Home page 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra due mondi

Sulla via dello sviluppo

 

di Michel Kayoya

 

 

traduzione di Carlo Castagna

 

 

 

Sterzing, gennaio 1975

Civate, ottobre 2006

 

 

 

 

 

  

 

 

Questo libro non è una critica. È un grido.

  Un grido che risveglia la gioventù del nostro paese, il richiamo d’aiuto per combattere dall’interno il sottosviluppo.

  Per rendere belle le nostre terre ridenti di sole, di gaiezza e di bellezza.

  Prego il lettore d’avere molta indulgenza di fronte ad un grido così scioccante, così stridente. Viene da un cuore che ama, da una bocca che non ha più vergogna per il bene dei suoi fratelli.

  Possa questo testo aiutare tutti gli uomini giovani allo sviluppo.

  Ho voluto che fosse una riflessione per risvegliare la fierezza dei miei fratelli.

 

 

 

“Amare l’uomo, renderlo sano

Istruirlo,

renderlo cosciente

Educarlo, sviluppare in lui

I suoi sentimenti di solidarietà

Renderlo degno, libero

Capace di rispondere al suo Destino d’infinito

Questa è la carità”    

 

           “Sur les traces de mon Père”

 

 

 


AVVERTENZA

  Questo testo è una lettera. Essa risponde a quella che le mie nipoti ed i miei nipoti hanno avuto la gentilezza di inviarmi, quando nel 1968 le Presses Lavigerie di Bujumbura hanno pubblicato il libro intitolato “Sur les traces de mon père ( Sulle tracce di mio padre)”.

  Al momento io volevo spedir loro qualche parola frettolosa, ma rileggendo più volte il loro scritto affettuoso, ho deciso di darvi un seguito più profondo.

  Ecco il breve scritto originale:

Kibumbu, 31 dicembre 1968.

 

Carissimo Michele,

  Sai, abbiamo avuto l’idea di scriverti insieme per esprimerti i nostri auguri. Oggi, a mezzanotte, comincia un nuovo anno, il 1969. Che Dio ti doni tutto ciò che desideri.

  Benché la nonna sia ammalata, dice che deve andare alla Messa, domani. Avrebbe voluto assistere alla tua Messa, ma tu hai scritto che non saresti arrivato che più tardi.

  Non ti nascondiamo che siamo molto fieri di te quest’anno. Il tuo libro!

  Ancora ieri noi abbiamo divorato degli interi brani. Eravamo nella piccola stanza di Coletta. Tu hai detto delle belle cose sulla nonna. Noi le abbiamo chiesto di cantarci una ninna nanna e lei ha ceduto e ha cantato quella che tu riporti. È veramente bella ed anche in francese suona bene.

  Simone si diverte a spulciare tutto quello che dici sul nonno. L’altro ieri ci ha offerto una zucca di birra. Lui sorrideva in silenzio guardandoci bere come ragazzini. Non credere che capiamo tutto. Tutti quegli “ismi” che tu tiri fuori ci confondono.

  Non potresti esprimerti con più semplicità? La filosofia va oltre la nostra comprensione – Simone può capire – Noi non siamo interessati a questo. Sai, ci piacerebbe parlare una notte intera. Noi studiamo ancora e ci piacciono le realtà precise e tu ti diverti a filosofare. Se tu avessi una intera pagina sulle virtù dell’uomo, della donna, del giovane o della ragazza; gli sbagli da evitare, le qualità da coltivare!

  Tu citi sovente ubuntu, ubufasoni, ubwitonzi e tu non ci dici che significano. Amelia dice che durante il ritiro che hai finito di predicare tu avresti detto che noi siamo una generazione sacrificata. Cosa significa?

  Tu credi che la nonna, quand’era giovane, aveva una situazione migliore, quando non conosceva né la geografia, né le scienze. Lei non sapeva né leggere né scrivere. Noi almeno conosciamo Demostene, Cartesio, Carlo Marx, Aimé Césair… Noi parliamo il francese, l’inglese. Potremo sposarci liberamente quando lei non ha conosciuto il nonno prima della notte di nozze.

  Noi avremmo potuto chiacchierare di più e porti molte domande – ma si fa notte e non abbiamo più candele per farci luce.

           A presto allora Caro Zio.

 

  Simon, Vincent, Jeanne, Marie, Colette, Amélie.

 

 

 

 

Mugera, marzo 1969.

 

Carissimi,

ho appena scorso la vostra bella letterina. Contraccambio con i miei migliori auguri per il 1969. Salutatemi la mia cara madre ed il mio adorabile padre.

 

Sì, miei amici

Sì, miei ragazzi

Noi siamo sacrificati

Frutto di un incontro di culture

Generazione di transizione

Polloni misconosciuti dal passato

Boccioli ancora senza nome

Di una civilizzazione che nasce

 

Voi non potete comprendere

Il mio libro.

È un grido

Il grido non porta di fuori che la sua eco affievolita

Il mio grido era forzatamente incompleto

In me, esso è il fulmine

In me, esso è tuono

Ciò che voi avete letto,

Miei amici

Non era che l'eco

L'eco hanno affievolito nella sua espressione

Nella sua parola straniera

Parole francesi a stento assimilate.

 

 

 


Prima parte

 

Canto

del

risveglio

 

Preludio

 

Sacrificati, ma in piedi

 

Tu ti ricordi, Coletta

Era nel 1961

Ritornavo

Dopo tre anni di assenza

 

Avevo appena sperimentato la civiltà

Avevo appena incontrato il movimento

Il movimento calcolato

Il movimento misurato

Per tre inverni, per tre estati

Tre anni con vacanze previste

Vacanze da tempo catalogate

Ricreazioni con i minuti fissati

Dopo i pasti, 30 minuti

Durante il mese, quattro domeniche

Dopo un anno, quindici giorni.

 

Tu capisci, Coletta, il tempo, nei paesi della tecnica, è denaro

Avevo sperimentato la civiltà

Avevo vissuto con uomini che lavoravano

 

Tutto il tempo

In ogni momento

Ad ogni istante

Uomini che aggrediscono la natura

La distruggono

La cambiano

La trasformano

La migliorano

 

Uomini in cui il fatalismo - questa catena di ristagno - ha poca presa nella loro vita impegnata

 

Tu capisci, Simona,

Ritornavo diverso

Mi sentivo cambiato

Mi vedevo trasformato

Senza però potermi definire

 

A cavalcioni su due mondi

Mi ritrovavo in equilibrio instabile

 

Nel 1958, ero partito

Avevo lasciato il mio mondo

Questo mondo che ha paura

  della natura

  delle sue leggi

Questo mondo di miti

Questo mondo di tradizioni inattaccabili

Questo mondo in cui l'apatia sociale

 

Era nata da una specie di rispetto e di pudore quasi religioso

Rispetto della natura misteriosa

Rispetto delle leggi mal conosciute dell'interdipendenza degli esseri

Pudore davanti al Destino

 

Io ero uscito da questo mondo, che è pur mio, dove

 

  La pigrizia

  La leggerezza

  L'abbandono

  La rassegnazione supina

 

Avevano forgiato in me e nei miei

Dei riflessi che frenano ogni spirito

 

  Di rinnovamento

  D'adattamento

  D’immaginazione creativa

 

Avevo lasciato per un po' di tempo

Questo popolo caro

Dove l'uomo al posto di fare la Storia

 

  La subisce

  L'attende

 

Teso verso il passato

Nutrito lungo i giorni

e gli anni

Da nostalgie illusorie

d'un passato per lui

Meraviglioso

Ideale

Cui ritornare

Di un passato imprecisato

Un passato perfettamente equilibrato

Più nella sua immaginazione che

Nello svolgersi reale della sua storia

 

Tu l'hai, in effetti, appreso, cara Amelia, nei tuoi corsi di Storia.

Il nostro popolo non aveva sempre conosciuto questa rassegnazione davanti alla vita

Questo meravigliarsi ingenuo, estasiato davanti alla tecnologia occidentale

Questo rifiuto di entrare a pieno nelle vie nuove della vita dello sviluppo

 

Il lavoro

  L'allevamento razionale

  Il risparmio

  La nuova medicina

  La vita nei paesi del progresso.

 

 

Passato glorioso

 

Io vedo ancora questo gruppo d'uomini

Che invadevano ciò che è divenuta poi

  La nostra Patria

  La nostra cara Patria

  Il nostro suolo

  I nostri appezzamenti di terra

Avevano immaginazione creativa

  loro

Sapevano dove stabilirsi

Un esempio evidente

  Mugera

Tra la Ruvubu e la Ruvyironza

Sulle colline protette da questi fiumi

Difendibili con poco sforzo

Da eventuali nemici

 

Si sono stabiliti durante dei " secoli di tempo "

Squadrando la pietra con la pietra

Inventando coltelli, asce, punteruoli affilati

 

Abbattendo cinghiali e ippopotami brulicanti in questi fiumi che serpeggiano maestosamente attraverso foreste fino allora vergini

 

Coraggiosamente.

Instancabilmente.

Sotto il sole equatoriale.

Essi hanno contribuito a preparare questo bel paese ridente che orgogliosamente noi abitiamo.

Appena trovato il ferro

                   dissotterrato

                                 fuso

 

Appena scoperto il fuoco dalla potente inventiva dell'uomo

Coraggiosamente

L'uomo, questo murundi primitivo, vigoroso, ha attaccato la foresta immensa

                   terribile

                   minacciosa

 

L’ha allontanata col ferro e col fuoco

Il paese è diventato abitabile, arabile

Un'erba fresca è spuntata

Pascoli immensi, senza confini

 

Un tappeto di verzura era uniformemente disteso, sulle colline inviolate, belle come regine, curvate come una fanciulla che saluta suo padre

È questo spettacolo che attirò le belle mucche orientali

 

Queste bestie alte come cavalli da corsa

Maestose come la regina di Saba

Arrivate in questo paese di sogno, i loro pastori non hanno più continuato il loro viaggio mille volte secolare

 

Da nomadi che erano

                   Si sono fermati

                   Si sono seduti

                   Hanno intrecciato un discorso

                   Hanno imparato la dolce lingua    

                   Il gioioso linguaggio musicale

                              e di cortesia

                                          - e di intelligenza sottile

 

Si sono abituati ai costumi d'uomini sedentari

Hanno mangiato i fagioli cotti, il mais arrostito

Hanno gustato la pasta calda di sorgo macinato, che scivola con una pomata dorata nella gola rinfrescata dal latte schiumoso delle mucche -

Il vino di banane rallegrava gli uomini

Il grande tam-tam risuonava

Tutti danzavano la loro gioia nell'esistenza

Erano allora degli uomini virili

Sani nel corpo e nello spirito

                   Bisognava vederli; figura eretta

                   Testa fiera

                   Posata su delle spalle flessibili

                   Messa in risalto dal collo leggero

                   Ornato dal Kirezi leggendario

                   Un corpo flessibile, liscio

                   Curato con il burro profumato

                   Che mantiene un uomo

                   Sano

                   Pronto

Lontano da quel torpore d'un essere invaso,

prima del tempo, da una triste vecchiaia

 

Il vestito, non lo si attendeva a braccia conserte - non lo si elemosinava -

Un uomo che elemosina un vestito! Decadenza! -

- Lo si inventava. Lo si fabbricava.

Il ramo dell'Imanda era tagliato, scortecciato -

Un lavoro diligente preparava questa corteccia rudimentale e ne faceva un vestito degno d'un uomo

Li vedete ancora, amabile Coletta, questi alberi giganti la cui scorza ha rivestito i nostri padri -Questi urostigma, questi chiamydodora Warb, questi Schimperi Hochetas, ficus giganteschi dell'Africa Centrale

 

 

Primo canto

 

Salute

a tutti

i "bagabo" d'Africa

 

Vi saluto, Tagliatori di pietre infaticabili che avete dato i natali al mio popolo

Di voi io saluto resistenza

Di voi la forza muscolare

Di voi la gentilezza semplice e gioiosa

Di voi l'accoglienza calorosa senza il calcolo meschino di uomini caduti sotto il dominio del denaro

Di voi il coraggio     

                   il ridere sano

                   argentino come il vibrare d'un metallo puro

Di voi il buon sorriso africano

                   non alterato

                   non corrotto

                              espressione di un cuore sincero

                              semplice     

                              limpido

                              zampillante, chiaro come l'acqua

                              d'una sorgente senza fango.

Di voi il buono spirito

Il vero buono spirito d'Ubumwe

D'ubumwe - comunione

D'ubumwe - collaborazione

D'ubumwe - intesa

D'ubumwe - impegno comune

 

Bisognava scoprire insieme il fuoco

Bisognava forgiare insieme asce e roncole

Bisognava attraversare insieme le pericolose paludi della Lumpungwe minacciosa col rischio di lasciare dietro di voi una catena di martiri del coraggio

 

Vi saluto pionieri cari, la cui penetrazione silenziosa in questo paese di sogno ha creato questo isolotto d'ubuntu che è il mio paese

 

Vi saluto infaticabili contadini, giocondi, sempre sorridenti come bimbi in stato di grazia, che vivevate la vita dell’uomo in grappoli di gente

 

Vi saluto instancabili pastori, delicati come il vitello che ha appena appena il pelo, sopportando senza lamento fame e miseria per conservare intatta la mandria di cui il paese va orgoglioso

 

O voi tutti -  Antenati il cui sangue scorre allegramente nelle vene di mio padre, io vi saluto e vi amo

 

O voi tutti - Nobili Bagabo da cui fierezza negra si risveglia nel mio animo d'adolescente, io vi ammiro

 

Come siete superbi, nobili Bagabo, uomini " dominanti ", “che sono padroni", armati di lance e di virtù

 

Un uomo senza lancia! Proverebbe la vergogna di una fanciulla nuda, la vergogna di un soldato disarmato, il terrore di un prigioniero sopraffatto dalla paura del Destino

 

Un uomo senza virtù! Morirebbe disonorato come il vecchio cane dei pigmei, malodorante come una puzzola di fronte alla quale si gira la faccia

 

O voi tutti pilastri della moralità, vi saluto

 

Saluto in voi tutta la virilità umana - saluto in voi tutta la nobiltà di questo animale magistrato, di questo animale avvocato, di questo animale spiritualmente innamorato che è l'uomo

 

O voi tutti nobili Bagabo d'Africa

In piedi.

