Home page 

 

CIAD: ODISSEA DI UN POPOLO TRA GUERRA E speranza

di carlo castagna

 

Il paese centrafricano, dall'indipendenza avvenuta nel ' 60, ha conosciuto solo il rinnovarsi di sanguinose guerre e feroci dittature che hanno prosciugato le sue risorse e incitato al sospetto ed alla divisione. Al nuovo uomo del potere, Idriss Deby, un tempo signore della guerra, è oggi affidato il difficile compito di divenire signore della pace e della democrazia.

 

            L'esplosione della pace spesso non si sente, ma tutti riescono a percepirne la sua dirompente efficacia nella vita di ogni giorno. Ed è avvenuto di recente anche in Ciad. Lo scorso 6 aprile, a N'Djamena, la Conferenza Nazionale Sovrana (Csn), cui per la prima volta partecipano tutte le forze politiche del paese, ha eletto il Primo Ministro, il medico Fidele Moungar, dandogli incarico di convocare, entro un anno dalla sua elezione, le prime consultazioni pluraliste e democratiche a partire dall'indipendenza ottenuta dalla Francia nell'ormai lontano 1960. La notizia, giunta tra gli ormai ripetuti annunci di avvio verso forme politiche sempre più democratiche dai più diversi stati africani, è di quelle sensazionali per un paese come il Ciad, perché assomma un insieme di novità assolute, sino ad ora da ritenersi più impossibili che improbabili. Si chiude infatti un trentennio di guerre che hanno insanguinato e devastato il paese e la sua economia, tanto da ridurlo al terzo posto fra i più poveri del mondo; si apre la strada del multi partitismo e della democrazia in una situazione molto difficile; si nomina un primo ministro dello stato di religione cattolica, che porta al governo le istanze della gente cristiana del Sud, spesso perseguitata e umiliata dalle popolazioni musulmane del Nord che detengono l'effettivo potere militare. E' pertanto già un successo che il Palazzo del popolo a N'Djamena non sia esploso sotto la pressione dei settecento delegati che sino ad ora avevano ragionato soltanto con le armi in pugno o attraverso l'eliminazione fisica degli avversari. Eppure questo positivo primo passo prelude ad un cammino molto lungo e difficile, che può avere come meta solo la scommessa sulla democrazia e la completa riconciliazione del paese.

            Quando il primo dicembre del ' 90 si ripeteva il copione, già troppe volte visto, dell'ingresso in N'Djamena dei "combattenti" del nuovo signore della guerra vincitore, Idriss Deby,  le acque del fiume trascinavano i cadaveri orribilmente mutilati e ancora incatenati dei prigionieri politici massacrati in fretta e furia dai fedelissimi rimasti del dittatore Hissène Habré in fuga con tutto il denaro della banca di stato, 7 miliardi di franchi CFA. Era il tocco finale  di un tragico regime di terrore, rapina e sopraffazione, come tristemente lo è sempre stata ogni dittatura, un regime che durava dall'  82.

            Il nuovo potere veniva così posto di fronte ad un compito immane di ricostruzione di un paese spogliato e interamente prostrato dalla guerra e di un popolo dilaniato dall'odio e dalle divisioni. L'unica prospettiva, allora semplice speranza e promessa, era la democrazia. La Conferenza del gennaio ' 93 è il primo passo effettivamente concreto in tale direzione, dopo un difficile e contrastato periodo di transizione.

 

 

grande storia e un trentennio di lotte dall' indipendenza

 

            Crocevia naturale tra Sahara ed Africa tropicale da sempre, il territorio attuale del Ciad è stato per  secoli e secoli cerniera di congiunzione fra il mondo arabo a nord e il continente nero a sud. La sua storia lontana si evidenzia per la successione di stati indipendenti ed imperi a partire dal IX secolo. Sono il regno di Kanem-Bornu, nei territori a nord del lago Ciad, sino alle alture del Tibesti; quello successivo dei Barghimi, più a sud, attorno al Chari, che ancora oggi divide in due il paese e quindi quello del Waddai , lungo l'attuale frontiera sudanese ad est. I sovrani animisti di questi stati basavano il loro potere e la loro ricchezza sulle razzie di schiavi perpetrate ai danni delle tribù limitrofe, sinchè, nel XIII secolo, dovettero cedere all'occupazione musulmana, che costituì una serie di sultanati sotto l'egida dell'Islam, che finì per imporsi con la forza o per convenienza su tutti i regni sconfitti.

