rappresentino una base di partenza per chi in Europa volesse intraprendere nella scuola secondaria una didattica ispirata all’educazione allo sviluppo nelle varie discipline.

Tutto ciò sembra ancora una volta un desiderio entusiasmante, ma se la CEE ed il M.L.A.L. ne consentiranno ed accompagneranno la realizzazione con la loro cooperazione attiva, sarà anche la realizzazione di un progetto unico ed importante per tutto il mondo della scuola di domani.

 

Bibliografia

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POLITICA INTERNAZIONALE: mensile dell'IPALMO (istituto per le relazioni tra l'Italia e i paesi dell'Africa, America Latina e Medio Oriente), via del Tritone, 62/b, OO187 Roma;

TERZO MONDO: trimestrale diretto da U.Melotti, via Morgagni 39, 20129 Milano;

MONDO E MISSIONE: mensile del PIME ( pontificio istututo missioni estere), via Bianchi 94, 2O129 Milano;

GENTES: mensile della Lega missionaria Studenti, via degli Astalli 16, 00186 Roma;

MONDES EN DEVELOPPEMENT: Institut Henry Poincarè, rue Pierre et Marie Curie 11,  75305 Paris;

ECONOMIE ET HUMANISME: rue Antoine Dumont 14, 69372 Lyon Cedex 2;

REVUE TIERS MONDE: Institut d'Etude du developpement Economique et social, rue Jean de  Beauvais 12, 75005 Paris;

CULTURE ET DEVELOPPEMENT: Trimestral de l'Universitè Catholique de Louvain, Halles  Universitaires, Place de l'Universitè 1, 1348 Louvain la Neuve, Belgique.

 

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