Diamo ai nostri paesi

                   la fierezza

                   la forza

                   il coraggio

                              di costruirsi essi stessi

 

 

 


Secondo canto

 

salute

a tutte le mie sorelle

donne degne

donne madri

 

Ti saluto donna

Donna fiera d'essere donna

Donna fiera d'essere madre

che il destino giudica degna di essere custode del segreto

                   il grande segreto della vita

                   il grande segreto del fascino       

                   il grande segreto dell'accoglienza

                   il grande segreto dell'Amore

Io ti ammiro, tu mia sorella, donna di quest'uomo che puzza, tagliatore di pietra

Tu che hai saputo abituarti alle sue mani rugose

Tu che hai saputo abituarti al suo cuore senza sentimenti, al suo spirito senza espressioni d'amore dichiarate

Ammiro il tuo silenzio, la tua attesa, l'abbandono del cammino delle tue fantasie, segni senza dubbio di un essere superiore, quasi divino

Ti ammiro, tu mia sorella, che il Destino ha assegnato come seconda sposa d'un poligamo d'altri tempi

Comprendo la tua gelosia, la tua invidia

Venero la tua pazienza, l'attaccamento feroce ai tuoi figli, la tua accortezza nella cura del focolare

Mi piace in te quest'impegno risoluto nella vita

Questa fedeltà fieramente conservata di fronte al tuo uomo di cui pure conoscevi il cuore diviso

Ti saluto, mia sorella

Ti saluto, madre

Tu, il cui viso fu modellato dalle dita d'un essere senza impazienza

Tu, i cui tratti dolci hanno affascinato i passanti

I tuoi occhi sono tutti materni, i tuoi gesti delicati - Nulla di impulsivo - Nulla di impaziente -

Il tuo sguardo abbassato non in segno di inferiorità incosciente, ma in uno stato di intimità tutta divina

 

Le tue labbra sono tutte pure, modellate senza artifici da Imana il Dio di Misura e di Bellezza.

Collo di zebra, collo di gazzella che il Kirezi ha reso leggendario

Vi saluto donne senza artifici

Vi riconosco tra mille vigorose come maschi

Erette nella vita, in piedi davanti alla vita

Come se doveste aprirvi un varco nell'esistenza

Ti saluto Madre degna e bella tra i tuoi figli

Tu che non invecchi, tu che non morirai, madre per sempre d'una vita rinnovata

Come siete belle mie sorelle quando, con l'anfora sulla testa, voi intonate un canto

Somigliate allora a quelle dee alle quali i greci erigevano statue

Quanto siete belle quando, con le due mani giunte, voi presentate il canestro della pasta calda preparata nella gioia

Allora tutta la delicatezza femminile pervade il vostro essere nella carne e nello spirito e impone a chiunque l'ammirazione, l'adorazione di tutto ciò che c'è di divino in questo gesto di verità

Vi riconosco tra mille nelle vostre preoccupazioni per gli altri. Per il latte consacrato riservato all'antenato. Per i piccoli panieri chiusi, protetti con cura dagli occhi indiscreti

Vi saluto, o coraggiose, voi che, sacrificate alla tradizione, non avete levato un lamento

Mi piacete sorridenti, mi piacete piangenti - Voi abbandonate per sempre la presenza del padre amato, voi accettate di incontrarlo come un estraneo -

Voi vi dirigete verso l'ignoto, il misterioso - Coraggiosamente voi sfidate il pericolo e il Destino vi giudica degne d'essere Madri come vostra Madre

                   Sorridenti

                   Accoglienti

                   Lavoratrici      

                   Sciupate

Ogni giorno l'acqua

Ogni giorno la legna

Ogni giorno il lavoro domestico

Ogni giorno la pulizia della casa

Ogni giorno la conquista di questo animale, forse egoista, diventato vostro marito

Ogni giorno la civiltà in questa nuova terra che mancava di gentilezza

Ogni giorno nell'attesa

Ogni giorno nell'ascolto dei nuovi segreti della vita.

 

 

 


Terzo canto

 

Salute

a tutte le mie sorelle

In piedi nella vita

 

T'assicuro, cara Maria, che le vere donne barundi dei tempi passati, come quelle dei tempi presenti sono incantevoli

 

Tu hai letto in molti libri ed è forse anche da tua tendenza che la ragazza attuale cerca la felicità per sé - la felicità sentita - la felicità da lungo tempo conosciuta teoricamente, in tutte le sue dimensioni – È per questo che, una volta delusa, è la catastrofe

 

La felicità non è un frutto maturo che si coglie

 

È un frutto verde che si fa maturare - È un fiore che si semina, si innaffia, si pota. La felicità e più nel dare che nel ricevere.

 

Attualmente la ragazza parte nella vita verso un uomo che ella pretende di conoscere –

 

Si può forse conoscere veramente un uomo a 18 anni?

 

All'età in cui l'uomo diviene poco a poco se stesso

 

Lei parte cosciente di ricevere il suo completamento - un completamento diretto - un completamento, lei crede, tagliato su misura - Lei parte nella vita come sicura di se stessa. Non piange più –

 

Lei non mantiene più il silenzio sacro dell'uomo che sale all'altare del sacrificio

 

Niente più è mistero in lei. Sorride - ride - parla - contenta di volare finalmente – o piuttosto - d'accaparrare il suo uomo senza difetti!

 

Sì, Maria, la ragazza attuale, liberata da ogni costrizione e più sicura - Non avrà più l'impaccio del velo nuziale - Perché un velo? Tutti la conoscono già  - Il suo fidanzato, la suocera, il suocero, gli estranei - Lei ha già parlato ad ogni volto - Tutti l'hanno vista

 

La ragazza attuale sa tutto - Non ha bisogno della suocera per il suo noviziato di sei mesi - Cosa deve imparare ancora? Lei ha passato tre anni alla scuola di educazione domestica! - Ha divorato sei opuscoli sul fidanzamento, il Matrimonio e l'amore! Lei ha frequentato per dodici mesi il suo amato!

 

                   E l'attesa

                   E l'abbandono  

                   E l'accoglienza 

                   E la pazienza

                   E il silenzio     

                   E la vita

 

                              Dove li imparerà?

Lei ne ha bisogno?

 

 

 

Canto

 

O tu, mia sorella, ragazza del mio villaggio

Tu parti incerta, ed è bello

Tu parti umile, ed è grande

Umile nel tuo portamento

Umile nel tuo incontro

                   dell'uomo da conquistare

                   dell'uomo da accudire

                   dell'uomo da modellare

                   dell'uomo da civilizzare

                              con la gioia

                              con il silenzio

                              con l'accoglienza

 

Ti assicuro, cara Amelia, la nostra sorella d'altri tempi era lontano dal sentirsi una schiava - lontana dal sottomettersi in un istante alla tirannia dell'uomo accaparratore, dominatore –

 

Lei aveva un non so che di misterioso che imponeva rispetto –

 

Lei sapeva che il Destino l'inviava - e ne era cosciente - Era inviata per una  Missione di fiducia - missione che bisognava a tutti i costi compiere –

 

Questa missione in definitiva concepita come comandata dal Destino, si concretizzava nelle parole che la Madre, prima dell’avvilimento del sottosviluppo, rivolgeva a sua figlia divenuta capace di essere donna - Questa missione si leggeva nel silenzio serio del padre, nello sguardo fiero e discreto di quest'uomo buono, sincero, coraggioso, davanti al quale si passa con il capo chino per un rispetto riconoscente

 

Di quest'uomo che si ascolta in ginocchio perché parlando poco, sa molto - Confidando poco, trasmette l'essenziale - Quest'uomo, questo padre al quale si presenta tutto a due mani

 

                   le due mani per lui

                   le due mani di donazione

                   le due mani di sottomissione

                   le due mani di saluto

 

Le due mani che abbracciano, non per sentire piacevolmente la presenza dell'altro, ma per esprimere la propria presenza - da tempo assetata d'essere colmata dalla presenza dell'amato.

 

Dove andrai tu, piccola, se sbagli la tua Missione?

La tua missione d'essere madre

Madre dei figli dagli occhi scintillanti di tuo padre

Dalle fini palpebre come tua madre

Madre dei figli dal timbro di voce di tuo marito

Madre di questi figli

Di generazione in generazione sempre più belli

In cui i nomi dei nonni

                   rifioriscono

                   rivivono

                   continuano

 

Dove andrai tu, piccola, se sbagli la tua Missione?

La tua missione d'essere donna

Donna, custode della casa abitata

Dove il marito entra annunciandosi

Donna, padrona amata

Del grande mistero del tuo stato di madre

Donna, forte, coraggiosa e bella

Donna, anima limpida dello sposo

                   Suo sorriso

                   sua fama

                   suo vestito

                                         e sua felicità.

 

La ragazza partiva con il cuore pesante perché era cosciente di tutto ciò –

 

Si sapeva responsabile davanti a suo padre ed alla sua cara madre

 

Si sapeva responsabile davanti a Imana da cui tutto proviene

 

Si sapeva inviata da tutta questa gente dalla quale essa usciva - gli zii - le zie - i buoni vicini di cui lei aveva condiviso la vita

 

Questa gente che l'accompagnava con grida, canti, applausi –

 

Grida di gioia - canti di raccomandazione - applausi d'approvazione unanime davanti all'impegno risoluto di questa fanciulla fragile, ma coraggiosa - silenziosa, ma eloquente nei gesti

 

                   Di dono

                   Di carità

                   Di abbandono

                   Di adattamento.

 

Questa gente, la sua gente, l'accompagnava - perché anch’essa l’inviava per essere madre feconda, sposa degna di questo villaggio rinomato in virtù -

 

Questo villaggio stimato di cui le ragazze sono colte prima del momento - perché riconosciute Mature prima della maturità di quelle delle colline sterili in buone madri e in buone donne - in donne affettuose e di spirito - in donne di coraggio e di verità, la Nostra bella si sapeva figlia della sua gente di cui bisognava continuare la rinomanza, la saggezza, la virilità femminile, garante per “il rispetto della casa” –

 

Questa coscienza era vitale - non profondamente ragionata, ma sentita - a fior di pelle – Insomma – all’apice del " sentimento sensibilizzato "

 

Questa missione era meditata al ritmo del canto –

 

Penetrava in lei con il passo cadenzato delle giovani vergini in sudore –

 

La riceveva in vibrazione, dal movimento ondeggiante del suo popolo in allegria

 

Si, la missione di Madre e di Donna - la trovava scritta nell'essere di suo Marito. Lui non l'attendeva come "oggetto di piacere" o frutto maturo che si coglie per spegnere la sete bruciante dell'estate infeconda –

 

Suo marito -  il buon marito - la voleva Donna e la voleva Madre - Donna compagna della sua vita - metà di se stesso - Donna, sua presenza, quando egli era assente –

 

Donna forte, coraggiosa e bella –

 

* * *

 

La donna è forte

quando lei si accetta come donna

quando lei si vuole Madre

Madre dentro il suo corpo

Madre dentro il suo cuore

Madre dentro il suo animo

Donna di cuore e di spirito

La donna è limpida

quando comprende la sua Missione

quando ama il suo stato

Il suo stato di donna, il suo stato di Madre

Donna misteriosa per gli altri

Limpida per il suo sposo

Donna dei segreti - Donna del mistero

Donna eloquente per il silenzio delle parole

e la prontezza della sua presenza

Donna dallo sguardo sicuro

Maturata dall'esperienza

  Da una vita accettata

  Da uno scopo previsto

  Da un destino assunto

Donna dalla parola misurata, dalle allusioni certe, comprese dall'uomo all'ascolto dell'espressione di questa bellezza nera, senza colori ingannatori d'innocenza

Donna dall'andatura lenta, riflettuta, incoscientemente studiata

Vaso pieno di ricchezza - anfora fragile che i servitori non portano danzando

Canestro immacolato, dai colori allineati, che contiene la parte di cibo riservata al marito rispettato

Donna dalla posa degna - dall'attitudine di un Budda animato - per meditare i segreti della vita

Donna dallo sguardo di dea che fa di una Casa un tempio di rispetto

Donna dal sorriso sbocciato dal lavoro dei campi - I campi della famiglia che maturano come una benedizione degli sforzi infaticabilmente forniti

Donna, Madre seconda, culla dove matura il frutto benedetto, il fiore reso vivo da Imana, il Dio che dona i Figli

 

O tu in cui lo sposo imberbe diviene uomo

  Uomo di unione

  Uomo di continuità

  Uomo di perpetuità

Donna, Madre da cui il fanciullo coglie la giusta parola, il gesto delicato, il dolce sorriso

  In piedi Madre mia

  In piedi Sorella mia

  In piedi tutte

  Alle armi cittadine

Alla conquista

  d'ubuntu

  d'ubumwe

  d'Iteka

  d'Ubuvyeyi

           Dei nostri paesi

  Ehi! là!

Tutte, le vostre armi!

           la fierezza

           la donazione

           la dignità

           l'accoglienza

           l'umanità.

 

 

 

Seconda parte

 

 

 

i canti

del

sottosviluppo

 

 

Prologo

 

È più tardi, cara Giovanna, che il nostro popolo è caduto nelle malattie gravi di quel male terribile che è il sottosviluppo

 

Dopo l'incontro con l'Occidente esso cessò di prevedere lui stesso il suo destino -

  Tutto gli era dato

  Obbligatoriamente tutto

  Tutto gli era imposto

  Tutto diveniva nuovo

           La legge

           La medicina

           La religione

           La vita

  La maniera di coltivare

  La maniera di pensare

  La maniera di salutare

  La maniera di sedersi.

A poco a poco sarebbe morto in lui questo potere immenso dell'uomo di dominare gli elementi

  Di orientarli

  Di padroneggiarli   

Di adottarli

È allora che si lasciò andare

Divenne schiavo dell'abitudine

Ammiratore supino della tecnica

Esecutore incosciente di una nuova civilizzazione inevitabile

 

Voi, amici miei, dovete uscire dall'ottica borghese nella maniera di comprendere il sottosviluppo – Questa ottica falsa il nostro impegno, ci addormenta e ci mantiene in una vile dipendenza a lunghissimo termine

 

Vista dall'interno, l'epoca che precede il nostro incontro con l'Occidente non è un vero sottosviluppo, non è uno stato inferiore, uno stato di barbarie, uno stato che bisogna disprezzare, uno stato sul quale ci si accontenta di gettare un velo pudico

 

È una tappa necessaria della storia dell'uomo.

L'uomo che si sforza di adattarsi alla natura -

L'uomo che veglia coraggiosamente per conservare l'equilibrio sociale e per mantenere ad ogni costo la tradizione, questa salvaguardia dei diritti della famiglia e delle persone -

 

Il vero sottosviluppo apparve quando, posti brutalmente, in un disgraziato incontro, di fronte allo sviluppo tecnico, di fronte a popoli che avevano già acquisito la volontà di dominare la natura e l'evoluzione della società con le tecniche, la pianificazione e l'educazione, i nostri popoli hanno perso il controllo di sé stessi

 

Sono sempre più convinto che il vero sottosviluppo non consiste principalmente nella mancanza di cose e che di conseguenza la nostra vigorosa azione di sviluppo non deve fermarsi alla sola mancanza di cose: mancanza d'istruzione, mancanza di nutrimento sufficiente, mancanza di abitazioni decenti, mancanza di cure mediche sufficienti

 

Il sottosviluppo è lo stato falsato dei popoli che soffrono gravemente di una degenerazione sociale, d'uno intorpidimento sociale, d'una miopia sociale, di una sorta di "inquietudine sociale " e di una "religioneria ", cioè di ogni religione che in pratica non è aperta allo sviluppo integrale dell'uomo

 

 

 


Canto della miseria

 

" Nel sottosviluppo, la miseria non è posta ordinatamente, è mescolata, aggrovigliata"

 

                              Dumont " L'Afrique noir est mal partie "

 

 

Quadro della fame

 

Sì, amabile Elisabetta

Lo riconosco

Lo so

La fame è terribile

È proprio giustamente

Che la si è soprannominata

"Bigira umusore umusega - Quella che d'un valido giovane ne fa un accattone "

L'immagine è tipica

L'immagine è vera

L'uomo è ridotto a niente

Il giovane, ieri

Solerte

Virile

Sorridente

Abantu – degno dell’assemblea degli uomini

Ora è magro e senza forze come il povero cane ridotto a custodire la cenere del focolare spento.