            Nel 1800 diversi esploratori inglesi, francesi e tedeschi si avventurarono sulle rive del lago Ciad ed infine,  l'intervento militare francese, iniziato alle soglie del ' 900, impose nel 1909 un Protettorato definitivo. Dal 1915 esso entrò a far parte della Federazione dell'Africa equatoriale Francese, divenuto poi, nel '46,  Territorio d'Oltremare. Solo l' 11 agosto 1960, adottando lo Statuto della Repubblica, ha ottenuto l'indipendenza.

            La tranquillità dello stato d' indipendenza veniva però presto turbato nel ' 68 da una rivolta scoppiata nella zona centrale del paese ed appoggiata dai paesi arabi richiamando l'intervento delle truppe francesi. Era solo l'inizio di una ribellione armata costante, sfociata nel colpo di stato militare del ' 75 ad opera del generale F. Malloum, che ebbe breve fortuna. Infatti, nel ' 79 le aperte ostilità tra fazioni rivali vedevano di nuovo l'intervento delle forze armate di Francia e Libia, ognuno a sostegno dei propri protetti, in un conflitto che non ha dato tregua sino alla definitiva sconfitta del partito filolibico nell' 87. I libici mantenevano tuttavia alcune fasce del territorio di Aozou occupate nel ' 73. Frattanto al potere era salito Hissène Habrè, con molte promesse di libertà, finite miseramente nella negazione di ogni diritto d'opposizione. Così, fu il suo comandante in capo dell'esercito, Idriss Deby, addestrato alla Scuola di Guerra in Francia, entrato in contrasto col presidente nell' 89 a rivolgersi al naturale nemico libico per un sostegno logistico e militare per il tentativo brillantemente riuscito del push militare del dicembre 1990.

 

 

 

 

un paese allo sbando tutto da ricostruire

 

            Alla caduta di Habré, assumeva il controllo del paese il MPS (Movimento Patriottico di Salvezza), nato in Sudan nel marzo dell' 89, costituito dalle forze militari degli zaghawa, etnia del Sahel prevalente nella zona dell'Ouddai, e degli hadjerai, gli "uomini delle rocce" delle regioni montuose del Guera. Il rischio ovvio era immediatamente percepibile: l'identificazione dello stato con le etnie ed il partito e del presidente con l'uomo forte. Ed i primi tempi, nonostante  le buone intenzioni, hanno confermato in parte questi sospetti. I conflitti etnici fra un nord prevalentemente islamico ed un sud cristiano e animista sono continuati, come i metodi sbrigativi della repressione, con la forza del dissenso. Del resto la nuova amministrazione non poteva che avvalersi dei quadri del passato regime e dell'uso delle antiche pratiche d'intervento spesso fuori dalla legalità, associandosi al triste fenomeno delle bande armate degli sbandati che operano confische di beni, controlli personali, corruzione, banditismo, tanto da doversi richiedere, nel marzo del ' 91, l'istituzione straordinaria e drastica della corte marziale contro la criminalità dilagante nel paese.

            Già dall'inizio pertanto, ciò non poteva che scatenare un'ondata di malcontento sfociata negli scioperi dei controllori di volo e degli studenti, repressi purtroppo nel sangue. Frattanto il potere centrale, che aveva cancellato la Costituzione dell' 89 e sciolto l'Assemblea Nazionale, reagiva nel maggio del ' 91 con la promessa di una Conferenza Nazionale e la garanzia di una Carta Nazionale come costituzione provvisoria. Tuttavia, il vero problema da affrontare era il permanere delle divisioni interne fra diverse fazioni e un nord di etnie islamiche, nomadi, bellicose ed un sud maggioritario di pacifici agricoltori cristiani e animisti.