 

Sì, la fame, l'angoscia della carestia

Quest'uomo che in circostanze normali manca di tutto

Questa carestia periodica

  Prevista

  Attesa

Questo flagello che cade come un verdetto del Destino sugli uomini indifesi

Io lo conosco

Questo animale, incubo delle famiglie

Questa bestia orrenda che non risparmia né vecchi né malati

 

Il nonno può raccontarvene a lungo

Amici miei,

Mi ricordo

La sento ancora nella mia carne

Era dopo il passaggio delle cavallette

Le cavallette rapaci del 1943

Avevano devastato tutto

Sì, veramente tutto

I piccoli piselli in fiore

I fagioli ancora verdi

La manioca di cui le foglie tenere

Tentavano le mucche ingorde

Quando passavano per il sentiero tortuoso

Portandosi al pascolo

Quelle bestie voraci

Quel flagello

I campi offrivano uno spettacolo di miseria

Nel nostro villaggio

I padri di famiglia uscivano

In piedi - in silenzio -

Tra le piante scheletrite

Con le mani sulla bocca, erano ridotti al silenzio dell'uomo di cui " la donna ha violato il segreto "

 

La raccolta che seguì non fu una raccolta. Allora noi avemmo fame - Durante sei mesi

  Maggio

  Giugno

  Luglio

  Agosto

  Settembre

  Ottobre

  e Novembre

 

I più piccoli gridavano "mamma mamma " tutto il giorno - Essi seguivano la Madre, cogli occhi sbarrati, il moccio pendente sotto i loro nasi sudici. La poveretta non ne poteva più. Si sforzava di comprimere il suo cuore troppo tenero - Noi, i più grandi, noi sapevamo che non c'era nulla da fare - Furtivamente si sentivano gemere i genitori: " Dio, Dio, che fare? Come passeranno i piccoli la giornata? "

 

Di nascosto noi si beveva l'acqua - Acqua in ogni momento per ingannare la fame -

 

I nostri piccoli ventri diventavano gonfi come zucche senza sapore - Ci invadeva una fiacchezza generalizzata - Sentivamo i nostri muscoli rattrappirsi

 

Di notte, ammucchiati in quattro sulla stessa stuoia ci si stringeva forte per avere un po' di caldo - Il sonno non veniva - Si sbadigliava ogni momento come la porta di un corridoio senza fondo

 

In quel periodo, mi ricordo, frequentavo la scuola elementare - Con altri marmocchi, si partiva al mattino con niente nei nostri piccoli stomaci - Si andava gaiamente senza preoccupazioni - Alla nostra partenza, i genitori sembravano non esserci - Non potevano darci niente - Ciascun giorno mia madre doveva prendere il piccolo pugno di fagioli che cucinava. Non bisognava sorpassare questa misura - Sapeva che la stagione secca era lunga

 

In classe la prima ora passata nel banco era sopportabile - Ma le ore seguenti, si sonnecchiava - Alle parole del Maestro si rispondeva con un'oscillazione della testa, regolarmente ripetuta, come fa il sorgo carico, cullato dal vento indolente dell'inizio dell'estate africana

 

A lungo andare, noi diventavamo inebetiti - Gli occhi rientravano nelle loro orbite, regolarmente, impietosamente scavati da questa fame lenta che si chiama malnutrizione

 

Terminate le lezioni, noi ritornavamo senza forza per percorrere i quattro, i dieci, i quindici chilometri che ci separavano dal villaggio natio

 

Alcuni non arrivavano a casa - dovevano sbrigarsela per cercare un alloggio - Molti arrivavano a casa al calar della notte, con il ventre scavato, la testa spaccata - Un pugno di fagioli ingannava la fame – Un bicchiere d'acqua, una manioca rosicchiata - poi ci si coricava per ripartire l’indomani

 

Non c'è bisogno di dare delle statistiche -

Noi la sperimentiamo sovente

  Questa fame non calmata

  Questa sete mai spenta

Questa malnutrizione

 

 


Primo canto

 

 

Saluto al contadino,

all'operaio nel sottosviluppo

 

 

Ti saluto, tu che io ho vergogna di chiamare amico. Perché io sono ricco, viziato grazie a questa natura che tu trasformi

 

Ti saluto ugualmente, tu coraggioso, sporco, che odori di rancido, che olezzi d'uomo maschio

 

Ti assicuro, tu mi sei compagno, ti amo, mentre tagli tronchi e rami, mentre smuovi mattoni e polvere

 

Ti invidio, tu dal sorriso gaio, semplice come un monaco, innocente come un fanciullo, che condividi fatiche e calura

 

Ammiro in te quella comunicazione semplice e sincera, quel gesto divino di condividere - il tuo gesto di condividere l'unica provvista della giornata, una foglia di tabacco

 

Ti assicuro che mi sei compagno, ti amo, è per te che io grido, è per te che io urlo il sottosviluppo

 

Hanno lasciato la famiglia al mattino, senza una tazza di caffè, senza un pezzo di pane, senza un pugno di fagioli - Era troppo presto - Non si vede un uomo che si sveglia e che mangia - Poi non hanno niente - Il pezzetto di terra non produce quasi niente - Il salario? Praticamente nulla - 25 franchi per 8 ore -

 

Un dollaro e mezzo la settimana

 

Sei dollari al mese - per i fortunati!

 

Poi hanno tagliato la legna, trasportato pietre e mattoni sui loro corpi scavati, sporchi, sfigurati.

Il corpo è svuotato dal sudore - Bevono acqua è poi ancora acqua. Dieci. Venti volte - Alla pausa del mezzogiorno ci si aspetterebbe che essi divorino il loro pranzo della giornata - Niente affatto

 

Alcuni passeggiano per dimenticare questo tempo lungo di inattività - Altri si coricano a terra, allungati senza forza, accontentandosi di quel buon tabacco che distrae

 

Finita l'ora di riposo - piuttosto di noia - il lavoro ricomincia. Il padrone, con la pancia gonfia d’un pranzo copioso, tuona, rimbrotta, giudica. L'operaio si curva, esegue, sorride. La giornata finisce. L'amico è spossato, assetato, macilento, sporco

 

Ricomincerà l’indomani, e l’indomani ancora, un mese, un anno, senza scoraggiarsi. Avrà guadagnato la sua tassa, il materiale scolastico del figlioletto, la stoffa variopinta per la moglie. Per lui niente - un bicchiere trangugiato la domenica. Si accontenterà dei suoi pantaloni sbrindellati, rattoppati, del suo abito irriconoscibile che hanno indossato i tedeschi, durante la prima guerra mondiale

 

Ritornando a casa verso sera, l'operaio si disseterà per strada, al ruscello infangato, che serpeggia tra montagne, abitazioni e campi

 

Accoccolato, si sporgerà in avanti, con la testa stordita, si laverà il viso con le mani screpolate, poi porterà alla sua bocca assetata l’acqua fangosa, lungo il suo interminabile percorso

 

È questa stessa acqua inquinata che sua moglie ha attinto per la cottura delle vivande e la pulizia della famiglia. È a questa stessa acqua che tutta la famiglia berrà

 

Il piccolo che si dibatte sul dorso di sua madre. Il bambinetto di quattro anni che, col dito in bocca, aspetta la sua polpetta di pasta che la madre affaticata dalla gravidanza di otto mesi rimesta in un turbine di fumo che si libera dallo stretto focolare, alimentato da legna solo per metà secca. La ragazzina di sei anni, già maturata dalla vita, che si sforza di tener ferma la grossa pentola che la madre fa oscillare senza pietà con il piccolo mestolo di legno che rigira, rimescola: la buona pasta!

 

Tutta la famiglia berrà quell'acqua che ristagna nell'anfora scoperta che mosche e insetti visitano a piacere

 

I bambini innocenti, in libertà entro la casa paterna, vi avranno immerse le mani, lavate solo due giorni prima

 

Pronto il pasto

Lo si prende

Il padre ha la sua parte

La sua parte di capo

 

La sua parte collocata con cura nei piatti di vimini, i più puliti della casa

 

La sua parte che non oserà guardare, né il piccoletto appena slattato, né la figlia, che con le due mani la presenterà a questo Signor padre, austero come uno stregone in abiti da cerimonia

 

I piccoli pure avranno la loro parte. Una parte da fanciullo, deposta non importa come, su un paniere qualsiasi

 

Tutti, dopo essersi lavate le mani con la stessa acqua stagnante nell'anfora dell'angolo, ceneranno - senza molte parole, con molti gesti. Gli stessi gesti rituali compiranno quell'atto che avvicina di più l'uomo all'animale - La mano andrà ad attingere nel piatto di vimini una parte proporzionata alla grandezza della bocca - La stessa mano lavata con l'acqua - Nel piatto ripulito con l'acqua sporca

 

Finito il pasto, il padre racconta i piccoli eventi della giornata - La madre riordina gli utensili - La piccola figlia l’aiuta. La pentola della pasta sarà posta sulla grata sopra focolare - La pentola dei legumi ugualmente

 

I piatti in vimini saranno riposti con cura sul ripiano di canne all'entrata della stanza da letto dei genitori. Poi, si attende sonno

 

Alle venti, il piccolo appena slattato sonnecchia di già sulle ginocchia della madre - due altri piccoletti resteranno svegli a gran pena fino a che, alle venti e trenta, il sonno li abbia vinti. La madre porterà il più piccolo nel letto coniugale - Gli altri saranno svegliati appena addormentati e andranno a rannicchiarsi sulla stessa stuoia entro il piccolo letto in legno preparato per i bambini nella stanza d'entrata. Là dormiranno coi pugni chiusi, come degli angeli senza preoccupazioni, malgrado le quattro capre che sotto il loro giaciglio ruminano senza vergogna il loro pasto della giornata

 

Essi dormiranno fino al mattino malgrado la bella vacca Bwami che nell'altro angolino muggisce senza posa leccando il grazioso vitellino di un mese. Dopo i ragazzi, i genitori raggiungeranno il loro letto di riposo - Il padre stanco per il maledetto lavoro salariato - La madre a pezzi per suo figlio che nel suo seno benedetto festeggia il suo duecentocinquantesimo giorno d'esistenza. Le pulci usciranno dal loro nascondiglio per l’incontro con i pidocchi che hanno atteso troppo nei loro alloggiamenti preferiti: l'abito del marito che serve da guanciale, la cintura della sposa gettato in un angolo del letto

 

Possono invitarsi, questi compagni inevitabili dell'uomo sporco - Possono pungere, danzare dalla gioia, ubriachi di sangue umano - Non strapperanno dal sonno questi uomini affaticati, che nuotano nel fiume del sottosviluppo, pane quotidiano dei nostri paesi

 

Vedo la fame, indizio del sottosviluppo

Questi operai che non hanno niente

Degli operai che noi incrociamo sul nostro cammino

In piedi dalla mattina

In piedi fino a sera

Questi operai delle costruzioni

Questi coltivatori dei campi

 

 

 


Secondo canto

 

Le tracce del sottosviluppo

 

 

Vedo le tracce del sottosviluppo in cui vivono tanti fratelli e tante sorelle del mio paese

 

Vedo il pezzetto di manioca amara, sgranocchiata al mattino da questo bambino dalle gambe storte

 

La manioca amara che fa addormentare lo scolaro sul suo quaderno sudicio d'un compito non finito

 

La manioca amara trangugiata al mattino, niente di più, da questo piccoletto, paffuto, con il ventre gonfio, colpito dal Kwashiorkor

 

La manioca seccata, macinata, impastata, che dilata i ventri impietosamente attanagliati da una verminosi senza rispetto dell'essere umano

 

Vedo la carestia, vedo le impronte del sottosviluppo

 

Vedo la patata dolce che la contadina ripulisce dalla terra senza vergogna sul dorso della mano

 

Questa patata d'estate, che la Madre cuoce - che il bambino addenta con la stessa buccia non lavata con i suoi denti da carnivoro

 

Questa patata che tende gli stomaci affamati e li spinge al di là dello sterno scavato da una magrezza di convalescente

 

Questa patata, farinosa a piacere, di cui si accontentano i contadini

 

Vedo la miseria, vedo le conseguenze del sottosviluppo

 

Vedo questo succo alcolico di banane, delizia del vecchio

 

Questo veleno lento di una gioventù inoperosa

 

Vedo questo succo sporco al momento d'esser messo nelle anfore, quando la povera donna, lavatasi a mala pena, vi tuffa il suo braccio

 

Questo braccio ornato di bracciali, nidi di microbi, ripescherà i fili d'erba caduti il giorno prima in questo liquido che piace agli uomini

 

Questo povero succo che si aspira dalla stessa anfora, lavata con l'acqua di una fonte non protetta

 

Vedo il buon vino di banane, reso alcolico a piacere, il buon succo aromatizzato

 

Fa dell'uomo un bambino, gli fa dimenticare il suo ruolo di padre

 

Addormenta il mugabo, lo padroneggia, lo stordisce, gli fa sputare ai cani che passano la verità del segreto giurato

 

Il succo di banane, lo sporco vino che rovina nell'uovo il bambino che deve nascere

 

Vedo la miseria, vedo le tracce del sottosviluppo

 

  L'alcol locale

  L'alcol importato

  Il nemico della disciplina del soldato

  L'impedimento al lavoro del funzionario addormentato

  Il veleno lento del bambino che nasce

 

Vedo il baratro, vedo il sottosviluppo

 

  Ho visto madri che bevono come uomini

  Ho visto ragazze che frequentano l'osteria all'angolo

  Ho visto bambini incoraggiati a bere alla grossa cannuccia del padre assente

 

Vedo la miseria, vedo il sottosviluppo

 

  Ho visto un bimbo che succhia il latte ogni momento

  Ho visto dei bambini che dormono in pannolini non lavati

  Ho visto dei bagabo che vagabondano senza lavorare

  Ho visto degli uomini seduti senza preoccupazione per lo sviluppo

 

Ho visto la miseria, ho sentito il bisogno

 

  L'angoscia della madre che assiste al deperimento del suo bambino

  Il tormento del padre che non sa dove trovare il pane per la famiglia

  Le grida dei bambini a cui non viene sonno

 

Ho visto la miseria, ho visto il guardaroba del sottosviluppo

 

  La coperta del padre di famiglia che serve a tutto

  Di notte, essa protegge la famiglia contro il freddo

  Al mattino, è il vestito ampio che usano i pastori

  Di giorno, è il cuscino sul quale si siedono gli ospiti che passano

Fortunatamente, il Signore dispone ancora di una camicia e di una giacca, di un paio solo di pantaloni, rattoppati all'impossibile

  La Signora è più fornita; una, due, tre, quattro stoffe ampie come lenzuola. È tutto

Ultimamente una camicetta è entrata nel cesto profondo che contiene tutti i sui averi; il suo guardaroba

  E quei bambini, miei fratelli, mie sorelle. Ntonia ha la sua veste, la sua stoffa di panno.

Angela ha la sua camicetta. Maria, di due anni, non ha ancora nulla. Joio ha la sua culla e il dorso di sua madre

 

Ho visto la miseria, ho visto la mancanza di tutto

 

Il guardaroba del sottosviluppo senza abiti di ricambio - senza indumenti intimi - senza asciugamani, senza fazzoletti

 

Il guardaroba del sottosviluppo nasconde la miseria della famiglia: la biancheria non lavata, indossata, indossata di nuovo, tenuta sul corpo di notte e di giorno, nella stagione secca e nella stagione delle piogge

 

Questi abiti che non hanno più nome - Questa stoffa che si sbriciola con un legno secco -

Finalmente il filo di lino ha ceduto il posto ad altre materie più forti, più resistente alle intemperie

 

  È negligenza?        

  No Simone

 

Sono le tracce del sottosviluppo

Vorrei, amici miei, insegnarvi una preghiera

 

  " Io lo so signore.

 

  Io so che i topi si avvicinano per divorare

  le croste e mordere i bambini...

 

  Io so che l'uomo ubriaco vomita sul piccolo che dorme accanto lui

 

Io so che un bambino lentamente agonizza, apprestandosi a raggiungere lassù i suoi quattro fratellini...

 

Conosco centinaia d'altri fatti, mentre pacifico io vado a dormire tra le mie lenzuola tutte bianche

 

  Vorrei non saperne nulla, Signore        

  Vorrei che fossero delle storie

  Vorrei persuadermi che sogno

Vorrei che mi si provasse che esagero

  Vorrei che mi si mostrasse che tutte queste persone hanno torto,

           che è colpa loro se sono infelici

  Vorrei rassicurarmi, Signore, ma io non posso più,

           è troppo tardi

  Ho guardato troppo

  Ho ascoltato troppo

  Ho contato troppo

Ho contato, Signore, e credo che le cifre implacabili mi abbiano carpito per sempre la mia innocente tranquillità

Tanto meglio, mio piccolo

Perché io, vostro Dio, vostro Padre, sono irritato contro di voi

Io vi ho dato il Mondo all'origine dei tempi e nella mia immensa proprietà, io voglio per tutti i miei

figli un tetto degno del loro Padre

Io vi ho dato fiducia e il vostro egoismo ha rovinato tutto

È uno dei vostri peccati più gravi, un peccato che voi siete tanti a portare insieme

Guai a voi se per colpa vostra muore uno solo dei miei figli nel suo corpo o nella sua anima

Ve lo dico, a quelli io darò i migliori posti nel Mio Paradiso

Ma gli svogliati, i negligenti, gli egoisti, che ben al riparo sulla terra, hanno dimenticato gli altri, hanno già avuto la loro ricompensa... "

                                                 Michel Quoist, PRIERES, Ed. Ouvrieres

 

 

 


Canto sulla degenerazione sociale

 

 

Maledetto sia l'unico idolo ch,e con un solo gesto folle, riesce a deviare lo slancio dei giovani germogli ed il prorompere delle spighe di ondeggianti!

 

                              Rabemananjara Ansta

 

Prologo:

Degenerazione sociale

 

Un popolo è come un uomo

È un organismo vivente

Dovrebbe essere un organismo vivente

 

"Come molti uomini sono psicologicamente mal costruiti" - pochi popoli sono socialmente sani. Per l'uomo, tu lo costati bene, caro Simone

 

L'equilibrio ci è difficile da acquistare - Superiore all'animale nello spirito

 

E la ragione che dovrebbe esser nostra guida - Ma, tu lo esperimenti, molti tra noi sono ancora lontani da ciò -  Talora al livello dell'animale - Talora non poco sopra all'animale - Molto sovente inferiori all'animale i cui istinti seguono delle leggi già regolamentate dal destino

 

Tu ti mostri superiore all'animale ogni volta che la tua "scintilla-ragione" emerge al di sopra di ciò che c'è di materiale in te, ogni volta che il tuo spirito non è imprigionato, affogato in questo rimescolio d'elementi vivi, ma ciechi, che sono in noi

 

Un popolo socialmente sano è fatto di uomini e di leggi. Di uomini in piedi e di leggi giuste. D'uomini impegnati e di leggi rispettate - è sano un popolo le cui donne sono fiere d'essere donne e di cui gli uomini sono in piedi

  

È sano il popolo i cui figli vengono alla vita regolarmente, senza precipitazioni e senza ritardi che obbediscono al ritmo di una procreazione pilotata. L'uomo in piedi obbedisce al primo comandamento della creazione - O uomo, sii uomo, riempi la terra e dominala

 

Sì, Signor uomo, maschio o femmina, tu devi dominare la terra, padroneggiarla, svilupparla, migliorarla

 

Tu degeneri quando cessi di dominare le cose - quando tu ti lasci condurre dal denaro, quando, fiaccamente, tu segui le vie che questo principe delle tenebre ti impone

  Questa birra che tu credi di bere

  E che ti "beve" senza colpo ferire

           ti attira

           ti irretisce

           ti ubriaca

           e ti rende bestia

Un popolo i cui uomini sono ubriaconi non è un popolo sano

Tu non domini la terra.

La metà del tuo salario

È destinato al bere

  La birra

  Trangugiata

  Ingurgitata

  Sciupata

Tu conosci, caro Simone, la situazione dei nostri paesi in via di sviluppo –

Volete arricchirvi presto, costruite una birreria - dapprima modesta, in due anni voi avrete gli affari garantiti, senza fallimenti in previsione

 

 

 


Primo canto

 

Mastro Bottiglia

 

La birra, questo Padrone in Africa, che rallegra i mariti miserabili e rovina le famiglie -

 

Sapete perché i commercianti neri non fanno mai fortuna? Mastro Bottiglia raccoglie i guadagni dei più abili ed erode il capitale degli stupidi -

 

Sapete perché i bambini piangono dietro la casa bianca, alla porta di una cucina senza provviste? Mastro Bottiglia ha preso tutto: la sua razione giornaliera, da sua razione mensile, la sua razione annuale non calcolata perché se ne ha paura -

 

Mastro Bottiglia rovina le giovani famiglie, indebitatesi prima della notte di nozze -

 

Mastro Bottiglia uccide, avvelena e mina le saluti più robuste - poi nascono degli esseri deboli, ribelli alla matematica, senza muscoli, senza energie per il lavoro metodico -

 

Tu  sei disgraziato, popolo caduto sotto la colonizzazione di  Mastro Bottiglia - i tuoi figli non avranno né risparmio assicurato, né pane quotidiano garantito -

 

Andiamo, caro amico, sii uomo - domina il tuo corpo che grida carestia e ti fa disprezzare legge e costumi -

 

Andiamo, cittadino del mio paese, padroneggia il tuo corpo insoddisfatto che ti fa errare ovunque con un caprone d'estate -

 

Andiamo, figlio di nobile famiglia, rialza il tuo corpo - il tuo corpo dai cinque sensi - il tuo occhio cupo che vaga cercando di sfigurare i bei volti fatti per l'ammirazione

 

  Queste mani inoperose    

  Divenute fiacche

  Per l'inattività

 

  Questo gusto di gatto

  Che reclama sensazioni forti

  Di liquori importati

 

  Questo blaterare interminabile

 

           Senza oggetto

          

           D'uomini sciocchi

 

  Questa lentezza inspiegabile

  Al momento del tempo

           calcolato e pagato

 

Andiamo, sii uomo, costruisci un popolo sano

 

 

Questa degenerazione, cara Coletta, non è solamente una questione di persone, ma di situazioni - Situazioni di questi popoli messi bruscamente a contatto con l'Occidente, l'Europa e più tardi l'America – Questa Europa del XIX secolo, che aveva bisogno d'espansione e che dal XVI secolo era partita alla conquista di nuove terre. Questa Europa industrializzato, ricca materialmente, intellettualmente, ma di certo povera in amore e saggezza, perché si immergeva nel clima del suo ideale borghese, individualista, inquadrata in nazionalismi gelosi -

 

Questa Europa che aveva già raggiunto l'apice della sua civiltà di concorrenza, civiltà che adorava l'uomo, civiltà condizionata dal denaro, civiltà che doveva imporsi a tutto e a tutti -

 

Messi in falso contatto con una tale Europa, dei popoli hanno perso il proprio orientamento. Degli uomini, delle generazioni hanno perso il senso dei veri valori:

 

  La rettitudine del giudizio

  La perseveranza della volontà

  L'onestà del cuore

  Il gusto dell'iniziativa

  La preoccupazione dell'indipendenza

  La padronanza delle situazioni

  La fede nell'uomo

  La fiducia nello sforzo

 

Degli uomini, delle generazioni, sono cadute in un clima di menzogna sociale, di inerzia, d'abbandono e di mancanza di impegno - Delle realtà nuove e futili hanno contribuito a distrarre il popolo e ad istupidirlo

 

           Le perle brillanti d'Arabia

           La sigaretta rotonda che li rende

           Un uomo " slim "

           Il whisky che addormenta

           Le borsette di Londra

           Che ammaliano l'orgoglio delle donne

           A stento iniziate alle tecniche occidentali

           La casa dello " Stato "

           Illusione del funzionario imprevidente

           Tutte le mode bizzarre importate

           Che hanno spogliato le nostre sorelle

                     Della loro maestà

                     Del loro pudore

                     Della loro grazia

                     Della loro saggezza

                              Di donna di Madre.

 

Un rovesciamento si è operato nelle nostre teste di negri ammaliati. Per molto "kuba umuntu w'iteka, essere uomo d'onore - umuntu w'ibanga, essere uomo di rispetto - umuntu w'amajambere, essere uomo di progresso " - in una parola "l'evolué" è diventato tutto un altro uomo. L'evolué non è più l'uomo che sottomette le circostanze, adatta le situazioni e che, attraverso ogni difficoltà, rimane padrone di se stesso, dritto, onesto, assetato di fecondità

 

L'evolué non è più concepito, apprezzato come l'uomo che "È", ma come l'uomo che " HA ".

  L'uomo che ha delle scarpe, degli occhiali, delle cravatte

  L'uomo che ha un'automobile, una casa bianca da questa vacca grassa che è lo Stato

  L'uomo che ha il denaro, la "Primus", delle relazioni sociali, del fascino

  La donna pettinata, con la gonna, sistemata ben in alto nella sua acconciatura esotica -

Quest'uomo che è l'ammirazione dei giovani, il punto di ammirarazione dell'innocenza femminile in formazione

 

Il senso del lavoro e l'impegno del popolo sono stati falsati durante questo incontro che si è fatto senza verità - Eseguendo dei lavori di costruzione del paese - strade, case di interesse comune - la coscienza di costruire il PROPRIO paese non c'era - Si è lavorato perché era ordinato

 

  " In tutto ciò che produceva, il mio popolo sapeva che produceva per altri

  Questa idea è diventata fissa in lui

  Credeva di vivere per altri

  Si diceva al mio popolo di vivere per se stesso

  Ma non viveva quasi più

  Era quasi morto - In lui moriva la coscienza della sua personalità -

  Il mio popolo era colonizzato "

                              ( Sur les traces de mon pére p.93)

 

È questa, caro Simone, la degenerazione sociale. Una delle piaghe del sottosviluppo, uno degli inconvenienti dello sviluppo

 

Prima, nel quadro della tradizione, era come per osmosi che si acquisivano dei valori - Si aveva tutto il tempo - Si era meno distratti - L'ambiente aveva già da lungo tempo forgiato delle leggi d'ubumwe (unità), delle leggi d'ubuntungane (giustizia) - il buon vicinato, delle leggi di comportamento nei diversi settori della vita -

 

Ora si è creata in velocità la mobilità della vita dove l'ambiente in trasformazione impone le sue leggi, ancora incerte, all'individuo o ai gruppi. I Matrimoni senza " basi " si moltiplicano - Dei focolari senza definizione precisa non dispongono né di leggi né di tradizioni - Il denaro condiziona un nuovo mondo che in molti settori è ancora come l'antico - Degli uomini ieri in una situazione di principi stabili, devono oggi rifarsi alle nuove nozioni di uguaglianza, di libertà, senza disporre di mezzi sufficienti per garantirli

 

 


Secondo canto

 

Io vedo senza paura la tradizione cambiare

Ci sono dei Bagabo

 

 

Vedo la tradizione cambiare

La vedo scomparire

La vedo ritornare

La vedo muoversi senza paura 

  Ci sono dei bagabo (uomini)

 

Sì, mio caro, la tradizione, fondata per una società nomade, la vita sedentaria l’ha modificata

 

Ho visto dei popoli, ieri i nomadi, venerare una Regina

 

Una Regina-Donna, delicata e fragile per degli gli uomini in marcia

 

Una Regina-Donna, stabile, forte e fiera per degli uomini seduti

 

Degli uomini che avevano il tempo di proiettare la loro saggezza su una donna buona e bella, simbolo di vita e di fecondità: la Regina-Madre

 

Ho visto degli uomini, ieri nomadi, sottomettersi, senza sussulti, ai nobili costumi di uomini spiritualizzati dal movimento, ricco di simboli, della vita dei campi.