 

 

difficile equilibrio fra le due anime del paese

 

            Neppure la colonizzazione francese, durata sino agli anni sessanta e la presenza ancora attenta e attualissima delle forze militari ed economiche di Parigi sono riuscite, in tanto tempo, a risolvere positivamente il rapporto fra il nord ed il sud del paese. Ed in effetti, pur non manifestandosi ancora la recrudescenza di un fenomeno di intolleranza e di sopraffazione come nel vicino Sudan, molti sono i segni di incomprensione ed i tentativi di prevaricazione che sempre più insistenti si percepiscono in Ciad. Ne è sintomo l'insistenza con cui anche il nuovo governo ha proclamato lo stesso una repubblica laica, una ed indivisibile, soprattutto di fronte alle pressioni suscitate dai contrasti interni delle fazioni militari del settentrione. Il tentativo di equilibrio è immediatamente sfociato nella nomina di Jean Alingué, cristiano di origine meridionale, già presidente dell'Assemblea Nazionale con Habré, a primo ministro. Ciò ha comunque suscitato verso il neonato governo forti reazioni dell'opposizione interna, mettendo allo scoperto la debolezza di Deby, incapace di arginare le pretese di una ventina di formazioni partitiche pronte a dar battaglia, dopo il colpo di stato.

            La battaglia a colpi di armi da fuoco invece la rivitalizza ancora l'etnia dei goran, partigiani di Habré, in "asilo umanitario" in Senegal. Nonostante le 40.000 vittime del regime dall' 82 di cui ben 300 massacrate alla partenza del dittatore nei tristemente famosi centri di detenzione e tortura della capitale, posti in parte nello stesso palazzo presidenziale, questi reduci della guardia nazionale si sono riorganizzati nelle zone prossime al lago Ciad, fra Nigeria e Niger, aggregando gruppi di sbandati, protetti dai vicini compiacenti. Una loro azione dimostrativa, che ha incuriosito più che scosso l'opinione pubblica occidentale, ha interessato lo svolgimento, nel gennaio del ' 92, del rally Parigi-Città del Capo, obbligando i partecipanti ad un frettoloso trasferimento sotto la protezione dell'esercito, e impegnando le parti in successivi accordi anche con sacche di resistenza costituite dai focolai armati lungo il confine del Sudan.

 

 

bande armate ed esercito

 

            Il problema militare che deve affrontare il paese tuttavia, non consiste solo nella risposta agli attacchi armati degli oppositori esterni, ma anche nella presenza di quarantamila "combattenti", appartenenti alle truppe vincitrici  in dissidio fra loro, senza stipendi e quindi pronti a rivalersi sui civili inermi. Il fatto stesso di appartenere ad etnie diverse ha già suscitato attriti fra gli zahgawa, cui appartiene il presidente, e gli hadjerai di cui il maggior rappresentante, Maldoum Bada Abbas, ministro degli interni, veniva arrestato nell'ottobre del ' 91 per un oscuro tentativo di destabilizzazione che scatenava stragi di civili. La soluzione logica prospettata è dunque la riduzione di un esercito, tanto sovradimensionato rispetto alle esigenze e possibilità del paese, a meno di 25.000 uomini esperti. Nessuno sino ad ora comunque ha avuto la forza di operare tale scelta rischiosa od ha potuto prospettare un reimpiego nella società ciadiana per i 15.000 uomini armati "in esubero"! I due anni di governo di Debry dunque, si sono caratterizzati per un potere di fatto incontrollato degli uomini dell'armata vincitrice, nell'aperta violazione dei diritti umani. Ciò ha già condotto all'apertura di un'inchiesta sulla denuncia di riapertura dei centri clandestini di detenzione, assalti armati contro i civili nel sud ed un certo numero di esecuzioni sommarie.