 

Si sono compiaciuti di custodire i morti - i morti di famiglia: l'Antenato

 

Dormiva là, morto e vivente, vivente e morto, là tra i fanciulli: l'Antenato

 

Era là, con la sua mano vigile proteggeva la famiglia, assicurando alle mucche vita e fecondità: l'Antenato

 

La sua tomba è custodita, coperta di erba nobile sulla quale si coricano gli uomini: l'Antenato

 

Morto, si era disfatto di questo corpo invecchiato e si è gagliardamente recato al raduno dei Bagabo

 

Morto, era tuttavia là, coricato sul suo braccio destro spogliato da ogni debolezza, da ogni pesantezza

 

Là vegliava sull'esecuzione dei suoi progetti di uomo, dei suoi desideri di padre, dei suoi piaceri di Antenato

 

Là vegliava, una progenie come un grappolo aveva abbellito una vita terminata senza scialbi pensieri

 

Dei nomadi di ieri si sono abituati a queste idee nuove, a questa filosofia di uomini stabiliti sulla terra civilizzata da degli antenati forti. Non hanno esitato a vivere al ritmo del tam-tam che non conoscevano allora

 

Si sono recati ad ascoltare, il loro corpo ha capito, esso ha vibrato dapprima senza grazia, poi come degli esseri eterei, slanciati come delle antilopi, hanno saltato come delle gazzelle in mezzo ad una pianura senza pericolo

 

Hanno cominciato una vita nuova, esuberante e bella in questo paese di profumi che inebriano i cuori

 

Ma i bagabo vegliavano - i bashingantae (giudici) stabilivano la norma

 

Essa  era convenuta, stabilita, applicata con rigore

 

Il mugabo non entrava mai nella casa di sua figlia

 

Non si mischiava agli affari di questa ragazza educata, formata e inviata come un adulto per la sua nuova vita privata

 

Non doveva turbare la vita felice di questi esseri giovani, sorridenti come degli angeli

 

Questa non era più una bambina - era divenuta donna come sua Madre, con un uomo per lei, pilastro di una casa che non era più la casa paterna

 

Si sarebbe ricevuto il suocero in una casa a parte - Lo si sarebbe venerato come un padre - Lo si sarebbe rispettato con un dio -

 

Lui si teneva là, superbo e dignitoso, cosciente come un generale del suo Mistero di padre che Imana gli aveva affidato -

 

La madre non avrebbe parlato mai al pretendente di sua figlia - Non l'avrebbe guardato mai in faccia - Dover evitare ogni incontro con lui

 

Di che cosa d'altronde lei avrebbe dovuto immischiarsi? - Non aveva il dono di apprezzare con lo sguardo il fidanzato di un'altra

 

La tradizione gli proibiva di turbare gli occhi di questo adolescente, orientati dal Destino verso il frutto che lei aveva portato

 

Bisognava risparmiare a questo giovanotto idealizzato l'immagine della vecchiaia che poteva offrire la Madre della sua promessa

 

Questa madre si copriva dunque il viso - gli occhi che avevano pianto, le stagioni che avevano scavato le rughe che a poco a poco riempivano la sua fronte -

 

Il matrimonio, questa sorgente di continuità della vita, conosceva allora una regolamentazione rigida, un codice chiaro, unificato per salvaguardare il rispetto delle persone,

           la ragazza,

                     un uomo, un tetto, un sostegno.

           Il bambino

                     un padre, una terra, un avvenire.

Non c’era motivo di un matrimonio di prova - Tutta la natura avrebbe gridato allo scandalo

 

  Oh! Ha preso una donna senza contratto

  Ha ferito la moralità!

  Come, la figlia del mio paese,

  È diventata una macina,

  Un mortaio che si prova

  Si è osato smontarla

  Rimontarla come una macchina!

 

Non ha un'anima? Non è il modello vivente di tutte quelle che verranno? Non è il frutto di tutte quelle che hanno partorito: le nostre Madri?

 

La dote, questo costume vecchio come l'Africa, era stabilita, regolamentata, sorvegliata dal sentimento comune

 

Non ero un prezzo

 

La figlia del focolare non poteva in alcun modo essere trattata come una vile mercanzia - un oggetto di baratto

 

Ma la famiglia del fidanzato doveva esprimere il suo rango, dire da dove proveniva, da chi discendeva

 

Ma il ragazzo doveva provare il suo potere d'uomo. Il suo potere di Marito capace di prendere moglie, capace di vestirla e onorarla - Abbastanza previdente per essere degno d'essere padre - Padre dei figli che egli dovrà generare durante tutta la sua vita di uomo -

 

Non si volevano dei " mezzi uomini" incapaci di offrire la dote ad una donna - è un segno senza equivoco d'un marito a metà - Come quei miserabili padri, pigri come rospi, che generano come dei topi, e, invece di mantenere la famiglia, si trascinano al focolare spento, come i cani dei pigmei, malati, spalancando gli occhi morti nella polvere del cortile -

 

Il ragazzo doveva provare la serietà della sua scelta, l'attaccamento a questa fanciulla, scelta tra mille, amata senza esitazione, per la quale era pronto a dare tutto -

 

           Le zappe che suo padre gli acquistava

 

           Il bestiame che egli aveva in eredità

 

La bella giumenta, che aveva impiegato dei mesi, degli anni per guadagnarsela alle dipendenze di un capo avaro

 

           Sì, tutto, anche il segreto della sua intimità

 

La rottura dell'unione era cosa grave - Non poteva essere decisa che per motivi estremi - Non era decisa né dal solo marito, né dalla sola donna - La società vegliava e interveniva - Essa aveva assistito alla conclusione del contratto - Essa ne esigeva il rispetto

 

Un popolo senza leggi è un popolo morto - Leggi assimilate dal popolo perché elaborate dallo stesso

 

Noi viviamo una crisi di degenerazione sociale,di impedimento, perché il popolo non elabora più leggi

 

           La sua tradizione è stata distrutta

           I suoi costumi denigrati

           Distrutta e non sostituita

           Denigrati e non migliorati

           Il popolo è disingannato

           Tutto diviene relativo

 

           Le leggi cambiano veloci - La loro necessità non è più sentita

 

L'applicazione non è seria perché sorvegliata da uomini che non sono più validi - Uomini in cui un popolo non legge i propri valori

 

           L'A.B.C. d'ubumwe (unità)

           Le linee maestred'ubuntungane (giustizia)

           I misteri d'ubuntu (umanità)

           I segreti d'iteka (virtù)

           Le norme immutabili d'ubuvyeyi (paternità).

 

 


Canto sulla religioneria

 

 

"Per tutti i feriti nell’anima e nel corpo, vittime del lavoro dei loro fratelli,

Per tutti i morti di cui migliaia di uomini hanno coscienziosamente preparato la morte,

Per questo ubriacone, grottesco clown in mezzo alla strada,

Per l'umiliazione e le lacrime di sua moglie,

Per la paura e le grida dei suoi figli,

Signore, abbi pietà di me troppo sovente sonnecchiante,

Abbi pietà dei disgraziati completamente addormentati e complici d'un mondo dove dei fratelli si uccidono a vicenda per poter vivere.

 

Fa, o Signore, che essi si pongano delle domande,

  che essi non dormano tranquilli,

  che lottino in un mondo in disordine,

  che siano fermento,

  che siano redentori"

                                       (Michel Quoist, PRIERES, Ed. Ouvrières, p.107)

 

 


Primo canto

La religioneria, fede non vissuta

 

Vedo il sottosviluppo

Vedo la religioneria

Il popolo dorme

Speranza falsificata

Fede-formula non vissuta

Nello spazio-tempo

Dello sviluppo integrale

Del vero Vangelo

 

Vedo il sottosviluppo

Vedo la religioneria

Coscienze tranquille

Cuori soddisfatti

 

  Ehi! Là

  Come dunque!

  Il fratello è ferito,

  È nudo;       

  Ehi! Là

  Il fratello è cieco

  Non sa leggere

  Nel libro

  della vita tecnicizzata

 

Vedo il sottosviluppo

Vedo la religioneria

Vedo la carità superficiale

Vedo la carità a metà

Vedo la carità-elemosina

Vedo la carità che ha paura

Ad attaccare di fronte

Le cause reali del sottosviluppo

 

           Io chiamo religioneria

           La tua religione, Simone

           La tua religione della domenica

           La tua religione del segno di croce

           La tua religione di uomo di sette anni

           La religione di zia Anna

           Zia Anna ha una fede strana -

 

Ha tre medaglie, due rosari, una ampolla d'acqua benedetta - Sotto il suo letto dorme un amuleto accuratamente nascosto dallo zio Lino -

 

Dietro la casa, periodicamente, quando il fulmine minaccia e la malattia getta a terra i piccoli, Zia Anna si ritira di nascosto, con un recipiente di zucca in mano

 

Si dirige tutta tremante verso il " Gitabo di famiglia ( l'albero di famiglia ) ", per nutrire lo spirito degli antenati morti -

 

Zia Anna, cristiana fervente, avvelena lo zio Lino - Il poveretto non se ne accorge - ogni volta che lo zio Lino manifestava un'indifferenza imbronciata,

 

  Ogni volta che rientrava tardi in serata, Zia Anna era angosciata –

 

Partiva al mattino presto, si inoltrava nelle vallate profonde e coglieva non so quali erbe - Le portava a casa diligentemente nascoste - lo sguardo sospettoso - silenziosa con un marito che medita una disgrazia -

 

Sul tetto della piccola capanna - nascondeva le sue preziose foglie, esposte al sole, complice dei misteri della vita - Disseccate, queste foglie venivano bruciate, macinate, accuratamente accartocciate in pacchettini minuscoli come delle dita di bambino - Poi Zia Anna conservava tutto in un cantuccio oscuro della casa -

 

Povero zio Lino, avrebbe cominciato una cura. Una dose di polvere nera era regolarmente mischiata alla pasta calda di sorgo macinato

 

Zia Anna spandeva la stessa polvere nell’invitante recipiente di zucca di birra dorata -

 

Lo zio Lino era, durante una settimana, al regime d'umukundaya - la polvere magica che restituisce i cuori - Zia Anna aveva trovato il mezzo di conservare i favori di suo Marito - non pensava più ad altre tecniche capaci di rendere gradevole la vita comune - Restava sporca con uno straccio per lavare i piatti - Sui suoi panieri si potevano senza fatica riconoscere le diverse vivande servite da un mese

 

Le stuoie per dormire non conoscevano il sole che quando lo zio Lino grattava con un bastoncino la sua schiena solcata dalle innumerevoli pulci – Inebriato da questo veleno lento, trangugiato senza saperlo, nella sua razione quotidiana, lo zio Lino rimaneva inebetito, ridente per nulla, dolce come un agnello, manichino senza ossa, ebete e felice come un pazzo senza cattiveria -

 

Vedo il sottosviluppo

Vedo la religioneria

Uomini adulti che non sanno riconoscere le cause di una disgrazia –

 

Vedo la religioneria

Uomini istruiti, che si coprono d'un velo la notte, per andare, umili e rassegnati, ad inginocchiarsi davanti alla strega del villaggio –

 

Vedo la religioneria

Vedo la vecchia Natolia

Maggiore di otto fratelli fratelli

La sorte l’ha posta là

Senza fortuna, senza avvenire

 

Bisogna, cara Coletta, che ti racconti la storia di quella che noi chiamiamo “la Vecchia” – Si chiamava Natolia – La maggiore di otto bambini, le sue tre sorelle erano maritate -

 

Bella come il sole al tramonto – aveva tuttavia ereditato un carattere intrattabile – Scontrosa – con una boccuccia delicata, ma con la lingua tagliente  come la spada di un soldato disperato –

 

Il tetto paterno diventava piccolo per lei –Sua madre era diventata un’estranea, tanto era presa dalla cura dei bambini delle ragazze maritate – Natolia, che i vicini mostravano a dito, aveva fin dall’età di vent’anni domandato all’Onnipotente un principe incantevole – Col digiuno, con preghiere ripetute – Ma nessuno veniva – Un povero ragazzo, che l’aspetto esteriore di Natolia aveva fatto sognare, si era azzardato a domandarne la mano – Disgrazia delle disgrazie per Natolia, l’inviato del Destino fu velocemente stornato dal suo progetto da abili amici –

 

Da questo momento lo scoraggiamento prese il cuore della povera Natolia – domandò consiglio, consultò degli esperti – Degli ingredienti di una mistura sconosciuta furono allora conservati nel corno di un toro morto da qualche anno –

 

Venuta la sera, Natolia partiva con una borraccia di acqua chiara, attinta nel torrente che mai piede umano aveva attraversato – Partiva, con il corno nascosto sotto le sue ampie vesti – Arrivata al crocevia, Natolia si fermava, ispezionava i luoghi, poi si lavava lì, all’incrocio dei quattro sentieri che portavano in ogni direzione. I quattro sentieri che percorrono gli uomini venendo da ovunque.

 

Lavata, fresca come una rosa, spandeva il resto del rusango magico là dove sarebbe passato l’uomo predestinato –

 

Natolia sapeva bene che Imana sistema tutto, ma occorrevano degli intermediari, il rusango magico, efficace come la legge naturale della caduta dei corpi –

 

Tutto era divenuto un mezzo per lei – All’età di quarant’anni non si poteva contare il numero di “panieri-regalo” portati agli esperti della conquista di mariti ed  il numero di preghiere recitate -

 

 


Preghiera

 

Signore, perché mi hai detto di amare tutti i miei fratelli, gli uomini?

 

       -------------------------------------------------------------------------------------------------------------

 

Signore, mi fanno male! Sono ingombranti, sono invadenti,

 

Hanno fame, mi divorano!

 

Non posso più fare niente; più entrano, più spingono la porta e più la porta si apre…

 

Ah! Signore! La mia porta è completamente aperta!

 

Io non ne posso più! È troppo per me! Questa non è più vita!

 

  E la mia posizione?

  E la mia famiglia?

  E la mia tranquillità?

  E la mia libertà?

  Ed io?

 

Ah! Signore, ho perduto tutto, non sono più di me stesso.

Non c’è più posto per me a casa mia.

 

Non temere nulla, dice Dio, tu hai guadagnato tutto,

Perché mentre gli uomini entrano da te,

 

Io, tuo Padre

 

Io, tuo Dio

 

Mi sono intrufolato fra loro.

 

                                                               (Michel Quoist, PRIERES, Ed. Ouvrières, p.143)

 

 


Secondo canto

 

Religioneria, fermento inadeguato

 

 

Religioneria,

Stadio istintivo, stadio infantile

Mantello della domenica

Mantello chiesto in prestito

 

Religioneria

Abito ristretto, gicchetta di gala

Tenuta appesa

Al chiodo arrugginito

Dell’armadio chiuso

 

  Per il resto della settimana

 

Religioneria

Fermento invecchiato

Motore stridulo

Senza olio rinnovato

 

Religioneria

Impermeabile bucato

Vernice usata

Durante le intemperie dei giorni peggiori

 

 

Preghiera della sera

 

Questa sera, Signore, ho paura.

Ho paura, perché il tuo Vangelo è terribile.

È facile sentirlo annunciare.

È ancora relativamente facile non rimanerne scandalizzato.

Ma è molto difficile viverlo.

Ho paura di sbagliarmi, Signore.

Ho paura d’essere soddisfatto della mia piccola vita conveniente;

Ho paura delle mie buone abitudini, io le prendo per virtù;

Ho paura delle mie attività, mi fanno credere di donarmi;

Ho paura delle mie sapienti organizzazioni, le prendo per delle riuscite;

Ho paura della mia influenza, immagino che trasformi la vita;

Ho paura di ciò che io do, che mi nasconde ciò che non do;

Ho paura, Signore, ci sono persone più povere di me;

Ce ne sono di meno istruite di me,

  i meno evoluti

  i meno ben sistemati

  i meno ben nutriti

  i meno ben vezzeggiati

  i meno ben amati

Ho paura, Signore, perché non faccio abbastanza per loro,

Non faccio tutto per loro,

Bisognerebbe che io dessi tutto,

Bisognerebbe che io dessi tutto, finché non ci fosse più una sola sofferenza, un solo peccato nel mondo.

Allora, Signore, bisognerebbe che io dessi tutto, tutto il tempo.

Bisognerebbe che io dessi la mia vita.