            La stampa stessa, di fronte alle promesse di libertà d'opinione, non si era lasciata sfuggire l'occasione della denuncia e l'organo informativo d'opposizione, N'Djamena Hebo, con la lega ciadiana per i diritti dell'uomo, hanno già fatto le spese della loro intraprendenza. Il vice presidente di quest'ultima, Joseph Behidi, è finito sotto i colpi degli "squadroni della morte", mentre l'organizzazione umanitaria ritirava dal governo il suo esponente ufficiale,  incaricato degli affari umanitari.

 

 

Idriss Deby signore della guerra

 

            Idrisse Deby, il nuovo presidente ciadiano, dell'etnia zaghawa, inizia la sua carriera combattendo alla macchia con Hissène Habrè prima della conquista del potere da parte di quest'ultimo e tocca a lui comandare la ritirata delle forze armate del nord, sconfitte nella battaglia di N'Djamena dalle forze armate popolari di Goukouni nell' 80, per rifugiarsi in Sudan. Durante la guerriglia, nell' 81, il Consiglio di comando delle Forze Armate del Nord (CCFAN), nel congresso dell'Ouadi Barid, aveva preparato il suo programma politico successivo alla presa del potere: fine delle guerre intestine, amnistia generale, rientro di tutti gli esiliati. Tuttavia, Habrè aveva fatto seguire alla conquista del potere nuove guerre: nell' 82 al centro del paese e nel nord, nell' 83 la guerra contro la Nigeria, nell' 84 la guerra nel sud, nell' 86-87 la guerra contro la Libia. Pronto e intelligente nelle operazioni militari, Deby si distingue al punto da essere prescelto dal presidente come consigliere per gli affari militari e la sicurezza. Anzi, nell' 85 è inviato alla Scuola di Guerra di Parigi. Rimasto a fianco del dittatore per sette anni, è alla fine del Congresso del partito del 1988 che Deby inizia a pensare alla sua defezione, che avviene l'anno successivo, anticipando la cattura da parte dei miliziani di Habrè e dandosi alla fuga. Riarganizza le forze d'opposizione in Libia e dopo due tentativi falliti, il 1° dicembre del ' 90 le truppe da lui comandate entrano in N'Djamena e lo eleggono presidente della nuova Repubblica del Ciad. Di fronte a lui rimane uno scenario di distruzione e di disfatta politica, sociale ed economica, oltre che umana, da cambiare.

 

 

profonda crisi economica e sociale

 

            In una situazione di gestione del potere tanto precaria, la crisi economica è profonda ed allarmante. Per correre ai ripari, gli stipendi pubblici, nel ' 92, sono stati ridotti del 10-20 %. Si è aumentata la trattenuta fiscale con effetto retroattivo e si è cercato di porre fine al vastissimo fenomeno del contrabbando. I sindacati hanno reagito con la proclamazione di ripetuti scioperi ed il governo, a sua volta, con la sospensione a tempo indeterminato dell'attività della centrale sindacale, l'UST, l'arresto del segretario aggiunto ed il blocco dei pagamenti degli stipendi ai dipendenti pubblici. La bagarre si è quindi trasferita al governo, con le dimissioni in massa dei ministri dei partiti d'opposizione, finchè si sono liberati i prigionieri e si decide la data d'inizio della Conferenza Nazionale per il 15 gennaio del ' 93.

            I mali ormai cronici della cattiva amministrazione ed organizzazione economica tuttavia permangono. L'assenteismo negli uffici è dilagante, traffici illegali d'ogni genere vengono compiuti ai danni del paese attraverso le frontiere, dove spesso "doganieri-combattenti" tengono per sè le tasse riscosse. L'importazione illegale e clandestina del carburante peraltro è un affare per molti: acquistato in Camerun e Nigeria a 25F  CFA, viene poi rivenduto sul mercato nero interno a 175-200F, mentre il prezzo ufficiale è di 290F. Buone speranze vengono dalla costruzione di una raffineria presso il giacimento del Kanem, scoperto nel lontano ' 73 e mai sfruttato. Ma é una speranza per il futuro. L'immediato rivela la banca nazionale spogliata dei depositi statali dall'ex dittatore, l'istituzione di imposte di guerra esatte con la forza, banchieri costretti a rivelare i nomi dei clienti con conseguente diffidenza sui depositi e fuga di capitali. Il cotone, coltivato nel sud-est in parte risparmiato dagli scontri e dalle rapine delle guerre è il primo prodotto economico d'esportazione, con la coltivazione della canna da zucchero, i cereali e l'allevamento che, fortunatamente conta ancora su un capitale di 10 milioni di capi perlopiù delle tribù nomadi del nord.

            La Francia, primo partner e controllore economico-finanziario esige subito, a fronte dei suoi aiuti, il contenimento delle spese militari e la ristrutturazione dell'amministrazione con il decentramento del potere economico dalla capitale. Se N'Djamena resta la cassaforte di tutta la ricchezza del paese, ben difficilmente qualche funzionario od operatore capace si adatterà a risiedere in un'altra zona! Tutto ciò comunque richiede uno sforzo educativo enorme dal momento che in Ciad oggi praticamente è assente qualsiasi tipo di manodopera qualificata per un qualsivoglia progetto di sviluppo.

 

 

 

vicini pericolosi

                       

            Un paese posto nel cuore di un vasto continente africano come il Ciad, stretto tra tanti vicini (Libia, Sudan, Repubblica Centrafricana, Camerun, Nigeria e Niger), richiama spesso sui suoi problemi interni l'attenzione interessata di chi vuole condizionare il paese a proprio vantaggio. Colonia francese sino al ' 60, anno della sua indipendenza, il Ciad ha conservato ottimi rapporti con Parigi anche attraverso tanti cambiamenti di personaggi più o meno presentabili al mondo occidentale dei diritti umani. Del resto la Francia ha sempre avuto qualche piccolo o grande Bokassa da controllare. Eppure, nel conflitto fra Idriss Deby e Hissène Habré si è tenuta prudentemente in disparte, come osservatore neutrale, considerando il contrasto come un "affare interno al paese". Ed è rimasta a terra l'imponente copertura aerea del dispositivo " epèrvier ", così famoso al momento di contrastare, in tempi non lontani, l'irrequietezza di Gheddafi. In tal modo, Mitterand era pronto a stringere subito la mano del vincitore all'Eliseo. Estranei invece non sono stati i vicini africani, soprattutto quelli non dimentichi dello smacco per le sconfitte subite. Non è parso quindi vero alla Libia poter offrire un aiuto all'ex comandante in capo dell'esercito di Habré, che lo aveva umiliato sul campo nell' 87 con il sostegno aereo francese. Sudan, Camerun e altri vicini non sono stati certo a guardare, ma forniscono di volta in volta coperture e complicità alle bande armate dei vari contendenti e basi per la guerriglia. In questo modo Gheddafi ha ottenuto la restituzione di 450 prigionieri di guerra, ma ha anche dovuto inghiottire il rospo dell'evacuazione indolore dei commandos antilibici finanziati ed addestrati dagli USA per rovesciare il suo regime. Del resto, la politica di Deby, a differenza dei suoi predecessori, tenta di mantenere una equilibrata amicizia sia con il suo più irruente vicino, sia con l'occidente, proprio per evitare troppe ingerenze esterne. Finchè perlomeno l'Alta Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia non deciderà sulla disputa per il possesso dei territori della banda di Aozou , vero oggetto del contendere della guerra dell' ' 87.