 

                                                                 (Michel Quoist, PRIERES, Ed. Ouvrières, p.136-137)

 

 

 


CANTO SULL’INTONTIMENTO

SOCIALE

 

Immobilità
Fissità
Paralisi
Inattività

 

Prologo

 

D’abitudine, l’intontimento è la sospensione dell’attività psichica –

 

Il volto è inespressivo, lo sguardo spento – L’ammalato non mostra alcuna reazione, né attività né intelligenza

 

L’immobilismo è totale – L’uomo è preso come da un silenzio di morte –

 

Il soggetto conserva un silenzio ostinato e rifiuta sovente ogni cibo

 

Una grande forma di stupore si manifesta nella malinconia – ma malgrado il suo stato, l’ammalato è cosciente di tutto ciò che avviene intorno a lui. Lo stupore cessa a volte bruscamente per fare posto ad una reazione pericolosamente aggressiva fino al tentativo di suicidio

 

Io chiamo intontimento sociale l’attitudine incomprensibile del contadino dinnanzi alle nuove tecniche che gli mostra l’agronomo –

 

Docile e calmo, segue le indicazioni, ascolta attentamente le spiegazioni, imita i gesti dell’insegnante –

 

Lasciato a se stesso, cambia, ritorna alle sue vecchie abitudini, lascia nell’oblio e con disprezzo le tecniche ieri apprese con cura – In lui, anche il semplice istinto d’imitazione è frenato da non so quale forza occulta –

 

Di fronte al maestro comprende ed apprezza – Uscito il maestro, disprezza, si ostina, si intestardisce e ristagna nelle sue vecchie abitudini del non progresso –

 

L’intontimento sociale è lo stato di tutto un villaggio, di tutto un popolo il cui slancio è interrotto, paralizzato, fermato

 

È lo stato staticamente morboso di questo popolo che non inventa, non crea più, non cerca più – Di questo popolo che aspetta

 


Canto

 

Vedo il sottosviluppo

 

Vedo degli uomini abbandonare delle case pulite, aerate, per ritornare nella capanna fumosa della loro infanzia

 

Cari vicini, perché dunque cancellare dalla memoria dei bambini queste vie pulite tracciate ieri nell’entusiasmo del villaggio? -

 

Uomini che dormite, risvegliatevi dunque, non sono settant’anni che si innalzano case belle e spaziose con l’argilla delle nostre paludi?

 

Muratori abili, da dove uscite? E la moglie ed i bambini non hanno diritto al lavoro delle vostre mani consunte!

 

Donne del villaggio, andiamo dunque, da quanto vedete che l’abito si lava!

 

Le ricchezze non mancano nei nostri paesi

 

Pianure fertili si estendono a perdita d’occhio. Un sole gaio irradia le colline e fa spuntare a perdita d’occhio tutto ciò che si semina

 

Stagni innumerevoli attendono da secoli le mani dell’uomo, mani vigorose per trarne le sostanze di cui si nutrono gli uomini

 

Pietra e argilla abbondano – basta pensarci per erigere delle case ridenti su tutte le colline messe là per essere il riposo degli occhi stanchi del caos delle città –

 

L’uomo è là – capitale prezioso – Degli uomini senza lavoro aspettano – ogni foglia di banano nasconde un uomo – un uomo resistente – un uomo docile –

 

Mentre l’élite intellettuale dovrebbe lanciarsi nei lavori di produzione – allevamento razionale, coltura razionale del riso, del mais, dei fagioli, delle patate – nella pianificazione del turismo – nella disposizione ordinata delle città –

 

L’élite si ammassa nelle capitali, mordendosi la coda, bruciata dalla sete dell’ambizione, terrorizzata dal patto giurato di una politica effimera – È il sottosviluppo

 

Mentre la gioventù dovrebbe accaparrarsi i settori di produzione, è là, errabonda, ridendo sulla sua miseria, elemosinando il pane ed il lavoro alle porte dei negozi inospitali – È il sottosviluppo

 

È là la gioventù, acquistando e rivendendo scatole di cerini e sapone da barba – Sono là, un incidente d’auto li polarizza, un pazzo furioso li fa ridere, una bottiglia che si rompe li diverte – Il sottosviluppo

 

Sono venuti dalla campagna per vendere la vita – Oggi giornalieri in una piantagione, domani tagliatori di boschi, dopo vagabondi per la città, senza luce che rischiari l’entusiasmo dei giovani avidi di progresso –

 

Sono stati bocciati a scuola – hanno perso la speranza di sedersi nell’ufficio invidiato dove una ragazza senza cultura batte cercando tasto dopo tasto sulla macchina da scrivere la lettera quotidiana del padrone

 

Sono là affamati, che guardano, che ammirano, che sbadigliano per la fame cronica e la noia in questi centri dove nessuna casa è per loro

 

L’intontimento sociale è lo stato morboso di questo popolo che non ha più fiducia nei suoi figli, ch’egli sospetta incompetenti, ladri, senza coscienza, senza progetti, senza piani – Di questo popolo disorientato che aspira ai tempi meravigliosi della colonizzazione quando c’erano organizzazione, lavoro e denaro –

 

È lo stato dei paesi in via di sviluppo – paesi dalle amministrazioni pompose dove piccoli borghi sono retti da leggi per grandi città –

 

Dove le scartoffie occidentali si accumulano e danno l’illusione di una macchina che cammina -

 

Dove gli uffici sono invasi da un numero incalcolabile di funzionari messi là perché ciò succede altrove – Invece di creare lavoro, si crea dapprima un funzionario –

 

È lo stato morboso dei nostri paesi dove la maggior parte degli elementi attivi del popolo lasciano il lavoro produttivo per immettersi in folla nel lavoro di consumo –

 

L’intontimento sociale è questo stato dei popoli poveri, dove pochi uomini sono integrati

 

*      Degli adulti, ieri coscienti del loro stato, danzano come mocciosi, parlano come delle donne e seppelliscono la loro inettitudine e la loro vergogna nell’alcol che fa dimenticare

 

*      Dei vecchi, ieri pilastri del villaggio, custodi della moralità e della tradizione, piangono in silenzio la loro influenza perduta

 

L’intontimento sociale si traduce in definitiva in una paralisi del popolo, ieri fiero, attivo, in piedi – che striscia, si accontenta di favori e ride ad alta voce in un entusiasmo forzato

 

  È il sottosviluppo

 

 

 


CANTO-CONFESSIONE

SULLA MIOPIA SOCIALE

 

 

La miopia sociale, altra malattia che frena lo sviluppo – non vedere con i veri occhi dell’uomo in un paese in via di sviluppo –

Rimprovero inutile, mi dirai, Simone,

Io, figlio dei tempi moderni

Il ragazzo vezzeggiato dalla fortuna della civilizzazione,

Vedo

Sento

Guardo

Tocco

Esamino

Come dunque!

 

Non ho passato dieci anni sui banchi di scuola?

 

Non sono uscito da questa mentalità primitiva che non aveva che due sensi: Vedere, Ascoltare? –

 

Quando la nonna mi presentava una pannocchia arrostita, mi diceva con naturalezza

 

“Ascolta, ragazzo mio se questo mais è ben cotto”. Ed io, ragazzo del quarto anno di Greco-Latino, ridevo sotto i baffi – Lei crede che si possa gustare una pannocchia con l’udito! Mordevo il mais a bocca piena e usavo il mio gusto per dare alla nonna una risposta scientifica!

 

Quando disfacevo la mia valigia sulla stuoia della casa, Mamma gridava annusando il mio sapone –

“Ascolto questo sapone che profuma di buono” –

 

Che mentalità da uomini incolti!

Sì, veramente, vedo

Sì, veramente i miei pensieri sono chiari

Ho imparato a servirmi coscientemente

Della Vista

Dell’Udito

Dell’Odorato

Del Gusto

Del Tatto

Il mio campo di contato col mondo è diventato più sviluppato

Ho imparato la precisione dei termini –

No, Simone,

No, no, te lo giuro

Tu non hai lo sguardo che dovrebbe avere un uomo di un paese sottosviluppato –

Tu vedi la mia età

Confesso ancora sovente la mia miopia sicuramente colpevole –

 

Anch’io sono stato a scuola, caro Simone,

Non ho passato solamente dieci anni sui banchi di scuola, ma ventuno –

 

Ora ancora, ogni giorno, studio un’ora – Ma malgrado ciò non vedo ancora come dovrebbe vedere un uomo di un paese in via di sviluppo – Ho acquisito delle abitudini di cui mi è difficile disfarmi, poi c’è l’ambiente, la struttura, le istituzioni –

 

Posso affermare di aver imparato a vedere durante la mia scuola elementare?

 

Ne dubito

 

Ho imparato a memoria, calcolato delle realtà che non impegnavano in niente la mia vita, non corrispondendo alla mia situazione – troppo presto sono stato tolto dal mio ambiente di realtà familiari – Avevo due vite – Vivevo due mondi;

 

Il  mondo delle mucche, delle capre e dei montoni

Il mondo della capanna e del bananeto oscuro

Il mondo d’uomini concreti che vi lanciano delle parole alla rinfusa –

Il mondo delle piogge e del sole…

 

                           Poi

 

Il mondo del banco, del portamento eretto

 

Il mondo delle sfere – Il mondo dei Mari e degli Oceani che non avevo mai visti – Il mondo dei grandi fiumi, dei precipizi, delle cascate – Il mondo di due più due –

Cosa fa “due più due” – Non ne sapevo nulla – Due più due fanno quattro –

Gli si dava una tale importanza che alla fine me ne spaventavo –

Mississipì – Missuri, la Mosa, l’Iser, la Groenlandia – il grande piroscafo “Francia”, la neve, le tundre, la spiaggia, i Chioschi, il Casinò, il Corriere d’Africa,

La Transiberiana –

Straordinario! Tutto ciò lo imparavo, convinto che per essere civilizzato bisognava saperlo –

Poi ritornavo nel mio villaggio – Alloggiavo nella nostra capanna dividendo coi più grandi, meno fortunati, la stuoia di casa –

Già disprezzavo tutto quel mucchio di mais non contato, tutta quella foresta di banani non allineati, tutte quelle teste dei vicini impermeabili alla buona scienza –

Chi tra di loro sapeva che la terra gira e che la pioggia è aria –

 

Facevo il saccente e sciorinavo la mia scienza – Con i miei amici studenti le vacanze erano il momento per parlare questo francese che all’Istituto non parlavo che sotto l’occhio del sorvegliante – Era il momento di far uscire dall’oblio quelle parole greche che all’Istituto non imparavo che per le interrogazioni. Gli ignari ascoltavano a bocca aperta questi ragazzetti predestinati all’ufficio, alla vita facile e alle grandi comodità!

 

Allorché in Occidente il bambino calcola la realtà della vita di ogni giorno!

 

*      Il sale pesato che la madre adopera

*      La carne al chilogrammo

*      L’aereo che sfreccia sovente nel cielo nebbioso

*      Il treno che fischia come un mostro -

 

Io, a sei anni vivevo già due mondi: un mondo con le misure convenzionali. L’altro con le sue leggi, altrimenti convenzionali – È un dramma che dall’età di sei anni mi ha condizionato e impedito d’avere i veri occhi dell’uomo d’un paese sottosviluppato –

Ho acquisito un modo speciale di osservare –

Il mio sguardo non è uno sguardo che constata, scruta, raffronta, cerca; il mio sguardo è statico – Il mio sguardo registra e resta soddisfatto –

Apprendevo non per vivere, ma per rispondere a delle eventuali domande, a delle domande poste da un altro – Poiché la mia educazione mi spingeva ad essere conciliante, le mie risposte dovevano adattarsi alle domande poste –

I miei studi trascorrevano così in un clima statico di registrazione –

Il mio studio di storia fu statico

  immobile

  non coinvolgente

  non dinamico

 

Nessun raffronto con la storia del mio paese sul quale si era messo un velo

Le personalità straniere suscitavano in me una ammirazione attonita, niente più

Nessuna porta era aperta all’imitazione ed allo stimolo psicologico –

Io le conoscevo pertanto queste personalità - 

Allora avevo una buona memoria –

Potevo citare senza errore le conquiste di Cesare

  Le vittorie di Alessandro Magno

  Le scaltrezze dei Borboni…

  La battaglia dell’Iser

  L’autore della Brabançonne

La notte di San Bartolomeo

  La presa della Bastiglia

  La casa di Spagna

  I confini della Lituania

  Il re del Galles

 

E poi era tutto, li conoscevo

E poi avevo il mio diploma

Ero giudicato idoneo per fare l’università

Ero giudicato capace di entrare tra le file degli intellettuali dei paesi sottosviluppati

 

Questi uomini “furbi” come scimmie che assistono senza un sospiro alla decadenza del loro popolo

Questi uomini civilizzati che hanno vergogna a vivere nei loro villaggi –

Questi uomini intelligenti, diplomati, che fuggono

  Il suolo natale nei debiti

Il suolo natale che non può pagare

  Il suolo natale che no sa dire: “Signore, figlio mio, fascia le mie ferite. Ti do tanto”

  Il suolo natale sprovvisto d’acqua corrente

  Il suolo natale dalle notti buie

  Il suolo natale dalle case di fango di cui si accontenta il  missionario

  Questo uomo di civiltà lenta, ma solida

 

Sono risultato infine il quarto della mia Scuola Elementare

Soddisfatto della mia situazione per continuare più lontano

Ero l’idolo di quelli che non hanno continuato

 

  Il salvato

  L’esempio

  Il  termine di paragone

  Quelli che restavano lì,

  Dovevano accontentarsi della sorte di servi

 

Non toccheranno mai la matita rossa che fieramente io impedivo loro di insudiciare

Fino ad undici anni non avevo visto ciò che occorre ad un ragazzo di un paese sottosviluppato –

 

Dal momento che ero predestinato a divenire più tardi un elemento di sviluppo, mi avevano abituato, per cinque anni, alla vita di ripetitore, copiatore di problemi immutabili – Ero un piccolo borghese con un avvenire chiaro – Avrei avuto il mio piccolo diploma se fossi arrivato ad immagazzinare il sapere del Maestro che credevo allora alla fine della mia ricerca – Non c’erano più cose nuove da inventare, dei metodi da trovare – Così, lentamente, morivano in me lo spirito d’invenzione, il gusto della ricerca, la scoperta personale della natura…

 

A dodici anni iniziavo gli studi secondari – Volevo conoscere –

La preoccupazione del sapere diventava dominante in me – Non fu quella conoscenza che trasforma un uomo e lo spinge a vivere più coscientemente gli impegni del suo paese –

Fu un addestramento al Latino, al Greco, al Fiammingo, alle formule scarne di una Matematica di cui non vivevo alcun rapporto con la situazione del mio popolo –

Non mi ricordo di aver imparato a far uscire il mio popolo dal sottosviluppo –

Nessuna disciplina mi è sembrata spingermi a cambiarlo, a migliorarlo, ad ingentilirlo –