            Per questo Deby sta curando anche i rapporti con gli altri paesi confinanti, concludendo un accordo con la Nigeria per neutralizzare le bande armate e ottenendo l' assicurazione da parte del Sudan di togliere il "santuario" degli amici del vecchio regime nel Darfour. Meno evidente, ma forse per questo più penetrante, è invece l'ingerenza ottenuta con l'infiltrazione di elementi fondamentalisti da parte di Kartoum, divenuta per l'intera Africa un esempio infausto di intransigenza culturale e religiosa che sta lentamente, ma inesorabilmente, perpetrando un genocidio nei confronti delle popolazioni non islamiche del sud, tra il silenzio colpevole di tanti paladini dei diritti umani e della giustizia. Tale esempio terribile è tuttavia un'ispirazione e uno stimolo per l'islamismo più intransigente e bellicoso del Ciad settentrionale, che alza sempre più decisa la sua voce per imporre l'arabizzazione del paese attraverso l'Islam.

 

 

un nord islamico che attende il cristianesimo

 

            Sul finire della stagione delle piogge, le strade del nord  montuoso si riempiono di carovane variopinte. Sono i pastori nomadi che conducono le mandrie a sud del paese: imboro, della grande famiglia dei peul coi visi tatuati, capelli lunghi intrecciati e grandi cappelli con specchietti e perline; fulatta ( o fulani) della stessa famiglia dei peul , più tranquilli e socievoli, si distinguono per le inflessioni dialettali; missiriye, pastori arabi dal sangue caldo e aggressivo, veri e propri guerrieri originari delle regioni di Abéché e Oum Hjier, la cui occupazione principale è quella di trovare dei pascoli per i loro buoi, costi quello che costi. Così, nel sud del paese, si assiste alla recente comparsa delle mandrie, con conseguenti tensioni che drammatizzano la situazione di coesistenza coi pacifici agricoltori del meridione. Alle donne nomadi è affidata la maggior responsabilità familiare, mentre gli uomini accudiscono la mandria: chi possiede 50-60 capi è ricco. Tuttavia questa ricchezza ha dovuto fare i conti con i "prelievi" della guerra. E' facile chiedere un "contributo per la causa" con le armi in pugno o più semplicemente rubando.

            Le cause infatti della transumanza forzata vanno ricercate sia nell'avanzata del Sahel che nelle continue guerre, da cui i pastori cercano scampo. Ma anche al sud gli spazi sono sempre più ridotti ed impongono una migrazione continua alla ricerca di alimento per il bestiame. Pure le zone paludose vanno scomparendo e gli argini dei fiumi, più verdi, sono presto ridotti a deserto dal passaggio insistente delle mandrie affamate. Finisce pertanto che sono i campi di miglio o i grossi tuberi di manioco, conservati sottoterra come riserve di cibo dai contadini, a portarne le conseguenze. Proteste e lamentele sono tempo perso e spesso si passa all'aggressione. Ogni anno si contano a decine le vittime degli scontri. Anche il governo sino ad ora è stato impotente. Gli amministratori appartengono infatti spesso alle tribù del nord e le proteggono.

            I nomadi del Ciad sono musulmani. In ogni accampamento il fakir presiede alla preghiera del venerdì e la lavagnetta con i versetti del corano fa parte del bagaglio dei ragazzi come libro di lettura. Tradizionalmente sono sentiti fortemente i valori dell'accoglienza, dell'unità del gruppo e della solidarietà. Eppure, la presenza dei nomadi nel sud, anche se limitata durante l'anno, mette in difficoltà i cristiani, chiamati kirdi , pagani, disprezzati ed angariati. Tuttavia, anche i nomadi cominciano a capire che da parte loro v'è disponibilità: possono usare i pozzi e contare sull'aiuto in caso di necessità. A un catechista, che aveva aiutato un missiriye ad estrarre un bue da una buca dov'era precipitato, il proprietario ha detto: " Non ti conosco, ma sono certo che sei uno di quelli che seguono la dottrina dei bianchi. So infatti che insegnano ad amare e aiutare il prossimo". Perchè dunque la chiesa è ancora tanto assente dal nord del paese?