Mi si insegnava a decantarne le sue bellezze, ma in termini troppo statici per spingermi all’azione dello sviluppo –

Era in una situazione che doveva conservare – Dovevo più tardi accontentarmi di entrare nella linea del lavoro già cominciato –

Nessun dubbio nasceva in me – Tutto era perfetto, Tutto era chiaro

Non mi ricordo d’aver imparato ad amare il mio paese

 

  Amare il mio popolo

  Amarlo teneramente

  Vantarlo

  Esagerarlo

 

Mi capitava spesso di aver vergogna delle tradizioni peraltro nobili dei miei antenati –

Non mi capitava mai di sentire il mio popolo –

Non arrivavo ancora a portarlo come una cosa mia –

 

  Durante tutto questo tempo

  Lentamente

Crudelmente

Moriva in me

Il nobile sentimento nazionale

Lentamente

Inesorabilmente

Spuntavano in me i germi

  Della noncuranza

Dell’apatia

  Della soddisfazione egoista

 

Lentamente

Crudelmente

  La miopia vinceva gli occhi della mia pietà

  La sordità turava le orecchie della mia simpatia

  L’insensibilità borghese chiudeva il mio cuore alle piaghe del mio popolo

 

Io dormivo tranquillo in un letto soffice, mentre mio padre finiva i suoi giorni nella miserabile capanna della mia nascita –

 

Senza vergogna, metterò nella sabbia lo champagne mentre il mio boy, mio cugino ed il figlio del mio popolo non hanno di che calmare la loro fame da carestia –

 

Oserò, ad alta voce reclamare alti salari, indennità e premi, quando i miei domestici non sono pagati da un anno –

Lentamente

Fatalmente

Diventerò irriconoscibile,

Sì, mia cara Amelia,

Irriconoscibile

Straniero al mio popolo

Insensibile alle sue miserie

Saccheggiandolo senza servirlo

 

Vestito come un principe, la nudità dei miei fratelli non dirà più nulla al mio cuore di carne, divenuto come di pietra –

Come ai tempi della Scuola

Parlerò dell’analfabetismo

Tratterò con le mie parole sapienti

Della mancanza di alloggi decenti

Deplorerò la malnutrizione del mio paese

Ma come lo scolaro che ripete la sua lezione

Ma come il candidato all’esame

Che, con sudore, ripete la sua lezione

Perché si dica

  “Ha parlato bene

  Capisce

  Bisogna diplomarlo”.

 

Sì, caro Simone, è duro da confessare, ma è così vero -

Figlio del mio popolo

Ha sacrificato tutto per formarmi, istruirmi, farmi giungere al rango degli intellettuali degli altri popoli –

Le porte della scuola secondaria sono state aperte come una cosa dovutami –

Le porte della scuola superiore ancora di più

 

  Non avevo niente da pagare

  Non potevo pagare niente

  Il mio popolo ha capito

  Il mio popolo mi ha inviato

  Il mio popolo si è indebitato

  Il mio popolo ha pagato tutto

 

Sono diventato questo bell’uomo che  tu ammiri

  Un bell’uomo certo

  Ma un bell’uomo miope

Ma un bell’uomo che dimentica

 

Dimentico di andare a vedere la fontana a cui la famiglia beve –

Dimentico d’andare a vedere questi fratelli che il mio popolo ha abbandonato, per un periodo, per abbellirmi e amarmi

 

  Questi fratelli contadini che faticano senza metodo

  Queste madri nel pericolo che attendono il medico che non viene

  Questa gioventù disorientata, assetata di strutture e di direttive

  Queste sorelle, le mie sorelle, senza rudimenti di vita tecnicizzata –

 

Sono miope, dimentico

Spreco il denaro del mio popolo ed il suo tempo

 

  Il tempo non impiegato

  Il tempo pagato

  Il tempo prezioso che il mio popolo mi reclama

 

Al volante della mia decappottabile;

Attraverso, senza emozione,

Questo popolo che elemosina

 

           del pane

           del lavoro

           dell’acqua pulita

           delle medicine

           dell’istruzione

 

Che elemosina le condizioni degne della vita umana

 

Sei anni di studi umanistici

Sei anni di formazione ad un’altra vita diversa da quella del mio popolo

 

Ho passato la scuola secondaria senza una coscienza viva d’essere figlio del mio paese, senza questo sentimento acuto d’essere l’élite del mio villaggio

 

  Élite Integrazione

  Élite Sostentamento

  Élite Promotrice

  Élite Motore

 

Non avevo altre ambizioni che quella di vivere come assistente, come aiuto, come irresponsabile –

 

Un uomo che prenderà un salario, si stabilirà in una città e dirà nella fierezza del suo benessere:

 

  “Io, almeno, ho studiato

  Non è vero mia cara?

  Dora, anima mia,

  Sii tranquilla

  La politica mi è favorevole”

 

Ed attorno a me tutta la natura grida disperata:

 

  E gli altri

  Gli sfortunati

  I fratelli del popolo benedetto

  I senza lavoro

  I mendicanti!

 

Rispondo con quella serenità borghese di un uomo arrivato:

 

  O, mia cara

  Viviamo la vita degli uomini civilizzati,

  Gli altri

  I fannulloni

  I sordi

  È la vita, è il Destino –

 

La miopia sociale è un flagello nel sottosviluppo –

 

La miopia sociale è un freno al sottosviluppo integrale –

 

 


CANTO

SUL

PARASSITISMO SOCIALE

 

 

Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza,
a immagine e somiglianza di Dio lui lo creò.
Dio li benedisse e disse loro:
siate fecondi, moltiplicatevi,
riempite la terra e sottomettetela.
                                                                                                   (Genesi e,27)

 

 

 

RELAZIONI FAMILIARI D’ALTRI TEMPI

 

 

I nostri paesi hanno fortemente sviluppato la vita di relazione

La vita di comunità

La vita di comunione

Non si poteva concepire una persona isolata,

Non si poteva immaginare un ospizio di vecchi –

Il nonno finiva i suoi giorni tra i suoi –

 

Cuore giovane, riscaldato dai discendenti numerosi, questi fiori in cui riviveva, si ringiovaniva e moriva senza tristi pensieri –

 

La nonna lo stesso – era venerata, vezzeggiata dai suoi figli, i suoi nipoti, benedizioni di cui Imana l’aveva colmata –

 

La tradizione era chiara –

 

Ciascuno degli sposi doveva ai suoi suoceri, non solo molto rispetto ed affetto, ma anche aiuto e assistenza –

 

Era un dovere

Un dovere amato

Un dovere accettato

Un dovere indiscutibile, ancorato nel cuore dei tempi, nel sentimento comune –

 

Ugualmente i suoceri dovevano affetto e assistenza ai loro generi e nuore –

Erano i loro figli – La società interveniva in caso di conflitto per imporre il compimento di questi doveri – La mancanza grave a questi obblighi si risolveva il più delle volte in un danno di interessi – fino al divorzio in casi di mancanza molto grave – La donna sposata aveva con la sua parentela dei rapporti determinati dalla tradizione

 

La donna sposata doveva recarsi dai suoi genitori il più presto possibile per una prima visita –

Senza questa visita di cortesia, accompagnata da birra, che esprimeva il rango del marito, lei non poteva guardare suo padre in volto –

Era per dire:” Ecco, padre, tu mi hai inviata, sono partita – Non aver paura, riuscirò” –

 

Cinque o sei mesi dopo, i due giovani sposi faranno un pellegrinaggio alla famiglia della sposa – Genitori e vicini verranno a vedere questo spettacolo meraviglioso: due esseri uniti dal Destino – La giovane sposa, bella come la luna, sprizzante salute, era l’oggetto d’ammirazione popolare –

 

Non era più la bambina di ieri, era già donna, i segni della maternità vicina si leggevano sul suo viso incantevole per la gioia – Sua madre era al colmo della gioia, spiando un momento propizio per sussurrarle una parola materna di incoraggiamento

 

Poi veniva il primo parto – Non andranno più in pellegrinaggio in due, ma in tre – Due giovani i cui tratti d’Ubuvyeyi (della paternità e maternità) avevano reso nobili il vigore e l’espressione – E il bambino che già sorrideva – Perché non bisognava affrettarsi, bisognava che questo nuovo essere fosse in grado di partecipare, con il suo sorriso nascente, per la soddisfazione dei nonni, degli zii, delle zie e di tutti i vicini convocati per l’allegria comune –

 

Ugualmente i genitori di lei non la dimenticavano – Ben presto, dopo il matrimonio, appena dopo tre giorni, il padre invierà una processione – sì, una vera processione di birra e di regali – 12 anfore di birra visibili, 6 cesti alti, 12 canestri bassi e dei bashingantahe pavoneggiandosi come dei tacchini nei loro vestiti ampi di colori variopinti – Il padre non vi andava, inviava i suoi rappresentanti, per mostrare, nel clan straniero, divenuto suo clan per alleanza, la fanciulla, frutto delle sue viscere – Erano inviati per dire a quegli uomini: “Ecco quella in cui la nostra alleanza è sigillata” – Allora la sposa levava il velo che portava con cura dal matrimonio –

Il velo che la nascondeva agli occhi del suocero e della suocera – il velo che facilitava il silenzio c’ella doveva conservare prima dell’offerta del dono dei suoi nuovi genitori, doni, espressione dell’accettazione nella famiglia – I delegati venivano, si festeggiava. Il velo cadeva. La vita pubblica cominciava –

 

Anche la madre doveva andare pubblicamente a vedere sua figlia – doveva andare e passare pubblicamente per la grande entrata – La grande entrata da dove passano le mucche – La grande entrata che accoglie gli ospiti – La grande  entrata del cortile, là dove abita un mugabo – Doveva andare per dire: “Ecco quella che l’ha portata – questa figlia, degna discendente di suo padre – Rendetela come questa madre qui presente – Amatela come una donna che ha le sue origini, rispettatela come una madre – È mia figlia, sono sua madre” – Poi si beveva – Si danzava –

La madre ripartiva – I nuovi genitori ed i vicini ammiravano questa persona, figlia di una madre come sua madre –

 

Poi sarà il turno del padre – Verrà più tardi con più splendore per vedere quella di cui si fanno conoscere già le virtù – Verrà come un re, superbo e degno nel suo più bel costume dell’annata – Grande processione – Grande apparato –

 

Verrà a dire: “Sì, sono io. Voi avete visto la figlia. Voi avete visto la madre –

 

Ecco il padre da cui deriva ogni gesto grazioso, ogni dignità femminile. Vi saluto – Vi porto la mia presenza come benedizione – Siate fecondi, riempite il villaggio, sottomettete con la gentilezza del gesto, il dolce sorriso, la bravura e la fierezza” –

 

Non entrerà nella casa di sua figlia – Non ha più l’età in cui ci si siede coi ragazzi. I ragazzi che non conoscono ancora tutta la vita – I ragazzi che vedono tutto rosa – I ragazzi che potrebbero vederlo inghiottire di traverso – deve restare misterioso, lontano dagli sguardi di questi giovani sposi per i quali è stato stabilito, dal Destino, il modello dei padri.

 

  Padri coraggiosi

  Padri retti

  Padri che sanno tutto

  Padri degni e rispettabili

 

Potrebbe avvenire che in presenza di questi giovani gli sfugga un gesto maldestro –

 

Andrà dunque nella casa preparata per lui o nella capanna dei parenti del ragazzo

 

Andrà con quelli della sua età – quelli che non si stupiscono più di niente – quelli che sanno già tutto della vita –

 

Il marito ugualmente aveva dei rapporti fissati dalla tradizione con i parenti della sua sposa.

 

La sua casa sarà sempre aperta a tutti – Si obbligherà a mostrare l’affetto, la buona intenzione con tutti quelli il cui sangue scorre nelle vene della su amata – Egli si proibirà le visite a tempo indebito presso i genitori di sua moglie –

I fratelli e le sorelle della moglie potranno entrare, mangiare ed alloggiare nella casa del loro cognato – I cugini e le cugine della moglie, i nipoti e le nipoti sono dei familiari di questa coppia benedetta –

 

Ugualmente la moglie avrà la sua linea di condotta con la parentela del marito –

 

Diventa come la figlia dei genitori del marito – Durante due o tre mesi lei assisterà la suocera nei lavori di casa – Per essere iniziata, formata, abituata in questa nuova vita di donna. I fratelli e le sorelle del marito saranno come i suoi fratelli e le sue sorelle per lei –

 

In occasione dei grandi avvenimenti della vita, la morte del capofamiglia, per esempio, la famiglia si riunirà – La famiglia di sangue e le famiglie per alleanza –

 

Ognuno è stimato avere una propria famiglia – Ciascuno può reclamarsi di qualcuno

 

- Gli orfani di madre esigeranno pane e asilo dal loro padre o dai suoi genitori – Dovranno ritornare ai genitori della madre se il matrimonio non è stato valido –

- La comunità vi vegliava -

- La vedova ed i suoi figli saranno a carico del suocero –

- Nessun uomo aveva diritto ad essere poligamo senza possibilità di fornire dei beni adeguati a ciascuna sposa ed ai suoi figli

– Fuori dal matrimonio, il padre non aveva alcun diritto sui figli - Essi appartenevano al clan della madre –

 

Ecco, Simone, tradizioni degne di rispetto.

Ecco le leggi degne d’ammirazione

Questi rapporti tra parenti erano facili in un mondo

Dove il livello di vita era sensibilmente lo stesso

Dove ciascuno sfruttava la sua proprietà, il suo bestiame in un modo di vita contadino –

Ma quando apparve il denaro, questo mezzo facile di scambio

Da che apparve il lavoro salariato, mezzo di sussistenza

da che il tempo divenne contabilizzato

Allora le buone relazioni di ieri divennero un peso opprimente –

Da una parte non si può impedire di vivere all’africana,

Non si può impedire al fratello di entrare e di magiare

Non si può chiudere la casa a questi buoni vicini ridenti che partecipano gaiamente alla chiacchierata, segno di vita, e alla bevanda, abbellimento della conversazione.

Non si può fissare l’ora a quei cugini senza numero e a questi zii a cui il tempo calcolato non interessa

 


Canto

 

 

Io vi piango, fratelli, che abitate nella capitale

Tanto peggio per voi, bisognava prevederlo

Noi verremo al mattino, noi arriveremo a mezzogiorno

Noi busseremo la notte alla ‘vostra porta, la porta della nostra casa’ –

È la nostra casa – la casa del figlio di mia madre – tanto peggio se si mangia tutto, tu non hai che da lavorare – Tanto peggio se si beve tutto il tuo salario – Tu non hai che da salire lassù dove l’urwarwa (birra di banano) dorato cola come da una fontana. Sali dunque con la tua signora e il piccolo, sicuramente il nonno ucciderà il vitello grasso – Lui ne ha venti

Poveri uomini che avete delle case, delle città ridenti che domani voi lascerete per occupare altre case dello Stato -

Accogliete dunque il buon vicino che un processo trattiene nella capitale – Il buon vicino con il suo bastone di viaggiatore, senza denaro, senza provviste – Sa dove alloggiare, sa dove mangiare – l’ospitalità africana!