 

 

la presenza della chiesa

 

            Nel Ciad, su una popolazione di circa 5 milioni e mezzo di abitanti, la maggioranza è musulmana (50 %). Cristiani, animisti e seguaci delle tradizionali religioni africane si spartiscono il resto dell'influenza religiosa, anche se i primi possono contare ancora soltanto su un 10 %  della popolazione. Tra questi, i cattolici rappresentano più del 60 %, con un rapidissimo incremento dei battezzati negli ultimi vent'anni. La maggioranza islamica si concentra soprattutto nella regione della capitale N'Djamena, in cui su una popolazione complessiva di 2 milioni e mezzo d'abitanti solo 27.600 sono cattolici. Essi sono invece distribuiti nelle altre quattro diocesi, tutte nel sud del paese. Sui credenti incombe la difficoltà sempre più crescente della pressione islamica. Tuttavia, nonostante la defezione di alcuni, la crescita del loro numero indica come essi abbiano preso coscienza di una più viva ed approfondita esigenza dell'identità della fede e della missione della Chiesa attraverso un preciso impegno. I laici hanno diretto la preghiera e incrementato l'assistenza sociale. Anche il clero ciadiano cresce di numero: oggi sono trenta i sacerdoti locali ed uno di essi, Matthias N'garteri Mayadi è vescovo di Sarh. Un risultato notevole se si considera la situazione di conflittualità del paese, che ha condotto, soprattutto nelle zone rurali, siccità e fame, migrazioni, difficoltà economiche, corruzione, perdita dei valori tradizionali e disgregazione familiare. In alcuni casi si è persino giunti alla persecuzione, alla distruzione di centri parrocchiali ed ad uccisioni in una società che vedeva sempre più abbandonati i servizi sociali, le scuole, gli ospedali ed i mezzi di produzione. La reazione è dunque stata quella di un maggior impegno pastorale per la crescita dell'evangelizzazione. Essa ha avuto successo soprattutto nei confronti dei sara, particolarmente affascinati dal rispetto e dall'attenzione per la persona, per i poveri, per le istituzioni e le tradizioni dimostrati dai cristiani nei momenti della più grave difficoltà.

            La diffusione del cristianesimo in Ciad si è avvalsa   anche dell'aiuto di una sperimentazione pedagogica: l' evangelizzazione inculturata, strumento per far radicare il vangelo nel contesto culturale e di comunicazione locale. Il metodo è definito della "memorizzazione" e parte dal presupposto che la trasmissione orale è l'elemento più importante e significativo della tradizione culturale ciadiana. In effetti, non sempre neppure i responsabili delle comunità, in un paese così povero con l' 80 % di analfabeti, sanno leggere e scrivere. Il metodo permette allora anche agli analfabeti l'annuncio della parola e l'accesso alla liturgia. I testi infatti entrano a far parte della cultura di trasmissione con la medesima importanza e profondità dei valori tradizionali vissuti nel quotidiano e percepiti come indispensabili alla vita propria e della comunità come tesoro insostituibile di identificazione collettiva. Il processo richiede un grande sforzo personale e s'inserisce nel "linguaggio di trasmissione culturale" dell'intera società. Così il vangelo è esso stesso patrimonio pregnante della cultura locale.

            Oggi però la Chiesa è chiamata in prima persona anche a ricostruire i valori sociali della famiglia, del dialogo e della collaborazione politica e inter-religiosa, a sviluppare in uno spirito di positiva collaborazione la promozione umana, l'educazione e la dignità dell'uomo nel rispetto dei suoi diritti inalienabili. Lo sforzo maggiore tocca soprattutto l'impegno al dialogo con il mondo islamico e tradizionale, per una reale comprensione e un rispetto reciproco.