Accogliete dunque questi buoni ragazzi, dieci, venti, quanti sono – i cugini della signora – sono già nella casa, giocando, ridendo, sono dei ragazzi di casa – Dove andate ragazzi miei –

Noi cerchiamo una scuola Signore – Noi saremo iscritti in quattro giorni –

Molto bene figli miei – Voi avete fortuna –

Accogliete questi disoccupati, per favore – sono lì da due mesi – Oh! Dio, la mancanza di lavoro – Dì, impiega mia sorella, impiegherò tua cugina – Ho un cugino che sa battere a macchina –

 

Tu non hai posto? Bene, molto bene, sistemato

 

Vedo la miseria, vedo il sottosviluppo

 

Delle famiglie, rispettate, ricche, ma senza un soldo, con niente in banca

Senza assolutamente nulla – Dove hai messo il denaro Signore? Non so – Vedi, mia moglie appartiene ad una famiglia numerosa – Io stesso ho innumerevoli cugini –

Allora! Allora non ho più denaro –

Allora non risparmio nulla –

Allora i bambini del nostro seno hanno fame –

Allora la Signora non ha la sua parte di stipendio –

Allora non abbiamo una casa nostra -

Allora non avremo mai una casa per noi –

Allora noi siamo in un paese sottosviluppato –

Allora ci sono i furti

  le sottrazioni di denaro pubblico

  i debiti

  i debiti

la prigione

  poi il lavoro

  i debiti

  la prigione

  poi ancora il lavoro

  la disoccupazione

  Poi la Signora è partita

  Con i bambini

           Dove? Non so –

  Poi lei ritorna

  Il lavoro

  La prigione

 

           Che vita! – Il sottosviluppo

 

Il parassitismo sociale è una piaga

 

Il parassitismo sociale è un freno allo sviluppo

 

  Chi potrà cominciare una impresa con cento bocche da sfamare

 

  Chi potrà risparmiare con venti scolari a cui bisogna assicurare il necessario scolastico

 

  Chi potrà stabilirsi con trenta uomini da alloggiare al mese

 

Chi, ve lo domando?

 

           Il muzungu (uomo bianco)

 

                     L’animale che si mostra a dito perché non da niente

 

           Il ragazzo mandato via che non va mai a visitare la sua famiglia

 

Il ladro che pesca talmente nei tesori dello Stato che la famiglia non può magiare tutto.

 

Ma l’uomo onesto, l’africano sorridente, sarà ridotto alla vita onesta che non fa rumore –

 

Il parassitismo sociale mantiene una mentalità falsa, nemica dello sviluppo –

 

Una mentalità contraria alle leggi già approvate dalla Storia –

 

- Tu guadagnerai la vita col sudore della tua fronte, Fratello –

Su, svelti, sbrigatevela -

- Il tempo è denaro –

- Aiutati che il cielo ti aiuta –

- Conta anzitutto su te stesso, prima di contare sugli altri –

 

Caro Simone, vedo che mi dici

“Allora che fare – Dobbiamo cessare di vivere come degli Africani?”

 

  La tradizione è là

  La vita attuale è questa

           Allora?

  Allora tu devi aiutare il tuo paese ad uscire dal sottosviluppo

  Vedi

  Giudica

  Agisci

 

 

CANTO

SULL’INSTABILITA’ SOCIALE

 

 

Altra malattia del sottosviluppo: l’instabilità

Lo sviluppo è violentemente frenato dalla instabilità

L’instabilità delle leggi e dei decreti

Ogni giorno quattro decreti, ogni anno venti leggi

Poi ancora sei decreti e otto leggi

E questo in ogni settore

Il povero contadino non ne esce più

Il povero miserabile non ci crede più

  lentamente

  perde il senso della legge

  per forza di cose

  ci fa l’abitudine

  ascolta la sua radiolina

  attende

  poi ritorna alle sue occupazioni giornaliere

 

All’instabilità delle leggi succede l’instabilità delle persone.

Un governo succede ad un altro come i soldati di guardia si rimpiazzano –

Ma un ministro non è un soldato di guardia

Non è là per assistere, vegliare, guardare

Un ministro dei paesi sottosviluppati

  È una cosa seria

Non ha ancora alcuna tradizione

Deve creare del nuovo

  prevedere

  inventare

Deve prevedere, organizzare –

Deve coordinare il suo ministero

Poi, sovente,

Si tratta di persone

Di persone che parlano, attendono il momento propizio per proporre un progetto –

Vi sono delle trattative –

Avevo cominciato un accordo col signor Tizio –

Non c’è più il signor Tizio -

Il suo sostituto, neppure –

Sono il terzo sostituto del signor Tizio –

Ma allora

E i miei segreti confidati

E il mio accordo firmato

Non c’è più – È il sottosviluppo – I ministri dei paesi sottosviluppati acquisiscono presto l’attitudine di spettatori impassibili,

di un uomo che sa che non resisterà a lungo.

Girato il film, uscirà, lascerà liberi gli uffici

Prenderà il suo cappello

  il suo bastone

  ed il suo portafoglio

è il sottosviluppo –

Poi il lavoro progettato si ferma

I dossier dormono nei cassetti

Regolarmente spolverati dal segretario impassibile –

 

Sono là

Chiaramente collocati

Attendendo il successore

 

Ecco che viene

Non capisce

È veterinario

 

È duro da decifrare

Un dossier di affari

Quando si è veterinari

 

“Signor consigliere

Modificate il progetto

Non è chiaro”.

 

Poi il progetto dorme

Si risveglierà

Quando ritornerà il suo autore

 

Sì, caro Simone,

Senza funzionari stabili

Lo sviluppo non è possibile

 

È sicuro

Provato dalla Storia

 

Senza competenza

Niente sviluppo

 

Sì, Simone

Un medico è per curare

Un veterinario è per il bestiame del mio popolo

Un insegnante è per insegnare

 

  Non è chiaro!

  Sì, io credo

  Accetto

  è duro

  è il sottosviluppo

 

 

 

Terza parte

 

CANTI

SULLO SVILUPPO

 

“Bisogna che l’Africa si arricchisca. Noi ci dobbiamo lavorare con tutte le nostre forze, non con l’ambizione d’eguagliare o di far concorrenza all’Occidente, ma perché questi beni siano un semplice abito con il quale noi ci copriamo quando noi ci rechiamo alla costruzione di un umanesimo rinnovato.
Questo abito deve rivestire il nostro cuore
La nostra concezione di ubuntu (umanità)
Il nostro amore di ubuvyeyi (fraternità)
La nostra pratica di ubufasoni (buone maniere)
Il nostro senso di ubuntungane (giustizia)
Il rispetto di Imana che i nostri padri hanno lasciato per testamento”.
                                                                             (Sur les traces de mon père, pp. 136-138)
 

Primo Canto

 

 

Il richiamo della terra

 

 

La grande pianura della Ruzizi è ferita

La terra della mosca tzè-tzè è risanata

Il silenzio millenario è violato

 

Il buldozer implacabile ronza

La terra geme, si piega e sorride

Gemiti sordi della terra-madre

           che partorisce il progresso

È là, la bella pianura

È là, la zona fertile

È là, la terra madre

           Di mais, di cotone, di riso,

 

È là, piena e ricca

È là, coricata e seduta

Pazientemente coricata

           Attendendo gli amanti

 

Tutto in essa è richiamo

Tutto in essa è sospiro

           In attesa dei suoi amanti

 

La grande pianura della Ruzzi sanguina

La zappa l’ha violata

L’uomo l’ha ferita

Le sue interiora tremano

Sotto il movimento cadenzato

Dei piedi dei contadini

 

Il buon cotone bianco fiorisce gaiamente

Sotto il sole generoso dell’Equatore

La manioca farinosa spunta ridente

Come l’erba selvaggia in questa terra benedetta

Delle strade solcano la pianura ieri vergine

Le paludi sono prosciugate

La febbre è indietreggiata

Le malattie bizzarre sono fuggite

Davanti al Progresso

 

È là sdraiata la Padrona

Sotto l’ombra della Cresta

È là seduta la Capitale

Che i passanti ammirano

Ai fianchi dell’unica Cresta

La maestosa Cresta abitata

La Madre del Nilo e del Congo

 

Ti saluto o Mia Bujumbura

Ti saluto o Bella, città fiera e giovane

Ieri dei Bagabo hanno sacrificato tempo e sonno

Per proteggerti dagli appetiti insaziabili

 

Ti saluto mia amata, Padrona delle pianure

Sorgente e nutrice del resto del paese

 

Sdraiati tranquilla nel letto che è tuo

Nel tuo letto vasto, la pianura della Ruzzi

Sdraiati tranquilla

Sogna piani e progetti

I tuoi amanti vegliano

 

Stenditi, mio amore,

Distendi senza timore

Le tue membra di gigante

 

Sommuovi col tuo piede

Gli angoli ed i cantucci

Il panno di stoffa lunga

Fissato al palo del lago di Nyanza

Distendi le tue braccia lunghe

senza preoccupazioni

Le tue muraglie d’acqua, Tanganyka

 

Ti amo di giorno

Ti amo di notte

Brulicante di ritrovi d’amici

Alla ricerca del Progresso

 

Ti ammiro eretta

Nei tuoi quartieri di industrie

 

Ti saluto o Mia Bujumbura

Città giovane e fiera

Città di promesse

 

Tu capisci, Simone, il progresso è dapprima in questa fierezza di una gioventù in piedi

 

Questa fierezza che ci spinge a vedere, ci invita a marciare risolutamente nelle vie della trasformazione della natura

 

La gioventù deve essere svegliata, sensibilizzata alle realtà in cui viviamo. Noi dobbiamo mostrale le strade tracciate e quelle da tracciare. Le case costruite e quelle da costruire

 

Noi dobbiamo abituarci a vedere le terre fertili di sorgo, di mais, di manioca, di arachidi. Noi dobbiamo vantare il loro caffè, il the. Raccontarle l’utile e il dilettevole di questi animali fieri e belli che sono le mucche

 

Noi dobbiamo suscitare nella gioventù il bisogno di creare

 

 

 


Secondo canto

 

Il mio paese

 

Vedo lo sviluppo

Vedo un paese d’avvenire

Vedo dei giovani che vedono

 

Le paludi impenetrabili della Kagera maestosa. Le cascate che lasciano dietro a loro la Ruvubu minacciosa, ingrossata da questa regina dei fiumi che venerano gli Egiziani, la Ruvyironza di Rutovu

 

Li conosco questi gioiosi corsi d’acqua che domani irrigheranno i campi allineati di patate importate

 

Mi piace visitarli, questi ruscelli fangosi che attendono il colpo d’occhio dell’uomo dello sviluppo

 

La Murusenyi ridente, la Ciranye in coda, la timida Migogo irradiata dal sole levante

 

Le contemplo queste giovani leonesse che i genitori temono

 

La Kahumo senza cattiveria, la Mweruzi di cui si burlano le vergini robuste del Mosso che ha dato loro vita

 

Ho visitato la Kigenda scortese, la Lugusi scherzosa, la Mukacasi che si getta timidamente nella pudica Rumpungwe con un esercito di papiri

 

La terra è là

 

Un tappeto di verzura è srotolato all’ovest

Piedi di ippopotami

Una stuoia macchiata di cespugli è stesa ad est

Piedi di elefanti

Ti amo o mio Paese

Amo i fianchi delle tue montagne

Amo la tua Cresta ricurva che orna Teza

La tua criniera di leone che Mukike abbellisce

La tua Cresta che Heha rende principesca

La mia gioia raddoppia

Il mio grido risuona nella valletta incassata che sorveglia Songa

Impassibile e degna al posto del capitano

Lascia che ti canti e ti ami teneramente

Permettimi di penetrare nelle tue paludi

 

Le paludi della Mpanda

Le paludi della Ndanga

Le paludi della Kagera

Le paludi della Kayongozi

Le paludi della Muyovozi

Le paludi della Murusenyi

Le paludi della Musindozi

Le paludi della Rumpungwe

Le paludi della Rwihinda

Le paludi della Rweru

 

Tutte le paludi della tua terra che attendono con impazienza la visita dell’agronomo ancora sotto l’incubatrice all’ombra di Songa

 

Mi piacciono i tuoi terreni paludosi, o mio Paese

 

Mi piacciono i tuoi terreni paludosi ricoperti di papiri della Buyongwe, nutrice prodiga della Kanyaru imprudente

 

Mi piacciono i tuoi terreni paludosi, o mio Suolo

I tuoi paesi paludosi addormentati della Nyamuswaga che serve sconosciuta la fiera Ruwubu

Vedo lo sviluppo

I bisogni dei miei fratelli sono catalogati

 

Vedo lo sviluppo

La lista delle risorse è fatta

Le risorse disponibili

Il carbone bianco

La distesa dei terreni

Gli appezzamenti di terra arabili

Gli  angoli aridi

Il clima, le piogge, le stagioni

 

Vedo lo sviluppo

Vedo dei fratelli preoccupati

Ne vedo che si interrogano

Ne vedo che discutono dello sviluppo.

 

 


Epilogo

 

Da ogni parte un grido risuona

Dall’Est l’invito è fatto

Dall’Ovest il richiamo è lanciato

Un rombo di tuono

Risveglia il nord popoloso

Il Sud sussulta per la sorpresa

  All’incontro col rinnovamento

 

Il ragazzo è mobilitato

A stento in piedi, si interroga

Perché dunque questo turbamento

Perché questa premura di mia madre

Il vecchio ammalato segue con lo sguardo

  Il popolo in movimento

 

Il compito è immenso

Le chiacchiere razziste si riassorbono

Nel sudore della fronte tesa verso l’opera comune

 

Il cattolico invita il protestante

Il mussulmano va vicino al pagano

L’animista dimentica i suoi amuleti

  Il tempo è votato allo sviluppo

 

Risolutamente

Bisogna fasciare le piaghe della Madre

La madre il cui dorso è segnato

Dalle conseguenze del sottosviluppo

 

Decisamente

Bisogna profumare la nostra bella

Nostra Madre la terra

Nostra Madre il suolo natale

 

Uscirà abbellita

Si presenterà degna e fiera

  All’incontro delle nazioni

 

In piedi

Noi la caricheremo

Del suo frutto che invidiano gli uomini:

  La pace-fecondità

 

Ti saluto Madre, terra dei miei avi

Ti amo teneramente Madre, terra dei miei figli

Alza la tua testa che ti abbraccio

Alza la tua testa e parla

 

  Il tuo linguaggio d’Ubumwe

  La tua parola soave di pace-fecondità: Ubuvyeyi.

 

Ecco, miei amici, la mia Parola di uomo

Ecco il cammino che vi traccio

In piedi Tutti

In piedi Tutte

Diamo al nostro Paese la pace

Diamo ai nostri Fratelli il pane

Diamo al mondo l’immagine

  Di una gioventù in piedi

           In questa carità

                     Che è lo sviluppo integrale

 

Home page