           

 

la conferenza nazionale

 

            Molti dei problemi che si pone la Chiesa in Ciad oggi, sono gli stessi che la Conferenza Nazionale sta dibattendo in questi mesi, cercando di riunire attorno ad uno stesso tavolo le anime tanto diverse del paese. La scommessa su cui punta Deby è la reale apertura al multi partitismo, alla libertà, alla democrazia, allo sviluppo ed al benessere del popolo ciadiano. Tuttavia, la Conferenza è solo il primo passo che va oltre la buona volontà delle idee, ma che deve superare anche molti ostacoli dopo anni di diffidenze ed ostilità. e la prima necessità è che nella stessa convergano veramente tutte le forze del paese, nessuna esclusa, per non lasciare più spazio al dialogo delle armi. Per questo è stato dato tempo a tutti di convenirvi e parecchi sono stati i richiami a chi, dopo un mese dall'inizio della Conferenza stessa, era ancora assente.

            Anche le questioni preliminari di forma sono significative di tutto ciò. Gli interrogativi posti sono stati i soliti: quale effettivo potere può avere nelle sue decisioni la Conferenza stessa? Il problema non è da poco, considerando che si opera in presenza di un governo e di un presidente nel pieno delle loro funzioni e dei loro poteri. L'impasse comunque è stato superato con un compromesso intelligente, anche se ambiguo, per non cadere negli errori che hanno bloccato per oltre un anno altre simili esperienze, conducendole al fallimento ed alla rovina come è avvenuto in Zaire. La Conferenza pertanto "è sovrana, ma non può in nessun caso operare contro la composizione attuale dell'esecutivo ciadiano". L'importante è che tutti abbiano capito come questo appuntamento della riconciliazione per la ricostruzione non può essere perso a nessun costo, per poter costituire gli strumenti della transizione a libere elezioni.

            Nel frattempo si intrecciano anche i problemi economici: il bilancio del ' 93 che prevede un deficit di 12 miliardi di F, corrispondente al 3,2 % del prodotto interno lordo, un buco equivalente a quello che lo scorso anno la Francia ha ripianato, ma che non è più disposta a tollerare, mentre decide "un dispositivo d'appoggio più consistente alle finanze ciadiane", che di fatto significa il controllo sulla economia nazionale. Un esercito di cooperatori francesi, con poteri di alti funzionari, sono pronti ad assumere per due anni il controllo dei settori essenziali: imposte, finanze, tesoro, dogane, controllo informatico... Del resto, la Conferenza stessa voluta fortemente da Parigi, è stata da essa finanziata in buona parte. Ogni centesimo degli aiuti di circa cento milioni di franchi francesi previsti sarà dunque controllato. E' una medicina amara, che puzza tanto di neo colonialismo, ma che nello stesso paese i più forse ritengono l'unica ancora possibile per non ricadere nel baratro del disordine contabile e della corruzione endemica.

            Più difficile sarà invece far accettare anche alcune conseguenze politiche del ritorno alla società civile e democratica, che dovranno essere congelate per il momento. Prima di tutto il ritorno immediato alle urne per eleggere un nuovo presidente. Il risultato infatti sarebbe quello di veder eletto senza dubbio un uomo del sud, che esprime la maggioranza indiscussa degli abitanti, con la conseguente ripresa delle armi, prima della soluzione del problema dei "combattenti" in esubero e la costituzione di un nuovo esercito di cui ci si possa fidare e sotto la tutela delle truppe e dei consiglieri francesi. Di fronte alla prospettiva di una nuova attesa comunque, le opposizioni che aspettano da anni mordono il freno, mentre Deby può forse rimanere ancora per un poco tranquillo sulla sua poltrona presidenziale. Ma per quanto?

            Pressioni particolari intanto vengono anche dall'interno dell'assemblea intrecciando problemi politici a problemi religiosi. Ne sono esempi la richiesta dell'uso della lingua araba in alternativa al francese per la Conferenza stessa e la questione posta dall' iman di N'Djamena, relativo all'introduzione  obbligatoria dell' educazione islamica in tutte le scuole come disciplina fondamentale con la sharia.  La questione è accompagnata dalla raccomandazione al ministro di assumere l'impegno di adottare l'insegnamento dell'arabo e la sua diffusione. Inutile dire che proposte di questo genere hanno suscitato un concitato dibattito fra sostenitori e avversari accaniti dell'ingerenza politica francese.

 

Home page